Aprile 21st, 2012 Riccardo Fucile
FUORI DAL LAVORO DOPO DUE ANNI DI MOBILITA’
Nei tavoli di confronto con il sindacato, l’eventualità era finora passata solo per allusioni ma ieri, con un’intervista sul quotidiano Avvenire, il ministro della Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, è stato netto: il governo licenzierà anche gli statali.
Arrivando fino a dove non era arrivato Brunetta.
Le forme saranno mediate, ovviamente, ma la sostanza resta e tutto quanto dovrà avvenire già entro l’estate.
Il ministro vuole varare la sua riforma entro metà maggio e del resto, la riforma del Lavoro, che è già all’esame del Parlamento, è stata fatta in modo da recepire, all’articolo 2, una legge delega.
A quanto pare la riforma è già avanti nel suo punto più cruciale, quello del licenziamento del pubblico impiego. “Spero che capiscano tutti, anche i sindacati” dice il ministro al quotidiano cattolico.
“Devono accettare il meccanismo di mobilità obbligatoria per due anni che già esiste ma che ancora non è stato attuato. Devo farlo perchè le amministrazioni pubbliche vanno riorganizzate anche per attuare la spending review sulla spesa pubblica”.
La procedura, in effetti, è già prevista nella norma attuale che prevede la messa in mobilità , per 24 mesi e all’85 per cento dello stipendio, del personale dichiarato in esubero.
“Prima proveremo a vedere se quel personale, riqualificato, potrà essere utilizzato meglio in altri settori” spiega Patroni Griffi, “poi, solo se alla fine non si troveranno alternative, l’unica strada rimarrà quella del licenziamento”.
Nessuno crede, però, che quella ricollocazione in un settore già gravato da tagli e riduzioni consistenti possa essere trovata. Inoltre, il meccanismo si inserisce dentro una riforma complessiva del lavoro che vede, per la prima volta dopo 40 anni, la revisione dello stesso articolo 18 realizzando, come dice lo stesso ministro, “la maggior convergenza possibile con il settore privato”.
La risposta sindacale, contraria ai licenziamenti, non è stata particolarmente furibonda. Cgil, Cisl e Uil hanno messo le mani avanti rispetto alle dichiarazioni di Patroni Griffi ma senza mettere in discussione il tavolo di confronto.
Il segretario della Funzione pubblica della Cgil punta il dito sulla continuità tra le proposte attuali e quelle di Tremonti chiedendo una maggiore progettualità e poi prendendola con il metodo dell’annuncio a mezzo stampa: “Se davvero questa riforma dovesse passare come una semplice delega al governo — dice Rossana Dettori — e la trattativa dovesse essere una formalità che ratifica le scelte che l’esecutivo comunica preventivamente alla stampa, ne trarremo le dovute conseguenze”.
In ogni caso la Cgil annuncia una prima manifestazione sotto la sede del ministero già lunedì.
La Cisl parla di un atteggiamento responsabile e leale ma chiede al ministro di avere al più presto le piante organiche dell’amministrazione statale.
Dal canto suo l’Usb, il sindacato di base abbastanza forte nel pubblico impiego, si dice “non stupito” dell’uscita del governo visto che al tavolo di confronto questa ipotesi era stata già ventilata.
Il problema, spiega l’Usb, “sono le politiche economiche imposte dalla Bce e dall’Unione europea che impongono di realizzare tagli tramite la “spending review” e questo mette sotto ricatto tutto il pubblico impiego perchè non c’è amministrazione che non sia in difficoltà ”.
L’Usb propone una prima assemblea delle Rsu il 18 maggio e annuncia l’ipotesi di sciopero generale.
Sciopero che invece che sembra scomparire dalla prossima fase della Cgil che ieri ha tenuto il suo direttivo nazionale su articolo 18.
Dopo una lunghissima giornata e una convulsa fase finale di emendamenti e sub-emendamenti da parte dell’area di maggioranza più critica nei confronti del tentativo di archiviare l’articolo 18 (Pensionati, Scuola, l’area Lavoro e Società ) la segreteria ha ricevuto il mandato per costruire una piattaforma comune e una mobilitazione unitaria con Cisl e Uil sui temi del fisco e della crescita.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 5th, 2012 Riccardo Fucile
MONTI VARA LA RIFORMA: “SVOLTA STORICA”… IL GIUDICE PUO’ IMPORRE IL RITORNO DEL LAVORATORE SE LA CAUSA DI LICENZIAMENTO E’ INFONDATA… FORNERO: “TOLTO ALLE IMPRESE ALIBI PER NON INVESTIRE”… SODDISFATTI I SINDACATI
“Questa riforma rappresenta un impegno di riforma di rilievo storico per l’Italia. E’ una svolta per il mercato del lavoro che diventerà inclusivo e dinamico”. Mario Monti, parlando in conferenza stampa, illustra così il testo che dovrebbe rivoluzionare le regole del mondo del lavoro.
A partire dalla questione dell’articolo 18.
Nel caso dei licenziamenti economici, torna l’ipotesi di reintegro qualora il giudice accerti che ci sia manifesta insussistenza della causa.
In pratica sembrano averla spuntata il Pd, che aveva premuto per questa soluzione. “Un passo avanti importantissimo”, dice il segretario Pier Luigi Bersani.
Mentre la Cgil per ora sospende i commenti in attesa di leggere il testo. “Non vorremmo ritrovarci sorprese, come in altre occasioni”, dice Susanna Camusso.
Il nuovo articolo 18.
Si abbassa la soglia minima dell’indennizzo per il lavoratore licenziato: “L’indennizzo va da 12 a 24 mesi” (nel testo precedente si parlava di 15-27 mensilità ).
Esclusa l’estensione delle tutele dell’articolo alle imprese con meno di 15 dipendenti per quanto riguarda licenziamenti economici e disciplinari.
La nuova riforma, inoltre, prevede “una procedura di conciliazione nella quale si cerca di vedere se c’è una ragionevolezza nel licenziamento e le parti si accordano. E il sindacato avrà un ruolo”.
Per i nuovi ammortizzatori sociali saranno stanziati 1,8 miliardi.
Tempi e iter.
I tempi saranno brevi (“Il ddl sul mercato del lavoro sarà trasmesso oggi in Parlamento essendo state raggiunte quelle intese necessarie”) e l’iter, si augura il Professore, spedito: “Ieri durante il vertice ci siamo assicurati della condivisione delle linee del progetto da parte dei leader politici che sostengono il governo e adesso guardiamo con rispetto e con molta speranza all’iter parlamentare che auspichiamo approfondito ma anche spedito”.
Anche perchè il cammino verso la crescita è lungo: “Nessuna singola riforma può dare la svolta, ma l’insieme di quello che abbiamo introdotto in questi mesi è un pacchetto piuttosto importante per rilanciare l’Italia su basi stabili”.
