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BADANTI, GUIDA ALLA SANATORIA

Settembre 10th, 2012 Riccardo Fucile

SCADE IL TERMINE PER LA REGOLARIZZAZIONE

Almeno verranno risparmiate le lunghe code in attesa fuori dalle questure, nella speranza di coronare il sogno di uscire dall’ombra, dalla zona grigia, e tornare ad essere cittadini in regola con i propri diritti e doveri.
Perchè la nuova sanatoria decisa dal Governo avrà  la procedura di richiesta esclusivamente via web.
Le porte dello sportello on-line all’indirizzo www.interno.gov.it si aprono alle 8 di sabato prossimo e chiudono solo allo scoccare della mezzanotte del 15 ottobre; particolare niente affatto trascurabile: non sono state fissate quote massime di ammissione.
Tutto nasce dal giro di vite previsto per gli imprenditori che sfruttano il lavoro straniero in nero: viene data la possibilità  – l’ultima – di un ravvedimento operoso, prima della grande stangata.
Comunque, il Ministero dell’Interno, quello del Lavoro e delle Politiche Sociali, quello dell’Economia e della Cooperazione internazionale hanno fornito le indicazioni operative sugli adempimenti che gli Sportelli Unici per l’immigrazione dovranno adottare in attuazione della procedura per la presentazione della dichiarazione di emersione del rapporto di lavoro irregolare a favore di lavoratori stranieri.
Il decreto del ministro dell’Interno del 29 agosto 2012, infatti, è stato registrato presso la Corte dei Conti ed è in corso di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale.
I punti cardine
Nella circolare del 7 settembre scorso vengono riepilogati e chiariti i punti cardine che riguardano la procedura. Intanto, a dichiarazione di emersione va presentata dopo il pagamento di un contributo forfetario di 1.000 euro per ciascun lavoratore (importo non deducibile ai fini dell’imposta sul reddito).
Il contributo forfetario va versato esclusivamente tramite il modello di pagamento “F24 Versamenti con elementi identificativi”, reso disponibile sui siti internet dell’Agenzia delle Entrate, ma anche dell’Inps e dei Ministeri interessati. Il modello di pagamento deve contenere, oltre ai dati relativi al datore di lavoro, anche il numero di passaporto o di altro documento simile del lavoratore.
L’ammissione alla procedura di emersione è condizionata alla verifica del possesso, da parte del datore di lavoro (sia esso persona fisica o società ), di un reddito imponibile o di un fatturato risultante dall’ultima dichiarazione dei redditi non inferiore a 30.000 euro annui, salvo il caso di un lavoratore addetto al lavoro domestico di sostegno al bisogno familiare, nel qual caso il reddito imponibile del datore di lavoro non può essere inferiore a 20.000 euro annui in caso di nucleo familiare composto da una sola persona che percepisce il reddito, oppure non inferiore a 27.000 euro annui in caso di nucleo familiare inteso come famiglia anagrafica composta da più soggetti conviventi.
Il datore di lavoro deve dimostrare la regolarizzazione delle somme dovute al lavoratore a titolo retributivo, anche relativi ai contributi, per il periodo della durata del rapporto di lavoro o comunque non inferiore a 6 mesi, attraverso una attestazione redatta congiuntamente al lavoratore, del pagamento degli emolumenti dovuti in base al contratto nazionale riferibile alle attività  svolte.
È importante chiarire che non sarà  necessario concentrare la presentazione delle domande nella fase iniziale della procedura, in quanto non sono state fissate quote massime di ammissione.
La procedura
Lo Sportello unico per l’Immigrazione (Sui) riceverà , infatti, le domande dal sistema informatico del Dipartimento per le libertà  civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno nel rispetto dell’ordine cronologico di ricezione.
Successivamente, sarà  lo stesso Sportello Unico ad acquisire dalla questura e dalla Direzione territoriale del lavoro i previsti pareri sulla dichiarazione di emersione. Ricevuti i pareri, quindi, lo Sportello convocherà  le parti per gli ulteriori adempimenti.
Come sperimentato in altre analoghe occasioni, saranno operativi i protocolli d’intesa stipulati con l’Anci, le Associazioni di categoria, le Organizzazioni sindacali e i Patronati che vorranno fornire assistenza per la compilazione e l’inoltro delle domande.
Infine, nella circolare, vengono ribadite le condizioni per la sospensione dei procedimenti penali ed amministrativi e la presentazione di false dichiarazioni. Però, tutto questo in teoria. Perchè poi spesso le cose vanno diversamente.
I numeri
Per esempio, «ci sono immigrati che finiranno per pagare di tasca loro – ammonisce Roberto Vintoni del Csi, Centro Servizi Immigrati – Lo si capisce già  dal fatto che mente in passato i lavoratori stranieri inviavano denaro perso i Paesi d’origine, ai familiari rimasti in patria, ora avviene il fenomeno inverso.
I money trasfer del centro storico di Genova stanno lavorando tantissimo per denaro in arrivo dall’estero per pagare i permessi di soggiorno. E ci parla di 1.700 o 1.800 euro a persona, che in Paesi con il costo della vita molto inferiore, nono parecchi soldi».
Spiega Patrizia Bellotto della Cgil: «A Genova ci sono 70.000 stranieri in regola; stimiamo che gli irregolari siano il 10% di questa cifra, quindi intorno ai 6.500». Dati ottimistici, secondo il Csi: «A noi ne risultano il doppio, circa 13.000», nota Vintoni. A conferma che sul tema regna una grande certezza.
Dopo Roma, Milano e Torino, Genova è la città  d’Italia che ospita il maggior numero di immigrati.

