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TRE PROPOSTE SUL TAVOLO PER RIFORMARE IL LAVORO

Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile

LE TRATTATIVE CON LE PARTI SOCIALI… OBIETTIVO RILANCIO DEL PIL CERCANDO NUOVE REGOLE

Giovani, occupazione, crescita, redditi. A Palazzo Chigi parte un confronto che per importanza e intensità  di attese è come quello del 1993 quando al governo c’erano ancora dei tecnici, quella volta guidati da Carlo Azeglio Ciampi.
Ma la missione è molto diversa: allora si trattava di contenere il costo del lavoro, adesso di rilanciare il Pil con nuove regole sul mercato del lavoro.
Più flessibilità  ma anche salari più ricchi per sostenere i consumi.
Tutti, governo, imprenditori e sindacati fanno sapere di essere pronti al confronto, purchè sia vero, costruttivo, depoliticizzato e aperto al dialogo.
Sul tavolo, come ha spiegato il premier Mario Monti, ci sarà  innanzitutto «la semplificazione, con la riduzione delle segmentazioni» e con un’attenzione particolare ai giovani e «al miglioramento qualitativo del loro ingresso nel mondo del lavoro».
Si partirà  quindi con ogni probabilità  dalla diminuzione del numero dei contratti per l’ingresso nel mercato del lavoro, dall’aumento della produttività  media e dei salari reali, dalla ripresa dell’occupazione e dalla riorganizzazione degli ammortizzatori sociali.
Nessun tabù – è stato lo stesso Monti a ribadirlo – sull’articolo 18 anche se la questione, già  esclusa dai sindacati, non dovrebbe essere oggetto del primo round di trattativa.
La Confindustria, con le parole del presidente Emma Marcegaglia, in questi giorni si è appellata più volte al senso di responsabilità  di tutti e si augura un dialogo costruttivo con il sindacato.
Per il segretario confederale della Cgil, Fulvio Fammoni, occorre un «confronto vero». Ma lasciando cadere la discussione sull’articolo 18 «considerato dai sindacati nella categoria dei diritti e non dei problemi». Per la Cgil non c’è dunque nessuna ragione per intervenire su questo tema.
Solo tempo indeterminato, ma le tutele sono graduali
La riforma del mercato del lavoro proposta da Tito Boeri e Pietro Garibaldi si caratterizza per essere a costo zero, perchè è rivolta a tutti (non solo ai giovani) e perchè prevede sin da subito un contratto a tempo indeterminato anche se per i primi tre anni viene sospesa quella parte dell’articolo 18 che prevede il reintegro in caso di licenziamento senza giusta causa.
Il meccanismo di base di questa proposta, presentata in Senato un anno fa e firmata anche da Franco Marini e Paolo Nerozzi, prevede che nei primi tre anni le tutele crescano gradualmente con la durata dell’impiego fino a rendere oneroso il licenziamento: alla fine del triennio l’imprenditore che decide di liberarsi del dipendente gli deve riconoscere 6 mensilità .
Se lo conferma, automaticamente si estendono tutti i diritti previsti dall’articolo 18. Questo contratto, che vale solo per i nuovi assunti, diventa «unico» ma non prevede l’abolizione di altri contratti.
Solo, li rende meno convenienti.
Per esempio quelli a tempo determinato (stagionali esclusi) si trasformano automaticamente nell’«unico» se la paga annua è inferiore a 25 mila euro lordi che salgono a 30 mila nel caso dei parasubordinati con monocommissione (esclusi praticanti negli studi dei professionisti).
Nel disegno di legge è contemplato anche un salario orario minimo garantito, che un’apposita commissione dovrà  individuare.
Volutamente nella proposta Boeri-Garibaldi non ci sono riferimenti alla riforma degli ammortizzatori sociali con l’indennità  di disoccupazione per tutti.
La decisione si spiega con la filosofia di base con la quale è stata progettata la proposta: quella del «costo zero».
Le risorse sono quelle che sono e, come si legge nel loro libro Riforme a costo zero , «le agevolazioni fiscali nel mondo del lavoro hanno sempre creato distorsioni del mercato».
