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“GUARDIA MEDICA? TROPPA FATICA”: SOLO 99 CANDIDATI PER 300 POSTI

Agosto 29th, 2012 Riccardo Fucile

TANTI STRANIERI AL CONCORSO DELLA ASL DI MILANO: 1 SU 5 ARRIVA DA RUSSIA, MOLDAVIA, ROMANIA O MAROCCO

Le graduatorie sono state pubblicate dall’Asl il 22 agosto scorso. Con un risultato ben poco incoraggiante.
Perchè se per la guardia medica di Milano servirebbero almeno 300 medici – un numero potenziale di posti, in base al rapporto di un dottore ogni 5mila abitanti stabilito dal ministero della Salute – all’ultimo concorso si sono presentati solo in 99.
Di questi, tre non sono stati ammessi nella graduatoria stilata da corso Italia. Risultato: solo 96 medici, alla fine, prenderanno servizio.
Di questi uno su cinque è straniero: Russia, Moldavia, Romania e Marocco i Paesi di provenienza di questi dottori, che spesso hanno ottenuto da poco il riconoscimento del proprio titolo di studio in Italia.
E che scelgono di lavorare nella continuità  assistenziale per fare esperienza e aumentare il proprio punteggio in vista di futuri concorsi.
«Questa situazione – dicono i sindacati dei camici bianchi – va avanti da anni: i medici di continuità  assistenziale lavorano molto e sono pagati con tariffe orarie ridotte. Di fatto, molti ritengono che non valga la pena seguire questa strada».
Ogni anno l’assessorato alla Sanità , calcolatrice alla mano, fa i conti di quanti medici di continuità  assistenziale servano in Lombardia.
In pratica, mappa tutto il territorio e stabilisce il fabbisogno assistenziale di ciascuna provincia in base al numero dei residenti e dei medici già  presenti.
Circa 300 quelli che servirebbero a Milano, dove oltre al milione e 200mila residenti da curare ci sono centinaia di migliaia di non residenti.
Da qui il numero di ore (più alto rispetto agli anni passati) messo a bando dall’ultimo concorso regionale, pubblicato il 26 aprile: 6.528 per Milano città , oltre 10mila in provincia.
Un terzo del fabbisogno regionale: in tutta la Lombardia sono quasi 30mila le ore oggetto del concorso.
«Ma a Milano le condizioni di lavoro sono molto pesanti – afferma Roberto Carlo Rossi, presidente regionale del sindacato Snami – Il rapporto tra medici e cittadinanza è molto alto e la quota standard di 5mila pazienti per ogni dottore difficilmente è mantenuta: è da molto tempo che ci battiamo perchè i livelli prescritti dalla legge siano rispettati».
Il servizio viene gestito da una centrale operativa che riceve le chiamate e invia il medico dal paziente: per ogni turno sono in servizio 15-20 dottori in tutta la città , contattati soprattutto dopo la mezzanotte (fino ad allora sono attivi tre ambulatori dell’Asl) e nei giorni festivi.
Non solo: in base alla delibera regionale 3.379 dello scorso 9 maggio, per ridurre il carico nei reparti di emergenza ospedalieri nei pronti soccorso con più di 50mila accessi l’anno sono stati attivati dall’inizio di giugno gli ambulatori per i “codici bianchi” (i malati non urgenti, curabili anche dai medici di famiglia). Ambulatori gestiti, appunto, dai camici bianchi di continuità  assistenziale.
«È necessaria una maggiore integrazione tra i servizi – dice Vito Pappalepore, segretario cittadino del sindacato Fimmg – e soprattutto tra continuità  assistenziale e medici di famiglia. Il territorio va riorganizzato anche in vista di un’ulteriore riduzione dei posti letto negli ospedali, ormai destinati sempre più ai pazienti con patologie acute».

Alessandra Corica

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IL LAVORO ALL’INFERNO, CON I MINATORI DEL SULCIS A 400 METRI DI PROFONDITA’: “460 POSTI A RISCHIO, ABBIAMO 350 KG DI PLASTICO”

Agosto 28th, 2012 Riccardo Fucile

I MINATORI: “RESTIAMO QUA SOTTO A OLTRANZA, SE PROPRIO DOBBIAMO MORIRE, DECIDEREMO NOI COME”

