Maggio 25th, 2019 Riccardo Fucile
LA SHERNON HOLDING E’ STATA SCELTA DAL MINISTERO NOVE MESI FA… UN PIANO INDUSTRIALE MAI REALIZZATO E I MANCATI CONTROLLI
Shernon Holding, la società che gestiva i punti vendita di Mercatone Uno, è stata dichiarata
fallita. Lo ha fatto sapere la Filcams-Cgil di Reggio Emilia con una nota nella quale si racconta che i lavoratori sono venuti a conoscenza del fallimento via Facebook nella notte. “Non c’è stata nessuna comunicazione ufficiale da parte dell’azienda”, ha spiegato Luca Chierici, segretario della Filcams di Reggio Emilia. Shernon Holding aveva acquisito i 55 punti vendita meno di un anno fa e circa un mese fa aveva presentato domanda di ammissione al concordato preventivo.
Sono oltre 1.800 i dipendenti in tutta Italia finiti in mezzo a una strada. ùù
Per il 30 maggio era stato convocato al ministero dello Sviluppo economico il tavolo di crisi su Shernon-Mercatone Uno. L’azienda aveva punti vendita tra gli altri a Bologna, Colle Val d’Elsa, Caltignaga, Trecate e Pombia (Novara), Gravellona Toce e Preglia di Crevoladossola (VCO), Reana (Udine) e Verdello (Bergamo).
Oltre 500 le aziende fornitrici coinvolte dalla vicenda della Mercatone Uno, che vantano crediti non riscossi per circa 250 milioni di euro.
Di fronte alla sentenza di fallimento, l’Associazione Fornitori Mercatone Uno rende noto di seguire attentamente “il percorso giuridico che si evolverà , soprattutto per capire le conseguenze tra questo fallimento e il procedimento di amministrazione straordinaria del Gruppo Mercatone, al fine di tutelare i crediti dei propri associati e i livelli occupazionali”.
I fornitori, ha dichiarato William Beozzo, direttore dell’Associazione, “hanno sempre manifestato a tutti gli organi competenti le proprie perplessità sull’operazione con Shernon Holding. Sono stati persi altri 8 mesi e ulteriori risorse finanziarie. Ricordiamo che in gioco non ci sono solo i 1.860 dipendenti del Gruppo, a cui mandiamo tutta la nostra solidarietà , ma anche tutti i dipendenti delle nostre aziende, un indotto che coinvolge in Italia quasi 10.000 persone”
“C’è un problema serio anche con la clientela: molta gente si è presentata stamattina nei punti vendita per ritirare merce sulla quale aveva già versato degli acconti nei giorni scorsi per migliaia di euro”, racconta Luca Chierici, segretario della Filcams-Cgil di Reggio Emilia, in presidio con i lavoratori della Mercatone Uno nel punto vendita di Rubiera. “Le persone, trovando il negozio chiuso, in alcuni casi se la prendono con i dipendenti che ovviamente non hanno alcuna responsabilità ”, spiega.
Scene analoghe si stanno ripetendo anche negli altri punti vendita in giro per l’Italia, dal momento che fino a ieri l’attività di vendita era proseguita senza problemi. “Al momento non sappiamo se domani o lunedì saranno in grado di riaprire, abbiamo provato a contattare il curatore fallimentare, ma invano”, ha aggiunto Chierici.
L’utente Marco Gherardi, attivista grillino dell’Emilia Romagna, scrive su Facebook:
D’altra parte i primi criminali sono stati proprio i vecchi commissari, che si sono fidati di una società che fa capo ad una holding con sede a MALTA (noto paradiso fiscale). Ma anche i sindacati hanno le loro colpe dato che dovevano controllarne la solidità , che non c’è mai stata dato che dei 40-50 milioni di euro in un anno ne erano stati versato 1/5. E il MISE? ahahahahahaha…. sapete cosa hanno detto alla riunione con i sindacati a Roma? Che la pratica era andata persa perchè avevano cambiato del personale. Loro che avrebbero dovuto CONTROLLARE.
