Novembre 14th, 2012 Riccardo Fucile
CADE UNO DEI LUOGHI COMUNI DELLA PROPAGANDA LEGHISTA: UN’ANALISI DI 15 ANNI DI IMMIGRAZIONE DIMOSTRA CHE QUESTA HA SPOSTATO I LAVORATORI ITALIANI VERSO ATTIVITA’ PIU’ QUALIFICATE
Primo: gli immigrati non tolgono lavoro, portano anzi dei benefici al mercato del lavoro che li accoglie.
Secondo: gli effetti positivi per i lavoratori «nazionali», sono anche in termini di busta paga.
Terzo: consistenti flussi migratori hanno l’effetto di spostare i lavoratori «nazionali» verso occupazioni più specializzate e migliori.
Francesco D’Amuri, ricercatore di Bankitalia, e Giovanni Peri, dell’University of California, in un working paper appena pubblicato sul sito della nostra Banca centrale, sfatano alcuni luoghi comuni.
LA RICERCA
Fra il 1996 e il 2010 i lavoratori stranieri entrati nei 15 principali Paesi dell’Europa Occidentale sono quasi raddoppiati; erano poco meno dell’8% del totale della forza lavoro nel 1996, sfioravano il 14% nel 2010.
Un trend che ha superato di gran lunga quello americano: negli Stati Uniti i lavoratori stranieri (nati all’estero) erano il 6% nel 1998, sono diventati il 12,9% nel 2010. Secondo modelli econometrici e analisi dei dati statistici dei Paesi di riferimento i due ricercatori dimostrano che persino un raddoppio dei flussi immigratori, al contrario di quanto ritengono in molti, non ha impatti significativi, a livello statistico, sui livelli di occupazione.
Chi dunque teme che gli extracomunitari tolgano il lavoro agli italiani ha un falso timore.
Non solo: analizzando 15 anni di immigrazione in Europa i due autori sono giunti alla conclusione che questa ha «spostato» i lavoratori nazionali verso lavori meno manuali e più qualificati e determinato un aumento medio delle buste paga pari allo 0,7%. Effetti che sono maggiori nei Paesi che hanno un mercato del lavoro più flessibile, mentre mercati maggiormente protetti attenuano leggermente questi trend così come l’assorbimento degli immigrati attraverso un avanzamento occupazionale dei lavoratori «nativi».
Marco Galluzzo
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 13th, 2012 Riccardo Fucile
RESTA DIFFICILE TRASFERIRE GLI STATALI IN ALTRI UFFICI O FARGLI CAMBIARE SETTORE
Per chi governa è da sempre la sfida più difficile: far cambiare di scrivania un dipendente
pubblico.
Gli ultimissimi dati parlano chiaro.
Secondo l’Aran, Agenzia per la Rappresentanza Negoziale delle Pubbliche Amministrazioni, nel 2010 la «mobilità » tra settori del pubblico impiego ha coinvolto appena lo 0,1% del personale; quella «intracomparto», cioè tra uffici dello stesso settore, l’1%.
Per farla breve: nel 2010 solo in un caso su mille c’è stato lo spostamento di un dipendente da un ente all’altro, solo in un caso su cento l’amministrazione ha ordinato il cambio di ufficio.
«C’è una sostanziale impermeabilità dei dipendenti fra i vari comparti», commenta l’Aran. E figurarsi ora che il governo Monti vorrebbe spostare di sede migliaia di dipendenti delle prefetture, dei piccoli tribunali, degli uffici periferici dello Stato. Viste le premesse, si annuncia una sfida titanica.
Gli esperti dell’Aran sono sconfortati. «E’ difficile non vedere il completamento professionale che si potrebbe ottenere se a una esperienza lavorativa in una amministrazione locale seguisse, ad esempio, quella in una amministrazione centrale e viceversa».
Belle parole.
La realtà è diametralmente opposta.
Il dipendente pubblico ci tiene moltissimo alla sua routine.
In tutto il 2010, la mobilità intracomparto ha riguardato 33.944 lavoratori (l’1%) mentre quella extra comparto ha registrato solo 1.840 persone in entrata e 2.273 in uscita (circa lo 0,1%).
A dare vivacità – si fa per dire – a questa mobilità ha peraltro contribuito in grandissima parte la corsa alla Presidenza del Consiglio con 192 entrate e 5 uscite. Grazie anche – nota maliziosamente l’Aran – alle retribuzioni più alte della media: oltre 53.000 euro annui contro i 34.000 della media.
Un po’ più usata è la mobilità temporanea (comandi e distacchi), sempre con la presidenza del Consiglio dei ministri al top delle richieste, (1.645 comandati o distaccati a fronte di appena 75 usciti).
