Destra di Popolo.net

PUBBLICA AMMINISTRAZIONE: IN TRE ANNI 154.000 DIPENDENTI IN MENO

Dicembre 31st, 2012 Riccardo Fucile

CALO DEL 5% DAL 2008 AL 2011…E A SORPRESA LA LOMBARDIA BATTE IL LAZIO CON IL PIU’ ALTO NUMERO DI LAVORATORI… NEGLI ALTRI PAESI EUROPEI IL PUBBLICO IMPIEGO E’ IN CRESCITA

Il numero dei dipendenti pubblici, nel 2011, si è fermato a 3 milioni 283 mila, segnando il terzo ribasso consecutivo.
Dal 2008 al 2011 i ‘travet’ sono diminuiti di quasi 154 mila unità , circa il 5%, l’equivalente degli abitanti di un capoluogo come Cagliari, Foggia o Ravenna.
E’ quanto emerge dal Conto annuale della Ragioneria dello Stato, che evidenzia anche la distribuzione regionale dei dipendenti pubblici.
La Lombardia, infatti, batte il Lazio: nel 2011 è la regione italiana con il numero più alto di lavoratori del settore pubblico, il 12,5% pari a oltre 406 mila dipendenti dei 3,2 milioni totali. Il Lazio si ferma invece a 401 mila lavoratori.
A differenza dell’Italia nel resto d’Europa i dipendenti pubblici aumentano, come si evince dall’ultimo rapporto Eurispes sulla p.a.
Dal 2001 al 2011, infatti, gli addetti nel pubblico impiego sono cresciuti soprattutto in Irlanda e in Spagna, dove si è registrato un aumento rispettivamente del 36,1 per cento e del 29,6 per cento; altri paesi mostrano incrementi vicini al 10 per cento (Regno Unito 9,5 per cento e Belgio 12,8 per cento); infine, un altro gruppo di paesi mostra un trend crescente ma contenuto (in Francia del 5,1 per cento, in Germania del 2,5 per cento, nei Paesi Bassi del 3,1 per cento).
L’Italia, risulta l’unico paese in cui, nei dieci anni considerati, il numero dei dipendenti pubblici si sia ridotto.

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LAVORO, PARTONO I NUOVI SUSSIDI: ASSEGNI PIU’ ALTI E PER 18 MESI

Dicembre 28th, 2012 Riccardo Fucile

MA IL 70% DEI PRECARI E’ A RISCHIO

Tra le novità  in arrivo con il primo gennaio c’è l’Aspi, l’assicurazione sociale per l’impiego prevista dalla riforma del mercato del lavoro, che prenderà  gradualmente il posto del sussidio di disoccupazione.
Rispetto ad oggi viene allungato il periodo di sostegno, passando da 12 a 18 mesi se si hanno più di 55 anni.
Cambia anche l’importo dell’indennità , che sale da 60 al 75% dello stipendio, con un tetto massimo di 1.119 euro.
Le risorse aggiuntive vengono finanziate con un contributo dell’1,4% a carico dei datori di lavoro per i soli contratti a termine.
Ma qui si apre un altro problema, quello del rinnovo dei contratti dei precari.
«Circa il 70% dei 700 mila contratti a progetto in scadenza a fine anno – dice Filomena Trizio, segretario generale della Nidil, la costola della Cgil che si occupa di atipici – potrebbe essere lasciato scadere viste le nuove regole della riforma Fornero», che ha ridotto la flessibilità  in entrata.
«È auspicabile – dice ancora Trizio – che queste norme siano applicate con una contrattazione di merito tra organizzazioni sindacali e imprese».
Altrimenti il rischio è il mancato rinnovo o la retrocessione verso contratti ancora meno tutelati, come le partita Iva o i voucher, i buoni per gli impieghi occasionali
Nella legge di Stabilità  approvata prima di Natale il governo ha messo una prima toppa per i 250 mila precari della pubblica amministrazione: a chi ha il contratto in scadenza alla fine del 2012 viene garantita una proroga di sette mesi.
Ma tutto questo vale solo in teoria visto che la proroga potrà  essere concessa solo a patto che le amministrazioni abbiano a disposizione i fondi necessari, ipotesi tutt’altro che scontata in un momento come questo.
Uno dei settori più sensibili al problema è quello della sanità  pubblica, dove i precari sono 29 mila su un totale di quasi 700 mila lavoratori e dove nuovi tagli sono all’ordine del giorno. Pubblico o privato che sia, le condizioni per chi è appena entrato nel mercato del lavoro sono peggiorate di parecchio rispetto al periodo prima della crisi.
Basta scorrere le tabelle preparate dal gruppo di studio Datagiovani.
Facendo il confronto con l’inizio del 2007, nel 2012 ci sono meno under 30 al primo impiego, con una perdita di 80 mila posti su 355 mila.
I contratti a tempo indeterminato sono crollati del 37%, mentre la durata media dei contratti a termine si è ridotta, passando da 14 a 10 mesi.
Un giovane su tre ha un livello di studio più elevato rispetto a quello richiesto, con un aumento che per la laurea supera il 12%.
Il primo stipendio?
Quello cala, invece: adesso è in media di 850 euro, nel 2007 era il 3% in più.