La porta dell’inferno sembra quella di una galera, sbarre, buio e silenzio.
Un cartello indica “materiale esplosivo”: dentro ci sono 350 chili di plastico, “quantitativo che, per capirci, credo possa combinare un disastro come quello di Capaci”.
Forse esagera il minatore che ci porta davanti alla stanza dei candelotti, estrema arma — giurano i suoi colleghi che assieme a lui occupano la miniera di carbone di Nuraxi Figus — per convincere il governo a non uccidere le loro speranze, a non seppellire le loro esistenze tirandoli fuori, per sempre, dalla miniera.
E cancellando, come Enel comanda, con un colpo di penna, il lavoro di 460 persone, con mogli, mariti, figli, famiglie, vite da sfamare.
Nel labirint
Non chiede il lusso chi lavora vicino alla porta dell’inferno, ogni giorno scende dentro una gabbia che in cinque minuti porta a più di 400 metri sotto terra (il pozzo più profondo a quasi 500): accesso a un labirinto di gallerie, lungo oltre 70 chilometri, in alcuni punti a 40 gradi di temperatura, che si spinge fin sotto al mare.
Da due notti i minatori della Carbosulcis, azienda controllata dalla Regione Sardegna, la stanno occupando la loro miniera, trenta alla volta per turni da otto ore, con il dito puntato sul grilletto dell’esplosivo.
E non scherzano: “Siamo pronti a tutto”, ripete Francesco Garau della Cgil. Stefano Meletti, rsu della Uil, spiega perchè: “Stanno cercando di uccidere definitivamente il Sulcis, noi e l’Alcoa siamo solo le due punte dell’iceberg. Ma se proprio dovremo morire , decideremo noi come e in quale condizione”.
L’unico parlamentare che si è degnato di indossare le scarpe antinfortunistiche e venire qua sotto è Mauro Pili. Popolo delle libertà .
Raccontano che è uno sempre in trincea, faceva il segretario di sezione per i postcomunisti del Pds, poi fu folgorato, come tanti, sulla via di Arcore e subito Forza Italia, quindi Pdl appunto.
Dicono anche che Silvio Berlusconi lo abbia amato molto, tanto da volerlo alla Camera, ma che al momento decisivo gli abbia preferito Stefano Cappellacci, attuale governatore sardo.
Qua sotto si vede solo Pili, la sinistra ha perso un’altra occasione, almeno ieri.
E lui cavalca la protesta: “Il nostro nemico giurato si chiama Enel, serve un decreto immediato, che Enel ostacola. Se perdiamo la miniera quello che non si potrà  più assicurare qui è l’ordine pubblico. La situazione potrebbe diventare pericolosa, molto pericolosa”.
Massimo, Luigi e gli altri
E ancora: “Può succedere di tutto”, ripete anche lui.
Quella frase riecheggia nelle gallerie buie, in pasto ai giornalisti che sono scesi giù. Chi sono questi volti segnati da anni di polvere e fango in faccia per otto ore al giorno?
Giampiero e Luigi, 53 anni, i più “anziani” del gruppo. Sono qui dal 1982.
Il primo ha due figli: “Il ragazzo ha 26 anni e lavora in un supermercato. La mia bambina ne ha 20 ed è al primo anno di Scienze politiche. Studia a Cagliari. Sarei dovuto andare in pensione adesso. Ma ho scelto di lavorare altri quattro anni, perchè ora prendo 1.700 euro, con la pensione non riuscirei ad andare oltre i 1.300. Chi la paga poi l’università  a mia figlia? Così mi ritrovo alla quarta occupazione della mia vita”.
La prima fu nell 1984, poi di nuovo nel ’93 e nel ’95 la più lunga: “Cento giorni che ci hanno permesso di campare fino ad oggi”, sospira Luigi.
Massimo, invece, ha 54 anni, di cui 25 spesi otto ore ogni giorno in queste gallerie, a fare il mestiere più difficile: “Quando ‘tagli’ con la macchina, l’operazione di estrazione del carbone, si alza tanta di quella polvere, quando non fango… Ora io e te siamo a mezzo metro di distanza, bè non ti vedrei. A volte per otto ore lavori non vedendo nulla. Anche io ho due figli, guadagno 1.500 euro e pago un mutuo di 700. Pensa cosa mi rimane. La più grande è all’ultimo anno di superiori. Vorrebbe andare a studiare a Cagliari, ma non so — si commuove — se potrò permetterglielo e me ne vergogno”.
Giancarlo, 52 anni, ha già  il verdetto della sua esistenza: “Ho fallito. Non vale la pena vivere così. Ti costringono pure a fare la guerra per mantenere questo schifo di vita. Ho un figlio di 26 anni, tanti quanti quelli passati da me qua sotto. Lo scorso anno avrei potuto fargli fare domanda per lavorare qui. Ma non ho voluto. Ora voglio solo arrivare alla pensione e portare mio figlio in Liguria, magari lì troverà  lavoro: è sempre stato disoccupato. Ma adesso neppure alla pensione mi vogliono fare arrivare”.
Alessandro è giovane, sposato da poco, lavora qui da cinque anni: “Pago un mutuo di 600 euro al mese. Ne guadagno 1400. Ho studiato. Sono perito minerario. Ma faccio l’operaio, questa era l’offerta. A 32 anni un figlio non posso permettermelo. Posso fare anche l’operaio, immerso in polvere e fango tutto il giorno, ma questo non è proprio giusto. Hanno deciso che possono cancellare il tuo futuro e non contenti poi ti schiacciano anche all’occorrenza, ma non ci faremo schiacciare da nessuno”.
La Carbosulcis a regime potrebbe estrarre, cifra che dovrebbe garantirne l’esistenza, un milione di tonnellate di carbone l’anno.
Oggi si ferma a 300 mila, comprate dall’Enel.
Il sottosegretario allo Sviluppo economico Claudio De Vincenti ha sentenziato che il progetto che salverebbe la miniera, con la costruzione di una centrale a emissioni zero, è troppo costoso, che graverebbe eccessivamente sul Cip6, la legge che finanzia le energie rinnovabili. “Undici miliardi di euro l’anno che vengono buttati nella truffa di Stato dell’eolico”, dicono i sindacati. E l’Enel punta su Porto Tolle, Veneto. Qui a Gonnesa il sole non batte più.
Numeri, Enel e futuro
Oggi c’è il Consiglio straordinario in Regione per parlare di Alcoa e Carbosulcis.
Ma l’incontro decisivo è venerdì a Roma. Senza il decreto immediato il fuoco potrebbe arrivare da sottoterra.
Ma sono davvero determinati fino ad arrivare a tanto questi minatori del Sulcis?
Fino ad aprire la porta dell’inferno (e non per i soli 20 chili di esplosivo usati in genere quando si trovano pareti troppo dure da “tagliare”)?
“Noi sappiamo che qua dentro, ogni giorno di lavoro, c’è un livello di pericolo talmente alto… Sopra la nostra testa ci sono altri livelli di gallerie, poi il mare. S’immagini. I minatori non vanno sfidati”.
Altrimenti, quella porta, sono pronti a oltrepassarla.

