Luglio 29th, 2012 Riccardo Fucile
L’ILVA NON RISPONDE SUI SOLDI CHE INVESTIRA’ PER LA BONIFICA DELLO STABILIMENTO DI TARANTO
Basta una domanda, e una risposta che non arriva, che la Taranto avvelenata a morte da fumi, diossine e polveri sottili aspetta da anni, per mettere in difficoltà il colosso dell’acciaio, l’Ilva.
Dottor Bruno Ferrante, ci dice quanti soldi investiranno l’Ilva spa e la famiglia Riva per le bonifiche e il risanamento dello stabilimento?
“La domanda è precisa, ma non può avere una risposta altrettanto precisa. Perchè non è ancora chiaro quali misure bisogna adottare e soprattutto chi le deve prendere”. Fine.
Questo sa dire il presidente dell’Ilva (ex vicecapo della Polizia, ex prefetto ed ex candidato del Pd alla carica di sindaco di Milano) a una città in ginocchio.
Nessun riferimento neppure a quei 7 milioni e 200 mila euro che il ministro Clini e il governo indicano come parte dei 336 milioni di investimenti del protocollo per Taranto, messi a disposizione da fantomatici “privati”.
La città era isolata dal resto d’Italia. Sconvolta dai blocchi stradali che fino a notte fonda hanno impedito l’accesso e l’uscita dalle mura, con i nervi a fior di pelle e con migliaia di operai in sciopero.
Certo, l’uomo scelto dalla famiglia Riva per rifare l’immagine all’Ilva, assicura che l’azienda non abbandonerà Taranto, che penserà ai lavoratori, ma manda anche una serie di messaggi alla magistratura e ai giudici del Tribunale del riesame che il prossimo 3 agosto dovranno riconsiderare arresti di manager e vertici dell’azienda e sequestro di parte dello stabilimento. “In questi anni noi abbiamo applicato le norme a nostra conoscenza, la magistratura va oltre le attuali disposizioni legislative. L’Ilva chiede un quadro normativo chiaro”.
Nessuna risposta alle raccapriccianti accuse lanciate in mattinata dal procuratore generale di Lecce Giuseppe Vignola: “L’Ilva mentre di giorno rispettava le prescrizioni, di notte le violava. E ora l’azienda non può limitarsi a fare una imbiancata o interventi di facciata”.
Povera Taranto uccisa da 60 anni di veleni.
Leggete i dati del professor Francesco Forastiere, perito della procura, sulle morti negli ultimi 13 anni per le emissioni dello stabilimento.
Sono 386,30 ogni 12 mesi, il 4% dei decessi.
Numeri, uomini e donne, famiglie in lutto.
E tarantini che di notte guardano terrorizzati i fuochi sprigionati dal mostro.
“Durante le ore notturne si ha l’impressione di assistere a esplosioni che liberano fumo e fiamme in grado di illuminare l’area e i manufatti circostanti”.
Non è un passo tratto da Blade Runner, ma è lo scenario che emerge dalla relazione dei carabinieri del Noe sui veleni dell’Ilva.
E poveri operai. Gli invisibili, li chiamavano. Vittime certe del mondo Ilva, oggi additati come untori.
Si sono ripresi la parola e hanno rivelato verità scomode.
Irrompono nella sede della Fondazione Ilva, zeppa di telecamere e giornalisti, dove Ferrante tiene la sua conferenza stampa e parlano.
“Il 30 marzo (quando gli operai manifestarono contro i magistrati, ndr) ci avete pagato la giornata e i pullman per andare alla manifestazione. Oggi abbiamo scioperato, ma voi avete continuato a produrre, avete fatto 23 colate di acciaio al posto delle solite 18. Che gioco state facendo?”.
Silenzio imbarazzato e fine della conferenza stampa.
Eppure in mattinata gli operai avevano chiesto risposte nette e chiare.
Ottomila di loro alle 7 del mattino erano già nel piazzale dello stabilimento. Sul palco i tre segretari generali di Fiom, Uilm, e Fim. “Governo, istituzioni e Ilva devono prendere decisioni chiare e mandare messaggi netti”, è l’esordio di un Maurizio Landini più volte interrotto dagli applausi. “Noi siamo interessati a continuare a lavorare, ma in condizioni di sicurezza. Noi siamo in prima fila nella lotta per il risanamento ambientale. Cara Ilva, il tempo delle furbizie è finito, diteci quanti soldi volete investire per bonifiche e risanamento”.
Sul piazzale volti di operai giovani di una fabbrica dove il tasso di sindacalizzazione è molto basso.
Solo 5mila iscritti, 3500 della Uilm, 1.300 della Fim-Cisl, 1.100 della Fiom.
E tanta rabbia. Quando parla Rocco Palombelli, sindacalista di queste parti che ha fatto carriera nella Uilm, lo sommergono di fischi.