Il «modello danese», elastiche l’entrata e l’uscita
Il modello del giuslavorista Pietro Ichino, proposto in un disegno di legge presentato al Senato nel 2009, si basa sul concetto di «flexicurity».
I lavoratori, tutti non solo i giovani, accettano un contratto di lavoro a tempo indeterminato ma reso più flessibile con una tecnica di protezione della stabilità  diversa da quella attuale.
Al termine di un periodo di prova di sei mesi, il lavoratore viene assunto ma perde la protezione totale dell’attuale articolo 18: solo nel caso di licenziamenti per motivi economici od organizzativi (non quelli indiscriminati) il lavoratore incassa un’indennità  che può arrivare fino a un massimo di 18 mesi di stipendio. Contestualmente viene creata una assicurazione complementare contro la disoccupazione (oltre agli attuali strumenti) che porta l’assegno del senza lavoro a un livello paragonabile a quelli scandinavi.
La durata è pari al rapporto intercorso con l’impresa con un limite massimo di tre anni e una copertura iniziale del 90% dell’ultima retribuzione decrescente nei successivi due anni fino al 70%.
La condizione per mantenere questo sussidio è che il lavoratore non si rifiuti di accettare le attività  mirate alla riqualificazione professionale e alla rioccupazione.
Le imprese si accolleranno il costo dell’assicurazione e dei servizi collegati, affidati a enti bilaterali costituiti di comune accordo con i sindacati, il cui costo medio complessivo Ichino lo stima in circa 0,5% del monte salari.
Il principio di base è che più rapida è la ricollocazione del lavoratori più basso è il costo del sostegno a carico delle imprese.
La proposta Ichino è stata finora apprezzata dall’ex leader del Pd, Walter Veltroni, e dall’ex responsabile economia Enrico Morando ma respinta da Bersani e Fassina.
La proposta di legge è stata firmata anche da esponenti del Pdl e ha trovato condivisioni in Confindustria.
Apprendistato
Uno strumento «misto» contro la disoccupazione
L’apprendistato sembra al momento lo strumento più idoneo per affrontare senza tanti stravolgimenti normativi il problema della disoccupazione giovanile.
Sul suo rafforzamento e maggiore estensione per renderlo davvero fruibile a tutte le categorie di lavoratori c’è il sostanziale accordo dei sindacati e anche della Confindustria.
Anche perchè affronta in modo semplice la questione dell’articolo 18, prevedendone una sostanziale sospensione nei primi tre anni di lavoro-formazione-prova. L’apprendistato nella sua formula originaria è nato nel ’55 e ha avuto sei successivi adeguamenti normativi, l’ultimo nel dicembre 2007.
Si rivolge ai giovani tra i 16 e i 29 anni di età . Il rapporto di lavoro concepito con questo strumento dalle parti sociali è di «tipo misto», visto che si prevede l’onere per il datore di lavoro di una effettiva formazione professionale, sia mediante il trasferimento di competenze tecnico-scientifiche sia mediante l’affiancamento pratico per l’apprendimento di abilità  operative.
L’assunzione di apprendisti richiede la stipula di un contratto di lavoro in forma scritta con allegato il Piano formativo individuale, mentre il numero degli apprendisti assunti non può superare quello dei lavoratori dipendenti qualificati effettivi.
Attualmente i contratti collettivi determinano la durata del rapporto di apprendistato, comunque per legge non inferiore a due anni e non superiore a sei
Nello schema dei sindacati, per costruire su questo impianto normativo quello più adatto ad affrontare il tema della disoccupazione giovanile, occorre rendere più appetibile lo strumento introducendo dei forti bonus fiscali e contributivi.
Come la proposta Ichino, anche l’apprendistato ha dunque un costo e, per le imprese, una certa controindicazione perchè riconosce ai sindacati un forte potere nello stabilire la durata del periodo di formazione.