Messaggio alle imprese.
“La flessibilità in uscita – dice Monti – è stata accresciuta in maniera rilevante garantendo che i giudici del lavoro non entrino troppo in valutazioni che appartengono alla responsabilità dell’imprenditore e al tempo stesso sono stati tutelati ancora più di oggi i lavoratori oggetto di licenziamenti di tipo discriminatorio”.
Quanto alla flessibilità in entrata, ha aggiunto il premier, “si è anche cercato di lottare contro forme di precarietà “.
Seduto accanto a Monti, il ministro del Lavoro Elsa Fornero parla di una modifica dell’articolo 18 “equilibrata”:
“Con la riforma il contratto tipico sarà il contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato. A vita? dipende: attraverso una modifica equilibrata dell’articolo 18 non blindiamo più quel lavoratore a quel posto di lavoro, non è più suo per sempre”.
Un cambiamento serve, dice il ministro: “L’articolo 18 è stata una grande conquista. Ma il mondo è cambiato e noi dobbiamo andare avanti senza chiuderci e traendo i vantaggi. Anche perchè le economie più fossilizzate hanno il più alto tasso di disoccupazione”.
“Noi speriamo – continua Fornero – che la modalità tipica sarà il lavoratore dipendente a tempo indeterminato. Il contratto inizierà con una fase chiamata apprendistato: c’è una forte enfasi sull’apprendistato sul modello tedesco, una caratteristica del modello tedesco che impiantiamo nel nostro sistema produttivo.
“Se le imprese – dice ancora – ritenevano che l’art. 18 era un alibi per non investire, ora l’alibi è stato tolto. Le imprese non dicano più che non possono investire in italia perchè c’è l’articolo 18. Perchè così finisce per essere scoperto anche il gioco” taglia corto Fornero.
Aggiunge Monti: “Rendiamo tutto più prevedibile e riteniamo che le imprese straniere e italiane apprezzeranno un ambiente di lavoro più prevedibile”. Secca infine la replica al segretario della Uil Luigi Angeletti che aveva auspicato un licenziamento per giusta causa della Fornero: “Saranno gli italiani a valutare se lo merito”.
Novità in vista anche per la pubblica amministrazione.
Anche per il pubblico impiego ci sarà una riforma. Fornero osserva che “sarebbe stato per me preferibile che nel ddl ci fosse la delega sul riordino del pubblico impiego, ma il ministro Patroni Griffi ha detto ‘tu hai usato un periodo di dialogo con le parti sociali, io devo avere il mio dialogo con il sindacato”. Per questo “lui ha promesso che avrebbe portato una proposta di delega che sostituisce l’attuale articolo 2” del ddl “che tratta dei rapporti di lavoro alle dipendenze della pubblica amministrazione”, dopo aver consultato le parti sociali.
Le reazioni.
“C’è stato un passo avanti importantissimo: c’è il reintegro e l’onere della prova non sarà a carico del lavoratore” afferma il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, intervistato dal Tg3.
“Il principio del reintegro c’è, l’onere della prova non è a carico del lavoratore e credo che questo possa rispondere all’ansia che si stava diffondendo in milioni di lavoratori”.
Per il leader centrista Pier Ferdinando Casini il governo “ha lavorato bene”. “Sull’articolo 18 – dice il segretario del Pdl, Angelino Alfano – c’è stato un peggioramento rispetto all’intesa precedente, ma abbiamo ottenuto una maggiore flessibilità in entrata”.
Dure invece le critiche da sinistra. “Il governo conferma la manomissione dell’articolo 18 e toglie il diritto al reintegro certo in caso di licenziamento illegittimo” attacca il leader del Prc Paolo Ferrero.
Anche Sel critica la riforma, definendola “una svolta che ricaccia il nostro paese indietro di 50 anni”.
I sindacati.
“Abbiamo pareggiato fuori casa – ironizza il leader Uil, Luigi Angeletti – per noi era necessario che si modificasse la norma relativa ai licenziamenti economici perchè, così come era, poteva prestarsi a un uso non corretto da parte delle imprese”.
Per il leader della Cisl, Raffaele Bonanni la soluzione è “ragionevole”. Prudente, invece, la leader della Cgil Susanna Camusso: “Permetteteci – ha detto rivolta ai giornalisti – che ci riserviamo di dire cosa ne pensiamo quando abbiamo un testo”.
(da “La Repubblica“)
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Aprile 1st, 2012 Riccardo Fucile
L’ITALIANO MEDIO VIVE CON 19.250 EURO L’ANNO…UN PAESE CON TROPPI POVERI O CON TROPPI EVASORI… SOLO 30.000 DENUNCIANO OLTRE 300.000 EURO
Un Paese con molti poveri o con troppi evasori: dalle dichiarazioni dei redditi del 2011 sulle entrate del 2010 risulta che l’italiano medio vive con 19.250 euro l’anno.
Ma un reddito su tre è inferiore ai 10 mila euro e quasi il 50 per cento dei contribuenti non supera i 15 mila euro.
I datori di lavoro – secondo i dati del Dipartimento Finanze del ministero dell’Economia – dichiarano 18.170 euro l’anno, meno dei loro dipendenti (19.810).
Pochissimi i contribuenti che si possono considerare ricchi: solo l’1 per cento degli italiani che paga le tasse ammette di percepire entrate superiori ai 100 mila euro e solo lo 0,07 per cento confessa redditi dai 300 mila euro in su. Oltre dieci milioni d’italiani non versano nemmeno un euro di Irpef: il loro reddito risulta sotto la soglia esente.
In un anno dominato dalla crisi sono rimaste pesanti le divergenze fra Nord e Sud, ma le difficoltà economiche non hanno frenato la solidarietà : nel 2010 quasi un milione di contribuenti ha effettuato donazioni alle Onlus.
In calo invece del 3,5 per cento i versamenti a favore delle istituzioni religiose.
Le classi di reddito
Metà italiani sotto i 15 mila euro più di 10 milioni non pagano l’Irpef
Tutte le cifre del 2010 Imprenditori con 18.170 euro, dipendenti con 19.810Un italiano su quattro è troppo povero per pagare l’Irpef.
Nel Lazio l’addizionale più alta.
L’italiano medio vive con 19.250 euro l’anno, ma quasi uno su due (il 49 per cento) non arriva ai 15 mila e uno su tre si ferma sotto la soglia dei 10 mila. I dati arrivano dal Dipartimento Finanze del ministero dell’Economia e dalle elaborazione fatte dai tecnici sulle dichiarazioni presentate lo scorso anno sui redditi del 2010 (Unico, modello 730 e 770).
Numeri ufficiali dunque, talmente bassi da tracciare il ritratto di un Paese che vive, se non in povertà , sicuramente con grande modestia e profonde differenze sociali.
Evasione a parte, chiaramente.
