Giugno 19th, 2015 Riccardo Fucile
“CONTROLLI A DISTANZA TROPPO PERVASIVI, POLITICHE ATTIVE INSUFFICIENTI, IL RIORDINO DEI CONTRATTI INCAPACI DI CONTRASTARE LA PRECARIETA'”… SIAMO IN MANO A MAN-ICHINI
“La parte debole, cioè il lavoratore, diventa inerme di fronte all’impresa. Nelle assunzioni, nei
licenziamenti, con il demansionamento, con i controlli a distanza“. Dopo la pubblicazione degli ultimi decreti, c’è finalmente una fotografia completa dei contenuti del Jobs act.
E gli addetti ai lavori possono esprimere un primo giudizio su tutti gli aspetti della riforma del lavoro targata Matteo Renzi e Giuliano Poletti.
Vincenzo Martino, vicepresidente degli Avvocati giuslavoristi italiani (Agi), non fa sconti al pacchetto legislativo.
Benchè le opinioni in seno all’associazione siano diverse, il suo giudizio è netto: i controlli a distanza sono estremamente pervasivi, le politiche attive gravemente insufficienti, il riordino dei contratti incapace di contrastare seriamente la precarietà . Tutti temi che saranno sul tavolo del convegno nazionale di Agi, dal titolo “Lavoro e diritti“, che si terrà il 19 e 20 giugno alla Triennale di Milano.
“L’imprenditore potrà leggere le mail del dipendente e seguirne gli spostamenti” — Uno dei temi più caldi negli ultimi giorni è sicuramente quello dei controlli a distanza: grazie al decreto semplificazione, l’azienda potrà monitorare gli strumenti elettronici del dipendente, come computer, tablet e smartphone, senza necessità di un accordo sindacale.
E usare i dati raccolti per comminare sanzioni disciplinari.
“L’imprenditore — spiega Martino — potrà vedere su quali siti naviga il dipendente, leggerne le mail sul server di posta aziendale, seguirne gli spostamenti in azienda con il gps“.
Un tema, quello della privacy, che non poteva non fare discutere.
Da una parte c’è chi, come il senatore Pd Pietro Ichino, parla di “regole tecnicamente appropriate, che aumentano la protezione dei lavoratori rispetto alla situazione attuale”, e sottolinea “il diritto all’informazione precisa sull’uso che verrà fatto del collegamento a distanza”.
Dall’altra ci sono i sindacati, che gridano al colpo di mano, ma anche l’Europa.
“Ci possono essere problemi seri di compatibilità con una raccomandazione del Consiglio d’Europa“, sottolinea il vicepresidente Agi, ricordando il documento che vieta in modo assoluto di controllare “attività e comportamenti” dei dipendenti.
“Si tratta di un controllo estremamente pervasivo nella quotidianità del lavoratore — prosegue l’avvocato — Uno dei presidi fondamentali dello Statuto dei lavoratori viene meno”.
“Gravemente insufficienti” le politiche attive: “C’è flessibilità ma non sicurezza” – Ma tra le ultime novità del Jobs act, grande attenzione ha richiamato il decreto sulle politiche attive, che istituisce l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal).
Doveva essere il cavallo di battaglia della riforma del lavoro, ma per la piena operatività bisognerà aspettare ancora la riforma costituzionale del ministro Maria Elena Boschi.
Intanto, non si risolve la contesa di competenze tra Stato e Regioni e rimangono in sospeso i lavoratori dei centri per l’impiego, in attesa di sapere da quale ente dovranno dipendere.
“Questo pezzo è ancora gravemente insufficiente — ragiona Martino — Se parliamo di un modello di flexicurity, che dovrebbe coniugare flessibilità e protezione sociale, il governo ha completato la parte sulla flessibilità , ma non quella sulla sicurezza sociale. Le tutele del lavoratore nell’impresa sono diminuite in modo drastico, ma non è ancora arrivata una risposta adeguata sul piano della protezione del dipendente estromesso dal mondo del lavoro”.
Demansionamento con accordo del dipendente, “ma se alternativa è perdere il posto la scelta è obbligata” –
E a proposito di tutele diminuite, uno tra gli esempi più lampante è l’introduzione del demansionamento.
Il Jobs act ha sdoganato una pratica prima vietata dall’ordinamento italiano: ora l’azienda potrà destinare il lavoratore a una mansione inferiore.
“Aumenta il potere dell’imprenditore nella gestione quotidiana del rapporto di lavoro — sostiene Martino — Il demansionamento era la forma nelle quali si esprimeva più spesso il mobbing. Ora questa pratica, in parte, diventa lecita”.
