Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile
I 79.000 CONTRATTI HANNO USUFRUITO DEGLI SGRAVI CONTRIBUTIVI E LE AZIENDE HANNO RITENUTO DI APPROFITTARNE…IL JOBS ACT E’ ENTRATO IN VIGORE A MARZO
“Nei primi due mesi del 2015 sono stati attivati 79 mila contratti a tempo indeterminato, il 38,4% in
più rispetto ai primi due mesi del 2014″. Lo ha detto il ministro del lavoro Giuliano Poletti.
L’annuncio era stato anticipato dal premier Matteo Renzi che aveva parlato di un aumento “a doppia cifra” rispetto all’anno precedente: “E’ il segnale che l’Italia riparte”.
A spingere il dato in realtà è stata la decontribuzione Inps introdotta dalla Legge di Stabilità 2015.
Solo a partire dal 7 marzo le aziende potranno assumere anche con le regole del Jobs Act.
Poletti che ha sottolineato anche che nel solo mese di gennaio il balzo dei contratti a tempo indeterminato è stato del 32,5% su base annua e per i giovani tra i 15 e i 29 anni la variazione tendenziale è stata pari a 43,1%.
A febbraio scorso, l’aumento percentuale è stato del 38,4% e per i giovani è arrivato al 41,4%.
Già il presidente dell’Inps, Tito Boeri, aveva spiegato il nuovo impulso del mercato del lavoro. “I primi dati che abbiamo” sulle assunzioni a tempo indeterminato con la decontribuzione, previste dalla legge di Stabilità , “sono incoraggianti: nei primi 20 giorni, ossia dall’1 al 20 febbraio, 76mila imprese hanno fatto richiesta”.
Non tutti, però , sono pronti a stappare lo champagne.
Secondo uno studio di Manpower, l’agenzia di selezione del personale, le prospettive di assunzioni delle aziende non cambiano molto.
Nei prossimi tre mesi ci saranno solo timidi segnali di ripresa del mercato del lavoro.
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Marzo 26th, 2015 Riccardo Fucile
CAMERIERI, BAGNINI, CUOCHI E ANIMATORI DI VILLAGGI TURISTICI SENZA REDDITO PER TRE MESI L’ANNO
Lavoratori stagionali contro il Jobs Act. O meglio, contro la formulazione della Naspi, la nuova indennità di disoccupazione, accusata di lasciarli per tre mesi all’anno senza reddito.
Un esercito di 300mila persone, fatto di camerieri, bagnini, cuochi e animatori di villaggi turistici vedrà dimezzarsi una tutela su cui, finora, aveva potuto fare affidamento.
La svolta scatterà l’1 maggio, quando la nuova assicurazione sociale per l’impiego sostituirà le indennità oggi in vigore, cioè Aspi e mini Aspi.
Per avere accesso a questo sussidio, il disoccupato deve avere lavorato per almeno 13 settimane nei quattro anni e 30 giorni nei 12 mesi che hanno preceduto la perdita del posto.
Il problema sta nella durata dell’assegno, che sarà erogato per la metà delle settimane lavorate negli ultimi anni.
E soprattutto in un passaggio del relativo decreto attuativo del Jobs Act: “Ai fini del calcolo della durata non sono computati i periodi contributivi che hanno già dato luogo ad erogazione delle prestazioni di disoccupazione”.
In parole povere, ogni volta che si perde il lavoro il calcolo ricomincia da zero.
E annulla le esperienze lavorative negli anni precedenti.
Questa postilla causerà non pochi problemi ai lavoratori stagionali. Che per definizione “fanno la stagione“, cioè lavorano per sei mesi all’anno e possono poi contare sull’attuale Aspi che garantisce loro un’indennità per i restanti sei mesi.
Dall’1 maggio, con l’avvento della Naspi, questo meccanismo salterà : potranno ricevere l’assegno solo per la metà delle settimane lavorate, quindi tre mesi, restando per altri tre mesi senza sussidio.
Così i lavoratori hanno lanciato l’allarme, passando all’attacco attraverso i social network.
Su Facebook è stato creato il gruppo “Lavoratori stagionali”, che conta quasi 5mila iscritti, mentre su Twitter è partito l’hashtag #naspistagionali.
Infine, sul sito di petizioni change.org è stato lanciato un appello al presidente dell’Inps Tito Boeri affinchè intervenga per correggere il tiro.
