Aprile 11th, 2015 Riccardo Fucile
POLETTI ESULTA PERCHE’ SU 250.156 GIOVANI CHE HA ILLUSO, 69.811 HANNO RICEVUTO LA PROPOSTA DI UNA MISURA DEL PROGRAMMA… MA PROPOSTE DI LAVORO REALE SONO COSA DIVERSA
“Prosegue l’aumento del numero dei giovani ai quali è stata offerta un’opportunità concreta tra
quelle previste dal programma Garanzia Giovani”.
È con queste parole che il ministro del Lavoro Giuliano Poletti accompagna via twitter i nuovi dati sul piano per l’occupazione giovanile finanziato dall’Unione europea e integrato da risorse nazionali, per complessivi 1,5 miliardi di euro.
“Su un totale di 250.156 giovani presi in carico — spiega una nota del ministero — sono 69.811 quelli cui è stata proposta una misura del programma: un valore in crescita, nell’ultimo mese, del 65,1%”.
Ma tale dato, secondo il segretario generale lombardo della Fiom-Cgil Mirco Rota, “non significa nulla. ‘Presi in carico’ vuole dire semplicemente giovani di cui si è registrata l’iscrizione. Mentre sono davvero pochi coloro che hanno beneficiato di una reale opportunità di lavoro, visto che tra le misure offerte ci sono anche formazione e orientamento”.
Da questo punto di vista, del resto, il flop è evidente anche nelle regioni dove la Garanzia Giovani sembra funzionare meglio, come la Lombardia.
Qui, secondo i dati diffusi a marzo dal Pirellone, solo l’1,2% dei 43mila iscritti è riuscito a firmare un contratto a tempo indeterminato.
“Lo strumento è troppo debole ed è di efficacia limitata contro la disoccupazione giovanile — commenta Rota -. I risultati ottenuti sono scarsi, soprattutto rispetto alle risorse impiegate”.
Risorse che a metà marzo hanno superato a livello nazionale i 950 milioni di euro, pari al 63% della disponibilità complessiva del programma.
Quello che si rischia è dunque uno spreco di denaro pubblico.
In Italia come negli altri paesi Ue, visto che anche la Corte dei conti europea, in un report del mese scorso intitolato ‘Garanzia Giovani: intrapresi i primi passi ma si profilano rischi di attuazione’, ha messo in guardia gli Stati membri dal pericolo di un’implementazione del piano “inefficace e incoerente”.
Secondo la responsabile della relazione Iliana Ivanova, restano infatti senza risposta interrogativi importanti: “Abbiamo ravvisato rischi potenziali nell’adeguatezza del finanziamento del sistema, nella natura ‘qualitativamente valida’ dell’offerta proposta ai giovani disoccupati e nella modalità con cui la Commissione monitora i risultati del sistema e li comunica”.
Tutte questioni su cui la nota odierna del ministero del Lavoro non si sofferma, mentre sottolinea l’aumento del numero dei giovani che si registrano al programma: “Al 2 aprile i giovani accreditati sono 501.779 (10mila in più della scorsa settimana), pari all’89,6% del bacino di riferimento rappresentato da 560mila Neet (giovani che non studiano, non lavorano e non sono in training, ndr) che potranno essere raggiunti dal programma sulla base delle risorse disponibili e della spesa massima assegnata a ciascuna misura ammissibile”.
Con i risultati che abbiamo visto.
Luigi Franco
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 11th, 2015 Riccardo Fucile
DOPO LE SPARATE DEL MINISTRO POLETTI, RIDIMENSIONATE DAL SUO MINISTERO E DALL’ISTAT, LA DOCCIA FREDDA INPS: “NEI PRIMI DUE MESI (RISPETTO AL 2014) IL SALDO ASSUNZIONI È ZERO”
Ben ultima venne l’Inps, con la perfidia dei numeri a decretare la fine dell’affaire Poletti. 
Il verdetto: quanti posti di lavoro ha prodotto finora il Jobs act?
Solo 13 in tutto il Paese, una variazione statistica dello 0 per cento.
Nelle stesse ore in cui a Palazzo Chigi si confezionava la nuova “operazione bonus”, l’Istituto guidato da Tito Boeri archiviava la campagna comunicativa con cui il ministro del Lavoro ha provato a magnificare gli effetti della riforma —nonostante pessimi dati sulla produzione e fatturato industriale — anticipando dati incompleti: “Nei primi due mesi dell’anno ci sono 79 mila nuovi contratti a tempo indeterminato rispetto al primo bimestre 2014”, annunciava Giuliano Poletti a fine marzo, anticipato di poco dal tweet di giubilo del premier Matteo Renzi: “L’Italia riparte”.
Un dato che riferiva solo le “attivazioni”, ma non le “cessazioni”.
Pochi giorni e il bluff è scoperto: pressato, il ministero ammette che considerate le seconde, le prime sono 45.703 (34 mila in meno).
Poi arriva l’Istat: a febbraio ci sono stati 44 mila occupati in meno (quasi tutte donne) e 23 mila disoccupati in più, con la disoccupazione che sale al 12,7 per cento (lo 0,2 in più rispetto a febbraio 2014, primo mese dell’era Renzi a Palazzo Chigi) e quella giovanile che arriva al 42,5 per cento.
Veniamo ai numeri di ieri: nel comunicato diffuso dall’Istituto di previdenza colpisce lo 0,0% cifrato sotto la colonna “variazione percentuale” del totale delle assunzioni tra gennaio- febbraio 2015 e lo stesso periodo dello scorso anno.
