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FIAT, LA RIVOLTA DELLE MOGLI DEGLI OPERAI DI POMIGLIANO: “I LORO FIGLI A SCUOLA CON L’AUTISTA, I NOSTRI MANGIANO A MALAPENA”

Ottobre 17th, 2012 Riccardo Fucile

IL TESTO DEL DRAMMATICO VOLANTINO DISTRIBUITO DAVANTI ALLA FABBRICA

Siamo donne del movimento operaio. Mogli degli operai della Fiat di Pomigliano. Molte tra noi sono operaie.
E siamo stanche di vedere i nostri uomini tornare a casa cupi in volto e con lo sguardo perso nel vuoto e fisso alle scadenze di fine mese.
Noi che con i nostri figli e le nostre famiglie siamo costrette a fare i conti e a vivere con 750 euro al mese.
Siamo stanche di vivere la sensazione di rassegnazione e sconfitta che comincia a far presa sui nostri mariti.
E addolorate da quanti urlano dai tetti la loro disperazione, si tagliano le vene o, addirittura, si tolgono la vita.
Siamo stanche di assistere a programmi tv che mostrano famiglie operaie raccolte in cucina con la pentola che bolle e poco da cucinare e, di contro, le interviste ai “professori” che vorrebbero convincerci che “abbiamo vissuto finora al di sopra delle nostre possibilità  mangiandoci il futuro dei nostri figli”!
Ma chi… noi…?!
Con 750 euro al mese quando va bene?!
Vero è che sono sempre e solo i loro “bamboccioni” che continuano a sperperare in una notte di “vizietti” quello che un operaio (quando gli andava bene) guadagnava in un anno.
I loro “rampolli” che, oggi come ieri, vengono accompagnati a scuola con la “fuoriserie” guidata dall’autista.
Mentre noi per i nostri figli, tra poco, non potremo più mettere nemmeno il piatto a tavola.
Tutto questo non è più tollerabile.
Ed è ancora più intollerabile anche considerato il “massacro operaio” in atto in tutte le fabbriche della Fiat di Marchionne e realizzato con un fiume di finanziamenti pubblici e gravi connivenze politico-istituzionali e sindacali.
Proprio quei sindacati — i confederali — che oggi sembrano scesi da Marte, come se non fossero stati proprio loro a sottoscrivere gli accordi più infamanti per i lavoratori. Eppure, siamo convinte che se la Fiat ha da sempre rappresentato il “potere forte” per eccellenza (lo Stato nello Stato), i suoi operai hanno sempre saputo tenere alta la testa. E oggi è innanzitutto da “questi operai” (e sono ancora tanti) che può ripartire un credibile segnale di unità  e di lotta.
Un obiettivo non facile, tenendo conto del fatto che chi sindacalmente e politicamente dovrebbe stare dalla parte dei lavoratori si attiene al motto che “dividere è meglio (e più proficuo) che unire” ostinandosi nel tentativo di separare tra loro le lotte dei lavoratori delle singole fabbriche.
Ed è proprio oggi che ci troviamo precipitati in un preoccupante arretramento della condizione operaia, oggi che Monti e i suoi ministri benestanti si riuniscono con Marchionne (e con Riva per citare ad esempio il “cul de sac” in cui hanno cacciato gli operai dell’Ilva di Taranto) e con Cgil-Cisl-Uil per accordarsi come al solito a danno dei lavoratori Fiat e dell’indotto, oggi più che mai dobbiamo mobilitarci a fianco degli operai come donne, come compagne, come mamme e come mogli perchè questa è una lotta esemplare per tutti.
Perchè quello che succederà  nelle fabbriche Fiat ricadrà  sulle nostre famiglie sui nostri figli e, se sconfitti i lavoratori, con il governo Monti (come per i pensionati) ricadrà  sui lavoratori del pubblico e del privato, sulle loro famiglie e sull’intera società .
Ma veramente oggi c’è chi può ancora credere e rivendicare gli investimenti di Marchionne se non quanti, con l’approssimarsi della campagna elettorale, sono interessati solo a creare nuove illusioni ?
Noi che a Pomigliano già  subimmo le prediche anche dai pulpiti delle chiese, con politici e sindacalisti che magnificarono la Fiat per il suo “piano di investimenti e sviluppo” vogliamo gridare a tutti che la Fiat in Italia non c’ è più e che con quest’andazzo a breve i pochi presidi esistenti non assicureranno più lavoro nemmeno per una piccola parte degli operai.
Ed oggi lo diciamo con forza e prima dell’annunciato disastro industriale e sociale, anche perchè dopo sarà  troppo tardi: la Fiat deve restituire i finanziamenti pubblici ad oggi incassati ed usati in danno sociale e per interesse privato e restituire al pubblico le fabbriche, tutte già  abbondantemente strapagate dalla collettività .