I promotori spiegano che “si attendono chiarimenti dalle prossime circolari dell’Inps, che dovranno specificare in che modo il comma 2 dell’articolo 5 (del decreto attuativo del Jobs Act, ndr) debba essere interpretato”.
L’istituto di previdenza ha risposto ai lavoratori stagionali dal proprio profilo Twitter. “Al momento non abbiamo informazioni specifiche, ma non appena ne avremo le condivideremo con voi. In ogni caso per tutte le disposizioni dovete attendere la pubblicazione delle circolari operative dell’istituto”.
Nel giro di tre settimane, intanto, la petizione ha raggiunto 4mila sostenitori.
Al di sotto del testo dell’appello, poi, sono gli stessi lavoratori coinvolti a esprimere la propria preoccupazione.
“Chi fa un lavoro ‘solo’ stagionale non lo fa per pigrizia, passando il resto dell’anno dandosi alla pazza gioia, ma perchè non ha alternative — sostiene un utente — Siamo la flessibilità in persona, pronti a lavorare weekend e festività a chiamata, part time… e pure con i famigerati voucher. Perchè veniamo puniti?”.
“Si legifera, in materia di lavoro, senza conoscere il lavoro — è l’accusa di Cristian Sesena, segretario nazionale del sindacato Filcams Cgil — Si tagliano tutele a lavoratori già a forte rischio di precarietà retributiva per il fatto di essere strutturalmente costretti a lavorare pochi mesi l’anno”.
Il sindacalista contesta anche il passaggio del decreto relativo al calcolo dell’importo del sussidio, che definisce iniquo nei confronti di chi ha rapporti di lavoro frammentati, una situazione ricorrente tra i lavoratori stagionali.
“A parità di retribuzione e di numero di giornate lavorate — sottolinea Sesena — l’importo dell’indennità diminuisce all’aumentare del numero di settimane su cui si dispiega la prestazione lavorativa. Chi lavora con molte interruzioni, e raggiunge il requisito per somma di giornate effettuate in periodi lunghi di tempo, riceve meno di chi può contare su rapporti di lavoro più stabili e lineari”.
La rivolta dei lavoratori stagionali, inoltre, scatta in un momento di fermento dell’intero comparto del turismo. I sindacati di settore, Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil, hanno infatti proclamato uno sciopero per il 15 aprile, a due settimane esatte dall’inaugurazione di Expo 2015.
Oggetto della protesta è il mancato rinnovo del contratto del turismo, fermo ormai da due anni. I sindacati puntano il dito contro le associazioni datoriali, accusate di avere “sempre inteso far pagare il costo della crisi ai soli lavoratori chiedendo che il contratto venisse finanziato attraverso la rinuncia da parte degli stessi a diritti e tutele esistenti”.
Come scatti di anzianità , permessi e indennità di malattia.
Stefano De Agostini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 20th, 2015 Riccardo Fucile
IMPOSSIBILE RICEVERLO A MARZO COME PREVISTO: IL TESTO È STATO PUBBLICATO SOLO IERI
Se n’era discusso tanto quando era stato annunciato con la legge di Stabilità . 
“E tu — capitava di sentir chiedere tra i lavoratori — cosa ne pensi del Tfr in busta paga?”.
Oggi ci sarebbe anche un’altra domanda: ma il governo che fine ha fatto fare al Tfr in busta paga?
Per la legge, entrata in vigore il 1 gennaio 2015, i lavoratori avrebbero potuto scegliere di ricevere il Trattamento di fine rapporto già a partire da marzo 2015, per un periodo che si estende fino a giugno 2018.
Ieri, però, l’osservatorio della Fondazione studi del Consulenti del Lavoro ha fatto notare che, in realtà , chi si aspettava o desiderava riceverlo da questo mese, dovrà attendere ancora. Almeno fino ad aprile.
Perchè il governo sembrava aver dimenticato di pubblicare sia il decreto attuativo, sia il modulo per richiedere la liquidazione.
Dal Ministero del Tesoro hanno poi comunicato, nella serata di ieri, che la pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale è arrivata, così come quella del modulo.
Meglio tardi che mai.