(da “Il Secolo XIX”)

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ROMA, CORTEO ALCOA: SCONTRI TRA OPERAI E POLIZIA, AGGREDITO FASSINA

Settembre 10th, 2012 Riccardo Fucile

PRESIDIO AL MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO… TENTATIVI DI SFONDARE IL CORDONE DI POLIZIA, INSULTI AL RESPONSABILE PER L’ECONOMIA DEL PD

Scontri tra gli operai dell’Alcoa e la polizia durante la manifestazione per la vertenza dell’azienda di Portovesme.
La vicenda Alcoa “sbarca” a Roma con tutto il carico di polemiche di questi giorni e le speranza di salvare i posti di lavoro ridotte al lumicino.
E così non sono mancati momenti di tensione al corteo degli operai che hanno cercato di sfondare il cordone della Polizia all’altezza del Ministero dello Sviluppo economico, in via Molise a Roma.
Gli agenti hanno cercato di contenere, con cariche di contenimento, l’avanzata dei manifestanti che spingevano in massa contro lo sbarramento.
Già  poco prima i manifestanti, “armati” di tamburi e caschi che sono stati più volte lanciati a terra o contro le serrande dei negozi, avevano provato a sfidare il blocco.
Diversi i cori degli operai all’indirizzo dell’attuale governo tra cui “I ministri, dove sono” e soprattutto, “O qui arriva Monti, o noi non ce andiamo”.
Durante il percorso e davanti al ministero sono stati lanciati petardi e più volte manifestanti e poliziotti sono venuti a contatto. Anche tondini di alluminio sono stati scagliati verso i poliziotti, che sono a presidio dell’entrata principale di via Veneto.
Dal lancio sarebbe rimasto lievemente ferito un manifestante.
Da una prima ricostruzione, sembra che il manifestante sia rimasto ferito mentre spostava un petardo: è stato soccorso e portato in ospedale.
Un altro manifestante, invece, è stato trasportato in ospedale perchè colpito da un malore. Dopo il lancio delle bombe carta sono stati chiusi gli accessi a via Molise.
A fare le spese dell’aria di tensione è stato il responsabile per l’economia e il lavoro del Pd, Stefano Fassina, aggredito da alcuni manifestanti dell’Alcoa.
Fassina stava rilasciando un’intervista quando alcuni operai si sono avvicinati gridando “bastardi ci avete deluso” e poi lo hanno spintonato.
Scortato dalle forze dell’ordine, Fassina è stato costretto ad allontanarsi inseguito da un gruppetto di operai che gli urlavano contro.
Gli operai giunti dalla Sardegna sono in presidio in contemporanea con il tavolo che si terrà  al dicastero, di cui è responsabile Corrado Passera, tra governo, sindacati, rappresentanze della multinazionale statunitense, Regione per il futuro degli impianti dell’unico stabilimento italiano di produzione di alluminio.
Alcuni lavoratori sono sono partiti da Cagliari all’alba in aereo e circa 500 lavoratori sono partiti ieri pomeriggio da Portovesme per Olbia dove si sono imbarcati sul traghetto.
Con loro anche sindacalisti, e rappresentanti del territorio, dai sindaci a consiglieri comunali, ma anche pastori, commercianti, agricoltori, uniti per salvare una delle unità  produttive maggiori del Sulcis. Ieri sulla nave si è dormito poco e l’ansia per l’incontro al Mise è cresciuta.
La multinazionale statunitense Alcoa ha deciso di sospendere l’attività  nell’isola ed ha iniziato a spegnere le celle di produzione, i tempi sono quindi stretti per trovare un acquirente per lo stabilimento sardo.
Si spera di avviare un negoziato concreto con due multinazionali svizzere, Glencore e Klesch, che hanno manifestato interesse ma vi sarebbero all’orizzonte anche altre due società , una cinese ed una indiana, che potrebbero, ma il condizionale è d’obbligo, entrare nel confronto che, per ora, è molto delicato.
Fra i punti in discussione il costo dell’energia per produrre l’alluminio e il personale che dovrebbe ridursi.
Ma sono proprio i posti di lavoro che nel Sulcis si vogliono salvaguardare e con l’eventuale chiusura della fabbrica verrebbero meno circa 800 buste paga.
L’esasperazione ha raggiunto livelli di guardia e due giorni fa quando una finta bomba è stata collocata sotto un traliccio di Terna poco distante dallo stabilimento di Portovesme.
Da qui il rafforzamento dell’apparato di sicurezza oggi a Roma, anche se gli operai hanno assicurato che sarà  una manifestazione pacifica per il lavoro.
Mentre lo stesso ministro dell’Interno, Anna Maria Cancellieri, ha annunciato che del falso ordigno al traliccio vicino all’Alcoa si occuperà  il Comitato per l’ordine e la sicurezza convocato a Cagliari per domani martedì. Il Comitato sarà  presieduto dal sottosegretario Carlo De Stefano. Ma della vicenda, ha assicurato il ministro, si occuperà  anche il Comitato nazionale.
Come da programma, intorno a mezzogiorno è iniziato l’incontro in via Molise tra le parti sociali. Per il governo sono presenti il sottosegretario per lo Sviluppo Economico Claudio De Vincenti e il viceministro del Lavoro Michel Martone, mentre per i sindacati ci sono i segretari confederali di Cgil, Cisl e Uil e i segretari nazionali di Fim, Fiom e Uilm.
Presente anche il presidente della Regione Sardegna Ugo Cappellacci, che guida una delegazione di enti locali.
In attesa dell’esito dell’incontro tra la delegazione e i rappresentanti del governo, i manifestanti dell’Alcoa hanno disposto davanti all’entrata del dicastero delle mini lamine di alluminio, ovvero dei campioncini sulle quali vengono effettuate le analisi per capirne la composizione.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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GIOVANI: PER APRIRE LA PRIMA SOCIETA’ BASTA UN EURO, MA LA BANCA CHIEDE LA GARANZIA DI PAPA’