Giampiero Calap�
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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I NUOVI RISCHI DEL LAVORO PRECARIO

Agosto 28th, 2012 Riccardo Fucile

TUTELE E BARRIERE A UN MESE DALL’ENTRATA IN VIGORE DELLA RIFORMA FORNERO… CONTRATTI A TERMINE, CO.CO.CO E PARTITE IVA

Ha poco più di un mese di vita, è entrata in vigore il 18 luglio.
Un tempo breve, caduto per di più nel cuore dell’estate, quando tutto rallenta e la gran parte delle decisioni viene rinviata a settembre.
Eppure si vedono già  i primi effetti della riforma del mercato del lavoro.
Sia negativi, come la difficoltà  di rinnovare i contratti a termine, sia positivi, come la decisione presa da alcune aziende di stabilizzare i precari.
Nei piani del governo quei quattro lunghissimi articoli dovrebbero aiutare i giovani a trovare un’occupazione, impresa non facile visto che sotto i 24 anni è senza lavoro un italiano su tre.
E allo stesso tempo costruire un argine contro la cosiddetta «flessibilità  cattiva», quella selva di 40 tipi diversi di contratto che in molti casi ha trasformato una sacrosanta esigenza del sistema produttivo nel problema numero uno di una generazione intera.
Dalla flessibilità  alla flessibilità  cattiva, appunto, e quindi alla precarietà .
Per questo la riforma Fornero è stata costruita con l’obiettivo di frenare i contratti a termine, quelli di collaborazione, le partite Iva e tutte quelle forma di precarietà  che l’anno scorso hanno coperto quasi 7 assunzioni su dieci. Indicando come principale canale d’ingresso l’apprendistato, un misto fra lavoro e studio che impegna l’azienda a formare un giovane ottenendo in cambio un generoso taglio dei contributi da pagare.
Il passaggio non è semplice.
Perchè è vero che la riforma dovrebbe favorire la crescita, parola magica contenuta anche nel titolo della legge.
Ma purtroppo è vero anche il contrario: senza crescita, senza l’economia che gira, è difficile spingere un imprenditore ad assumere.
Sia a termine che con un contratto stabile, sia ad agosto che a settembre.
Il primo nodo è venuto al pettine da «mamma Rai».
Più di un terzo delle persone che lavorano nei programmi di intrattenimento e approfondimento sono a partita Iva.
Più di due mila persone, molte delle quali andrebbero regolarizzate, visto che la riforma fa scattare l’assunzione se l’80% del reddito arriva dalla stessa azienda e sarebbe quindi da considerare un dipendente mascherato. L’azienda studia la possibilità  di assumerli sì, ma con contratti a termine.
E loro, gli «esterni» Rai, sono pronti a fare causa.
Anche perchè i contratti a termine sono un approdo ancora meno sicuro che in passato.
Dice la riforma che il primo non può durare più di un anno e non è prorogabile, anche se è stato eliminato l’obbligo di indicarne la motivazione.
E poi sono state allungate le pause tra un contratto e l’altro, fino a 90 giorni. Ed è qui il vero problema.
Perchè, almeno per il momento, a venire galla non è tanto la trasformazione dei vecchi contratti a termine in qualcosa di più stabile.
Ma, più semplicemente, la difficoltà  a rinnovare quelli esistenti.
Un problema che sta emergendo in mondi fra loro anche lontani, dai patronati all’Aspen Institute Italia, dalle compagnie aeree, dove ormai i cassintegrati sono più numerosi dei lavoratori a termine, fino alle case editrici.
In quest’ultimo settore, avverte Massimo Cestaro, segretario della Slc Cgil, il «rischio è che tutti i contratti a termine vengano trasformati in partite Iva. Torneremmo indietro, insomma.
E forse sarebbe stato meglio prevedere una maggiore gradualità ».
Chi la gradualità  se l’è presa da solo è il settore simbolo del precariato, quello dei call center. Qui il problema non riguarda gli operatori che ricevono le chiamate, quasi tutti stabilizzati nel 2007, ma le società  che fanno vendita o marketing, quasi 40 mila lavoratori.
«Proprio nelle ultime settimane prima dell’approvazione della legge – racconta Michele Azzola, anche lui Cgil – quasi tutte le società  hanno prorogato di tre o sei mesi i contatti in essere».
È successo a Taranto, a Rende, è successo ovunque.
Hanno preso tempo ma il problema è solo rinviato: cosa faranno tra ottobre e dicembre quando anche le proroghe arriveranno a scadenza?
C’è poi il «blocco» dei contratti a progetto denunciato dai consulenti del lavoro con un sondaggio a campione pubblicato nei giorni scorsi da Italia oggi.
È vero che la riforma ha cercato di semplificare un sistema «troppo interpretabile», come disse lo stesso Mario Monti, e proprio questo minor margine di manovra può non piacere ad alcuni consulenti.
Ma anche il loro allarme è un segnale.
Ci sono anche casi virtuosi, però.
Primo fra tutti quello della Golden Lady, l’azienda mantovana che produce calze.
Il 18 luglio, appena due giorni dopo l’entrata in vigore della riforma, l’azienda ha firmato un accordo con i sindacati che prevede l’assunzione a tempo indeterminato, entro un anno, di 1.200 persone che oggi lavorano nei negozi come associati in partecipazione.
Si tratta di un contratto flessibile che può nascondere un rapporto dipendente e per questo viene cancellato dalla riforma. «L’accordo Golden Lady – dice Giorgio Santini, segretario aggiunto della Cisl – è un modello positivo anche se aspettiamo che dalle parole si passi ai fatti». Comunque il caso ha attirato l’attenzione del ministro Fornero che a settembre incontrerà  il management dell’azienda.
Un riconoscimento, forse. E anche l’occasione per capire come stimolare l’imitazione.
In realtà  qualche altro piccolo segnale positivo c’è, ma siamo nel campo degli effetti collaterali. Ai primi di agosto il Credito valtellinese ha chiuso un accordo di ristrutturazione che prevede sì 150 esuberi ma anche l’assunzione definitiva di un centinaio di precari.
Poco prima le Poste hanno firmato un accordo per stabilizzare più di 4 mila precari che avevano già  fatto causa all’azienda con buone probabilità  di vittoria.
Dalla riforma insomma è arrivata la spinta finale, ma sono passi che avrebbero fatto comunque. Per avere un quadro completo bisogna aspettare ancora. E per il momento occorre accontentarsi delle previsioni.
«Alla fine – dice Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil – quello a termine resterà  il contratto prevalente. Magari accelerando il turnover dei precari: non rinnovo il contatto a chi è dentro ma prendo un’altra persona e ricomincio da capo».
Non è una sorpresa visto le critiche che arrivarono nei giorni dell’approvazione, ma anche in Confindustria si dicono scettici. Specie sul reale decollo dell’apprendistato.
Anche se molto conveniente per le agevolazioni sui contributi – sostengono gli industriali – quel tipo di contratto sarà  usato poco.
E questo perchè non in tutte le zone di Italia e non per tutte le figure professionali viene garantita quella formazione in aula a carico del settore pubblico che dovrebbe completare la formazione sul campo.
In passato è successo spesso che al termine del contratto l’Inps chiedesse alle aziende i maggiori contributi proprio perchè la formazione in aula non era stata fatta.
Gli imprenditori dicono che anche dopo la riforma rischiano di pagare per colpe non loro.
Di questi e di tutti i problemi della riforma si occuperà  quell’attività  di monitoraggio prevista dalla stessa legge e che il governo ha inserito tra le «azioni in programma» nell’agenda per la crescita, discussa due giorni fa.
Ci vorranno mesi per misurare il reale impatto delle nuove norme sull’economia italiana, per capire se l’occupazione è cresciuta oppure no, vedere se ci sono dei punti da correggere. E stavolta si seguirà  davvero il modello tedesco.
A raccogliere i dati, elaborarli e analizzarli non sarà  il ministero del Welfare ma una serie di centri studi e di ricerche, organi terzi insomma, proprio come hanno fatto in Germania dopo la loro riforma di dieci anni fa.
Il ministro Fornero ne ha già  parlato con la sua collega di Berlino, Ursula von der Leyen, all’inizio di luglio e le procedure saranno definite nelle prossime settimane. Nel frattempo c’è già  chi segnala i primi punti da correggere.
L’ex ministro Cesare Damiano (Pd) si sofferma sui voucher, il lavoro a chiamata, che possono essere utilizzati anche per chi è in cassa integrazione: «Una buona idea per aiutare chi è in difficoltà  ma, come ha denunciato la Coldiretti di Cuneo, non si capisce perchè sia applicabile solo dall’anno prossimo».