Lorenzo Salvia
(da “il Corriere della Sera”)

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PIOMBINO, I FANTASMI DI UN’ALTRA ILVA

Dicembre 17th, 2012 Riccardo Fucile

ALLA LUCCHINI SI E’ FERMATO L’ALTOFORNO

Piombino e Taranto hanno mare e acciaio, e un po’ si assomigliano, fatte le proporzioni.
Piombino ha 36 mila abitanti. Di Taranto si sa. Anche Piombino se la vede bruttissima.
Alla Lucchini, 2.100 dipendenti (di cui quattro donne operaie, e sessanta stranieri) più 1.500 dell’indotto, età  media 32 anni, giovedì mattina si è fermato l’altoforno, in teoria fino all’11 gennaio.
Spiega Mirko Lami, operaio e sindacalista: «La produzione era già  bassa, dunque anche la temperatura della parte inferiore, il crogiolo, sicchè c’è il rischio che la ghisa si rapprenda. Successe già  nel 1989, bisognò forare e piazzare la dinamite, poi entrare con le motopale, ma viene giù anche il refrattario e bisogna ricostruire tutto, e costa carissimo. L’altoforno è una bestia larga 14 metri e alta 30, può sfornare 2,3 milioni di tonnellate di ghisa, nell’ultimo anno ne ha tirate fuori solo 1,2 milioni, il minimo. Siamo preoccupati».
Gli impianti siderurgici a ciclo integrale in Italia sono due, Taranto (che di altoforni ne ha cinque, e ne ha appena spento uno) e Piombino.
L’Ilva è, finchè dura, dei Riva.
L’acciaieria di Piombino non è di nessuno, più o meno.
Ha una storia più che secolare, e non tanti anni fa ci lavoravano in ottomila. Privatizzata coi Lucchini, passò ai russi della Severstal (stal, acciaio, come Stalin…), che progettarono un nuovo altoforno, tre milioni di tonnellate: «Ci lavorammo sei mesi, e nel 2008, all’arrivo della crisi, in tre giorni liquidarono tutto».
Il magnate Mordashov, troppo ricco per essere visibile a occhio nudo, l’ha passata per un euro a un pool di nove banche creditrici, le quali, oltre che ristrutturare il debito, non sanno che farne.
Ci si può vedere una conferma della fine del ciclo integrale per l’acciaio: affare di Cina e India, mentre nei Paesi rottamatori è il tempo dei forni elettrici.
«Ma solo noi fabbrichiamo le rotaie dell’Alta velocità , 108 metri senza saldatura — avverte Mirko, che un certo orgoglio da produttore ce l’ha – Il rottame è intriso di impurità , e i forni elettrici arrivano solo a 1200 gradi; l’altoforno tocca i 1700 gradi, così da bruciare le impurità ». (Tutti i binari italiani sono venuti da qui. Oscar Sinigaglia aveva profetizzato nel 1946: «Verrà  un giorno in cui le rotaie saranno fabbricate in un determinato acciaio speciale…».
L’ha raccontato su Repubblica Alessandra Carini il 3 dicembre: L’Ilva e il made in Italy). Piombino e Taranto sono anche differenti.
A Piombino non c’è la diossina, che viene soprattutto dall’agglomerazione (riservata alla Ferriera, stessa proprietà , nel centro di Trieste): dall’Ilva di Taranto proviene più del 90 per cento delle diossine industriali emesse in Italia!
Michele Riondino, tarantino figlio dell’Ilva e primattore del film tratto dal romanzo di Silvia Avallone, Acciaio, dopo aver girato dentro la Lucchini commenta: «Vedere come qui rispettano le direttive europee sulle emissioni inquinanti è stato uno shock».
A ridosso di qualche malumore piombinista contro il romanzo, in cui i giovani operai si drogano, si fece notare che ci sono controlli stretti del Sert e l’alcol test dell’Asl a ogni turno, tasso zero.
Ci sono anche alla Lucchini dei parchi minerali scoperti, e nei giorni di scirocco lo spolverio arriva alle case operaie di Cotone e Poggetto.
Ma complessivamente a Piombino — che ha altri due stabilimenti siderurgici storici, la Magona, laminazione ora della Mittal, 650 addetti e a mezzo regime, e la Dalmine, tubificio dei Rocca, 140 addetti – non c’è contrapposizione fra città  e fabbrica.