Se c’è l’accordo del dipendente, il demansionamento potrà riguardare essere anche di più livelli.
“Ma se l’alternativa del dipendente è perdere il posto, la scelta rischia di diventare obbligata”, avverte l’avvocato.
“L’aumento dell’occupazione? Rischio che sia drogato da incentivi”
L’obiettivo dichiarato di questo pacchetto di misure era chiaro: aumentare l’occupazione e favorire il ricorso al tempo indeterminato.
Gli ultimi dati Istat, relativi ad aprile, parlano di un tasso di occupazione in aumento dello 0,7% su base annua.
Mentre l’Inps fa sapere che, nei primi quattro mesi dell’anno, le assunzioni a tempo in determinato sono cresciute del 31,4% rispetto al 2014.
Ma questi numeri, sbandierati dal governo Renzi, non convincono tutti gli addetti ai lavori.
“Mi chiedo se l’aumento dell’occupazione non sia drogato dall’incentivo della decontribuzione — spiega Martino — E mi chiedo se il contratto a tutele crescenti può essere considerato stabile, soprattutto nei primi anni, quando gli indennizzi sono molto bassi”.
“Finita la decontribuzione, i contratti a tempo determinato torneranno più competitivi”
A questo discorso si lega un altro decreto, quello sul riordino dei contratti.
Che, nelle intenzioni del governo, doveva assestare un duro colpo alla precarietà . Il Jobs act ha eliminato i co.co.pro, il job sharing e l’associazione in partecipazione, ma ha lasciato praticamente intatte tutte le altre forme contrattuali, dal tempo determinato alle partite Iva.
Resta da capire, quindi, se lo spostamento verso il tempo indeterminato, incoraggiato dalla decontribuzione, sia destinato a durare nel tempo.
“Finito l’incentivo, i contratti a tempo determinato torneranno competitivi rispetto a quelli stabili”, ragiona il giuslavorista.
“C’è il rischio che la maggior qualità dell’occupazione svanisca con il finire della decontribuzione. Non sono così certo che questo miglioramento sarà strutturale”.
“Naspi dovrà prendere il posto di tre ammortizzatori, risorse stanziate insufficienti” – Tornando agli ultimi decreti, anche il provvedimento sul riordino della cassa integrazione ha suscitato non poche perplessità .
Benchè il Jobs act estenda la platea di beneficiari alle piccole imprese e abbia previsto uno sconto per i contributi ordinari delle aziende, rimane da sciogliere il nodo delle coperture.
“C’è un problema generale sugli ammortizzatori sociali — segnala Martino — Spariranno cassa in deroga e mobilità , la cassa integrazione per le aziende decotte sarà abolita. La Naspi dovrà sopperire a tre ammortizzatori, temo che le risorse stanziate non siano sufficienti”.
L’avvertimento era stato lanciato anche da Tito Boeri, ai tempi non ancora presidente dell’Inps, che aveva parlato di un fabbisogno di 4 miliardi di euro, contro i 2,2 stanziati dall’ultima legge di Stabilità .
“C’è chi è convinto — conclude il giuslavorista — che la maggiore libertà di licenziare, unita a un sistema di ammortizzatori debole e scricchiolante, porterà a un’ondata di licenziamenti“.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 18th, 2015 Riccardo Fucile
RAPPORTO GIOVANI 2015: IL PROFILO DI CHI LASCIA IL NOSTRO PAESE
Chi sono i nuovi emigranti italiani? I giovani del Sud. 
Ed in particolare quelli che hanno un grado di istruzione a livello di laurea o di diploma. Vera e propria nuova grande fuga dei “cervelli” che si materializza in un preoccupante 84,4% di ragazzi e ragazze in età da lavoro nati nelle regioni meridionali, ma pronti a trasferirsi ovunque pur di trovare una occupazione stabile.
Se le offerte arrivano dall’estero tanto meglio.
Dell’84,4 per cento disposto a partire, oltre il 50% dichiara di voler trasferirsi stabilmente all’estero per migliorare il proprio lavoro.
Ma non è neppure snobbato il resto del nostro paese: infatti, il 34,2% prenderebbe maggiormente in considerazione anche lo spostarsi all’interno della penisola.
E’ quanto emerge dallo speciale focus sul mondo giovanile meridionale del Rapporto Giovani 2015: indagine promossa ed elaborata, in un campione di 5000 giovani tra i 19 e i 32 anni di qualsiasi orientamento socio-politico e religioso, dall’Istituto Giuseppe Toniolo presieduto dal cardinale di Milano Angelo Scola, in collaborazione con l’Università Cattolica del Sacro Cuore e con il sostegno di Fondazione Cariplo e di Intesa Sanpaolo.
