Ottobre 29th, 2013 Riccardo Fucile
IL PERCHE’ DI UN NUOVO SINDACATO NON CONFORME
E’ stata inaugurata a Milano, in via Padova 304, la nuova sede del Sindacato Europeo dei Lavoratori, alla presenza di una folta rappresentanza di iscritti, di consulenti legali e del lavoro, psicologi e rappresentanti aziendali e del rappresentante per Milano, avv. Lo Verde. La inaugurazione è stata allietata da musica e cibi sud-americani, grazie alla grande partecipazione degli iscritti all’associazione “Para Todos” ( 800 iscritti) che supporta nella crescita e nell’avvio dell’azione sindacale a Milano.
Ospitiamo un intervento del segretario generale del Sindacato Europeo dei Lavoratori
Si sente da tempo la necessità di un nuovo sindacato: i lavoratori subiscono una crisi che colpisce sempre più il bilancio familiare, causando drammi sociali e umani spesso irreversibili. Tutti attendono una svolta, il famoso “cambiamento” tanto auspicato anche nella politica italiana.
Si votano (sempre meno) i propri rappresentanti e poi si finisce per criticarli.
Il sindacato tradizionale finisce per essere un po’ lo specchio della politica italiana: ci si accorda alle spalle dei lavoratori, come in politica a quelle degli elettori, e invece di rappresentarne i diritti e le istanze, si fa dell’altro.
Perchè ci sono questi comportamenti sia nella politica che nel sindacato? Perchè in fondo “i rappresentanti” spesso sono come la loro base, con gli stessi difetti.
E’ il Belpaese dei mille compromessi, del “tirare a campare”, dell’attendere che qualche altro si muova, del “ ma chi te lo fa fare”, del “teniamo famiglia”.
Tutto va bene finchè non veniamo toccati in prima persona.
Allora ci scateniamo e gridiamo contro l’ingiustizia subita e un piccolo torto diviene una montagna.
Ci siamo, ci hanno abituati così.
Ma è finita la fase di fare sempre le vittime, è giunto il momento di rimboccarsi le maniche, fare squadra, essere onesti e pretendere quello che ci tocca, solo e soltanto quello.
Eravamo abituati a spendere e spandere, a indebitarci, ma ora non si può poù, è tempo di responsabilità ..
Perchè siamo vicini al fallimento, e non per colpa dell’Europa, ma perchè ci siamo scelti i governanti a nostra immagine e somiglianza: arraffoni, furbastri, cinici ed egoisti.
Cosa può fare un nuovo sindacato? Selezionare meglio la propria classe dirigente: onore al merito e grande capacità di ascolto.
Noi come sindacato non siamo quelli che firmano tutto ( Cgil,Cisl,Uil) o quelli che spaccano il mondo ( Cobas), vogliamo essere “l’opposizione intransigente e intelligente”.
Non è giusto dire sempre di sì oppure sempre no, bisogna entrare nel merito, chiedere diritti, ma far capire che ci vogliono anche i doveri.
A cosa serviremmo se fossimo uguali agli altri?
L’idea è di costituire dei “centri servizi” con varie realtà interne: sindacato, legali, psicologo, commercialista, finanziaria, ecc. per potere mantenere le sedi in autonomia dai datori di lavoro e dare quello che realmente serve: un servizio efficiente, trasparente e autonomo.
Partendo dalla difesa dei più deboli, chiedendo un piccolo contributo, ma garantendo la difesa senza “inciuci” e con equilibrio.
Una delle cose a cui teniamo è ricordare quanto dice l’art. 46 della Costituzione: “ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende”.
Ci si può e ci deve accordare quando ci sono i presupposti, alla luce del sole, dividendo non solo i sacrifici ma anche gli utili.
Giuseppe Criseo
Segretario Generale-Sindacato Europeo dei Lavoratori
Il commento del nostro direttore
Come esiste il presunto “governo del fare” (che spesso si riduce al “fare chiacchiere” o promesse irrealizzabili) a destra da tempo va di moda lo sfogatoio dei teorici della dietrologia, dell’onanismo culturale, del criticare tutto e tutti per poter conservare l’alibi a non fare nulla.
Si è perso lo spirito di servizio per la comunità , spesso si sfiora l’incontinenza verbale e l’autoreferenzialità , ci si chiude in sette dove esistono più dirigenti che iscritti, bruciando potenzialità , cervelli e annicchilendo entusiasmi.
E ovviamente “chi fa qualcosa” diventa oggetto di critiche: non posso non ricordare che anche noi di destradipopolo siamo stati accusati persino di “mettere troppi post” nei gruppi di Fb.