Se ben il 90 per cento degli italiani dichiara un reddito che sta sotto i 35 mila euro, solo l’1 per cento può contare su entrate superiori ai 100 mila.
I ricchi – quelli che dichiarano più di 300 mila euro – sono solo lo 0,07 per cento della popolazione, 30.590 contribuenti appena su un totale di oltre 41 milioni.
Più numerosi quelli che, rientrando nella soglia di esenzione (7.500 euro cui vanno aggiunte le detrazioni), non versano un euro di Irpef: sono 10,6 milioni.
Le curiosita
Imprenditori sotto il reddito medio autonomi e professionisti a 42 mila euro Fare l’imprenditore – secondo di dati del Dipartimento Finanze – non conviene: tanti pensieri e pochi soldi.
Dalle dichiarazioni Irpef del 2011 risulta infatti che i lavoratori dipendenti guadagnano, in media, più dei loro datori di lavoro.
I primi superano addirittura la media nazionale e dichiarano 19.810 euro di reddito annuo. I loro datori di lavoro si fermano invece a 18.170 e non raggiungono il reddito medio.
I “padroni” dunque sarebbero più poveri degli “operai”: una lettura che la Cgia di Mestre contesta (fra i dipendenti, commentano, si considerano anche i magistrati, i dirigenti e i manager pubblici e privati).
Peggio dei datori di lavoro – restando ai dati forniti delle Finanze – stanno solo i pensionati che dichiarano un reddito di 14.980 euro annui: rappresentano quasi il 37 per cento dei contribuenti e vivono – in media – con una pensione di 1.200 euro lordi.
L'”exploit” arriva invece da lavoratori autonomi e professionisti, categoria che dichiara in media 41.320 euro l’anno.
Le regioni
La Lombardia prima, i poveri in Calabria ma è al Sud che si pagano più tasse Il reddito medio dei contribuenti risulta pari a 19.250 euro.
Nella categoria superiore lo 0,07% Nord e Sud: il divario si vede anche dai redditi.
Le dichiarazioni sulle entrate del 2010 ci dicono che in media i contribuenti più ricchi abitano nel Nord-Ovest e i più poveri nelle Isole.
La regione con il reddito medio più elevato è la Lombardia (22.710 euro) seguita dal Lazio (21.720); la Calabria registra invece il reddito più basso, fermandosi a 13.970 euro.
Eppure, secondo lo Svimez sono proprio le regioni meridionali a pagare, in proporzione, più tasse: «E’ così contrariamente alla vulgata corrente – sottolinea il loro rapporto –
Nel 2010 ogni cittadino del Sud ha versato 298 euro pro capite, contro i 385 del Centro e i 410 del Nord. In termini di peso sulla ricchezza le cifre però cambiano: il peso delle entrate tributarie sul Pil al Sud è dell’1,74 per cento, al Centro dell’1,34, al Nord dell’1,36 per cento».
Va detto che sul conteggio pesano gli automatismi fiscali previsti in caso di deficit sanitario.
Quanto alle addizionali regionali Irpef, in testa c’è il Lazio: 440 euro medi rispetto ai 280 nazionali.
I dati del Dipartimento Finanze
Quasi un milione finanzia le onlus in calo donazioni alla Chiesa e mutui In crisi, ma solidali.
Nonostante il 2010 non sia stato un buon anno per i redditi degli italiani, quasi un milione di contribuenti ha effettuato una donazione a favore delle Onlus. Hanno convinto di meno, invece, le istituzioni religiose: le «erogazioni» in loro favore sono risultate in calo rispetto all’anno precedente (meno 3,5 per cento).
Dall’analisi delle dichiarazioni dei redditi risulta in diminuzione anche la spesa sostenuta per interessi passivi sui mutui: gli oneri relativi a quelli di recupero edilizio sono scesi del 28 per cento (un po’ a causa della stretta bancaria, un po’ per la sospensione del pagamento delle rate concessa in caso di difficoltà ).
E’ invece aumentata (o emersa dal nero) la spesa per addetti all’assistenza personale (le badanti): più 21,8 per cento.
Luisa Grion
(da “la Repubblica“)
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Aprile 1st, 2012 Riccardo Fucile
I COSTI DI GESTIONE DELL’INPS HANNO RAGGIUNTO LA SOGLIA DEI 4 MILIARDI DI EURO, 1,5 SOLTANTO PER L’ACQUISTO DI BENI E SERVIZI
La SuperInps sta nascendo un po ‘ per volta. 
Apparentemente senza un disegno preciso se non quello di risparmiare sui costi di gestione centralizzando fondi previdenziali storicamente separati.
L’effetto più immediato, però, è quello di realizzare un colosso previdenziale, la cui figura apicale gode di un potere enorme.
E’ stato il governo Berlusconi, nel 2010, a eliminare il Consiglio di amministrazione dell’Inps trasferendone i poteri al solo presidente, Antonio Mastrapasqua.
A renderlo ancora più potente ci ha poi pensato il decreto “Salva Italia” del dicembre scorso, che ha soppresso l’Inpdap e l’Enpals facendoli confluire nell’Inps dopo che nel 2010 era toccato anche all’ente delle Poste, Ipost.
Di questi poteri il presidente Inps, che ricopre la carica dal 2008, quando, fresco di elezioni, fu lo stesso Silvio Berlusconi a nominarlo, non ha dato grande prova nel corso dell’audizione di mercoledì scorso in Commissione Lavoro della Camera.
Ma i poteri esistono.
Il presidente, formalmente, è controllato dal Consiglio di indirizzo e vigilanza (Civ) composto da ventiquattro membri espressione dei sindacati e delle associazioni datoriali.
Il presidente, però, assiste alle riunioni dell’organismo di controllo che è comunque ampiamente “concertativo” come si desume dalla sua composizione.
Questo non ha impedito al suo presidente, Guido Abbadessa, lunga tradizione sindacale in Cgil, di sferrare a sorpresa un attacco a Mastrapasqua e alla possibilità di una sua proroga ai vertici dell’Istituto che, poichè “movimenta, tra entrate e uscite, circa 700 miliardi avrebbe bisogno di una nuova governance con la distribuzione delle responsabilità e una maggiore trasparenza del bilancio”.
La cifra di 700 miliardi è comprensiva anche di Inpdap e Enpals.
Stiamo parlando di strutture che gestiscono entrate per circa 350 miliardi e altrettante uscite, chiamate a governare grandi squilibri.
Si pensi, ad esempio, al rapporto distorto che esiste tra il Fondo lavoratori dipendenti, con un attivo patrimoniale di 58, 9 miliardi, la totalità dei fondi autonomi (Commercianti, Artigiani e Coltivatori diretti) che è invece è in passivo per 83, 8 miliardi e il Fondo parasubordinati con i suoi 64, 6 miliardi di attivo che consentono all’Istituto di perequare le risorse.