Roberto Bagnoli
(da “Il Corriere della Sera“)

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I FORCONI ARRIVANO IN TUTTA ITALIA: DUEMILA TIR BLOCCANO LE AUTOSTRADE

Gennaio 23rd, 2012 Riccardo Fucile

PROTESTA CONTRO IL CARO-GASOLIO, TICKET AUTOSTRADALI E IRPEF…CAMPANIA PARALIZZATA, DISAGI ANCHE AL NORD

Sono oltre duemila i tir che dalle prime luci dell’alba stanno bloccando il traffico autostradale in tutta Italia per lo sciopero degli autotrasportatori, che protestano contro il rincaro del gasolio, quello dei ticket autostradali e dell’Irpef.
All’alba di stamattina erano oltre sessanta i blocchi ai caselli delle principali arterie nazionali, ma il numero è in continuo aggiornamento. E non per difetto.
Si tratta di una sorta di Movimento dei Forconi su scala nazionale, per cui il ministro degli Interni, Annamaria Cancellieri, ha promesso “massima attenzione” per un eventuale dilagare della protesta.
Il rischio del resto è più che concreto: il blocco totale del traffico autostradale, con i camionisti che fermano i loro mezzi e fanno volantinaggio nei pressi dei caselli per sensibilizzare gli automobilisti.
Lo sciopero è iniziato alla mezzanotte di ieri, con carovane di mezzi pesanti che si sono diretti ai caselli per organizzare il blocco della circolazione.
Il peggio, però, deve ancora arrivare: in queste ore, infatti, il numero degli sbarramenti continua ad aumentare, con i camionisti che continuano spontaneamente ad aderire alle proteste.
Assemblee territoriali si sono svolte a partire da questa notte in varie regioni del paese e il numero delle imprese che hanno deciso di fermare i servizi continua a crescere ora dopo ora.
”Grande adesione, superiore a qualsiasi aspettativa — ha comunicato in una nota il movimento Trasportounito — Assemblee territoriali si sono svolte a partire da questa notte in varie regioni del paese e il numero delle imprese che hanno deciso di fermare i servizi continua a crescere ora dopo ora. Proprio l’adesione — ha detto Maurizio Longo, segretario generale di Trasportounito — sta dimostrando la gravità  della crisi in atto. Trasportounito, in quanto organizzazione autonoma e indipendente, si sta facendo interprete di un disagio che è reale e tangibile per le imprese così come per le famiglie dei tanti autotrasportatori che si stanno battendo per la sopravvivenza”.
Tutti i punti interessati dalle manifestazioni sono presidiati dalle forze di polizia: attivo anche il monitoraggio di Anas e Concessionari autostradali.