“Mi ritengono un traditore — ci dice —perchè sono andato a Roma”
. “La nostra rabbia è sacrosanta, qui il rischio è di fare la fine dell’Italsider di Bagnoli, a Napoli: diventare un deserto di disoccupati”, si sfoga un operaio.
“L’Ilva è un corpo senza testa”, ci dice Giovanni Lippolis. “Se fallisce questa fabbrica, in Italia rimane solo Marchionne”, profetizza Mauro Liuzzi.
Mentre parlano con noi le loro parole vengono coperte dagli ordini di un delegato di fabbrica. Si occupa Taranto. “Compagni blocchiamo tutto. Gli operai dei tubifici vanno a Statte. Agglomerati, rivestimenti e appalti, sulla Statale 106…”.
Gli operai sanno cosa fare e dove andare e Taranto si ferma. Lo sciopero è finito alle 7 del mattino, gli “invisibili” dell’Ilva torneranno in piazza il 2 agosto.
Il giorno dopo il Tribunale del Riesame dovrà dire una parola definitiva sugli arresti di Riva padre e figlio, dei manager e soprattutto del sequestro di parte della fabbrica.
Enrico Fierro
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 28th, 2012 Riccardo Fucile
UNA LISTA DI 1500 EX DIPENDENTI PRONTI A ESSERE RICHAMATI AL LAVORO
L’industria tedesca continua a girare a pieno regime, ma a scarseggiare è la
manodopera, così sempre più aziende fanno tornare in fabbrica i pensionati.
La Bild rivela che il gruppo Bosch ha una lista di 1500 ex dipendenti, tra ingegneri, tecnici e operai specializzati, che possono essere richiamati in azienda in qualunque momento.
Solo l’anno passato la Bosch ha dovuto far ricorso a 600 suoi ex dipendenti, per un totale di 55mila giornate lavorative.
Un portavoce ha spiegato che «rispetto ad esperti esterni gli ex dipendenti Bosch hanno il vantaggio di reinserirsi molto presto, poichè conoscono le strutture interne».
Tra i pensionati richiamati in servizio figura anche Fritz Baumann, 66 anni, il quale spiega che «un mese dopo essere andato in pensione mi hanno chiesto se volevo andare in Russia come consulente. Ho accettato immediatamente».
Il colosso tedesco della distribuzione «Otto Group» ha addirittura fondato un’affiliata per reclutare in maniera sistematica gli ex dipendenti, da impiegare ciascuno su un progetto specifico per un massimo di 50 giorni all’anno.
Bild scrive che anche Volkswagen, Airbus, Daimler, Bayer e Fraport, la società che gestisce l’aeroporto di Francoforte, fanno ricorso ai loro ex dipendenti per le mansioni più varie.
Una portavoce della Volkswagen ha dichiarato che 13 pensionati fanno da guida a 20mila visitatori all’anno nella fabbrica di Hannover.
Un sondaggio effettuato presso le aziende tedesche ha mostrato che gli ex dipendenti sono particolarmente apprezzati per la loro esperienza, la disciplina di lavoro e per la lealtà nei confronti dell’azienda.
( da “il Corriere della Sera”)
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Luglio 25th, 2012 Riccardo Fucile
SANZIONI PER CHI NON RISPETTA I TEMPI…L’EMENDAMENTO AL DECRETO SVILUPPO
Tempi duri per il pubblico dipendente che non completi un procedimento nei tempi
prescritti.
Un emendamento al decreto Sviluppo, presentato dai relatori Alberto Fluvi (Pd) e Raffaello Vignali (Pdl) con il parere favorevole del governo e approvato in commissione, introduce il suo immediato deferimento ai fini della valutazione che conduce alla sanzione.
Un inasprimento di quanto già previsto dal decreto Semplificazioni di febbraio, che aveva innovato introducendo la figura del dirigente con potere sostitutivo nei confronti del dipendente che non rilasci atti nei tempi previsti.
Un sostituto attivabile dal cittadino con denuncia.
La norma di cinque mesi fa stabiliva che, a fine anno, il dirigente dovesse tirare le somme rispetto ai dipendenti ritardatari, facendo scattare le sanzioni.
Ora l’emendamento al decreto accelera i tempi.
Prima di tutto prevede che il nome del dirigente con poteri sostitutivi sia ben visibile nel sito istituzionale dell’amministrazione di appartenenza.
Ma soprattutto aggiunge che lo stesso dirigente, in caso di termini non rispettati, «comunica senza indugio il nominativo del responsabile (del ritardo, ndr), ai fini della valutazione dell’avvio del procedimento disciplinare secondo le disposizioni del proprio ordinamento e dei contratti collettivi nazionali di lavoro».
Se non lo fa, diventa a propria volta responsabile dell’inottemperanza.