Uno squilibrio che, come nota la relazione 2010 del Consiglio di vigilanza, “è destinata a peggiorare ulteriormente”.
Stiamo parlando anche di una grande struttura produttiva che ha in organico 27. 640 dipendenti per i quali spende 2 miliardi di euro all’anno.
Un organico necessario ma in cui un dirigente percepisce in media 89 mila euro con punte di 164 mila per i direttori regionali.
Emolumenti in confronto ai quali lo stesso compenso del presidente Mastrapasqua sembra non troppo alto: 216. 261 euro a cui aggiunge 34. 135 euro di gettoni di presenza.
Un costo contenuto, rispetto a tanti stipendi dei manager pubblici, ma va anche considerato che il funzionamento degli organi dell’Istituto (Presidenza, Consiglio di vigilanza, Collegio dei sindaci, Comitati e commissioni) sfiora i 4 milioni di euro.
Poi ci sono le auto di servizio, le cosiddette auto blu, ben 40 a disposizione dei dirigenti, con 47 unità di personale a disposizione e un costo complessivo di 2, 2 milioni di euro.
Piccole gocce nel mare delle spese di gestione che, come fa notare ancora il Civ, sono aumentate considerevolmente tra il 2006 e il 2010, passando da 3, 6 a 4 miliardi.
A pesare sono state soprattutto le voci relative all’acquisto di beni e servizi superiori a 1, 5 miliardi e non è un caso che il Civ sottolinei che il ricorso “a prestazioni esterne caratterizzate da ampie quote di forme consulenziali e di impiego di risorse umane, possa comportare il rischio di modifiche di natura strutturale e di perdita di governo di alcune delle attività istituzionali dell’Ente”.
La stessa preoccupazione del sindacato Usb che con Luigi Romagnoli punta il dito proprio contro l’attività di esternalizzazione della gestione Mastrapasqua “che rischia di far perdere all’Inps le peculiarità dell’istituto”.
Senza contare le disfunzioni o le vere e proprie malversazioni.
Ad esempio è stato appaltata alla società Kpmg la ristrutturazione del modello organizzativo “che però è già fallito” dice Romagnoli, “visto che l’idea dei servizi solo in online è stata riveduta”.
Oppure il caso del presidente dell’Organismo di valutazione della performance, Francesco Varì, richiamato dalla pensione per presiedere l’organismo e ancora al suo posto nonostante l’indagine interna per le responsabilità nella gestione del patrimonio immobiliare.
Salvatore Cannavo’
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 30th, 2012 Riccardo Fucile
LA NUOVA PROPOSTA DEL GOVERNO AFFIDERA’ UN RUOLO DECISIVO AI GIUDICI… IN ALTERNATIVA IL NUOVO ART. 18 SI POTREBBE APPLICARE SOLO AI NUOVI ASSUNTI
La parola d’ordine è quel “non permetteremo abusi” che Mario Monti ha pronunciato nei giorni scorsi di fronte alle proteste dei sindacati.
Come evitare abusi in una materia sensibile come quella del licenziamento individuale per motivi economici?
Da due giorni gli esperti del ministero di Giustizia stanno studiando insieme a quelli del Lavoro un’ipotesi secondo cui dovranno essere i giudici a stabilire, quando si trovano di fronte a un licenziamento per motivi economici, se esso nasconda motivi discriminatori.
Nel documento approvato dal governo, invece è il lavoratore che deve dimostrare la discriminazione mentre il giudice non è tenuto a esprimersi su questo punto. In alternativa a questa misura (che andrebbe incontro, almeno nelle intenzioni, alle richieste del Pd) il governo potrebbe applicare il nuovo articolo 18 solo ai nuovi contratti.
Il governo potrebbe intervenire anche sulla cosiddetta flessibilità in entrata, cioè sulle modifiche introdotte per limitare il precariato dei giovani. Le novità della riforma hanno fatto storcere il naso nel centrodestra che vorrebbe lasciare più libertà alle imprese. In sostanza, la possibilità di limitare il licenziamento si paga con una minore precarietà in ingresso.
Anche per queste ragioni il lavoro degli esperti del ministero della Giustizia è particolarmente delicato.
Quando sarà concluso? “È una questione di giorni” dicono al ministero del lavoro.
Per consentire a Monti, di ritorno dall’Asia, di avere un testo sul tavolo.
Articolo 18. Il magistrato potrebbe ripristinare il reintegro
La questione più delicata è quella dei licenziamenti individuali. La riforma prevede diversi tipi di ingiusto licenziamento ma non dice chi stabilisce se un licenziamento ingiusto è discriminatorio o se invece era motivato solo da un’errata valutazione delle condizioni economiche dell’azienda.
È evidente che questa scelta non può in ogni caso spettare all’impresa: “Nessuno ammetterà mai di aver deciso un licenziamento per discriminare un lavoratore” riconosceva due sere fa il ministro Fornero di fronte alla platea dell’Unione Industriale di Torino.
Chi decide dunque? Probabilmente toccherà a un giudice, ed è anche per questo che della questione sono stati investiti gli esperti del ministro Severino.
Ma come si arriva dal giudice? Un’ipotesi è che ci si possa andare automaticamente in tutti i casi di licenziamento individuale, come accade in Germania.
In questo caso si toglierebbe al licenziato l’onere della prova.
E se il giudice dovesse riconoscere che c’è stata discriminazione, ovviamente scatterebbe anche l’obbligo di reintegro.
Contratti. I paletti sugli atipici in versione più soft
Nella logica della riforma, rendere più difficile il licenziamento individuale significa offrire alle aziende una contropartita sui contratti di ingresso.
Aver abolito alcune possibilità come l’associazione in partecipazione impedirà alle imprese di ricorrere alle forme più convenienti di utilizzo della manodopera, o, se si preferisce, le forme di precariato che tutelano di meno i lavoratori.
Meno precarietà significa anche più costi.
Da qui la protesta di una parte delle associazioni imprenditoriali e dei partiti del centrodestra.
Ridurre o ammorbidire i paletti applicati dal documento del governo ai contratti atipici potrebbe essere considerata una contropartita all’intervento sui licenziamenti.
In alternativa c’è la strada della divisione tra generazioni: con i giovani che hanno contratti di ingresso più tutelati ma non vengono protetti in uscita dalle tutele dell’articolo 18 e i lavoratori meno giovani che mantengono le attuali garanzie.
Quel che è certo è che al momento le imprese considerano l’attuale “un buon punto di equilibrio”.
Ammortizzatori. Quel milione di precari che non avrà l’Aspi
L’Aspi, l’assicurazione sociale anti-disoccupazione spetta a tutti i lavoratori dipendenti cui si aggiungono gli apprendisti (che dovrebbero diventare la principale categoria tra i giovani assunti) e gli artisti dipendenti che finora non usufruivano della mobilità .
