Marzo 19th, 2012 Riccardo Fucile
NON CI SIAMO: PER LICENZIARE SI GUARDA ALLA GERMANIA, MA PER PAGARE I LAVORATORI IL MODELLO PIU’ VICINO PARE LA GRECIA…NAPOLITANO AMMONISCE: “SAREBBE GRAVE UN ACCORDO SENZA IL CONTRIBUTO DELLE PARTI SOCIALI”
È in corso l’incontro tra il ministro del Welfare, Elsa Fornero, e i sindacati confederali sulla riforma del mercato del lavoro.
Il ministro Fornero cerca di stringere i tempi e incassare il sì del sindacato in vista del tavolo a Palazzo Chigi.
All’incontro oltre al ministro Fornero partecipano il viceministro Michel Martone, i segretari generali di Cgil, Susanna Camusso, di Cisl, Raffaele Bonanni, di Uil, Luigi Angeletti, e dell’Ugl, Giovanni Centrella.
Sul tavolo ci sono diversi temi, ma il nodo da superare resta quello dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.
Per iniziare l’incontro, le parti sociali hanno dovuto attendere che Elsa Fornero terminasse l’incontro con il Capo dello Stato, durato circa un’ora, a con era presente anche il premier Mario Monti.
Ore decisive per la riforma del mercato del lavoro.
In una giornata cominciata presto e ancora da chiudere, in un vortice di contatti e di incontri alla vigilia del tavolo di martedì a Palazzo Chigi anche con il premier Mario Monti, i sindacati cercano una base comune, una mediazione sull’articolo 18, per evitare la rottura e andare avanti uniti.
Mentre il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, esorta le stesse parti sociali perchè «mostrino di intendere che è il momento di far prevalere l’interesse generale su qualsiasi interesse e calcolo particolare».
Sarebbe «grave – dice – la mancanza di un accordo».
E con il presidente della Repubblica, il premier Monti e il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, hanno avuto in serata un colloquio, incentrato proprio sulla riforma del mercato del lavoro.
In vista dell’incontro con il governo, considerato decisivo per chiudere la partita, anche i leader di Cgil, Cisl e Uil si sono riuniti nella sede della Cgil per trovare una posizione comune sulla modifica dell’articolo 18.
Anche se Susanna Camusso ha smentito l’esistenza di un documento condiviso sulla questione: «Non c’è».
Così il segretario della Cgil, al termine dell’incontro con i leader di Cisl e Uil: «Si sta lavorando, si vedrà – ha aggiunto- ci continuiamo a sentire».
Il fine settimana è stato segnato da dichiarazioni del governo che ha ribadito con il premier Mario Monti – che martedì presiederà il tavolo – e il ministro del Welfare, Elsa Fornero, la volontà di varare la riforma entro questa settimana, con o senza l’assenso delle parti sociali.
I sindacati non hanno gradito la presa di posizione e hanno annunciato di non dare per scontato che l’accordo ci sarà dopo che la settimana scorsa sembrava che la cosa fosse sostanzialmente fatta.
Nodo principale per i sindacati resta la modifica dell’articolo 18.
Il modello sul quale punta il governo è quello tedesco.
Il reintegro continuerebbe a essere garantito per i licenziamenti discriminatori. Possibile invece il licenziamento individuale per ragioni economiche a fronte di un indennizzo.
Spetterà invece al giudice valutare, in caso di licenziamento per motivi disciplinari, se reintegrare il lavoratore o assegnargli un indennizzo.
Si punta anche a velocizzare la durata delle cause del lavoro.
Il leader della Uil, Luigi Angeletti, di solito dialogante, si è messo di traverso sulla possibilità che ci siano licenziamenti per motivi disciplinari.
Anche Susanna Camusso che aveva aperto, nonostante le pressioni interne della Fiom, a modifiche sull’articolo 18 è tornata su posizioni più rigide.
A favore di una mediazione a oltranza il leader Cisl, Raffaele Bonanni.
Nel pomeriggio la Fornero incontrerà i rappresentanti di Rete Imprese Italia scontenti invece per i costi della riforma che aumenta i contributi a carico delle imprese per i contratti a termini e prevede una sorta di contributo in caso di licenziamenti.
I metalmeccanici intanto hanno già deciso: due ore di sciopero da indire martedì in tutte le fabbriche contro ogni eventuale modifica dell’art. 18.
È questa la proposta avanzata dal segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, al Comitato centrale riunito lunedì.
«Proprio perchè ad oggi le condizioni per un accordo positivo non le vediamo – ha spiegato Landini – perchè le condizioni del Governo non sono accettabili e l’esecutivo vuole mettere mano all’art. 18, propongo che il Comitato centrale proclami per martedì almeno due ore di sciopero con modalità da definire in tutto il territorio nazionale per dire che non siamo disponibili ad accettare una modifica dell’art. 18. L’art. 18 non si può mettere in discussione».
«Io ho sempre sostenuto che il mio impegno è massimo perchè si raggiunga un’intesa» con le parti sociali sulla riforma del mercato del lavoro. Lo ha detto il ministro del Welfare, Elsa Fornero, nel corso del suo intervento al convegno “TuttoPensioni” organizzato dal Sole 24 Ore.
«Credo con molta sincerità – ha aggiunto – che una riforma raggiunta con il consenso delle parti sociali abbia un valore aggiunto che la stessa riforma approvata senza il consenso non ha».
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Marzo 19th, 2012 Riccardo Fucile
L’AZIENZA ESTERNALIZZA E IL LAVORO SI PERDE IN UNA ZONA GRIGIA SENZA REGOLE…”TRASFERTE A SPESE NOSTRE, FERIE NON PAGATE, CHI SI AMMALA PERDE IL LAVORO, NIENTE MATERNITA”…”CERTE IMPRESE SCOMPAIONO E RECUPERARE I SOLDI E’ DURA”
Aggrappati ai cancelli, a scambiarsi informazioni in mille lingue.
Eppure nessuno di loro è dipendente del colosso pubblico della cantieristica. “Sono quelli degli appalti esterni”, così vengono chiamati dai colleghi di Fincantieri.