«Le imprese sono scappate dall’Italia non per le tasse e nemmeno per l’articolo 18 ma per i tempi lunghi della nostra pubblica amministrazione» commenta Vignali.
Di lavoro pubblico si parlerà nell’incontro con i sindacati sui tagli della spending review convocato dal ministro competente Filippo Patroni Griffi.
I sindacati cercheranno di capire quali criteri saranno utilizzati per i tagli del 10% del personale (20% per la dirigenza) entro ottobre.
Ma quello che le sigle vorrebbero sapere travalica i confini dell’attuale decreto di revisione della spesa.
La notizia fatta circolare ieri mattina da Confesercenti, e accolta dalle proteste di Spi-Cgil, di un taglio delle tredicesime dei dipendenti pubblici e dei pensionati, è stata smentita dal ministro che ha detto di averla sentita dai media.
Ciò non toglie che tra i sindacati ci sia allarme.
In sede di elaborazione del decreto che attualmente è al Senato, si era parlato di varie misure: dal blocco degli integrativi alla proroga di quello delle assunzioni, al congelamento delle tredicesime appunto, e a riduzioni stabili, in percentuale, degli stipendi, fino al taglio del 10% dei distacchi sindacali.
Poi di tutte queste misure non si è fatto più niente ma i sindacati temono che qualcuna finisca per entrare nel secondo atto della spending review.
Forse la sortita di Confesercenti è servita a scongiurare l’ipotesi, ma solo nell’immediato: si dice che il governo abbia chiesto a chi di competenza di conteggiare i risparmi relativi a un eventuale taglio delle tredicesime, sugli stipendi e sulle pensioni dei dipendenti pubblici (solo queste ultime valgono quasi 5 miliardi).
Intanto il leader della Cisl, Raffaele Bonanni, insiste nel chiedere un patto sociale per governare la crisi.
«Un patto ci vorrebbe – ha commentato ieri il segretario della Uil, Luigi Angeletti – ma questo esecutivo ha già dichiarato che intende governare sino alla primavera del 2013 avendo come unico interlocutore il Parlamento».
Antonella Baccaro
(da “Il Corriere della Sera“)
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Luglio 25th, 2012 Riccardo Fucile
A TALE CIFRA AMMONTA IL RISARCIMENTO FISSATO DALL’INPS CHE SI DIFENDE: “LA RETRIBUZIONE BASSA NON CONSENTE RISARCIMENTI ELEVATI”…. LA MADRE: “E’ UNA QUESTIONE DI DIGNITA'”
Millenovecentotrentasei euro e ottanta centesimi. 
Questa la cifra che compare sull’assegno consegnato a Paola Armellini.
Ovvero la mamma di Matteo, il tecnico romano di 32 anni che morì tra il 4 e il 5 marzo a Reggio Calabria, mentre stava montando il palco di Laura Pausini.
«L’unica certezza fino ad adesso è che la vita di mio figlio non vale neanche duemila euro».
«È UNA QUESTIONE DI DIGNITA’»
La donna è ovviamente molto amareggiata da un risarcimento che deve sembrarle insultante. «Vorrei una spiegazione, non tanto per i 1936,80 euro, ma perchè mio figlio è morto sotto un palco e nell`oggetto del pagamento c`è scritto “risarcimento per infortunio e malattia professionale”.
“È un problema di dignità , Matteo non aveva ancora cominciato a lavorare, gli è caduta in testa tutta la struttura. Non voglio, non ci sto che la morte di mio figlio venga liquidata così».
«NESSUNA COPERTURA ASSICURATIVA»
Paola Armellini non sembra farne una questione puramente personale, la morte di suo figlio deve rimettere in discussione tutto il sistema, spesso nebuloso, che regola l’industria della musica dal vivo: «Bisogna rivedere il modo in cui viene gestito il lavoro dei ragazzi che collaborano all`allestimento dei palchi, non hanno alcuna copertura assicurativa. Ai miei tempi, un sindacato non avrebbe mai permesso una cosa del genere» .
PAUSINI «TURBATA» MA NON PARLA
E la Pausini? La notizia dell’esiguo risarcimento l’ha raggiunta mentre si sta preparando al concerto con Pino Daniele a Napoli.
Dal suo staff filtra che la cantante sarebbe “turbata”, ma non ha intenzione di commentare la vicenda e desidera attenersi a un rigoroso silenzio stampa.
«È UN ANTICIPO»
E’ intervenuto anche Giuseppe Lucibello, direttore generale dell’Inail puntualizzando che «quei soldi non sono un risarcimento ma un anticipo dell’assegno funerario».
Così il direttore generale dell’Inail, Giuseppe Lucibello, costretto però a riconoscere che «la retribuzione molto bassa del ragazzo non consente di immaginare risarcimenti consistenti.
“Con le attuali leggi, l’Inail risarcisce quello che può ma ha avanzato più volte proposte per meglio tutelare i più giovani».