“Tuttavia — avevano già spiegato i consulenti del lavoro — le aziende non sarebbero comunque in grado di liquidare il Tfr ai lavoratori interessati all’opzione, anche se il decreto entrasse in Gazzetta subito”.
Non ci sarebbero, infatti, i tempi tecnici per acquisire tutte le disposizioni attuative e gestire il modello perchè le aziende, che per lo più pagano entro il 27 del mese, avrebbero già completato le operazioni per la busta paga di marzo.
E si parla del 60 per cento dei rapporti di lavoro del settore privato.
“Insomma — hanno detto i consulenti — il processo mensile che porta alla gestione della busta paga si è messo in moto e non ci sono più spazi di recupero, perlomeno per il mese di marzo”.
Ed è davvero così. Anche secondo il Tesoro, le aziende avranno due possibilità : potranno erogare il Tfr il mese successivo alla richiesta del lavoratore (in caso abbiano in cassa i fondi necessari), e quindi quello di marzo comunque slitterà ad aprile.
Oppure potranno erogarlo dopo tre mesi dalla richiesta, con tanto di arretrati e attraverso i termini dell’accordo quadro con ministero del lavoro e Abi, che consente alle aziende che non hanno risorse di accedere a finanziamenti agevolati.
Falso allarme o meno, comunque l’idea del Tfr in busta paga sembra un fallimento.
Avrebbe dovuto aumentare i consumi e fornire almeno 2,5 miliardi di copertura per la spending review. E invece, secondo gli ultimi dati diffusi da Confesercenti, solo il 17 per cento dei lavoratori dipendenti lo richiederanno.
E la maggior parte di loro lo userà per saldare debiti. Gli altri, cioè 8 lavoratori su 10, lo lasceranno maturare nell’azienda in cui hanno lavorato.
Tra le ragioni della mancata richiesta ci sarebbero sia la volontà di non erodere la liquidazione da riscuotere a fine rapporto di lavoro (e non impoverire ancora d più la pensione), sia l’eccessivo prelievo fiscale, visto che il Tfr in busta paga è tassato con aliquota ordinaria e non con quella ridotta, prevista se preso al termine del rapporto di lavoro.
Alla fine, i lavoratori hanno scelto. Ma si è trattato comunque di una libertà fittizia: la tassazione sulla rivalutazione del Tfr rimasto in azienda è comunque passata dall’11 al 17 per cento e le aliquote dei fondi pensione, a cui molti lavoratori hanno devoluto il Tfr, sono salite dal-l’11 al 20 per cento.
Non c’è scampo.
Virginia Della Sala
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Marzo 17th, 2015 Riccardo Fucile
IN SICILIA C’E’ CHI COSTRINGE I DIPENDENTI A RETROCEDERE PARTE DELLO STIPENDIO, ALTRIMENTI VENGONO LICENZIATI
Cosa siete disposti a fare per lavorare? Rendere una parte dello stipendio al vostro datore di lavoro può
sembrare un’idea assurda, eppure c’è chi lo fa. Tutti i mesi.
“Sono muratore da tanti anni ormai. Dieci ore al giorno, dal lunedì al venerdì, 1000 euro al mese. Anche se in busta sono un po’ più di 1300”, racconta Vito (nome di fantasia), 40 anni, della provincia di Trapani.
Che fine fanno gli altri 300 euro? “Li restituisco al mio titolare, era una clausola non scritta del contratto”.
Di truffe se ne conoscono tante: dall’uso improprio di partite iva e contratti a progetto, ai part time più fuori busta, fino al più classico lavoro in nero.
Qui però si parla di estorsione: un datore di lavoro che assicura un contratto regolare in cambio di una percentuale della cifra in busta paga.
“Prima di firmare – continua Vito – il titolare mi ha spiegato quali erano le condizioni: una volta riscosso l’assegno, avrei dovuto rendergli il disavanzo in contanti. Per colpa della crisi non poteva darmi di più, ha detto. È ingiusto e forse falso, ma è pur sempre meglio di niente. Sono sposato, con due bimbi piccoli e un mutuo da pagare. Non posso vivere di aria”.
Di denunciare non se ne parla, ribellarsi nemmeno: “Se rifiutassi verrei rimpiazzato, in un batter d’occhio la voce si spargerebbe nelle imprese circostanti e nessuno sarebbe più disposto ad assumere uno che non rispetta i patti”.
