Agosto 28th, 2015 Riccardo Fucile
L’EX PRESIDENTE DELL’ISTAT: “IL MINISTERO NON HA SPIEGATO QUALE ERRORE HA COMMESSO”
Enrico Giovannini, economista, è stato presidente dell’Istat e poi ministro del Lavoro. Ha dedicato parte dei suoi studi proprio al rapporto informazione statistica e politica. Con lui proviamo a capire cosa possa esserci dietro l’errore commesso dal suo ex ministero nell’ultima comunicazione sui contratti di lavoro
Come spiega il pasticcio? Possibile che si tratti solo di un errore materiale?
«Non possiamo che credere a quello che ha detto il ministro e che dunque si sia trattato di un errore materiale. Evidentemente qualcuno ha sbagliato dei calcoli e quei dati sono usciti senza una verifica di qualità . Gli errori ci possono stare ed è per questo che tutti gli enti si dotano di procedure di controllo come previsto dalle linee guida sulla qualità statistica che furono stabilite quando ero presidente dell’Istat »
In questo caso – c’è da supporre –non sono state rispettate. Cosa prevedono le linee guida?
«Per esempio che nel caso si commetta un errore si fornisca tempestivamente la rettifica spiegando le ragioni che hanno portato all’errore ».
Il ministero ha seguito questa procedura?
«Sul sito del ministero c’è solo il testo con i dati, ma non si evidenzia la rettifica e le sue ragioni”
Cioè non si spiegano le ragioni dell’errore?
«Non c’è nessun riferimento all’errore ».
E questo contribuisce a creare il caos informativo. Il presidente dell’Istat, Giorgio Alleva, ha parlato di confusione con Istat, Lavoro e Inps che forniscono in tempi diversi dati diversi. Lei è d’accordo con questo giudizio?
«La confusione c’è indubbiamente ed è in parte legata alla diversità delle rilevazioni. Anche la stampa, però, deve essere più attenta al modo con cui diffonde le informazioni, magari ricordando ogni volta le specificità di ogni fonte».
In questo caso, però, sono stati proprio alcuni giornali a smascherare l’errore del ministero.
«Solo alcuni giornali si sono accorti dell’errore. Non posso che rammaricarmi per la soppressione dei corsi sul data journalism che avevo introdotto quando ero presidente dell’Istat. Non a caso solo il 15% degli italiani giudica buona l’informazione statistica diffusa dai media e il 43% la giudica carente».
Quali sono le differenze tra i dati comunicati dall’Istat e quelli forniti dal Lavoro e dall’Inps?
«Intanto va detto che gli unici dati che fanno testo a livello internazionale sono quelli dell’Istat sulle forze lavoro. È una rilevazione campionaria basata su centinaia di migliaia di interviste effettuate durante l’anno. Riguarda tutti i settori e tutte le figure professionali e in parte copre anche il lavoro sommerso. Quelli del ministero del Lavoro sono dati amministrativi relativi alle comunicazioni obbligatorie da parte dei datori di lavoro. Si tratta in sostanza dei contratti di lavoro, non di “teste” perchè una stessa persona può stipulare nello stesso periodo più di un contratto. È un’indagine limitata al lavoro dipendente, esclusa la pubblica amministrazione e il lavoro domestico. Dunque è un sottoinsieme del campione Istat. Quelli dell’Inps hanno una copertura simile a quelli del Lavoro».
Come si può uscire da questo caos di numeri su un tema così sensibile com’è quello
del lavoro?
«L’Istat ha un ruolo fondamentale di coordinamento. E come ha già annunciato il presidente Alleva credo sia estremamente urgente una sua iniziativa».
Guardando i numeri, cosa sta succedendo nel mercato del lavoro italiano?
«È molto semplice: il numero di occupati a giugno 2015 è identico a quello di giugno 2014, il numero dei disoccupati è cresciuto di 85 mila unità , e il numero degli inattivi è diminuito di 131 mila. Questo vuol dire che l’effetto complessivo delle misure adottate per il lavoro è stato finora nullo. Aggiungo che il numero di giovani occupati (860 mila, 80mila in meno di un anno fa) è al minimo storico».
È cambiata però la composizione dei contratti.