Lorenzo Salvia
(da “il Corriere della Sera”)

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CON UN EURO DI CAPITALE APRI UNA SRL MA LA TASSA DI REGISTRO SI PAGA

Agosto 25th, 2012 Riccardo Fucile

I PROVVEDIMENTI DEL GOVERNO: NOTAIO GRATIS, MA RIMANE L’IMPOSTA DI 168 EURO

«Sì, vabbè, a un euro, figurati!». Il popolo dei blog si scatenò contro il governo quando aveva annunciato, all’interno del decreto Crescitalia (siamo all’inizio dell’anno), che per agevolare l’imprenditoria giovanile, sarebbe stato possibile creare delle Srl con un solo euro di capitale (contro i 10 mila necessari fino ad allora) e senza neppure le spese notarili.
Ci fu, dunque, un affollamento sulle chat e sui siti degli studenti, con tanto di conteggi che dicevano che comunque «tra timbri e bolli» bisogna tirare fuori almeno 100 euro.
Ora, la notizia è vera: la società  «semplificata» si può costituire con un solo euro. Ma quella storia di «timbri e bolli» lamentata dai ragazzi ha un fondamento.
Più avanti vi sveleremo perchè.
Il decreto, si diceva, è del gennaio scorso, convertito in legge a marzo.
Ma la norma applicativa si attendeva in queste settimane.
Ora sappiamo che c’è, perchè ne ha dato notizia il sottosegretario alla presidenza, Antonio Catricalà , con una twittata, il cui testo recita così: «E’ finalmente possibile per i giovani fino a 35 anni costituire una srl con un solo euro di capitale. Non ci sono spese notarili. Un’opportunità ».
Per fortuna c’è twitter che permette solo 140 caratteri, e così abbiamo capito tutto anche noi.
Perchè il testo del decreto, che pure abbiamo letto, è in burocratese tosto, ha un’ampia premessa e poi un solo articolo, corredato da «avvertenza», in cui sono contenute le specificazioni.
La legge si rivolge – dunque – ai giovani con meno di 35 anni che si vogliano associare con altri coetanei per costituire una società  intorno ad una idea imprenditoriale.
La «società  a responsabilità  limitata semplificata» ha alcune caratteristiche proprie: è aperta esclusivamente a persone fisiche (e quindi non a società ) che abbiano meno di 35 anni.
Quando un socio compie 35 anni deve uscire dalla società , oppure bisogna trasformare la società  in una forma differente.
Le quote societarie non possono essere cedute a chi ha più di 35 anni.
Il capitale deve essere di «almeno» un euro, e comunque non superiore ai 10 mila.
Quell’euro non va versato in banca ma nelle mani degli amministratori (che possono essere uno o più soci stessi).
La costituzione della società  deve avvenire presso un notaio che per questo non deve essere pagato.
Sia l’atto costitutivo sia l’iscrizione al registro delle imprese sono esenti da diritto di bollo e di segreteria.
E per chi ha più di 35 anni? È prevista comunque la possibilità  di avviare una srl (non semplificata) a capitale ridotto (meno di 10 mila euro).
E la storia dei cento euro e passa come nasce?
Dal fatto che è tutto vero quanto fin qui esposto, e che al notaio va mostrato un unico euro senza neppure darglielo, ma poi c’è la tassa di registro, e quella vai a capire perchè – non si può evitare: 168 euro. Svelato il mistero.
La nuova norma che dovrebbe ringalluzzire l’imprenditoria giovanile ha suscitato entusiasmi corali.
Plaudono i giovani di Confindustria Sud, tramite il leader Lorenzo Pagliuca, plaudono i deputati del Pd Francesco Boccia e Mario Adinolfi, e perfino l’ipercritico Codacons si arrende alla forza della novità .
Tutti questi soggetti, tuttavia, sottolineano un problema comune: una volta fatta la società  che se ne fanno i giovani se l’accesso al credito è quello che è?
Giorgio Satini della Cisl pone, infine, un’ultima questione: vanno bene le srl a un euro, ma da sole dove vanno?
Senza lavoro lo start up può approdare solo al fallimento.

Raffaello Masci

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LA CULTURA FA OCCUPAZIONE: NEL 2012 ASSUNTI 32.000 ADDETTI

Agosto 25th, 2012 Riccardo Fucile

IN CINQUE ANNI CREATI 55.000 POSTI DI LAVORO, CON UNA CRESCITA ANNUA DELLO 0,8%… IL PROFILO RICERCATO E’ ALTAMENTE SPECIALIZZATO CON TITOLI DI STUDIO TECNICO-SCIENTIFICO E TANTA ESPERIENZA

Buone notizie per chi lavora nella cultura.
Nel 2012 sono previste 32250 assunzioni, dopo un quinquennio che ha visto il settore in espansione, con una media dello 0,8% annuo, nonostante la crisi e una crescita economica nazionale media dello 0,4%.
Tra il 2007 e il 2011 infatti, i posti di lavoro creati nell’industria culturale sono stati 55mila. Questo il quadro disegnato dall’indagine Excelsior – curata da Unioncamere e ministero del Lavoro – e presentata da Ferruccio Dardanello, presidente dell’ente che rappresenta le camere di commercio, al meeting di Rimini.
Di questi nuovi posti, 22.880 sono stabili e 9.370 stagionali, pari al 5,6% del totale delle assunzioni che verranno realizzate dalle imprese di industria e servizi.
Nonostante la contrazione dello 0,7% dei dipendenti rispetto al 2011, 4.900 in meno, il dato è positivo se confrontato con le altre imprese, che nello stesso periodo hanno perso l’1,2%, 125600 posti di lavoro in meno.
Le industrie culturali cercano personale altamente specializzato: quasi la metà  delle assunzioni non stagionali programmate quest’anno riguardano professioni high-skill, mentre nel caso delle altre imprese dell’industria e dei servizi non si va oltre un quinto del totale.
Questo perchè si presta particolare attenzione al titolo di studio, con una grande richiesta di laureati , il 30% nel 2012.
A dispetto di ciò che si potrebbe pensare, non sono però i titoli umanistici quelli più richiesti. La ricerca è per profili scientifici, tecnologici o strettamente tecnici.
Tra i primi cinque indirizzi di laurea richiesti, ben tre sono legati all’ingegneria, insieme a quello scientifico-matematico ed economico.
Fondamentale però resta l’esperienza: per lavorare nel mondo della cultura ne serve decisamente di più rispetto agli altri tipi di imprese: la ritiene importante al momento dell’assunzione il 63,6 contro 53,4% della media delle imprese, con un picco del 71% per le professioni strettamente culturali.
“Sembra un paradosso – ha detto Dardanello – ma in Italia manca un quadro organico di politiche economiche basate sul potenziale produttivo del settore culturale. Gli italiani devono recuperare non soltanto il senso economico della cultura, ma anche in una certa misura il suo senso sociale, di elemento alla base delle sue produzioni di eccellenza e occasione per dare opportunità  di lavoro a tanti giovani che hanno capacità  e qualità  da vendere. Purtroppo è ancora diffusa l’idea che con la cultura non si mangi, ma i successi del Made in Italy, di cui tanta parte discende proprio dalla nostra cultura del fare e del vivere, vengono da questo patrimonio inesauribile. Che va messo a frutto con politiche che devono partire fin dai banchi di scuola, per mettere in condizione i nostri giovani e le loro famiglie di cogliere le tante opportunità  che vengono dall’industria culturale, e maturare presto quell’esperienza indispensabile per conseguire un lavoro di qualità “.