Secondo gli ultimi dati Istat nel quarto trimestre del 2014 la disoccupazione in Sicilia ha toccato quota 22 per cento, raggiungendo il 57 per cento tra i giovani.
“In una regione in queste condizioni è normale che il lavoratore accetti ogni sorta di ricatto. È l’anello debole della catena”, spiega Michele Pagliaro, segretario Cgil Sicilia. “Fare una stima di quante persone si trovino in questa situazione è praticamente impossibile: i controlli sono ridotti al lumicino e nessuno vuole rischiare quel minimo di sicurezza che ha trovato. Noi veniamo a conoscenza di queste irregolarità solo dopo che il rapporto di lavoro si è concluso. Non è un caso però che l’80 per cento delle vertenze che portiamo avanti riguardino retribuzioni date a metà o per niente”.
La pratica non è del tutto sconosciuta. Nel 2008 il tribunale di Nicosia ha condannato a 7 anni di reclusione Vincenzo Saitta, imprenditore di Regalbuto (Enna) e fondatore del gruppo “Francis Spa”, per estorsione continuata in concorso ai danni dei dipendenti. L’accordo tra l’azienda e i lavoratori prevedeva un taglio del 30 per cento dello stipendio in busta paga il primo anno di lavoro, del 20 il secondo anno e del 15 il terzo, con la minaccia di licenziamento per scarso rendimento per quelli che rivendicavano il salario pieno.
Ma nessuno ha imparato dalla condanna di Saitta e questo tacito accordo resta diffuso in Sicilia, specialmente nei lavori a bassa specializzazione.
Mimmo ha 22 anni e fa l’aiuto pasticcere in un bar del suo paese nel palermitano. “Ogni mattina mi sveglio alle 4 per guadagnare il minimo necessario per le mie spese, visto che vivo ancora con i miei genitori. 400 euro nel portafoglio, 900 nero su bianco, ma non ho quasi motivo di lamentarmi: ho amici che lavorano in nero per meno, o che non lavorano affatto. L’unico problema è nato quando mia madre ha fatto la dichiarazione dei redditi: con il mio stipendio ufficiale superavamo la soglia tassabile all’aliquota più bassa e abbiamo dovuto pagare più tasse. Peccato che siano sui 500 euro che ogni mese sono tornati direttamente nelle tasche del mio capo”.
Nonostante questo ‘inconveniente’, Mimmo non ha lasciato il suo lavoro. “Ho dei vantaggi anche io, me l’ha detto il titolare. Se dovesse licenziarmi potrei prendere la disoccupazione”.
Ai controlli fiscali i datori di lavoro risultano inattaccabili.
Contratti regolari, buste paga emesse, stipendi corrisposti tramite bonifico o assegno. Salvo intascare una parte dei compensi elargiti.
“L’estorsione, se accompagnato dalla minaccia di un male ingiusto, e la violenza privata non sono gli unici reati che commette l’imprenditore che utilizza questa pratica”, spiega l’avvocato giuslavorista Raffaele Nardoianni.
“C’è anche l’evasione fiscale: non paga le tasse sui soldi ricevuti in nero e deduce dei costi che effettivamente non ha. Se in più usufruisce di incentivi statali per l’assunzione dei dipendenti, abbatte ulteriormente il costo del lavoratore”.
Forza lavoro a costo zero, o quasi.
E i presunti vantaggi di chi accetta questo trattamento?
“Inanzitutto il dipendente – spiega ancora Nardoianni – paga delle tasse più alte, calcolate su un importo che non si riceve. Inoltre se prende la disoccupazione si profila un altro rischio: l’indennizzo viene erogato dall’ente previdenziale sulla base della busta paga, ma in questo caso sarà più alto rispetto alla cifra guadagnata realmente. Così il lavoratore diventa, nonostante il ricatto, compartecipe di una frode. È una truffa nella truffa”.
Tutti conoscono questa clausola non scritta.
Basta chiedere in giro per le strade siciliane, nessuno si stupisce.
“Ho lavorato in un ristorante diverse stagioni a queste condizioni. E io tutti i mesi mi affrettavo a rendere la differenza”.
Anche Antonio, a Messina, è stato vittima del ricatto. “Il lavoro scarseggia, quei soldi sono garantiti e ci sono delle sicurezze. Dopo anni di nero, mi sembrava addirittura un traguardo. Solo ora che ho trovato qualcosa di meglio ho capito che era un modo come un altro di pagarmi meno”.