“Per i giovani del Sud — commenta il professor Alessandro Rosina, docente di Demografia e Statistica Sociale dell’Università Cattolica di Milano e tra i curatori del Rapporto Giovani – risulta molto più drastica la decisione tra rimanere, ma doversi accontentare a rivedere al ribasso le proprie aspettative lavorative e i propri obiettivi di vita, o invece andarsene altrove. Solo il 16% è infatti indisponibile a trasferirsi. Se però in passato come destinazione prevaleva il Nord Italia, ora più della metà degli under 30 meridionali punta a un possibile volo direttamente all’estero. A progettare di andarsene sono ancor più i laureati e gli studenti, mentre i più rassegnati a rimanere sono i Neet, ovvero i giovani che non studiano e non lavorano”.
E questo significa che la disponibilità delle fasce giovanili meridionali ad emigrare per poter lavorare “tende ad impoverire non solo quantitativamente, ma anche qualitativamente — avverte Rosina – la presenza dei giovani nel territorio di origine”.
Ed infatti dal sondaggio emerge che in particolare il 73% di chi ha solo la scuola dell’obbligo è disposto a trasferirsi stabilmente (in Italia o all’estero), mentre la percentuale dei laureati sale all’86%.
Mentre solo il 43% di chi ha titolo di studio “basso” è pronto ad andare all’estero.
La decisione di spostarsi dei giovani del Sud è legata non solo alle minori opportunità di trovare lavoro (la quota di giovani che non studiano e non lavorano è superiore al 35% in molte regioni del Sud contro meno del 20% al Nord), ma anche alla più bassa qualità e soddisfazione per vari aspetti del lavoro svolto.
Chi rimane nel Sud anche trovando lavoro, si trova maggiormente a doversi adattare a svolgere una attività non pienamente in linea con le proprie aspettative.
Se la soddisfazione sull’aspetto relazione è solo leggermente più bassa rispetto al resto del Paese, i divari sulla stabilità del lavoro e sul guadagno sono più marcati. In generale circa un giovane meridionale su tre non è soddisfatto del lavoro che svolge conto uno su quattro nel Nord.
Un motivo per andarsene è anche la bassa fiducia nelle istituzioni e in particolare nella possibilità che la politica locale sia in grado di migliorare le condizioni di vita e lavoro dei cittadini. La fiducia nelle istituzioni locali (comune e regione) è pari al 23% per i giovani italiani in generale, mentre scende al 17% per i giovani del Sud.
Orazio la Rocca
(da “La Repubblica”)
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Giugno 17th, 2015 Riccardo Fucile
JOBS ACT: CONTROLLO A DISTANZA, ACCESSO A DATI E CONVERSAZIONI ANCHE SUI DISPOSITIVI PERSONALI DEL DIPENDENTE SE LI USA PER LAVORO… MONITORAGGIO DEGLI SPOSTAMENTI…IL GIUSLAVORISTA: “RISCHIO DI INCOSTITUZIONALITA'”
Computer, tablet, smartphone e badge.
Con il Jobs act, tutti questi strumenti di lavoro potranno essere controllati dall’azienda senza un precedente accordo sindacale.
E sulla base dei dati raccolti, l’impresa potrà prendere provvedimenti disciplinari nei confronti dei dipendenti.
Si tratta di una delle novità più delicate previste dal decreto semplificazioni della riforma del lavoro, approvato in via preliminare dal Consiglio dei ministri l’11 giugno.
Anche se nei giorni scorsi il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha provato a minimizzare, la norma è destinata a far discutere, visto che siamo sul filo dell’invasione della privacy.
Non solo: gli addetti ai lavori non hanno dubbi sul fatto che presenti profili di incostituzionalità . “La norma riguarda sia i dispositivi forniti dal datore del lavoro, sia quelli di proprietà del lavoratore che l’impresa gli chiede di portare in azienda, nei limiti in cui sono usati per lavorare”, precisa Maria Teresa Salimbeni, avvocato giuslavorista e docente di diritto del lavoro all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.
E se il lavoratore sarà sorpreso a usare questi strumenti per fini non lavorativi, potrà essere sottoposto a sanzioni.
Il decreto, che è ora all’esame del Parlamento e a cui il governo dovrà poi dare il via libera definitivo, modifica l’articolo 4 dello Statuto dei lavoratori, quello sui controlli a distanza in ambito lavorativo.