Gli ultimi degli ultimi, l’anello finale della catena. Basta chiedere loro di mostrarti la busta paga: le voci previste dalla legge sembrano esserci, il reddito è di 1.300 euro, come per tanti colleghi “regolari” italiani.
Ma si chiama “paga globale” e comprende tutto: tredicesima, indennità , tfr.
Lo stipendio vero è poco più della metà .
Ma c’è dell’altro: “Le trasferte sono a spese nostre, le ferie non sono pagate”, giura Abdul, tunisino. Aggiunge: “Se ci ammaliamo perdiamo il lavoro”.
E niente maternità : Romina voleva fare un figlio, ha rinunciato. Chissà , forse dopo un passaggio in ospedale, quando glielo chiedi abbassa lo sguardo.
Accade a Sestri Ponente, come a Porto Marghera e in altri stabilimenti del gruppo.
Vengono in mente gli appelli di Giorgio Napolitano al rispetto delle leggi in materia di lavoro. Chissà se il presidente immagina che cose di questo genere sono quasi la norma nella cantieristica. Privata, ma anche pubblica. A Genova, davanti all’ufficio di Bruno Manganaro (Fiom-Cgil), ogni mattina si presentano decine di lavoratori che prestano la loro opera a Fincantieri. Sono “quelli degli appalti esterni”. Gente che arriva da cinquanta paesi, perchè i cantieri sono una Babele, dove si parlano mille lingue e non esiste razzismo (alla mensa esistono cibi diversi a seconda della confessione religiosa). Ma tra questi super-precari non è raro trovare italiani.
Ormai è la regola: nei periodi di boom i dipendenti di Sestri erano un migliaio, quelli degli appalti esterni 2.000.
Racconta Manganaro: “Dagli anni Ottanta Fincantieri, ma non è la sola, ha deciso di esternalizzare. Il motivo dichiarato era la concorrenza asiatica”.
Oggi fino all’80 per cento di una nave viene appaltato a grandi imprese che a loro volta subappaltano. E qui i controlli si perdono: “Alla fine gli operai vengono assunti da società che spuntano come funghi, spesso vengono dal sud. O magari dalla Romania”.
Certo, ci sono anche società serie. Per altre, però, il discorso è diverso: “Assumono, ma verso la fine del contratto spariscono. Recuperare i soldi da una ditta romena è dura” racconta Manganaro. Davanti a lui una fila di lavoratori rimasti senza stipendio.
Ma non sono solo i soldi, anche se ci muoviamo sull’orlo della miseria: “Con gli appalti gli incidenti sul lavoro si sono moltiplicati”, assicura Sandro Bianchi che per la Fiom si è occupato di Fincantieri per anni.
Dalle denunce di Luca Trevisan e Giorgio Molin della Fiom di Venezia che si occupa di Porto Marghera è partita un’inchiesta della Procura.
Si parla di operai esterni che lavorano 250 ore al mese, cioè otto ore al giorno, sabati e domeniche comprese.
Vuol dire fatica immane, ma anche rischiare la pelle: “Quando sei su una nave maneggi pesi di tonnellate, usi macchinari che se ti scappano di mano ti ammazzano” racconta Gabin.
Aggiunge: “I nostri colleghi ‘regolari’, giustamente, pretendono che siano rispettate le norme di sicurezza. Ma noi non possiamo fare storie. Rischiamo il licenziamento e poi c’è di mezzo il permesso di soggiorno”. Allora si va avanti, si entra nei cunicoli tra le due carene dove devi fare saldature al buio, quasi senza aria. Un errore e soffochi.
Finiti i turni si torna a casa, se si può chiamare così: appartamenti dove vivono anche in venti. Magari procurati dalle stesse ditte che fanno la cresta anche sull’affitto.
“Possibile che Fincantieri non sappia nulla?” si chiedono i sindacalisti Fiom.
Bianchi racconta: “Abbiamo siglato accordi con la società . Noi accettavamo gli appalti esterni purchè ci fosse un tetto quantitativo e qualitativo. Ma poi non è andata così. Gli appalti non fanno risparmiare soldi, perchè una manodopera non qualificata abbassa la qualità e può produrre danni. Invece si appalta tutto, anche la progettazione, disperdendo il know how”.
Fincantieri non ci sta: “In tutto il mondo la cantieristica si basa sull’esternalizzazione. Solo il 20-30 per cento del lavoro è compiuto dal cantiere. Ma non è il far west: facciamo controlli sulle condizioni di lavoro, sul pagamento di stipendi e contributi. Ce la mettiamo tutta, anche se c’è sempre chi non rispetta la legge”.
Intanto “quelli degli appalti esterni” aspettano davanti ai cancelli di Fincantieri oppure a quelli delle Riparazioni Navali del porto.
Ma sono già pronti a emigrare in Germania.
Anche all’estero hanno bisogno di lavoratori che non fanno problemi.
E poi Ifriom, Gabin, Vladimir non hanno molto da perdere: niente casa, niente famiglia.
Niente.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 18th, 2012 Riccardo Fucile
LE PMI PREOCCUPATE DELL’IMPATTO CHE LA RIFORMA POTREBBE AVERE IN UN PERIODO DI CRISI… I SINDACATI CHIEDONO NORME CHIARE PER IL GIUDICE CHE DOVRA’ DECIDERE SULL’ALLONTANAMENTO DEL LAVORATORE
Dopo il vertice alla Fiera di Milano il dossier sul mercato del lavoro si è aggiornato. 
E cambierà ancora mano a mano che si avvicina la data in cui Monti ha annunciato l’intenzione di chiudere la partita.
I tre capitoli principali del confronto sono stati affrontati dai segretari dei sindacati, dalla presidente di Confindustria e dal ministro Fornero.
L’osso più duro resta l’articolo 18.
Più semplice invece una soluzione su ammortizzatori sociali e contratti atipici.