«Sì, c’è un forte spostamento dai contratti a termine al cosiddetto “contratto a tutele crescenti”, anche grazie ai generosi incentivi a favore delle imprese ».
Roberto Mania
(da “La Repubblica“)
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Agosto 28th, 2015 Riccardo Fucile
LA MANODOPERA AGRICOLA STRANIERA CONCENTRATA IN 15 PROVINCE
Lavorare in nero, cioè senza uno straccio di contratto, o in grigio, con un contratto finto, da cui risulti un salario doppio o triplo di quello reale è una pratica molto ben collaudata nei grandi lavori stagionali agricoli. Specialmente nel Sud Italia
Nelle campagne questo sfruttamento grigio-nero è molto più «nero» che grigio.
Per il colore della pelle della maggioranza dei lavoratori.
Per la fatica bestiale che richiede, non meno di 10-12 ore sotto il sole cocente, con paga «a cottimo», 3 euro per ogni cassone di 3 quintali di pomodori.
Per gli abusi d’ogni tipo sulle persone, che nei confronti delle donne sono ovviamente abusi sessuali.
Per il taglieggiamento continuo sui lavoratori: la percentuale di 50 centesimi per ogni cassone di pomodori; il «biglietto» di 5 euro a cranio per il trasporto sul luogo di lavoro, stipati anche in quindici in furgoni e in utilitarie; il «contributo» di un euro su ogni bottiglia di acqua per dissetarsi.
Secondo i dati dell’Unar, l’Ufficio nazionale antidiscriminazioni razziali, 15 province italiane assorbono il 50,6 per cento della manodopera agricola straniera e, tra queste, la provincia di Foggia è al primo posto, con il 6,4 per cento.
Il Tavoliere è dunque soltanto il picco più alto di questo infinito dramma, che nonostante i proclami è l’unica «filiera» agricola che funzioni davvero.
Una «filiera» in cui vengono triturati non solo i neri africani concentrati in ghetti come quello di Rignano Garganico, che è solo il più grande e il più mediaticamente efficace, ma anche i bianchi europei della ex Europa dell’Est – romeni e bulgari su tutti –, che fanno i «pendolari» e terminata la stagione «da neri» tornano in patria, con qualche euro e molte umiliazioni in più
L’emergenza quindi è stabile, endemica, aggravata dall’aumento di offerta di manodopera dovuta ai sempre più numerosi arrivi di clandestini e di rifugiati richiedenti asilo in cerca di lavoro.
Tutto questo è manna per i «caporali» e per la grande distribuzione agroalimentare. Anche per i produttori, certo, ma questi, se non sono latifondisti, sono in qualche modo anch’essi vittime della «filiera», perchè i prezzi del prodotto li fa la distribuzione, e il produttore, «per stare nei costi», si risolve a impiegare la manodopera arruolata dai caporali. Non solo.
C’è poi la burocrazia, che spesso e volentieri, per concedere agli immigrati il permesso di soggiorno si ostina a chiedere loro «la residenza» (che non c’entra nulla), così da alimentare tutta una compagnia di giro – composta da avvocati, consulenti, cooperative di servizi vari – che procaccia e vende contratti di affitto e documenti di varia natura che gli immigrati comprano per non diventare «fuorilegge».
E così un altro giro di giostra ricomincia. Fino al prossimo «caso umano», alla «scoperta» del prossimo ghetto, alla solenne istituzione del prossimo «Tavolo istituzionale interforze permanente contro l’illegalità e il lavoro nero» (nientedimeno). Ma strutture da campo mobili e temporanee per i lavoratori stagionali, con permesso di soggiorno e garanzia del diritto alla salute, con costi di residenza e trasporto anche a carico della grande distribuzione e delle organizzazioni dei produttori, no?
Una cosa del genere, la fece Jacob Fugger ad Augusta, nel 1516.
Non era Mao Zedong, ma uno dei più grandi capitalisti dell’età moderna.
Carlo Vulpio
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 27th, 2015 Riccardo Fucile
IL DATO SI RIFERISCE A QUELL REGOLARI CHE HANNO OTTENUTO IL “NATIONAL INSURANCE NUMBER”, INDISPENSABILE PER LAVORARE… PER IL MINISTRO INGLESE SONO “CIFRE DELUDENTI”
La Gran Bretagna è diventata la “terra promessa” degli italiani che decidono di lasciare il Belpaese. 