Perchè la vita di un giovane non può, non deve valere millenovecentotrentasei euro e ottanta centesimi.
Matteo Cruccu
(da “Il Corriere della Sera”)
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Luglio 24th, 2012 Riccardo Fucile
L’ALLARME DELLA CISL: VIA UN OPERAIO SU DIECI… PRODUZIONE IN CALO DEL 20,5%
L’industria, negli ultimi cinque anni, ha perso un posto di lavoro ogni dieci: dal primo trimestre del 2007 ai primi tre mesi di quest’anno se ne sono andati a casa, o stanno per andarci, 675.000 dipendenti.
La crisi si è mangiata il 10 per cento dell’occupazione in quello che resta – edilizia compresa – il settore che produce un quarto del Pil nazionale.
A fare i conti è la Cisl, che nel suo rapporto annuale sull’andamento del comparto ha messo insieme la perdita secca dei 473.640 lavoratori già licenziati, con i 201.096 a zero ore che già sono in cassa integrazione speciale o in deroga e che quindi con molta probabilità resteranno fuori dalle aziende.
La somma, messa a confronto con gli oltre 7 milioni di occupati che il settore garantiva nel 2007, corrisponde ad un 10 per cento di posti saltati in aria dall’inizio della crisi.
Nello stesso periodo, la produzione si è ridotta del 20,5 per cento, gli ordinativi del 17,9 e il fatturato (in termini correnti) del 4,5.
Hanno tenuto le esportazioni, ma l’edilizia è andata molto sotto la media: «Il settore, invece, va sostenuto perchè come indotto ne regge altri sessanta» dice la Cisl.
Parla poi da sola la parabola delle ore di cassa integrazione autorizzate che, secondo il rapporto, tra il 2007 e il 2011 (considerando assieme l’industria e l’edilizia) sono aumentate del 315,9 per cento, con un’esplosione della cassa in deroga, passata dal 7,4 al 14 per cento.
Il quadro – costruito grazie ad un’indagine a tappeto sul territorio – segna anche la mappa della crisi industriale: in difficoltà – per numero di lavoratori colpiti – sono soprattutto Lombardia, Piemonte, Umbria, Lazio, Abruzzo, Campania, Puglia, Basilicata e Sardegna.
Una situazione allarmante, dice il sindacato, dal quale si può uscire solo riconsiderando le scelte di governo fin qui fatte in moda da sventare la «spirale recessiva in cui in Paese si sta avvitando ».
Bisogna «rimettere sul tavolo» quella politica di concertazione che solo qualche giorno fa il premier Monti ha definito come fonte di molti «mali» del passato.
Per Raffaele Bonnanni, leader della Cisl, l’alternativa è invece una sola: «Un nuovo, fortissimo patto sociale sul modello di quello del ’93, un accordo per affrontare quest’economia di guerra».
«Purtroppo non c’è ancora consapevolezza che dalla crisi si esce solo giocando sui due capisaldi che ci restano: l’industria e i servizi avanzati – ha detto – Non siamo la Spagna, abbiamo fondamentali più solidi, dobbiamo difenderli e valorizzarli, invece qui si continua a parlare solo di tagli, degli handicap strutturali non gliene frega a nessuno ».
Il governo – chiede la Cisl – «si faccia vivo rispolverando il dossier sull’industria. E’ possibile che tutto il lavoro per uscire dalla crisi sia quello semplice e crudo dei tagli della Ragioneria? ».
L’emergenza di un patto sociale, secondo Bonanni, è tanto più evidente quanto più avvolgente è «l’attacco speculativo, lo sciacallaggio in corso fatto apposta per portarci via i nostri gioielli: a Monti diciamo che il tempo è scaduto, deve convocarci subito».
Luisa Grion
(da “La Repubblica“)
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Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile
NELLA RIVIERA ROMAGNOLA GIOVANI LAVORATORI COSTRETTI A TURNI MASSACRANTI E MAL PAGATI
Sono giovani, con un’età che arriva nella maggior parte dei casi ai 40 anni. 
E sono sia italiani che stranieri, un esercito di lavoratori in nero (in toto o in parte) che, nel comparto del turismo sulla riviera romagnola, condividono situazioni analoghe, con paghe orarie che variano dai 3 ai 4 euro e turni che possono raggiungere le 15 ore al giorno (per tutti tra le 80 e le 90 ore a settimana).
Per Patrizia Rinaldis, presidente dell’Associazione italiana albergatori (Aia) di Rimini, sono “casi limite che non rispecchiano il nostro turismo”.
Per altri, invece, il “lavoro gravemente sfruttato è un fenomeno talmente epidemico che non possiamo segnalare un datore di lavoro piuttosto di un altro: lo fanno tutti”.
Ad affermarlo sono due realtà che da anni lavorano a fianco degli stagionali.