Nei primi due mesi dell’anno i contratti di lavoro attivati sono stati 968.883, rispetto ai 968.870 del bimestre 2014: la differenza fa, appunto, 13, meno di un rumore statistico.
Il balzo in avanti lo fanno invece i contratti a tempo indeterminato, quelli che beneficiano della generosa decontribuzione stanziata dal governo con la legge di Stabilità (fino a un massimo 8.060 euro l’anno, per tre anni): aumentano del 20,7 per cento, portando la quota di lavoro stabile dal 37,1 al 41,6 per cento.
Nello stesso tempo, però, diminuiscono i contratti a termine (-7 per cento) e di apprendistato (-11,3 per cento), e questo porta il saldo a zero.
Nel 2013, per dire, non solo vennero siglati più contratti, ma la quota di precari era più bassa. Significa che la qualità del lavoro — adeguatamente sussidiata — sta migliorando perchè molti contratti precari vengono chiusi e riconvertiti in stabili per poter usufruire della decontribuzione.
Qui però si inserisce un dato inquietante: le conversioni stanno comunque scendendo di numero, sono 10 mila meno di gennaio-febbraio 2014, e quasi 60 mila rispetto al 2013. Significa che gli incentivi del governo stanno tamponando una probabile emorragia di posti di lavoro.
“Per aumentare l’occupazione serve la crescita — spiega l’economista Pietro Garibaldi, padre insieme a Boeri del contratto unico a tutele crescenti (partito il 7 marzo) — senza la domanda interna e con l’economia piatta è davvero difficile che si muova qualcosa”.
Eppure sempre secondo l’Inps, nei primi due mesi c’è stato un boom di richieste per la decontribuzione: 76 mila aziende per un totale di 276 mila lavoratori.
Numeri che esaurirebbero in poco tempo le risorse stanziate dal governo.
Nelle legge di Stabilità ci sono infatti 1,9 miliardi nel 2015 (altri 5 fino al 2017) in tutto. Secondo Poletti, con questi soldi si può arrivare fino a un milione di nuovi posti di lavoro. Anche qui è stato però smentito: come ha spiegato la fondazione dei consulenti del lavoro per arrivare a quella cifra —anche ipotizzando una decontribuzione di 4.130 euro — servono 4,7 miliardi.
All’appello ne mancano quindi 2,8. “Mi pare che sia assolutamente evidente la propaganda che è stata fatta”, ha commentato gelida la leader della Cgil Susanna Camusso: “Mi pare che siano la conferma che si stanno spendendo molte risorse per tenere lo stesso livello di occupazione e, quindi, per un Paese che non ha risorse sia un errore”.
Critica anche la Uil: “L’occupazione non è aumentata, c’è stato solo un riciclaggio di posti di lavoro”, ha spiegato il segretario generale Carmelo Barbagallo: “Peraltro — ha continuato — parlare di contratti a tempo indeterminato potrebbe rivelarsi una forzatura. Quanti sono gli imprenditori che hanno assunto con questa forma solo per fruire dei vantaggi fiscali, pronti poi a licenziare?”.
Visti i dati, ieri nessuno dal governo nè dalla maggioranza ha deciso di commentare.
Silenzio totale.
Carlo Di Foggia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 10th, 2015 Riccardo Fucile
DATI INPS SMENTISCONO GOVERNO: + 12,3% CONTRATTI A TEMPO INDETERMINATO, – 7% QUELLI A TERMINE, – 11,3% QUELLI DI APPRENDISTATO… SALDO OCCUPAZIONE NULLO
In gennaio e febbraio aumentano i nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato (+20,7%),
aumenta la quota di lavoro stabile sul totale (dal 37,1% al 41,6%) ma nel complesso il numero di attivazioni dei contratti resta stabile rispetto al primo bimestre del 2014.
Stabili anche le retribuzioni nei nuovi contratti a tempo determinato.
Sono i dati principali che arrivano dalle rilevazioni dell’Inps.
Nei primi due mesi del 2015, i nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato stipulati in Italia, rilevati da Inps, sono stati 307.582, il 20,7% in più rispetto all’analogo bimestre del 2014.
Se si considerano anche le conversioni a tempo indeterminato di rapporti a termine e gli apprendisti “trasformati” in tempo indeterminato, sono 403.386 i nuovi rapporti di lavoro a tempo indeterminato stipulati nel primo bimestre dell’anno (in questo caso la variazione rispetto allo stesso periodo del 2014 è di +12,3%).
Pertanto la quota di nuovi rapporti di lavoro stabili è passata dal 37,1% del primo bimestre 2014, al 41,6% dei primi due mesi del 2015.
Resta però sotto il livello del 2013, quando il lavoro stabile era al 43,85% del totale.
Sul versante delle assunzioni a termine si registra un calo del 7% e anche per l’apprendistato, sempre nel primo bimestre dell’anno, si vede una flessione dell’11,3%. Nel complesso, infatti, il totale delle attivazioni di rapporti di lavoro (che escludono il pubblico impiego, i lavoratori domestici e gli operai agricoli) risulta fermo rispetto al primo bimestre del 2014: circa 968mila unità , solo 13 contratti in più.
Si può allora interpretare i dati ricordando l’impatto del provvedimento di decontribuzione (fino a 8000 euro circa) dei nuovi tempi indeterminati, scattato per le assunzioni da inizio anno.