Comitato Mogli Operai Pomigliano

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LAUREATI PAGATI DUE EURO L’ORA: GLI SCHIAVI DI UN CALL CENTER

Ottobre 13th, 2012 Riccardo Fucile

MADRI NON TUTELATE, CONTRATTI FINTI ED EVASIONE DA 114.000 EURO

A Grottaminarda, paese di confine tra la provincia di Avellino e quella di Foggia, la Guardia di Finanza ha scoperto un call center che operava per conto delle più importanti società  telefoniche italiane, dove i dipendenti erano pagati meno di due euro all’ora.
E per la maggior parte anche in nero.
I pochissimi contrattualizzati, con contratti a progetto che però di progettuale non avevano nulla, guadagnavano la stessa cifra dei loro colleghi.
La differenza stava solo nell’aver firmato un contratto che teoricamente prevedeva un compenso più alto, ma che per i gestori del call center non era altro che carta straccia.
Una situazione estrema che va oltre qualsiasi opacità  emersa finora nella conduzione – pur molto discussa – di queste strutture dove si lavora per aziende importanti e in molti casi anche ricche senza però alcun rapporto diretto.
Lo scenario che gli investigatori si sono trovati davanti mano a mano che raccoglievano testimonianze e altri elementi utili alle indagini è apparso sempre più desolante.
Tra gli operatori del call center c’erano giovani laureati, ma anche persone adulte reduci dalla perdita di precedenti posti di lavoro.
Oppure donne senza alcuna tutela per la loro condizione di madri.
Tutti inchiodati per nove ore al giorno in un piccolo box con un telefono in mano e il compito di promuovere offerte commerciali di questo o quel gestore telefonico.
Chi non portava risultati era fuori in un minuto, e veniva sostituito senza difficoltà ; chi al contrario riusciva a piazzare qualche contratto si vedeva consegnare a fine mese una paga di 120 euro, a fronte dei 653 netti pattuiti.
Anche la gestione contabile era in sintonia con la totale violazione di qualsiasi legge e regolamento. I finanzieri del Comando provinciale di Avellino, e in particolare quelli della Tenenza di Ariano Irpino, hanno accertato che la titolare del call center, una trentacinquenne che in un colpo solo ha accumulato una lunghissima serie di denunce, era riuscita finora a evadere completamente il fisco.
Le cifre venute fuori dagli accertamenti sono notevoli: almeno 114 mila euro non dichiarati.
Una evasione che, insieme con le violazioni nei confronti dei lavoratori, verrà  a costare alla titolare della struttura una sanzione di 213.500 euro già  emessa dalla Guardia di Finanza.
Ma altre se ne aggiungeranno certamente dopo che i documenti contabili saranno esaminati dagli ispettori dell’Agenzia delle Entrate e dei vari enti previdenziali.

Fulvio Bufi

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CONTRATTI A TERMINE VERSO LA CORREZIONE: VERTICE TRA LE IMPRESE

Ottobre 9th, 2012 Riccardo Fucile

IL PERIODO CHE DEVE PASSARE TRA UN CONTRATTO A TERMINE E UN ALTRO E’ L’OGGETTO DEL CONTENDERE

Potrebbe cambiare una delle norme chiave della riforma del mercato del lavoro, quella che allunga il periodo che deve passare tra un contratto a termine e l’altro.
La legge 92 Fornero prevede infatti che, di regola, debbano trascorrere almeno 60 giorni fra un contratto temporaneo e l’altro se il primo è durato meno di sei mesi, e almeno 90 giorni se invece la durata è stata superiore a sei mesi.
Prima della riforma gli intervalli che il datore di lavoro doveva rispettare erano molto più brevi: 10 e 20 giorni.
Parlando a un convegno a Modena è stato lo stesso ministro del Lavoro a dire che, in particolare, il limite dei tre mesi «sta creando qualche problema: me ne rendo conto, sto ricevendo molte lettere e quindi studieremo qualche altra soluzione».
L’allungamento dell’intervallo tra un contratto temporaneo e l’altro era stato presentato dal governo come uno strumento utile a combattere l’abuso di questo tipo di rapporti di lavoro e quindi il precariato.
Ma da subito i contrari avevano sottolineato il rischio che la norma avrebbe limitato le occasioni di lavoro e favorito il nero.
È così cominciato un braccio di ferro tra Fornero e le imprese.
Il ministro ha annunciato un monitoraggio sulla riforma in collaborazione con le imprese e, rispondendo indirettamente al presidente della Confindustria Giorgio Squinzi che più volte ha chiesto di rivedere profondamente la legge 92, ha affermato che «la disponibilità  a discutere punto per punto è massima».
Ma la riforma «non si smantella», ha avvertito.
L’offensiva contro la legge è comunque forte, unendo le imprese e il Pdl, che ieri con l’ex ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, è tornato a sostenere che la riforma «sta producendo una minore propensione ad assumere o a confermare rapporti di lavoro a termine».
Con ieri, intanto, siamo entrati in una settimana decisiva per l’accordo sulla produttività  chiesto dal governo alle parti sociali.
Squinzi continua a essere ottimista: «È un momento storico per l’intesa. Mi auguro che prevalga il buon senso».
E chiede al governo di fare la sua parte, aumentando la detassazione del salario aziendale e intervenendo sulla pubblica amministrazione, «palla al piede dell’Italia».
Anche il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, crede nell’accordo: «Ci sono margini».
Frena invece la leader della Cgi, Susanna Camusso: «Parlare di tavolo sulla produttività  è una parola grossa».
Qual è il vero ostacolo per i sindacati lo spiega con chiarezza il numero uno della Uil, Luigi Angeletti: «È escluso che si possano abbassare i salari in maniera surrettizia o esplicita».
E uno degli sherpa della trattativa confessa: «Il problema è che ci chiedono di rinunciare a quote di salario nel contratto nazionale che poi dovremmo recuperare a livello aziendale o territoriale, ma è quel “dovremmo” che non funziona».