Nel 2015 Mercatone Uno era sull’orlo del fallimento e venne salvata proprio dall’Amministrazione straordinaria speciale.
La stessa Shernon è stata costituita per acquisire la maggior parte dei punti vendita dall’Amministrazione straordinaria, operazione che ha consentito — si legge sul sito dell’Amministrazione straordinaria — “la salvaguardia occupazionale di 2.304 dipendenti pari a circa l’85% del totale degli occupati”.
E proprio nel maggio del 2018 il MoVimento 5 Stelle Sicilia aveva annunciato di aver chiesto l’apertura di un tavolo di crisi presso il MISE per discutere la chiusura dei punti vendita Mercatone Uno acquisiti da COSMO: «non possiamo non segnalare le preoccupazioni legate ai lavoratori che stando alle proposte da discutere ancora con le parti sindacali prevedono tagli pesanti al numero di occupati» aveva dichiarato il deputato dell’ARS Luciano Cantone. Poi dal M5S non è arrivato più nulla. Anche perchè da inizio di giugno al MISE si è insediato Luigi Di Maio. E forse non era il caso di sollevare il problema.
La senatrice PD Teresa Teresa Bellanova aveva accusato Di Maio di perdere tempo prezioso.
La CGIL se la prende con la proprietà e con il Ministero: «Questo imprenditore è stato scelto dal ministero: il suo piano industriale, le garanzie, e i partner sono stati vagliati e autorizzati dal ministero. Ci sta che il Governo, in quel dato momento, abbia valutato la proposta di Rigoni come la migliore, ma da quando abbiamo fatto l’accordo a giugno per la cessione del plesso aziendale sono passati nove mesi e in questi nove mesi un comitato di sorveglianza del ministero doveva vigilare, però non lo ha fatto» ha dichiarato all’agenzia DIRE Stefano Biosa, della Filcams-Cgil di Bologna.
Eppure di avvisaglie ce n’erano state diverse. A febbraio c’era stato un incontro con Shernon in cui era stata prospettata una ricapitalizzazione; se ne sarebbe dovuto capire di più in un altro summit il 5 aprile. Un altro tavolo era fissato per il 2 aprile a Roma ma è slittato. Al MISE a quanto pare la cosa non ha destato sospetti. Anche perchè — ricorda Biosa — «su questa azienda sono stati spesi milioni di euro di soldi pubblici in ammortizzatori sociali». Una ragione in più per vigilare, ma forse come dice la Bellanova il ministro era troppo impegnato ad andare in televisione.
Contro il governo si scaglia da Sinistra Nicola Fratoianni. “Sono allibito. 1.800 lavoratori dell’ex Mercatone Uno apprendono di notte e via Facebook del fallimento della Shernon Holding e della chiusura dei punti vendita in Italia. Dalla sera alla mattina ci si ritrova senza lavoro”, denuncia Fratoianni. “Da mesi c’erano avvisaglie sulla poca serietà della cordata – prosegue l’esponente della Sinistra – che aveva acquisito la catena dei negozi. Tanto che io stesso avevo visitato due punti vendita, uno in Toscana e uno in Abruzzo, con due interrogazioni al ministro Di Maio per avvertire dei rischi che i lavoratori mi avevano illustrato”. “Perchè non è intervenuto a quel tempo il governo? Adesso arrivano in batteria le dichiarazioni di ministri e sottosegretari, ma in questi 8 mesi – conclude Fratoianni – precisamente dov’erano?”.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 25th, 2019 Riccardo Fucile
SOLO IN ITALIA UN GOVERNO NON SEGUE LA VICENDA E NON INTERVIENE A TEMPO PER IMPEDIRE UN EPILOGO CHE GETTA NELLA DISPERAZIONE 12.000 FAMIGLIE TRA DIPENDENTI E INDOTTO
Fallimento scoperto via Facebook, negozi chiusi all’improvviso e 1.800 lavoratori sconvolti. La Filcams-Cgil di Reggio Emilia ha fatto sapere che Shernon Holding, la società che gestiva punti vendita di Mercatone Uno, è stata dichiarata fallita.