Ma bisogna anche verificare che, sempre dai dati Inps, nel novembre-dicembre 2014 il totale dei tempi indeterminati rispetto allo stesso bimestre del 2013 era sceso dell’8,6%: si conferma dunque che le imprese hanno probabilmente atteso gli sgravi prima di assumere.
Per quanto riguarda le retribuzioni, dalle tabelle dell’Inps si indica in 1.845 euro la retribuzione media teorica lorda dei contratti a tempo indeterminato, che salgono a 1.866 euro se si includono anche i contratti a termine (pagati 1.914 euro) e gli apprendisti (che scendono a 1.376 euro).
Rispetto al gennaio-febbraio 2014 la variazione è di una crescita contenuta dell’1,4%.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 2nd, 2015 Riccardo Fucile
IL PRESUNTO BOOM DI ASSUNZIONI NON E’ MAI ESISTITO
Solo un pazzo o un campione di malafede può dare a Renzi la colpa dell’ennesimo aumento dei disoccupati, figlio di decenni di politiche demenziali, talvolta criminali, sia sul mercato del lavoro e delle pensioni, sia sulle destinazioni della spesa pubblica. Dalla legge Treu del 1997 alla legge 30 del 2003 (abusivamente attribuita a Marco Biagi ormai defunto) alla legge Fornero del 2012, ci è sempre stata spacciata l’equazione “più flessibilità uguale più posti di lavoro”.
Intanto i posti di lavoro scendevano perchè c’era sempre meno lavoro da dare a lavoratori sempre più flessibili, ma sempre più inutili: a causa dell’incapacità dei cosiddetti manager delle aziende italiane, delle gimkane burocratico-fiscali, e della crisi globale.
La colpa di Renzi — l’abbiamo scritto fin dall’inizio — è stata una sola: sbagliare completamente l’agenda delle priorità del suo governo, facendosela dettare dalla Confindustria (dai cui diktat copiò il Jobs Act), dalle solite bande d’affari (dai cui memorandum plagiò le controriforme del Senato, della legge elettorale e della giustizia) e dalla propaganda elettorale (i cosiddetti “80 euro”, che poi 80 non sono quasi per nessuno, costano 10 miliardi all’anno e non hanno smosso i consumi di uno zero virgola).
Poi ha creato attese messianiche, promettendo che le mirabolanti “riforme” (parola magica che ha ormai assunto una vita propria, autodimostrandosi e autoinverandosi a prescindere dal contenuto delle medesime) avrebbero “fatto ripartire l’Italia”, portandola “fuori dalla crisi”: investimenti, occupazione, crescita.
Come se un Senato tutto di nominati e una Camera per i 2/3 di nominati, più il taglio delle ferie ai magistrati e la libertà totale di licenziamento fossero in grado di aumentare, come per incanto, gli ordinativi alle aziende, e dunque le assunzioni. Nell’ultima settimana non c’era giorno nè giornale nè telegiornale senza almeno un titolo sul “boom dei contratti stabili fra gennaio e febbraio”, sui “79 mila nuovi posti fissi”, sull’Italia che “riscopre la fiducia”, manco fossimo nei primi anni 60, con commenti strombettanti di premier, ministri, sottosegretari e sottopancia sulla “svolta buona” e la “fine della crisi”. Magari.
Intendiamoci, il dato numerico anticipato dal ministro Poletti anticipando cifre ancora mai pubblicate, era parzialmente esatto: nei primi due mesi dell’anno le aziende, incentivate dai contributi statali — 8 mila euro per ciascun nuovo contratto a tempo indeterminato — hanno stabilizzato un po’ di precari e assunto un po’ di disoccupati prima che si esaurissero le riserve del bonus.
Già sapendo che il nuovo contratto a tempo indeterminato consente loro di arraffare gli 8 mila euro ad assunto e poi di licenziarlo fra un anno senz’articolo 18.
Quindi i nuovi contratti “stabili” sono spesso ancor più precari di quelli ufficialmente precari.
Ma soprattutto il dato di 79 mila contratti finto-stabili fra gennaio e febbraio (che poi si sono scoperti essere 45.703, in gran parte ex contratti precari stabilizzati, non nuovi posti di lavoro), mancava del suo naturale contraltare: quello dei lavoratori che, nello stesso bimestre, hanno perso il lavoro.
I giornaloni e i tg dell’ottimismo obbligatorio si erano scordati giusto questo piccolo dettaglio: per vedere se l’occupazione cresce o cala, devi contare sia chi il lavoro lo trova sia chi lo perde, e poi fare la somma.
Altrimenti è come stimare la popolazione annua contando solo i nati e scordandosi i morti.
L’altroieri l’Istat ha comunicato che a febbraio l’Italia ha registrato 44 mila occupati in meno (perlopiù donne) e 23 mila disoccupati in più (+0,7%) rispetto a gennaio. Così il tasso di disoccupazione sale al 12,7% (+0,2, con un +2,1 di disoccupati) rispetto a un anno fa, quando nacque il governo Renzi.
Da allora, mentre il premier e i trombettieri annunciavano continuamente centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro, e i Farinetti e i Velardi andavano in tv a vantare falangi di neoassunti grazie alle “riforme”, l’Italia ne perdeva altri 67 mila: quasi 6 mila al mese e 200 al giorno.
Non è tutta colpa del Jobs Act, che è appena entrato in vigore.