Il 19 novembre diecimila persone sfilarono per il lavoro con tutti i negozi chiusi per solidarietà .
A ottobre fu il sindaco, Gianni Anselmi, con tre operai, ad arrampicarsi su un tetto della Lucchini perchè il governo si decidesse a incontrarlo.
Era buffo, per chi lo conosce serio serio, vederlo appollaiato lì sopra.
Anselmi ha 45 anni, è al secondo mandato: «Il mio primo giorno da sindaco, nel giugno del 2004, morì alla Lucchini un operaio, folgorato da una scarica elettrica, Giancarlo Frangioni. Fu come un monito per me».
Il governo, dunque.
«Nessuno di noi è statalista — dice Alessio Gramolati, segretario della Cgil toscana – ma non si può pensare di far vivacchiare la siderurgia
senza un piano industriale nazionale ».
In realtà , ne occorrerebbe uno europeo. «Veniamo dalla chiusura di nove altoforni in Europa, ne sono rimasti tredici, in Italia sei, cioè cinque, cioè quattro e mezzo. È l’ora di ridistribuire la produzione. A Taranto, benissimo che vada, ci sarà  un forte ridimensionamento, non imposto dal mercato. Terni è già  andata coi finlandesi, un terzo in Germania, uno dismesso, uno svenduto. Sotto una soglia la siderurgia non è più conveniente: il governo non sa fissare questa soglia.A Piombino solo un progetto nazionale potrebbe affrontare il revampingdell’altoforno, il restauro e l’ammodernamento, per una domanda più alta».
Si abusa dell’aggettivo “strategico”, ma si lascia andare tutto alla deriva.
«Le aziende commissariate, in Italia, erano casi straordinari: oggi sono cinquecento, e grosse».
Piombino chiede l’amministrazione straordinaria e la nomina di un commissario governativo.
Le banche non ci credono.
Il governo — che ormai c’era una volta – concorda, ma non decide. Il “Garante”, ancora fantomatico, del decreto per l’Ilva dovrebbe piuttosto diventare un organismo capace di coordinare l’intera siderurgia italiana. Trieste è — troppo tardi – sull’orlo della chiusura.
La ex Severstal ha ancora quattro fabbriche in Italia: quella “buona”, di Bari, è riuscita a venderla agli slovacchi per fare cassa: produce sofisticati aghi da scambi ferroviari, che durano il doppio dei concorrenti.
La Toscana del presidente Enrico Rossi ha candidato Piombino come «area di crisi complessa» secondo il decreto sviluppo che da ieri è legge, e riguarda le aree industriali specializzate in cui c’è stata una forte presenza pubblica. Dice il sindaco: «Abbiamo anche la più grande centrale termoelettrica Enel, va solo d’estate, hanno tentato di convertirla a carbone, ci siamo sempre opposti: ha accanto le spiagge a bandiera blu fino a Follonica. Noi dobbiamo tenere assieme l’industria con l’archeologia e la bellezza di Baratti e la città  vecchia e le 850 mila presenze turistiche. Lucchini occupa il 60 per cento del sito di bonifica, ostacolando ogni iniziativa di conversione del territorio. Questa invadenza può rovesciarsi in un’occasione per il riuso, gli spazi portuali. Le banche non sono un interlocutore: o un vero imprenditore siderurgico con un piano efficace, o un commissario — non certo i furbacchioni che volteggiano sopra le agonie industriali, e anche nel nostro cielo».
Chiedo dei rapporti in fabbrica, a confronto con l’autoritarismo dell’Ilva, i suoi operai scomodi confinati, i sindacati irretiti a suon di milioni nella ragnatela padronale.
«I Lucchini avevano la mano pesante, venivano dal tondino, da Brescia, come i Riva, nemici giurati. È stata dura».
Dice Mirko: «Un paio d’anni a contare i gabbiani li ho passati anch’io: ancora un po’, e mi sarei laureato ».
Quanto alle elargizioni per addomesticare sindacati e amministratori, il sindaco ride: «Per strappare 20 mila euro ai russi per il Piombino di calcio ho sudato sette camicie».