Poi c’è una mini-Aspi, soprattutto per i più giovani, prevista per i contratti a termine, ma sempre subordinati.
È evidente che da questa platea vengono esclusi i cocopro, i contratti a progetto e tutte le forme di lavoro falsamente indipendente, ma in realtà subordinato.
Il documento approvato dal Consiglio dei ministri contiene a questo proposito un impegno a rendere strutturale l’una tantum oggi riservata ai cocopro.
Si tratta oggi di una tantum pari al 30% del reddito dell’anno precedente, con un tetto di 4 mila euro. I requisiti sono molto restrittivi e di fatto l’83% dei fondi stanziati per il triennio 2009-2011 non è stato utilizzato (35 milioni su 200), con il 69% di domande respinte (28.674 su 42.550).
Senza una revisione, questo paracadute continuerà ad essere inutile, oltre che limitato.
Salari. Il costo dell’1,4% si scarica sui lavoratori
Per incentivare il lavoro a tempo indeterminato, il ministero prevede di tassare maggiormente le forme di occupazione precaria imponendo alle aziende che le utilizzano un’aliquota dell’1,4 per cento sulla retribuzione.
In altre proposte di riforma questa norma era accompagnata da un tetto minimo salariale: i lavoratori non avrebbero potuto percepire meno di una certa cifra.
Nel documento finale, invece, il tetto minimo non c’è.
Il rischio è che alla fine a pagare siano solo i lavoratori precari e la riforma si traduca in una riduzione del loro salario.
In pratica le aziende per pagare la tassa finirebbero per ridurre i salari caricando sulle spalle dei lavoratori i maggiori costi imposti dalla riforma.
È evidente che senza un tetto minimo per i contratti precari o a tempo determinato, molti imprenditori finirebbero per praticare questa scorciatoia.
Ma è altrettanto vero, fanno notare al ministero, che il tetto da solo non serve a evitare gli abusi.
Si cercherà dunque un sistema per tutelare comunque il salario dei precari.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 28th, 2012 Riccardo Fucile
LICENZIAMENTI CONCORDATI IN CAMBIO DELLA PROMESSA DELL’ACCOMPAGNAMENTO ALLA PENSIONE… MA CON L’INNALZAMENTO DELL’ETA’ PENSIONABILE ORA SONO TUTTI A RISCHIO DISOCCUPAZIONE
Lavoratori esodati è un nome terribile che la stampa ha scelto per descrivere la vicenda di quei dipendenti incentivati a uscire dalla propria azienda o fabbrica con la prospettiva di poter approdare alla pensione in un numero certo di anni.
Licenziamenti concordati, dunque, in cui un certo numero di lavoratori ha scelto di rimanere disoccupato in cambio di una quota di reddito sufficiente ad accompagnarli alla condizione pensionistica.
Solo che questo avveniva con le vecchie regole del sistema previdenziale, prima che, in un solo colpo, il governo Monti portasse l’età minima per la pensione a 66-67 anni. Uno “scalone” che ha imposto a molti di quei lavoratori una prospettiva di vita, non breve, da passare senza reddito.
Gli incentivi erano infatti tarati per periodi di due-tre anni e non basterebbero per cinque-sei o addirittura nove anni.
Il problema è che non si tratta di pochi casi.
Le stime oscillano tra 100 e 350mila e la differenza è data dal conteggio o meno dei lavoratori “autorizzati ai contributi volontari” che costituiscono una parte cospicua. Per tutti i casi presi in considerazione dal governo al momento della riforma — lavoratori in mobilità , contributi volontari, in regime di Fondo di solidarietà — il “Salva Italia” aveva individuato deroghe e stabilito un finanziamento (dai 240 milioni del 2013 si saliva ai 1220 milioni nel 2016).
Ma nell’elenco mancava la tipologia specifica dei lavoratori incentivati all’esodo. Questi sono poi stati aggiunti con il “mille-proroghe” ma a saldo invariato.
E ora le risorse non bastano e forse non bastano nemmeno per tutti gli altri.
E così, al momento, ci sono centinaia di migliaia persone nel limbo in attesa di una soluzione che il ministro Fornero ha annunciato realizzarsi “entro il 30 giugno”.
Ma che soluzione?
Intervistata dalla trasmissione Report di Milena Gabanelli, Elsa Fornero non si è mostrata particolarmente sensibile al tema dimostrando di avere più a cura il proprio ruolo di ministro rigorista.
“Siamo stati chiamati a fare un lavoro sgradevole non a distribuire caramelle” ha spiegato a Bernardo Iovene che l’intervistava, contestando che la riforma pensionistica nel suo complesso sia solo “contro”.
“Io mi sforzo di far capire — ha detto — che c’è molto per… molto a favore”.
Certo, la “riforma della pensione è severa… sì, sì, severa, anzi di più, dura”.
Ma l’Italia, ricorda, rischiava di finire in fondo al baratro. E noi, i tecnici, l’abbiamo salvata.
Ma torniamo al caso degli esodi rimasti senza pensione.
Fornero vuole aggiustare la situazione, ma “non con il vecchio metodo delle promesse”. Non si può, “si perderebbe credibilità ”.
Un’ipotesi avanzata è che quei lavoratori ritornino al loro posto di lavoro.
Eventualità accademica perchè non esiste nessuna azienda disposta a tanto.
Alle Poste, ad esempio, i sindacati raccontano che “l’azienda rifiuta di accogliere qualsiasi ripensamento di chi ha già firmato l’uscita incentivata e ha ultimamente chiesto di rimanere in servizio”.
“Figurarsi se aderirà a riammettere in servizio chi è già uscito” scrive una nota della Ugl. Il massimo che l’azienda postale è disposta a fare è firmare un Avviso comune con i sindacati per chiedere al governo di estendere da 24 a 36 mesi la copertura contributiva e di utilizzare il Fondo di solidarietà interno per un sostegno al reddito.
Se il rientro in azienda non è possibile, il ministro, sempre a Report, fa intravedere una seconda soluzione, il sussidio di disoccupazione.
La nuova “Aspi”, del resto, è stata annunciata come in grado di arrivare dove la disoccupazione non è arrivata anche se i criteri sono gli stessi.
Ma l’Aspi copre 12 mesi, 18 per gli over 55.
Può bastare a chi rimane scoperto per un anno e mezzo, ma per gli altri avrebbe bisogno di una deroga.
Senza contare che molti di questi lavoratori, come si legge dalle loro testimonianze, hanno appena concluso il periodo di disoccupazione seguente al licenziamento.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 27th, 2012 Riccardo Fucile
E IL RISARCIMENTO VA COMMISURATO ALL’ANZIANITA’…IL MODELLO FERRERO E’ PIU’ DURO DELLE PROPOSTE DELLA UE
Per molti il segno dell’Europa sul mercato del lavoro è stato lasciato dalla lettera dei “due
presidenti” della Bce Jean-Claude Trichet e Mario Draghi.