Ma questa è una mobilità che fa avvicinare ai gangli del potere e quindi bene accetta.
Questi i numeri della sostanziale immobilità dei dipendenti pubblici, dunque.
Pure a fronte di una legge esistente da 11 anni che dà la possibilità di ricollocare il personale in esubero (e in caso di esito negativo di questi tentativi, può sfociare nella messa in mobilità fino all’eventuale cessazione del rapporto di lavoro).
Ora, però, il ministro della Funzione pubblica Filippo Patroni Griffi ha annunciato che questo tipo di mobilità potrà essere utilizzata nell’applicazione della spending review anche se come «ultimo strumento».
Ed è semplice fare qualche numero: l’accorpamento di una trentina di province dovrebbe comportare la mobilità di circa tremila dipendenti.
Verranno coinvolti sia i dipendenti delle Province accorpate, sia quelli del ministero dell’Interno, sia chi lavora in altri uffici ministeriali.
Bisognerà attendere la metà di gennaio 2013 per saperne di più, quando sarà pronto il documento della Presidenza del Consiglio finalizzato a rideterminare quali e come saranno «gli enti territoriali del governo sul territorio».
La riorganizzazione coinvolgerà Province, ma anche Prefetture, Questure, Motorizzazioni civili, Capitanerie di porto, sovrintendenze dei Beni culturali, i provveditorati alle opere pubbliche, gli uffici scolastici e i presidi provinciali del controllo sul territorio.
Una trentina di enti in tutto.
Il provvedimento di ridisegno della geografia giudiziaria, a sua volta, comporta la chiusura di circa mille sedi giudiziarie, piccole o piccolissime, con accentramento del personale nelle sedi maggiori.
Il ministero della Giustizia stimava di trasferire 2454 tra magistrati ordinari e onorari e 7603 unità del personale amministrativo.
Il solo annuncio di questi spostamenti sta scatenando proteste furibonde e innumerevoli ricorsi.
Non è dunque un caso se un ministro, protetto dall’anonimato, ammetta che per sbloccare le trattative con i sindacati «occorreranno un po’ di risorse», riconoscendo che una «mobilità a costo zero», con le attuali garanzie sindacali, «è pressochè impossibile».
Francesco Grignetti
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Novembre 11th, 2012 Riccardo Fucile
FORNERO: “FAREMO UN ACCORDO CON LA GERMANIA”…LA PARTENZA LENTA DEL COLLEGAMENTO TRA FORMAZIONE E OCCUPAZIONE
Ha raccontato che l’idea le è venuta di notte e il ministro Elsa Fornero ha subito scritto una lunga mail al suo direttore della comunicazione.
Leit motiv del messaggio: l’apprendistato deve diventare anche in Italia «la via tipica» per l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro ma ci sono problemi di comprensione e dialogo.
«Non è l’ennesima forma di flessibilità poco costosa» sostiene il ministro, per le famiglie e i giovani però apprendista è una parola che sa di vecchio e poco qualificante e del resto basta consultare un dizionario per constatare come sia considerato sinonimo di garzone.
Per rovesciare quest’immagine Fornero – ecco l’idea – vuole spot televisivi di Pubblicità Progresso che spieghino al Paese due concetti: 1) in una stagione di bassa occupazione sarebbe un delitto perdere quest’occasione; 2) l’apprendistato è collegato alla formazione e porta nella maggioranza dei casi alla stabilizzazione del posto di lavoro dopo tre anni.
Può apparire singolare che in epoca di crisi si finisca per discutere di lessico e comunicazione del lavoro ma dopo aver inventato la pessima espressione di esodati (che sta per prepensionati), dopo aver tirato fuori il termine demansionamento (per parlare di flessibilità delle mansioni) ora autorità pubbliche e imprese fanno i conti con il significato giusto da dare all’apprendistato.
Spiega Luigi Torlai, direttore delle risorse umane della Ducati: «Penso che serva una comunicazione incisiva sia nei confronti delle aziende sia dei giovani, credo che questa tipologia contrattuale soffra di un problema di fondo che potremmo definire di marketing.
Pochissimi la conoscono e ai più non fa buona impressione».
Al senatore Tiziano Treu del Pd non dispiacerebbe trovare un altro nome pur di salvarne la formula che giudica di successo, il ministro però crede che sia tutto sommato troppo tardi.
Meglio procedere a tambur battente con una campagna di comunicazione che modernizzi il termine.