Badate bene non da avversari, ma da presunti amici che, a causa dei nostri post, dovevano far scorrere troppo a lungo la pagina Fb per ritrovare il loro chiacchericcio del giorno prima.
E pensare che noi, facendoci un mazzo così 15 ore al giorno, siamo presenti in 182 gruppi, dal Pdl a Sel, tanto per capirci, facciamo circolare idee, progetti, immagine di una destra diversa.
Per questo abbiamo voluto far conoscere l’iniziativa dell’amico Giuseppe, perchè sia di esempio a “chi vuol fare” nella direzione giusta: quella dell’impegno sociale che “qualifica” la nostra identità senza etichette e medaglie.
Dove non conta la carica, ma il sacrificio e il senso della comunità .
E dove a chi lavora onestamente e rispetta i doveri del nostro Stato, possano essere garantiti i nostri stessi diritti, una stretta di mano e un sorriso.
Questa è la nostra destra al servizio dell’Italia.
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Ottobre 23rd, 2013 Riccardo Fucile
IL 73% DELLE AZIENDE NON LI VUOLE
Enrico Letta l’ha presentato come un fiore all’occhiello. Ma secondo i Consulenti del Lavoro, il bonus per
l’assunzione di giovani lavoratori è stato “un flop”.
A inviare la richiesta all’Inps, nel tanto sbandierato “click day”, infatti, è stata solo “un’azienda su quattro”.
Questo, almeno, è quanto emerge dal sondaggio della Fondazione Studi sui Consulenti del Lavoro che, da Nord a Sud, si sono cimentati con l’applicazione del bonus assunzioni voluto dal governo lo scorso agosto.
Il 73 per cento degli intervistati ha riferito che “le imprese che assistono non hanno sfruttato il bonus occupazione” e “la maggior parte delle imprese che hanno snobbato l’agevolazione risiedono al Sud” cioè proprio dove sono state concentrate le maggiori risorse.
Enrico Letta ha fatto il numero di 11.800 domande inviate all’Inps per usufruire degli sconti del cosiddetto bonus Giovannini — un terzo della retribuzione lorda per 18 mesi a chi assume giovani dai 18 ai 29 anni senza diploma e disoccupati da almeno sei mesi — parlando di un grande successo per l’esecutivo da lui presieduto.
Non ha però precisato che la cifra si riferisce alle domande di incentivi presentate dalle imprese — circa 600 euro al mese per un anno e mezzo, difficile rinunciarvi — e che le risorse messe a disposizione dal decreto dello scorso agosto ammontano a 150-200 milioni di euro per l’anno.
L’equivalente di circa 20 mila assunzioni.
Dal sondaggio della Fondazione Studi emerge invece che le imprese gradirebbero una riduzione del cuneo fiscale e contributivo anzichè incentivi a termine.
Risultato prevedibile, visto che il problema di fondo dal lato della produzione è la ricostruzione di sbocchi ai prodotti e quindi la riattivazione di una domanda durevole. Cosa che gli incentivi a termine non possono garantire.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 8th, 2013 Riccardo Fucile
IL GOVERNO PENSA DI STANZIARE TRA 2 E 5 MILIARDI, CONFINDUSTRIA NE CHIEDE IL DOPPIO PER RILANCIARE COMPETITIVITA’ E CONSUMI… CI GUADAGNANO DI PIU’ LE AZIENDE O I DIPENDENTI?
Due gli obiettivi che si vogliono perseguire con un taglio al cuneo fiscale, ossia l’insieme dei carichi fiscali
(47,6% la media in Italia) che gravano sul costo del lavoro: aumentare la competitività delle nostre imprese e accrescere il potere d’acquisto delle famiglie.
«Bisogna porsi l’obiettivo di migliorare le condizioni del mercato del lavoro – sottolinea Tito Boeri, economista del lavoro all’Università Bocconi -, che vede dai 7 ai 9 milioni di persone in disagio occupazionale. Se migliorassimo la competitività delle imprese riusciremmo a intercettare la domanda estera, migliorando il mercato del lavoro creeremmo più domanda interna: avremmo entrambi gli effetti. Ecco perchè bisogna fare questa operazione oggi e mettervi tutte le risorse disponibili».
Ci sono però dei rischi.
Secondo Francesco Daveri, docente di economia politica all’Università di Parma, quella allo studio del governo rischia di essere «una manovra tesa più al recupero della domanda, dando più soldi alle famiglie, che a un vero recupero della competitività che permetterebbe di far partecipare il sistema alla ripresa in atto negli Usa e in Germania».
Il timore delle parti sociali è che, anche con un minor costo del lavoro, le imprese non assumano.
«Ma sarebbe più facile far ripartire l’economia puntando sugli elementi forti che non sussidiando le debolezze», ovvero i consumi.