Non ci sono grosse novità per quanto riguarda l’installazione di “impianti audiovisivi“, ovvero le telecamere, per i quali servono ancora l’accordo sindacale o l’autorizzazione da parte del ministero del Lavoro.
Discorso diverso per “gli strumenti che servono al lavoratore per rendere la prestazione lavorativa”, cioè pc, tablet e smartphone, e gli “strumenti di registrazione degli accessi e delle presenze”, cioè i badge.
In questo caso il datore di lavoro potrà controllare i dispositivi senza fare accordi con le organizzazioni sindacali.
Ma in tutto questo che fine fa la privacy?
“L’azienda potrebbe venire a conoscenza di dati sensibili del lavoratore — spiega l’avvocato — ma non potrà utilizzare il contenuto della comunicazione personale a fini disciplinari”.
Il datore di lavoro potrà quindi, per esempio, accedere alle conversazioni via mail.
Magra consolazione il fatto che non possa poi appellarsi a quello che legge per sanzionare il dipendente.
A difesa del lavoratore, infatti, c’è il Codice della privacy, che il datore di lavoro è tenuto a seguire, secondo espressa indicazione del decreto.
Un’altra garanzia a favore del dipendente è l’informativa che l’azienda dovrà fornire al personale per metterlo al corrente dei controlli, come ricordato nei giorni scorsi anche da Poletti.
“Servirà una policy aziendale, un regolamento preventivo — spiega la giuslavorista — dove l’azienda dovrà indicare cosa il lavoratore può fare e non può fare e se e come sarà controllato dall’impresa”.
Ma nonostante queste tutele, secondo la giuslavorista, un punto del decreto mette comunque a rischio la riservatezza del lavoratore: si tratta della parte che riguarda i badge aziendali.
La premessa è che bisogna fare una distinzione tra gli strumenti che registrano ingresso e uscita dal lavoro e quelli che segnalano i movimenti all’interno dell’azienda.
“Liberalizzare il controllo sui tesserini con cui si entra e si esce è legittimo, perchè permette di tenere traccia degli orari di lavoro — spiega Salimbeni — Ma esistono anche impianti attraverso i quali si possono monitorare gli spostamenti del lavoratore all’interno del perimetro aziendale. Questo controllo più invasivo violerebbe il diritto alla riservatezza e alla libertà del lavoratore che discende dai principi costituzionali“.
In particolare l’articolo 2 della Carta, che tutela i diritti inviolabili dell’uomo.
In questo caso, la docente ipotizza un eccesso di delega, cioè uno sforamento rispetto ai criteri fissati dalla legge approvata a dicembre: potrebbero quindi partire ricorsi per rilevare l’incostituzionalità del provvedimento.
A questi punti critici se ne aggiunge un altro, che riguarda gli assunti con il nuovo contratto a tutele crescenti in vigore dal 7 marzo.
“Se il datore di lavoro — spiega Salimbeni — licenzia un dipendente che è entrato per soli due minuti su Facebook, il licenziamento sarà illegittimo, ma il datore può comunque tenere fuori il lavoratore dall’azienda e pagargli solo un’indennità , senza reintegrarlo a lavoro”.
Il relativo decreto del Jobs act, infatti, ha previsto che il giudice del lavoro, in caso di licenziamenti disciplinari, non possa valutare la gravità del fatto commesso, ma debba limitarsi a verificarne la sussistenza.
E il combinato con il nuovo provvedimento può dare questo effetto: ogni infrazione a livello disciplinare, anche se gli accordi della contrattazione la identificano come poco grave, può dare luogo a un licenziamento senza possibilità di reintegra.
Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 13th, 2015 Riccardo Fucile
UNA NORMA ABOLISCE LA SOSPENSIONE DELL’ATTIVITà€ PER CHI OCCUPA PERSONALE IRREGOLARE: “UNA ULTERIORE SPINTA ALL’ILLECITO”
Con il Jobs Act si potrà condonare anche il lavoro nero.
Lo stabilisce la norma inserita in uno dei nuovi decreti legislativi varati l’altra sera dal governo e che ora saranno al vaglio delle Camere.
Il decreto riguarda la Semplificazione delle procedure e degli adempimenti e, al punto d) della sintesi pubblicata sul sito di Palazzo Chigi si legge che viene inserita la modifica “alla c.d. maxisanzione per il lavoro ‘nero’ con l’introduzione degli importi sanzionatori ‘per fasce’, anzichè legati alla singola giornata di lavoro irregolare”.