Secondo la ricostruzione data dal sindacato, i lavoratori sono giunti a conoscenza del fallimento attraverso il passaparola sul social network, soltanto nella notte: “Non c’è stata nessuna comunicazione ufficiale da parte dell’azienda”, ha spiegato Luca Chierici, segretario della Filcams di Reggio Emilia.
In una nota congiunta con Fisascat Cisl e Uiltucs Uil, i sindacati hanno poi fatto sapere che “questa notte si è appreso che il tribunale di Milano ha dichiarato il fallimento della società e i direttori hanno comunicato ai lavoratori il divieto di accedere ai locali aziendali”.
Risultato: saracinesche chiuse, nessuno ha potuto raggiungere il suo posto.
“C’è un problema serio anche con la clientela – ha aggiunto Chierici – molta gente si è presentata stamattina nei punti vendita per ritirare merce sulla quale aveva già versato degli acconti nei giorni scorsi per migliaia di euro”.
Per le sigle si tratta dell’ennesima “disavventura che i lavoratori si trovano ad affrontare ed iniziata ormai 7 anni fa. Dopo anni di contratti di solidarietà , cassa integrazione, amministrazione straordinaria e un altro fallimento di cui, a distanza di 3 anni, sono ancora in attesa di poter ricevere le loro spettanze”.
Insomma, “è una vergogna e chiediamo chiarezza in quanto tutto quello successo negli ultimi 8 mesi con la gestione Shernoon Holding risulta inspiegabile”.
Per il momento, “non si sa cosa succederà ai dipendenti e se nei prossimi giorni potranno riaprire i punti vendita. Si chiede chiarezza e certezza”.
Shernon Holding aveva acquisito i 55 punti vendita dello storico marchio emiliano, dal Piemonte alla Puglia, nell’agosto del 2018, annunciando un piano di rilancio che prevedeva importanti ricavi già dal 2022.
Nello scorso aprile, però, aveva presentato domanda di ammissione al concordato preventivo in continuità , garantendo la tenuta occupazionale fino al 30 maggio. Proprio quel giorno, infatti, è programmato da tempo un incontro al Mise, per studiare un piano di salvataggio.
La chiusura scattata ora è l’effetto della sentenza di venerdì, con la quale il tribunale fallimentare di Milano ha decretato il fallimento della Shernon.
I sindacati hanno ricordato che già all’incontro al Mise del 18 marzo scorso era stato garantito che tutti i 1.800 dipendenti dei 55 punti vendita passati a Shernon sarebbero stati riassorbiti dall’amministrazione straordinaria. “Tuttavia non sappiamo cosa succederà successivamente – continuano dal sindacato – E’ perciò di massima urgenza convocare un tavolo imminente con il Mise, l’amministrazione straordinaria, il curatore fallimentare, per capire cosa succederà “.
In allarme anche le oltre 500 aziende fornitrici coinvolte dalla vicenda, che vantano crediti non riscossi per circa 250 milioni di euro. Riuniti in Associazione, le società fanno sapere in una nota di seguire attentamente “il percorso giuridico che si evolverà , soprattutto per capire le conseguenze tra questo fallimento e il procedimento di amministrazione straordinaria del Gruppo Mercatone, al fine di tutelare i crediti dei propri associati e i livelli occupazionali”.
William Beozzo, direttore dell’associazione, ha attaccato: “Sono stati persi altri 8 mesi e ulteriori risorse finanziarie. Ricordiamo che in gioco non ci sono solo i 1.860 dipendenti del Gruppo, a cui mandiamo tutta la nostra solidarietà , ma anche tutti i dipendenti delle nostre aziende, un indotto che coinvolge in Italia quasi 10.000 persone”
(da agenzie)
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Maggio 21st, 2019 Riccardo Fucile
CONDONI AGLI EVASORI MA SI RISPARMIA SUI LAVORATORI MORTI
Il decreto pubblicato il 14 maggio dal ministero guidato da Luigi Di Maio dice che gli aiuti economici per i parenti di chi è morto sul lavoro durante il 2018 saranno i più bassi mai previsti nell’ultimo decennio.