Notizie aggiornate sulla percorribilità  di autostrade e viabilità  ordinaria sono disponibili tramite il Cciss, le trasmissioni di Isoradio ed i notiziari di Onda Verde sulle tre reti Radio-Rai; per l’autostrada A3 “Salerno Reggio Calabria” è in funzione, per le informazioni sulla viabilità , il numero gratuito 800 290 092.
Disagi e code da nord a sud sulla rete autostradale italiana a causa della protesta degli autotrasportatori, scattata alla mezzanotte.
Sul sito della società  autostrade l’elenco dei nodi e dei tratti interessati dalla protesta. Sulla A14 Bologna-Bari-Taranto sono chiuse per i veicoli merci le entrate di Poggio Imperiale, San Severo, Foggia e Andria.
Ancora sulla A14 chiusa per tutti i veicoli l’uscita di Cesena nord, incolonnamenti in uscita alla stazione di Forlì e a San Benedetto del Tronto.
Sulla A7 Genova-Milano si possono verificare disagi alla circolazione a Serravalle Scrivia e Vignole Borbera, code in uscita a Genova Bolzaneto, sempre sulla A7 code verso Milano tra il bivio con la A10 e Genova Bolzaneto.
Incolonnamenti anche in Lombardia sulla A4 in uscita a Dalmine, Bergamo e Seriate con una coda di 2 km tra Dalmine e Bergamo verso Brescia e 4 km tra Seriate e Bergamo in direzione di Milano.
Possibili disagi sulla A1 Milano-Napoli nel tratto compreso tra Ceprano e Napoli. Sulla A16 Napoli -Canosa si sono formate code in entrata alla barriera di Napoli est. Sulla A30 Caserta-Salerno 2 km di coda tra Castel San Giorgio e Mercato San Severino verso Salerno, incolonnamenti in entrata alla barriera di Salerno verso Caserta.
La situazione più critica in Campania, con blocchi sulla Salerno-Reggio Calabria, sull’A30 Caserta-Salerno e nelle uscite di Caserta Sud, Capua e Santa Maria Capua Vetere.
Blocchi stradali anche nel napoletano. A Nola, Palma Campania e sulla Statale 7bis, il blocco al traffico è stato fatto con una cinquantina di tir e un centinaio di persone.
Già  da ieri sera, nel nolano, c’era stato un primo raduno di mezzi, poi in nottata è maturata la decisione del blocco. Sul posto la polizia.
Alla barriera di Mercato San Severino (Salerno) sono oltre un centinaio i mezzi pesanti che sono fermi sulla carreggiata.
Presidi vengono segnalati anche sulla A/3, la Salerno-Reggio Calabria, alle uscite di Eboli, Sicignano degli Alburni e ad Atena Lucana, dove si registrano i maggiori disagi per la presenza sulla corsia nord di mezzi pesanti che occupano una corsia di marcia. Anche sulle A16 Napoli-Canosa blocchi effettuati da tir.
Uno è stato rimosso all’altezza di Baiano, anche se alcuni mezzi non si sono allontanati e non si esclude possano riprovare a provocare uno stop alla circolazione. Un altro blocco interessa Benevento, ed è ancora in corso.