Nell’agosto dello scorso anno il loro diktat all’Italia suonava così: “Adottare una accurata revisione delle norme che regolano l’assunzione e il licenziamento”.
Poche parole ma che, inequivocabilmente facevano pensare ad una forte deregolamentazione in uscita e all’articolo 18.
Ma se questa fu la linea radicale di Francoforte, la Commissione europea ha elaborato negli ultimi mesi un proprio progetto volto a riformare il mercato del lavoro del Continente, molto meno schematico e assai più articolato.
Sebbene questo progetto, contenuto nella “Commission note”, intitolata “A proposal for a “single” open-ended contract”, proponga una vera e propria rivoluzione nel mercato del lavoro europeo, per alcuni aspetti il dettagliato manuale d’uso di Bruxelles sembra più tenero del meccanismo Monti-Fornero che sta dilaniando il paese. L’Europa, infatti, dice sì all’indennizzo, ma solo per i nuovi contratti e non esclude il reintegro per motivi economici.
Contro la “segmentazione”
L’analisi e la parole d’ordine sono più o meno le stesse. Il mercato del lavoro europeo, dice la Commissione, è afflitto dalla “segmentazione”, ovvero dalla presenza contestuale di lavoratori temporanei e a tempo indeterminato.
Il fenomeno, aggiunge Bruxelles, provoca preoccupazione dal punto di vista “sociale ed economico” e va “combattuto”. I lavori temporanei creano discontinuità nelle carriere, producono salari più bassi, riducono contributi e pensioni.
Durante la recente crisi, inoltre, la perdita di lavoro si è concentrata sui temporary workers, soprattutto tra i giovani e i lavoratori con basse qualifiche.
Il contratto unico: soluzione europea
La Commissione nota che è assai difficile passare da un contratto temporaneo ad uno a tempo indeterminato: in media in Europa, ci vuole almeno un anno.
Come superare questa fase? Con il single open-ended contract, il contratto unico a tempo indeterminato, più volte emerso nel dibattito italiano sotto la forma, come richiama il documento, del progetto Boeri-Garibaldi, del modello francese (proposto Blanchard) e della versione avanzata da un centinaio di economisti spagnoli.
Il filo comune è quello di un contratto “a tempo indeterminato, che non ha limiti ex ante” ma che, a differenza degli attuali contratti a tempo indeterminato, dispone di un periodo di ingresso “sufficientemente lungo” e un incremento graduale delle protezioni.
Quali protezioni? Il documento della Commissione privilegia l’indennizzo monetario che “cresce con l’anzianità “.
“Più alta è l’anzianità del lavoratore maggiore è l’indennità in caso di licenziamento”, si spiega.
Il rapporto di Bruxelles, che cita le “Employement guidelines del 2010” approvate dai capi di Stato e di governo dell’Unione, calcola che un lavoratore con un salario iniziale di 20 mila euro l’anno, dopo 16 anni, può contare su una indennità di licenziamento di 50 mila euro.
Meno incertezza per le imprese e più assunzioni
Questo meccanismo, in sigla il “Soe”, secondo la Commissione, oltre a favorire l’assorbimento dei lavoratori temporanei, aiutato da incentivi contributivi, favorirebbe la stabilità e la produttività .
Dal punto di vista delle imprese, inoltre, “ridurrebbe il livello di incertezza” grazie alla semplicità del calcolo del costo dei licenziamenti e di conseguenza favorirebbe le assunzioni.
Quanto ha a che fare questo progetto con il disegno di legge in arrivo del governo? Sembrerebbe poco.
L’Italia infatti, per ora, ha rinunciato a graduare l’indennizzo con il periodo di lavoro limitandosi, almeno a vedere i documenti del governo, a prevedere un indennizzo modulabile dal giudice dai 15 ai 27 mensilità di retribuzione.
Con più costi per le imprese e vanificando la certezza degli oneri per il licenziamento.
La questione del reintegro: l’Europa non dice no
E il reintegro?
La Commissione seppure convinta che l’indennizzo sia la via migliore, non esclude affatto il reingresso.
Anzi traccia tre possibili scenari legislativi: il primo è quello di “ridurre in modo consistente la protezione legale” (lasciandola intatta solo per la discriminazione) e affidare la protezione solo all’indennizzo monetario.
E’ chiaro che in questa soluzione, scelta dall’Italia, hanno grande importanza politiche attive del lavoro e un meccanismo di flexsecurity che nel progetto del governo sembrano abbastanza deboli.
La seconda ipotesi suggerita, riguarda i paesi con una “alta” legislazione a protezione del lavoro (ci si riconosce l’Italia).
La ricetta consigliata da Bruxelles, prevede che in questi paesi il contratto unico possa articolarsi in stadi successivi e mantenere intatte alcune protezioni: si parte con un periodo di prova con protezione legale minima, seguito dalla conferma e successivamente dal raggiungimento della stabilità dove “il livello di protezione legale può essere quello previsto dalla legislazione del lavoro per i contratti a tempo indeterminato” (per l’Italia si tratterebbe del reintegro anche di fronte ad un licenziamento per motivi economici).
Una terza ipotesi prevede che le protezioni legali, cioè il reintegro, possano essere messe in atto anche prima della stabilizzazione, cioè fin dalla fase di conferma del lavoratore che segue il periodo di prova.
Tre opzioni di fronte alle quali, sembra di capire, l’Italia ha scelto la più radicale.
Con la scelta del contratto unico, infatti, Monti e Fornero avrebbero potuto ottemperare alle indicazioni dell’Europa mantenendo tuttavia intatti istituti come il reintegro per motivi economici (magari con l’attenuazione del noto modello tedesco).
Il doppio binario: l’art. 18 vale anche per i contratti in essere?
Infine il problema degli attuali lavoratori a tempo indeterminato.
Per loro vale o meno il nuovo articolo 18 senza reintegro per chi viene licenziato per motivi economici?
Sembrerebbe che lo smembramento dell’articolo 18, nella ipotesi del governo, valga anche per i contratti in essere.
Tuttavia il documento della Commissione sembra assai più morbido: il contratto unico, si dice, “sarà applicato solo ai nuovi contratti e non a quelli già firmati”.
Anzi per rendere più attrattivo il single open-ended contract, la Commissione propone incentivi rivolti ai lavoratori e alle imprese per abbandonare il vecchio contratto a tempo indeterminato e scegliere il nuovo contratto unico.
Ma di questi suggerimenti dell’Europa la nuova flessibilità italiana non sembra aver fatto tesoro.