Ma è stato il governo, cioè Renzi visto che parla solo lui, a spacciare le nuove assunzioni come un effetto prodigioso della sua legge: ora che arriva il saldo finale negativo, spetterebbe a lui ammettere che è anche colpa del Jobs Act.
Lo farà ? C’è da dubitarne, anche perchè — a parte Il Fatto, Il Sole 24 Ore e La Stampa — ci vuole il microscopio elettronico per trovare la smentita alle cifre sballate di una settimana fa sulle prime pagine dei giornali “indipendenti”.
Il Foglio le maschera sotto un titolo esilarante: “Calma col disfattismo, ma un Pil così floscio non crea occupazione”: fino all’altro giorno magnificava gli effetti balsamici del Jobs Act, e ora che si scopre che è tutto falso, la colpa è del Pil e dei “malintesi governo-Istat”.
Ma sì, dev’esserci stato un piccolo quiproquo.
La Stampa, dopo aver sottolineato imprecisati “segnali incoraggianti e convergenti”, assicura che “bisogna attendere il boom dei contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti partito il 7 marzo”.
Cioè: prima annuncia un boom che non c’è, poi quando viene smentita annuncia che il boom ci sarà . Repubblica riesce a vedere nella catastrofe “una lieve tendenza positiva”.
Sul Messaggero, in prima pagina, nemmeno una riga: però ci sono “Mattarella e Napolitano per i 90 anni della Treccani”, perbacco.
Sul Mattino invece c’è un trafiletto in fondo a sinistra sulla “battuta d’arresto”, ma con ampio spazio al ministro Poletti che, da fine umorista, regala la supercazzola prematurata: “I dati non contraddicono i segnali positivi, in coda alla crisi le situazioni tendono a non essere stabilizzate con una flessione che dopo una fase positiva era immaginabile”.
Lui se l’aspettava, era tutto calcolato.
Come fosse antani. Con fuochi fatui.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 1st, 2015 Riccardo Fucile
LE IMPRESE PREFERISCONO LAVORATORI GIA’ ESPERTI E MOLTI RAGAZZI SVELGONO LA PARTITA IVA
I messaggi sono contrastanti, da elettrocardiogramma impazzito.
Oggi i punti fermi Istat sono: il 12,7% di disoccupazione generale, il 42,6% di disoccupazione giovanile.
Dovremo rassegnarci: leggere ogni mese i dati ci rende prigionieri delle montagne russe, costringendoci a emozioni e colpi di scena a ritmo serrato.
Solo lunedì il governo celebrava 79mila assunzioni a gennaio e febbraio 2015, ma ieri l’Istat ha precisato che sono dati non confrontabili perchè «sono di diversa natura e non necessariamente significano nuovi occupati; possono anche essere transizioni dal tempo determinato e altri tipi di contratti».
La lotteria dei numeri crea sconcerto e offusca le tendenze.
A febbraio sono calati di 44 mila unità gli occupati, quasi tutte donne, rispetto a gennaio, ma a preoccupare è la disoccupazione giovanile salita di 1,3 punti su gennaio, proprio nel bimestre in cui trionfano gli incentivi della legge di Stabilità (sconto di 8060 euro l’anno per assunto, 24 mila euro nel triennio).
Evidentemente il doping da solo non basta, dobbiamo attendere il boom dei contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti partito il 7 marzo.
La spia delle difficoltà
È la questione giovanile la spia e la metafora delle difficoltà , anche perchè il mitico e miracoloso contratto per neo-assunti non è detto che darà lavoro soprattutto ai più giovani. Intanto a febbraio i giovani occupati sono sempre pochi (868 mila tra 15-24 anni), 40 mila in meno rispetto all’anno precedente e 34 mila in meno su gennaio.
Il tasso di disoccupazione è al 43%, mentre l’occupazione scende al 14,6% (solo un giovane su sette lavora).
E nel contempo salgono gli inattivi a 4,4 milioni, aumentando di 35 mila unità in un anno e di 20 mila in un mese (dentro ci sono 2 milioni di Neet).
Ma le fotografie non servono, ci vuole la macchina da presa che colga il movimento e la nascita di un nuovo dualismo tra tutelati e non.
Ora le attese sono sul contratto a tutele crescenti e senza l’articolo 18, che metterà il turbo anche grazie agli sconti contributivi.
Un anno fa aveva fatto terra bruciata il contratto a tempo determinato, reso più facile e passepartout di tutte le assunzioni: tre anni di flessibilità senza causale.
Non a caso il contratto a termine ha cannibalizzato gli altri contratti (sette su dieci). Ora il nuovo contratto lo sostituirà ? Diventerà la formula regina?
Forse, ma i giovani potrebbero venire emarginati. L’ipotesi viene ventilata dal mondo delle imprese che, cercando di trarre il massimo vantaggio dalle novità , faranno sì assunzioni con il nuovo contratto superscontato, ma sceglieranno bene le persone da assumere con grande selettività .
Problema di competitività
Il problema delle aziende è oggi la concorrenza e la competitività : otterranno più produttività facendo rientrare in parte i cassintegrati e assumendo risorse esterne più esperte che giovani, più competenti che da formare.
La fretta giocherà il resto, nella rincorsa al massimo di produttività .
La selezione segmenterà e riposizionerà il mercato: a farne le spese potrebbero essere i giovani, per i quali si profila un futuro di precarietà , viste le troppe formule che non sono state disboscate.
Si ripropone così, nonostante il nuovo contratto, quel dualismo del mercato del lavoro che è fonte di ambiguità .