Gli ammortizzatori
Per le aziende la mobilità non va cancellata subito
I sindacati
Sono contrari alla prevista abolizione della cassa integrazione straordinaria e della mobilità . Sostengono che sostituire la prima con l’indennità di disoccupazione (la cosiddetta “Aspi”) sia un grave errore soprattutto in periodo di crisi perchè spinge le aziende a liberarsi di lavoratori e professionalità che potrebbero invece diventare utili al momento della ripresa.
Temono che finanziare poco l’indennità di disoccupazione (si è parlato di due miliardi) finisca per non fornire la stessa tutela oggi garantita dalla mobilit�
Le imprese
Sono contrarie all’abolizione immediata dell’indennità di mobilità . Anche ieri Emma Marcegaglia ha fatto osservare al ministro del Lavoro Elsa Fornero che nei prossimi tre anni l’Italia sarà attraversata da un duro processo di ristrutturazione e che dell’indennità di mobilità ci sarà molto bisogno.
Le imprese chiedono dunque che venga allontanato il momento dell’entrata in vigere di questa parte della riforma.
Il governo
Il ministro Fornero starebbe tornando all’impostazione originaria. L’abolizione della mobilità avverrebbe entro il 2017 mentre l’Aspi, l’indennità di disoccupazione, che non supererà i 1.100 euro lordi, entrerà in vigore gradualmente.
L’indennità di disoccupazione sarà sospesa a chi non accetta i posti di lavoro offerti dai Centri regionali per l’impiego.
I licenziamenti
I sindacati
Sono contrari ad abolire una norma che punisce l’imprenditore quando licenzia ingiustamente un singolo lavoratore.
Cgil, Cisl e Uil difendono il principio per cui a licenziamento ingiusto deve seguire la riparazione del danno, cioè la reintegra sul posto di lavoro.
Ma negli ultimi giorni anche nel fronte sindacale comincia a radicarsi l’idea che una modifica parziale dell’articolo 18 possa essere accettata.
Le imprese
Non chiedono l’abolizione tout court dell’articolo 18, ma propongono di distinguere i licenziamenti ingiusti in due categorie: quelli discriminatori e quelli legati a necessità economiche dell’azienda.
Confindustria chiede di lasciare l’obbligo di reintegro per i licenziamenti discriminatori e di abolirlo per quelli dettati da ragioni economiche.
In questo secondo caso, il lavoratore ingiustamente licenziato verrebbe risarcito con una somma in denaro.
Il governo
Accoglie sostanzialmente l’impostazione degli imprenditori sottoscrivendo l’idea che anche un licenziamento ingiusto possa essere accettabile se risarcito con una congrua somma. Naturalmente questo non varrebbe in caso di licenziamenti discriminatori.
Ma dove finiscano i licenziamenti ingiusti e discriminatori e dove comincino quelli ingiusti ma non discriminatori è il vero nodo da sciogliere entro martedì.
I contratti
I sindacati
Chiedono che si metta un limite alla giungla dei contratti atipici sui quali è proliferato il precariato negli ultimi anni.
Nel mirino i contratti a progetto, le associazioni in partecipazione e il falso lavoro autonomo delle partite Iva con un solo committente.
Cgil, Cisl e Uil premono perchè dopo un congruo periodo di tempo tutti i contratti diventino a tempo indeterminato. In alternativa c’è la proposta di un tetto al numero dei contratti atipici sul totale degli assunti nell’azienda.
Infine i sindacati propongono che i contratti a tempo determinato siano più costosi degli altri.
Le imprese
Sono soprattutto le piccole imprese a protestare perchè sostengono che la riduzione dei contratti atipici penalizza le possibilità di assunzione, quella che in gergo tecnico viene chiamata “la flessibilità in entrata”.
Le piccole imprese chiedono anche che non si penalizzino i contratti a tempo determinato con aggravi fiscali o minori deduzioni.
Il governo
Il ministro Fornero sta pensando a trasformare il contratto di apprendistato nella principale porta di ingresso dei giovani al mondo del lavoro.
Ma, diversamente da quanto si pensava all’inizio della trattativa, sarebbe contraria a tagliare in modo deciso i contratti atipici per evitare di chiudere, in un periodo di crisi, possibili vie d’accesso all’impiego.
Rimane invece l’aggravio dell’1,4% per i contratti a termine in modo da privilegiare l’assunzione a tempo indeterminato.
Paolo Griseri
(da “la Repubblica”)
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Marzo 17th, 2012 Riccardo Fucile
IL NEGOZIATO SUL LAVORO HA OBBEDITO AL VECCHIO FORMAT TRIANGOLARE GOVERNO, CONFINDUSTRIA, SINDACATI
Giovedì Marco Venturi ha fatto persino il giro delle «tre chiese».
È stato da Angelino Alfano, Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini per manifestare tutta l’insoddisfazione di Rete Imprese Italia, di cui è portavoce, verso le conclusioni a cui sta arrivando il negoziato sul lavoro.
La battuta migliore gliel’ha fatta Bersani: «Mi sembra di stare su un autobus in cui tutti hanno qualcosa da dire sull’autista, ma si rivolgono al bigliettaio perchè sia lui a rappresentare il loro malumore» .
Scherzi a parte il massimo rappresentante di commercianti e artigiani ha ricevuto ampie rassicurazioni da tutti ma a Rete Imprese Italia non si fanno illusioni.
Il negoziato sul lavoro ha obbedito ancora una volta al vecchio format triangolare governo-Confindustria-sindacati, quello che ha dominato il nostro Novecento e che si pensava dovesse andare in soffitta.
Come Venturi la pensano anche le associazioni delle partite Iva.
Quel triangolo le ha escluse persino dal tavolo e Anna Soru, presidente di Acta (l’associazione dei consulenti del terziario avanzato) sostiene che tutti coloro che nel governo o nei partiti si occupano della riforma continuano «a pensare solo dentro gli schemi del lavoro dipendente e non sanno niente di quello autonomo».
È chiaro che dovendo affrontare lo spinosissimo tema dell’articolo 18 il governo Monti non potesse pensare di depotenziare il confronto con i sindacati confederali e la Confindustria ma artigiani, commercianti e partite Iva si aspettavano comunque qualche segnale di novità in chiave universalistica e non concertativa. Delusi, ora sfogano il loro mugugno.