Mariano Bella, a capo dell’ufficio studi di Confcommercio, punterebbe tutto sul taglio dell’Irpef: «Andrebbe a beneficio di tutti, le risorse liberate andrebbero tutte in maggiori consumi».
Quando?
Più soldi nelle tasche delle famiglie, meno spese per le imprese, forse, ma per quanto? L’importante – avvertono tutti gli esperti interpellati – è che non si tratti di un’una tantum, di un provvedimento spot che si fa una volta e basta.
«Quello che conta è che sia sostenibile nel tempo – sostiene Daveri -. Che sia riconosciuta una somma annuale o venga data ogni mese poco per volta, l’importante è che non sia richiesta indietro l’anno successivo».
La somma concentrata in una volta avrebbe maggior visibilità , «ma se venisse detto – prosegue l’economista di Parma – che quest’anno vengono ridati, ad esempio, 25 euro al mese e negli anni prossimi si vuole continuare a farlo, dando magari qualcosa in più, ecco, questo sarebbe un fattore che farebbe cominciare a recuperare fiducia alle persone che, in funzione di questo, potrebbero riprendere a indebitarsi».
Secondo Boeri, la riduzione del prelievo «deve intervenire mese per mese. Non farei cose complicate nè una tantum, ma interventi permanenti: altrimenti non hanno alcun effetto. Si tratta dopotutto di una riduzione delle aliquote: ogni mese si pagherebbe di meno».
Comunque serve più di ogni altra cosa un segnale, perchè come conferma Bella, di Confcommercio, «per adesso la ripresa è solo nei modelli econometrici, non è nei fatti».
Ora occorre, sostiene, «tagliare sprechi nella spesa pubblica e restituire potere d’acquisto. Io sono per un programma strutturale e progressivo che vari le aliquote in maniera stabile, piuttosto che con interventi spot. L’importante è che sia una manovra incisiva e credibile».
Quanto?
Come sempre sull’intervento da fare si scatena il balletto delle cifre.
Il governo, partito da una cifra di 2 miliardi, sarebbe pronto a impegnarne 4 o 5.
Confindustria ne chiede 8-10, di miliardi, il Pdl, con il capogruppo alla Camera Brunetta, almeno 16.
Chi ha ragione? «In un’ipotesi da 2 miliardi – avvisa Boeri – vuol dire che un lavoratore con 30 mila euro in busta paga si vedrebbe aumentare il netto di 30 euro all’anno. Il suo datore di lavoro vedrebbe il costo del lavoro ridursi di 60 euro all’anno: non se ne accorgerebbero nemmeno».
Anche 4 o 5 miliardi «sono pochi, davvero molto pochi. Bisogna porsi un’obiettivo più consistente: 2,5 punti che costano circa 16 miliardi».
Il punto è trovare le risorse. Tagli immediati, ma non solo.
«Con una negoziazione europea si potrebbe cercare di fare intervenire i tagli non subito ma nel corso del tempo, e attuare invece gli sgravi fin da subito».
L’importante, aggiunge Bella, di Confcommercio, «è tagliare veramente il cuneo fiscale, non amplificarlo sui consumi per ridurlo sul lavoro, come avvenuto con l’iva. Sarebbe solo una rimodulazione del cuneo».
Secondo Daveri, avere 300 euro in più all’anno, come viene ipotizzato, non sposterebbe di molto le cose. «La spesa annua delle famiglie è di circa 29 mila euro l’anno. Sarebbe come dare un centesimo. Sono convinto, sebbene in minoranza, che non sarà pompando soldi nelle famiglie che usciremo dalla crisi. Ma per aumentare i consumi servirebbe il 2-3% in più.
Tutto contribuisce, ma non sarà questo a far ripartire il Pil di chissà che, servirà a stabilizzare la riduzione dei consumi».
Come?
Qual è l’intervento più efficiente in termini di taglio del cuneo? Daveri, che preferisce l’intervento sulle imprese «per un recupero di competitività », sostiene che sarebbe utile il taglio dell’Irap sul costo del lavoro «spostando così – suggerisce l’economista di Parma – il finanziamento della spesa sanitaria a carico delle imposte sul reddito».
Di diverso avviso è Bella. Secondo lui occorre «maggior reddito alle famiglie».
Col taglio a favore delle imprese si rischia, sostiene, il trasferimento del costo dei servizi oggi pagati con le imposte sul lavoro alla fiscalità generale.
Il responsabile dell’Ufficio Studi di Confcommercio preferirebbe un taglio secco dell’Irpef, «non vedo altre possibilità ».
Del resto per un’impresa, «pagare 20 allo Stato come sostituto d’imposta per il lavoratore o pagare 18 e dare 2 in più al lavoratore in busta paga sono la stessa cosa. E la competitività non c’entra».