Adriano Sofri
(da “la Repubblica”)

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ARRIVA IL BLOCCO SFRATTI E LA “SALVA PRECARI” DELL PUBBLICA AMMINISTRAZIONE

Dicembre 15th, 2012 Riccardo Fucile

AI PRECARI CON ALMENO TRE ANNI DI SERVIZIO NELLA P.A. SARA’ RISERVATO IL 40% DEI POSTI NEI CONCORSI

Arrivano la proroga del blocco degli sfratti e le misure per i precari della pubblica amministrazione.
Il relatore al ddl Stabilità , Giovanni Legnini, annuncia la presentazione in commissione Bilancio del Senato dell’emendamento che contiene il milleproroghe con, all’interno, le due norme attese.
La proroga dei contratti in scadenza della pubblica amministrazione, fino al 31 luglio, serve ai precari che sforeranno il tetto dei 36 mesi di contratto prima della sigla dell’accordo quadro per innalzare il limite dei 3 anni.
La proposta di modifica stabilisce che le amministrazioni pubbliche possono “prorogare i contratti di lavoro subordinato a tempo determinato, in essere al 30 novembre 2012, che superano il limite di 36 mesi comprensivi di proroghe e rinnovi, o il diverso limite previsto da contratti collettivi nazionali del relativo comparto, fino a non oltre il 31 luglio 2013”.
La platea complessiva dei lavoratori con contratti precari ammonta a 260.000 soggetti; la norma messa a punto dai relatori prevede invece che le amministrazioni pubbliche possono avviare procedure di reclutamento riservando il 40% dei posti “a favore dei titolari di rapporto di lavoro subordinato a tempo determinato che, alla data di pubblicazione dei bandi, hanno maturato almeno tre anni di servizio alle dipendenze dell’amministrazione che emana il bando”.
La procedura di reclutamento dei precari dovrà  essere effettuata “nel rispetto della programmazione triennale del fabbisogno, nonchè del limite massivo complessivo del 50% delle risorse finanziarie disponibili ai sensi della normativa vigente in materia di assunzioni ovvero di contenimento della spesa del personale, secondo i rispettivi regimi limitativi fissati dai documenti di finanza pubblica e, per le amministrazioni interessate”.
Arriva un super commissario ai rifiuti per la città  di Roma.
Lo prevede un emendamento a firma Maurizio Castro e Francesco Bevilacqua (Pdl) alla legge di Stabilità  approvato dalla commissione Bilancio del Senato. La nomina ha durata “sei mesi” ma può essere prorogata o revocata.
I congedi parentali potranno essere anche “su base oraria” e la fattura elettronica arriva finalmente anche in Italia.
Per allentare il patto di stabilità  interno arrivano 850 milioni, da dividere tra comuni e province.
Nel dettaglio, 700 milioni andranno ai comuni, altri 150 milioni alle province.
“Al governo chiediamo di più” sulle norma che riguardano gli enti locali; “siamo insoddisfatti”, dice il relatore.
“Il governo deve fare l’impossibile per migliorare le norme attenuando i tagli di comuni e province, fornire risposte alle regioni sulla sanità  e dare risposta ai piccoli comuni che da primo gennaio dovranno entrare nel patto di stabilità  interno. Non ce la faranno”, avverte Legnini.
Quindi il relatore chiede e una proroga all’applicazione del patto per i circa 5.000 enti locali con meno di 4.000 abitanti o nuove risorse.
Legnini, tuttavia, non nasconde la sua soddisfazione per le nuove norme che sono entrate nella manovra, “abbiamo calato nuovi assi nella legge di stabilità ”. Per gli enti locali un altro successo è la sterilizzazione degli effetti del decreto legge sui tagli alle province, che contiene “una proroga del termine di riordino e redistribuzione degli enti”, conclude il relatore.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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IL 58% DELLE AZIENDE CHIEDE PRESTITI PER PAGARE LE TASSE