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TASSE. RABBIA E TASSAMETRO: “ESSERE ONESTI E’ IMPOSSIBILE”

Gennaio 21st, 2012 Riccardo Fucile

IL RACCONTO DI UN TAXISTA: “VERSO SOLO UNA FINTA DICHIARAZIONE, LO STATO MI IMPEDISCE DI VIVERE”

I tassisti di notte imbarcano ragazzi disperati con la siringa sporca di sangue, puttane che si spogliano, teppisti che sfilano coltelli: “E noi tassinari romani, poveri disgraziati, siamo una casta? Venite in giro con noi, gente che non ci paga, gente che ci minaccia, pischelli che ci puntano le lame”.
Giulio, nome di fantasia perchè teme ritorsioni, ce l’ha con tutti perchè tutti ce l’hanno con lui: “Che volete, voi scrivete stronzate, il governo ci ammazza, e noi ci difendiamo prima di morire”.
La vita dei tassisti si chiama licenza: “Io sono un ragazzo romano che si sfonda la schiena, tassista di seconda generazione con un padre che con 40 anni di servizio scarrozza ancora, e sono fortunato perchè guadagno 1.600 euro. La licenza è la nostra liquidazione, il nostro tesoretto”.
Giulio lavora 26 giorni al mese, due settimane di ferie l’anno, malattie e incidenti non previsti: “Io esco di mattina, di pomeriggio, di sera per otto o nove ore, e torno a casa senza conoscere i miei incassi, ma sapendo bene le mie spese: l’assicurazione, la benzina, le tasse. Il giorno migliore mettiamo in saccoccia 120 euro, e quel giorno siamo davvero felici. Se mi becco un accidenti, e sto a casa una settimana, l’Inail mi passa 40 euro, e che ci faccio?”.
S’è inventato meccanico per riparare l’auto bianca e s’è scoperto evasore, molto convinto, per niente pentito, per pura necessità : “Io verso soltanto il pizzo che definisco “Studio di settore”, una finta dichiarazione di 12 o 14 mila euro l’anno, e basta. I miei colleghi non pagano le tasse, io non le pago. Me ne fotto di uno Stato che ci impedisce di vivere. Io frego lo Stato perchè se lo rispetto non riesco a mangiare”. Un tassinaro, non è per sempre: “C’è una parte di me che spera che il governo vada avanti, così mi libero di questa prigione e prendo il primo volo per l’Australia. Fra di noi ci sono ragazzi laureati, istruiti, persone perbene che si trovano a condividere un mestiere con dei criminali, rappresentati da sindacalisti ladri e conniventi”.
Il giochetto del tassametro è un’arte antica: “Io non mi faccio multare per 16 euro, però ci sono tassisti che viaggiano di giorno con la tariffa notturna, e nessuno li controlla. In via Giolitti, angolo stazione Termini, le truffe si ripetono: decine di euro per trasportare americani o giapponesi trecento metri più avanti. Io credo che l’uomo sia delinquente per natura, se ti offrono continuamente una mazzetta, prima o poi la prendi. E io che mi ritengo pulito, divento evasore perchè, in questo maledetto lavoro, non c’è spazio per gli onesti”.
Anche la massa ha travolto Giulio, che insulta i colleghi e insulta il governo come se il peggio fosse ovunque, e anche le proteste del Circo Massimo nascondono rassegnazione: “Farei corsi d’inglese, selezioni serie, controlli veri. Vorrei che il Comune di Roma avesse più corsie preferenziali per migliorare il servizio ai cittadini. Vorrei che il tassista sia messo in condizione di onorare i suoi impegni con lo Stato: sgravi fiscali, rimborsi carburante. Adesso non è possibile e con queste cavolo di liberalizzazioni, non lo sarà  mai. Io non mi fido di voi, non mi fido dei sindacalisti. Penso soltanto che i tassisti romani siano dei mollaccioni rispetto ai napoletani e i siciliani che, se il decreto legge venisse approvato, saranno pronti per sfasciare l’Italia, per bloccare le città  e le autostrade”.
Giulio ha un rancore dentro che sfoga lentamente, appena capisce che fuori da un abitacolo non ci sono soltanto nemici: “A volte mi sento umiliato, ecco. Io volevo studiare e realizzare i miei desideri e le mie passioni, e invece sono qui, fra gente che non conosco e non vorrei mai conoscere, a presidiare la città  perchè non posso rinunciare al pane”.
Adesso Giulio parla senza domande: “Quando esco all’alba, per le cinque, mi metto in fila in una piazzola di sosta con una copertina sulle ginocchia per il freddo. Aspetto una, due, anche tre ore per fare una corsa. Di notte capita di caricare una prostituta che ti vuole pagare in natura oppure ti arriva il tossico che ti fa girare ore e ore in cerca della droga, e va via senza darti un euro. Poi c’è l’avvocato che apre distratto la portiera e ti fa un danno di mille euro, e scappa senza nemmeno chiederti scusa. La gente sale, parla al telefonino, e ti dà  un buffetto sulle spalle per la ricevuta. Noi restiamo zitti, sempre, ma se ci tolgono la speranza di vivere con dignità , diventiamo matti e pericolosi”

Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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SICILIA OSTAGGIO DEI “FORCONI”, BENZINA FINITA E SCAFFALI VUOTI: “NOI ALLA FAME, ROMA ASCOLTI”

Gennaio 21st, 2012 Riccardo Fucile

CONFINDUSTRIA ACCUSA: INFILTRATI MAFIOSI…AUTOTRASPORTATORI E CONTADINI CHIEDONO INTERVENTI PER RIDURRE I PREZZI DEI CARBURANTI… IL MOVIMENTO: “LO BELLO FACCIA I NOMI”