Il termine “per fasce” fa rizzare i capelli alla Fillea, il sindacato degli edili che per prima ha individuato in questa modifica e che, con il suo segretario Walter Schiavella, sottolinea che a una “assoluta emergenza il governo risponde con un’ulteriore spinta de-regolativa”.
“Il provvedimento sulla semplificazione è scritto sotto dettatura delle associazioni imprenditoriali”, commenta Schiavella, perchè “per chi viene scoperto con dipendenti in nero non c’è più la sospensione dell’attività fino alla regolarizzazione, ma l’invito a sanare l’illecito”.
Il testo prevede la reintroduzione della procedura di diffida, che consente la regolarizzazione delle violazioni accertate.
“La regolarizzazione è subordinata al mantenimento al lavoro del personale ‘in nero’ per un determinato periodo di tempo”, precisa il governo mentre viene modificato il provvedimento di sospensione dell’attività imprenditoriale “favorendo una immediata eliminazione degli effetti della condotta illecita, valorizzando gli istituti di tipo premiale”.
“In un paese in cui le aziende edili subiscono in media un’ispezione ogni 15 anni, eliminare anche il deterrente della sospensione dell’attività è un chiaro incentivo all’utilizzo del lavoro nero e irregolare”, è il giudizio di Schiavella.
Il sindacato degli edili denuncia anche un’altra modifica “grave”: l’eliminazione dell’obbligo, nell’ambito dei cantieri edili, di munire il personale occupato con apposita tessera di riconoscimento”, il cosiddetto cartellino.
“Non è sicuramente solo il tesserino che tiene lontane le irregolarità ”, prosegue Schiavella, “ma certamente aiuta”. E ricorda il caso dei cantieri Expo dove, anche se non si è riusciti a far emergere tutte le irregolarità , ci sono stati comunque controlli costanti e, pochi giorni fa, 200 lavoratori irregolari sono stati allontanati.
“Grazie anche all’istituto del cartellino” che invece ora con il provvedimento del Jobs Act scompare.
Salvatore Cannavò
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 7th, 2015 Riccardo Fucile
IL COMUNE VERSERA’ UN SUSSIDIO DI 1.200 EURO AI CITTADINI CHE SI IMPEGNERANNO A PARTECIPARE A CORSI DI FORMAZIONE
Un sussidio di 1.200 euro per i disoccupati che aderiscono a un programma di inclusione attiva.
Questo, in estrema sintesi, il progetto del Patto di riscatto sociale messo a punto dal Comune di Milano, che ha stanziato per l’iniziativa un fondo di 2,45 milioni di euro, coprendo una platea di 2.041 cittadini.
Il 14 maggio è stata pubblicata la graduatoria provvisoria dei potenziali beneficiari, mentre a giugno uscirà l’elenco definitivo.
“Siamo costretti a intervenire laddove lo Stato non interviene, “spiega Pierfrancesco Majorino, assessore alle Politiche sociali del Comune di Milano.
“Siamo convinti che quanto stiamo facendo dovrebbe essere realizzato a livello centrale dallo Stato, attraverso il reddito minimo garantito e misure simili. Il governo dovrebbe darsi una mossa ascoltando le città ”.
“Da un punto di vista quantitativo”, precisa Majorino, “il Patto di riscatto sociale non si può considerare una forma di reddito minimo garantito, perchè ne beneficeranno solo 2.041 cittadini. Però possiamo ritenerla una sperimentazione in questo senso, è la dimostrazione che si può fare”.
Con il Patto, gli aderenti al progetto si impegnano a partecipare a un programma di interventi di inclusione attiva della durata di sei mesi. ​
Il testo sarà concordato tra servizi sociali e il beneficiario del sussidio sulla base delle sue caratteristiche e comprenderà una serie di azioni, alcune obbligatorie, altre volontarie.
Tra le attività vincolanti, per esempio, rientrano la partecipazione a corsi di formazione e di riqualificazione professionale, la convocazione a colloqui e incontri proposti dai servizi sociali, la distribuzione del curriculum presso enti per la ricerca di un lavoro, un piano di rientro per il pagamento di affitto e bollette.
Per azioni non obbligatorie, invece, si intende la partecipazione a iniziative di volontariato, attività della biblioteca di zona, progetti proposti dai centri di aggregazione, corsi di specializzazione per un nuovo lavoro.
Una volta firmato il documento, il beneficiario riceverà un acconto di 400 euro. Alla fine del percorso, dopo sei mesi, gli saranno versati gli altri 800 euro.