Settembre 5th, 2012 Riccardo Fucile

DUE SORELLE MILANESI AVEVANO SFRUTTATO L’OPPORTUNITA’ OFFERTA DAL DECRETO LIBERALIZZAZIONI DI MONTI… MA RESTA IL PROBLEMA DELL’ACCESSO AL CREDITO E DEGLI AFFITTI TROPPO ALTI

Aprire una società  al costo di un caffè, o quasi.
E’ la nuova opportunità  per i giovani under 35, grazie all’istituzione delle srl semplificate: un solo euro di capitale sociale, anzichè 10mila o più, e con la firma dal notaio un nuovo imprenditore è nato.
E fa niente se poi, in tempi di crisi, per pagare i primi fornitori o un minimo di attrezzature chiedi un prestito in banca e lì fanno spallucce.
Stefania e Serena Pasquali, due sorelle di Corsico, nell’hinterland milanese, hanno deciso di provarci lo stesso: “Parteciperemo ai bandi regionali o europei per l’imprenditoria giovanile e femminile. Ci finanzieremo così”, assicurano.
Sono loro le prime in Italia ad avere sfruttato le nuove regole inserite dal governo Monti nel decreto sulle liberalizzazioni di gennaio, nel tentativo di favorire i giovani imprenditori.
Ci sono voluti sette mesi e alla fine sono arrivati anche i decreti attuativi.
Così la settimana scorsa Serena (22 anni) e Stefania (20 anni) sono corse dal notaio per siglare il modello standard di atto costitutivo predisposto dal ministero.
E la nuova società  è nata: si chiama ‘La casa delle fate’, come i quattro negozi che i loro genitori hanno già  a Bologna, Parma, Bergamo e Vigevano.
Sono figlie d’arte, le due sorelle: tra un esame di Relazioni Pubbliche allo Iulm per Serena e uno alla facoltà  di Economia in Bicocca per Stefania, in passato hanno lavorato nei punti vendita dove mamma e papà  commercializzano oggetti di design per la casa.
Ma ora vogliono staccarsi, “essere indipendenti”.
E aprire altri negozi simili, da gestire da sole. “Prima in Italia, poi anche all’estero — spiega Serena -. Di sicuro negli Stati Uniti, perchè lì c’è un mercato ampio che dà  spazio a nuove idee e a prodotti di design”.
Ora la società  è formalmente costituita.
Per il primo negozio puntano su Milano e la ricerca di un locale da affittare è già  partita.
Solo che qui iniziano i primi problemi: “I costi sono molto alti”.
E tutti i limiti della nuova forma societaria vengono fuori: in banca non concedono certo prestiti a un’impresa che sul piatto mette in garanzia appena un euro di patrimonio.
“Per noi dovrebbero garantire i genitori”, proprio quello che le due sorelle non vogliono, alla ricerca come sono della loro indipendenza. “Ci hanno già  regalato il loro marchio e la loro storia — spiega Stefania -. Ora tocca a noi”.
“Quello delle società  a un euro è un primo passo positivo per i giovani.
Ma tutto rischia di essere inutile, se non ci saranno cambiamenti che facilitino l’accesso al credito”, ammette Serena.
Insomma, per dar vita a una nuova attività  non bastano una buona idea e un solo euro. Serena e Stefania proveranno a vincere qualcuno dei bandi che Regione Lombardia e Unione europea mettono a disposizione di giovani donne imprenditrici.
E su questo la società  a responsabilità  limitata semplificata qualche vantaggio lo dà : “Altrimenti per cercare di ottenere un finanziamento avremmo dovuto costituire una srl normale. Ma noi non avevamo un capitale nostro”.
Con il notaio gratis, a loro sono bastati 368 euro tra imposta di registro e diritti camerali. E poi un euro di capitale sociale.
Chi l’ha messo? “Cinquanta centesimi a testa”, risponde Serena.
“No, in realtà  l’ha messo mia sorella — smentisce Stefania -. Dice così per farmi fare bella figura. Siamo molto affiatate: lei è più portata per l’organizzazione e per le cose quadrate. Io ho una passione incredibile per l’allestimento di vetrine e per il design: delle due sono quella creativa”.
Il sogno ora qual è? “Creare negozi che siano apprezzati dalla gente e che a noi consentano di fare un minimo di utili”, inizia Serena.
“Girare il mondo — aggiunge Stefania — scoprire un prodotto, in Thailandia magari, commercializzarlo qui e farlo crescere”.