(da “La Repubblica“)

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NEGLI STATI UNITI AUMENTA LA DISOCCUPAZIONE

Agosto 25th, 2012 Riccardo Fucile

CRESCONO LE RICHIESTE DI SUSSIDIO

Le difficoltà  dell’economia americana e il raffreddamento della crescita interna non frenano la voglia cinese di `Made in Usa’.
Gli acquisti della Cina di asset e attività  americane sono saliti a livelli record nei primi otto mesi del 2012: 8 miliardi di dollari.
Un trend che, se continuerà , consentirà  di superare il record 8,9 miliardi di dollari dell’intero 2007.
Una fame che non teme l’elevata disoccupazione e i problemi del mercato immobiliare che, nonostante la ripresa, continua a essere sotto pressione: le vendite di case nuove in luglio sono aumentate del 3,6%, ai massimi degli ultimi due anni, ma – in base ai dati del Dipartimento del Commercio – i prezzi sono in calo del 2,5% rispetto al 2011. Secondo le rilevazioni della Federal Housing Finance Agency, i prezzi delle case nel secondo trimestre sono saliti dell’1,8% rispetto ai primi tre mesi dell’anno, un aumento che, se aggiustato per il ciclo, è il maggiore dal quarto trimestre 2005.
Ma se il mercato immobiliare, grazie sopratutto ai tassi ai minimi, mostra segnali di stabilizzazione, è quello del lavoro a destare timori.
Le richieste di sussidi alla disoccupazione sono salite la scorsa settimana di 4.000 unità  a 372.000, al di sotto comunque della soglia delle 400.000 unità  ritenuta un campanello d’allarme.
Nonostante questo la `voglia’ cinese di America non si arresta.
Il balzo delle fusioni e acquisizioni cinesi negli Stati Uniti è il risultato naturale dello sviluppo della Cina e della fame del paese per energia e risorse naturali, afferma Joe Gallagher, numero uno della divisione merger and acquisition in Asia di Credit Suisse.
«La Cina sta crescendo, sta diventando più ricca e sofisticata. Alcune delle maggiori società  cinesi, soprattutto nel settore del petrolio e del gas, stanno diventando più sofisticate nel loro approccio alle acquisizioni» mette in evidenza Gallagher. L’aumento degli accordi fra Cina e Stati Uniti arriva in un contesto di rallentamento delle fusioni e acquisizioni, sia in Cina sia a livello globale.
Secondo alcune stime, l’attività  di merger and acquisition nel 2012 rallenterà  ai minimi dal 2003.
Gli Stati Uniti vantano un forte deficit commerciale nei confronti della Cina: un rosso da 295 miliardi di dollari nel 2011 e che è costato agli Usa 2,7 milioni di posti di lavoro fra il 2001 e il 2011, secondo l’Economic Policy Institute.
La maggior parte delle perdite, il 77% o 2,1 milioni di posti, è stata nel settore della manifattura.