Con la sua economia cresciuta del 2,6% su base annua, rappresenta sempre più il sogno di chi sceglie di partire.
Per la prima volta quest’anno gli italiani sono al secondo posto tra gli stranieri in arrivo, con un incremento del 37%.
I connazionali arrivati a Londra e dintorni in cerca di lavoro tra il 2014 ed il 2015 sono stati 57.600 contro i 42.000 dei 12 mesi precedenti.
La notizia è pubblicata dal quotidiano conservatore Daily Telegraph, che anticipa i dati di quanti si sono registrati ufficialmente ed hanno ottenuto il ‘National Insurance number’ (l’equivalente del nostro codice fiscale) indispensabile per poter lavorare.
Il saldo migratorio nel Regno Unito ha raggiunto, come rileva l’Istituto di Statistica, “il massimo storico” su dodici mesi (da marzo 2014 a marzo 2015), pari a 329mila persone, superando il precedente record di 320mila raggiunto tra giugno 2004 e giugno 2005.
Tra marzo 2014 e marzo 2015, 636mila persone sono entrate legalmente nel Regno Unito, mentre ne sono partite 307.000.
Queste cifre sono “molto deludenti”, ha commentato James Brokenshire, Segretario di Stato all’immigrazione. Cinque anni fa il governo conservatore di David Cameron aveva promesso di limitare la crescita netta di immigrati regolari a qualche migliaio l’anno.
La Gran Bretagna – già intervenuta con durezza sugli immigrati di Calais – prepara misure sempre più severe nei confronti degli immigrati irregolari.
Secondo il Times, il governo privatizzerà il servizio di espulsione e rimpatrio (“Escorting and Travel Service”) di quanti saranno sorpresi a non avere i titoli necessari per restare.
Secondo il quotidiano britannico, l’appalto delle espulsioni durerà 5 anni.
Londra prevede di spendere solo quest’anno 500 milioni di sterline (682 di euro) per riportare a casa le migliaia di richiedenti asilo, ai quali la domanda è stata respinta, e i clandestini ‘tout court’.
La somma include 200 milioni che saranno spesi in biglietti aerei.
Tra quanti saranno rimandati al paese d’origine, gli stranieri detenuti che hanno terminato di scontare le pene cui sono stati condannati e i lavoratori i cui visti sono scaduti.
(da “la Repubblica”)
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Agosto 26th, 2015 Riccardo Fucile
ENNESIMA BRUTTA FIGURA, SBAGLIATI I CALCOLI: NON 630.585 MA SOLO 327.758
È sparito un esercito di 302.827 lavoratori a tempo indeterminato.
Che da gennaio a luglio significano 43.261 in meno al mese, circa 1.500 al giorno.
In realtà quell’esercito non c’è mai stato.
Il ministero del Lavoro, infatti, ha corretto i dati diffusi martedì 25 agosto sul numero dei contratti: nei primi 7 mesi del 2015 si sono registrati 327.758 contratti a tempo indeterminato in più e non 630.585 come erroneamente comunicato.
La cifra somma il saldo fra attivazioni e cessazioni (+117.498) e stabilizzazioni (210.260) come si legge nelle tabelle corrette oggi.
Cessati 1,3 milioni di contratti in più
Sono stati attivati nel complesso 5.150.539 contratti e non 4.954.024 come erroneamente comunicato.
Di contro, evidentemente, di notevole entità è la correzione effettuata sulle cessazioni di contratti: secondo le tabelle corrette, nei primi sette mesi del 2015 le cessazioni sono state 4.014.367 e non 2.622.171 come precedentemente annunciato, 1.392.196 in più.
Michelangelo Borrillo
(da “il Corriere della Sera“)
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Agosto 26th, 2015 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DEL SINDACATO IN UNA ZONA DOVE NON VIGE PIU’ LA LEGGE DELLO STATO… SFRUTTANO E FANNO SPARIRE ANCHE I MORTI
Un immigrato sarebbe morto nelle campagne di Rignano Garganico (Foggia), “crollando all’interno di
uno dei 57 cassoni di pomodori che aveva raccolto”.