Raccontano come Cgil-Cisl-Uil e industriali comunque siano riusciti a negoziare con il governo e a ottenere partite di scambio mentre Rete Imprese è partita con un documento ed è arrivata alla fine sostanzialmente con il medesimo testo senza che nel mezzo ci fossero avvicinamenti, compromessi e mezzi risultati.
In termini calcistici si direbbe che Venturi è uscito dal campo con la maglia intonsa perchè non ha visto palla e non ha dovuto nemmeno correre.
Già in sede di decreto Salva Italia e di completamento della riforma previdenziale artigiani e commercianti avevano dovuto mandar giù qualche boccone amaro.
In primis l’aumento dei contributi pensionistici che entro il 2014 comporterà per i loro associati un maggior esborso di 2,7 miliardi.
L’aumento dell’Imu e tutta un’altra serie di piccoli balzelli sono stati un altro dispiacere e secondo i conti di rete Imprese graveranno per circa 5 mila euro aggiuntivi su ciascuna impresa.
Venturi e gli altri speravano che i rospi finissero qui.
E invece l’introduzione dell’Aspi, la nuova indennità di disoccupazione comporterà per le Pmi un aggravio di 1,2 miliardi di cui almeno la metà aggiuntivi ai contributi versati oggi.
Non è tutto.
Rete Imprese aveva chiesto che le risorse aggiuntive per allargare le tutele degli ammortizzatori sociali fossero compensate da una diminuzione dei soldi che le imprese versano per Inail e malattia.
Due gestioni che sono fortemente e, sostengono gli artigiani, “inutilmente” in attivo. Non se n’è fatto nulla.
Il quaderno delle doglianze dei Piccoli si chiude con le maggiorazioni di costo sui contratti a tempo determinato che comunque renderanno più rigida la flessibilità in entrata, un ossimoro.
Lo stesso vale per Confindustria ma le grandi imprese porteranno comunque a casa la revisione dell’articolo 18 e certamente non è poca cosa dal punto di vista simbolico.
Tra le partite Iva i mugugni sono ancora più forti.
L’impressione è di essere rimasti “figli di un Dio minore” anche in un contesto politico che si era prefissato l’obiettivo di allargare la platea dei rappresentati.
E invece, ad esempio, l’intervento sulle finte partite Iva riguarderà solo le professioni non ordinistiche, ricalcando quindi una vecchia bipartizione che ha mandato da sempre in bestia consulenti e knowledge worker. In più i criteri per individuare la finzione sono la monocommittenza e la fruizione di una postazione di lavoro presso il committente.
«Ma ciò richiede l’azione degli ispettori del lavoro. E allora se entrano in gioco gli ispettori sono molte le cose che vorremo far verificare» dicono ad Acta.
La considerazione più amara riguarda però l’aumento dei contributi previdenziali: c’è il fondato sospetto che li si voglia far salire, per parasubordinati e partite Iva, dall’attuale 28% fino al 33% e quest’operazione per Soru è «inaccettabile».
Dario Di Vico
(da “Il Corriere della Sera”)
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Marzo 16th, 2012 Riccardo Fucile
“L’UNICO NUOVO SONO IO, SONO IL SOLO CANDIDATO CHE HA FATTO PER LAVORO IL PENDOLARE SU MILANO DAL 1996 AL 2002 DOPO LA LAUREA”… MA LE COSE STANNO DAVVERO COSI’?
Intervistato dal “Secolo XIX” il candidato sindaco della Lega, Edoardo Rixi chiosa: “Non credete agli altri candidati, l’unico nuovo sono io, gli altri rappresentano il vecchio”.
Premesso che Edoardo Rixi, classe 1974, dal 2002 al 2007 consigliere comunale di Genova e dal 2011 consigliere regionale della Lega, tanto “nuovo” forse non è, visto che da oltre 11 anni calca il palcoscenico politico locale, non si può certo negare che egli provi a porsi, in questa campagna elettorale, come il paladino dei giovani genovesi che non trovano occupazione in città e sono costretti a migrare a Milano.
Lo aveva già scritto nel suo comunicato di investitura e lo ribadisce al giornalista che gli chiede: “Ma lei l’ha fatto?”.
Rixi risponde con fermezza: “Certo l’ho fatto dal 1996 al 2002, dopo la laurea in Economia e Commercio, come tanti giovani che a Genova non hanno trovato lavoro”.
Chapeux, verrebbe da dire: già uno si immagina il povero Edo partire all’alba su una tradotta da Genova-Pegli e arrivare trafelato in fabbrica ad Arese dopo aver passato metà del viaggio a rimirarsi allo specchio e a sistemarsi i capelli nella ritirata del treno
Ma qualcosa non quadra.
Nella prima versione on line de “Il Secolo XIX”, Rixi parlava di 10 anni di “vita da pendolare”, ridotti a 6 nella versione cartacea del giorno dopo.
Prima osservazione spontanea.
Come poteva Rixi fare il pendolare “dopo la laurea” già dal 1996 se, come risulta da quanto pubblicato da linkedin.com e sulla base di quanto da lui stesso dichiarato, ha frequentato l’università di Genova dal 1993 al 1999, laureandosi nel 1999 ?
La logica dice che al massimo potrà aver fatto il pendolare dal 2000 al 2002 .
Seconda considerazione.
Leggiamo nel suo profilo di consigliere regionale della Liguria, compilato da lui stesso: “Ho lavorato come ricercatore per l’università di Genova e per la Fondazione Carige e come consulente per aziende private”
Perbacco: uno che fa il ricercatore universitario a Genova e consulenze per la Cassa di Risparmio di Genova per quale ragione dovrebbe mai fare il pendolare su Milano, visto che poi dal 2002 è anche consigliere comunale e quindi molto impegnato, tra consigli e commissioni?
Terza osservazione.