Perchè, secondo Fornero, l’apprendistato combatte la precarietà ed è il contrario di «quella flessibilità disinvolta che per molte imprese hanno usato al posto della svalutazione competitiva di una volta».
E a rafforzare quest’idea dell’apprendistato come stabilizzatore di occupazione il ministro Fornero ha concluso un accordo con il suo omologo tedesco, Ursula von der Leyen, che sarà formalmente firmato lunedì 12 a Napoli e che prevede come partenza lo scambio di giovani tra i due Paesi.
«È la prima volta che la Germania ci chiede qualcosa che non sia rigore e ho detto subito di sì». Del resto la Germania è la culla dell’apprendistato che come sottolinea il manager italiano Roberto Zecchino del gruppo Bosch «là esiste dal 1949 e si basa innanzitutto sull’alternanza scuola-lavoro».
Il ministro parlava a Roma a un seminario organizzato sul tema dall’agenzia del lavoro Adecco, seminario al quale hanno partecipato i responsabili delle risorse umane di molte aziende che hanno riportato le loro esperienze o anche solo i loro dubbi e sottoposto al ministro richieste di miglioramento.
Felice Cipollina (Eataly) ha raccontato come la sua giovane azienda cominci a usare l’apprendistato ma se «un nostro ragazzo va in banca a chiedere un mutuo casa la banca gli dice no perchè non è in grado di mostrare un contratto a tempo indeterminato».
Stefano Angilella (Avanade) ha assicurato che la sua azienda fa ricorso all’apprendistato in staff leasing «e si è trattato di un’esperienza eccellente fatta con neo-laureati e neo-diplomati».
Tutt’altro che garzoni, quindi. Gianluca Grondona (Indesit) ha persino proposto di usare l’apprendistato per i lavoratori anziani o messi in mobilità . Carlo Dalla Valle (Prysmian) ha riferito che il suo gruppo non l’ha mai usato «perchè abbiamo sempre riscontrato delle difficoltà con le singole attuazioni a livello regionale».
E le difficoltà trovate con le Regioni sono state un tema ricorrente degli interventi che si sono susseguiti al seminario Adecco assieme a due altre sottolineature (polemiche): spesso ci si deve scontrare «con l’ostracismo dei sindacati» e anche i consulenti del lavoro non sembrano pienamente convinti di questa nuova opportunità . Da fare, dunque, c’è tanto.
Dario Di Vico
(da “il Corriere della Sera“)
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Novembre 3rd, 2012 Riccardo Fucile
“LAVORIAMO SOTTO RICATTO: FIRMA O SEI FUORI DA FIAT”
È la prima volta che degli operai del nuovo stabilimento Fiat di Pomigliano, tra i 2091 fortunati che sono stati riassorbiti dalla Fiat, accettano di parlare con la stampa.
Si schiariscono la voce, seccata da troppi anni di silenzio, e parlano con nettezza, “per non perdere la dignità ”, come dice uno di loro.
Ma di nascosto, chiedendo di non essere ripresi in volto ed esigendo di essere citati con nomi di fantasia.
Giacomo, Filippo, Sergio e Andrea hanno tra i 30 e i 37 anni, uno di loro è entrato in Fiat nel 2006, gli altri nel 2001, giovanissimi.
Sono iscritti o ex iscritti ai sindacati che hanno firmato gli accordi di Marchionne: Uilm, Fim e Fismic.
Li incontriamo in una mattina resa tranquilla dal ponte dei morti.
Pomigliano è in fibrillazione intorno al cimitero, c’è traffico, anche in città , ma meno del solito. L’auto della polizia locale incrociata in centro è lo specchio delle contraddizioni italiane: una bella Audi A3, 2000 Tdi, niente a che vedere con la produzione Fiat.
Poco più avanti, nel deposito del Comune si infila anche una Smart, con tanto di insegna sulla fiancata. La Fiat non abita qui.
Gli operai si siedono e cominciano a parlare.
Parlano di getto: “Io dovrei essere l’operaio modello di Marchionne — spiega Filippo — nessun iscrizione al sindacato, ho sempre lavorato tranquillamente, ma con quello che succede ora non si può scherzare”.
Quello “che succede” è la petizione circolata in fabbrica la scorsa settimana e con la quale gli operai si dicevano preoccupati per il fatto che le 145 assunzioni ordinate dal Tribunale per sanare la discriminazione contro la Fiom potessero minacciare chi il posto ce l’ha. Un’iniziativa vissuta come una nuova guerra tra poveri.
“Il team leader, il capo squadra mi ha detto ‘Firma, fai presto che ho da fare’, senza nemmeno farmi leggere. Ho firmato. Ma quando ho chiesto spiegazioni mi ha detto che mi avrebbe potuto cancellare e mettermi nella lista di quelli là ”.
