Dicembre 13th, 2014 Riccardo Fucile
“IL SUCCESSO DELLO SCIOPERO GENERALE E’ UN AVVERTIMENTO AL GOVERNO: COLPISCA CORRUZIONE ED EVASIONE, NON LE BUSTE PAGA DEI LAVORATORI”
“Un grande successo, le nostre piazze uniscono il Paese mentre finora il governo le ha divise. Non è un caso se la gente non si sente rappresentata”.
Maurizio Landini parla al ritorno dal corteo di Genova che è andato molto bene. Ha la voce roca, viziata dal comizio e dalle mille discussioni avute con i lavoratori.
Ma accetta volentieri di commentare la giornata.
Com’è stato questo sciopero?
Un successo straordinario perchè non solo si sono riempite tutte le piazze, ma c’è stata un’adesione alle iniziative e allo sciopero che ha riguardato non solo gli iscritti alla Cgil e alla Uil. Le piazze hanno confermato che la maggioranza di chi lavora, dei precari, anche degli studenti, non condivide le scelte del governo. E chiede ai sindacati di proseguire, di andare avanti.
Renzi dice che lui proseguirà dritto per la sua strada.
Il presidente del Consiglio è intelligente e veloce, e allora dovrebbe valutare come rispondere a questo sciopero e aprire un confronto e una trattativa vera con i sindacati. Togliendo dal tavolo elementi negativi come la modifica dell’articolo 18.
Ci sono segnali in tal senso?
No, io non ne ho. Ma viviamo una fase di crisi della rappresentanza e della politica in cui la gente non va più a votare, come dimostra l’Emilia Romagna. C’è in giro un livello di corruzione che coinvolge tutti i soggetti e se non ci fosse la magistratura la politica non avrebbe da sola gli anticorpi. In questo contesto un governo intelligente dovrebbe rendersi conto del fatto che ci sia gente che rinuncia allo stipendio e va in piazza. Se invece si sceglie la Confindustria, che non è detto che rappresenti gli imprenditori, Renzi va a sbattere.
Poletti dice di voler dialogare sui decreti attuativi del Jobs Act.
Ma non è sufficiente. Discutere i decreti è utile ma bisogna cambiare le decisioni che sono state prese. La domanda che arriva dalle manifestazioni di oggi è di andare avanti. Sono piazze arrabbiate che non ne possono più che chiedono un cambiamento.
La contestazione contro Massimo D’Alema è parte di questo?
Il problema è che la gente non si sente rappresentata. Ci sono situazioni drammatiche. Ci sono disoccupazioni infinite, casse integrazioni senza un euro, figli che non trovano lavoro o sono precari a vita. Che nei confronti nella politica ci siano una sfiducia e una lontananza è il problema di questo momento.
L’antidoto siete voi?
Le piazze di oggi hanno offerto la possibilità di riunificare il paese. Ricostruire una fiducia richiede confronto e dialogo. E i sindacati non sono finiti, abbiamo dimostrato che non è così.
C’è un’urgenza politica nel ricostruire una nuova rappresentanza?
Prima di questo sono convinto che ci sia bisogno di ricostruire un’etica dell’agire pubblico. L’onestà e l’etica devono tornare a essere valori comuni. Ognuno nel suo campo deve fare la sua parte.
Quello che fa Renzi non basta?
Renzi rappresenta il governo e come tale deve fare delle leggi. Io osservo che il falso in bilancio non è ancora un reato, che l’autoriciclaggio ha ancora dei limiti, che i beni confiscati alla malavita organizzata non bastano. Su questo c’è bisogno di una forza che non è stata ancora usata.
Pensa che in relazione alle polemiche sul caso Mafia Capitale Poletti dovrebbe dimettersi?
Non mi permetto mai di arrivare a queste valutazioni, ognuno deve rispondere alla sua coscienza. Occorre rompere da un lato una rete culturale di clientele e affarismo e dall’altra parte occorre che il governo faccia degli atti concreti.
Fatto lo sciopero cosa farà ora il sindacato?
La riuscita dello sciopero parla a tutto il paese. Noi non ci fermeremo. Occorre riconquistare un confronto vero. Se il governo rifiuta dobbiamo pensare ad altre iniziative e il problema riguarda le imprese, la Confindustria. Non possiamo accettare che dentro le aziende passi un peggioramento dei diritti. Se seguiranno questa linea avranno dei problemi con i sindacati dentro le aziende. E poi percorreremo tutte le azioni possibili sul piano giuridico in Italia e in Europa.
Che ne pensa del piano del governo per l’Ilva ?
Che non c’è più tempo, abbiamo aspettato troppo e si sono persi troppi soldi. Nel giro della prossima settimana servono decisioni. Noi pensiamo che occorra un intervento pubblico diretto senza svendere l’azienda a gruppi privati. Un intervento pubblico non esclude, nel tempo, l’ingresso di altri soggetti.
Alessandro Guerra potrebbe dirigere un’azienda in mano pubblica?
Non lo conosco, non si è occupato di acciaierie, ma se c’è un intervento pubblico servono manager di qualità per una ipotesi di rilancio industriale.
Il prossimo 18 dicembre lei farà una iniziativa comune con Susanna Camusso e Stefano Rodotà . Che significa?