Luigi Franco

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LA DISOCCUPAZIONE GIOVANILE VOLA AL 35,3%… BOOM DEL LAVORO A TERMINE

Settembre 1st, 2012 Riccardo Fucile

I PRECARI SONO SALITI A 3 MILIONI… TRA I GIOVANI DAI 15 AI 24 ANNI IL TASSO E’ ARRIVATO AL 33,9%, PICCO PER LE RAGAZZE DEL SUD AL 48%

Record del tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) che nel mese di luglio è salito al 35,3%, in aumento di 1,3 punti percentuali su giugno e di 7,4 punti su base annua.
Lo rileva l’Istat (dati   destagionalizzati e provvisorie).
Il ritmo di crescita annuo della disoccupazione giovanile è triplo rispetto a quello complessivo.
Tra i 15-24enni le persone in cerca di lavoro sono 618 mila.
Nel secondo trimestre del 2012 il tasso di disoccupazione dei 15-24enni sale   al 33,9%, dal 27,4% del secondo trimestre 2011.
È il tasso più alto, in base a confronti tendenziali, dal secondo trimestre del 1993, inizio delle serie storiche.
Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24enni) sempre per il secondo trimestre 2012 tocca un picco del 48% per le ragazze del Mezzogiorno.
Nel secondo trimestre 2012 i lavoratori dipendenti a termine sono 2 milioni 455 mila, il livello più alto dal secondo trimestre del 1993 (inizio serie storiche).
Lo rileva ancora l’Istat, aggiungendo che sommando i collaboratori (462 mila) si arriva a quasi tre milioni di lavoratori precari

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FALLITE OLTRE 46.000 IMPRESE: “TROPPI RITARDI NEI PAGAMENTI”

Settembre 1st, 2012 Riccardo Fucile

DENUNCIA DELLA CGIA DI MESTRE: L’ITALIA E’ L’UNICO PAESE AD AVER REGISTRATO UN AUMENTO NEI PAGAMENTI TRA PRIVATI… NEL PUBBLICO LA SITUAZIONE E’ DRAMMATICA: SERVONO 180 GIORNI, CONTRO I 65 DELLA FRANCIA, I 43 DELLA GRAN BRETAGNA, I 36 DELLA GERMANIA

Dall’inizio della crisi alla fine di giugno di quest’anno, i fallimenti in Italia hanno sfiorato le 46.400 unità .
E’ la stima della Cgia di Mestre che rileva come tra questi poco meno di 14.400 (poco più del 30%) siano maturati a causa dell’impossibilità , da parte delle aziende, di incassare in tempi ragionevoli le proprie spettanze.
L’associazione dei piccoli artigiani veneta ricorda che secondo i dati di Intrum Justitia, la percentuale di aziende che in Europa falliscono a causa dei ritardi dei pagamenti è pari al 25% del totale.
Dato che nel nostro Paese i ritardi superano la media europea di circa 30 giorni, la Cgia ha stimato che la media italiana di aziende che falliscono a causa dei ritardi si attesta intorno al 31% del totale.
“Indubbiamente — rileva la Cgia — anche la crisi economica ha contribuito ad aggravare questa situazione, anche se, tra i principali Paesi dell’Unione europea, l’Italia è l’unico ad aver registrato, tra il 2008 ed i primi mesi del 2012, un aumento dei tempi effettivi di pagamento: + 8 giorni nelle transazioni commerciali tra le imprese private, + 45 giorni nei rapporti tra Pubblica amministrazione ed imprese. Drammatica la situazione per quelle attività  che lavorano per lo Stato centrale o per le Autonomie locali. Se in Italia il pagamento avviene mediamente dopo 180 giorni, in Francia le aziende vengono saldate dopo 65 giorni, in Gran Bretagna dopo 43 giorni, mentre in Germania il pagamento avviene dopo appena 36 giorni”.
“Nonostante il Governo Monti abbia messo in campo alcune misure che entro la fine di quest’anno dovrebbero sbloccare una parte dei pagamenti che i privati avanzano dalla Pubblica amministrazione — commenta Giuseppe Bortolussi, Segretario della Cgia di Mestre — è necessario che venga recepita quanto prima la direttiva europea contro il ritardo nei pagamenti. La mancanza di liquidità  sta facendo crescere il numero degli sfiduciati, ovvero di quegli imprenditori che hanno deciso di non ricorrere all’aiuto di una banca. E’ un segnale preoccupante — conclude Bortolussi — che rischia di indurre molte aziende a rivolgersi a forme illegali di accesso al credito, con il pericolo che ciò dia luogo ad un incremento dell’usura e del numero di infiltrazioni malavitose nel nostro sistema economico”.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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NEL VENTRE DELLA MINIERA: “MEGLIO UN POSTO QUI CHE LA VALIGIA IN MANO”

Agosto 30th, 2012 Riccardo Fucile

LA RABBIA DEI MINATORI BARRICATI DA CINQUE GIORNI: “DEVONO CAPIRE CHE LE NOSTRE FAMIGLIE NON VIVONO D’ARIA”