Quelli là sono gli altri, quelli che non sono solidali con l’azienda, gli amici della Fiom.
Sergio è più esplicito: “Il motivo per cui siamo qua è che abbiamo visto uno schifo”.
La petizione è stata “fatta dall’azienda ma presentata come ispirata dagli operai”.
Sergio racconta: “Un sindacalista mi ha spiegato tutto. All’inizio della settimana il direttore ha convocato i sindacati dicendo che occorreva fare qualcosa sulla vicenda delle riassunzioni”.
A quel punto, spiega, si sono attivati “i capi, i team leader e i sindacati, in particolare la Fim Cisl: giovedì e venerdì scorsi alle 6 di mattina c’erano già dei sindacalisti in fabbrica, di solito arrivano alle otto, e facevano girare la petizione”.
“A me — continua Sergio — è stato detto chiaramente: ti consiglio di firmarla perchè se non la firmi ti mettono in mobilità forzata. Ma io la penna non l’ho presa in mano”.
E non ha paura? “Certo che ho paura di finire tra i 19 da sacrificare. Ma io faccio il mio lavoro e voglio essere giudicato solo per quello. Pensavo saremmo stati in pochi a firmare, e invece siamo arrivati a 600”.
L’azienda, sentita dal Fatto , afferma di “non voler rispondere a dichiarazioni anonime”.
Su richiesta di un commento, però, è secca: niente a che vedere con la petizione.
La Fim è più sfumata, invita a non strumentalizzare la vicenda, parla di 1900 firme arrivate presso la sede nazionale e invita a riflettere su iniziative del genere.
Nel racconto c’è anche il clima dentro la fabbrica dove la vita non è facile, soprattutto dopo i ritmi imposti dal piano Fabbrica Italia.
Le pause, soprattutto, sono una bestia nera, tre da 10 minuti in otto ore di lavoro: “Non c’è il tempo di parlare con il collega vicino, di bere da una bottiglietta dietro alla postazione, se siamo raffreddati non c’è tempo di prendere un fazzoletto dalla tasca. Abbiamo un minuto per fare una macchina: un minuto per fare l’operazione e subito dietro spunta l’altra macchina”. L’azienda si è mangiata il tempo: “Prima avevamo 30-40 secondi per tirare il fiato tra una macchina e l’altra”. Ora non ci sono più.
“Quando ho firmato il contratto, spiega Sergio, il direttore mi ha detto che sono state tolte le sedie e i tavolini perchè, tanto, con il nuovo sistema di lavoro non c’è bisogno di sedervi”.
“Mi ha colpito la scena — aggiunge Filippo — di vedere alcune donne andare in bagno con in mano cracker, panini e frutta, per non perdere tempo”.
Accanto agli operai della Fip ci sono anche quelli in cassa integrazione, ancora dipendenti di Fiat Group Automobiles (Fga).
Sono 2276 e aspettano. Con poca fiducia.
“Io vivo con 760-780 euro di assegno di cassa integrazione — spiega Andrea — e meno male che mia moglie lavora”.
Però ora deve sospendere il mutuo da 700 euro e le bollette si accumulano sul tavolo.
Lui ha sempre votato Ds e poi Pd, “ma ora non voterò, la politica deve schierarsi”.
Ma Marchionne dice che ha evitato il massacro sociale, che rispondete?
“Che quando arriviamo a luglio 2013 e finisce la Cassa integrazione — dice Giacomo, assunto dal 2001 ma fuori dalla fabbrica — noi andremo tutti in mezzo a una strada, in mobilità . A Marchionne domando: può confermare che nel 2013 noi saremo felici e contenti andando a lavorare e non ci troviamo invece a casa?”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 30th, 2012 Riccardo Fucile
BEN 4 MILIONI DI RAGAZZI DESIDERANO LAVORARE ALL’ESTERO… E GIA’ IN 2 MILIONI LO HANNO FATTO
«Un giovane su tre vorrebbe emigrare». La frase pronunciata ieri dal presidente dell’Istat
Enrico Giovannini è forse la conclusione più logica, prima ancora che la più amara, della due giorni di «Seminars» organizzati nell’isola di San Clemente a Venezia da Aspen Italia.
Giovannini riferisce i risultati del gruppo di discussione su «mobilità , occupabilità , reticolarità ».
E quella frazione, un terzo, rappresenta la sintesi di una serie di studi condotti negli ultimi anni dai diversi istituti di ricerca (Eurispes tra gli altri), partendo proprio dai dati Istat
I giovani dai 18 ai 35 anni sono 12 milioni e 800 mila: stiamo dunque parlando di oltre 4 milioni di italiani che stanno pensando seriamente di lasciare il Paese.