Che lanceremo una raccolta di firme per mettere in discussione il pareggio di bilancio in Costituzione. Un modo per parlare di Europa, contrastare l’austerità , allargare le alleanze dei lavoratori.
Niente costituzione di nuovi partiti, quindi?
No, l’ambizione è molto più grande.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 12th, 2014 Riccardo Fucile
SONDAGGIO ISPO: CRESCE IL MALCONTENTO VERSO IL GOVERNO
Per oggi è indetto lo sciopero generale.
Molto avversato da alcuni — in primis, il governo, contro cui è destinato — e, ovviamente, sostenuto da altri.
L’entità della partecipazione effettiva alle manifestazioni viene normalmente considerata un indice del successo dell’iniziativa: così sarà anche oggi.
Ma si tratta di una misurazione imprecisa. La partecipazione ad una manifestazione dipende infatti anche dalla obiettiva disponibilità e dal livello di iniziativa personale di ciascuno.
Più efficace è conoscere qual è l’atteggiamento verso lo sciopero da parte della totalità dei cittadini.
Per questo, Ispo Ricerche ha effettuato un ampio sondaggio su di un campione rigorosamente rappresentativo della popolazione adulta italiana.
Ne emerge un sostegno diffuso e maggioritario all’iniziativa sindacale.
È vero che solo il 9% degli intervistati dichiara di volere aderire personalmente allo sciopero.
Ma è vero anche che quasi metà della popolazione — un altro 48% — dichiara di essere d’accordo con lo sciopero, pur non partecipandovi personalmente.
Nel complesso, il 57% degli italiani si dichiara d’accordo con lo sciopero generale. Pensando agli scioperi di qualche decennio fa, può sembrare paradossale che gli impiegati e gli insegnanti si dichiarano favorevoli allo sciopero in misura ancora maggiore degli operai.
Ma, come hanno notato diversi analisti, proprio i ceti medi sembrano avere subito gli effetti più feroci della crisi e paiono reagire di conseguenza.
Questo stato di cose è dimostrato anche dall’altro quesito posto agli intervistati, relativo, più in generale, all’opportunità di indire uno sciopero generale in questo momento, al di là dell’opinione personale su quest’ultimo.
Il 58% degli italiani ritiene opportuna la promozione dell’astensione del lavoro, anche se solo il 29% la ritiene proprio necessaria.
Sul piano dell’orientamento politico, appaiono ovviamente d’accordo in misura maggiore con lo sciopero gli elettorati di Sel e del Movimento 5 Stelle.
Ed è significativo notare come i votanti per il Pd si dividano nettamente in due parti: la maggioranza (57%) è d’accordo con lo sciopero.
Ma una consistente minoranza, pari quasi alla metà degli elettori Pd, si dichiara contraria: è un altro indicatore delle fratture interne del partito di Renzi.
Resta il fatto che lo sciopero generale viene approvato dalla maggioranza degli italiani.
Un segnale importante che mostra il crescente livello di insoddisfazione verso il governo, evidenziato per altro anche dalla diminuzione di popolarità registrata in queste ultime settimane per lo stesso presidente del Consiglio.
(da “Huffingtonpost“)
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Dicembre 11th, 2014 Riccardo Fucile
CON LA NUOVA LEGGE, CHE CANCELLA L’ARTICOLO 18, L’IMPRENDITORE CHE CACCIA PER RIASSUMERE CI GUADAGNA
Gli elementi oscuri del Jobs Act spuntano come funghi. 
Come quello denunciato dalla Uil alla voce “licenziare conviene”.
Ma si potrebbe proseguire con i vizi già denunciati dal professor Francesco Giavazzi sulla mobilità negata nel mondo del lavoro.
Oppure sulle disparità che si verranno a creare tra lavoratori impiegati nelle stesse mansioni e nello stesso posto di lavoro ma con contratti diversi.
Più tagli occupati, più soldi incameri
Il risvolto conveniente del licenziamento era deducibile già a una prima lettura del Jobs Act. La Uil, però, si è incaricata di quantificarlo mettendo a confronto gli sgravi da nuove assunzioni per le imprese con le ipotesi di indennizzi che potranno essere erogati a fronte di un licenziamento economico.
Questo, prima del Jobs Act, se ritenuto illegittimo da un giudice, prevedeva il reintegro, sia pure rivisto dalla legge Fornero; ora, le nuove norme prevedono un indennizzo “certo e crescente”. Di quanto? Le stime ruotano attorno a una mensilità e mezzo per anno lavorato.
Secondo il sindacato diretto da Carmelo Barbagallo la differenza tra il costo del licenziamento e il guadagno dello sgravio contributivo oscillerebbe tra 2.800 e più di 5.000 euro per ogni lavoratore.
Licenziare un lavoratore, quindi, sia pure ingiustamente, per assumerne un altro potrebbe convenire E anche molto.
Una falla evidente che può essere risolta in due soli modi: prevedere una norma che vieti alle imprese di assumere in presenza di un licenziamento ingiustificato oppure alzando gli indennizzi a un livello non più conveniente.
La decisione del Pd al Senato di presentare una norma contro “i licenziamenti facili” fa pensare che il problema ha più di un fondamento.