Dicembre 15th, 2012 Riccardo Fucile

QUEST’ANNO 40.000 IMPRENDITORI NON POTRANNO PAGARE LE IMPOSTE PER MANCANZA DI LIQUIDITA’

Il fisco piega le piccole e medie imprese. Tanto che il 58%, ben più di una su due, è costretto a chiedere prestiti e quindi contrarre nuovo debito, per pagare le tasse.
Oppure, come emerge da un’indagine di Ispo-Confartigianato, è costretto a chiedere una dilazione di pagamento al fisco stesso.
Un destino che coinvolge ben 615.000 aziende di piccole e medie dimensioni, mentre sono 40.000 gli imprenditori che non potranno pagare le imposte per mancanza di liquidità .
Mentre per il 26% delle imprese l’accresciuto peso del fisco ha causato ritardi nel pagamento di alcune imposte.
Un quadro sconcertante, spiegato dalla crescente imposizione fiscale sulle piccole imprese: su oltre un milione di queste (il 74% del totale), infatti, negli ultimi 12 mesi la pressione è aumentata del 22,6%.
E questa percentuale in media nazionale viene addirittura superata nei casi delle imprese con dipendenti (79%), in quelle localizzate nel Nord Ovest (83%) e nel Mezzogiorno (80%), nelle aziende impegnate nel settore dei servizi alla persona (80%).
Il sondaggio Ispo-Confartigianato mette in luce anche le pesanti conseguenze della crescita della pressione fiscale, che diventa tra l’altro ogni giorno più complicata a causa delle innumerevoli complessità  burocratiche: il 33% degli imprenditori è stato costretto a ritardare il pagamento dei propri fornitori, mentre il 29% ha dovuto rinunciare a fare nuovi investimenti in azienda. Ovvero ha dovuto rinviare a tempi migliori ogni possibile prospettiva di crescita, con conseguenti e paralleli effetti negativi anche sull’occupazione: il 16% delle imprese ha rinunciato ad assumere personale e il 14% ha dovuto licenziare i dipendenti o ricorrere agli ammortizzatori sociali.
«Il sondaggio – sottolinea il Presidente di Confartigianato Giorgio Merletti – conferma quanto denunciamo da tempo a proposito dell’impennata della pressione fiscale sul sistema produttivo.
Secondo le nostre rilevazioni, nel 2012 le entrate fiscali sono cresciute di 24,8 miliardi, al ritmo di 47.238 euro al minuto, e hanno raggiunto il livello del 44,7% del Pil, con un aumento di 2,2 punti in un solo anno.
Tra il 2005 e il 2013 l’incremento delle entrate fiscali assorbe il 97,3% dell’incremento del PIL.
Sono numeri che parlano chiaro: se vogliamo ritrovare la strada per uscire dalla crisi, è indispensabile intervenire per ridurre la pressione fiscale sulle imprese».

(da “La Stampa“)

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ITALIA: IL FISCO SCHIACCIA LE IMPRESE