Per altro, secondo le ultime cifre disponibili, due milioni lo hanno già fatto nel 2010
Una fuga di massa trasversale, un’idea che comincia a maturare fin dai primi anni dell’università . Il vicepresidente della Confindustria, Ivanhoe Lo Bello, si è presentato al seminario Aspen con una cartellina piena di numeri. Ha cominciato citando un’indagine di Demopolis (commissionata dall’Istituto addestramento lavoratori della Cisl).
Bene: il 61% del campione intervistato (3.500 giovani tra i 18 e i 34 anni) ritiene che, terminati gli studi, occuperà una posizione inferiore a quella dei genitori e il 78% è convinto che per trovare un buon lavoro servano le conoscenze giuste. Evidentemente è in questo retroterra pervaso da scoraggiato pessimismo che nascono i progetti dei neoemigranti
Lo Bello richiama il confronto sui ricercatori.
Secondo l’Istat in Italia lavorano circa 106 mila «addetti alla ricerca» nel settore privato, cui vanno aggiunti 74 mila nel pubblico, di cui 20 mila universitari.
«Ma 20 mila ricercatori si sono perfezionati all’estero e lì sono rimasti. Un insieme enorme di persone che contribuisce alla prosperità degli altri Paesi, in particolare degli Stati Uniti.
Risorse umane che non torneranno indietro». In compenso l’Italia non attira talenti stranieri.
Nelle nostre università solo il 2% di iscritti viene d’oltreconfine «e quasi nessuno di loro dai grandi Paesi», nota ancora Lo Bello.
Alla fine della catena c’è, come sempre, il Sud, perchè alla corsa verso l’estero si associa la ripresa della classica ondata verso il Centro-Nord.
Solo due esempi: il 70% degli studenti universitari della Luiss a Roma è meridionale come pure il 30% del Campus economico di Trento.
Giuseppe Sarcina
(da “il Corriere della Sera“)
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Ottobre 29th, 2012 Riccardo Fucile
INDAGINE IAL-CISL: SPAZIO ALLE ASPIRAZIONI, MA ANCHE REALISMO… PER TROVARE LAVORO IL 78% DICHIARA CHE SERVE CONOSCERE LE PERSONA CHE CONTANO, IL 53% CONFIDA NEL DESTINO… LE ABILITA’ PERSONALI ALL’ULTIMO POSTO
Per il 78% dei giovani italiani il “passepartout” per entrare nel mondo del lavoro è
conoscere persone che contano.
Il 53% confida nelle dinamiche impreviste del destino e nella fortuna.
Mentre le variabili curriculari e le abilità personali sono riconosciute da poco meno della metà degli intervistati: serve preparazione (49%), motivazione e spirito di iniziativa (48%).
Anche la rilevanza dell’impegno nel lavoro (32%) è surclassata dall’appartenenza familiare (35%) e dalle funzionalità di un appoggio politico (41%).
Sono alcuni dei dati che emergono dalla ricerca sulle nuove generazioni in Italia, promossa dallo Ial Nazionale — Innovazione Apprendimento Lavoro, in sinergia con la Cisl, e realizzata dall’Istituto Demòpolis, presentata a Roma.
Secondo l’indagine i giovani-adulti rivelano un piglio cinico singolare: nel segmento dei 18-34 anni, tutte le variabili personali o clientelari segnano un incremento degno di nota.
I ricercatori parlano di una “Weltanschauung del viandante” che emerge con prepotenza.
Nella certezza di poter nutrire aspirazioni, ma con parsimonia, il 71% degli intervistati dichiara che oggi è preferibile fare qualsiasi lavoro, purchè remunerato.
“Liberato da variabili spurie e da dimensioni esogene – dalla fortuna alle appartenenze -, il vademecum dei giovani per il successo occupazionale risulta cristallino e convincente — si legge nel rapporto -. Per i due terzi degli intervistati servono buona dialettica e un’ampia dose di disponibilità e flessibilità .
Ma anche competenze specialistiche (65%) ed esperienze pregresse (57%). Il 56% segnala anche l’opportunità di dotarsi di motivazione e spirito di iniziativa, mentre circa un terzo del campione cita la ‘buona cultura generale’, dote che le nuove generazioni dimostrano di sottovalutare”.