Sono il comitato Schiavi in Riviera e l’associazione Rumori Sinistri che nelle settimane scorse hanno collaborato con il consigliere riminese Fabio Pazzaglia della lista Fare Comune a un’interpellanza contro lo schiavismo nel turismo.
Scopo è quello di arrivare a settembre a un consiglio comunale tematico in cui trovino spazio le voci dei lavoratori, quelle che denunciano condizioni di mancato rispetto dei contratti nazionali di categoria e un uso “disinvolto” di strumenti ad hoc, come i contratti a chiamata.
“Parlare di questo argomento in riviera è difficile”, dice Pazzaglia.
“Si pensi che a Rimini ci sono 40 vigili che devono controllare gli ambulanti abusivi e solo 2 che invece devono occuparsi delle condizioni dei lavoratori in alberghi, ristoranti o impianti balneari”.
Gli ispettori del lavoro che girano sono 23, “ma non sempre sono nelle condizioni di rilevare reali abusi da parte dei titolari degli esercizi”, spiega Marco, uno degli attivisti di Schiavi in Riviera.
Trentatreenne, conosce bene il settore dato che “ho cominciato a lavorare come stagionale a 15 anni e ancora oggi ho bisogno di arrotondare per arrivare a fine mese. Così la sera faccio il cameriere”.
Marco ha iniziato nel 2008 a “fare squadra” con altri colleghi — oggi il gruppo è composto da una decina di attivisti e da un centinaio di sostenitori — e spiega che per “aggirare i controlli, i lavoratori sono istruiti a dire che è il loro primo giorno, hanno preso servizio da un’ora o da due e che non conoscono nessuno degli altri”.
Il meccanismo, secondo gli attivisti romagnoli, è quello dell’abuso del contratto a chiamata, conosciuto anche come contratto di lavoro intermittente.
“Avvalendosi male di questo strumento”, prosegue il giovane romagnolo, “i versamenti contributivi sono quasi inesistenti, non si ha diritto a indennità di disoccupazione e si può essere licenziati facilmente”.
E come se non bastasse, nel pieno della stagione, si viene “chiamati” tutti i giorni. Mauro, 19 anni, vive a San Mauro Mare e da quando ne aveva 14 d’estate fa il barista nei bar sulla spiaggia o in birrerie la sera.
“Succede che possa lavorare ben oltre i giorni pattuiti e vengo avvertito all’ultimo momento. Ma può succedere anche il contrario: se c’è maltempo mi dicono via sms che me ne posso stare a casa. Il messaggio può arrivare alle 7 del mattino, dopo che ho lavorato fino alle 2 e che mi sono già svegliato per riprendere. Quest’anno ho fatto un colloquio in un pub: volevano che lavorassi tutte le notti senza contratto per una paga di 3 euro all’ora. Ho rifiutato”.
Claudio di anni ne ha 24, è di origine campana ma vive da tempo a Rimini e fa il cameriere in una pizzeria. “Il contratto a chiamata per me vale sempre, prendo un migliaio di euro al mese e in una settimana posso fare fino a 90 ore”.
L’unica storia, tra quelle raccolte, con un esito positivo è quella Tommaso, 26 anni, un ragazzo riminese che lavora nel salvataggio. “Prima ero in un officina meccanica”, dice, “e quando sono rimasto disoccupato ho pensato di fare la stagione. Mi hanno preso ufficialmente per 6 ore e 20 minuti al giorno. Invece ne facevo almeno 8 e quando ho avuto un lutto in famiglia i miei datori di lavoro stentavano a lasciarmi i giorni per il funerale e per stare con i parenti. Allora ho iniziato a informarmi sui miei diritti e ho minacciato una vertenza. A quel punto mi hanno regolarizzato e regolare lo sono ancora oggi. Ma non tutti nel mio impianto lo sono”.
Laura, 40 anni, oggi fa la guida turistica, ha un contratto come si deve, ma del suo precedente lavoro in un hotel di Rimini non ha mai visto neanche un soldo.
“Ero regolarizzata per il 30% di quello che in realtà lavoravo, il restante stipendio mi veniva dato in nero. All’inizio ho accettato perchè avevo bisogno di denaro, ma poi passa il primo mese e non mi pagano, passa il secondo e la situazione è la stessa. A quel punto mi sono rivolta a chi poteva assistermi nell’avere quello che mi spettava. Durante una manifestazione davanti all’albergo, però, con sono stata aggredita a parole e non solo”.
Quello del passare dall’abuso contrattuale all’aggressività verbale e fisica è un nodo che segnala anche Manila Ricci dell’associazione Rumori Sinistri.
“Il problema è nel complesso così grave che non possiamo più gestirlo come gruppo di volontari. Sta dunque partendo una campagna che prevede anche l’attivazione di una linea telefonica perchè i lavoratori para-schiavizzati vanno oltre la stagione estiva e c’è un bisogno costante di supporto specialistico. Occorre rompere il meccanismo di omertà e il sistema del lavoro schiavistico del turismo”.