Enrico Marro
(da “il Corriere della Sera“)

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PRIME SENTENZE CON LA LEGGE FORNERO: LICENZIATA E REINTEGRATA DOPO APPENA TRE MESI

Ottobre 3rd, 2012 Riccardo Fucile

UN’OPERAIA DELLA PATA ERA STATA ALLONTANATA PERCHE’ RITENUTA INIDONEA A CAUSA DEL “GOMITO DEL TENNISTA”…. GRAZIE AL NUOVO PROVVEDIMENTI LAMPO INTRODOTTO DALLA FORNERO E’ TORNATA SUBITO AL SUO POSTO

Nell’arco di tre mesi licenziata e reintegrata.
Patrizia Sinini, operaia della Pata, azienda che produce snack e patatine a Castiglione delle Stiviere, in provincia di Mantova, è fra le prime persone in Italia a beneficiare del nuovo procedimento giudiziario “lampo” in materia di impugnazione dei licenziamenti previsto dall’articolo 1 comma 47 e seguenti della legge n. 92 del 2012, meglio conosciuta come “Legge Fornero“.
I fatti.
Il 4 luglio del 2012 Patrizia Sinini viene licenziata dalla ditta mantovana che dà  lavoro a 200 persone.
Il motivo addotto è l’inidoneità  alla mansione per cui era stata assunta, ossia cernita, confezione e cartonatrice delle patate.
A stabilirlo una valutazione del medico aziendale che aveva diagnosticato all’operaia una epicondilite acuta, disturbo meglio conosciuto come “gomito del tennista”.
A questo punto la donna, ritenendo ingiusto il licenziamento si è rivolta all’avvocato giuslavorista Arturo Strullato che ha impugnato la decisione dell’azienda ricorrendo al tribunale di Mantova.
Il 28 settembre 2012 la velocissima sentenza in merito al contenzioso, firmata dal giudice Luigi Bettini, viene depositata in cancelleria.
Poco più di tre mesi per dire che il licenziamento è illegittimo e da annullare e che la signora Sinini deve essere reintegrata nel precedente posto di lavoro dall’azienda.
A quest’ultima viene anche ordinato di pagare le spese legali (2225 euro) alla dipendente licenziata ingiustamente e cinque mensilità .
La commissione medica dell’Asl, che ha visitato l’operaia su sua stessa richiesta, ha infatti stabilito, vista la natura transitoria dell’infiammazione che l’ha colpita, la sua idoneità  alla mansione, seppure con alcune limitazioni rispetto al passato.
“I tempi di giudizio — spiega l’avvocato Strullato — sono stati rapidissimi perchè abbiamo potuto beneficiare delle nuove norme in materia di impugnativa dei licenziamenti stabilite dall’articolo 1 commi 47 e seguenti della Legge numero 92 del 2012 o Legge Fornero.
In sostanza la nuova legislazione prevede che a seguito della presentazione del ricorso il giudice fissi con decreto l’udienza di comparizione delle parti.
L’udienza deve essere fissata non oltre quaranta giorni dal deposito del ricorso.
La sentenza, completa di motivazione, deve essere depositata in cancelleria entro dieci giorni dall’udienza di discussione, con evidente abbattimento dei tempi processuali rispetto ai 60 giorni previsti per il deposito della sentenza motivata nel procedimento ordinario del lavoro.
Se avessimo dovuto affrontare questo caso con le vecchie norme saremmo arrivati a sentenza come minimo all’inizio del 2014.
Questo perchè avremmo dovuto affrontare almeno tre udienze distanziate di sei mesi l’una dall’altra.
La legge Fornero, invece, permette al giudice di decidere allo stato dei fatti, basandosi sulle documentazioni fornite dalle parti in causa.
Nel caso specifico il giudice si era limitato a sentire, oltre che le parti in causa, il dottor Roberto Trinco dell’Asl di Mantova”.
Le conseguenze dell’illegittimità  del licenziamento sono state valutate dal giudice con riferimento alla disciplina dell’articolo 18 della Legge n. 300 del 1970 o Statuto dei lavoratori, che regolamenta la reintegrazione nel posto di lavoro in caso di licenziamento ingiustificato.
Come noto la riforma Fornero ha modificato questo articolo, ma essendo il licenziamento di Patrizia Sinini avvenuto il 4 luglio, ossia prima dell’entrata in vigore della Legge Fornero (18 luglio 2012), la nuova disciplina non è stata applicata.
Probabile che la vicenda, comunque, non sia finita qui e che la Pata ricorra in appello. Il rapporto fra l’azienda e la dipendente è complicato da parecchio tempo e già  in un’altra occasione c’è stato bisogno di ricorrere agli avvocati e alle vie legali.
In particolar modo i rapporti fra le parti si erano complicati quando l’azienda, due anni fa, aveva deciso di non pagare più il premio di produzione e di sostituirlo con i buoni pasto.
Decisione mai accettata dalla signora Sinini “rimasta l’unica dipendente della Pata, su 200, iscritta al sindacato” ha detto l’avvocato Strullato, e pronta a dare battaglia su questo fronte pretendendo che le fosse corrisposto il premio.
Anche in quel caso il giudice le diede ragione.
Per questi motivi nell’ultimo ricorso l’operaia della Pata lamentava, oltre che l’assenza di giustificato motivo del licenziamento, anche la natura discriminatoria dello stesso, conseguenza del fatto che era rappresentante sindacale e che aveva più volte fatto valere i propri diritti.
Ma in questo caso il giudice le ha dato torto sentenziando che “non può ravvisarsi alcuna natura discriminatoria nel licenziamento intimato”.