L’assegno non sarà erogato in caso di “reiterate inadempienze economiche” del disoccupato nei confronti del Comune: per esempio mancato pagamento dell’affitto e di tasse o multe oltre i 5mila euro o occupazione abusiva di case comunali.
Il bando è stato pubblicato nel 2014 ed era rivolto a tutti quei disoccupati, residenti da almeno un anno a Milano, che avevano un indice Isee inferiore a 6mila euro, un’età compresa tra i 18 e i 65 anni e non erano beneficiari ​di ​altri tipi di sussidi sociali​.
Sulla base delle domande è​ stata redatta una graduatoria di 3.747 persone idonee a ricevere il sussidio.
​Ma i​ fondi stanziati​ bastano solo​ per 2.041 persone​. D​al Comune fanno sapere che si stanno studiando soluzioni per fare rientrare anche gli altri, in un secondo momento. Intanto, chi è rimasto escluso dalla graduatoria può presentare una richiesta di revisione entro il 12 giugno.
Scaduto quel termine, saranno redatti gli elenchi definitivi e si conosceranno finalmente i destinatari del sussidio, che comunque per ottenere il sostegno economico dovranno firmare il Patto.
Di esperimenti simili ne esistono solo a livello locale.
L’esperienza pilota in questo senso è quella della Provincia di Trento, dove dal 2009 è attivo il cosiddetto reddito di garanzia. Si tratta di un sostegno economico per le famiglie più deboli e a rischio esclusione sociale, erogato​ sotto forma di​​ ​assegni mensili per una durata di quattro mesi, eventualmente rinnovabili, fino a 6.500 euro annui.
Ne possono beneficiare tutti i residenti in Trentino da almeno tre anni che si impegnino nella ricerca attiva di un lavoro e non siano accusati o condannati per reati gravi.
A livello nazionale, invece, le proposte di legge di Movimento 5 Stelle e Sel sul reddito minimo garantito sono ancora ferme in Parlamento: l’Italia, insieme alla Grecia, è l’unico Paese a non avere uno strumento del genere, nonostante le raccomandazioni di Bruxelles.
Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 30th, 2015 Riccardo Fucile
SU UN MILIONE DI POSIZIONI ANALIZZATE SOLO 567 DIPENDENTI HANO CHIESTO L’ANTICIPO…LA NORMA PENALIZZA I REDDITI SOPRA I 15.000 EURO
L’operazione Tfr in busta paga è partita decisamente in salita. 
La possibilità di chiedere l’anticipo del trattamento, ricevendolo “a rate” anzichè tutto in una volta al termine della vita lavorativa, è in vigore dal 3 aprile.
Ma finora, secondo la Fondazione consulenti del lavoro, è un vero e proprio flop: meno dello 0,1% dei lavoratori potenzialmente interessati, quelli del settore privato, ha presentato richiesta.
Su circa un milione di retribuzioni esaminate, solo 567 dipendenti hanno scelto di approfittarne.
Soprattutto perchè il prelievo fiscale sull’anticipo è a tassazione ordinaria, non quella separata e privilegiata in vigore per il Tfr.
Di conseguenza risulta conveniente solo per le fasce più basse di reddito.
Nella relazione tecnica della legge di Stabilità il governo aveva ipotizzato che, a regime, la norma potesse interessare circa il 40-50% dei lavoratori destinatari dell’operazione. A cui si potrà comunque aderire fino al 2018.
Proprio in questi giorni, si legge nel comunicato, “sono partite le elaborazioni degli stipendi di maggio 2015 da parte dei Consulenti del Lavoro su 7 milioni di dipendenti e oltre 1 milione di aziende. In questa prima fase sono stati analizzati i dati delle grandi aziende (che mediamente occupano più di 500 dipendenti) e nei prossimi giorni l’analisi si sposterà sulle micro imprese”.
Risultato: la liquidazione in busta paga del Tfr “riguarda solo 567 lavoratori, ossia circa lo 0,05%”.
Sulla base delle elaborazioni dei consulenti, i lavoratori che hanno fatto richiesta sono per il 75% residenti nel Centro Nord e per il 25% al Sud.
Per il 43% lavorano nel terziario e per circa il 27% nell’industria.
Il 25% ha redditi fino a 20mila euro, il 50% fino a 30mila euro mentre appena il 6,25% lo ha chiesto avendo redditi superiori a 40mila euro annui.
Solo il 10% di coloro che hanno chiesto l’anticipo ha tolto il Tfr da un fondo pensione.