“Il profilo dell’universo giovanile italiano, che emerge dall’indagine — aggiungono i ricercatori -sembra in parte ripercorrere la suggestione di Umberto Galimberti, racchiusa nell’etica del viandante. L’andare avanti dei giovani, malgrado le asperità del contesto allontanino o neghino spesso una meta, segna l’esordio di una novità prospettica, con incidenze sociali e culturali che annunciano il futuro”.
(da “Redattore Sociale“)
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Ottobre 25th, 2012 Riccardo Fucile
AUMENTANO LE MAMME CHE RINUNCIANO ALLE PROPRIE AMBIZIONI SCHIACCIATE DAL “TEMPO MACHO” COME LO DEFINISCE ANNE SLAUGHTER CHE HA LASCIATO L’INCARICO AL DIPARTIMENTO DI STATO
Anne Marie Slaughter si è cullata nella promessa di un certo femminismo, soprattutto
americano, secondo il quale bisognava avere tutto: realizzare ambizioni famigliari e professionali.
Poi un giorno, passati i cinquant’anni, ha deciso che non era più possibile. Il pentimento è arrivato dopo aver faticosamente raggiunto i suoi sogni.
Madre di due figli, lavorava al Dipartimento di Stato, prima donna nominata Director of Policy Planning, tra le collaboratrici più in vista di Hillary Clinton.
Orari massacranti, riunioni e trasferte continue, e il tormento di non essere mai davvero in pari con la vita.
Qualcosa che manca sempre, in ufficio ma anche a casa. “Ho detto basta e non me ne pento” racconta ora Slaughter che oltre a essersi dimessa con fragore dal suo incarico governativo ha deciso di fare un suo personale outing dalle colonne dell’Atlantic Monthly.
Non è la sola. “Faccio politica per migliorare la vita degli altri, non per peggiorare la mia” ha detto Axelle Lemaire, trentenne deputata socialista che ha rifiutato di diventare ministro nel governo francese perchè troppo indaffarata con i pargoli.
È come una controrivoluzione silenziosa, un movimento di donne in carriera che si arrendono, a metà corsa, schiantate da quello che Slaughter chiama “tempo macho”: l’organizzazione del lavoro ancora basata sui ritmi maschili.
“Credo che sia venuto il momento di essere sincere – spiega a Repubblica la professoressa di Princeton – e ammettere che, a certi livelli di responsabilità , la conciliazione tra professione e famiglia diventa impossibile “.
Una posizione iconoclasta, quasi una dichiarazione di resa, proprio mentre tante donne arrivano ai vertici politici e imprenditoriali. Il lungo articolo di Slaughter pubblicato a luglio, Why women still can’t have it all, è stato uno dei pezzi più letti e commentati nella storia del magazine statunitense, ripreso in decine di paesi, con reazioni spesso critiche.
“Mi aspettavo le critiche delle femministe della mia generazione sul fatto che sto dando un cattivo esempio oppure che propongo riforme irrealizzabili. Ma non avevo previsto che l’articolo sarebbe diventato “virale”, attraverso il web e altri giornali, scatenando una conversazione planetaria tra persone di ogni età “.
Persino Hillary Clinton si è schierata qualche giorno fa contro il “piagnisteo” di certe working women, anche se poi ha precisato che non si riferiva a Slaughter.
“Il mio obiettivo – spiega l’autrice – era dare voce alle donne che scoprono, dopo aver avuto bambini, di non poter diventare amministratore delegato o direttore generale, di dover ritardare una promozione”.
Una situazione colpevolizzante, che porta spesso a rinunciare alla proprie ambizioni. “È un tema politico che dovrebbe indurci a cambiare il nostro sistema economico e sociale “.
Slaughter è partita dalla sua esperienza, dalla difficoltà nell’accudire figli adolescenti mentre svolgeva un incarico pubblico prestigioso a Washington, per scrivere una sorta di manifesto.
Da una parte, racconta, c’è una pressione sociale sulla maternità , con vecchi stereotipi, e dall’altra una cultura del lavoro pensata per uomini d’altri tempi. Slaughter racconta di aver dubitato a lungo prima di scrivere le ragioni che l’hanno convinta a lasciare il Dipartimento di Stato.
Poi, parlando davanti a un gruppo di studentesse, si è convinta che fosse venuto il momento di “dire la verità “.
“Le giovani di oggi sono abbastanza coraggiose e intellettualmente preparate per sapere che non è tutto così facile “.
I role model che scoraggiano le nuove leve, ribatte, sono altri. “Ad esempio, vedere donne che hanno scalato il potere accettando di pagare un prezzo personale.
Molte ragazze, e ormai anche ragazzi, non vogliono più sacrificare la loro vita privata”.