Spiega oggi il Fatto:
I soldi a disposizione sono diminuiti, ma i decessi sono aumentati, quindi le famiglie che hanno vissuto una simile tragedia potranno ricevere, a seconda del numero di componenti, tra i 3 mila e i 13 mila euro. Praticamente è la cifra minima da quando è stato istituito il Fondo per il sostegno alle vittime degli infortuni gravi, strumento che viene gestito dall’Istituto nazionale per l’assicur azione sul lavoro (Inail), ma è il ministero del Lavoro a stabilire anno per anno la quantità di risorse da assegnare.
Una volta quantificati i soldi disponibili, l’Inailfornisce i dati su quanti hanno perso la vita. Sulla base di questi due fattori vengono preparate le tabelle con i risarcimenti che possono essere concessi alle famiglie.
Per i casi avvenuti tra gennaio e dicembre 2018 ci sono solo 3,9 milioni di euro. In quell’anno, però, i morti sono cresciuti: 1.133 solo quelli emersi dalle denunce all’Inail, che sono sottostimate.
Quindi i contributi si sono ristretti: se il famigliare “superstite ”è solo uno, potrà richiedere 3 mila euro; 6 mila euro se sono in due, 9 mila se sono in tre e 13 mila se sono di più.
Nel 2017 gli importi erano un po’più generosi e andavano da un minimo di 3.700 euro a un massimo di 17.200 euro.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 15th, 2019 Riccardo Fucile
IL SOLE 24 ORE RIVELA: SOLO 120.000 DEI 488.000 NUCLEI SARANNO CHIAMATI DAI CENTRI PER L’IMPIEGO
Soltanto uno su quattro percettori del reddito di cittadinanza sarà avviato al lavoro. 
Il Sole 24 Ore spiega oggi che poco più di 120mila tra gli oltre 488mila nuclei percettori del reddito di cittadinanza, accolti nella prima tranche di domande di marzo, saranno chiamati dai centri per l’impiego per sottoscrivere il patto per il lavoro ed attivare un percorso di inserimento occupazionale.
Si tratta del 24% della platea iniziale di beneficiari, il restante 76% è destinataria di misure di inclusione sociale o della pensione di cittadinanza (senza, dunque, gli obblighi di attivazione lavorativa).
La percentuale è leggermente al di sotto del 26% di famiglie che l’Ufficio parlamentare di bilancio aveva stimato attivabile per percorsi lavorativi.
Ma non subito: i primi 120.226 nuclei beneficiari del Rdc da avviare al percorso personalizzato saranno contattati dai centri per l’impiego dal 24 giugno, più in avanti, pertanto, rispetto al timing previsto dalla legge (1 mese dopo l’erogazione delle risorse sulla card).
Lo slittamento concordato ieri, nella riunione tecnica tra Anpal e regioni, servirà per dotare gli oltre 500 centri per l’impiego di infrastrutture tecnologiche uniformi, collegando banche dati di Inps, Anpal e regioni.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 27th, 2019 Riccardo Fucile
PENALIZZATI GIOVANI E DONNE
I sottoccupati sono coloro che vorrebbero lavorare di più di quanto possono. 
L’OCSE dice che dalla comparazione tra i diversi Paesi emerge che la quota di lavoro temporaneo italiana è superiore alla media Ocse (15,4% di tempo determinato contro una media Ocse dell’11,2%) ed è fortemente cresciuta nell’ultimo decennio, mentre la percentuale di tempo parziale breve è allineata con la media Ocse (6,2% contro il 6,7%).
L’Italia ha anche la quota di lavoratori sottoccupati più alta tra i 36 paesi Paesi industrializzati: la quota di lavoratori dipendenti che si dichiarano sottoccupati, perchè lavorano meno di quanto vorrebbero, è più che raddoppiata tra il 2006 e il 2017 passando dal 5,6% al 12,2% (la media Ocse nel 2017 è del 5,4%).
Ad essere più penalizzati sono i giovani, tra i quali è cresciuta del 12,3% la quota di quanti si considerano sottoccupati tra il 2006 e il 2017 (rispetto ad una crescita del 2,4% nella media Ocse): peggio di noi fa solo la Spagna.