Da un’intervista a un campione significativo di coloro che hanno deciso di non chiedere l’anticipo emerge che la decisione è stata dettata prevalentemente dalla penalizzazione fiscale (il 60% ha risposto che ha deciso di non chiederlo perchè la tassazione ordinaria è troppo penalizzante).
Il 16% considera sbagliato togliere il Tfr dal fondo pensione mentre il 20% non ha ancora valutato adeguatamente.
Secondo la presidente del Consiglio nazionale, Marina Calderone, “questo insuccesso è l’ennesima dimostrazione che la politica ha spesso la percezione delle esigenze del mondo del lavoro ma non è in stretto contatto con chi parla tutti i giorni con lavoratori e imprese. La bontà del provvedimento è apprezzabile, ma non la sua struttura tecnica poichè la tassazione applicata ne ha determinato l’insuccesso fino ad oggi”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 27th, 2015 Riccardo Fucile
LAVORA SOLO IL 52,7%, CRESCONO ANCHE I NET: SONO IL 26% DEGLI UNDER 30
La crisi mette in ginocchio l’occupazione giovanile che in Italia è crollata dal 64,33% del 2007 al 52,79% del 2013.
Tra i paesi dell’area Ocse solo la Grecia fa peggio: all’ombra del Partenone ha un lavoro solo il 48,49% dei giovani.
L’Italia non sta meglio neppure sul occupazione nella fascia d’età 30-54 dove il tasso è sceso dal 74,98% al 70,98%, al quartultima posto tra i Paesi Ocse.
Anche per questo l’organizzazione parigina nota come il nostro Paese abbia “uno specifico problema di disoccupazione giovanile, in aggiunta a uno più generale”, a causa di “condizioni sfavorevoli e debolezze nel mercato del lavoro, e nelle istituzione sociali ed educative”.
A preoccupare l’organizzazione internazionale, sono soprattutto i giovani italiani “Neet”, coloro che non sono occupati nè iscritti a scuola o in apprendistato, sono il 26,09% degli under 30, quarto dato più elevato tra i Paesi Ocse dietro Turchia, Spagna e Grecia: all’inizio della crisi, nel 2008, erano il 19,15%, quasi 7 punti percentuali in meno.
Nell’insieme dei Paesi Ocse, i giovani ‘Neet’ erano oltre 39 milioni a fine 2013, più del doppio rispetto a prima della crisi.
Tra i giovani ‘Neet’ italiani, il 40% ha abbandonato la scuola prima del diploma secondario superiore, il 49,87% si è fermato dopo il diploma e il 10,13% ha un titolo di studi universitario.
A peggiorare le cose contribuisce il fatto che in Italia, il 31,56% dei giovani svolge un “lavoro di routine”, che non richiede l’utilizzo di competenze specifiche, e il 15,13% ha un’occupazione che comporta uno scarso apprendimento legato al lavoro.
La ‘mancata corrispondenza’, o ‘mismatch’, tra posto di lavoro e competenze è un problema sempre più diffuso tra i giovani nei Paesi Ocse: in media, il 62% hanno un lavoro che non corrisponde alla loro formazione, con in particolare un 26% di sovraqualificati (il 14% dei quali lavora inoltre in un settore che non sarebbe il suo), e un 6% di persone con competenze superiori a quelle richieste.
Nel dettaglio delle competenze, l’Italia è il Paese Ocse con la maggior percentuale di giovani in età lavorativa (16-29 anni) e adulti (30-54) con scarse competenze di lettura, rispettivamente il 19,7% e il 26,36%.
L’Italia ha inoltre la percentuale più elevata di persone con scarse abilità in matematica tra gli adulti, il 29,76%, e la seconda tra i giovani in età lavorativa, il 25,91%, dietro agli Usa (29,01%).
In generale, riferisce la tabella Ocse per la misurazione dell’ “occupabilità ” dei giovani, il nostro Paese è al di sotto della media per le competenze dei giovani, i metodi di sviluppo di queste competenze negli studenti e la promozione del loro utilizzo sul posto di lavoro
D’altra parta, l’Italia è seconda tra i paesi Ocse per percentuale di giovani under 25 che hanno abbandonato la scuola prima di aver terminato le superiori, e non stanno seguendo un’altro tipo di educazione, il 17,75%, dietro la Spagna con il 23,21%. L’abbandono scolastico, rileva sempre l’Ocse, ha un impatto significativo rilevante sul livello di competenze: se si considera per esempio la matematica, la percentuale di persone con competenze insufficienti è del 58,5% tra chi non ha terminato le superiori, e scende al 27,7% per chi ha ottenuto un diploma.