Lo denuncia all’ANSA il coordinatore del Dipartimento Immigrazione della Flai-Cgil Puglia, Yvan Sagnet, secondo il quale “il corpo dell’uomo potrebbe essere stato occultato dai caporali”.
La vittima sarebbe originaria del Mali e avrebbe “circa trent’anni”.
La sua morte, che sarebbe “avvenuta nei campi mentre raccoglieva pomodori”, risalirebbe a “due domeniche fa”, nello stesso periodo in cui è morta ad Andria Paola Clemente.
Il cadavere, spiega inoltre Sagnet, non si trova “negli obitori nè di San Giovanni Rotondo nè di Foggia. Quindi è molto probabile sia stato sepolto dai caporali nel ghetto oppure nascosto con qualche altro espediente”.
Il ghetto di Rignano Garganico si trova nelle campagne del foggiano e si tratta di una specie di villaggio creato dai migranti che vivono in capanne auto-costruite, realizzate con materiali di fortuna come lamiere e cartoni. Le condizioni igieniche sono spesso precarie.
“Ora – aggiunge Sagnet – stiamo cercando di conoscere il nome dei migrante che ha perso la vita anche per far far partire una denuncia di occultamento di cadavere”. Purtroppo, sottolinea, è “difficile avere informazioni poichè i caporali hanno spaventato a morte i lavoratori che, anche se parlano dell’episodio, hanno paura a dire il nome e il giorno preciso di quando è avvenuto il suo decesso”.
Anche i “responsabili del 118 – prosegue Sagnet – dicono di avere difficoltà a fare verifiche, e ci hanno chiesto una richiesta formale, da parte di un nostro legale, per far partire una ricerca ufficiale nei loro archivi”.
(da agenzie)
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Agosto 26th, 2015 Riccardo Fucile
E A LUGLIO SOLO 47 POSTI STABILI
Nuovi dati e nuova confusione sul lavoro.
Il ministero certifica 135 mila contratti in più a luglio (saldo tra attivazioni e cessazioni). Sebbene di questi appena 47 quelli aggiuntivi a tempo indeterminato. Meglio di giugno, quando addirittura spuntò il segno meno nel saldo (-9.768), dunque quasi 10 mila chiusure di contratti stabili in più rispetto alle nuove firme.
Ma 47 è davvero un magro bottino, per un governo che punta tutto sul rilancio dell’occupazione
La sorpresa più eclatante però deriva dall’ultima pagina delle comunicazioni obbligatorie diffuse ieri dal dicastero guidato da Giuliano Poletti.
Laddove si mostra in tabella il consuntivo dei primi sette mesi.
Secondo il governo, da gennaio a luglio il saldo dei contratti a tempo indeterminato ammonta a 420.325, il 112% in più dell’analogo periodo del 2014.
Detto in altri termini, i contratti stabili sarebbero più che raddoppiati, grazie al Jobs Act e agli sgravi sul lavoro, in vigore da gennaio.
Ebbene non è così, se si riprendono le comunicazioni fatte dallo stesso ministero nei mesi passati e si sommano le cifre relative
Quel dato, il saldo tra gennaio e luglio, in base ai nuovi calcoli risulta fermo a 115.897, quasi quattro volte meno di quanto reso noto ieri.
Questo significa che i contratti a tempo indeterminato sottoscritti quest’anno fino a luglio non solo non sono raddoppiati. Ma sono crollati del 41%.
E con loro si sono inabissati di un terzo anche i tempi determinati: -36%, poco sopra il milione.
Rispetto al milione e 600 mila divulgato ieri dal ministero.
La differenza è sostanziale.
Se fosse così, il Jobs Act starebbe drenando contratti a termine, ma non creando sufficiente lavoro stabile. E nemmeno lavoro extra in generale.
Il governo, con i dati di ieri, invece racconta un’altra scena: i contratti a termine diminuiscono solo di poco (-1,5%), mentre quelli a tempo indeterminato addirittura volano: +112%, come detto.
Come mai questa distonia?
Interpellato, il dicastero fa sapere che «si tratta di dati di flusso, aggiornati progressivamente».
E che dunque ricalcolare, come abbiamo provato a fare noi, i dati dei primi sette mesi semplicemente sommando le cifre fornite dallo stesso ministero mese per mese è sbagliato.