Lo sfruttamento dei lavoratori non si ferma, nemmeno con la firma sul contratto.
Paola Rosa Adragna
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Marzo 13th, 2015 Riccardo Fucile
LA STIMA DELLA UIL SUI VANTAGGI DELLA RIFORMA DEL LAVORO È MATERIA DI STUDIO DEGLI IMPRENDITORI ANCHE AI CONVEGNI DI CONFARTIGIANATO
Che il mix tra sgravi contributivi per le nuove assunzioni e nuovo contratto “a tutele crescenti” fosse
vantaggioso per le aziende, lo aveva già segnalato la Uil.
Che questo beneficio venga orgogliosamente sponsorizzato da un’associazione come Confartigianato, è però il sintomo del tempo.
Il segnale, cioè, che il mondo delle imprese, delle professioni, si sta preparando alla grande occasione avendo colto al volo il vantaggio dato dalla combinazione tra incentivi e possibilità di licenziare.
Il cartellone che reca la “simulazione dei costi” di una nuova assunzione fa bella mostra di sè sul sito di informazione finanziaria Professionefinan  za.com  .
Ed è inequivocabile.
Si prende a modello l’ipotesi di una nuova assunzione dal reddito annuo di 25 mila euro. Divisa per 13 mensilità se ne ricava un costo mensile, per l’impresa, di 1.923 euro.
Grazie alla legge di Stabilità del 2015, però, che “per un periodo massimo di trentasei mesi riconosce l’esonero dal versamento dei complessivi contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro”, quella stessa assunzione, dal primo gennaio, produce un risparmio di 7.875 euro.
Il cartello di simulazione conteggia poi lo sgravio del contributo Irap, anch’esso deciso nella legge di Stabilità , che permette un ulteriore risparmio di 1.278 euro con un totale di beneficio a favore dell’azienda pari a 9.153 euro.
Veniamo così ai costi.
La simulazione presume che il licenziamento avvenga dopo un anno e così si conteggiano due mensilità per un totale di 3.846 euro.
In realtà , la simulazione compie un errore perchè la legge prevede un indennizzo in ragione di due mensilità l’anno ma comunque “non inferiore a 4 e non superiore a 24 mensilità ”.
La somma indicata nello schema, quindi, che alla fine produrrà un beneficio stimato per l’azienda di 4.817 euro va sostituita producendo così un beneficio di “soli” 971 euro.
Al di là dell’errore, però, la sostanza non cambia.
E proiettato sui 36 mesi, cumulando così il risparmio in termini di decontribuzione e Irap, si raggiungono cifre che vanno dai 9 ai 18 mila euro a seconda del reddito.
I vantaggi sono evidenti e non è un caso se tutti i siti di consulenza alle imprese in questi giorni siano occupati da proiezioni che offrono la giusta valutazione delle nuove possibili assunzioni.
Tutti hanno capito il vantaggio e tutti si stanno adeguando alle nuove opportunità .
Da qui, la previsione che l’occupazione possa davvero aumentare — Renzi ha parlato di almeno 200 mila posti aggiuntivi nell’anno — è realistica perchè finanziata.
“Il contratto a tutele crescente – dice Guglielmo Loy della Uil, autore dello studio sui benefici per le aziende — io lo definisco un ‘contratto a termine finanziato’”.
“Quello che sta avvenendo è tutto legale — aggiunge Loy — e, in fondo, questi consulenti li capisco, stanno facendo il loro lavoro anche se osserviamo il fenomeno con una certa amarezza. Il punto, conclude, è capire davvero cosa avverrà al termine dei 36 mesi previsti per la decontribuzione”.
La permanenza o meno del vantaggio fiscale sarà in effetti decisiva.
Lo sa il governo, lo sanno le imprese.
Ma la politica economica e del lavoro degli ultimi decenni non è mai sembrata guardare al lungo periodo.
Si preferisce prendere i soldi e scappare via e così sarà anche questa volta.
Va però detto che l’aspetto decisivo sarà l’andamento dell’economia nel suo complesso. Le migliori previsioni per il 2015 al momento si attestano a un più 0,8% e se non ci saranno segnali evidenti di ripresa è difficile che le aziende possano mettersi ad assumere nonostante gli incentivi.