Per accrescerla «meglio ridurre gli adempimenti amministrativi, assicurare una giustizia civile che funzioni…».
Secondo Boeri, invece, «una parte importante deve andare dal lato delle imprese, altrimenti non serve per aumentare la competitività ». E propone una riduzione dei contributi previdenziali dal 32,7 al 30%.
«Poi però – aggiunge l’economista della Bocconi – una parte dovrebbe andare al lavoratore».
In ogni caso, dice Boeri, «alla fine non conta a chi si riducono le tasse. Anche se il taglio fosse tutto sui lavoratori, i datori ne beneficerebbero, magari non subito. Ricontrattando i salari, farebbero ripagare parte di questa riduzione delle tasse ai lavoratori, sotto forma di salari più bassi».
Francesco Spini
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Ottobre 7th, 2013 Riccardo Fucile
LA LEGGE DI STABILITA’: IL GOVERNO STA STUDIANDO MODALITA’ E COPERTURE
Tra i 250 e i 300 euro. E’ quanto potrebbe aumentare la busta paga degli italiani ipotizzando che il
governo metta in campo 5 miliardi di euro per il cuneo fiscale da destinare metà ai lavoratori e metà alle aziende.
Il calcolo tuttavia è solo indicativo in quanto dipenderà dalle scelte che verranno fatte nei prossimi giorni, dalle risorse che verranno effettivamente stanziate e dagli strumenti che verranno scelti.
Se per le imprese si profila un incentivo a beneficio di quelle che intendono assumere o investire, per i lavoratori, stando alle risorse possibili, l’unica via sembra quella di un bonus sullo stipendio, come potrebbe essere una tredicesima più pesante per il 2014.
“Nel 2014 i lavoratori italiani avranno un beneficio in busta paga, ne discuteremo con le parti sociali e ci saranno vantaggi anche per le imprese”, ha promesso il premier Enrico Letta in un’intervista a Sky, sottolineando che “la legge di stabilità avrà come cuore la riduzione del cuneo fiscale”.
Secondo le fonti sindacali, si può calcolare più o meno per ogni 100 euro di aumento medio di stipendio, attraverso l’aumento delle detrazioni Irpef sul lavoro dipendente, circa 1 miliardo di spesa.
Ma tra le ipotesi potrebbero esserci anche quelle di mettere un tetto al reddito, per usufruire delle detrazioni.
Come c’è anche il capitolo pensionati. I sindacati potrebbero chiedere nell’incontro di lunedì a Palazzo Chigi che il sostegno riguardi anche i loro assegni, specialmente per le pensioni più basse.
Stando invece ai calcoli che si possono fare sulla base delle cifre sull’erosione fiscale fornite dal ministero dell’Economia nel 2011, le detrazioni per i redditi da lavoro dipendente e da pensione costano 37,7 miliardi.
Gli interessati, tra lavoratori e pensionati, sono 36,2 milioni per un beneficio pro capite di circa 1.040 euro.
Aumentando di 2-3 miliardi di euro la dotazione di queste detrazioni si avrebbe un beneficio secco medio per ciascuno (tra lavoratori e pensionati) di 70-80 euro l’anno. Solo mettendo paletti sulla platea dei beneficiari si potrebbe dunque arrivare a bonus superiori a queste cifre.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 24th, 2013 Riccardo Fucile
CRISI E LIBERALIZZAZIONI: GUADAGNI IN DISCESA LIBERA
La crisi da una parte, le liberalizzazioni dall’altra. Così il reddito dei professionisti italiani è caduto in picchiata negli ultimi due decenni.
I calcoli li ha fatti l’Adepp (l’Associazione degli enti previdenziali privati), nel primo rapporto sulla previdenza privata, riportato da Italia Oggi.
Reddito dimezzato per i notai.
Numeri che raccontano la profonda trasformazione della composizione della ricchezza nel nostro Paese.
Spicca il dato dei notai, professione da sempre associata ad ingenti guadagni e ad alti tenori di vita. In sei anni, mostra il rapporto, il reddito medio dei notai si è più che dimezzato: il repertorio, l’indicatore degli atti registrati, è passato da 129.400 euro a 66.800.
A spingere al ribasso è soprattutto la netta flessione delle compravendite immobiliari, il cui andamento riflette quello del repertorio notarile.
E le liberalizzazioni varate dal governo Monti potrebbero non arrestare la discesa. Entro il 2016, secondo quanto previsto dall’ex presidente del Consiglio, la pianta organica dovrebbe salire dai 5700 notai attuali a 6200.
Avvocati fermi al 1990, ma iscritti triplicati in 20 anni.