Questa gabbia di ferro impolverata, che ondeggia e scivola lenta, quasi tre minuti per arrivare in fondo ai 373 metri, la chiamano ascensore.
Cigola, si sentono rumori d’acqua, il ronzio dell’aria compressa che aumenta.
La lampada sul casco illumina la faccia di Ivo, 56 anni, uno che da 32 anni vive quaggiù. Ha un sorriso calmo. Anche se è al terzo giorno di occupazione della miniera. Anche se non sa come andrà  a finire. Anche se nelle gallerie ci sono 1221 detonatori e 690 chili di Premex 300, esplosivo tre i più potenti.
«Il minatore di per sè è uno tranquillo – dice Ivo Porcu – Per me, per noi, non c’è lavoro più bello di questo».
L’ascensore si ferma con un cigolio e un sobbalzo. Arrivati a quota -373.
La polvere di carbone, la luce ballerina dei caschi gialli, il caldo: «Ventisette gradi, e non è che d’inverno cali di molto».
Sullo sfondo s’intravede un tavolaccio polveroso, le pagine dei quotidiani come tovaglia, le bottiglie d’acqua minerale, un cesto di pesche bianche.
Vestito da minatore c’è anche Mauro Pili, deputato Pdl, qui da tre giorni, con una certa voglia d’inventarsi portavoce della protesta.
Ma c’è, Ivo e gli altri 475 apprezzano. Due Toyota sono pronte a scendere ai -400, dove scavano. Meno di 4 km, ci metteranno un’ora.
Il Nuraghe dei Fichi, un bel nome per un brutto posto.
Che per i minatori di Nuraxi Figus resta bellissimo. E per Stefano Meletti, 48 anni, la metà  con addosso questa tuta bianca, gli scarponi, i parastinchi, il casco, la pila, la bombola d’emergenza agganciata al cinturone, bellissimo dovrà  restare. È la loro vita. Come dicono da queste parti, e da sempre, «meglio in miniera che con la valigia in mano».
Aspettano venerdi, quando a Roma il Governo farà  sapere che intenzioni ha, se questa miniera di Carbosulcis avrà  ancora un futuro. «Il nostro limite è il mare – dice Meletti – non ci fosse saremmo ogni giorno a Roma».
Loro, i minatori. E gli operai dell’Alcoa e dell’Allumina di Portovesme. E il Movimento dei Pastori di Felice Floris.
Tutta la Sardegna che lavora e non può più aspettare. Cinquemila, solo in questo fazzoletto della provincia Carbonia-Iglesias.
«Vogliono cancellare i nostri posti di lavoro favorendo le lobby, le mafie dell’energia – dice sulla tovaglia di giornali il sindacalista Meletti – Ci sono politici con la canottiera sponsorizzata dall’Enel, ma nessuno può ipotecare la nostra vita, e siamo in grado di far capire che le nostre famiglie non possono campare d’aria». Ai -373 la tensione spazza via anche la polvere.
«Adesso bisogna mettere la bombola d’emergenza». Efisio aspetta il segnale da Ivo e apre la «portina di ventilazione».
Ecco la galleria, la prima di chissà  quante, ne usano per 29 chilometri, ne avrebbero per un totale di 50. Si gira a destra e si risale, «e attenzione a dove si mettono i piedi». È alta 4,90 metri, la galleria.
Sul soffitto due file di cassoni piedi d’acqua: «La polvere di carbone si può incendiare con facilità  con il grisou, il gas, e viaggia a 500 metri al secondo. L’acqua serve a spezzare il fuoco, è l’unica salvezza».
Ancora venti metri e accanto ad un telefono d’emergenza rosso e incrostato ecco la «Riservetta».
Un cancello di ferro chiuso da una catena. A sinistra si vede la porta di legno che nasconde il Prenex 300, di fronte quella con i detonatori. «Abbiamo messo i lucchetti per evitare che a qualcuno di noi vengano strane idee», dice Meletti.
E si capisce che lo dice perchè debbono mostrarsi più decisi dui quel che sono, minacciosi anche. «Non ci fosse stato l’esplosivo quanta attenzione avrebbe ricevuto la nostra occupazione della miniera?». Ai -373 non smentiscono la voce che fa il paio con i toni minacciosi: che l’esplosivo non sia tutto nella «Riservetta», e una parte sia stata messa al sicuro in una delle tante galleria.
Efisio si allontana dal cancello di ferro. «Ho passato più ore qua dentro che con la mia famiglia».
Ha 52 anni, è qui da 28. E pure lui, se deve trovare un colpevole, dice che è l’Enel. «Noi produciamo carbone per alimentare la centrale Enel che sta qui accanto, 300 mila tonnellate all’anno. Ma dal 31 dicembre basta, chiuso, non ne vogliono più, forse sarà  il nostro ultimo stipendio».
Perchè una tonnellata di carbone cinese costa meno della metà  degli 84 euro di Nuraxi Figus. E perchè, spiegano Efisio, Ivo e Stefano, il governo non vuole dare il via libera nè alla privatizzazione nè alle nuove produzioni «ecocompatibili».
Quando la gabbia impolverata riprende i tre minuti di cigolio e torna su, ad aspettare c’è Sandro Mereu con il pick up bianco. «Andiamo a vedere il “Carbonile”».
Un viaggio nel labirinto nero di colline, carbone gresso, carbone lavorato, scarti di carbone.
«Saranno 200 mila tonnellate. Cosa ne facciamo?». 53 anni, a Nuraxi Figus da quando ne aveva 25, Mereu ha la risposta che danno tutti: «Noi possiamo ricavare energia rinnovabile, la particolarità  del nostro carbone è che libera anidride carbonica e trattiene metano. Costerebbe 200 milioni contro i 13 miliardi del fotovoltaico. Come mai si vuol sprecare questa risorsa?».
Adesso Mereu inchioda il pick up.
«Ecco – dice – questa è la fotografia della Sardegna». In mezzo alle colline nere di carbone si vede uno spicchio di mare di Portovesme, e nel mezzo due enormi pale a vento di un impianto fotovoltaico.
«Ecco, questo è il casino della Sardegna, fotovoltaico, carbone, e non si capisce più un cavolo di niente!».
Si sente odor di gas, le montagnole di carbone mandano fumo, «lunedì qui c’erano le fiamme», meglio tornare all’ingresso della miniera.
Chiuso, anche ieri, da tre montagnole di carbone e un cartello: «Non fateci perdere la ragione e la ragione di vivere».
La miniera del Nuraghe dei Fichi.