Sembra accorgersi di queste contraddizioni uno dei migliori consiglieri di Matteo Renzi, quell’Andrea Guerra, già amministratore della Luxottica, additato dal presidente del Consiglio come uno dei migliori manager italiani e divenuto il consigliere strategico di Palazzo Chigi per la politica industriale.
Ieri, ai microfoni di Mix24 di Giovanni Minoli, ha detto: “Penso che dentro al Jobs act ci siano tante cose buone ma credo che manchi ancora qualcosa di fondamentale che è la protezione del lavoratore nel lungo periodo”.
“La flessibilità — prosegue Guerra — ce la chiede il mondo, ma è fondamentale la qualificazione e riqualificazione.” “La linea Marchionne sulle relazioni industriali non è la mia”.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 12th, 2015 Riccardo Fucile
ANDREA GUERRA SUL RAPPORTO CON I SINDACATI NON SPOSA LA LINEA MARCHIONNE”
La riforma del lavoro targata Matteo Renzi, su un punto importante, non convince uno dei più stretti collaboratori del premier, l’ex ad di Luxottica Andrea Guerra.
“Penso che dentro al Jobs Act ci siano tante cose buone ma credo che manchi ancora qualcosa di fondamentale che è la protezione del lavoratore nel lungo periodo”, ha detto Guerra ai microfoni di Mix24 di Giovanni Minoli su Radio 24.
Per poi sottolineare: “La flessibilità ce la chiede il mondo, ma è fondamentale la qualificazione e riqualificazione”.
E ancora: alla domanda “La linea Marchionne sulle relazioni industriali va bene, secondo lei?”, Guerra ha risposto “Non è la mia.”.
Il manager si è espresso anche in merito alle voci su un suo possibile incarico come nuovo amministratore delegato della Rai: “Non è il mio mestiere fare l’amministratore delegato di un’azienda pubblica”, ha tagliato corto Guerra.
Sul piano banda larga e sul possibile coinvolgimento di Telecom, Guerra ha sottolineato: “Io spero di nuovo che l’incumbent, il leader, Telecom Italia sia assolutamente il player protagonista in questa cosa. Se sia possibile – ha aggiunto – “lo andiamo a capire. Io penso che sia importante, è il leader, è italiana”.
Sulla tempistica, il manager ha detto: “O questa cosa riesce a decollare nelle prossime 4/8 settimane, o non ce la si fa”.
Quanto all’ipotesi di conflitto di interessi per l’opas lanciata da Ei Towers su Rai Way, Guerra ha spiegato che viene alla luce “nel momento in cui c’è qualcuno che torna a fare il proprio mestiere di imprenditore”.
Al rilievo sul fatto che il governo dica che il 51% deve restare pubblico mentre all’Enel basta il 30%, l’ex ad di Luxottica commenta: “l’ha detto, sappiamo che lì ci sono vent’anni di storia particolare”.
All’ulteriore commento di Minoli che ha sottolineato come “se non fosse di Berlusconi Ei Towers sarebbe diverso’, Guerra ha affermato: “l’ha detto lei”.
Minoli ha poi ricordato a Guerra che adesso il mercato mette a nudo con chiarezza quello che il centrosinistra non ha fatto quando governava, cioè il conflitto d’interessi: “Soprattutto – ha sottolineato Guerra – nel momento in cui c’è qualcuno che torna a fare il proprio mestiere di imprenditore è evidente che questo viene più alla luce.”
(da “Huffingonpost”)
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Marzo 7th, 2015 Riccardo Fucile
PER IL MANAGER DI FIAT-CHRYSLER CIRCA 66 MILIONI L’ANNO: 6,6 DI STIPENDIO E 60 DI PREMI E INCENTIVI
Sessantasei milioni di euro. In un anno.
Questa è la “busta paga” di Sergio Marchionne come emerge dal rapporto annuale di Fca (Fiat Chrysler Automobile) depositata presso la Sec statunitense, l’autorità di controllo delle società quotate.
La somma è il prodotto di diverse voci.
La prima è il compenso fisso del manager che ha avuto un emolumento annuo di 6.611.518 euro sopravanzando di circa quattro volte il suo presidente, John Elkann, che ha ricevuto uno “stipendio” di 1.685.853 euro.