Roberto Petrini
(da “La Repubblica”)
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Marzo 26th, 2012 Riccardo Fucile
LA NOSTRA INCHIESTA RIDICOLIZZA BOSSI CHE AVEVA SOSTENUTO: “RIXI E’ UNO BRAVO: HA LAVORATO A LUNGO A MILANO E LI’ MICA TI ASSUMONO SE NON SEI CAPACE”… PECCATO CHE IL SENATUR SI FOSSE DIMENTICATO DI DIRE CHE ERA STATA PROPRIO LA LEGA A PIAZZARLO IN REGIONE CON CONTRATTO A TERMINE A 38.000 EURO L’ANNO, DAL 2005 AL 2009
Un esempio per i giovani genovesi costretti a cercare lavoro a Milano, uno che saprebbe
certamente rappresentarli perchè conosce la difficoltà di trovare un lavoro senza raccomandazioni, un giovane disposto ad accettare anche un misero stipendio pur di non scendere a compromessi e di far valere le proprie qualità , altro che quei meridionali che vengono al nord a rubare il lavoro ai locali, avvalendosi della spintarella degli “amici degli amici”.
Appena il partito lo aveva candidato sindaco di Genova, Rixi aveva già così indicato chi avrebbe voluto rappresentare, perchè nessuno come lui identifica il “nuovo che avanza” nella politica ligure, nessuno come lui sa “cosa vuol dire fare il pendolare”.
E pazienza se aveva esordito sbagliando la data del suo pendolarismo: “Ho fatto il pendolare dal 1996 al 2002, dopo la laurea in Economia e Commercio, come tanti giovani che a Genova non hanno trovato lavoro”,
Di fronte alla nostra osservazione che ciò non sarebbe stato possibile visto che si è laureato nel 1999, in una seconda intervista Rixi ha riposizionato il suo pendolarismo dal 2005 al 2009: “Certo che son stato pendolare. E certo che ho lavorato come funzionario a contratto alla commissione bilancio della Regione Lombardia. Quanto guadagnavo? Sono pronto a esibire la mia dichiarazione dei redditi”.
Lasciamo pure da parte il fatto che, visto che Rixi è stato anche consigliere comunale a Genova fino al 2007, non si comprende come potesse avere per tre anni, dal 2005 al 2007, il dono dell’ubiquità (fare il consigliere comunale a Genova ti occupa almeno 2-3 giorni su 5).
Veniamo ai fatti provati e documentati, frutto delle nostre ricerche.
Rixi non era un funzionario a contratto della “regione Lombardia”, come da lui sostenuto, ma era stipendiato da “regione Lombardia – Consiglio regionale”: non a caso i due enti hanno due distinte partite Iva.
In Regione Lombardia si entra con regolare concorso e nessuno ti può più mandare via, mentre in “Regione Lombardia – Consiglio regionale” si entra su segnalazione dei partiti di riferimento, con un contratto pari alla durata della legislatura e con chiamata diretta.
In pratica è la prassi per cui ciascun partito e/o consigliere fa assumere i propri portaborse, alias collaboratori di fiducia.
Quindi Rixi è entrato su segnalazione del gruppo leghista alla Regione Lombardia e non per altri meriti oggettivi o per concorso.
E quando è scaduta la legislatura di 5 anni è cessato il suo contratto.
Visto che Rixi non risponde su quanto guadagnava, lo diciamo noi: giusto per avere un’idea, circa 33.000 euro nel 2007, circa 35.000 euro nel 2008, circa 38.000 nel 2009, circa 12.500 euro per quattro mesi nel 2010 (poi scadette il contratto).
Il coordinamento del gruppo di “portaborse” o collaboratori del Carroccio dal 2005 al 2009 era affidato all’assessore Davide Boni, attualmente inquisito.
Rixi allora era vicino a quello che è stato definito il “cerchio magico” e la segnalazione del suo nome, è cosa risaputa nei corridoi di via Bellerio, ha origine nelle sue frequentazioni e nelle sue amicizie personali.
Fa sorridere che Bossi, intervenuto a Genova alla presentazione della candidatura di Rixi, si sia reso ridicolo sostenendo che “Rixi è uno bravo, ha lavorato a lungo a Milano e lì mica ti assumono se non sei capace”, dimenticando come e tramite chi Rixi avesse ottenuto quel lavoro a chiamata diretta.
O forse Bossi pensava che Rixi avesse vinto un concorso letterario alla Mondadori o avesse superato una dura selezione per fare l’assistente alla Bocconi?
In fondo in un Paese che aveva un “presidente operaio” può anche starci un “sindaco portaborse”: purchè non nasconda la verità e non si ponga ad esempio per i giovani genovesi che un posto di lavoro lo vorrebbero trovare senza l’aiuto di quella Casta che solo a parole qualcuno dice di voler combattere.
A Genova, è risaputo, i giovani veri badano più al sodo che alle badanti.
Forse in padagna funziona diversamente.
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Marzo 26th, 2012 Riccardo Fucile
“IL DISEGNO DI LEGGE NON SI PUO’ SNATURARE, LE IMPRESE NON ABUSINO DELLA FLESSIBILITA'”..”LA CGIL NON CI HA MAI FATTO CONTROPROPOSTE”
“Questa è una riforma seria ed equilibrata. Spero che i partiti capiscano: modifiche se ne possono fare, ma il governo non accetterà che questo disegno di legge venga snaturato, o sia ridotto in polpette”.
Schiumati almeno in parte i veleni ideologici della prima ora, Elsa Fornero riflette sullo scontro in atto intorno al disegno di legge che riscrive le regole sui licenziamenti, sui contratti flessibili e sugli ammortizzatori sociali.
E lancia un appello alle Camere: “Questo provvedimento potrà anche subire qualche cambiamento, ma chiediamo che il Parlamento sovrano ne rispetti l’impianto e i principi basilari. In caso contrario dovrà assumersi le sue responsabilità , e il governo farà le sue valutazioni”.
Insieme al presidente del Consiglio Monti, il ministro del Welfare è al centro delle polemiche.
Dopo la riforma delle pensioni, anche quella del lavoro la vede in prima linea, a fronteggiare le critiche.
Come quelle di Susanna Camusso, che a Cernobbio ha contestato a Fornero le sue “lacrime di coccodrillo”. “Non lo nego, ci sono rimasta male. Io avevo espresso il mio rammarico per la rottura con la Cgil. Ero stata sincera. Mi dispiace che il mio rammarico e la mia sincerità siano state giudicate con tanto sarcasmo”.
Distonie personali, che nascondono dissensi politici.
I sindacati contestano il metodo: con lo strappo deciso martedì scorso e ratificato venerdì in Consiglio dei ministri, Monti e Fornero hanno di fatto chiuso l’era della concertazione, relegando le parti sociali a un ruolo di semplice consultazione. Il ministro non nega la portata della svolta, ma la argomenta.