Dicembre 14th, 2012 Riccardo Fucile

IL CARICO FISCALE SUL LAVORO ALLONTANA GLI INVESTITORI DAL NOSTRO PAESE

Fare impresa in Italita?
Per nulla facile, anche per via del carico fiscale sul lavoro.
L’ultima analisi di PriceWaterhouseCoopers evidenzia ancora una volta i limiti nazionali nell’incentivare l’attivita’ imprenditoriale e attrarre capitali esteri, a causa di una tassazione dei profitti d’impresa tra le più elevate a livello mondiale.
Le imprese impiegano 267 ore all’anno per gli adempimenti fiscali .
Price Waterhouse Coopers ha studiato i dati relativi il carico fiscale complessivo cui devono sottostare le imprese di 185 diversi Paesi.
I numeri raccolti dall’indagine attestano come il Fisco italiano sia particolarmente severo: con precisione, il carico fiscale che grava sui profitti d’impresa delle aziende italiane, prendendo in considerazione le imposte sugli utili, arriva al 68,3%; il dato più alto d’Europa, dove la media si attesta al 42,6%, mentre nel mondo e’ pari al 44,7%.
Mettendo a confronto i dati del Belpaese con quelli europei, si percepisce come il divario tra il nostro e gli altri Paesi a livello fiscale venga determinato soprattuto dalle imposte sul lavoro: in Germania, per esempio, l’imposizione fiscale sul lavoro e’ pari al 21,9%, mentre in Italia e’ più del doppio.
Tempo perso in tasse
Tra il curioso e lo scoraggiante e’ il dato che riguarda il tempo speso dalle aziende italiane per adempiere agli oneri fiscali. In Italia, le imprese impiegano infatti 269 ore l’anno per sbrigare i propri obblighi con il Fisco, un dato che vale la centosedicesima posizione nella speciale classifica.
Uno sguardo al mondo
I primi posti della classifica sono appannaggio quasi esclusivo dei Paesi del Medio Oriente, con il livello medio di tassazione sui profitti d’impresa più basso al mondo: al primo posto gli Emirati Arabi Uniti, poi il Qatar e l’Arabia Saudita.
Unico paese europeo nella top ten e’ l’Irlanda, classificata al sesto posto.

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L’ITALIA RIDIVENTA UNA TERRA DI EMIGRANTI: PARTENZE CRESCIUTE DEL 9%, 50.000 IN UN ANNO

Dicembre 13th, 2012 Riccardo Fucile

CALANO GLI STRANIERI, BOOM DI FUGHE DI GIOVANI… AL TOP USA, GERMANIA E PAESI NORDICI

Arrivano meno stranieri, partono sempre più italiani.
Stiamo tornando ad essere terra di emigranti?
Leggendo i numeri del XVIII rapporto sulle migrazioni elaborato dalla Fondazione Ismu un dato emerge chiaro: causa crisi, l’Italia è diventata meno attraente tanto per gli stranieri quanto per gli stessi italiani.
Così il primo gennaio del 2012 rispetto a un anno prima il saldo della presenza degli stranieri in Italia è aumentato di appena 27 mila unità , +0,5%.
Crescita zero, se si pensa che negli anni passati gli incrementi erano a colpi di 500 mila persone.
Il declino è iniziato nel 2010 (quando il saldo è planato a 69 mila persone) e non si è fermato più.
Alcuni migranti (70 mila) sono via via divenuti cittadini italiani, uscendo da queste statistiche. Ma in 33 mila l’anno passato sono andati via, in cerca di opportunità  che l’Italia non sa più offrire.
Le stesse che cercano gli italiani i quali, sempre più, staccano biglietti di sola andata: nel 2011 il loro numero è aumentato del 9%.