Le evidenze sono la spinosa stabilizzazione dei cocopro, ma anche la ripresa dei contratti in somministrazione (ex interinali, crescono al 9% e registrano 300mila occupati al mese, in gran parte giovani), la stabilità dell’apprendistato (fortemente incentivato), l’aumento di stage e tirocini (spesso fuorilegge), job on call e voucher. Ma anche l’aumento delle partite Iva giovanili dovuta a ragioni fiscali (regime dei minimi), che fa sì che a oggi 700mila under 35enni abbiano scelto la via dell’auto-impresa.
Tra le strategie giovanili alternative c’è così il passaggio dal lavoro dipendente al lavoro autonomo.
Insieme al trasferimento all’estero (l’anno scorso ha coinvolto 100mila italiani di cui la metà sotto i 40 anni): scelta più matura e consapevole, sempre meno fuga da emarginati.
Mentre grida vendetta il flop della Garanzia giovani (1,5 miliardi di finanziamento), icona d’impotenza e dagherrotipo dell’immobilismo dell’Italia che fu.
Walter Passerini
(da “La Stampa”)
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Aprile 1st, 2015 Riccardo Fucile
L’ISTAT GELA L’OTTIMISMO DEL GOVERNO: A GENNAIO -44 MILA OCCUPATI E +23 MILA LICENZIATI
È la nemesi dei numeri. Cavalcare dati singoli e incompleti sul lavoro si sta rivelando un gioco al massacro per il governo, costretto in poche ore a una pesante retromarcia, aggravata di nuovo dall’Istat
Andiamo con ordine. Ieri l’Istituto di statistica ha diffuso i dati mensili sull’occupazione: nel solo mese di febbraio si registrano 44 mila occupati in meno (quasi tutte donne) e 23 mila disoccupati in più (+0,7 per cento), con il tasso di disoccupazione che sale al 12,7 per cento, tornando ai liveli del dicembre scorso.
Rispetto a febbraio 2014 — primo mese dell’era di Matteo Renzi a Palazzo Chigi — l’occupazione è cresciuta dello 0,4 per cento (+93 mila), mentre la disoccupazione ha fatto un forte balzo in avanti del 2,1 per cento: significa 67 mila posti di lavoro persi.
Solo poche ore prima, il Sole 24 Ore riportava anche la retromarcia del ministro del Lavoro Giuliano Poletti: dopo aver sbandierato pochi giorni fa i “79 mila contratti stabili in più siglati tra gennaio e febbraio”, Poletti si è deciso a comunicare al quotidiano della Confindustria anche quelli “cessati”, ridimensionando così il loro numero a 45.703, buona parte dei quali, come si temeva, sono stabilizzazioni di contratti precari e non nuovi posti di lavoro.
È la certificazione di una corsa ad accaparrarsi l’incentivi stanziati dal governo con la legge di Stabilità : la decontribuzione fino a un massimo di 8.060 euro, che ha provocato una valanga di richieste all’Inps e potrebbe portare nel giro di pochi mesi a esaurire le risorse stanziate (1,9 miliardi di euro nel 2015).
Un doppio colpo pesante, che raffredda non poco gli entusiasmi del governo che nelle ultime settimane ha provato a magnificare gli effetti del jobs act limitandosi sempre al bicchiere mezzo pieno e diffondendo dati positivi per mascherare quelli negativi.
Venerdì scorso, per dire, Poletti aveva comunicato le anticipazioni sui contratti siglati (“nei primi due mesi del 2015 si registrano 155 mila contratti in più rispetto al 2014”) per coprire il tonfo del fatturato dell’industria registrato a gennaio (-1,6 per cento rispetto a dicembre).
Sarà un caso, ma da ieri l’Istat ha deciso di comunicare anche la media mensile rispetto ai tre mesi precedenti “per offrire ai lettori andamenti che risentono meno della variabilità che si osserva a breve termine”.
Tradotto: cerchiamo di fare un po’ di chiarezza vista la confusione regnante. Risultato? “Nel trimestre, l’occupazione è rimasta sostanzialmente stabile”, cioè non è cresciuta, a dispetto gli annunci.
Se non è una risposta al governo, poco ci manca. Tanto più che pochi minuti dopo, l’Istituto di statistica ha diramato alle agenzie una curiosa precisazione, quasi a compensare lo sgarbo: “A calare è solo l’occupazione femminile”. Che peraltro langue da oltre due anni.
Al di là dell’Istat, però, sono proprio i numeri resi noti ieri da Poletti a fare chiarezza.
Dai dati, infatti, emerge che l’aumento dei contratti a tempo indeterminato di gennaio e febbraio è dovuto essenzialmente alle stabilizzazioni di rapporti di lavoro già in essere, e a un “effetto rimbalzo”, visto che negli ultimi tre mesi del 2014 le attivazioni avevano subito un brusco calo (passando da circa 117 mila a poco più di 88 mila).
In pratica, le aziende hanno aspettato il nuovo anno per assumere, proprio per accaparrarsi i generosi incentivi previsti a partire da gennaio. Non solo.
Nei primi due mesi del 2015 insieme alle “attivazioni”, sono cresciute anche le “cessazioni” di contratti stabili: dai 243 mila licenziamenti del 2014, ai 257 mila di gennaio-febbraio di quest’anno.