Per gli avvocati le lancette dell’orologio si sono fermate 23 anni fa. Dal 1990 il reddito medio, al metto dell’inflazione, non ha subito alcun mutamento.
In questo caso, oltre alla crisi, pesa anche il sensibile aumento degli iscritti alla Cassa forense. Si passa dai 45 076 del 1990 ai 170,106 del 2011. Nella sola Roma, come spesso viene ricordato, ci sono tanti avvocati quanto in tutta la Francia.
Segno meno per architetti e ingegneri. Brutte notizie anche per ingegneri e architetti. Per i primi, dal 2007 il reddito scende da 33.037 a 28.444.
Per i secondi da 27.139 a 22.430. Parallelamente cala sensibilmente anche il volume d’affari medio, da 52.628 a 44.590 per gli ingegneri, e da 37.367 a 30.173 per gli architetti.
Psicologi a 625 euro al mese.
Allarmanti dati che riguardano poi gli psicologi. Un terzo degli psicologi europei risiede in Italia, la metà dei giovani professionisti risultano disoccupati e il livello delle retribuzioni si attesta sui 625 euro al mese.
Gli aumenti.
Non sole cattive notizie però. C’è anche chi , negli ultimi dieci anni, ha visto il proprio reddito aumentare. È il caso delle professioni economiche: dottori commercialisti, ragionieri, e consulenti del lavoro.
Complice la sempre più serrata lotta all’evasione condotta dall’erario e la conseguente crescita di adempimenti, il lavoro negli ultimi anni non è mancato.
Per i ragionieri commercialisti si passa dai 42.833 euro del 2004 ai 52.358 del 2012. Incremento da 57.177 a 63.391 euro invece per i dottori commercialisti.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 22nd, 2013 Riccardo Fucile
ECCO I DODICI BLOCCHI ANTI GIOVANI
In altri Paesi, come la Germania, è la via principale per l’ingresso di 1,5 milioni di giovani nel mondo
del lavoro.
In Italia, invece, il contratto di apprendistato non funziona.
Il motivo è semplice, secondo la Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa (Cna): troppi adempimenti burocratici scoraggiano gli imprenditori che devono spendere 3.500 euro in più l’anno per far fronte all’eccesso di regole.
Per sostenere questa tesi gli artigiani hanno steso un j’accuse elencando tutti i passaggi necessari per prendere un apprendista.
La Via Crucis descritta dalla Cna si compone di 12 stazioni ed è solo la media perchè il percorso varia da regione a regione.
Stiamo parlando del contratto di apprendistato professionalizzante istituito con il decreto legislativo 276/2003 (riforma Biagi), un contratto «a causa mista» perchè costituito da lavoro più formazione.
Il dipendente privo di un’esperienza professionale la consegue frequentando corsi di formazione, interni all’azienda o esterni a cura della Regione.
Con la qualifica di apprendista possono essere assunti i giovani tra 17 e 29 anni e per l’artigianato la durata del contratto va da sei mesi a un massimo di 5 anni.
Ma veniamo alle accuse della Cna.
La stazione numero 1 della Via Crucis prevede che l’azienda invii telematicamente la comunicazione di assunzione al Centro provinciale per l’Impiego.
In alcune regioni però, stazione numero 2, la comunicazione telematica deve essere inviata per raccomandata con ricevuta di ritorno insieme a un documento del datore di lavoro firmato in originale.
Al numero 3 troviamo la creazione della figura del referente aziendale per la formazione.
In alcune regioni basta l’autocertificazione attestante la capacità di formare apprendisti, in altre le competenze devono essere vagliate da un test d’esame.
Le stazioni numero 4 e numero 5 prevedono il rilascio della dichiarazione di assunzione e del contratto di lavoro dell’apprendistato seguiti dalla visita medica.
Non siamo nemmeno alla metà del percorso perchè l’azienda deve passare attraverso una nuova registrazione telematica nel cosiddetto Libro Unico del Lavoro.
La stazione numero 7 prescrive che entro 30 giorni dall’assunzione debba essere definito e sottoscritto tra impresa e apprendista il Piano formativo individuale, preludio all’adempimento numero 8.
In cosa consiste? L’azienda artigiana se vorrà fare la formazione all’interno dovrà dimostrare di avere capacità formativa e autocertificarla.
Alla stazione numero 9 c’è la registrazione dell’avvenuta formazione aziendale nel Libretto Formativo del Cittadino e alla successiva ne è prevista la certificazione e l’attribuzione della qualifica finale.
Siamo arrivati alla stazione numero 11: a fronte di un’offerta formativa della Regione l’apprendista è tenuto a frequentare corsi esterni per un totale di 120 ore in tre anni.
Ma in cambio di questi adempimenti quali sono i vantaggi?