In 50 mila sono andati a ingrossare le fila degli italiani all’estero, che al primo gennaio erano 4,2 milioni, considerando solo quelli che hanno mantenuto la cittadinanza tricolore.
Ormai a un’incollatura dai 5 milioni e 430 mila migranti, tra regolari e non, che soggiornano secondo le stime Ismu nel nostro Paese.
Le dinamiche dell’immigrazione stanno cambiando. Gian Carlo Blangiardo, responsabile settore statistica della Fondazione Ismu, spiega che probabilmente «è finito un ciclo».
Alla «fase 1» fatta di un’immigrazione impetuosa è «subentrata una fase 2 in cui si assiste a un radicamento del progetto migratorio».
Il dato dirompente, infatti, è che in cima alla classifica dei nuovi arrivi del 2011 non ci sono cittadini stranieri in cerca di occupazione, come accadeva prima, oggi fermi a quota 96 mila e in calo di due terzi rispetto all’anno prima. No.
In cima ci sono i ricongiungimenti familiari, a quota 141 mila seppure in calo di un quinto.
E crescono, seppure con numeri ridotti, gli arrivi per motivi di asilo o con motivazioni umanitarie: da 10 mila sono passati in un anno a 43 mila casi.
Quanto poi agli italiani, il dato dei 50 mila in fuga è sorprendente e dà  un’idea della crisi in corso. Ma non ha raggiunto i picchi, ad esempio, della Spagna, dove il flusso in uscita è dell’ordine delle 3-400 mila persone, come ricorda un altro ricercatore statistico della Fondazione, Alessio Menonna.
«Comunque quella degli italiani non è una replica dell’emigrazione povera che c’era in Italia cinquant’anni fa, ma è la ricerca di opportunità  da parte di chi ha un altro tasso di scolarizzazione», sintetizza il segretario generale dell’Ismu, Vincenzo Cesareo.
Dove vanno gli italiani che alla valigia di cartone hanno sostituito zaino e iPad?
«La sensazione – spiega Blangiardo – è che le grandi mete dei giovani in fuga dalla crisi siano la Germania, il Regno Unito, in parte gli Stati Uniti, un po’ la Francia così come Svezia e paesi nordici in generale».
Più italiani all’estero e meno migranti in Italia: sarà  questo il futuro? Errore.
Ismu prevede che i residenti stranieriaumenteranno di circa 6 milioni di qui al 2041, la loro incidenza sul totale della popolazione passerà  dall’8 al 18%.
Mentre gli irregolari calano del 26%, a quota 326 mila, la comunità  più numerosa è quella dei rumeni (oltre 1 milione), seguita da quelle marocchina (506 mila) e albanese (491 mila).
La densità  più elevata è in Emilia Romagna: 10,3 cittadini extra Ue ogni 100 residenti. I minori sono in decisa crescita: passano dal 21,5 al 23,9% sul totale degli extracomunitari residenti.
Quelli nati in Italia sono 500 mila, il 60%. Nonostante la crisi, cresce l’occupazione straniera, con 170 mila nuovi posti. Ma sale anche il tasso di disoccupazione, dall’11,6 al 12,1%.
Con il tempo aumenteranno anche gli over 65: dagli attuali 100mila a oltre 1,6 milioni nel 2041, fino a 3 milioni nel 2060.
Sono gli effetti della «fase 2», quella di un fenomeno migratorio più maturo e che non a caso vede crescere il numero dei soggiornanti di lungo periodo: due terzi dei 252 mila cittadini non comunitari entrati in Italia nel 2007 risultano ancora presenti con un permesso di soggiorno valido.
E che, commenta Blangiardo, «rappresenta un’opportunità  per aprire un vero discorso di integrazione», soprattutto per chi sul nostro Paese ha fatto una scommessa a lungo termine.