Era già successo nel dicembre scorso, quando Poletti venne smentito a stretto giro dal suo dicastero: aveva anticipato i dati delle comunicazioni obbligatorie del terzo trimestre 2014, da cui si evinceva “un incremento di 400 mila unità ”, guardandosi bene dallo specificare che quelli “cancellati” erano però 483 mila. Ieri, seppure in misura minore, è avvenuta la stessa cosa.
Il ministero, poi, non ha voluto diffondere anche i dati di marzo 2014.
Non è un dettaglio da poco: stando ai numeri, in quel mese le attivazioni “stabili” dovrebbero essere state almeno 200 mila, e questo ridimensiona non poco le uscite di Poletti.
Se venisse considerato l’intero trimestre, infatti, probabilmente i “79 mila contratti a tempo indeterminato in più rispetto al 2014” rivendicati dal ministro del Lavoro sarebbero molti meno. Tanto più che l’altra faccia della medaglia è rappresentata dall’aumento dei contratti precari (circa 54 mila unità ), dal calo di quelli di apprendistato (da 34 mila del 2014 ai 33 mila di gennaio-febbraio 2015, mentre quelli “cancellati” sono più di tremila), su cui il governo aveva puntato molto: dovevano essere il cuore della “Garanzia giovani” (il cui flop è ormai conclamato) e invece vengono divorati dalla corsa agli incentivi.
Ieri, Poletti ha spiegato che questi numeri “non smentiscono il consolidamento della ripresa”. Secondo la leader della Cgil Susanna Camusso invece, “in queste settimane abbiamo assistito a una nauseante propaganda su dati parziali e inconsistenti, ma il lavoro non c’è”.
Con fatturato e produzione industriale fermi, non potrebbe essere altrimenti.
Carlo Di Foggia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 31st, 2015 Riccardo Fucile
JOBS ACT, “SOLO UN EFFETTO RIMBALZO”: IL SOLE24ORE SMENTISCE RENZI SULLA RIPRESA DELL’OCCUPAZIONE… E POI L’ISTAT GLI DA’ LA MAZZATA FINALE
“Le statistiche vengono spesso usate come gli ubriachi si servono dei lampioni. Non per illuminare,
ma per stare in piedi”.
La massima attribuita a George Bernard Shaw restituisce al meglio la furbizia con cui il governo si è mosso negli ultimi giorni sventolando i dati parziali sulle nuove assunzioni comunicati dal Ministero del Lavoro, salvo poi essere smentito dagli stessi dati — questa volta completi — di cui ha dato conto questa mattina
Il Sole 24 ore. “Contratti, solo un effetto rimbalzo”, ha titolato questa mattina il quotidiano di Confindustria, ridimensionando parecchio gli entusiasmi diffusi da Palazzo Chigi negli ultimi giorni.
Una brutta giornata, quella di Palazzo Chigi.
Prima la doccia gelata del giornale delle imprese, che in poche mosse ha smontato la propaganda governativa che la scorsa settimana aveva sbandierato con entusiasmo i 79mila contratti a tempo indeterminato registrati dal Ministero del Lavoro per i primi due mesi dell’anno.
Accanto ai nuovi contratti — ha spiegato oggi il Sole – sono aumentati anche le cessazioni e in particolare quelle relative ai contratti a tempo determinato. Inoltre, guardando i dati relativi alla fine del 2014, si è registrata una netta flessione delle attivazioni dei nuovi contratti. Tradotto dalle parole ai fatti: i nuovi contratti sventolati dal governo ci sono, ed è una buona notizia, ma si tratta da un lato di trasformazioni di contratti a tempo determinato convertiti in stabili dovuti ai sostanziosi sgravi fiscali varati dal governo, dall’altro dal rallentamento registrato alla fine dell’anno nelle attivazioni.
Sull’onda dell’approvazione del Jobs Act e degli sgravi contributivi introdotti nella legge di stabilità , molte imprese hanno cioè deciso di rinviare le assunzioni programmate alla fine dell’anno, posticipandole all’inizio del nuovo anno.
Di prima mattina sono arrivate anche le cattive notizie recapitate dall’Istat: -44mila occupati rispetto al mese precedente e il tasso di disoccupazione di nuovo in risalita al 12,7% dal 12,6% del mese precedente.
L’efficientissima macchina della comunicazione renziana, si è affrettata a non soffermarsi sulla variazione mese su mese.
Lo stesso portavoce del governo Filippo Sensi è sceso in campo su Twitter, mostrando come guardando le serie storiche, cioè le sequenze in valore assoluto dei nuovi occupati, segnino un incremento dei nuovi occupati.
Ma il dato che dovrebbe preoccupare il governo è un altro.
Non i dati Istat, usati molto spesso in questi mesi in modo un po’ strumentale ad ogni timido sussulto positivo ma caratterizzati da una forte volatiiltà , quanto la “fetta mancante” dei numeri comunicati la scorsa settimana da Palazzo Chigi in modo un po’ irrituale, visto che normalmente gli stessi numeri vengono forniti trimestralmente, e che invece Il Sole 24 Ore ha pubblicato stamane.
Sono quei dati, completi, ad avere disvelato il passo falso della propaganda governativa.
E a poco è servita, nel pomeriggio, la nota mensile dell’Istat che con un tempismo perfetto ha comunicato che “nei primi mesi del 2015 si rafforzano i primi segnali positivi per l’economia italiana, all’interno di un quadro ancora eterogeneo” -frase a tempo di record rilanciata su Twitter da Sensi —sottolineando però anche che Il mercato del lavoro italiano “presenta ancora segnali contrastanti, pur in presenza di un aumento delle ore lavorate nel quarto trimestre 2014″.