La città , in un giovedì di lavoro, è silenziosa.
Le immagini delle code delle auto ai distributori rimasti senza benzina hanno lasciato spazio alla scena insolita di strade libere dal traffico.
Nei supermercati cominciano a scarseggiare i beni di prima necessità , come acqua, farina e latte.
Alla fine della quarta giornata di agitazione hanno lasciato il segno gli indignados siciliani, i coloriti protagonisti di un variegato e ambiguo cartello che si è attribuito un nome di sicuro impatto, «Forza d’urto», e sta mettendo in ginocchio l’Isola, bloccando Tir e furgoni nelle vie di accesso a capoluoghi e paesi.
Ma sul quale volteggiano pesanti ombre di mafiosità , sollevate da Ivan Lo Bello, il capo degli industriali schierati contro il racket.
L’ultimo incontro con il governatore Lombardo e i prefetti, andato in scena ieri mattina, non ha fermato la protesta ma ha avuto il solo effetto di spaccare il movimento.
Da un lato gli autotrasportatori aderenti all’Aias, che intende sospendere l’agitazione stasera, alla scadenza annunciata.
Dall’altro una base agguerrita, e soprattutto l’altra anima del fronte rappresentata dagli agricoltori riuniti sotto il simbolo del forcone, vuole andare avanti a oltranza.
Chi li ferma adesso questi “rivoluzionari” – così si autodefiniscono – che con i giubbotti blu e la bandiera della Trinacria chiedono la benzina a basso prezzo?
Come contenere l’onda di chi viene dall’entroterra e dei mari siculi richiamandosi ai Vespri e urlando la «disperazione» per i costi dei pedaggi autostradali e dei traghetti, per le tariffe dell’energia, per le tasse che mettono fuori mercato i prodotti isolani?
La protesta si estende dal porto di Palermo, invaso mercoledì dai manifestanti, alle aree industriali di Gela e Priolo, dove è stato bloccato l’ingresso dei lavoratori nelle raffinerie.
A Ragusa e ancora a Gela, provincia di Caltanissetta, i blocchi impediscono da lunedì la raccolta dei rifiuti.
Chiuso per il secondo giorno consecutivo il mercato ortofrutticolo di Vittoria, il più grande d’Italia. A Lentini a Rosolini, nel Siracusano, i nuovi indignados hanno fatto abbassare le saracinesche dei negozi, e non tutti hanno aderito in modo spontaneo: alcuni commercianti, in modo anonimo per timore di rappresaglie, denunciano violenze e minacce.
E intanto sui camion fermi, ostaggio della protesta, rimane ogni genere di merce: a Gioia Tauro ha subito lo stop persino un carico di migliaia di chili di paraffina, che dovrebbe servire per confezionare i ceri votivi per la prossima festa di Sant’Agata, a Catania.
Lombardo ha rimpallato la questione al governo nazionale, dicendosi non competente «per gran parte delle richieste avanzate» e sollecitando un incontro al premier Monti. Il presidente della Regione dice di condividere, se non i modi, le ragioni della protesta, ma su «Forza d’urto» – che si muove fuori dal circuito ufficiale di partiti e sindacati – il presidente di Confindustria Sicilia Ivan Lo Bello fa calare pesanti ombre: «Ci sono mafiosi fra i manifestanti». E stamattina presenterà  «esposti dettagliati» agli uffici giudiziari interessati.
Un allarme condiviso da 12 associazioni di categoria e definito «fondato» dal procuratore antimafia Pietro Grasso e dal capo della procura di Palermo Francesco Messineo. «La situazione siciliana desta molta preoccupazione soprattutto in considerazione di queste denunce», ammette il sottosegretario ai Trasporti Guido Improta.
Ma loro, quelli di «Forza d’urto», non ci stanno: «Facciano i nomi, si assumano le responsabilità  di quello che dicono», urla Martino Morsello, ex allevatore d’orate, uno dei leader di un movimento che, con il passare dei giorni, ha messo insieme pure pescatori e studenti medi, l’associazione dei sindaci e i giovani di alcuni centri sociali. Sulla natura di «Forza d’urto» ha finito per rompersi anche il fronte della legalità : Fabio Granata, vicepresidente della commissione Antimafia, ha invitato Lo Bello «a non criminalizzare la protesta».
E in realtà , questo movimento è diventato un cavallo di Troia per rivendicazioni meridionaliste (con Grande Sud di Miccichè in prima fila), per malesseri diffusi figli della crisi e per l’onda crescente dell’antipolitica.
«Lombardo e i governanti non hanno capito o non vogliono capire: la gente è affamata. Dobbiamo andare a protestare a Roma? Non abbiamo i soldi per comprare i biglietti. Ci vadano i deputati regionali con le loro indennità », dice Giuseppe Richichi, altro volto della protesta siciliana.
Forza Nuova e la Destra di Storace hanno espresso solidarietà  agli indignados e la Digos ora indaga sul ruolo svolto in questi giorni da esponenti estremisti di forze extraparlamentari.
A metterci il cappello è arrivato anche Maurizio Zamparini, il presidente del Palermo calcio che chiama nel suo «Movimento per la gente» gli autotrasportatori siciliani e i “forconi”: «Mafiosi non sono i manifestanti, ma questo Stato che sta uccidendo l’Italia che produce».