Perchè quelle cifre vengono corrette nelle settimane e mesi successivi alla loro divulgazione tramite comunicati stampa.
«Fa così anche l’Istat, ma nessuno obietta mai», si fa notare. Tra l’altro, lo stesso dato fornito ieri è suscettibile di ulteriori variazioni, «perchè il mese di luglio deve essere ancora riclassificato».
È il prezzo da pagare, spiega ancora il ministero, «per aver voluto diffondere gli aggiornamenti una volta al mese, anzichè ogni trimestre».
Decisione che a questo punto sarà rivista a settembre, in scia alla proposta del presidente dell’Istat Allevi di unificare metodi e comunicazioni.
Valentina Conte
(da “La Repubblica“)
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Agosto 25th, 2015 Riccardo Fucile
LA FINANZA INDAGA NEI VIGNETI DI ASTI….DIVERSI IMPRENDITORI UTILIZZANO LAVORATORI IN NERO
Tirava aria fredda ieri tra le colline del Moscato e le nuvole basse minacciavano pioggia.
Nei filari, decine di migranti della vendemmia hanno cominciato la raccolta dei grappoli dorati che diventeranno uno spumante tra i più famosi al mondo: sono in gran parte bulgari, macedoni, romeni.
Arrivano in piazza Indipendenza a Canelli, direttamente dai Paesi dell’Est Europa, cercando un contratto (regolare o meno non importa) per portarsi a casa compensi che spesso non superano i 3-5 euro l’ora.
Il trucco del contratto
Anche quest’anno, si aspettano dai 200 ai 300 stagionali.
Alcuni, i più fortunati, trovano occupazione con cooperative in regola con paghe e contributi, ma altri, forse la maggioranza, finiscono nel gorgo del sommerso.
Quelli che assicurano ingaggi in nero li chiamano caporali anche da queste parti: il trucco è far firmare al lavoratore un contratto da bracciante in cui non vengono indicati i giorni di lavoro e neppure l’orario.
Su questo traffico, da qualche giorno, ha cominciato a investigare anche la Guardia di finanza.
Le Fiamme gialle astigiane del colonnello Michele Vendola e quelle della Brigata di Canelli avrebbero già indagato il legale rappresentante di una cooperativa del Canellese, ipotizzando il reato di intermediazione abusiva di manodopera, il caporalato appunto.
Per ora l’inchiesta è ancora coperta dal massimo riserbo.
L’impressione, però, è che le indagini siano in una fase molto delicata e non sono esclusi clamorosi sviluppi.
In piazza a Canelli sono parcheggiati i bus che partono da Romania, Bulgaria o Macedonia e che di turistico non hanno nulla.
Trasportano i migranti dell’uva. I costi per l’imbarco, a carico dei lavoratori naturalmente, vanno dai 50 ai 120 euro.
Arrivati a Canelli c’è il problema sistemazione.
«Io ne conosco tanti di miei connazionali che dormono in 20 o 30 in una cascina diroccata – racconta un romeno che a Canelli vendemmia da 15 anni – l’affitto per un dormitorio che sembra un pollaio è 150 euro al mese».
Quest’anno il Comune ha deciso di chiudere il «campo» che in passato era stato allestito alle porte della città .
Il sindaco, Marco Gabusi, ha deciso di usare il pugno di ferro. «Nessuna accoglienza, niente campi, bagni o docce pubbliche. Questa vergogna deve finire. Ho chiesto ai vigili e ai carabinieri di identificare i vendemmiatori e se non sono in regola allontanarli da Canelli».
E c’è chi racconta come si affronta una vendemmia tra caporali e controlli. Stefano è un bulgaro di 46 anni che da quasi 20 vive in Italia.
«Faccio il camionista a Cremona — dice — e da 13 anni vengo a Canelli per la vendemmia. Domani arrivano anche mia moglie e mia figlia».
Quest’anno ha un contratto da bracciante. «È il primo che firmo, 5 euro l’ora per 10 ore di lavoro».
Pier Gustavo Barbero, titolare di una cooperativa con 100 lavoratori, segue la via della legalità . «Non è facile lavorare con la concorrenza dei caporali – racconta – i nostri clienti sono grandi aziende che scelgono di pagare il giusto ma troppi piccoli imprenditori si fanno abbindolare dalle sirene del risparmio a discapito di chi lavora da sfruttato».