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ADDIO WEEK END, SEMPRE PIU’ ITALIANI AL LAVORO IL SABATO

Agosto 23rd, 2012 Riccardo Fucile

L’OCCUPAZIONE AI TEMPI DELLA CRISI: AUMENTA ANCHE IL NUMERO DI CHI PASSA LA NOTTE IN UFFICIO

Evidentemente in Slovacchia ci sarà  qualche regola particolare che trasforma i lavoratori in vampiri.
Sono proprio gli slovacchi, infatti, a guidare con uno scarto davvero anomalo la classifica della percentuale di occupati che lavora abitualmente di notte, con il 18,3 per cento del totale. Distanziando i britannici (11,3%) e i maltesi (11,1%).
I tedeschi, con il loro 9,6%, si collocano decisamente al di sopra della media europea, che è del 7,8 per cento.
Noi italiani, invece siamo pochi decimali al di sopra della media dell’Ue, con l’8,1%.
I più fortunati a quanto pare sono i ciprioti, che con il loro 2,5% di occupati che lavorano di notte sono i recordman assoluti in senso opposto.
Seguono polacchi (3,2%) e portoghesi% (3,3%).
Chissà  che ben presto non vengano raggiunti anche loro dai benefici effetti della globalizzazione.
Sì, perchè lavorare di notte, dicono tutti gli esperti, non è naturale, e fa male alla salute.
Anche se lo vogliono i «mercati» – la spiegazione apodittica e definitiva con cui oggigiorno si motiva ogni richiesta di sacrificio a chi lavora o paga le tasse – una montagna di studi certificano che noialtri esseri umani siamo costruiti da migliaia di anni sulla base di processi fisiologici (il metabolismo basale e i cosiddetti ritmi circadiani), psicologici (la memoria a breve termine) e sociali (l’interazione con la famiglia e le altre persone) che prevedono di essere attivi di giorno e inattivi di notte.
Lavorare di notte sconvolge tutto questo: si verificano più infortuni, dicono le statistiche dell’Inail, si moltiplicano le malattie e gli stati di stress, si fa una vita isolata dal resto della compagine sociale.
Un prezzo che molti pagano (volontariamente o meno) pur di sbarcare il lunario. A maggior ragione in questi tempi di crisi.
Probabilmente non fa così male invece lavorare il sabato e la domenica, quando cioè la maggioranza degli italiani si riposa. In questa classifica, secondo i dati elaborati dalla Fondazione Hume, stavolta siamo noi italiani i forzati del sabato su scala europea.
Se in media nell’Unione Europea il 22,4% dei lavoratori occupati lavora abitualmente il sabato, in Italia arriviamo addirittura al 30 per cento, battendo di poco i cugini (poverissimi) della Grecia, con il 29,4%.
Staccati di un bel po’ seguono i francesi, con il 26,6%, e poi i tedeschi, con il 24,5%. Dalla parte opposto della classifica troviamo ancora una volte Portogallo (7,5%) e Polonia (7,9%), dove oltre alla notte anche il sabato festivo è più che mai sacro e intoccabile.
Il sabato lavoriamo; la domenica in Italia si lavora un po’ di meno.
Nel senso che nonostante tutto, evidentemente, i reiterati veti della Chiesa Cattolica Romana in qualche modo hanno frenato le velleità  modernizzatrici.
La media di chi lavora abitualmente di domenica nei 27 paesi dell’Unione Europea è del 12,2 per cento; l’Italia è lì, con un ragionevole 11,9%.
In testa alla classifica ritroviamo i poveri slovacchi, che a quanto pare sono costretti a nottate e domeniche in fabbrica e ufficio: il 20,8 per cento.
Dalla parte opposta – e anche questo non può essere un caso, ma un chiaro segnale di un mercato del lavoro diciamo così «tradizionale» – ecco ancora una volta Polonia (3,3 per cento) e Portogallo (4,1 per cento).
In questi paesi notte e weekend non si toccano, l’abbiamo capito ormai.
Viene però da chiedersi: complessivamente, ogni settimana, quanto lavoriamo?
Se guardiamo i numeri che riguardano soltanto i dipendenti a tempo pieno, beh, noi italiani ce la caveremmo abbastanza a buon mercato.
Nel senso che se la media europea è di 40,4 ore settimanali effettivamente lavorate (straordinari compresi), l’Italia è in fondo alla classifica, con sole 38,8 ore.
Peggio (o meglio, a seconda dei punti di vista) di noi fanno solo irlandesi e danesi, mentre gli inglesi addirittura lavorano 42,2 ore.
Il discorso cambia e non poco considerando gli orari di tutti gli occupati: siamo esattamente nella media europea (37,5 ore contro 37,4 di media).
Quelli che lavorano più di tutti sono i valdostani, con 38,4 ore, seguiti di poco da campani e piemontesi; quelli che lavorano meno sono nel giro di pochi decimali (intorno a 36,6 ore) calabresi, sardi, siciliani e laziali.