Palazzo Chigi per il momento incassa e anzi fa sapere di attendersi ancora altri segnali altalenanti.
E anche il ministro del Lavoro Poletti, che ieri aveva rilanciato l’orizzonte del “milione” di contratti a tempo indeterminato, ha messo le mani avanti spiegando che “in coda ad una crisi le cose tendono a non essere stabilizzate ed è immaginabile che ad una fase positiva possa seguire una flessione”.
Infondati quindi gli entusiasmi degli ultimi giorni? È presto per dirlo.
Il test decisivo arriverà con i dati diffusi a partire da marzo, quando cioè le nuove norme sui licenziamenti saranno in vigore.
Solo a quel punto, e possibilmente considerando un orizzonte più lungo dei semplici dati mensili, si saprà se il doping messo a punto dal governo per far ripartire l’occupazione avrà prodotto effetti reali o se “la volta buona”, per l’occupazione, dovrà attendere ancora.
(da “Huffigntonpost”)
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Marzo 31st, 2015 Riccardo Fucile
IL TASSO A FEBBRAIO RISALE AL 12,7% E PER I GIOVANI AL 42,6%
Renzi e Poletti hanno cantato vittoria troppo presto. Febbraio riconsegna il Paese alla cruda realtà di una crisi durissima da superare.
Dopo un dicembre e un gennaio positivi, si interrompe il calo della disoccupazione e la curva riprende a salire. Aumenta anche il tasso di disoccupazione fra i giovani. In calo gli occupati.
Dopo la crescita del mese di dicembre e la sostanziale stabilità di gennaio, l’Istat rileva che a febbraio 2015 gli occupati diminuiscono dello 0,2% (-44 mila).
Il tasso di occupazione, pari al 55,7%, cala nell’ultimo mese di 0,1 punti percentuali. A febbraio 2015 il numero di occupati rimane sostanzialmente stabile rispetto a gennaio per la componente maschile mentre diminuisce per quella femminile (-0,4%). Lo stesso andamento si osserva per i tassi di occupazione: il tasso di occupazione maschile, pari al 64,7%, rimane stabile mentre quello femminile, pari al 46,8%, diminuisce di 0,2 punti percentuali.
I disoccupati aumentano su base mensile dello 0,7% (+23 mila).
Dopo il forte calo registrato a dicembre, seguito da un’ulteriore diminuzione a gennaio, a febbraio il tasso di disoccupazione sale di 0,1 punti percentuali, tornando al 12,7%, lo stesso livello di dicembre e di 0,2 punti più elevato rispetto a febbraio 2014. Nei dodici mesi il numero di disoccupati è cresciuto del 2,1% (+67 mila).
L’aumento della disoccupazione osservato nell’ultimo mese è determinato dal maggior numero di donne in cerca di occupazione (+2,1%) mentre per gli uomini si registra un calo di minore entità (-0,5%).
Il tasso di disoccupazione rimane stabile all’11,7% per gli uomini mentre per le donne sale al 14,1% (+0,3 punti percentuali).
Tra i giovani, a febbraio 2015 gli occupati segnalano un calo rispetto a gennaio, a fronte di un aumento della disoccupazione e dell’inattività .
Gli occupati 15-24enni diminuiscono del 3,8% rispetto al mese precedente (-34 mila). Il tasso di occupazione giovanile, cala di 0,6 punti percentuali, portandosi al 14,6%. Il numero di giovani disoccupati, aumenta dell’1,7% su base mensile (+11 mila). L’incidenza dei giovani disoccupati tra 15 e 24 anni sul totale dei giovani della stessa classe di età è pari al 10,8% (cioè poco più di un giovane su 10 è disoccupato).
Tale incidenza cresce nell’ultimo mese di 0,2 punti percentuali. Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, cioè la quota di giovani disoccupati sul totale di quelli attivi (occupati e disoccupati) è pari al 42,6%, in crescita di 1,3 punti percentuali rispetto al mese precedente.
Dal calcolo del tasso di disoccupazione sono esclusi i giovani inattivi, cioè coloro che non sono occupati e non cercano lavoro, nella maggior parte dei casi perchè impegnati negli studi. Il numero di giovani inattivi è in aumento dello 0,5% nel confronto mensile (+20 mila).
Il tasso di inattività dei giovani tra 15 e 24 anni cresce di 0,4 punti percentuali, arrivando al 74,6%.
Il numero di individui inattivi tra i 15 e i 64 anni mostra un lieve incremento nell’ultimo mese (+0,1%), rimanendo su valori prossimi a quelli dei due mesi precedenti.
Il tasso di inattività si mantiene stabile al 36,0%, contro il 36,4% di febbraio 2014. Su base annua gli inattivi diminuiscono dell’1,4% (-204 mila).
I dati Istat arrivano nel giorno in cui cala la disoccupazione in Germania.
A marzo il tasso di disoccupazione è sceso al 6,4% rispetto al 6,5% della passata rilevazione e delle attese del mercato.
Il numero dei senza lavoro è diminuito di 15 mila unità . Sono invece 42,5 milioni gli occupati.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 29th, 2015 Riccardo Fucile
“SIAMO STANCHI DI SPOT E SLIDE, RENZI È PEGGIO DI BERLUSCONI”
Maurizio Landini ha portato a Roma molta più gente di quanta ne abbia portata Matteo Salvini
riempendo Piazza del Popolo come non capitava da anni.