Quello che però ha fatto schizzare verso l’alto la retribuzione di Marchionne sono gli “incentivi straordinari” deciso dal Comitato Compensi, la struttura interna che ha determinato “specifiche transazioni ritenute eccezionali in termini di importanza strategica e di effetto sui risultati aziendali”.
Per il 2014, il Comitato ha approvato un pagamento “cash” di 24,7 milioni di euro per Marchionne il quale “è stato determinante in importanti realizzazioni strategiche e finanziarie del Gruppo”.
Più in particolare, si legge nel rapporto, “attraverso la visione e la guida del Ceo, la Fca ha visto creare “un enorme valore per la Società , i suoi azionisti e dipendenti”.
A riprova di questo giudizio riverente nei confronti del manager, il Comitato ha poi stabilito (ma la decisione dovrà essere approvata dall’assemblea degli azionisti) di assegnare 1,62 milioni di azioni che, ai valori di ieri, ammontano a 22,6 milioni di euro e, ciliegina sulla torta, un assegno da 12 milioni di euro come buonuscita quando lascerà la compagnia. Totale, 66 milioni.
L’amministratore delegato della Fca possiede anche l’1,12% delle azioni Fca dal valore di poco inferiore ai 200 milioni.
La motivazione è data dalla fusione tra Fiat e Chrysler che, nonostante la crisi, ha prodotto anche nel 2014 un margine positivo di 3 miliardi di euro.
La “paga” di Marchionne, in ogni caso, equivale alla busta paga di circa duemila operai della Fiat in Italia, tanti quanti i cassaintegrati di Pomigliano.
Mai si era visto un rapporto tra lo stipendio di un lavoratore e il manager della stessa azienda pari a uno a mille.
Salvatore Cannavò
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 27th, 2015 Riccardo Fucile
“RAGIONI DISCIPLINARI”: AVEVANO OSATO PROTESTARE CONTRO LE CONDIZIONI DI LAVORO
Licenziate per aver scioperato contro il lavoro precario. 
Si è conclusa con una lettera di licenziamento l’esperienza lavorativa di Caterina e delle sue colleghe, commesse nel punto vendita Alcott di via Ugo Bassi a Bologna, finchè, in seguito a uno sciopero indetto il 20 dicembre scorso, sono state lasciate a casa dall’azienda per ragioni disciplinari.
Per aver, appunto, protestato davanti alle vetrine del negozio, durante il periodo natalizio, contro le condizioni lavorative a cui erano sottoposte, tutte precarie a tempo determinato o con contratto di apprendistato.
“Parliamo di stipendi pagati in ritardo — racconta Caterina, che con le ex colleghe ha intenzione di intraprendere un’azione legale nei confronti dell’azienda — di straordinari che puntualmente non ci venivano retribuiti, della mancanza di sicurezza nel punto vendita, dell’obbligo di svolgere mansioni che non erano previste dal nostro contratto, e che ci costringevano spesso a lavorare fino a tardi, fino alle dieci o alle undici di sera, sempre non pagate, ovviamente. E questo solo per fare qualche esempio”.
Le cinque ex commesse, quindi, avevano deciso, tramite la Cgil, di chiedere un incontro con l’azienda, in vista della scadenza del loro contratto, che sarebbe scattata il 31 dicembre scorso, per chiedere qualche garanzia.
“In risposta, Alcott ha mandato a Bologna il suo consulente del lavoro — continua Caterina — che però non aveva nemmeno una delega da parte dell’azienda. Una perdita di tempo, quindi, visto che non poteva offrirci alcunchè”.
“Di conseguenza — spiega Stefania Pisani della Filcams di Bologna — abbiamo confermato lo stato di agitazione, annunciando lo sciopero delle lavoratrici del punto vendita, cinque, tutte precarie, per il 20 di dicembre”.
A quel punto, però, l’azienda decide di mettere in ferie forzate le cinque commesse, “un provvedimento che di fatto tentava di negare il loro diritto a scioperare”, precisa Pisani, a cui è seguita una lettera di contestazione disciplinare.
“Nel documento — ricorda Caterina — l’azienda minacciava di chiederci un risarcimento per il danno di immagine causato a Alcott con la nostra protesta”.
Infine, a contratto già scaduto, sono arrivate anche le lettere di licenziamento.