Un sistema che, se per gli italiani è drammatico, lo è ancora di più per gli stranieri, soprattutto donne comunitarie che arrivano dalla Romania.
I migranti sono sotto ricatto anche per il posto letto compreso nel “pacchetto” lavorativo (se protestano, l’alloggio rischia di saltare) e nel 2011 l’associazione Rumori Sinistri ha ricevuto 198 persone allo sportello antisfruttamento.
Di queste 174 erano romene e 142 hanno pagato agenzie di intermediazione italiane con uffici nei Paesi d’origine.
Il prezzo per lavorare a condizioni estreme in Italia si aggira sui 600 euro per i cittadini comunitari, ma può arrivare a 1700 per chi viene da nazioni extra Unione europea.
Quattro di queste lavoratrici, tutte romene, hanno però reagito e attraverso l’associazione hanno ottenuto il supporto di un avvocato romagnolo, Raffaele Pacifico, che in tarda primavera ha presentato una denuncia alla procura della Repubblica di Rimini per riduzione in schiavitù e mobbing.
“Ho raccolto i loro racconti in lingua originale e poi li ho fatti tradurre”, spiega il legale.
“Sono racconti crudi che parlano di avanzi di cibo da mangiare con gli animali domestici dei titolari degli alberghi, di giorni di riposo mai concessi e di assenze per malattia negate. Avendo pagato per venire in Italia a lavorare, queste lavoratrici non potevano tornare nel loro Paese prima della fine della stagione. Ora i magistrati sono in fase istruttoria e stanno valutando tutta la documentazione che ho allegato alla denuncia, certificati medici compresi”.
Mentre il consigliere Pazzaglia e le associazioni di lavoratori chiedono che si arrivi a un “certificato di qualità ” che attesti il rispetto degli operatori del settore per contratti e condizioni di lavoro, l’Aia respinge le accuse e dice che non si tratta di una situazione generalizzata.
“Casi ce ne sono”, spiega ancora la presidente De Rinaldis. “Il figlio di una mia collaboratrice, per fare il bagnino, ha preso 50 euro per dieci giorni, è una vergogna, prenderei chi lo ha trattato così a calci nel sedere”.
La rappresentante degli albergatori è in realtà ancora più esplicita quando parla di questo episodio, ma aggiunge riferendosi al comparto: “Vorrei andare io dai sindacati a dire che c’è personale in eccesso che non fa niente e che rifiuta di spostarsi per esempio dalle cucine ai piani se in cucina non c’è nulla da fare e invece serve una mano altrove”.
E insiste a parlare di “situazioni limite, da non difendere, certo, ma comunque marginali”.
Ma limite o meno che siano queste situazioni, i lavoratori sfruttati potrebbero bussare alla porta dell’Aia trovando un interlocutore che intervenga per sanare ciò che sano non è?
“Non è questo il nostro lavoro”, risponde Patrizia De Rinaldis. “Ci sono delle regole che devono essere rispettate, ma sono altri gli organi che lo devono fare. Personalmente faccio convegni e corsi per ribadire quali sono queste regole. Le verità è che noi per primi subiamo la concorrenza sleale di chi sfrutta i lavoratori usando forme di flessibilità estreme che mettono a rischio a 80 mila posti di lavoro nel settore”.
Antonella Beccaria
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 19th, 2012 Riccardo Fucile
NELL’ULTIMA STAGIONE DI RACCOLTA SONO STATI OLTRE 2.000 I MIGRANTI IMPIEGATI COME BRACCIANTI… IL 30% VIVE CON MENO DI 50 EURO AL MESE E IL 60% IN ATTESA DI PROTEZIONE INTERNAZIONALE
Nell’ultima stagione di raccolta degli agrumi sono stati oltre 2000 (dati della Prefettura con altre fonti ufficiali) i migranti impiegati come braccianti nella Piana di Rosarno.
Tutti uomini principalmente provenienti dall’Africa subsahariana (il 22% dal Mali, seguono il Senegal con il 15%,Guinea con il 13%, e la Costa d’Avorio con quasi il 12%), con un’età media di 29anni (la fascia d’età degli over 31 è preponderante con il 46% dei lavoratori).
E senza permesso di soggiorno: il 72%, infatti è irregolare contro il 28% dei regolari. Inoltre la quasi totalità degli intervistati ha lavorato in nero (90,7%).
Lo dice il Dossier Radici/Rosarno, un monitoraggio effettuato nel periodo autunno-inverno 2011/12, da Fondazione IntegrA/Azione e Rete Radici.
Il volume, che ha indagato le condizioni lavorative, abitative e sanitarie e il livello di integrazione dei migranti, è stato presentato oggi a Roma.
Status giuridico.