Emanuele Salvato
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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PIU’ TAGLI NEL PUBBLICO IMPIEGO: RIDUZIONI OLTRE IL TETTO DEL 20%

Settembre 26th, 2012 Riccardo Fucile

TAGLI SELETTIVI E NON LINEARI: DEL 20% PER I DIRIGENTI, DEL 10%   PER GLI ALTRI DIPENDENTI PUBBLICI

Un percorso a tappe forzate per ridurre di almeno il 20% i dirigenti e del 10% gli altri dipendenti pubblici, come disposto dal decreto sulla revisione della spesa pubblica (spending review).
Un percorso che deve concludersi tassativamente entro il 31 dicembre.
Lo ribadisce la lunga direttiva adottata ieri dal ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi.
Il tempo a disposizione è così breve e gli adempimenti da fare così tanti e delicati che la stessa direttiva si conclude con una sorta di appello: «Data la complessità  della procedura e i tempi stretti di applicazione, si confida nella fattiva collaborazione di tutte le amministrazioni per la corretta e tempestiva predisposizione degli atti di competenza».
Destinatarie delle riduzioni di organico sono tutte le amministrazioni dello Stato, dai ministeri agli enti pubblici.
I tagli, sottolinea però la direttiva, ed è questo uno dei suoi principali contenuti, non dovranno essere lineari, ma «selettivi», perchè verrà  applicato il principio della compensazione, cioè un’amministrazione potrà  tagliare anche meno dei livelli indicati dalla legge (20% e 10%) purchè ciò venga recuperato con un taglio maggiore in un’altra amministrazione.
Le compensazioni potranno essere interne a una stessa amministrazione o «trasversali».
Si tratta infatti, si legge nella direttiva «di operare una riorganizzazione che non sia di meri tagli di posti, quindi solo quantitativa, ma che sia pensata, in termini qualitativi e qualificanti, come riassetto ed alleggerimento delle strutture».
Il tutto avverrà  con la consultazione con i sindacati, ma con una decisione finale che spetterà  allo stesso ministero della Pubblica amministrazione perchè è «chiara la scelta del legislatore di centralizzare la decisione», scrive Patroni Griffi.
Il quale prenderà  i provvedimenti di «riduzione degli assetti organizzativi» entro il 31 ottobre.
Per questo la direttiva dispone che enti pubblici e agenzie forniscano al ministero le proprie proposte di taglio già  entro venerdì 28 settembre, cioè tra due giorni, mentre le altre amministrazioni dello Stato hanno tempo fino al 4 ottobre.
L’altra specifica importante della direttiva riguarda i dirigenti, dove si dice che la percentuale di riduzione del 20% indicata dalla legge rappresenta «il valore minimo». «Sarebbe apprezzabile l’eventuale sforzo da parte delle amministrazioni di operare (…) riduzioni maggiori che siano il risultato di un effettivo ridisegno dell’organizzazione operato in relazione ad un fabbisogno essenziale».
Il ministro auspica insomma un taglio dei dirigenti superiore al 20%.
Decisiva per il calcolo dei tagli sarà  l’individuazione della «base di computo» risultante dopo le riduzioni di organico già  disposte con la manovra di Ferragosto del 2011.
Dai tagli sono escluse, chiarisce la direttiva, la scuola, l’Università  e gli istituti di alta formazione, che seguono specifiche normative.
Altre eccezioni riguardano il comparto sicurezza, vigili del fuoco, magistratura, ministero degli Interni e degli Esteri (diplomatici).
Fuori anche ministero dell’Economia e presidenza del Consiglio che avevano deciso per primi di dare l’esempio disponendo tagli al loro personale.
Per le amministrazioni che non metteranno il ministero in grado di disporre i provvedimenti di riorganizzazione entro il 31 ottobre, ricorda Patroni Griffi, scatterà  la sanzione prevista dalla legge che consiste nel «divieto di assumere, a qualsiasi titolo e con qualsiasi contratto».
Una volta individuati i tagli, entro il 31 dicembre dovranno essere quantificati gli esuberi non riassorbibili entro due anni, al netto dei dipendenti che potranno andare in pensione.
Gli esuberi verranno collocati in mobilità , entro il 31 marzo 2013, dove potranno restare al massimo per due anni in attesa di essere ricollocati in posti vacanti oppure di finire licenziati.

Enrico Marro
(da “Il Corriere della Sera“)

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GLI ITALIANI RISCOPRONO I FORNELLI: DUE GIOVANI SU TRE VIVONO COI PARENTI