Lo ha fatto con una organizzazione, la Fiom, che si conferma zoccolo duro del sindacalismo italiano e in cui si preservano le tradizioni di sinistra.
Prova ne è la colonna sonora della manifestazione fatta di Bella ciao, l’Internazionale e addirittura Contessa.
A tanta Fiom non ha corrisposto un’adeguata presenza di soggetti e movimenti che dovrebbero comporre la “coalizione sociale” proposta da Landini.
Hanno parlato gli agricoltori del Tavolo verde, i precari della scuola, gli studenti, i movimenti per la casa, è stato letto un intervento di Gustavo Zagrebelsky, solo un disguido ha impedito di ascoltare la voce di Gino Strada dalla Sierra Leone.
Ma la giornata è stata della Fiom: “Lo avevamo detto che non ci saremmo fermati” dice Landini “ecco perchè siamo qui, la coalizione è ancora una proposta e va tutta costruita”.
A descrivere il progetto, però, quasi didascalicamente, ci hanno pensato i due interventi centrali del pomeriggio.
Quello di Stefano Rodotà , una lezione di politologia che, oltre a lanciare più di una battuta contro Renzi, accusato di avere “il complesso di inferiorità ” rispetto ai “professoroni”, ha spiegato come sia oggi necessario realizzare una “massa critica sociale” capace di trasformarsi in “massa critica politica”.
E che sia capace di irrompere anche nelle istituzioni come dimostra il progetto di legge popolare sul reddito minimo, presentato in piazza da Giuseppe De Marzo di Libera, che ieri ha avuto anche un sostegno dal M5S.
Un’alleanza che, se dovesse crescere, potrebbe creare un fatto politico nuovo.
Ancora più chiaro è stato poi Landini, nel corso del lungo e molto applaudito intervento. “Si tratta di tornare alle radici del movimento operaio” ha ricordato, riferendosi “all’800, quando nascevano le Unions” (titolo della manifestazione di ieri, ndr.), gli operai inglesi in sciopero.
“Si tratta di ripristinare il diritto alla coalizione impedendo la competizione tra gli stessi lavoratori”.
Landini prende a prestito i padri nobili del sindacato, Giuseppe Di Vittorio e il suo “Statuto dei diritti dei cittadini lavoratori”, ma anche Bruno Trentin che pensava “a nuove forme sindacali” (con la vedova, Marcelle Padovani, che però non apprezza).
“Coalizzarsi significa allargare la rappresentanza sociale del sindacato e riformarlo democraticamente” ha spiegato, chiarendo che il cuore della proposta è costituito dalla sfida interna alla Cgil.
Nei prossimi giorni la Fiom designerà due coordinatori per il progetto “coalizione” che dovrebbero essere due giovani dirigenti: Michele De Palma, responsabile Auto e già coordinatore dei Giovani comunisti del Prc e Valentina Orazzini, che si occupa di rapporti europei e molto apprezzata all’interno del sindacato.
Anche le Fiom territoriali dovrebbero organizzarsi per designare dei responsabili e costruire, così concretamente, la nuova rete.
Il collante di tutto, sia pure in negativo, è Matteo Renzi.
Contro di lui si è espressa la piazza — “Abbiamo un sogno nel cuore, Renzi a San Vittore” — si è esercitato Rodotà intervenuto seduto su una sedia: “Renzi dice che i professori sono pigri, io lo sono così tanto da essere venuto con le stampelle”.
Soprattutto, si è dilungato Landini : “Noi abbiamo più consenso di lui”, ha dichiarato a inizio manifestazione per poi bersagliarlo: “Siamo stanchi di spot e slide”, “ha una logica padronale”, “è peggio di Berlusconi”, “la coalizione sociale l’ha fatta con la Bce e la Confindustria”, “in Europa si limita a regalare cravatte a Tsipras”.
Ha poi ricordato il Renzi “gasatissimo” in visita da Marchionne opponendogli lo stile del centenario Pietro Ingrao che, quando fu eletto presidente della Camera, come primo atto si recò alle acciaierie di Terni per dire ai lavoratori che i “costituenti” erano loro.
Discorso da futuro segretario della Cgil, impostato su temi sindacali (salari, occupazione, orari, contratto) e generali (pensione, scuola, fisco).
Lo dimostra anche il gelo con la segreteria nazionale presente con Susanna Camusso, Serena Sorrentino e Franco Martini.
Anche altri dirigenti, come la segretaria dello Spi, Carla Cantone, quello della scuola, Domenico Pantaleo, e del Nidil, Claudio Treves, sono stati in piazza.
Ma la Cgil si è vista poco, se non in forma simbolica. Susanna Camusso è salita sul palco restandone sempre ai bordi e facendo solo una laconica dichiarazione ai giornalisti.
Distanza anche con la politica. Sia con le rappresentanze di Sel e Prc (presenti con Nichi Vendola e Paolo Ferrero) sia con Stefano Fassina e Pippo Civati del Pd.
Unica eccezione, quando Landini ha parlato di appalti e corruzione, la richiesta di un applauso della piazza per Rosi Bindi in quanto presidente della commissione Antimafia.
Le conclusioni sono state dedicate a Giovanni XXIII (“ma non ho la fede”) e a Pablo Neruda: “Prendi il meglio della tua vita e consegnalo alla lotta”.
Tripudio della folla.
Salvatore Cannavò
(da “il Fatto Quotidiano”)
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