Sempre sul suo dettagliato profilo su linkedin.com, Rixi afferma da aver lavorato dal 1997 al 2002-2004 nel settore della moda con Lineaitalia srl e la veneziana Roberta di Camerino, a cavallo della laurea quindi e immediatamente dopo: nello stesso periodo quindi in cui avrebbe fatto, lo ricordiamo, il ricercatore a Genova per Università e la Carige.
Ma non è finita qua: da gennaio 2000 ad aprile 2004, Rixi afferma di essere stato anche amministratore della Thesis sas di Edoardo Rixi, specializzata in borse e borsette e in cui rivestiva incarichi di marketing.
Ritorniamo a quanto dichiarato al Secolo XIX dal candidato sindaco pendolare: “Ho fatto il pendolare dal 1996 al 2002 dopo la laurea lavorando a Milano nel settore del marketing”.
Peccato che la Thesis avesse sede a Pegli, lo stesso quartiere di Genova dove Rixi abita, non certo a Milano.
E uno che dal 2000 al 2004 crea una società impegnativa a Genova come può fare anche il pendolare?
La logica dice o l’uno o l’altro: che senso avrebbe costituire una società se poi si fa dell’altro?
Nel suo profilo infine Rixi aggiunge anche una collaborazione con il dipartimento di marketing dell’Università di Tor Vergata a Roma, in direzione pendolare opposta alla nebbiosa metropoli meneghina.
Confusione totale.
Quarta domanda
Rixi dal 2002 al 2007 è consigliere comunale, poi non viene rieletto e dovrà attendere il 2011 per entrare in Regione.
Ma dal giugno 2005 al febbraio 2010 che fa il disoccupato Rixi?
Leggiamo che fa anche il funzionario della 1 commissione bilancio della regione Lombardia (lo dice sempre lui).
Non certo a tempo pieno visto che nei primi due anni è impegnato quasi tutti i giorni in Comune a Genova.
E come mai Rixi dimentica invece di dire al giornalista che avrebbe fatto il pendolare su Milano dal 2005 al 2010, lavorando al Pirellone, quando avrebbe una prova tangibile per dimostrare il suo giornaliero percorso su rotaie?
Perchè Rixi non dice quanti giorni dedicava al suo incarico lombardo?
Come mai Rixi non ritiene opportuno portare a conoscenza del “giovani pendolari genovesi” come aveva ottenuto quell’incarico e non rivela quanto era pagato?
E’ pensiero comune, anche in padagna, che un candidato sindaco dovrebbe garantire trasparenza amministrativa ai cittadini: poi, per carità , tutti i lavori sono accettabili, anche, tanto per dire, l’assistenza alle persone anziane con ruoli di badante e tuttofare.
Ma abbia il buon gusto perlomeno di scendere dal treno.
Uno specchio lo trova anche sull’ascensore di casa, in fondo.
LIGURIA FUTURISTA
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Marzo 16th, 2012 Riccardo Fucile
MONTI OTTIENE UN TESTO CONDIVISO… MA SULLA TV ALFANO E BERSANI RESTANO LONTANI
Il fatto che siano andati tutti a Palazzo Chigi, che nessuno si sia alzato dal tavolo nè rifiutato di trattare
alcun tema di quelli imposti in agenda da Mario Monti è già un’intesa.
Non si poteva fare altrimenti, forse.
Ma che i tre segretari – Alfano, Bersani e Casini – dopo una settimana di botta e risposta, polemiche, punzecchiature, accuse più da campagna elettorale che da navigazione standard di una maggioranza forzosa ma comunque solida, abbiano alla fine condiviso un testo – quello del comunicato del premier – è un risultato che Monti può incassare come una svolta per il suo governo.
E che Casini alle due di notte rilancia: «Ottimo clima, ottimo risultato».
Con più o meno fatica, più o meno sofferenza e difficoltà , i tre leader hanno dovuto sottostare alla legge della responsabilità , imposta dal premier, dalla moral suasion del Quirinale ma soprattutto da una situazione politico-economica ancora niente affatto risolta.
Così si è potuti arrivare ad una intesa sul punto più delicato e potenzialmente esplosivo, quello dell’articolo 18, con grande soddisfazione di Angelino Alfano, con l’approvazione di Pier Ferdinando Casini, con i paletti e le richieste in parte ancora da mettere a punto di Pier Luigi Bersani.
Ma anche sulla giustizia alla fine si è arrivati ad una difficile mediazione, nella quale ciascuno ha rinunciato a qualcosa: il Pdl smussa sulla responsabilità civile dei magistrati, accetta il giro di vite sull’anticorruzione (che però alleggerisce Berlusconi dall’accusa di concussione per il processo Ruby) e incassa l’impegno del governo a presentare un nuovo testo di legge sulle intercettazioni. Sulla Rai invece è stallo completo: i veti reciproci tra Pdl e Pd, con Alfano a difesa di questa governance, questa legge per il rinnovo del Cda e dell’accordo che assegna gratis le frequenze e Bersani che chiede rinnovamento radicale di struttura e criteri e frequenze a pagamento, hanno impedito qualsivoglia intesa.
Se ne parlerà «nei prossimi vertici», forse dopo le Amministrative.
Monti invece si impegna ad incontrare con regolarità , assieme ai ministri interessati ai provvedimenti all’esame, i capigruppo della maggioranza
Non c’è stato spazio nè modo per contrastarsi a muso duro, perchè l’accordo per tutti era approdo obbligato.
Lo ha fatto capire subito una formidabile mossa mediatica di Casini, che a vertice appena iniziato ha mandato sul suo profilo Twitter la foto di lui, Bersani e Alfano seduti l’uno accanto all’altro e con dietro di loro Monti con fare paterno che in piedi quasi li abbraccia, con cinguettio a commento pieno di punti esclamativi e di entusiasmo: «Siamo tutti qui! Nessuna defezione!».
È bastato lo scatto, una prima assoluta come fenomeno mediatico via web, a dare da subito senso e verso a un vertice che il leader dell’Udc vorrebbe fosse quello che battezza la formazione che andrà al voto nel 2013 e che governerà nella prossima legislatura.