Giovanni Cerruti
(da “La Stampa“)

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SANATORIA PER I LAVORATORI MIGRANTI: UN MESE DI TEMPO AI DATORI DI LAVORO PER METTERE IN REGOLA GLI IRREGOLARI, MA IL RISCHIO E’ CHE FACCIANO PAGARE I POVERACCI

Agosto 29th, 2012 Riccardo Fucile

SI SCATENANO LE PROTESTE DEGLI AFFOGATORI DI PROFUGHI E DEGLI SFRUTTATORI DEL LAVORO NERO: PROPRIO PDL E LEGA PARLANO DI “ATTO CRIMINALE”… CI SI UNIFORMA SOLO AI PAESI CIVILI

Non chiamatela sanatoria. Al massimo “ravvedimento operoso”, ma soprattutto “misura transitoria”.
E’ la legge che introduce sanzioni più severe per chi fa lavorare in nero gli immigrati senza permesso di soggiorno.
Bruxelles la chiede dal 2009 e, nel silenzio di questa estate a tutto spread, il ministro per l’Integrazione Andrea Riccardi ha finalmente recepito il giro di vite.
Con un’eccezione però: dal 15 settembre al 15 ottobre chi impiega illegalmente i clandestini, siano badanti o muratori, può regolarizzare quei rapporti di lavoro senza incorrere nelle pesanti pene previste dall’Ue.
Apriti cielo, perchè una volta sistemato il contratto e pagato il dovuto allo Stato, al migrante verrà  concesso anche l’agognato permesso di soggiorno.
Una sanatoria insomma, ancora più estesa di quella del 2009 destinata solo a colf e badanti.
Nonostante sia stata approvata dal governo Berlusconi-Bossi solo tre anni fa, oggi il centrodestra grida allo scandalo: non solo il provvedimento “è in contrasto con il reato di immigrazione clandestina”, ma si dimostra “razzista nei riguardi dei lavoratori italiani”.
Maurizio Gasparri tuona: “Su una cosa del genere il governo rischia la sopravvivenza”, Roberto Maroni (titolare del Viminale nel 2009) da Facebook invece dichiara “guerra totale” contro “un atto criminale”.
Parla da esperto.
Panico anche sui numeri. Riccardi, pur convinto che l’iniziativa varata da Palazzo Chigi “non sia una sanatoria”, annuncia 150mila regolarizzazioni.
La Lega si inventa che alla fine i migranti sanati saranno 800mila con perdite per la sanità  pubblica nell’ordine di “43 milioni di euro nel 2012 e 130 negli anni successivi”. Abituati a dare i numeri. gli costa poco invertarseli.
Caritas e associazioni per i diritti dei migranti prevedono invece 3 o 400mila permessi.
Fatto sta che, seppur con mille distinguo e continuando a ripetere che “non si tratta di una sanatoria, ma di un’emersione individuale dal lavoro nero secondo precisi paletti”, ora mancano solo i decreti attuativi per chiarire gli ultimi dettagli della misura.
Ed ecco che “l’amnistia a pagamento”, come la definiscono Pdl e Lega, si dimostra tutt’altro che di manica larga: i clandestini devono dimostrare di essere ininterrottamente sul territorio nazionale dal 31 dicembre 2011 e con lo stesso lavoro da almeno tre mesi.
Se poi sono stati identificati dalle polizie di un paese dell’area Schengen non possono inoltrare domanda, ma il divieto decade se a decretare l’espulsione sono state le autorità  italiane.
C’è di più: i datori di lavoro che intendono regolarizzare i dipendenti stranieri devono pagare una tassa (che in caso di diniego non viene restituita) di 1000 euro e versare allo Stato gli ultimi sei mesi di contributi.
Non uno scherzo perchè nel caso di lavoratori domestici si viaggia sui 4000 euro, cifra che però sale a 14mila per impieghi full time in altri settori, come edilizia o agricoltura.
Una bella boccata d’ossigeno per le casse pubbliche, ma anche un ginepraio di normative che rischia di costare molto caro a chi decide di mettersi in regola.
Ma cosa pensano della “sanatoria mascherata” le associazioni, laiche e cattoliche, che si occupano dei diritti dei migranti? Nulla di buono.
Lo ‘Sportello dei Diritti” chiede più coraggio a Riccardi e rilancia la proposta del monsignor Bruno Schettino – presidente della Commissione Cei per l’immigrazione e della Fondazione Migrantes – di rilasciare un permesso di soggiorno a tutti gli irregolari per un anno, “in modo di farli uscire dalla clandestinità ”.
Il Naga di Milano invece sottolinea le insidie nascoste in un provvedimento “che si è voluto mantenere il meno chiaro possibile per placare i mal di pancia di alcuni partiti della maggioranza”.
Primo fra tutti il rischio che alla fine chi dovrà  sborsare il denaro sarà  proprio il migrante bisognoso di un permesso di soggiorno e disposto ad affidare i propri risparmi a chi presenterà  domanda.
Come accaduto nelle sanatorie precedenti, spesso l’imprenditore, o peggio l’intermediario di turno, sparisce con i soldi e lo straniero, dopo essersi autodenunciato come clandestino, rimane senza il becco di un quattrino.
Cose che capitano, anche in una “non sanatoria