Penalizzate anche le donne, che hanno la crescita maggiore di sottoccupate tra i 36 Paesi industrializzati (+8,9%, rispetto alla media Ocse del + 0,9%).
L’Ocse mette in guardia i governi perchè senza un’azione immediata, le disparità del mercato del lavoro potrebbero aumentare, visto che alcuni lavoratori affrontano rischi maggiori di altri: i cosiddetti “atipici” hanno protezioni solo parziali, i lavoratori a bassa qualifica sono spesso esclusi da programmi di formazione.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 22nd, 2019 Riccardo Fucile
IN DIFFICOLTA’ SU DONNE E GIOVANI, AUMENTA LA DISTANZA TRA NORD E SUD
Il 2020 ormai è alle porte, ma gli obiettivi della strategia Ue per la crescita sono
lontanissimi.
E quello sul lavoro in particolare non potrebbe essere più lontano: l’Italia ha raggiunto appena un tasso di occupazione del 63 per cento, e diventa davvero improbabile che arrivi in pochi mesi al 67 per cento fissato da Bruxelles.
Tasso che comunque, ammesso che riuscissimo a raggiungerlo, ci lascerebbe comunque distanti dagli altri Paesi: già nel 2017 la media Ue era al 72,2 per cento, e anche se l’obiettivo del 75 per cento per il 2020 non verrà raggiunto, l’Italia rimarrà comunque fanalino di coda, ultimo Paese europeo per l’occupazione, seguito solo dalla Grecia che sfiora appena il 58 per cento.
A fare il punto sul lavoro è la Fondazione OpenPolis, che seguendo il proprio motto “Numeri alla mano” ha appena pubblicato un rapporto che mette a confronto anche le profonde differenze regionali, che rendono la situazione italiana ancora più problematica.
I punti di differenza tra il tasso di occupazione della provincia di Bolzano e quello della Regione Sicilia sono 35: un abisso tra il 79 per cento di una delle aree più progredite del Nord e il 44 per cento della Regione più meridionale d’Italia.
La classifica ripercorre fedelmente la geografia della penisola: seguono Campania, Calabria, Puglia, Basilicata, fino ad arrivare al Lazio e alle Regioni del Centro che mostrano tassi di occupazione medi, di poco superiori al 60 per cento, per poi arrivare al Nord che, a partire dal Piemonte, mostra tutti tassi superiori al 70 per cento.
Due Italia, anche lontanissime, quella degli uomini e quella delle donne.
Ci sono 28 punti di differenza tra il tasso di occupazione maschile e quello femminile, nonostante la situazione delle donne sia migliorata, e il tasso, rimasto a lungo sotto il 50 per cento, adesso abbia finalmente sfondato quello che sembrava un traguardo fin troppo ambizioso.
A seguire l’Italia, come sempre, la Grecia. Prima c’era Malta: è un primato negativo del Sud dell’Europa quello di negare opportunità alle donne, e ai giovani. L’Italia mantiene anche il primato negativo della disoccupazione giovanile: la percentuale dei giovani occupati raggiunge appena il 42,7 per cento, anche stavolta ci segue la Grecia ma invece Malta mostra un andamento del tutto diverso, è in cima alla classifica Ue per giovani occupati con un tasso record del 78,5 per cento, superiore persino al 76,5 dell’Olanda e del Regno Unito.
I Neet italiani, cioè i giovani che non lavorano, non studiano e non sono impegnati in percorsi di formazione, sono il 23,4 per cento della fascia di riferimento (13,4 per cento la media Ue). E per divario tra tasso di occupazione dei giovani l’Italia stavolta non è penultima, è ultima, con quasi dieci punti di differenza.
Poca occupazione, e di scarsa qualità . Neanche questo sfugge all’analisi di OpenPolis, e del resto l’aumento del precariato, dei lavoratori a rischio di povertà emerge da tempo da tutti i dati disponibili sul mercato del lavoro, da quelli dell’Istat a quelli dell’Inps a quelli del ministero del Lavoro.