Fermi sul posto, l’eddio alla mobilit�
Così come resta irrisolto il problema evidenziato sulle pagine del Corriere della Sera dal professor Giavazzi, il quale scrive: “Il rischio maggiore è il blocco della mobilità ”.
“È improbabile — afferma — che un lavoratore oggi tutelato dall’articolo 18 decida di spostarsi, firmando un nuovo contratto che invece non lo prevede. Alcuni lo faranno perchè non temono il licenziamento, ma altrettanti non ne vorranno sapere”.
Non si recupererà alcuna mobilità e chi ha un posto di lavoro farà di tutto per non perderlo senza avventurarsi in territori sconosciuti.
I tentativi di replicare alle osservazioni di Giavazzi da parte del senatore Pietro Ichino — relatore del provvedimento in seconda lettura al Senato — non hanno risposto al cuore della domanda, lasciando irrisolto il problema.
Tutti meno uguali: chi è garantito, chi no
Così come rimane irrisolto quanto sollevato più volte dalla Cgil, la disparità di condizioni tra lavoratori impiegati nelle stesse mansioni.
Secondo l’articolo 3 della Costituzione, infatti, “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge”.
Un lavoratore assunto dal momento in cui il Jobs Act sarà in vigore, però, non godrà degli stessi diritti di uno che è stato assunto prima.
E questo, nonostante abbia lo stesso contratto, a tempo indeterminato e sia impiegato nella stessa condizione.
Fonti della Cgil hanno più volte ribadito che potrebbe essere proprio questo l’appiglio per ricorrere in sede europea contro la legge-simbolo del governo Renzi.
La stessa Cgil ha scandito una serie di “domande e risposte” sul provvedimento a cura di Corrado Ezio Barachetti che sioccupa di contrattazione nazionale.
Il dirigente sindacale fa notare alcuni punti incongruenti della norma di legge.
Matteo Renzi ha sbandierato più volte l’abolizione dei co.co.pro, ma il testo parla solo di “superamento”.
“Richiami che non possono essere scambiati con la sua abolizione, così come la semplice individuazione delle forme contrattuali esistenti, in ragione di una loro semplificazione, non può valere un reale disboscamento in favore di poche forme contrattuali”.
Al di là di quello che si pensa sul demansionamento — e su queste pagine abbiamo già spiegato ampiamente come cambia, in peggio, la normativa — il provvedimento, fa notare la Cgil, punta a “un’azione unilaterale del governo” visto che la nuova regolarizzazione “può” e non “deve” definirsi in sede di contrattazione collettiva anche di secondo livello.
Secondo il presidente del Consiglio, poi, il contratto a tutele crescenti diventerà la norma dei rapporti di lavoro ma nel provvedimento non si parla mai di abolire i contratti a termine acausali, quelli che prevedono fino a cinque rinnovi in 36 mesi senza specificazione della causale: come si può ritenere che agli imprenditori convenga di più quello a tutele crescenti, si chiede Barachetti? Infine, per i licenziamenti economici si definisce un indennizzo “certo e crescente”.
Vuol dire, quindi, che verrà esclusa “l’attuale discrezionalità del giudice nello stabilire il giusto compenso”?
Oppure il “certo” “sarà puntualmente declinato nei suoi valori? Quali?”.
Le domande sono più delle risposte. Così come i pasticci di una legge che non è ancora legge.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 9th, 2014 Riccardo Fucile
SIMULAZIONE UIL: GLI SGRAVI SU CINTRIBUTI E IRAP SONO MOLTO PIU’ ALTI DELL’INDENNIZZO CHE SI PUO’ DARE A CHI E’ ESPULSO: UNA MENSILITA’ E MEZZA
Cosa ci guadagna un’impresa ad assumere e licenziare nel giro di pochi mesi? Ora come ora, solo grane giudiziarie.
E il rischio di reintegrare e risarcire il lavoratore, se così decide il giudice.
Dal primo gennaio, belle cifre.
Per uno stipendio medio (22 mila euro lordi annui), dai 5 ai 16 mila euro, a seconda se si licenzia dopo uno o tre anni.
Ma si può arrivare anche a 6.600 euro dopo appena dodici mesi.
È l’effetto matematico e paradossale degli sconti su Irap e contributi previdenziali inseriti nella legge di Stabilità , da una parte.
E degli indennizzi previsti dal Jobs Act per il nuovo contratto a tutele crescenti, dall’altra. Gli incentivi sono assai cospicui, mentre l’esborso dovuto in caso di licenziamento illegittimo — ora che l’articolo 18 di fatto non esiste più — è davvero risibile.
Una mensilità e mezzo per anno lavorato, secondo l’ipotesi più accreditata (ma le associazioni imprenditoriali puntano a meno).
Così, visto che il lavoro oramai ha un prezzo, al datore conviene davvero il contratto nuovo. Più che le tutele, a crescere sarà solo il suo conto in banca.
Si dirà , è un’ipotesi di scuola. Se prendo un lavoratore e lo tengo tre anni, perchè licenziarlo?
Per lo stesso motivo per cui ora i contratti a termine durano pochi mesi. Porte girevoli.
La crisi è tutta qui. Lo sconto Irap (deducibilità del costo del lavoro) è permanente. Quello sui contributi previdenziali per i neoassunti (con un tetto a 8.060 euro annuo) vale fino al 2017.