Lorenzo Galeazzi e Mario Portanova
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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ECCO PERCHE’ HANNO RAGIONE QUEGLI OPERAI CORAGGIOSI

Agosto 29th, 2012 Riccardo Fucile

SCENDERE IN PROFONDITA’, AFFRONTARE TUTTI I GIORNI LA CARENZA D’ARIA, L’OSCURITA’ E LA PAURA RICHIEDE UNA GRANDE FORZA D’ANIMO

È vero, il lavoro in miniera non è più quello di un tempo.
Sino a trent’anni or sono era un inferno. In quell’inferno si discendeva e se ne vedevano le viscere.
Eppure, i figli dei minatori, in tutto il mondo, dal Regno Unito agli Usa e all’America Latina, volevano fare il lavoro dei padri.
«Coal is my life», dicevano i minatori scozzesi, così come i fieri minatori antifranchisti che ho fatto in tempo a conoscere nelle Asturie.
Gli spagnoli dicevano anch’essi «El carbon es my vida», in una sorta di affermazione solenne dell’orgoglio per la professione più antica e più penosa del mondo.
Certo, oggi le tecnologie consentono di considerare il carbone, la sua estrazione e la sua ulteriore utilizzazione, non solo un processo assai meno faticoso di un tempo ma anche ecologicamente più sicuro e meno inquinante.
Tuttavia scendere nelle viscere della terra, affrontare la carenza d’aria, l’oscurità , la paura, implica un coraggio da primato per chiunque oggi viva della modernità  e dei suoi agi.
E pensate che oggi abbiamo anche le donne che lavorano in miniera: un fatto un tempo impensabile.
Per questo la storia della miniera di Nuraxi Figus, in Sardegna, mi ha così colpito.
E colpisce, credo, chiunque paragoni questa realtà  con la mancanza di saldatori, tornitori, operai, falegnami ed edili: da un lato perchè gli istituti tecnici sono disertati, dall’altro perchè i turni di lavoro sono troppo faticosi o ancora perchè – come mi raccontavano gli artigiani di Treviglio disperati per la carenza di manodopera – al colloquio di assunzione i giovani si presentano accompagnati da madri la cui prima preoccupazione è quella di non far faticare troppo i loro candidi angioletti.
In questa luce la vicenda del Sulcis è un esempio di riattualizzazione della tradizione della fierezza del mestiere e dell’orgoglio operaio che non può che far meditare e farci dire che quelle donne e quegli uomini sono degli eroi: gli ultimi interpreti di una civiltà  del lavoro.
Essa supera lo sfruttamento capitalistico e le differenze sociali perchè è un patrimonio etico universale.
Supera le stesse regole economiche anche se queste continuano tuttavia ad agire.
Il piano sino a oggi elaborato per salvare la miniera di Nuraxi Figus non è praticabile per gli alti costi e per le sue immense difficoltà  tecniche, unitamente all’alto rischio di sfidare la regola della precauzione sul piano ambientale.
Infatti catturare e stoccare Co2, e su questa base, grazie alla legge 99 del 2009, realizzare una centrale termoelettrica basata appunto sul Carbon Captive and Storage, si può rilevare problematico.
Il rischio di ricadere in un nuovo disastro occupazionale ed economico è elevatissimo.
Oggi la miniera di Nuraxi Figus è l’ultima in Italia.
È stata teatro di gloriose lotte operarie condotte con intelligenza politica e straordinaria responsabilità .
Mai un grave incidente, mai un sabotaggio (eppure gli esplosivi son lì a portata di mano).
Oggi 463 lavoratori ricordano le lotte del lontano 1984 e quelle di un decennio dopo, nel 1993 e nel 1995, quando i minatori rimasero in fondo alla miniera per cento giorni.
Oggi si rischia di assistere nuovamente a questa prova di forza, perchè tutto il territorio del Sulcis-Iglesiente è a grave rischio, considerata anche la crisi dell’Alcoa. Un’alternativa più praticabile esiste ed è quella percorsa in Europa in tutte le aree ad antichissimo insediamento carbonifero: la trasformazione dei siti in complessi culturali ed espositivi secondo i canoni dell’archeologia industriale, disciplina in cui noi italiani siamo maestri.
La riconversione è generalmente riuscita.
L’occupazione salvaguardata attraverso l’azione formativa.
Ma si è perso per sempre lo straordinario coraggio e la esemplare – e non più contemporanea – volontà  di ferro.
Quella dedizione al lavoro che trascende lo spirito classista e che la vicenda della miniera sarda oggi ci propone come etico esempio.
Un’ode va scritta in gloria dei minatori tanto esemplari quanto inattuali di Nuraxi Figus.