Se in Europa la percentuale dei lavoratori a rischio di povertà è del 9,4 per cento, in Italia arriva al 12,3. Per occupati con contratto a termine siamo al quinto posto con un tasso del 17,6 per cento, nel Regno Unito è del 4,8, in Bulgaria del 4,7. Molti parametri negli ultimi anni hanno mostrato segni di peggioramento: quello che preoccupa di più è il divario tra Nord e Sud, che si sta ampliando.
(da “La Repubblica”)
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Aprile 22nd, 2019 Riccardo Fucile
COME DI MAIO NON HA CONCLUSO UNA MAZZA PER SALVARE 250 POSTI DI LAVORO
“Fanno anche gli auguri”, “la faccia come l’uovo”, “mi spiace ma compro solo cioccolato prodotto in Italia”: hanno suscitato sui social queste — e tante altre — reazioni gli auguri di Pasqua della Pernigotti, azienda di proprietà della multinazionale turca Toksoz che lo scorso novembre ha annunciato la chiusura dello stabilimento di Novi Ligure (Alessandria).
“Pernigotti augura a tutti una golosa Pasqua! Scegli il tuo gusto preferito e rendi dolcissima la tua festa”, è il messaggio postato dall’azienda sulla sua pagina Facebook.
Un augurio che non è passato inosservato, come le vicende aziendali, per le quali la fabbrica è chiusa ormai da due mesi in attesa di un compratore.
Il tavolo al Mise è stato aggiornato al 29 maggio. “Grazie per gli auguri, ma da quest’anno per le vostre famose vicende ho scelto altri prodotti — è una delle risposte social -. Voi non avete bisogno di noi e noi non abbiamo bisogno di voi. Siamo pari!”.
“Facendo un augurio di buona Pasqua a tutti, o a quasi tutti, quest’anno scelgo, non per volontà mia, il gusto amaro di vedere una fabbrica affossata dall’arroganza, dall’incompetenza e dalla presunzione di persone che pensano di essere al di sopra di tutti! — è un altro messaggio — Scendete dal piedistallo!”.
Ad andare in Cassa integrazione sono cento dipendenti, i 150 lavoratori interinali invece godranno della disoccupazione ma non avranno alcun ammortizzatore sociale.
Fallisce così, sulla pelle di 250 persone e altrettante famiglie la mediazione del Ministero con Toksoz, il gruppo turco che è proprietario della Pernigotti da sei anni.
Toskoz non ha voluto vendere e non si è mai capito se ci fosse davvero qualcuno interessato a rilevare il marchio. Eppure il 5 gennaio Di Maio continuava a raccontare che l’azienda sarebbe stata salvata, e con essa i posti di lavoro. «La Pernigotti non solo deve continuare ad esistere come marchio ma deve continuare ad esistere con i suoi lavoratori», diceva Di Maio un mese fa spiegando che il governo «stava facendo sul serio».
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 18th, 2019 Riccardo Fucile
DATI INPS: ASSUNZIONI CALANO, AUMENTANO LE DOMANDE DI DISOCCUPAZIONE… LE NUOVE PENSIONI CALATE DEL 16%
Crescono i lavoratori che si rivelano irregolari ai controlli dell’Ispettorato nazionale del lavoro.
L’anno scorso, sono state 98.255 le aziende in cui gli ispettori del lavoro hanno riscontrato irregolarità , il 70% di quelle su cui sono stati condotti e definiti gli accertamenti. Un 5% in più di quanto si registrava nel 2017.
Grazie all’attività dell’Ispettorato sono emersi 1,35 miliardi di euro di contributi e premi evasi, il 23% in più rispetto al dato rilevato nell’anno precedente.
Gli ispettori hanno poi stanato 42.306 lavoratori totalmente in nero. La maggiore incidenza del fenomeno è stata registrata in Campania, Puglia, Lombardia, Lazio, Toscana, Emilia Romagna.
Quanto alla tipologia di attività , la graduatoria vede: servizi di alloggio e ristorazione (10.082 lavoratori in nero, pari a circa il 54% degli accertamenti definiti), commercio (4.722/28%), edilizia (4.710/16%), attività manifatturiere (4.191/39%), agricoltura (3.349/51%).