Entrambi non hanno vincoli. Nè alla stabilizzazione del lavoratore, nè a creare posti aggiuntivi.
Tantomeno prevedono riserve, ad esempio ad aziende meritevoli che investono in ricerca o che non hanno licenziato nel recente passato (la sinistra dem diceva di voler inserire paletti alla Camera, non è stato fatto).
Dunque perchè rinunciare ai soldi pubblici dati a tutti, se poi licenziando anche in modo illegittimo si deve sborsare appena una mensilità e mezza per anno lavorato?
Viva il contratto a tutele crescenti, dunque.
Il saldo a favore delle imprese, calcolato per diversi livelli di reddito dal Servizio politiche territoriali della Uil, lascia sgomenti.
Dopo un solo anno, si possono intascare oltre 6 mila euro.
Dopo tre anni, quasi 19 mila. Il massimo al Sud, perchè lo sconto Irap è più generoso, grazie alla norma Monti.
A proposito di Sud, i fondi per coprire il bonus contributivo sui neoassunti (3 miliardi e mezzo nel triennio) sono stati scippati dal Piano azione e coesione creato dall’ex ministro Barca.
Fondi europei, dunque. E fondi destinati proprio al Sud, ora spalmati su tutta Italia (con presumibile maggiore beneficio al Nord, laddove si assumerà di più). Il paradosso nel paradosso.
Impossibile che gli imprenditori italiani non facciano questi calcoli.
Nel giro di tre settimane,quando il primo decreto delegato del Jobs Act sarà ormai messo a punto, il quadro emergerà ancora più nitido. Il decreto dirà , finalmente, come funziona il contratto a tutele crescenti.
E cioè che a crescere sarà solo l’indennizzo, visto che di riavere il posto dopo il licenziamento benchè illegittimo neanche a parlarne (spetta solo se c’è discriminazione e in selezionatissimi casi disciplinari).
Ma come crescerà , l’indennizzo? Una mensilità e mezzo per anno lavorato è davvero poco.
La legge Fornero ora in vigore prevede fino a 12 mensilità , a prescindere dall’anzianità , e il reintegro: entrambi decisi dal giudice al termine della causa di lavoro.
Per le aziende sotto i 15 dipendenti il reintegro non c’è ed è sempre il giudice a decidere un risarcimento tra le 6 e le 12 mensilità .
In tutti e due i casi, una situazione certo migliore, specie per i precari con poca anzianità , di quanto si profila con il Jobs Act.
Qualcosa davvero non funziona.
Valentina Conte
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 8th, 2014 Riccardo Fucile
IL COMBINATO DISPOSTO DELLO JOBS ACT POTREBBE ESSERE USATO IN MODO DISTORSIVO DALLE IMPRESE… IL RISCHIO CHE I NEO ASSUNTI VENGANO POI LICENZIATI PRIMA DELLA STABILIZZAZIONE PREVISTA DALLE TUTELE CRESCENTI
Il combinato disposto tra il nuovo contratto previsto dal Jobs Act e l’incentivo all’assunzione, inserito nella Legge di Stabilità , potrebbe creare un meccanismo perverso per il quale le aziende avrebbero un vantaggio economico a licenziare prima che scatti la stabilizzazione programmata dal contratto a tutele crescenti.
A suonare l’allarme è uno studio della Uil, secondo cui un’azienda che nel 2015 assume un lavoratore, e lo licenzia a fine anno, potrà beneficiare di un ‘saldo’ positivo di circa 4.392 euro medi che schizzerebbero a 13.190 euro se venisse invece licenziato dopo 3 anni.
Esattamente il contrario, cioè, di quell’operazione di ‘stimolo’ all’occupazione stabile sbandierata con il Jobs Act.
Tutto si gioca, dice il sindacato, sulla differenza tra la decontribuzione per le nuove assunzioni, di cui beneficia l’azienda, e le nuove regole sull’indennizzo che spetta al lavoratore in caso di licenziamento e che, stando alle ultime indiscrezioni circa la riscrittura dell’articolo 18, si aggirerebbe su una mensilità e mezza.
Indiscrezioni che però devono ancora trovare concretezza nei decreti attuativi della delega sulla riforma del lavoro, i passaggi che dovranno dare i contorni precisi dell’attivazione del reintegro per i licenziamenti illegittimi o la quantificazione degli indennizzi.
Stando alla simulazione messa a punto dal segretario confederale Guglielmo Loy, di cui dà conto l’Adnkronos e che è stata presentata ai quadri Uil di Rieti in vista dello sciopero generale del 12 dicembre, infatti, per uno stipendio medio di 22 mila euro lordi/anno (1.692 euro lordi/mese), la decontribuzione sgraverebbe l’azienda di circa 6.390 euro.
Se il lavoratore venisse licenziato a fine anno l’indennizzo, e perciò il costo per l’azienda, si aggirerebbe intorno ai 2.538 euro lordi: il ‘saldo’ per l’impresa dunque sarebbe positivo per 4.390 euro.