Perchè al di là dei volti tra l’ironico e lo scettico di Bersani e Alfano, è vero che i temi spinosi affrontati al vertice non hanno spezzato il filo esile ma fortissimo che lega i tre segretari all’inevitabile sostegno a Monti, che anche Berlusconi ieri ha rivendicato invitando i suoi ad andarlo a «spiegare ai cittadini» scagliandosi contro «la vecchia politica delle chiacchiere fumose e inconcludenti, la politica dai riti bizantini e incomprensibili alla gente comune».
Poi certo, sia su lavoro che su giustizia che sulla Rai al vertice c’è stato da discutere.
Sulla riforma del welfare Alfano spinto da tutto il suo partito si è intestato la difesa dei lavoratori autonomi, delle piccole e medie imprese e la critica a un’impostazione che fino a ieri sera gli era parsa «troppo cauta» sull’articolo 18.
Al contrario, Bersani ha chiesto a Monti e alla Fornero, pure presente al vertice, passi avanti su «ammortizzatori, contratti, risorse», ricevendo in cambio del suo appoggio alla modifica dell’articolo 18 sul modello alla tedesca apertura su sviluppo e ripresa che facciano da contraltare alla stretta sui licenziamenti.
Monti ha insomma ottenuto l’appoggio che voleva, e ha potuto mettere sul tavolo anche i due temi che più hanno diviso Pdl e Pd, giustizia e Rai.
Sul primo, dopo il braccio di ferro iniziale, (con Alfano a tenere duro su inasprimenti eccessivi dell’anticorruzione e sbracamenti su responsabilità civile dei giudici e Bersani attento a non concedere troppo sulle intercettazioni), si è arrivati a un sostanziale accordo.
Fumata nera invece sulla Rai, come sulle misure per la crescita.
Nella notte, tutti hanno potuto far credere di essere abbastanza soddisfatti.
Ma oggi ci sarà da spiegare, argomentare, e fare i conti sui dare e avere di un vertice che ha rafforzato soprattutto Mario Monti.
Paola Di Caro
(da “Il Corriere della Sera”)
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Marzo 15th, 2012 Riccardo Fucile
DA REPUBBLICA FONDATA SUL LAVORO A QUELLA BASATA SULL’INDENNIZZO… IL PASSAGGIO DALL’ETA’ DEI VALORI IDEALI A QUELLA DEI VALORI MONETARI
Se non ora quanto? L’interrogativo resistenziale e catartico di Primo Levi è stato virato in un incubo
economico e monetario.
Eppure l’Italia è stata davvero, nel dopoguerra, e negli anni Settanta, “una Repubblica fondata sul lavoro”, un paese di artigiani, contadini, operai, di piccoli e geniali imprenditori (e soprattutto una terra di emigranti), che avevano costruito sull’etica del lavoro ben fatto, e dell’onestà , la loro fortuna.
Poi, dalla fine degli anni Ottanta, questo Paese si è trasformato in una democrazia fragile — non a caso assaltata dai monopoli e dai poteri speculativi — finalizzata alla moltiplicazione della precarietà .
Adesso, alla fine di un percorso netto, si sta preparando l’ultimo salto dis-evolutivo: quello che ci farà diventare un paese “fondato sull’indennizzo”.
Si può pensare qualsiasi cosa sul problema del Tav, per esempio, ma che senso di responsabilità comunica una classe dirigente che invece di rassicurare e risolvere dice: va bene, faremo qualche disastro, devasteremo dei territori, però vi ricopriamo di soldi?
Che credibilità può avere un imprenditore (indovinate chi?) che dice: ti tolgo dieci minuti di pausa alla catena di montaggio, ogni giorno, però ti metto in busta paga 44 euro (se possibile lordi).
E quale terremoto sociale produce, nel paese della demeritocrazia realizzata (in questo siamo i più bravi al mondo) l’idea che il licenziamento si legittima con la liquidazione economica e che persino quando i tribunali scrivono in una sentenza che una azienda ha tenuto un comportamento anti-sindacale, tutto si può risolvere con un obolo e con una monetizzazione del danno?
Senza che quasi ce ne accorgessimo si è realizzato un terremoto culturale e sociale: chi ha soldi può fare quello che vuole, basta che paghi.
Può evadere, purchè poi aderisca al condono, può cementificare, perchè tanto poi si mette in regola.
Può inquinare, tanto poi promette bonifiche che non arrivano mai (chiedere al sindaco di Taranto o di Porto Torres, a quelli della petro-Basilicata).
Nella nuova Italia feroce in cui aumentano le differenze tra ricchi e poveri tutto può essere comprato, e sembra che non esistano più diritti non negoziabili.
Com’è triste il passaggio dall’età¡ dei valori ideali a quello dei valori monetari.
Luca Telese blog
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Marzo 15th, 2012 Riccardo Fucile
CI SARA’ UNA FORMA CONTRATTUALE DOMINANTE A TEMPO INDETERMINATO CON INGRESSO ATTRAVERSO L’APPRENDISTATO… NUOVE GARANZIE ANTI-ABUSI DALLE FINTE PARTITE IVA AI COLLABORATORI… COSTI AGGIUNTIVI PER LE IMPRESE
Addio alle 46 forme di atipicità calcolate dalla Cgil (una ventina per Confindustria).
E stretta sui rapporti di lavoro camuffati, gli impieghi distorti, gli abusi.
Il governo traduce la flessibilità “buona” sfoltendo la giungla dei contratti ad otto tipologie essenziali e si impegna a disincentivare e sanzionare gli «utilizzi impropri».
Con l’obiettivo – si legge nella proposta di riforma – di «rendere più dinamico il mercato del lavoro», soprattutto per le «fasce svantaggiate», come i giovani, «contrastando al contempo la precarizzazione».
«Il mantenimento della precarietà sarebbe suicida», ha spiegato ieri il ministro Fornero, specificando poi che «abbiamo in mente una forma contrattuale dominante, il contratto a tempo indeterminato, che preveda l’ingresso nel mercato del lavoro possibilmente in giovane età attraverso un vero apprendistato».