Francesco Spini
(da “La Stampa“)

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GLI EXTRACOMUNITARI PRODUCONO RICCHEZZA E PAGANO ANCHE LE TASSE

Dicembre 4th, 2012 Riccardo Fucile

NON RUBANO LAVORO A NESSUNO E RAPPRESENTANO UNA IMPORTANTE FETTA DELL’ECONOMIA

Chiediamo scusa ai leghisti, ma la notizia purtroppo è questa: “Oltre 2 milioni di contribuenti nati all’estero nel 2010 hanno pagato 6,2 miliardi di euro di imposta netta. In termini percentuale, gli stranieri rappresentano il 6,8 per cento del totale dei contribuenti italiani e l’ammontare totale delle tasse che pagano costituisce il 4,1 per cento dell’ imposta netta pagata complessivamente in Italia. Se, rispetto al 2009, i contribuenti stranieri sono diminuiti dell’1 per cento, l’ammontare dell’imposta da loro pagata è invece aumentata del 4,3 per cento”.
Parole e numeri della Fondazionene Moressa che analizza i temi dell’economia applicati all’immigrazione.
Cifre e percentuali che dicono una cosa sola: il tessuto sociale di chi ha scelto il nostro Paese per vivere e lavorare è più sano di quello indigeno, perchè – in tempi difficili – gli extracomunitari sono riusciti ad aumentare il loro gettito fiscale mentre noi italiani stiamo calando vistosamente nella performance.
La maggioranza dei contribuenti stranieri si concentra in Lombardia (21,1 per cento), in Veneto (11,9 per cento) e in Emilia Romagna (11,1 per cento).
E assicura un bel po’ di soldini: la Lombardia è quella che presenta il gettito più alto (oltre 1,6 miliardi di euro), seguita dal Lazio (746 milioni) e dal Veneto (644 milioni). Ma chi sono questi pagatori di tasse?
I rumeni risultano i primi sia come soggetti che pagano l’imposta netta, sia per l’ammontare totale: il 18 per cento di tutti i contribuenti nati all’estero proviene dalla Romania, e sono loro a garantire il 10,3 per cento di tutta l’Irpef pagata dagli stranieri. I secondi in termini di provenienza sono gli albanesi, seguiti dai marocchini.
Sono dati che confermano quanto già  autorevolmente dimostrato qualche giorno fa da Francesco D’Amuri, ricercatore di Bankitalia, e Giovanni Peri, dell’University of California.
I due studiosi hanno calcolato che tra il 1996 e il 2010 i lavoratori stranieri entrati nei 15 principali Paesi dell’Europa Occidentale sono quasi raddoppiati (passando così dall’8 per cento della forza lavoro nel 1996 al 14 per cento nel 2010).
E, per una volta, la vecchia Europa ha superato l’America, visto che negli Stati Uniti i lavoratori nati all’estero erano il 6 per cento nel 1998 e sono diventati il 12,9 per cento nel 2010.
Conseguenze positive del fenomeno: secondo Bankitalia gli italiani sono stati spinti verso occupazioni più qualificate guadagnandoci perfino un qualcosina in più, lo 0,7 di stipnedio aumentato in busta paga.
Certo altri paesi Ue hanno ottenuto vantaggi più seri per i propri lavoratori: più il mercato è flessibile e meritocratico, più la competenza sale e viene premiata in solido. Gli immigrati sono quindi una cartina di tornasole per l’efficienza del sistema, oltre che un pezzo già  insostituibile del nostro avvizzito monte fiscale.

Chiara Paolin
(da “il Fatto Quotidiano”)

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DISOCCUPATI RECORD: 2.870.000, MAI COSI’ TANTI

Dicembre 1st, 2012 Riccardo Fucile

IN UN ANNO AUMENTO DEL 2,3% DI SENZA LAVORO

Record di italiani disoccupati a ottobre: sono 2 milioni e 870 mila.
È il livello più alto sia dall’inizio delle serie storiche mensili, gennaio 2004, sia dall’inizio delle serie trimestrali, IV trimestre 1992.
Lo rileva l’Istat in base a dati provvisori e destagionalizzati. È insomma un record assoluto. E non è il solo dato negativo.
Sono a livelli mai visti i senza lavoro tra i giovani e quanti un lavoro ce l’hanno, ma è precario.
Il tasso di disoccupazione si è attestato a ottobre, secondo le stime provvisorie dell’Istat, a un livello record dell’11,1% in aumento di 0,3 punti percentuali rispetto a settembre e di 2,3 punti nei dodici mesi.
A ottobre gli occupati sono 22 milioni 930 mila, sostanzialmente stabili rispetto a settembre.
Su base annua si registra un calo dello 0,2% (-45 mila unità ).
Il tasso di occupazione è pari al 56,9%, in aumento di 0,1 punti percentuali nel confronto congiunturale, invariato rispetto a dodici mesi prima. Il numero di disoccupati, pari a 2 milioni 870 mila, aumenta del 3,3% rispetto a settembre (+93 mila unità ).
La crescita della disoccupazione riguarda sia la componente maschile sia quella femminile.
Su base annua si registra una crescita del 28,9%
Record anche di precari
Nel terzo trimestre i dipendenti a termine sono 2 milioni 447 mila a cui si aggiungono 430 mila collaboratori, sommando le due categorie si arriva a 2 milioni 877 mila lavoratori precari, il massimo dall’inizio delle serie trimestrali relative, dal III trimestre 2004.
Se si guarda solo ai dipendenti a tempo il record è dal III trimestre ’93
Senza precedenti i senza lavoro tra i giovani Tra i 15-24enni le persone in cerca di lavoro sono 639 mila e rappresentano il 10,6% della popolazione in questa fascia d’età .
A ottobre scorso, rileva l’Istat nelle stime provvisorie, il tasso di disoccupazione dei 15-24enni, cioè l’incidenza dei disoccupati sul totale di quelli occupati o in cerca, è pari al 36,5%, in aumento di 0,6 punti percentuali rispetto al mese precedente e di 5,8 punti nel confronto tendenziale. Si tratta di un livello record.

(da “La Stampa“)

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