Tornando all’Europa, non si può non notare che quelli che lavorano più di tutti nell’intero Vecchio Continente sono i greci: 42,1 ore, quasi sette più dei tedeschi.
Sarà  per questo che ai poveri ellenici continueranno a tagliare ancora le buste paga e le ferie.

Roberto Giovannini

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A.A.A TRIVELLATORI PETROLIFERI CERCANSI: RICHIESTI ANCHE ADDETTI ALL’ASSISTENZA SANITARIA

Agosto 23rd, 2012 Riccardo Fucile

TRA LE PROFESSIONI PIU’ RICERCATE FISIOTERAPISTI E OTTICI, MA ANCHE GRUISTI E SALDATORI

Esperti in trivellazione di pozzi petroliferi, ottici e fisioterapisti.
Per queste categorie lavorative l’agognato contratto di assunzione sarebbe cosa fatta. Peccato che non si trovino candidati sufficienti.
Si parla sempre di crisi occupazionale, di giovani in perenne e infruttuosa ricerca di lavoro eppure esistono professioni per le quali le aziende sognerebbero di assumere e non riescono invece a trovare candidati.
L’elenco è vario e copre settori molto diversi tra loro.
A guidare la classifica dei lavori più difficili da reperire troviamo appunto il personale specializzato nella trivellazione di pozzi di petrolio, con il 65,4% di assunzioni considerate dai datori di lavoro impossibili da effettuare a causa della mancanza di candidati.
E, nel caso, sono necessari più di due mesi per trovarne uno.
Stessa situazione per gli ottici che si piazzano al secondo posto (59,1%) e un tempo di ricerca previsto di oltre tre mesi.
Fisioterapisti e riabilitatori sono sul podio con il 36,5% e si dovrebbe riuscire a trovarne uno in un mese e mezzo.
Nella classifica naturalmente troviamo gli ingegneri, sia elettrotecnici che meccanici, ma per esempio questi ultimi sono meno richiesti dei più umili carpentieri specializzati (19,6%) e camerieri (19,7%).
A pari merito (23,1%) addetti al confezionamento di maglie e tessuti e gruisti. Difficili da reperire anche i saldatori: 13,4% e in media oltre 4 mesi di attesa.
Nelle parti più alte della classifica troviamo poi le professionalità  collegate al settore sanitario: dagli infermieri (31,4%) agli assistenti sanitari a domicilio (28,5%).
Le cifre sono il frutto della rielaborazione della fondazione Hume e si basano sui dati raccolti dal sistema Excelsior di Unioncamere.
Il motivo per cui è difficile reperire il personale adatto è dovuto a due fattori: il ridotto numero di candidati disponibili oppure la loro inadeguatezza.
Il picco massimo in quest’ultimo caso lo raggiungono gli addetti alla pavimentazione (36%) seguiti dai valigiai (22,4%).
Sarà  che nel mondo globalizzato è necessario spostarsi e per farlo servono trolley e borsoni, ma i valigiai — oltre a piazzarsi settimi nella classifica dei lavori più difficili da reperire — riservano un’ulteriore sorpresa: per riuscire a trovarne uno il tempo di ricerca è il più alto di tutti (in media nove mesi), seguiti a ruota dai conciatori (sei mesi) e i meccanici (5 mesi).
Nell’ultima rilevazione di Unioncamere, nonostante le assunzioni nel secondo trimestre dell’anno siano in calo e la crisi continui a mordere il mercato del lavoro, per specialisti della formazione e della ricerca, operai specializzati e conduttori di impianti nell’industria alimentare, tecnici della sanità  e dei servizi sociali potrebbe profilarsi la rosea prospettiva di un’assunzione.
Per effetto della stagionalità  o per specifici processi di riorganizzazione in atto nelle imprese, la richiesta di questi profili professionali risulta infatti in sensibile aumento rispetto al trimestre precedente, consentendo di scalare diversi gradini di un’ipotetica graduatoria delle professioni più richieste dal sistema imprenditoriale per i mesi di luglio-settembre.
In termini assoluti a farla da padrone restano cuochi, camerieri e le altre professioni dei servizi turistici, sebbene anche per queste professioni si profili un rallentamento della domanda rispetto al secondo trimestre di quest’anno.
«Una politica per favorire l’occupazione dei giovani deve puntare innanzitutto a ridurre la distanza tra quello che le imprese cercano e quello che la scuola e l’università  offrono» sostiene Ferruccio Dardanello, presidente di Unioncamere «formazione e mondo del lavoro devono parlarsi di più. La trappola in cui molti giovani cadono si apre subito dopo la conclusione del ciclo scolastico».
Forse è il caso di imparare a costruire le valigie, invece che farle per cercare lavoro fuori dall’Italia.