Collaboratori
Disincentivi e nuovi vincoli così saranno evitati gli abusi
Il tentativo è quello di restringere l’uso dei co.co.pro., spesso lavoro subordinato mascherato, introducendo disincentivi normativi e contributivi.
In pratica, la definizione del “progetto” dovrà essere più stringente e specifico.
L’attività del collaboratore sarà assimilata a quella del dipendente («presunzione relativa») se svolta con modalità analoghe.
Non sarà più possibile inserire clausole individuali nei contratti che consentono il recesso prima della scadenza o del completamento del progetto anche senza giusta causa.
Il contratto potrà essere chiuso solo per giusta causa, incapacità professionale, cessazione dell’attività cui il progetto è inerente.
Partite Iva
Se la collaborazione è strutturale scatta l’assunzione definitiva
Se la collaborazione professionale, autonoma e occasionale (partite Iva), dura più di 6 mesi nell’arco di un anno, il lavoratore ne ricava più del 75% del fatturato e comporta l’uso di una postazione di lavoro presso il committente, si presume, salvo prova contraria a carico del datore, che quel rapporto di lavoro è di fatto “coordinato e continuativo”.
L’eventuale accertamento giudiziale comporterà automaticamente la conversione del rapporto in subordinato a tempo indeterminato, come avviene per i co.co.pro. «privi di un progetto specifico».
Escluse le collaborazioni di professionisti iscritti ad albi e saranno rivisti modalità e requisiti per aprire una partita Iva.
Associazioni
Giro di vite per bonificare la situazione dei soci “simulati”
Stretta in arrivo anche per le associazioni in partecipazione.
La bozza parla di «bonifica» delle situazioni di finti soci o soci simulati, senza reale partecipazione agli utili, che coinvolgono soprattutto “milleuristi”, giovani impiegati nei negozi in franchising (oltre 52 mila, secondo la Uil).
L’abuso sarà perseguito con la limitazione del numero massimo degli associati (sino a 5 soggetti, dice la bozza, compreso l’associante), fatte salve le associazioni familiari e quelle che svolgono attività «di elevato contenuto professionale».
Ma soprattutto se non ci sarà una distribuzione effettiva degli utili, il rapporto si presumerà di natura subordinata, fatta salva la prova contraria.
Part-time
Obbligatorio per il datore di lavoro comunicare le modifiche di orario
Per il contratto a tempo parziale, arriva l’obbligo per il datore di comunicare «ogni variazione di orario», contestualmente al preavviso al lavoratore, nell’ambito del part-time verticale o misto (è questa la forma che più si presta ad abusi).
Anche per il contratto intermittente (“a chiamata”) si introduce un obbligo di comunicazione amministrativa, con «modalità snelle» (compreso il messaggio telefonico), ad ogni chiamata del lavoratore, per scongiurare che sia utilizzato in modo irregolare.
Per il contratto di lavoro accessorio, si pensa di restringere il campo di operatività , modificare il regime orario dei buoni (voucher) e anche qui modalità snelle per comunicare l’inizio dell’attività lavorativa.
Lavori a termine
Contributi più costosi per le aziende finanzieranno i nuovi ammortizzatori
Il contratto a termine costerà di più (escluso quello di sostituzione), ma l’aggravio sarà recuperato se il datore assumerà il lavoratore a tempo indeterminato.
Il meccanismo bonus/malus («premio di stabilizzazione») si attiverà con un rialzo dell’aliquota contributiva pari all’1,4% (2,7% totale) che andrà a finanziare il nuovo ammortizzatore, l’Aspi (assicurazione sociale per l’impiego).
Per limitare gli abusi, aumenterà l’intervallo temporale tra un contratto e l’altro.
E sarà eliminato il termine risicato di 60 giorni dalla scadenza entro cui manifestare al datore la volontà di impugnare il contratto ritenuto illegittimo, riducendo però da 330 a 270 giorni (9 mesi) il termine per l’azione in giudizio.
Apprendistato
Canale privilegiato per i giovani ma dovranno esserci più assunzioni
Sarà «il canale privilegiato di accesso dei giovani al mondo del lavoro» (15-29 anni), così come previsto dal nuovo Testo unico del 2011 che dovrà essere implementato da Regioni e parti sociali entro il 25 aprile. In arrivo, però, alcuni correttivi.
Il datore potrà assumere nuovi apprendisti solo dimostrando di averne confermati una certa percentuale nel passato recente. Ci sarà una durata minima.
La figura «ambigua» del referente aziendale verrà eliminata e il tutore sarà obbligatorio. La registrazione della formazione sarà sostituita da una dichiarazione del datore, in attesa del “libretto formativo”.
Il nuovo “contributo di licenziamento” si applicherà anche agli apprendisti.
Valentina Conte
(da “la Repubblica“)
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Marzo 15th, 2012 Riccardo Fucile
TETTO AI RISARCIMENTI, ARRETRATI PER 24 MESI….PIU’ CONTRIBUTI CONTRO IL PRECARIATO
La riforma del mercato del lavoro prende forma. 
Ieri, in un vertice con i segretari generali di Cgil, Cisl, Uil e Ugl, il ministro Elsa Fornero ha illustrato la sua proposta sui licenziamenti.
Il diritto al reintegro nel posto di lavoro previsto dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori resterebbe solo nel caso dei licenziamenti discriminatori.
Per quelli per motivi economici ci sarebbe invece solo un indennizzo, mentre per quelli disciplinari sarebbe il giudice a decidere se il lavoratore debba essere reintegrato oppure indennizzato, sul modello tedesco.
Si prevede inoltre un tetto al risarcimento in caso di reintegro, che dovrebbe essere di 24 mesi.
Significa che se anche la sentenza arriva, per esempio, dopo 4 anni, il lavoratore ha diritto a non più di 2 anni di stipendio arretrato, ma i contributi per la pensione devono essere pagati dall’azienda per tutto il periodo.
Si sta infine valutando come instaurare una procedura d’urgenza per i processi in materia di licenziamento.
La proposta Fornero è giudicata troppo dura dai sindacati, che vogliono mantenere l’articolo 18 senza modifiche (reintegro) anche sui licenziamenti disciplinari.