Giulio Sapelli
(da “Il Corriere della Sera”)

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DEMOCRATICI MA SENZA GLI OPERAI

Agosto 29th, 2012 Riccardo Fucile

ALLE FESTE DI REGGIO EMILIA, TORINO E BOLOGNA NON C’E’ LA FIOM… CI SONO PERO MARONI E SALLUSTI

La verità  è che a questa festa i dibattiti non ci sono. Ci sono degli incontri, senza domande”.
Mentre mette a posto i gadget del suo stand, quello della Cgil, Vittorio, pensionato in forza alla Spi, con tono sommesso, senza polemica fa una fotografia tanto precisa quanto impietosa dell’andamento di questi primi giorni della Festa democratica di Reggio Emilia.
Pochissima gente agli incontri, sia quelli politici sia quelli di presentazioni dei libri, e pure piuttosto disinteressata.
L’area dibattiti principale, non solo è piccola, ma per la metà  pure assolata: non proprio il massimo per accogliere le folle.
“Siamo venuti per mangiare”, confessa candidamente un’anziana signora, che si studia i menu fin dalle sei del pomeriggio.
E in effetti la sera Campovolo si anima.
Se per caso qualcuno fosse interessato davvero al confronto politico duro e puro, il programma ha fatto il resto.
“Sallusti? Io non c’ero qui quel giorno e comunque non ci sarei andato. Secondo me dovevano invitare tutti, anche la Fiom, anche Di Pietro, anche Grillo”, commenta Francesco, volontario, mentre racconta che lui ha contribuito “a mettere su la baracca”.
Passaggio trionfale l’altroieri per il direttore del Giornale, esclusione netta per gli operai.
Non male per quella che fu la festa dell’Unità .
La Fiom è esclusa non solo a Reggio Emilia, ma anche a Bologna dove ci sono undici dibattiti sul lavoro. E a Torino, la città  della Fiat.
“Ero un simbolo e non mi hanno invitato a casa mia”, si è sfogato sul Giornale, Antonio Boccuzzi, operaio della Thyssen-Krupp portato in Parlamento da Veltroni.
“La Fiom bisognava invitarla”, dice Ugo, perentorio, mentre aspetta la presentazione di “Falce e tortello” nello spazio dove l’altroieri era Sallusti.
E in effetti, l’esclusione è di quelle che anche per i più fedeli alla linea è difficile da difendere.
Così lo sconcerto è tanto: chiacchierando qua e là  tra la gente, in molti neanche vogliono rispondere. L’imbarazzo è palpabile.
Siamo in Emilia, vecchia terra comunista.
Il partito si ama e si segue, mica si discute.
“Sì, però, invece di dire fascista a Grillo e Di Pietro, Bersani poteva invitarli”, dice uno dei visitatori.
“Chi porta più valore al Pd, la Fiom o Sallusti? Secondo me la Fiom”, afferma rabbiosa una signora, pensionata, mentre ascolta l’incontro dei sindaci, De Magistris, Zedda, Fassino e Merola.
“Hanno sbagliato, dovevano invitare tutti”, nello stesso pubblico ha le idee chiare una ragazza.
Ma c’è anche chi taglia più netto. Come Simone: “Sallusti è stato un errore. Io infatti non ci sarei andato a sentirlo”.
Con lui c’è un’anziana signora, arrivata da Milano direttamente per sentire Fassino: “Questi qui dovevano dare più battaglia. Sono arrabbiata, mica lo so se li voto più”. Mentre il più realista del re, Maurizio, aria torva e cipiglio: “Invitare Landini? E perchè, c’è la Camusso”. “Dovevano portare qui uno di quei 400 che adesso sono sotto terra nel Sulcis. Questo sì che da parte di Bersani sarebbe stato un segnale forte”, dice Gilberto, uno che a 60 anni si definisce “esodato atipico”.
Nel senso che l’hanno licenziato a 57 e da allora lavora a partita Iva, “ovvero guadagno dei soldi, pago le tasse e poi non mi rimane più niente”, spiega non senza ironia.
“Certo la Fornero qui sarebbe stata un’interlocutrice, come ministro del Lavoro”.
Sì, in effetti non hanno invitato neanche lei.
Nonostante le pressioni dei liberal del partito. E dopo le spiegazioni tentennanti dell’organizzazione, la motivazione politica l’ha fornita da par suo il responsabile economico, Stefano Fassina: “Sugli esodati è mancato il dialogo”.
Alla faccia del confronto democratico, evocato da tutti, in primis dal responsabile della Festa, Lino Paganelli per spiegare la presenza di Sallusti.
Di certo la stessa che motiva la presenza di Roberto Maroni, segretario della Lega, in arrivo il 4. Giochi di equilibrio.
“Per me un dibattito deve avere un contraddittorio”, dice un’insegnante 43enne, una delle venti che sono sedute ad ascoltare il sottosegretario Marco Rossi Doria nell’incontro delle 18.
Ma per trovarlo il dibattito bisogna sedersi a un tavolino, vicino al palco principale, dove due vecchi amici discutono animatamente del segretario della Fiom, Maurizio Landini. Uno è il “Ferretti”, ex metalmeccanico, ex vicesindaco di Reggio, ex segretario della Camera territoriale di Reggio Emilia, ora in forze a Sel.
“Landini dovevano invitarlo: per i valori che rappresenta e per il peso politico che ha. La motivazione che hanno dato, che c’è la Cgil, non mi sembra credibile. C’è pure un incontro dove si parla di Marchionne: lì ci sarebbe stato bene”. “Landini non è un operaista, è un estremista”, ribatte l’amico.
Ma poi: “Veramente è venuto Sallusti? Il Giornale fa dei titoli talmente tanto volgari che io non riesco neanche a toccarlo”.

Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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