Un vantaggio che aumenterebbe, stima ancora la Uil, se il lavoratore, sempre assunto il 1 gennaio 2015, venisse invece licenziato nel terzo anno: i benefici fiscali per l’azienda, su un reddito di 22 mila euro, ammonterebbero a circa 20.790 euro mentre il costo dell’indennizzo sarebbe di 7.600 euro lordi, con un ‘vantaggio’ per l’impresa di 13.190 euro.
“La scelta del Governo non ci sembra proprio geniale: si tolgono diritti ai lavoratori mentre si premiano tutte le imprese , anche quelle che licenziano o che non investono, e il risultato è un economia stagnante e un tasso di disoccupazione sempre alto”, spiega ancora Loy, che punta il dito contro “l’aiuto indiscriminato alle imprese” da parte del governo che invece ha scelto “di penalizzare il lavoro dipendente”.
Il Parlamento, aggiunge, “è ancora in tempo per correggere la legge di stabilità che non opera come ‘stimolo’ ad assumere maggiormente ma, semplicemente, sgrava le imprese da costi senza assicurare che si raggiunga l’obiettivo principale: creare nuova e buona occupazione”, conclude Loy.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 7th, 2014 Riccardo Fucile
SMENTITE LE PROMESSE: 308 MILA POSTI DI LAVORO STIMATI DALLA BOCCONI, 190 MILA PER LA CAMERA DI COMMERCIO, 70 MILA SECONDO GLI ORGANIZZATORI
Le promesse erano mirabolanti. Le previsioni sbalorditive. Le proiezioni stupefacenti. Expo
doveva portare centinaia di migliaia di nuovi posti di lavoro.
Doveva essere la benzina per far ripartire Milano, anzi l’Italia.
Ora, a quattro mesi dall’apertura dell’esposizione, la Cgil fa i conti e le promesse crollano, le previsioni vengono smentite, le proiezioni si mostrano per quello che sono: propaganda.
Sono solo 4 mila i posti di lavoro prodotti da Expo.
Il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina a luglio aveva annunciato: “L’Expo 2015 sarà sicuramente un’occasione per creare nuovi posti di lavoro, perchè per sei mesi avremo il mondo intero a discutere in Italia di agroalimentare”.
Sì, ma tutto questo discutere quanti occupati in più produrrà ?
La grancassa aveva cominciato a battere già nel 2007, non appena Milano si era presentata alla gara, a Parigi, per ottenere l’esposizione.
Nel dossier di candidatura erano segnati due numeri: 240 mila, i nuovi posti di lavoro stabili; e 70 mila, quelli a termine per realizzare e gestire l’evento.
L’università Bocconi era riuscita a fare perfino di più: uno studio del suo Centro di economia regionale dei trasporti e del turismo, coordinato dal professor Lanfranco Senn, nel novembre 2010 era arrivato a stimare che i nuovi posti di lavoro sarebbero stati 308 mila. È il record. Poi si va a scendere.
Un dossier della Camera di commercio di Milano aggiusta un po’ il tiro e scrive: “Con l’esposizione universale si stimano dal 2012 al 2020 in 190 mila le unità di lavoro aggiuntive impegnate per Expo, di cui oltre 100 mila a Milano”.
Le previsioni della società Expo spa nel 2012 erano poi scese a 70 mila.
Adesso la Camera del lavoro milanese della Cgil ha elaborato i dati dell’osservatorio provinciale sull’occupazione ed è arrivata a una cifra che fa impallidire tutte quelle sparate finora: 4.185.
“A fine ottobre le aziende che hanno avviato assunzioni finalizzate espressamente all’Expo”, spiega Graziano Gorla, il segretario della Camera del lavoro, “sono 1.733, per un totale di 4.185 lavoratori. Solo 700 in più rispetto al maggio scorso, quando erano 3.400. Di questo passo, non arriveremo neanche alle assunzioni stimate da noi della Cgil”.
Erano 20.000, quelle previste dal sindacato in risposta alle 70.000 sparate da Expo.
Nel maggio scorso, a un anno dall’apertura dell’esposizione, il sindacato le aveva ridimensionate a 9.000.
“Ora credo che non arriveremo neppure a questa cifra”, conclude Gorla.
L’Expo si sgonfia, nel quadro di un mercato del lavoro preoccupante. Milano ha raggiunto un tasso di disoccupazione dell’8,2 per cento, aggiungendo un punto in più in soli sette mesi.
Ha accorciato le distanze dal dato nazionale, che è il 14 per cento: “È una cosa mai successa nella storia di Milano e della Lombardia, dove la disoccupazione è sempre stata un terzo di quella nazionale”.
Ed Expo non riesce a invertire la tendenza. Porta pochi posti di lavoro e poco qualificati: “Sono per lo più provvisori e a termine”.
Con un basso livello di specializzazione: manovali, camerieri, addetti alla pulizie, magazzinieri, parrucchieri, telefonisti, addetti di call center.
Dei 4.185 avviamenti al lavoro attribuibili all’esposizione, il 24 per cento sono nel settore edile: mille contratti che per definizione termineranno con la fine dei lavori, dunque entro il maggio 2015 quando Expo aprirà i cancelli.
Il 42 per cento degli avviamenti sono con contratti a tempo determinato, il 17 sono collaborazioni, il 4,8 contratti di apprendistato, il 4,6 sono lavoro intermittente e il 3,2 tirocini. Solo il 28,8 sono contratti a tempo indeterminato.