In via sperimentale fino al 2016 se l’artigiano ha un massimo di 9 dipendenti può beneficiare dello sgravio totale dei contributi previdenziali che viene concesso alle imprese che non hanno avuto aiuti di Stato superiori a 200 mila euro nell’arco di tre esercizi.
In questo caso il nostro artigiano deve inviare all’Inps – stazione numero 12 – una dichiarazione attestante che nell’anno di stipula del contratto di apprendistato e nei due esercizi precedenti non ha percepito sussidi di alcun tipo, dal livello nazionale al locale, oppure la quantificazione degli incentivi incassati.
ommenta Sergio Silvestrini, segretario generale della Cna: «È inutile girarci attorno: è arrivato il momento di dare piena dignità alla formazione che si fa dentro le imprese che va riconosciuta da tutti. Ma sono soprattutto i dodici adempimenti che pesano, bisogna semplificare, semplificare, semplificare. I documenti che sono già in possesso della Pubblica amministrazione vanno messi a disposizione in automatico, gli imprenditori non possono trasformarsi in fattorini dei burocrati».
Non la pensa allo stesso modo però Tiziano Treu, ex ministro del Lavoro.
I costi che gli artigiani devono sostenere sono ampiamente risarciti dalla defiscalizzazione totale.
«E poi la formazione è un aspetto qualificante, non va banalizzata. È un investimento che l’azienda fa, non un purgatorio. I Piccoli devono operare questo salto culturale e comunque metà degli adempimenti elencati dalla Cna sono necessari in un Paese civile. Vogliono forse che salti la visita medica?»
Secondo Giuliano Cazzola (Scelta civica) il merito della Cna «è quello di contribuire a chiarire perchè nonostante gli omaggi rituali che tutti rivolgono all’apprendistato» la norma non decolli.
Anzi, gli artigiani si sono soffermati sui disincentivi burocratici per l’apprendistato professionalizzante «dimenticando i vincoli normativi, compreso l’obbligo di assumere una quota della precedente tornata di giovani».
Per non parlare infine, conclude Cazzola,della confusione creata dalle diverse discipline regionali originate «da quell’autentico disastro che è stata la riforma del titolo V» della Costituzione.
Dario Di Vico
(da “il Corriere della Sera“)
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Settembre 19th, 2013 Riccardo Fucile
FLESSIONE DELLO 0,7% …PRODUTTIVITA’ IMMUTATA, STIPENDI RIDOTTI
Dopo un anno e mezzo, cala il costo del lavoro in Italia.
Il dato è in flessione dello 0,7% nel secondo trimestre del 2013 rispetto ai primi tre mesi dell’anno.
La rilevazione è stata fatta dall’Ocse, che segnala come il dato sia legato al forte calo delle retribuzioni (-0,7%) a fronte di una produttività rimasta immutata.
La flessione del costo del lavoro è meno accentuata nell’intera area Ocse, dove scende dello 0,2% rispetto al trimestre precedente: un risultato, spiega l’organizzazione, che emerge dalla crescita della competitività (+0,4%) che ha superato la crescita delle retribuzioni (+0,2%).
Ma è tutta l’Eurozona che — per la prima volta dal primo trimestre 2011 — fa registrare un calo (-0,3%).
Su base annua il costo del lavoro nell’area Ocse è salito dello 0,9%, rispetto al +1,3% tendenziale del primo trimestre 2013.
Intanto l’Istat pubblica i dati sulle ore lavorate per dipendente in Italia, che nel secondo trimestre 2013 calano dello 0,3% su base annua mentre aumentano dello 0,4% rispetto ai primi tre mesi dell’anno.
Nel secondo trimestre 2013, i dipendenti dell’industria hanno lavorato per un numero di ore in aumento dello 0,1% rispetto all’anno scorso, che sale allo 0,7% su base congiunturale.
In particolare, nel settore delle costruzioni, il dato è in calo dell’1,9% in confronto allo stesso periodo del 2012, mentre aumenta dell’1,6% rispetto ai primi tre mesi dell’anno. Nei servizi, le ore registrano un calo dello 0,5% su base annua e un incremento dello 0,3% rispetto al primo trimestre.
L’incidenza delle ore di cassa integrazione utilizzate è pari a 39,6 ore ogni mille lavorate, con un aumento, sul secondo trimestre 2012, di 0,8 ore ogni mille.
Il peso delle ore di cig scende a 68 ore ogni mille lavorate nell’industria e sale a 15,2 ore nei servizi.