Settembre 21st, 2012 Riccardo Fucile

LE DONNE PASSANO 21 GIORNI L’ANNO PREPARANDO PASTI…UN CITTADINO SU DUE VIVE CON LA MAMMA

La crisi ha attivato la rete di protezione familiare caratteristica dell’identità  nazionale con un terzo degli italiani (31%) che abita con la propria mamma, una percentuale che sale al 60,7 per cento se si considerano i giovani tra i 18 e i 29 anni.
E’ quanto emerge dal rapporto Coldiretti/Censis “Crisi: vivere insieme, vivere meglio”, dal quale si evidenzia che se coabita con la madre il 31% degli italiani, il 42,3% ha comunque la madre che abita a un massimo di trenta minuti dalla sua abitazione. Inoltre – continuano Coldiretti/Censis oltre la metà  degli italiani (54%) ha i propri parenti stretti residenti in prossimità , a un massimo di mezz’ora a piedi della propria abitazione.
Questo bisogno di vicinanza riguarda non solo i più giovani tra i 18 e i 29 anni (coabita con la madre il 60,7% e il 26,4% abita a meno di 30 minuti), ma anche le persone più grandi con età  compresa tra i 30 e i 45 anni (il 25,3% coabita, il 42,5% abita nei pressi), e addirittura gli adulti con età  compresa tra i 45 e i 64 anni (l’11,8% coabita, il 58,5% abita in prossimità ).
In sostanza – spiegano Coldiretti/Censis – l’evoluzione delle funzioni socioeconomiche, con il passaggio alla famiglia soggetto di welfare che opera come provider di servizi e tutele per i membri che ne hanno bisogno, spiega anche la tendenza a ricompattare, in termini di distanza dalle rispettive abitazioni, i vari componenti, anche quando non coabitano.
“Spesso la struttura della famiglia italiana in generale, e di quella agricola in particolare, viene considerata superata – afferma il presidente di Coldiretti Sergio Marini -, mentre si è dimostrata, nei fatti, fondamentale per non far sprofondare nelle difficoltà  della crisi moltissimi cittadini”.
In cucina.
Con la crisi, gli italiani riscoprono il piacere di restare e di preparare gustosi menu per parenti e amici soprattutto nei giorni festivi, durante i quali si raggiunge il record di oltre un’ora davanti ai fornelli (69 minuti).
Il rapporto Coldiretti/Censis evidenzia che per le donne italiane la preparazione dei pasti assorbe durante l’anno 21 giorni pieni. In media – sottolineano Coldiretti/Censis – dall’indagine emerge che annualmente ogni italiano dedica alla preparazione dei pasti un tempo pari a 11 giorni, che significa oltre sette ore alla settimana o 56 minuti al giorno nei giorni feriali che salgono a oltre 69 minuti la domenica o nei giorni festivi.
Un interesse che riguarda anche i maschi per i quali il tempo passato in cucina è di 8 giorni pieni all’anno. L’indagine – osserva Coldiretti – mostra che ancora oggi nelle famiglie italiane la cucina è donna, ma anche che torna ad avere un ruolo centrale nella vita delle famiglie italiane.
Il rapporto evidenzia tra l’altro che 21 milioni di italiani dichiara di preparare alimenti in casa come yogurt, pane, gelato o conserve e, di questi, 11,2 milioni di persone lo fanno regolarmente.
“L’attenzione alla cucina e alla qualità  dell’alimentazione trova riscontro nel boom degli acquisti di prodotti locali a chilometri zero direttamente dagli agricoltori che garantiscono una maggiore freschezza e genuinità  delle ricette”, afferma il presidente di Coldiretti Sergio Marini.
La riscoperta del ‘fai da te’ in cucina si riflette anche nel fatto – aggiunge il rapporto – che 7,7 milioni di italiani si portano al lavoro cibo preparato in casa, e di questi sono 3,7 milioni quelli che dichiarano di farlo regolarmente. Il 15% degli italiani si porta la “gavetta” o la “schiscetta” in ufficio per risparmiare, ma anche per essere sicuro della qualità  del pranzo, o semplicemente perchè preferisce ricordare sapori e profumi casalinghi.
La spesa alimentare.
L’importante è restare vicino l’abitazione. L’85 per cento degli italiani continua a fare la spesa alimentare quotidiana sottocasa, frequentemente nei piccoli e spesso antieconomici negozi di quartiere che tuttavia svolgono un rilevante ruolo sociale.
La spesa è l’attività  svolta dal maggior numero di persone nel raggio di 15-20 minuti a piedi dalla propria residenza.
Il crescente desiderio di fare comunità  – sottolinea Coldiretti – è avvertito soprattutto dalle persone che vivono sole. In Italia sono 7,4 milioni e sono aumentate del 24% tra il 2006 e il 2011, con punte del +54% in Sardegna, +45% in Abruzzo, +42% in Umbria. Il momento di fare la spesa è quello più importante per parlare e stringere rapporti e supera addirittura le attività  spirituali (il 76,6%), la visita medica (71,6%), la scuola per i figli (65,2%) e la cura del corpo (54,2%).
Ricette sul web.
Oltre il 29% degli italiani dichiara di fare ricerche in Rete per confrontare prezzi e qualità  dei cibi, si tratta di quasi 15 milioni di persone.
In particolare sono oltre 5,7 milioni a farlo regolarmente. “Quello che è interessante – sottolineano Coldiretti/Censis – è la tendenza a formare community, aggregati di individui uniti da interessi, passioni, valori comuni.
Così ci sono oltre 415mila italiani che dichiarano di partecipare regolarmente a community sul web centrate sul cibo, e sono invece complessivamente oltre 1,4 milioni quelli che vi partecipano, comprendendo coloro che lo fanno di tanto in tanto”.
Aperitivo. Il rito che piace sempre di più e che coinvolge ormai 16,5 milioni di italiani, 2,5 milioni in modo regolare.
Un’abitudine che non si perde neanche in vacanza e che anzi, nei momenti di riposo si rafforza, portando ben 23,6 milioni di italiani ad ampliare e arricchire questa esperienza partecipando alle sagre paesane, di cui 5,3 milioni in modo assiduo.
Un fenomeno di grande valore culturale, oltre che economico, sottolineano Coldiretti e Censis, con un coinvolgimento trasversale rispetto alle classi di età , ai ceti sociali, alle aree geografiche di appartenenza.
Sono numeri che descrivono fenomeni di massa, ad alto impatto relazionale per i territori che ne sono coinvolti e con rilevanti implicazioni socio-economiche, come nel caso del turismo enogastronomico, che coinvolge 12,2 milioni italiani, di cui 2,3 milioni in modo regolare.