Contro questa richiesta è schierata la Confindustria, ma anche il Pdl.
«Per noi la reintegrazione va eliminata. Demandare al giudice la scelta tra indennizzo e reintegro non è una soluzione, ma aggrava i problemi», dice Maurizio Sacconi.
Sul fronte opposto il Pd sostiene la posizione dei sindacati, accettando al limite di togliere dal diritto al reintegro solo i licenziamenti per motivi economici oggettivi.
Sabato, al convegno della Confindustria a Milano, ci saranno tutti i protagonisti della trattativa, compreso il premier Mario Monti, e si tenterà una prima stretta.
Da martedì pomeriggio, a Palazzo Chigi, comincerà la non stop per arrivare all’accordo. Fornero e Monti ci puntano.
L’intesa con sindacati e imprese metterebbe le norme al riparo da modifiche in Parlamento.
Il ministro del Lavoro ieri ha lanciato segnali distensivi verso i sindacati: «Non vogliamo consentire alle imprese di licenziare in maniera selvaggia, non è questo il nostro scopo». La Cgil comincerà da oggi le verifiche interne in vista di un possibile accordo.
Ma a questo punto sono le associazioni imprenditoriali a preoccuparsi.
La Confindustria teme alla fine sull’articolo 18 l’intervento minimo e intanto guarda con agitazione alle proposte sul riassetto dei contratti, che determinerebbero un irrigidimento delle norme e un aumento dei costi. Insostenibile per artigiani e commercianti, i più lontani dall’accordo.
Il documento sui contratti
Anche questo è stato mandato da Fornero alle parti sociali, come quello sugli ammortizzatori sociali.
Si compone di 5 pagine ed è intitolato: «Linee di intervento sulla disciplina delle tipologie contrattuali». Obiettivo: «Rendere più dinamico il mercato del lavoro (…) contrastando al contempo il fenomeno della precarizzazione».
Per questo ci vuole flessibilità in entrata e in uscita, rendendo «più adeguata la disciplina limitativa dei licenziamenti individuali, e in particolare di quelli per motivi economici». Molte le novità .
Accanto al contratto a tempo indeterminato, che resta la forma normale di lavoro, il contratto di apprendistato diventerebbe il canale principale di ingresso al lavoro, mentre resterebbero 7 tipi di contratto a termine ma sarebbero più difficili da utilizzare.
Apprendisti solo se l’azienda assume
Si parte dalla riforma Sacconi e si aggiungono alcuni correttivi.
In particolare, si legge nel documento, si vuole «condizionare la facoltà di assumere tramite apprendisti al fatto che il datore di lavoro possa dar conto di una certa percentuale di conferme in servizio nel passato recente».
Insomma le aziende potranno assumere apprendisti beneficiando del fortissime agevolazioni sui contributi solo se dimostreranno di avere stabilizzato a tempo indeterminato una parte di quelli assunti in precedenza.
Inoltre la formazione dovrà essere certificata e garantita dalla «presenza obbligatoria del tutore».
Contratto a termine più costoso
Ci sarà una «maggiorazione contributiva» (aliquota dell’1,4%) sui contratti a termine che l’azienda potrà recuperare, sotto forma di «premio di stabilizzazione», se assume il lavoratore a tempo indeterminato.
Per «limitare il fenomeno della successione abusiva di contratti a termine» ci sarà «l’aumento dell’intervallo temporale» tra un contratto e l’altro.
Verrà inoltre eliminato l’obbligo di impugnare il contratto a termine davanti al giudice entro 60 giorni dalla cessazione dello stesso e si ridurrà a 9 mesi il termine entro il quale proporre l’azione in giudizio».
Più contributi sui co.co.pro.
Sui contratti a progetto verrà «introdotto un incremento dell’aliquota contributiva» all’Inps, così da proseguire l’«avvicinamento alle aliquote previste per il lavoro dipendente» (33%).
Sarà inoltre eliminata la possibilità delle clausole che consentono il recesso del committente prima della scadenza del termine, anche in mancanza di giusta causa.
Si propone anche «una definizione più stringente del progetto» e «l’abolizione del fuorviante concetto di programma».
Stretta sulle partite Iva
«Per contrastarne l’abuso» Fornero pensa a «norme rivolte a far presumere, salvo prova contraria, il carattere coordinato e continuativo della collaborazione tutte le volte che duri complessivamente più di sei mesi nell’arco di un anno» e da essa il lavoratore ricavi «più del 75% dei corrispettivi» e comporti «una postazione di lavoro presso il committente».
Bonifica delle associazioni in partecipazione
Potranno ricorrere a questa forma di lavoro solo le «piccole attività », fino a 5 persone, compreso l’associante, fatte salve le associazioni in ambito familiare.
Inoltre va provata «l’effettività della partecipazione agli utili», altrimenti il rapporto di lavoro si trasforma in subordinato.
Part time, job on call e voucher
Per ogni variazione di orario in attuazione delle «clausole elastiche del part-time» scatterà un «obbligo di comunicazione amministrativa». Stesso obbligo sul job on call ogni volta che l’azienda chiama il lavoratore. Infine si prevede di «restringere il campo di operatività » dei voucher.
Resta l’indennità di mobilità
Rispetto al documento sugli ammortizzatori, nell’incontro di ieri, i sindacati avrebbero ottenuto da Fornero la disponibilità ad allungare la fase transitoria dal 2015 al 2016-17, prima dell’andata a regime del nuovo sistema.
Nel quale, inoltre, dovrebbe sopravvivere l’indennità di mobilità che sussidierebbe il lavoratore terminata l’Aspi, la nuova indennità di disoccupazione. Il tutto per accompagnare il più possibile i lavoratori espulsi dalle aziende in crisi vicino alla pensione. Il testo sugli ammortizzatori prevede comunque per i lavoratori anziani la possibilità di costituire, con accordi sindacati-imprese, fondi di solidarietà a carico delle aziende (sul modello del settore bancario) per consentire il prepensionamento con 4 anni di anticipo rispetto alle regole generali.
Enrico Marro
(da “Il Corriere della Sera“)
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