Franco Binello e Riccardo Coletti
(da “La Stampa”)
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Agosto 23rd, 2015 Riccardo Fucile
IN EUROPA E’ UTILIZZATO PER I SOLI LAVORI DOMESTICI… “SOSTITUISCE I CONTRATTI STABILI, NON IL LAVORO NERO”
Impennata per i voucher, i buoni usati per pagare prestazioni lavorative occasionali.
Nei primi sei mesi del 2015, informa l’Inps, sono stati attivati oltre 49 milioni di tagliandi: un aumento del 74,7% rispetto all’anno precedente.
E’ il successo di un modello importato dall’Europa, anche se con sostanziali differenze: negli altri Paesi, l’ambito di applicazione è rimasto circoscritto ai lavori domestici, da noi si è ampliato a tutti i settori produttivi.
E il Jobs act ne ha rafforzato l’espansione, fino al punto di fare scattare l’allarme: già tre mesi fa, il presidente dell’Inps Tito Boeri parlava del rischio di aprire una “nuova frontiera del precariato”, ora l’economista Carlo Dell’Aringa ammette che, se la tendenza sarà confermata, bisognerà procedere a interventi correttivi.
I numeri, infatti, dimostrano che l’ultimo balzo in avanti dei voucher non è un caso isolato.
Tra 2012 e 2013, l’aumento era stato del 71,3%, l’anno successivo del 69,6 per cento.
Da quando è stato inaugurato questo strumento, sono stati venduti quasi 200 milioni di buoni lavoro, per un valore totale di 2 miliardi di euro.
E uno studio del Cna ha calcolato che nel giro di sei anni, dal 2008 al 2014, il numero dei voucher è aumentato di 129 volte.
Una cifra che equivale, in termini di ore lavorate, a circa 33mila posti di lavoro a tempo pieno.
Ma di cosa si tratta, esattamente? Il voucher, o più precisamente buono lavoro, è uno strumento ideato per pagare prestazioni lavorative occasionali, come servizi domestici o attività agricole, con l’intento di favorire l’emersione dal lavoro nero.
Ogni tagliando vale 10 euro: 7,50 euro finiscono netti in tasca al lavoratore, mentre il 13% del buono corrisponde ai contributi Inps, il 7% va all’Inail e il restante 5% serve per pagare l’istituto di previdenza per la gestione del servizio.
I voucher sono stati introdotti in Italia nel 2008, sulla scia dell’esperienza di altri Paesi europei.
In Austria si chiamano Dienstleistungscheck, in Belgio titres services, in Francia Chèque emploi service universel (Cesu).
Come nel caso italiano, si tratta di tagliandi ideati con l’intento di favorire l’emersione di mansioni tipicamente legate al lavoro nero.
Con la differenza, però, che negli altri Paesi europei i voucher sono rimasti relegati nell’ambito dei lavori domestici, dell’assistenza ai bambini, del giardinaggio.
In Italia, invece, la legge Fornero ha allargato il campo di applicazione a qualsiasi tipo di attività e committente.
E se il voucher nasce per fare emergere dal nero i lavori nei campi e in casa, negli anni la tendenza è decisamente cambiata, come riporta lo studio Cna.
A farla da padrone, con il 18,2 per cento dei buoni acquistati, è il settore del commercio, seguito dai servizi (14%) e dal turismo (12,3%).
I lavori domestici si fermano al 2,6%, le attività agricole al 7,3%, giardinaggio e pulizie al 7,6%.
Un’altra differenza rispetto agli altri modelli europei riguarda il livello di precarietà del lavoro. In questo senso, l’esempio più virtuoso è quello del Belgio.
Qui, il lavoratore deve necessariamente essere dipendente di una società di servizi autorizzata: la legge prevede che, nel giro di un periodo da tre a sei mesi, il suo contratto passi a tempo indeterminato.
In Italia, invece, la direzione sembra quella opposta.
A maggio, il presidente dell’Inps Tito Boeri avvertiva: “I voucher rischiano di diventare la nuova frontiera del precariato”.