Proprio mentre usciva l’articolo sull’Atlantic Monthly, Marissa Mayer veniva nominata alla guida di Yahoo con il suo bel pancione.
Un caso che non è rappresentativo, secondo Slaughter. “Negli Usa ci sono solo il 15% di dirigenti donne e tra le prime 1000 aziende della classifica di Fortune appena 35 società hanno una leadership femminile”.
Il “tempo macho”, spiega l’autrice, è una trappola insidiosa non solo per le donne. “Alcuni padri mi hanno contattato per dirmi che anche loro si sentono vittime” spiega Slaughter.
“Dobbiamo insieme ripensare le aspettative fondamentali su dove, come e quando viene svolta l’attività lavorativa”.
La professoressa di Princeton invita alla “creatività ” per sviluppare strumenti di flessibilità , come il telelavoro, il coworking o il part-time.
“Sia uomini che donne avrebbero tutto da guadagnare se si incominciasse a misurare la produttività sui risultati e non sulle ore in ufficio”.
Oggi il picco di carriera coincide con il momento nel quale i figli sono ancora piccoli e i propri genitori cominciano a essere anziani.
È l’Exhausted Generation, la generazione esausta battezzata dall’Economist, schiacciata da doveri privati che non si possono rimandare. “Bisognerebbe immaginare percorsi professionali meno intensivi e più lunghi” propone Slaughter. “Anzichè una parete verticale da scalare, la carriera deve diventare una serie di gradini, con soste e persino lievi cadute”.
Anche nella coppia bisogna dare prova di immaginazione.
“Non esiste un unico modello. Alcuni genitori cercano di dividere le responsabilità equamente, bilanciando i compromessi, com’è capitato a me e mio marito. Altre coppie agevolano uno dei due genitori, magari perchè guadagna di più, è più coinvolto, ha migliori opportunità di avanzamento. L’eguaglianza di genere significa che queste scelte devono essere libere e non condizionate da vincoli sociali o stereotipi”.
Avere o non avere tutto.
Dopo la pubblicazione dell’articolo, Slaughter ha ricevuto molte critiche per l’uso di questa espressione assolutista.
“Per la mia generazione – ricorda – era scontato che si potesse avere il meritato successo professionale senza dover rinunciare ai figli. Viste le reazioni al mio articolo mi sembra che l’ideale per cui tre generazioni di femministe si sono battute è ancora molto popolare “.
La possibilità di rinunciare a un incarico di alto livello o di “dosare” l’impegno professionale è un lusso che molte donne non si possono permettere. “Certo – risponde Slaughter – so che i problemi di cui parlo appartengono a un’èlite fortunata che può decidere come e quanto implicarsi nel lavoro. Ma io mi occupo di come agevolare la vita delle donne che aspirano ai vertici di aziende o incarichi governativi. Il cosiddetto “soffitto di vetro” è qualcosa di molto più complesso di quel che sembra”.
Sono ormai tre mesi che Slaughter passa le sue giornate a rispondere a messaggi, è invitata a trasmissioni, e arringa le folle sulla “conciliazione impossibile” tra famiglia e professione.
Nel frattempo, continua a insegnare a Princeton, pubblica articoli in riviste specializzate, partecipa a conferenze e dibattiti televisivi per parlare di Siria o di elezioni americane.
Ma il suo lavoro accademico è passato quasi in secondo piano. Sta preparando un libro sulle donne che sarà pubblicato in Italia da Sperling&Kupfer.
Polemica e felice di esserlo. “Non mi posso lamentare”.
Anais Ginori
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 21st, 2012 Riccardo Fucile
L’INPS RIFA’ I CONTI SULLE PENSIONI, MA PER I DATI DEFINITIVI RINVIA AL 21 NOVEMBRE
“Gli esodati che verranno salvaguardati sono all’incirca 220mila”. A fare i conti sul numero dei lavoratori che potranno andare in pensione nonostante non abbiano i requisiti previsti dalla riforma previdenziale è il presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua, intervenuto questa mattina alla trasmissione di Rai Radio 1 “Prima di Tutto”.
La copertura finanziaria, ha detto Mastrapasqua, “è garantita per i 65mila lavoratori inclusi nel decreto Salvaitalia, per altri 65mila di due provvedimenti successivi, per i 9mila aggiunti pochi giorni fa dal ministro Fornero e, ovviamente, per gli 80mila che sono riusciti ad andare in pensione entro il 31 dicembre 2012. Ogni sede Inps stà rifacendo i conti. Il 21 novembre – ha concluso – avremo finalmente i dati definitivi”.