Inps, l’andamento di contratti e pensioni
Nei primi due mesi del 2019 la variazione netta sui rapporti di lavoro a tempo indeterminato (assunzioni più trasformazioni meno cessazioni) risulta positiva per 208.560 contratti (+119% sui primi due mesi del 2018). Lo si legge nell’Osservatorio Inps sul precariato. Si conferma il boom delle trasformazioni da tempo determinato a indeterminato passate dalle 101.730 del primo bimestre 2018 a 175.677 (+72,6%).
Nel complesso, però, il mercato del lavoro sembra risentire del rallentamento economico: nei primi due mesi le assunzioni totali dei datori di lavoro privati sono state 1.064.000 con un calo del 12,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
Altri dati, quelli sulle domande di disoccupazione rafforzano queste incertezze: a febbraio sono state presentate 111.331 domande di NASpI, 31 di mobilità e 1.453 di DisColl per un totale di 112.815 domande, segnando un incremento del 3,1% rispetto al mese di febbraio 2018 (109.458 domande).
L’Istituto ha infine aggiornato i dati sui flussi di pensione e riportato che gli assegni liquidati nel primo trimestre 2019 sono stati 93.123 con un calo del 16% rispetto al primo trimestre 2018. L’importo medio è di 1.025 euro a fronte dei 1.093 del primo trimestre 2018 e dei 1.090 di media dell’intero 2018. La riduzione risente del fatto che a inizio 2019 sono scattati i cinque mesi di incremento dell’aspettativa di vita. Il calo si concentra sulla vecchiaia (-39,2%). Non sono comprese le pensioni liquidate con Quota 100 decorrenti da aprile.
(da agenzie)
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Aprile 13th, 2019 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO DELLA CGIL: “I SALARI VENGONO STABILITI DAI CONTRATTI NON DAI POLITICI E LA CONTRATTAZIONE LA FANNO GLI IMPRENDITORI E I SINDACATI”
“Se questi sono i presupposti, iniziamo davvero male”. La Cgil legge con stupore le parole di Luigi Di Maio, rilasciate in un’intervista all’Huffpost in cui il vicepremier M5s li invita a schierarsi “o con i lavoratori o con il Pd”.
Per Cgil, il sindacato guidato da Maurizio Landini, non è con questi toni che ci si può sedere attorno a un tavolo, anche perchè la “commissione ministeriale” di cui parla il ministro del Lavoro viene totalmente bocciata.
“Se il salario minimo – si apprende in ambienti della Cgil – viene stabilito da una commissione ministeriale significa che ciò è una roba politica e non a favore dei lavoratori. La contrattazione si fa tra lavoratori e imprese tramite i sindacati, i salari sono stabiliti dai contratti non dai politici”.
Premettendo che la proposta del salario minimo presenta dagli M5s è più ragionevole rispetto a quella del Pd, la Cgil smonta comunque l’intero impianto.
Il salario minimo, che i grillini propongono che sia di nove euro lordi, deve essere proporzionato al lavoro che si fa.
Per il sindacato non si può stabilire una paga base, che invece deve essere l’insieme dei giorni festivi, delle domeniche e degli straordinari.
Per questo il salario minimo è diverso da quello che si intende per paga oraria. “È qui la contraddizione della proposta M5s”, spiega ancora la Cgil, “altrimenti si torna a quella Pd”.
Per la Cgil, Di Maio dovrebbe piuttosto impegnarsi affinchè venga ampliata la copertura contrattuale. “Oggi in Italia abbiamo l’85% di copertura contrattuale. Il vero obiettivo non è dare una nuova legge ma dare copertura a quel 15% che non ce l’ha”.
L’invito che la Cgil infine rivolge al ministro del Lavoro è di ripartire dalle leggi di iniziativa popolare che giacciono in Parlamento: “Partiamo da lì, dalla carte dei diritti. In fondo M5s è sempre stato a favore dei referendum”.
(da “Huffingtonpost”)
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