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BOOM DI MADRI COSTRETTE AD ABBANDONARE IL LAVORO

Settembre 21st, 2012 Riccardo Fucile

SONO 800.000 LE DONNE SPINTE A LASCIARE IL POSTO TRA IL 2008 E IL 2009

È fin troppo scontato in un Paese come l’Italia dove alle donne spettano i record di precarietà  e disoccupazione anche in tempi normali.
La crisi sta colpendo senza pietà  soprattutto loro e soprattutto le più deboli: quelle con almeno due figli, quelle che non hanno la laurea, le straniere.
È l’amaro scenario disegnato dal rapporto di Save the Children «Mamme nella crisi» presentato ieri.
Le speranze di poterle aiutare sono poche, ha ammesso la ministra al Welfare e alle Pari Opportunità  Elsa Fornero.
Pur condividendo e capendo, ha ricordato a tutti la difficile situazione dei conti, il debito da restituire e quindi ha escluso iniziative forti, ad ampio raggio.
Qualcosa però è allo studio per le donne che soffrono di più ha assicurato – si tratta di «aree di intervento mirate, circoscritte per massimizzare le probabilità  di riuscire».
La ministra avrebbe voluto anche introdurre cinque giorni di paternità  obbligatoria. «Ma come le paghiamo? Ogni giorno costa 70 milioni di euro».
Lo stesso vale per eventuali misure sulla social card e sulla non autosufficienza: per il momento sono in fase di solo di studio perchè non si sa come pagarle.
E, quindi, la situazione resta quella che è.
Nel 2010 ad avere un lavoro è una donna su due (il 50,6%) se non ha figli, cifra molto al di sotto della media europea pari al 62,1%.
Ma scende al 45,5% già  al primo figlio (sotto i 15 anni) per perdere quasi 10 punti (35,9%) se i figli sono 2 e toccare quota 31,3% nel caso di 3 o più figli.
Nel solo periodo tra il 2008 e il 2009 800 mila mamme hanno dichiarato di essere state licenziate o di aver subito pressioni per andare via in occasione o a seguito di una gravidanza, anche grazie al meccanismo delle «dimissioni in bianco».
Le interruzioni del lavoro alla nascita di un figlio per costrizione, che erano il 2% nel 2003, sono quadruplicate nel 2009 diventando l’8,7% del totale delle interruzioni di lavoro.
Anche le donne che hanno avuto la fortuna di conservare un posto di lavoro nonostante la crisi, sono andate incontro a problemi.
Nel 2010 è diminuita l’occupazione qualificata, tecnica e operaia. È cresciuta la bassa specializzazione: dalle collaboratrici domestiche alle addette ai call center.
Aumenta il part-time, «ma non quello scelto dalle donne» – precisa Linda Laura Sabbadini, direttrice centrale dell’Istat.
È dovuto quasi esclusivamente all’aumento del part-time accettato per la mancanza di occasioni di lavoro a tempo pieno, con una percentuale nel 2010 del 45,9% sul totale dell’occupazione a tempo ridotto, quasi il doppio della media Ue (23,8%).
Vita sempre più difficile per le mamme di origine straniera: già  all’arrivo del primo figlio subiscono un aumento notevole dell’indice di deprivazione materiale dal 32,1% al 37% contro il 13,3% e il 14,9% delle madri italiane, e le mamme sole, i cui figli sono i più esposti al rischio di povertà  con una percentuale del 28,5% contro il già  gravoso 22,8% della media dei minori in Italia.
Poche speranze anche per le donne senza laurea.
Il loro tasso di occupazione è molto inferiore a quello dei coetanei di sesso maschile: 37,2% contro il 50,8%.
E, quindi, è inevitabile che dei 3 milioni e 855mila donne fra i 18 e i 29 anni, il 71,4% viva ancora con i genitori.
Calano le nascite di 15mila unità  tra il 2008 e il 2010 e nessuno offre aiuti. Nel 2009, la spesa per la protezione sociale per famiglie e minori raggiungeva appena l’1,4% del Pil, rispetto ad una media europea del 2,3%.
Ovvio che solo il 13,5% dei bambini fino a 3 anni viene preso in carico dai servizi, una percentuale lontanissima dall’obiettivo europeo del 33%, con una forte penalizzazione del sud.

Flavia Amabile

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ECLISSI A CINQUE STELLE: IL SINDACO GRILLINO PIZZAROTTI LASCIA A CASA L’ORCHESTRA DEL TEATRO REGIO DI PARMA

Settembre 20th, 2012 Riccardo Fucile

E’ UNO DEI PIU’ GLORIOSI TEATRI D’OPERA DEL MONDO: VARIA DALLA LIRICA ALLA CONCERTISTICA, DALLA DANZA AL FESTIVAL DI VERDI…LA DENUNCIA DELL’ORCHESTRA