“Noi procederemo per vie legali, perchè è giusto che le lavoratrici abbiano ciò che gli spetta — spiega Pisani — spero però che Bologna decida di sostenerle in questa battaglia, che non riguarda solo le cinque ragazze licenziate da Alcott, ma tantissimi lavoratori, giovani e non, che troppo spesso si trovano costretti ad accettare qualsiasi forma di sfruttamento pur di conservare un impiego”.
Se due delle cinque ex commesse di Alcott sono riuscite a trovare un impiego altrove, c’è anche chi, il prezzo di quello sciopero, continua a pagarlo.
E non solo attraverso la disoccupazione.
“Una di noi qualche giorno fa ha sostenuto un colloquio di lavoro, ed è stata riconosciuta come una delle manifestanti dello sciopero di Natale — continua Caterina — il che è triste, perchè noi non siamo scioperanti di professione che non vogliono lavorare, ma solo ragazze che hanno deciso di lottare per rivendicare i propri diritti. Ci sono troppe aziende in Italia che sfruttano i lavoratori e si arricchiscono sul loro sudore, sulla loro fatica. Ma andare a lavorare non dovrebbe significare sottoscrivere un contratto di sottomissione. È un diritto e un dovere, che però deve prevedere condizioni lavorative ed economiche dignitose”.
Annalisa Dall’Oca
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 25th, 2015 Riccardo Fucile
INTERVIENE UN FORUM DI AVVOCATI E SINDACALISTI: “È L’ULTIMA SPALLATA AI DIRITTI, PRONTO UN ESPOSTO”
Dopo il rapper Frankie Hi-Nrg e i movimenti no expo, in molti si iniziano a chiedere se si può
considerare un “volontario”, alla stregua di chi assiste i bisognosi per spirito di solidarietà , chi lavora al più grosso evento commerciale avviato in Italia negli ultimi anni.
Se lo sono chiesto ad esempio i responsabili del Forum diritti-lavoro, associazione di giuslavoristi e sindacalisti di cui è un membro di spicco l’ex leader della Fiom Giorgio Cremaschi. La risposta è no.
L’associazione ha infatti annunciato un esposto all’ispettorato del lavoro di Milano, contro l’accordo che ha aperto le porte dell’Expo al lavoro gratuito, firmato nel luglio 2013 dai sindacati confederali Cgil, Cisl e Uil ed Expo spa.
All’esposto seguiranno ulteriori iniziative quando i cosiddetti volontari inizieranno a lavorare, dal primo maggio prossimo.
È così si aggiunge un nuovo capitolo alla polemica che da mesi imperversa attorno al volontariato di Expo, che i movimenti No Expo e la sinistra sindacale considerano l’ultima spallata nel processo di demolizione dei diritti dei lavoratori.
I 10.000 volontari reclutati con l’aiuto del Csv, Centro servizi per il volontariato, di Milano (per un costo di 1,2 milioni di euro) sono per ora l’unico dato certo sul lavoro generato dall’evento.
L’iniziativa del Forum sembra avere solide basi.
Innanzitutto la legge quadro del 1991 sul volontariato, che all’articolo due sancisce che “per attività di volontariato deve intendersi quella prestata in modo personale, spontaneo e gratuito, tramite l’organizzazione di cui il volontario fa parte, senza fini di lucro, anche indiretto, ed esclusivamente per fini di solidarietà ”.
Così i giuristi del Forum spiegano che “Expo non può ricorrere alle associazioni di volontariato vista l’assoluta assenza dei fini di solidarietà imposti dalla legge, in un evento che è esclusivamente orientato a fini di lucro”.
Una visione questa non lontana da quella sostenuta pubblicamente a inizio febbraio dal rapper italiano Frankie Hi-Nrg, che ha rinunciato al ruolo di Ambassador di Expo: “Ho sbagliato e chiedo scusa”, ha detto alla stampa, “la direzione che ha preso Expo è diversa da quella che avrei sperato. “Il fatto che migliaia di ragazzi vengano fatti lavorare gratuitamente (ricevendo in cambio il privilegio di aver fatto un’esperienza…) a fronte del muro di miliardi che l’operazione genera è una cosa indegna per un Paese che parla di impulso alla crescita”.
E, a quanto pare, il rapper non è il solo a pensarla in questo modo.
Marco Maroni
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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