“La linea l’ha tracciata il presidente Monti: le discussioni con le parti sociali si fanno, e sono doverose, ma a un certo punto devono finire, e il governo deve trarre le sue conclusioni, anche se qualcuno non è d’accordo. Su questo, da parte nostra, c’è assoluta fermezza. Il fatto che il premier abbia ribadito che l’approvazione del disegno di legge avviene “salvo intese” ha un significato meramente tecnico. Vuol dire che ci riserviamo di scrivere le norme nel modo più chiaro e più completo possibile. Non vuol dire invece che su certe norme sia ancora in corso una trattativa. Non vuol dire che la discussione è ancora aperta, e che per un’altra settimana riparte la giostra, e qualcuno è ancora in tempo per salirci sopra. Il provvedimento è quello, e non cambierà fino al suo approdo in Parlamento”.
Ma i sindacati (a questo punto non più solo la Cgil ma anche la Cisl, la Uil e la Ugl) contestano soprattutto il merito. Cioè la riscrittura dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che nella sua nuova versione esclude la possibilità di reintegro in caso di licenziamenti per motivi economici oggettivi. Anche su questo punto, Fornero rinnova la linea della fermezza.
“Abbiamo il massimo rispetto per il Parlamento, che valuterà il disegno di legge e deciderà se e come cambiare. Ma per quanto riguarda il governo, è chiaro che non accetteremo modifiche che snaturino il senso delle singole norme. E sull’articolo 18 il senso della nostra riforma è chiaro: nei licenziamenti per motivi economici oggettivi è previsto l’istituto dell’indennizzo, e non quello del reintegro. Si possono fare correzioni specifiche, ma questo principio-base della legge dovrà essere rispettato”.
È proprio questo, tuttavia, il punto di frizione e di rottura maggiore con la Cgil, e anche con il Partito democratico.
Il ministro del Welfare capisce, ma non condivide. “Io non voglio accusare nessuno, ci mancherebbe altro. Dico solo che il Pd si è più volte dichiarato disponibile a una “manutenzione” sull’articolo 18, anche se noi non abbiamo mai capito cosa questo significhi nella pratica. Quanto alla Cgil, non ci ha mai fatto controproposte… “.
Il leader della Uil Angeletti, tuttavia, nei giorni scorsi ha rivelato un retroscena che fa riflettere.
I tre sindacati insieme avevano presentato al premier un pacchetto completo e già blindato, che anche per i licenziamenti economici (oltre che per quelli disciplinari) prevedeva il cosiddetto “modello tedesco”, cioè la facoltà del giudice di decidere tra il reintegro e l’indennizzo del lavoratore.
Monti avrebbe rifiutato l’offerta, confezionando un pacchetto che in realtà , a conti fatti, scavalca addirittura “a destra” il modello tedesco.
Perchè questa forzatura?
Fornero racconta una storia diversa: “La Cgil non si è mai spinta fin lì – sostiene – e quanto al modello tedesco noi non scavalchiamo nessuno. Le norme scritte in una legge ordinaria si interpretano, l’articolo 18 non è scritto nella Costituzione. Il nostro provvedimento prevede espressamente che le aziende non possano ricorrere strumentalmente a licenziamenti oggettivi o economici che dissimulino altre motivazioni. In questi casi, se il lavoratore proverà la natura discriminatoria o disciplinare del licenziamento, il giudice applicherà la relativa tutela. Non solo: il presidente Monti, nella stesura definitiva del ddl, si è impegnato a evitare ogni forma di abuso in questa materia. Dunque, nessuna macelleria sociale. Non distruggiamo i diritti di nessuno”.
Per questo, secondo il ministro del Welfare, il Parlamento nell’esame del provvedimento dovrebbe rispettarne l’equilibrio.
“Noi siamo sereni. Pensiamo di avere dalla nostra la forza e la bontà delle argomentazioni. Come sempre, avremmo voluto fare di più. Ma le assicuro che anche noi tecnici abbiamo un cuore, e sentiamo fino in fondo il disagio che pesa sulla vita di tante persone. Non è solo la Cgil ad avere una coscienza rispetto ai lavoratori, agli operai, ai giovani, ai disoccupati. Con questo disegno di legge, per la prima volta dopo tanti anni, cerchiamo di creare le condizioni per aumentare l’occupazione, rimettiamo mano agli ammortizzatori sociali”.
L’ampiezza dell’intervento c’è, in effetti. Ma non si può nascondere la pochezza delle risorse. Con meno di 2 miliardi non si fa molto, per ridisegnare un sistema di tutele universali per tutti coloro che finora ne sono stati sprovvisti.
“È vero – ammette Fornero – su questo le do ragione. Ai precari avremmo voluto dare di più, ma un po’ d’indennità con la mini-Aspi gliel’abbiamo pur data. Tra niente e un po’, le chiedo, cosa è meglio? La verità è che anche in questa riforma, come nelle altre che abbiamo fatto, abbiamo dovuto e dobbiamo tenere conto di tanti interessi contrapposti e di altrettanti opposti estremismi. In tanti, troppi dimenticano che il Paese è in grandissima difficoltà , e le risorse a disposizione sono davvero poche. Per alcuni la grande riforma del mercato del lavoro è abolire del tutto l’articolo 18, per altri è abolire tutti i contratti flessibili. Noi ci muoviamo su questo sentiero, che è molto, molto stretto”.
Il sentiero è stretto anche dal punto di vista politico.
Bersani si prepara a un braccio di ferro parlamentare per modificare il provvedimento, Alfano giudica indebolito il governo per via della scelta rinunciataria del disegno di legge.
“Un decreto legge – obietta Fornero – sarebbe stato una forzatura, data la vastità dei temi contenuti nel provvedimento. Ci sono regole precise, sulla necessità ed urgenza, e le regole non possono essere bypassate. La legge delega avrebbe rischiato di avere tempi persino più lunghi del ddl. Per questo abbiamo optato per quest’ultimo strumento. Ma guai se questo venisse letto come un cedimento, che consente ai partiti di fare melina, di allungare i tempi e di annacquare la riforma. Sarebbe un disastro per l’Italia, anche sui mercati”.
Dunque, la riforma va approvata in fretta, e non va depotenziata. Ammesso che sia una riforma “potente” e capace di creare posti di lavoro, e non una battaglia simbolica per abbattere un tabù, o peggio un pretesto offerto alle imprese per difendere la competitività licenziando i lavoratori invece che aumentando gli investimenti.
Il ministro del Welfare non si sottrae, e dopo aver esortato il Parlamento si rivolge anche agli industriali: “Non mi aspetto certo licenziamenti di massa, come effetto della nostra riforma. Purtroppo mi aspetto i licenziamenti legati alla recessione, che già c’erano prima e che continueranno ad esserci, perchè la crisi non è affatto finita. Ma proprio per questo rinnovo l’appello ai nostri imprenditori: non abusate della buona flessibilità che la riforma introduce. Sarebbe il modo più irresponsabile di farla fallire”.
Massimo Giannini
(da “La Repubblica”)
argomento: economia, governo, Lavoro | Commenta »