Il 14 aprile scorso era stata indetta, dall’allora Presidente della Fondazione Teatro Regio (il Commissario del Comune di Parma Mario Ciclosi) e dal Sovrintendente Mauro Meli, la conferenza stampa di presentazione del Festival Verdi 2012 con l’impiego, come da 12 anni a questa parte, dell’Orchestra del Teatro Regio di Parma per i due titoli verdiani in programma, la Battaglia di Legnano e Otello.
Fino al 24 luglio scorso il sito del Teatro Regio vedeva la nostra compagine in cartellone e l’Orchestra del Regio di fatto ingaggiata nel Festival Verdi, che dal 2007 si svolge dal 1° al 28 ottobre.
Ma poi è cambiato qualcosa e in un clic hanno spento (o meglio stanno tentando di spegnere) la nostra Orchestra.
La conferenza del 28 luglio doveva solo comunicare la variazione di uno dei 2 titoli nel FV, non più Otello, ma Rigoletto.
Invece…nonostante una convenzione che regola i rapporti tra Fondazione e Orchestra rinnovata fino al 31 dicembre 2015, il nuovo Presidente della Fondazione Teatro Regio, nonchè Sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, ha comunicato in conferenza stampa il 28 luglio la sostituzione dell’Orchestra del Teatro Regio di Parma con la Filarmonica Arturo Toscanini,
Senza alcun preavviso e motivazione.
Tra l’altro l’Orchestra del Regio attende ancora circa 543.000,00 euro di corrispettivi del 2012.
Ha di fatto permesso l’apertura del Teatro Regio per tutto il 2012, lavorando senza percepire alcun compenso, a differenza delle altre maestranze del Teatro, tutte regolarmente retribuite. L’Orchestra del Teatro Regio di Parma srl non ha percepito neppure un euro per tutta l’attività  svolta in Teatro (stagione lirica e concertistica) nel 2012.
I musicisti non vengono pagati da più di 6 mesi per il lavoro svolto.
La lingua italiana talvolta è strana. Il Sindaco Pizzarotti non potendo liquidare l’Orchestre, la liquida…togliendole il lavoro.
Peccato che l’allora candidato sindaco Federico Pizzarotti, in campagna elettorale, aveva detto il 17 aprile, in un incontro pubblico sulla cultura: “Bisogna incrementare l’attività  dell’Orchestra del Teatro Regio di Parma…”
L’Orchestra del Teatro Regio di Parma non è semplicemente un insieme di musicisti, è una realtà  musicale con una sua identità  artistica costruita in 12 anni di onorata carriera riconosciuta a livello internazionale.
Niente al mondo ha più forza di un gruppo di persone che sa di aver subito una grande ingiustizia. Dal 28 luglio scorso, più di 50 professori d’orchestra e le loro famiglie stanno vivendo una situazione drammatica.
Per far sentire ancora più forte la sua voce, l’Orchestra del Teatro Regio di Parma ha bisogno dell’ ’appoggio e della solidarietà  di tutti.

L’Orchestra del Teatro regio di Parma

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PIU’ DI UN GIOVANE SU TRE NON FA IL LAVORO CHE AVREBBE VOLUTO

Settembre 20th, 2012 Riccardo Fucile

APPENA IL 10% DI CHI STUDIA HA UN REDDITO AUTONOMO, IN GERMANIA SONO IL 50%… E IL LAVORO E’ SLEGATO DAL LIVELLO DI ISTRUZIONE