Secondo il rapporto l’80% della popolazione immigrata a Rosarno e dintorni ha avanzato domanda di protezione internazionale.
Tra quelli che sono riusciti a ottenere il riconoscimento, e dunque hanno concluso il loro iter burocratico, però, la maggior parte resta incastrato in un limbo giuridico che compromette la qualità della vita, fatto di attese (3,3%), dinieghi (54,2%) e ricorsi (3,3%).
“È provata la difficoltà degli stranieri a comprendere il complesso coacervo di leggi che li riguarda. Addirittura risulta incomprensibile la logica stessa del sistema che li obbliga in una zona grigia più che rischiosa — si legge nel testo -.
Inutile dire infatti, quanto una condizione del genere renda fragile un individuo, soprattutto se richiedente asilo o in attesa del ricorso, rispetto a casi di sfruttamento lavorativo e capacità personali di pianificare alternative.”
Il documento in loro possesso, infatti, non è spendibile per l’ottenimento del lavoro: in sostanza, non possono lavorare e dunque essere assunti regolarmente, non hanno diritti e, di conseguenza, diventano ricattabili, merce a basso costo sul mercato del caporalato, manodopera d’occasione.
“È proprio la burocrazia lenta e farraginosa a imprigionarli in un girone infernale dal quale non sempre è facile uscire — continua – Senza documenti, i migranti semplicemente non esistono, spesso però il migrante partito e arrivato in Italia è l’unico che possa provvedere al sostentamento della famiglia nel Paese d’origine”.
Lavoro.
Ben il 90,7% degli intervistati lavora in nero (contro il 75% dello scorso anno): dalle ispezioni effettuate dalla direzione provinciale del Lavoro di Reggio Calabria in tutta la Piana di Gioia Tauro, infatti, su un totale di 1082 posizioni lavorative verificate, solo il 9% riguarda cittadini extracomunitari.
I salari del 55,6% dei campesinos si aggirano tra i 20-25 euro per 8-10 ore lavorative al giorno (contro il 76,37% dello scorso anno) e aumentano i lavoratori pagati “a cassetta” (37,4% contro il 10,44% dello scorso anno), con un prezzo standard di 1 euro a cassetta per i mandarini e 0,50 euro per le arance.
Mediamente il 60% di loro riesce al lavorare dai 3 ai 4 giorni a settimana, ma una percentuale consistente di braccianti, e cioè il 24,7%, lavora meno di 2 giornate a settimana.
Secondo l’indagine l’87% degli stagionali svolgeva lavori manuali nel paese d’origine, ma con una grande varietà professionale: a raccogliere le arance di Rosarno sono sarti, meccanici, saldatori e elettricisti.
Ma anche ragazzi che nel loro paese erano studenti, poliziotti, agenti assicurativi, politici locali e soldati dell’esercito.
Arrivare a Rosarno ha significato livellarsi all’unica domanda di lavoro possibile e perdere la propria specificità .
Caporalato.
Il caporalato resta un’abusata modalità d’ingaggio.
Sebbene infatti la metà degli intervistati ha dichiarato di trovare lavoro in piazza, ben il 20% dichiara di trovare lavoro tramite un “kapò migrante” (quasi il 5% tramite un kapò bianco), ovvero una figura di intermediario tra il gruppo degli africani e i datori di lavoro.
“La figura del caporale, va detto, è cambiata nel corso degli anni per via anche del ruolo fondamentale di mediazione culturale che figure interne alle comunità straniere possono assumere per via della conoscenza della lingua italiana — sottolinea il rapporto – . I kapò provvedono a fornire l’ingaggio e spesso trattengono una percentuale della paga giornaliera che si attesta tra i 2,5 e i 4 euro a lavoratore”.
La figura del kapò è cruciale anche quando si analizzano le modalità di spostamento per raggiungere il posto di lavoro: il 26% ricorre ai loro mezzi, naturalmente a pagamento.
Qualità della vita.
Un migrante su due spedisce parte dei guadagni alle famiglie lasciate nei paesi d’origine.
Il 37,6% dichiara di vivere con nulla o molto poco (da 0 a 50 euro a settimana), con alloggi di fortuna, come i casolari abbandonati senza acqua nè luce nè gas e mangiando alle mense della Caritas.
Sono pochi quelli che riescono a vivere con più di 100 euro a settimana (2,7%) e pochissimi coloro che vivono con 200/300 euro al mese (il 17,4%).
Ne consegue, inevitabilmente, soluzioni di alloggi di fortuna in condizioni igienico sanitarie spaventose, una dieta alimentare insufficiente e squilibrata e la mancanza di prevenzione, che aggiunte a un’attività lavorativa sfiancante, determina un precario stato di salute.