Ma attenzione, segnala Gorla, è un tempo indeterminato che indeterminato non è: “Questa tipologia di contratto è normalmente usata in edilizia, ma accompagna la realizzazione del cantiere e dunque si conclude al termine dei lavori”.
C’erano stati segnali di ripresa dell’occupazione dopo la pausa estiva, ora però sembrano esauriti. “Continua un forte incremento della cassa integrazione guadagni”, dice Gorla, “che ha ormai superato i 10 milioni di ore. E adesso a questo segnale negativo si aggiunge anche l’improvviso declino degli avviamenti al lavoro e del numero delle aziende attive sul mercato”.
Gianni Barbacetto
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
ALTRO CHE “L’ART. 18 NON SI TOCCA” E “FIDUCIA MAI”: ALLA FINE TUTTI COPERTI E ALLLINEATI
Ad un certo punto qualcuno dai banchi del Partito democratico si fa coraggio: “Shhhh”. Chiede silenzio.
Parla la senatrice Annamaria Parente e a stento sentono i suoi vicini di banco.
La battaglia campale sul Jobs act, quella della “fiducia mai” e il “parlamento abusato” e “l’articolo 18 non si tocca”, al Senato si chiude così: tra il chiacchiericcio e i borbottii dei parlamentari, qualche sbadiglio, un viavai stile via del Corso.
Il presidente d’Aula Roberto Calderoli non ci ha nemmeno fatto troppo caso: il brusio di fondo è rimasto lì per oltre quattro ore.
Solo, ai banchi del governo, ascolta il ministro Poletti: gira la testa a seconda di chi parla, braccia conserte, si trascina la sua borsa nera e ogni tanto accenna un movimento.
I senatori si alzano, escono, vanno al bar, fanno interviste. Diversivi in attesa del voto. La passeggiata è appena fuori dall’Aula.
Dentro il Senato, il governo chiede (e ottiene) la fiducia sul disegno legge delega per la riforma del lavoro.
Fuori, invece, porte e strade sono blindate dalle camionette della polizia. Protestano studenti e sindacati. In mattinata hanno tirato uova e petardi, poi hanno provato a sfondare i cordoni, le forze dell’ordine hanno deciso “azioni di contenimento”: l’esito è di 3 feriti e 2 fermati.
I senatori per entrare a dare il voto hanno dovuto schivare qualche agente.
Poi nella sala a poltrone rosse e senza finestre, delle proteste di piazza non è rimasto quasi niente. Qualcuno ha faticato ad uscire in pausa pranzo (nessun taxi disponibile, strade chiuse e obbligo di andare a zig zag), ma per il resto è filato tutto liscio.
Quattro ore di discussione. Dall’alto della tribuna ospiti una classe di studenti in visita guarda il Senato: ma le poltrone sono vuote.
I parlamentari seduti ai loro scranni fissano ipad, giornali, il cellulare. E parlano. Lavoro, probabilmente. Si mettono avanti e sbrigano faccende.
Perchè tanto il governo ha blindato il testo (con la 32esima fiducia).
A Palazzo Madama ne hanno già parlato ad ottobre scorso, la Camera ha cambiato quello che doveva cambiare ed ora che torna non c’è nemmeno da fare la fatica di discutere.
Perfino la minoranza Pd ha messo nero su bianco che, vabbè, questa riforma del lavoro non le piace, ma voterà lo stesso.
Non bastano nemmeno i cartelli del gruppetto di Sel (“Ritorno all’800″ su fogli A4 che riescono a leggere solo gli zoom dei fotografi).
All’improvviso è il turno delle dichiarazioni di voto e a qualcuno si scalda l’animo (finalmente). Ma tornano a sedersi solo i colleghi di gruppo di chi parla.
Così Anna Maria Bernini, applaudita da Antonio Razzi rientrato di fretta dopo l’immancabile intervista in sala stampa.
Così per Nunzia Catalfo del Movimento 5 stelle, supportata dai colleghi che per il resto entrano ed escono dall’Aula.
Affollati i banchi del Pd, i cui senatori sono chiamati a sfidare un po’ la propria storia, vista la storia dell’ulteriore trasformazione dell’articolo 18.
Ma il clima è stanco: un parlamentare democratico di sfuggita guarda un catalogo di gioielli. Collier e catene d’oro, probabilmente un regalo: siamo sotto Natale.
“Siamo di fronte a una svolta” prova a svegliare i colleghi Pippo Pagano del Nuovo centrodestra nel vuoto dell’Aula. “C’è l’orgoglio della nostra forza politica di aver contribuito a questo provvedimento storico”.
Tentano una protesta i 5 stelle, ma è tutta un’altra storia rispetto all’ostruzionismo di altri mesi: le manette ai banchi, le corse verso i banchi del governo, le sospensioni. “Questa — dice Catalfo — non la chiamerei una riforma: per fare una riforma vera bisogna investire in capitale umano. Noi ci apprestiamo a votare un testo che nei fatti è identico a quello votato in Senato. Il governo che punta ad abbattere le barriere, oggi ne alza un’altra”. Non è cambiato niente.
Il testo era stato blindato prima, non avrebbe dovuto cambiare mai. E invece torna con le modifiche. E i senatori protestano, o così dicono di fare.