Gli straordinari incidono per il 3,4% delle ore lavorate, in calo di 0,2 punti percentuali sul secondo trimestre 2012.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 17th, 2013 Riccardo Fucile
ALLE ORE 4 LA NAVE IN VERTICALE: “POCHI PAESI AL MONDO AVREBBERO POTUTO METTERE INSIEME CIO’ CHE E’ SERVITO PER QUESTA OPERAZIONE”
«La rotazione della Costa Concordia è conclusa. La nave è ora appoggiata sulla piattaforma. Abbiamo segnato un punto decisivo per l’allontanamento della nave dal Giglio». È Franco Gabrielli, Capo della Protezione Civile, ad annunciarlo ufficialmente verso le 4 di questa mattina in conferenza stampa.
La fiancata del lato dritto della nave è danneggiata. Saranno quindi necessari lavori di ristrutturazione, per poter poi montare i cassoni laterali.
I tecnici sottolineano che «non c’è stata alcuna bomba ecologica. Ci sarà solo da raccogliere qualcosa».
Franco Porcellacchia, responsabile del progetto per Costa Crociere, ha aggiunto: «Penso che meglio di così non potesse andare».
Grande la soddisfazione di Nick Sloane accolto urla e cori da stadio al suo arrivo nel porto piccolo dell’isola del Giglio: «Mi sento sollevato. Non mi aspettavo una questa reazione della gente. Pochi paesi al mondo avrebbero potuto mettere insieme ciò che serviva per un’operazione di queste dimensioni. Tutto il team è orgoglioso di ciò che abbiamo fatto» – ha commentato il direttore delle operazioni, che ha aggiunto di essere «un po’ stanco» e di voler andare a dormire dopo essersi bevuto una birra.
Applausi, suoni di sirena e urla dalle strade del Giglio hanno accompagnato la fine della rotazione della Costa Concordia, tornata in posizione verticale ma ancora non in linea di galleggiamento.
Secondo Rainews la nave lascerà l’isola la prossima primavera.
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Settembre 13th, 2013 Riccardo Fucile
IL CASO RIVA E I LICENZIAMENTI ANNUNCIATI
“Se fossi il papa” — chi non comincia così, oggi. Se fossi il papa, visiterei le discariche dell’Ilva. Ma andiamo per ordine.
Nel 2008, in cambio di qualcosa, i Riva padroni dell’Ilva diventarono, versando 120 milioni, il secondo azionista dell’Alitalia rattoppata, dopo Air France.
Settantuno di quei milioni sono stati ora sequestrati dalla Guardia di Finanza, insieme al patrimonio che i Riva avevano scorporato dall’Ilva, per metterlo al riparo: il totale di questo secondo sequestro (il primo superava di poco il miliardo) è di 916 milioni di euro.
Sono porzioni pazientemente stanate dalle proprietà Riva per coprire la cifra di 8,1 miliardi, fissata dalla magistratura come l’equivalente di quanto i Riva avevano sottratto al risanamento ambientale.
“Riva Acciaio” ha annunciato ieri la chiusura di sette stabilimenti, Verona, Caronno Pertusella (Varese), Lesegno (Cuneo), Malegno, Sellero, Cerveno (Brescia) e Annone Brianza (Lecco), e due di servizi e trasporti (Riva Energia e Muzzana Trasporti), per un complesso di 1500 lavoratori.
Ritorsione che vuol mettere questi lavoratori contro quelli dell’Ilva tarantina, e gli uni e gli altri contro Procura e Gip di Taranto, Patrizia Todisco.
Curiosamente, all’elenco di fabbriche serrate (su cui si è equivocato, scambiando Ilva Acciaio, restata della famiglia Riva, con l’Ilva commissariata di Taranto, Genova ecc.: del resto il garbuglio societario era fatto apposta per confondere le acque) si sono aggiunti i 114 lavoratori tarantini della centrale elettrica, la cui chiusura è impensabile se non progettando un’eruzione vulcanica del siderurgico: ai 114 è però stato annunziato che non ci sono soldi per pagarli. Perchè i Riva credano che appartenga ancora a loro l’alimentazione elettrica della fabbrica commissariata è difficile capire: e se una distrazione ci fosse stata, sarebbe bene che il governo si sbrigasse a rimediare con un decreto aggiuntivo, e tanto meglio se vi comprendesse anche gli stabilimenti chiusi per ritorsione.
Si sbaglierebbe a vedere nella serrata dei Riva un gioco delle parti col già loro Enrico Bondi, che il governo ha lasciato dov’era nominandolo, da amministratore delegato, commissario. Quasi ottantenne, Bondi non è stanco di rottamare e riparare.
È probabile che non tenga in conto i Riva, e ne sia detestato.
Non li ha traditi: era andato lì per offrire il suo curriculum alle banche, e raddrizzare un naufragio che nemmeno la Concordia.