Rosaria Talarico

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BANCHE: 19.000 POSTI A RISCHIO, 2700 SPORTELLI VERSO LA CHIUSURA

Agosto 23rd, 2012 Riccardo Fucile

IN ARRIVO TAGLI IN TUTTI I PRINCIPALI ISTITUTI DI CREDITO…SI INIZIA CON MPS, UBI E BPM

Oggi ci sarà  un nuovo incontro tecnico tra i sindacati e il Montepaschi (probabilmente altri ne seguiranno a ruota) la prossima settimana partirà  il confronto con Bpm e Ubi; da settembre si comincia con Unicredit e Intesa (in entrambe le grandi banche, peraltro, a luglio ci sono già  stati scioperi) per trattare su esuberi, riorganizzazioni, chiusure di sportelli.
Il termometro della febbre, negli istituti di credito, segna temperature alte e soprattutto crescenti. “Alla ripresa autunnale mi aspetto che le banche cerchino di trovare il modo per espellere almeno 20.000 lavoratori: a questo progetto folle ci opporremo con ogni nostra forza”, spiega Lando Sileoni, segretario generale della Fabi.
Già  ora, tra stime semi-ufficiali e piani industriali, si prevedono circa 19.000 esuberi e 2.720 sportelli da chiudere entro il 2015, in un settore che attualmente conta 330 mila dipendenti (dopo aver perso dal 2001 ad oggi 35 mila lavoratori con i prepensionamenti volontari e incentivati, un presupposto che ora qualche banca sta cercando di mettere in discussione).
Ci sono anche casi-limite: ad esempio a Cariparma (Credit Agricole) il piano industriale prevedeva 360 pre-pensionamenti e le domande arrivate sono state 700; ora si sta trattando per accoglierne il maggior numero possibile.
Sul versante opposto Bnl (Bnp Paribas) per il momento ha procrastinato l’uscita dei 370 esuberi, già  decisi nel 2011, per verificare alla luce dei decreti governativi qual è la sorte di chi va in pensione anzitempo.
Il problema sta complicando ulteriormente la trattativa anche a Intesa, dove le vecchie previsioni di esuberi, 4.500 persone, sono state bloccate per l’entrata in vigore della riforma Fornero (e le trattative che partiranno in settembre riguarderanno appunto le nuove forme di risparmio sul costo del lavoro).
C’è poi chi oltre a chiudere sportelli ne vuole aprire di nuovi (ad esempio Bper ne taglierà  50 ma ne aprirà  25 in altre aree) ma la tendenza è in genere opposta (Ubi oltre alle chiusure – o vendite – prevede la riconversione in mini-sportelli di altre 78 agenzie).
“Abbiamo firmato da pochi mesi un contratto di lavoro collettivo difficile, ora ci aspettiamo che venga rispettato e applicato integralmente, nelle trattative in corso; non servono altri accordi nazionali”, aggiunge Agostino Megale, segretario generale della Fisac-Cgil.
Semmai, i sindacati aspettano di veder pubblicato il decreto attuativo sugli ammortizzatori sociali nel settore del credito (che dovrebbe essere stato firmato dal ministro dell’Economia Vittorio Grilli nei primissimi giorni di agosto), con il nuovo Fondo e i contratti di solidarietà .
Il primo e forse più aspro banco di prova è su Mps.
Dove i sindacati sono fortemente contrari all’esternazionalizzazione di 2.360 lavoratori (e in parte alla chiusura degli sportelli: “Certi banchieri sono come i piromani, bruciano il territorio di appartenenza, chiudendo gli sportelli, e restano impuniti”, dice Sileoni, riferendosi non solo a Mps).
Nel corso degli ultimissimi incontri ci sono state aperture, da domani si ricomincia a discutere.

Vittoria Puledda
(da “La Repubblica”)

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