E argomentava: “Non sono tanto come i mini jobs tedeschi, cioè secondi lavori. Rischiano di essere l’unica forma di lavoro per molti. E’ un fenomeno preoccupante da monitorare con estrema attenzione”.
Eppure, il Jobs act è andato proprio nella direzione di estendere questa forma di lavoro. Con il decreto sul riordino dei contratti, il limite di reddito percepibile da un lavoratore attraverso i voucher è passato da 5mila a 7mila euro annui.
Questa somma, in realtà , dovrà essere cumulata tra vari committenti, perchè ogni impresa può pagare ciascun lavoratore al massimo 2.020 euro all’anno in buoni lavoro.
E tra gli addetti ai lavori, salta subito all’occhio il legame tra il Jobs act e l’exploit dei voucher.
“Si tratta di un aumento molto forte — commenta Carlo Dell’Aringa, docente di Economia politica all’Università Cattolica di Milano e deputato Pd — Si può spiegare con due fattori. Da una parte, il Jobs act ha aumentato il limite massimo di reddito percepibile con i buoni lavoro. Dall’altra, ha ridotto le tipologie contrattuali, come i co.co.pro., e il voucher le sta sostituendo”.
Insomma, un passaggio da un rapporto precario a uno ancora più precario.
“Con la commissione Lavoro della Camera — ricorda Dell’Aringa — abbiamo sottolineato il pericolo di un’espansione dei voucher che andrebbe contro la tendenza del Jobs act, cioè ridurre i contratti precari a favore delle tutele crescenti. Se questo aumento fosse confermato e il voucher sostituisse non il lavoro nero ma contratti più stabili, bisognerà pensare a ulteriori interventi correttivi”.
Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 22nd, 2015 Riccardo Fucile
L’ECONOMIA SOMMERSA SUPERA I 41 MILIARDI, COSI’ SPARISCONO 15 MILIARDI DI CONTRIBUTI E 10 DI GETTITO FISCALE: SONO QUESTI I PROBLEMI DA AFFRONTARE NEL NOSTRO PAESE
In Italia c’è un esercito di 2 milioni di persone che lavorano in nero «completamente sconosciute alle
autorità ».
E producono – secondo un’analisi della Fondazione studi dei Consulenti del lavoro sull’attività ispettiva di Ministero del Lavoro-Inps-Inail del 2014 e de primi 6 mesi 2015 – un’economia sommersa di «41 miliardi e 837 milioni» e «una evasione di 25 miliardi di imposte e contributi».
Uno su tre non in regola
Il fenomeno del lavoro sommerso, evidenziano i Consulenti del lavoro, in Italia continua a essere rivelante: durante il 2014 sono state ispezionate 221.476 aziende da Ministero del Lavoro, Inps e Inail che hanno sollevato il velo su «77.387 rapporti non denunciati, quindi gestiti `in nero’, una percentuale del 34,94%».
Nel primo semestre 2015, invece, «è andata un po’ meglio, ma su 106.849» imprese passate al setaccio sono stati individuati circa 31.394 occupati totalmente `in nero’, «ossia il 29,38%».
In Italia sono presenti circa 6 milioni di imprese registrate alle Camere di commercio, oltre a un milione di realtà produttive non iscritte; tenuto conto che nel 30% delle aziende controllate è presente il lavoro sommerso, la stima nazionale è di oltre 2 milioni di soggetti (2.100.000) che ogni anno svolgono un’attività completamente ignota alle autorità .
La stima dei 25 miliardi di mancato gettito per l’Erario, aggiungono i professionisti, deriva dai calcoli sulla media retributiva individuale per 241 giornate all’anno di servizio retribuite (su fonte Inps) che è pari a 86,80 euro, considerando l’assenza di oneri sociali (41 miliardi), di versamenti previdenziali (14,6 miliardi, prevedendo un’aliquota del 35%, conteggiata in media tra le classi di contribuzione), nonchè i mancati gettiti fiscale (9,3 miliardi, basandosi su un’aliquota media del 24,5%, al netto di detrazioni) e assicurativo all’Inail (1,2 miliardi).
I numeri dei consulenti del lavoro evidenziano per l’ennesima volta quanto sia fondamentale la lotta all’evasione fiscale come assoluta priorità del governo.
(da “il Corriere della Sera”)
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