L’azzardo lo fa la berlusconiana Anna Maria Bernini: “C’è stata — dice — una discussione troppo breve e non sufficiente per una legge delega. E’ una mancata riforma del lavoro per gli anni a venire. Il governo ha prodotto un provvedimento vago che non crea effetti reali. Siamo all’ennesima fiducia, siamo all’umiliazione di questo governo. Questa delega purtroppo dice pochissimo. Siamo contro questo provvedimento che danneggia il Paese”.
Ore 18.34, entra Mario Monti, senatore a vita, iscritto ancora — almeno lui — a Scelta Civica: è una delle sue poche presenze in Aula e si prepara al voto di fiducia.
E’ la volta di Annamaria Parente, del Partito democratico. E’ una ex sindacalista della Cisl, settore Poste. Ha sostenuto prima Veltroni e poi Bersani.
Ora difende la legge di Renzi che i sindacati avversano: “E’ il frutto di una visione complessiva. Le risorse sono e saranno fondamentali. Una battaglia che il nostro premier sta combattendo. Una visione d’insieme. Ora la parola passa a voi, governo. Ma noi parlamentari vigileremo sulle effettive attuazioni”.
E quando il chiacchiericcio si fa insostenibile, qualcuno grida “shh” e chiede almeno il ritorno all’ordine se non un rispettoso silenzio.
Poi entra Giovanardi: si guarda intorno per capire se è già l’ora del voto. Chiude il giro il senatore Corradino Mineo: “Credo che il governo non debba abusare in modo grave di questo provvedimento. Già a ottobre ha chiesto la fiducia, quando invece ci potevano essere delle discussioni. C’è da chiedersi se questa assemblea è stata sciolta a sua insaputa”.
Solo così si potrebbero spiegare le assenze, i capannelli, le chiacchiere, gli sbadigli, gli Ipad.
Martina Castigliani
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 4th, 2014 Riccardo Fucile
LE BALLE DEL MINISTRO SMENTITE DAI DATI REALI: MA NON SI FA PROPAGANDA SULLA PELLE DI CHI CERCA LAVORO
Venerdì 28 settembre l’Istat ha diffuso gli ennesimi brutti numeri economici: un tasso di disoccupazione
da immediato dopoguerra (13,2 per cento), un calo degli occupati a ottobre rispetto a settembre (55 mila), l’incubo per i giovani in cerca di occupazione. Ulteriore conferma che il lavoro è la vera tragedia italiana e la sua mancanza il modo in cui l’esigenza di deflazionare il sistema Paese è stata risolta in questi anni.
I dati dell’Istat certificano che non c’è stata per il momento alcuna inversione di rotta: l’economia italiana langue e il governo Renzi non sa o non può costringerla a #cambiareverso.
La reazione dell’esecutivo a quei numeri non è stata, se amate gli eufemismi, all’altezza di quella tragedia.
Il premier ha continuato a vantare un aumento degli occupati da febbraio, su dati non destagionalizzati (seguito da un arzillo Del-rio, secondo cui “le chiacchiere stanno a zero”).
Nella realtà si tratta di 51 mila unità in più su una stima di 22,3 milioni di occupati totali: puro rumore statistico.
Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ha fatto persino peggio, facendo rilasciare al suo dicastero un comunicato basato su “una prima indicazione che emerge da un’anticipazione” dei dati del Sistema informativo sulle comunicazioni obbligatorie sugli avviamenti e le cessazioni dei rapporti di lavoro dipendente e para-subordinato. Cioè numeri provvisori, non chiari, non completi che però hanno detto al Paese che tra ottobre 2013 e ottobre 2014 sono stati creati “2,474 milioni di nuovi posti”, di cui “400 mila a tempo imdeterminato”.
Questo comunicato è stato poi rilanciato dalle agenzie e dai siti in contrapposizione coi numeri dell’Istat: i dati non sono univoci, come ama dire Renzi.
Poi uno li guarda, questi dati, e insomma: intanto per 2,474 milioni di nuovi contratti ce ne sono 2,415 cessati nello stesso periodo (60 mila in più dentro dati preliminari e incompleti). Non solo.
Il comunicato non riporta il saldo netto dei contratti a tempo indeterminato: si sa, insomma, quanti ne sono stati attivati, ma non quanti sono cessati.
Dai numeri veri, infine, risulta non solo che il “tempo determinato” continua a calare sul totale dei contratti, ma che l’ultimo loro aumento sul trimestre risale al periodo gennaio-marzo 2014: Poletti, è arrivato al governo solo a fine febbraio e il decreto che porta il suo nome — che peraltro si occupa di incentivare il tempo determinato — è stato convertito a maggio.
Non si gioca e non si fa propaganda su una tragedia nazionale.
Un ministro che non capisce una simile ovvietà semplicemente non dovrebbe fare il ministro.
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
UN ARTIGIANO SEGNALATO ALLA CENTRALE RISCHI PER UNO SCONFINO DI CONTO CORRENTE E VITTIMA DI TASSI ILLEGALI
Prima di entrare nel capannone della “Iglass” c’è un piccolo ufficio con tre scrivanie; incorniciata e
appesa al muro c’è un’intervista al sociologo americano Richard Sennett, il quale dice: “Chi lavora nella finanza ha dimenticato la lezione dell’artigiano, perchè non è stato in grado di utilizzare gli strumenti del suo lavoro”.