Fondamentale per la crescita dell’economia è «il capitale umano», come dicono quelli che vogliono fare bella figura.
L’americano Gary Becker, dimostrandolo con i suoi studi, ci ha vinto il premio Nobel per l’economia nel 1992.
Ma il concetto è comprensibile a chiunque: più è alto il livello di istruzione e formazione dei lavoratori più ciò andrà  a vantaggio del sistema produttivo, a patto di utilizzarlo.
Bene, da noi il capitale umano non è nè elevato nè ben impiegato.
Una costante nella storia d’Italia, che spiega non poco della perdita di competitività  del 20% negli ultimi dieci anni rispetto alle altre economie dell’area euro.
Lo sottolinea il Rapporto sul mercato del lavoro che verrà  presentato oggi al Cnel, Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro, presieduto da Antonio Marzano.
Nel testo, messo a punto dal centro studi Ref diretto da Carlo Dell’Aringa, una lunga parte è dedicata a spiegare il problema, con particolare riferimento ai giovani.
Due i dati da cui partire.
Primo: in Italia solo il 10% dei giovani (20-24 anni) associa allo studio una qualche esperienza lavorativa, contro livelli superiori al 60% in Danimarca e vicini al 50% in Germania e Regno Unito e al 25% in Francia.
Perfino in Spagna sono oltre il 20%.
Secondo: a segnalare il drammatico scollamento tra mercato del lavoro e sistema scolastico ci sono 5,2 milioni di lavoratori nella fascia tra 15 e 64 anni, cioè uno su quattro, «che risultano sottoinquadrati» nel lavoro rispetto al loro livello d’istruzione.
Tra i giovani, sono uno su tre.
Insomma: il capitale umano è sia sottoutilizzato, basti pensare alla disoccupazione giovanile (il 20,2% nella fascia 18-29 anni nel 2011), sia male utilizzato, tanto che da un lato molti posti di lavoro vengono coperti dagli stranieri e dall’altro «centinaia di nostri giovani affollano le università  del mondo anglosassone».
Chi studia non lavora
«La questione giovani è un tema estremamente delicato», esordisce il rapporto del Cnel, perchè qui la crisi economica ha colpito duramente, causando un forte aumento del tasso di disoccupazione in tutti i Paesi europei.
In Italia però, «persiste una cultura – unica in Europa – che ancora separa nettamente il momento formativo da quello lavorativo.
Solamente il 10% dei ragazzi coniuga il percorso di studi ad una qualche esperienza lavorativa» e ciò, ovviamente, «contribuisce a rendere la transizione scuola lavoro più lunga e difficile».
Troppo tempo per trovare un lavoro
Nei Paesi che invece hanno «da sempre sostenuto un mix di istruzione e lavoro (si pensi ad esempio ai Paesi scandinavi oppure a Germania, Austria e Svizzera) si sono registrati livelli di disoccupazione giovanile più bassi e la transizione scuola-lavoro tende ad avere tempi più brevi».
Mediamente in Italia per trovare il primo impiego ci si mette più di due anni, 25,5 mesi per la precisione. In Germania ne bastano 18.
In Danimarca 14,6, nel Regno Unito 19,4. Solo in Spagna stanno peggio di noi, con un’attesa media di quasi tre anni (34,6 mesi).
Stesso trend anche se si calcola il tempo medio prima di trovare un lavoro a tempo indeterminato. In Italia ci vogliono quasi quattro anni (44,8 mesi). In Danimarca solo 21,3 mesi, ma lì non c’è l’articolo 18 (ora attenuato dopo la riforma Fornero) e le aziende possono licenziare facilmente. In Germania per un lavoro stabile si attendono in media 33,8 mesi, nel Regno Unito tre anni.
«I giovani che hanno appena completato gli studi – osservano i ricercatori – se restano per un periodo lungo in condizione di inattività , tendono a registrare un deterioramento del loro capitale umano».
Inoltre, «la ricerca di un posto può portare alcuni ad accettare lavori per i quali sono richiesti requisiti inferiori rispetto al percorso scolastico seguito: è il fenomeno dell’ over education ».
Un lavoratore su quattro fuori posto
Ora, è difficile in astratto sostenere che in Italia vi sia un problema di sovraistruzione, visto che nelle classifiche internazionali il nostro Paese si segnala per i bassi livelli di laureati e diplomati. Ma se si guarda a quelle che sono le richieste del nostro sistema produttivo, le cose cambiano. Sottolinea il rapporto Cnel che «per circa un quarto degli occupati tra i 15 e i 64 anni (5,2 milioni di persone) si registra, nel 2011, una mancata corrispondenza tra il titolo di studio conseguito e la professione esercitata».
Un fenomeno che riguarda meno i lavoratori anziani e più quelli giovani, che sono più istruiti. «Il 35,2% degli occupati con meno di 35 anni è impiegato in lavori che richiedono una qualifica più bassa rispetto a quella posseduta, mentre tale percentuale scende al 12,6% per gli occupati dai 55 anni in su».
Il fenomeno assume inoltre «la maggiore intensità  tra le giovani laureate, che in quasi metà  dei casi risultano sottoinquadrate».
E tra i diplomati: dei 5,2 milioni di occupati male utilizzati, quasi tre quarti possiedono il diploma e il resto la laurea.
Infine, nel Mezzogiorno il rischio di sottoinquadramento è maggiore per chi ha un diploma rispetto al Nord industriale mentre per i laureati del Sud il pericolo non è solo quello di non trovare un lavoro adeguato, ma di non trovarlo affatto.
In questo quadro non stupisce una certa ripresa dell’emigrazione, in particolare intellettuale, il cosiddetto brain drain .
«Siamo sempre più un’economia che perde lavoratori qualificati ed attrae dall’estero lavoratori con qualifiche basse, esattamente il contrario di quanto stanno facendo i nostri maggiori concorrenti».
La fuga dei cervelli
Il sistema delle piccole imprese, che domina l’economia italiana, «non riesce a creare sufficiente numero di posti di lavoro qualificati, per cui, da un lato ci si trova a importare manodopera non qualificata dall’estero mentre, dall’altro, si assiste da tempo a una fuga di cervelli».
Tra il 1992 e il 2000 c’erano circa 100 mila italiani che sceglievano ogni anno di emigrare all’estero mentre nel decennio successivo «la media è di circa 200 mila, e i numeri reali sono sicuramente superiori perchè molti non segnalano lo spostamento di residenza, almeno in una prima fase».
Tanti hanno meno di 40 anni «e la maggior parte di loro sono laureati».
A peggiorare la situazione c’è poi la «mancata corrispondenza tra le competenze richieste dal sistema imprenditoriale e gli indirizzi di studio seguiti da chi si presenta sul mercato del lavoro». Un « mismatch molto diffuso nel nostro Paese», di cui fanno le spese in particolare «i laureati dei gruppi geo-biologico, letterario, giuridico e psicologico», che aspettano anni prima di trovare un lavoro, cosa che per esempio non accade ai medici e agli ingegneri.
Il trampolino è rotto
Chi trova lavoro, qualunque titolo di studio abbia in tasca, lo trova di norma a tempo determinato. È normale all’inizio.
Quello che non è normale è non riuscire a passare a un lavoro stabile.
L’analisi, dice il rapporto, «evidenzia come l’occupazione a termine abbia ridimensionato il suo ruolo di trampolino o comunque passaggio per entrare nell’occupazione permanente e abbia invece creato un segmento a sè stante di occupati».
Se prima della crisi quasi il 29% degli occupati a termine diventava permanente l’anno successivo, «ora questo vale per il 23% dei temporanei» mentre coloro che finiscono disoccupati sono saliti dal 16 al 19%.
I Neet
Chiudono il cerchio i Neet ( Not in employment, education or training ), «i ragazzi che non hanno un’occupazione e al tempo stesso non sono a scuola o in formazione».
Nella fascia di età  fra 15 e 29 anni in Italia sono il 24% rispetto a una media europea del 15,6%. In Germania l’11%, in Francia e Regno Unito il 14,6%.
Nel nostro Paese parliamo di oltre 2 milioni di giovani.
Di questi il 36,4% hanno perso un lavoro o non lo trovano, ma il resto sono «inattivi» o «scoraggiati».
Il fenomeno dei Neet è particolarmente preoccupante, conclude il Cnel, nella fascia tra i 25 e i 30 anni, cioè tra i «giovani-adulti».
Qui quelli che non studiano e non lavorano sono in Italia il 28,8%. Capitale umano inerte.

Enrico Marro
(da “Il Corriere della Sera“)

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