Infezioni alle vie respiratorie (dovute in molti casi all’uso di sostanze chimiche nei campi), aggravate dal freddo e dal fumo dei fuochi accesi per riscaldarsi, disturbi dell’apparato gastrointestinale per via di diete povere e dall’utilizzo di acqua non potabile e malattie infettive rendono questi lavoratori affetti da un numero elevato di patologie professionali.
(da “Redattore Sociale“)
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Luglio 16th, 2012 Riccardo Fucile
MA LA VERA CONQUISTA E’ POTERLO DIRE
Le donne più intelligenti degli uomini?
Se dovessimo ragionare in termini di “guerra tra i sessi”, lo studio sul QI realizzato da James Flynn darebbe ragione a chi, da tempo, si batte per il riconoscimento della superiorità femminile.
Le donne sono da sempre le migliori. Solo che per secoli non hanno avuto la possibilità di mostrarlo. Scienza docet.
Peccato che la scienza abbia spesso preteso l’esatto contrario.
E che ancora nel 2005, una ricerca della Manchester University mostrasse che il QI maschile fosse in media più alto di 5 punti di quello femminile.
Peccato soprattutto che, ancora oggi, si strumentalizzi la scienza per mostrare la presunta superiorità di un sesso sull’altro, invece di cercare di capire in che modo si possa eventualmente sviluppare l’intelligenza di un essere umano, poco importa se uomo o donna.
Perchè ormai sono tanti i ricercatori che lo riconoscono: l’intelligenza non è qualcosa di statico.
Il QI umano evolve, cresce o diminuisce a seconda degli stimoli dall’esterno o, per dirla in termini filosofici, a seconda del “riconoscimento” che ci viene dato fin dalla più tenera età .
Certo, anche per l’intelligenza, come per le caratteristiche fisiche, esiste una base genetica.
Ma è sempre e solo all’interno di un contesto socio-culturale che il QI aumenta o si atrofizza.
Come poteva una donna nel passato mostrare le proprie capacità , consolidarle e svilupparle quando non poteva far altro che accettare di essere un “angelo del focolare”?
Oggi, la condizione femminile è notevolmente cambiata.
E anche se resta ancora molto da fare, sono sempre più numerose le donne che occupano posizioni di rilievo e di responsabilità .
Esattamente come gli uomini.
Perchè allora affidarsi alla scienza per rivendicare una superiorità di cui, in fondo, non si ha alcun bisogno?
Quando usciremo dalla “guerra dei sessi” per cooperare tutti insieme, donne e uomini, alla costruzione di una “società decente”, come scrive il filosofo israeliano Margalit, in cui nessuno si senta umiliato?
Michela Marzano
(da “La Stampa”)
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Luglio 11th, 2012 Riccardo Fucile
NEL RAPPORTO ANNUALE SUL MERCATO DEL LAVORO DEGLI IMMIGRATI DEL MINISTERO EMERGE CHE GLI OCCUPATI ITALIANI SONO INVECE DIMINUITI DI 75.000 UNITA’
Nell’ultimo anno gli occupati stranieri, comunitari e non, sono aumentati di circa 170mila unità , nonostante la crisi, contro una riduzione degli occupati italiani di ben 75 mila unità , ma il tasso d’occupazione per italiani e stranieri resta negativo.
È quanto rileva il Secondo Rapporto Annuale sul mercato del lavoro degli immigrati presentato durante una conferenza stampa presso il ministero del Lavoro a Roma. Nonostante il periodo difficile per il mondo del lavoro, spiega il rapporto, gli occupati comunitari ed extracomunitari hanno conosciuto un incremento in termini assoluti equivalente rispettivamente di +42.780 e +127.419 unità .
Un dato che rispecchia l’andamento degli ultimi tre anni, dove “il numero di occupati a livello generale ha conosciuto nel caso degli italiani, un decremento costante pari a -1,6% punti nel 2010 e a -0,4 punti percentuali nel 2011. Nettamente difforme la variazione tendenziale osservata nel caso dei cittadini stranieri. Per la componente Ue si registrano un +16,3% nel 2010 e un +6,1% nel 2011; nel caso degli extracomunitari l’andamento è ugualmente positivo ma con dinamica crescente, passando da +6,6% del 2010 a 9,2% del 2011”.
Una dinamica che però appare difforme se si guarda il tasso di occupazione. “L’indicatore in questione — spiega il rapporto — per l’arco temporale considerato presenta performance sostanzialmente negative per tutte e tre le componenti analizzate. La mancanza di sincronicità tra le dinamiche del tasso di occupazione e del numero di occupati e spiegabile in ragione del fatto che, nel caso degli stranieri, la popolazione è cresciuta ben più del numero dei lavoratori (nell’ultimo anno i cittadini Ue di 15 anni e oltre sono aumentati di quasi 9 punti e gli extra Ue di quasi 10) e questo ha dato luogo ad una diminuzione del tasso di occupazione nel triennio 2009-2011”.
(da “Redattore sociale“)
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