(da “La Repubblica”)
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Maggio 26th, 2015 Riccardo Fucile
I POSTI IN PIU’ IN REALTA’ SONO SOLO 7.235
Ancora un’altra serie di numeri e dati utilizzati per dimostrare la bonta del Jobs Act.
Si tratta di numeri ufficiali, che derivano direttamente dalla fonte naturale, il ministero del Lavoro: “Le comunicazioni obbligatorie” relative al mese di aprile 2015 e che descrivono “le dinamiche dei contratti di lavoro”.
Sulle agenzie e i siti internet si è letta subito la cifra di 210 mila posti di lavoro in più. Guardando meglio si scopre che i posti in più sono 7.235.
Una guerra di numeri, di interpretazioni che ormai sta stancando.
La tesi ottimistica, infatti, mette a confronto le oltre 756 mila attivazioni di contratti registrate a luglio con le 546 mila cessazioni.
Il saldo attivo, dunque, è di 210 mila.
Ma nell’aprile 2014, segno di una regolarità di quest’andamento, il saldo tra attivazioni (717 mila) e cessazioni (514 mila) era stato di circa 200 mila unità .
Quindi non c’è molto di nuovo.
Il dato analiticamente più corretto per misurare l’effettiva capacità di creare nuovi posti di lavoro è quello relativo al saldo tra attivazione-cessazioni del 2015 in rapporto alle attivazioni-cessazioni del 2014.
Fatte le somme, viene fuori la cifra di 7.235 nuovi contratti.
Tanta fatica per niente, si potrebbe dire.
Quello che va effettivamente riconosciuto è altro: il saldo attivo relativo ai contratti a tempo indeterminato.
Rispetto all’anno precedente, ad aprile 2015 crescono di 48 mila unità .
Anzi, la crescita sarebbe ancora maggiore se consideriamo che nell’aprile 2014 il saldo tra cessazioni e attivazioni era favorevole alle prime di oltre 4 mila unità .
Allo stesso tempo, diminuiscono di circa 25 mila unità le attivazioni di contratti a tempo determinato.
Quindi la tendenza a stabilizzare i rapporti di lavoro esiste. Ma i nuovi contratti, quelli stipulati senza articolo 18, quindi con un licenziamento sempre in vista, quanto possono essere davvero considerati a tempo indeterminato?
E quanto pesa il fatto che per ogni nuova assunzione le imprese possono godere di un beneficio fiscale fino a 8000 euro l’anno?
Domande già fatte su dati già visti.
Meglio, allora, concentrarsi sull’andamento della disoccupazione e su quanti posti di lavoro, veri e nuovi, saranno creati d’ora in poi. Il resto sono cifre che contano poco.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 25th, 2015 Riccardo Fucile
IL MURO DEL PIANTO: AD APRILE STESSO NUMERO RISPETTO A UN ANNO FA
Nel mese di aprile di quest’anno è di circa 210 mila unità il saldo tra i nuovi contratti attivati e quelli cessati.
È quanto emerge dalla nota mensile sulle comunicazioni obbligatorie diffuso oggi dal ministero del Lavoro.
Dati che non mostrano sostanziali variazioni rispetto allo stesso saldo registrato nell’aprile dello scorso anno, quando la differenza si attestava intorno alle 203 mila unità , ma che evidenziano una nuova fiammata dei contratti a tempo indeterminato, spinta con ogni evidenza dagli incentivi a sostegno delle assunzioni stabili messi a disposizione dal governo.
Nel mese scorso il saldo tra contratti a tempo indeterminato attivati e cessati è stato di 48 mila, contro i 31 mila circa di marzo e un saldo persino negativo di 6000 unità nell’aprile del 2014.
A questi dati si aggiungono poi quelli sulle trasformazioni da tempo determinato a indeterminato, che vengono contabilizzate a parte, che si attestano appena sotto quota 39 mila, contro i 19.114 dello stesso periodo dell’anno prima.
Da un lato quindi il governo può festeggiare un sempre più frequente ricorso da parte dei datori di lavoro alla stipula di contratti a tempo indeterminati, oggi il 22,7% del totale contro il 15,7% di aprile 2014, dall’altro però nel primo mese in cui il Jobs Act è stato in vigore fin dall’inizio non si rilevano sostanziali scostamenti rispetto all’andamento registrato nell’anno precedente.
E’ evidente che un’azienda, potendo in ogni caso licenziare il nuovo assunto in ogni momento, preferisca usufruire dei contratti a tempo indeterminato con sgravi fiscali per ben tre anni, ma la sostanza non cambia.
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