Se è vero, come sostiene la Guardia di Finanza, che intendeva continuare a servirsi dei “fiduciari”, la gerarchia ombra coloniale, dai vertici ai capireparto, cui i Riva si affidavano per il lavoro sporco, ora finita nelle indagini (e in galera), è un bruttissimo scivolone.
Il fatto è, spiegano, che per lui — aretino, mordace, suo padre fabbricava casse da morto, non sta lì per i soldi ma per la sfida, e lavora sedici ore al giorno — raddrizzare significa tagliare, ridimensionare, produrre.
Ridimensionare quanto? Fino a sette milioni di tonnellate.
Tagliare quanto? 5, 6 mila teste.
Dei posti di lavoro, e anche dell’ambiente, ammesso che gli importi — non so — comunque non pensa che sia propriamente affar suo.
I tagli (prepensionamenti, certo, ma il grosso saranno licenziamenti) sono questione di un paio di mesi. I 1500 di ieri sono un anticipo e un sovrappiù.
Per i tagli dovrebbero esserci i sindacati, per l’ambiente e la salute il vicecommissario Ronchi.
I sindacati confederali l’altro giorno, quando un operaio è stato vendicativamente licenziato, ed è andato sui tetti con altri compagni a discutere se convenisse buttarsi giù o scendere (sono scesi: evviva), hanno fatto finta che non li riguardasse: avevano un’altra sigla sindacale.
Con un solo operaio alla manovra ferroviaria c’è più sicurezza, dicono.
Claudio Marsella, schiacciato, soccorso con un ritardo sul quale si pronuncerà la magistratura, e morto, è un tragico incidente, dicono.
Ci sono decine di km di binari, locomotori da guidare, carri da agganciare, basta sentirsi male (a dicembre è successo di nuovo: un operaio è restato svenuto a lungo; un altro si è fratturato un braccio, ma almeno poteva chiamare) e non c’è nessuno a soccorrere e chiedere aiuto.
Più operai si intralciano, dicono! Ma basta che uno accompagni l’altro, e intervenga solo alla bisogna.
Ebbene: il consiglio comunale di Taranto, all’unanimità (più unica che rara) ha chiesto che si ripristini la libertà sindacale all’Ilva, condiviso le ragioni del licenziato, e chiesto l’immediato reintegro.
L’arcivescovo Santoro, che non viene dall’Argentina ma ha fatto un suo tirocinio in Brasile, ha comunicato la sua “vicinanza e solidarietà a Marco Zanframundo — l’operaio licenziato — e ai suoi amici”.
Segni dei tempi, che i sindacati dovrebbero leggere: ai cancelli dell’Ilva e nelle strade dei Tamburi si aggira uno spettro, e anche negli altri posti lasciati sguarniti. Lo spettro, l’avete capito, è papa Francesco. Ci mancava lui, penserà qualcuno. Fatto sta che qualcuno ci mancava.
Fossi papa, visiterei le discariche. Dentro l’Ilva hanno una lunga storia da raccontare. Il fatto è, scuote la testa qualcuno, che perfino i suoli e gli argini che dovrebbero contenerle sono fatti di strati di rifiuti speciali, di quelli che la legge dichiara non conferibili.
Accanto all’Ilva, la Cementir sta chiudendo la sua area a caldo, il cuore della produzione e dell’occupazione; non smaltirà più la loppa d’altoforno, lo scarto della ghisa dell’Ilva altamente inquinante, che da qualche parte dovrà andare — a cementare il mare, come a Trieste o a Bagnoli? …
Del piano che metta insieme la sbaragliata siderurgia italiana si sa poco o niente. La cokeria di Taranto potrebbe esser sostituita da quella meglio governata di Piombino, che potrebbe compensare la chiusura dell’altoforno con il forno elettrico, e guadagnarsi con la Concordia e il porto riattrezzato il credito per le rottamazioni navali a venire, che la legge europea non farà più andare a impestare il terzo e quarto mondo… Altrettanti naufragi di cui fare virtù, se si sapesse. C’è un ministro dell’ambiente giovane e, per così dire, impregiudicato.
Ci crede, Andrea Orlando, alla copertura dei parchi minerali (950 milioni, se arrivano), discariche a norma secondo le migliori tecnologie disponibili, controllate da Ispra e Arpa…
Non è un papa, solo un ministro, e di un governo tramortito — ma anche i papi sono diventati a scadenza.
Governo, e suoi commissari, hanno un piano che si aggira sui 2 miliardi, o poco più. Magistratura di Taranto e suoi esperti avevano calcolato 8 miliardi, e ordinato un sequestro equivalente: arrivato a poco più di due, finora.
Poi c’è quel problema dei tumori,e quell’altro problema dei posti di lavoro.
Adriano Sofri
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