Pochi giorni fa il ministro del Lavoro Elsa Fornero aveva parlato di 120mila persone finora salvaguardate 1 “alle quali se ne possono aggiungere altre 10.000 per effetto della finestra mobile del ministro Sacconi”, ribadendo l’intenzione del governo di “dare certezza a chi poteva andare in pensione nel 2013 e 2014”.
In seguito il ministro aveva riferito di altre 8.900 persone che hanno maturato il diritto ad essere tutelate e per le quali dovranno essere stanziati ulteriori 440 milioni di euro.
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Ottobre 18th, 2012 Riccardo Fucile
I CONTRATTI A TERMINE ITALIANI CRESCONO PIU’ CHE NEGLI ALTRI PAESI
Costruire una società non incardinata sul posto fisso e sulle raccomandazioni, ma orientata
alla flessibilità e al rinnovamento.
Questo è il mondo del lavoro preferito dal premier Mario Monti, come ha spiegato in un’intervista sul blog dell’esperto di politiche giovanili Michele Karaboue.
Un mondo del lavoro migliore di quello di oggi, dove flessibile fa rima con precario e non con dinamico.
Pieno di lavoratori a termine “involontari”, partite Iva e collaborazioni fittizie, inquadramenti part time (per far risparmiare il datore). In una parola: giovani. Che tentano di inserirsi in un contesto dove si urla «largo ai giovani» ma si sussurra «io il mio posto me lo tengo stretto finchè campo». Secondo un’indagine condotta dal centro studi Datagiovani che analizza l’andamento del precariato giovanile negli ultimi otto anni, nel 2009 è avvenuto il sorpasso tra percentuale di occupati adulti rispetto ai giovani, con un divario che nel primo trimestre del 2012 si attesta intorno ai 5 punti percentuali.
Il segnale di deterioramento del mercato del lavoro giovanile è rappresentato proprio dalla crescita del precariato, la cui incidenza tra gli under 35 è raddoppiata in otto anni, passando dal 20% del 2004 al 39 del 2011 e nel primo trimestre 2012 si sarebbe già sfondato il muro del 40%.
Un giovane su due con meno di 24 anni è precario, circa il 23% tra i 25 e i 34 anni, contro percentuali pressochè dimezzate per le classi d’età più mature.
Un fenomeno più evidente tra le donne, dove la crescita, negli ultimi otto anni, è quasi doppia rispetto agli uomini.
L’indagine fa una distinzione tra le tipologie di precariato: degli oltre 3,5 milioni di precari italiani nel 2011 (il 15,5% degli occupati totali) i lavoratori a termine involontari (che vorrebbero cioè un contratto a tempo indeterminato) sono circa 2,2 milioni; i lavoratori part-time involontari sono oltre 1,1 milioni, quasi l’80% donne; in calo il fenomeno dei dipendenti “mascherati” da collaboratori (162mila) o partite Iva (77mila)
La laurea non è più un lasciapassare per accedere a un’occupazione stabile.
Almenochè non si tratti di una laurea “tecnica”: oggi il “saper fare” conta più del semplice “sapere”.
Infatti i laureati in ingegneria, architettura o scienze mediche hanno una probabilità di precarizzazione intorno al 10%, pari alla metà dei laureati in discipline umanistiche o dei diplomati in istituti magistrali, licei artistici e linguistici.
Per chi si è diplomato in un istituto tecnico la probabilità di precarizzazione è del 12,6%, non distante da quella di un medico o un ingegnere.
L’altro scotto da pagare per i precari è la disparità di salario: un precario percepisce dal 20% al 33% in meno nella retribuzione netta mensile rispetto a un collega non precario.
Sarà per questo che le aziende italiane sembrano così allergiche ai contratti “definitivi”, agevolate da leggi nate per aumentare la cosiddetta flessibilità .
Datagiovani ha rilevato che l’Italia rispetto a tutti i principali Paesi europei partiva nel 2001 da una incidenza di contratti a termine molto più bassa: 9,6% nel complesso, contro il 12,4% della Ue a 27 e della Germania, il 14,9% della Francia e il 32% della Spagna.
Nella fascia 15-24 anni eravamo ampiamente sotto la media dell’Unione: il 23,3% contro il 35,9%.
Poi nel 2004 il giro di boa.
Con l’entrata in vigore della legge Biagi, il numero dei contratti a termine è cresciuto in modo vertiginoso, fino ad arrivare al 50% dei contratti nel 2011.
Un aumento di quasi il 27%. Giovani, poveri e senza certezza.
Non era questo il mondo del lavoro, flessibile, che aveva in mente Marco Biagi.
Nè quello che vuole Mario Monti.
Agnese Ananasso
(da “La Repubblica”)
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