E qui, in mezzo a lastre trasparenti alte anche cinque metri, l’artigiano Alberto Carminati, 50 anni, si danna e si entusiasma allo stesso tempo.
“Renzi dice che siamo eroi? A me fa piacere, ma non basta dirlo. Abbiamo contro la burocrazia, il fisco, spesso i sindaci, a loro volta strozzati dai tagli. E poi le banche: lo sa che una, un grande istituto eh, l’ho denunciata per usura e mi ha risarcito?”.
Fondata grazie alla liquidazione del papà nel 1984, “Iglass” ha otto dipendenti.
“Sono troppo piccolo per rientrare nella categoria dell’impresa e sono troppo grande per continuare a figurare titolare unico, se qualcosa va male pagheranno i miei figli e i figli dei miei figli “, spiega Carminati, un po’ depresso.
“Ma siamo vivi – ed eccolo euforico – perchè innoviamo: facciamo vetrate con le stampe digitali, quelle riscaldanti, oppure i vetri anti appannamento per le saune. Ogni nuovo macchinario costa centinaia di migliaia di euro, ma non puoi fare diversamente. Il futuro del materiale è la tempera chimica: maggiore resistenza e minor peso”.
Se siete mai passati sul ponte di Santiago Calatrava a Venezia, ecco, sappiate che il vetro è roba sua. Così come nella nuova sede del Sole 24 Ore, progettata da Renzo Piano.
Solo che poi è cambiato tutto, il fatturato dell’azienda si è dimezzato da un anno all’altro. “Era il 2008, a un certo punto due clienti non mi hanno più pagato: mezzo milione di euro di buco. Lì è cominciato un calvario dal quale sto uscendo solo adesso”, racconta l’imprenditore.
Un calvario fatto di scartoffie, cause e controcause a destra e a manca (tutte vinte: contro il Comune che si era preso troppi soldi per l’Ici, contro Equitalia che voleva 40mila euro) e infine, come una ciliegina sulla torta, le banche.
“A loro non interessa niente se hai una storia dietro, se hai un’idea per il futuro, se hai un inghippo momentaneo, non sei valutato realmente per quel che vali. Sei un numero, un coefficiente “, ragiona Carminati, di nuovo depresso.
Il suo “coefficiente” diceva che, nel bel mezzo della tempesta, aveva sforato il fido di 80mila euro.
“Ma come? Mi conoscevano da vent’anni, avevo chiesto una deroga, aspettavo una risposta da tre mesi e invece mi chiamano e fanno: “Lei è passato in incaglio”. Definizione del termine “incaglio” su sito specialistico: “Sconfino di conto corrente. La posizione di incaglio verrà segnalata in “centrale rischi” di modo che tutti gli istituti di credito possano prenderne notizia. Il risultato è l’impossibilità di accesso al credito”.
Per chi fa impresa somiglia alla campana che suona a morto.
Il tuo istituto non ti finanzia più, gli altri lo stesso. E allora come li ripiani i debiti? Per prima cosa “con grande dispiacere, ho ridotto il personale del 50%”.
Per seconda, Carminati è andato a leggersi bene i fogli della banca, le scritte piccole che nessuno si guarda mai.
Risultato, “ho scoperto che non solo non mi avevano aiutato quando più avevo bisogno, e questo lo sapevo, ma oltretutto avevano praticato tassi di interesse sul fido concordato fuorilegge”.
In gergo: anatocismo (la possibilità per le banche di applicare interessi sugli interessi), usura oggettiva e usura soggettiva.
Così è partita la richiesta di risarcimento danni, la banca ha tentato la strada della trattativa “e alla fine abbiamo chiuso la settimana scorsa a 50mila euro cash. Pochi, ma meglio la metà della metà subito che tutti fra anni, aspettando la fine di una causa”.
La dura legge del credito, oggi, è che “se chiedi cento, devi poter garantire centouno. Solo che poi uno risponde: ma scusa, se ce li avevo mica te li venivo a chiedere no?”, sbotta il padroncino della Iglass.
I numeri dell’Unione Artigiani lombarda, parlano di una stretta del credito dell’8% nel 2014 rispetto all’anno scorso.
“Senza dimenticare che tra il 2012 e il 2013 secondo Bankitalia il gap toccò un netto meno 10%”, sottolinea Marco Accornero, segretario degli artigiani milanesi e brianzoli: “I numeri certificano come l’accesso al credito da parte delle micro, piccole e medie imprese risulti difficile se non impossibile “.
Però almeno stavolta, in questa vetreria di provincia dove ora gli operai artigiani stanno costruendo una fontana per un comune indiano con scolpita una preghiera in musulmano, c’è il lieto fine.
Cioè una commessa da 540mila euro arrivata dalla Russia, un albergo da 220 camere, hai voglia di vetri e vetrate.
E così magicamente la giostra fatta di investimenti (e debiti) può ripartire: “Sai – sorride Carminati, ovviamente rivitalizzato – si chiama factoring: una società ti dà risorse finanziarie immediate in cambio della cessione dei crediti futuri… ”
Matteo Pucciarelli
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