Emanuele Lauria
(da “La Repubblica“)

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TAXI, ULTIMA CORSA “FAREMO L’INFERNO”

Gennaio 19th, 2012 Riccardo Fucile

OGGI VERTICE DECISIVO, IL GOVERNO INSISTE: PIU’ LICENZE E TRASPARENZA DELLA TARIFFE… IL PDL SOFFIA SUL FUOCO PER RACCATTARE QUALCHE VOTO

Ce vonno precettà à à à “. Ci vogliono precettare.
Urlato a squarciagola da un giovane “tassinaro” romano, perchè tra bombe carta e altoparlanti a tutto volume nel catino gelato del Circo Massimo le voci si perdono.
Qui anche ieri si sono riuniti i tassisti di Roma, ma anche di Milano, Torino, moltissimi i napoletani, c’è anche un camper di tassisti di Sanremo.
È lo spettro della precettazione annunciata dal Prefetto della Capitale, a scaldare gli animi. Una trattativa che c’è, ma non si deve chiamare così, e che viene interrotta in serata, a infiammarli.
Tutto rinviato alle 12 di oggi. La guerra dei tassisti, “l’inferno” minacciato da Loreno Bittarelli, il leader di “Unitaxi”, è solo rinviata.
“Se ieri sera il governo ci ha solo ascoltato — ha detto — allora scateniamo la guerra. E se è stata solo una audizione, allora faremo sentire le nostre ragioni. Se vogliono davvero il braccio di ferro succede l’inferno” .
Bittarelli, che nei giorni scorsi aveva indossato la maschera della colomba, ritorna falco. Sente di nuovo soffiare prepotente il vento della solidarietà  spirare dalle parti del centrodestra e allora attacca.
“Ci sono delle liberalizzazioni che è giusto si facciano, energia, servizi finanziari e banche, ma queste saranno fatte con il piumino. Fare di tutta un’erba un fascio è una cazzata”.
Grande è la confusione dentro la leadership della cupola sindacale dei tassisti.
Bittarelli minaccia fuoco e fiamme perchè il governo mostra di non voler trattare, Raffaele Grassi, leader di Satam, consegna al governo un documento di 23 pagine con le richieste dei tassisti.
Un gesto che è l’anticamera di una trattativa vera e propria. No alla doppia licenza, territorialità  delle concessioni, e ruolo più marcato dei sindaci nella definizione del numero delle licenze da concedere.
Ovviamente assieme alla costituenda Authority proposta dal governo.
Ma è una foglia di fico, quello che interessa ai tassisti, soprattutto delle grandi città , è il ruolo dei sindaci, è con loro (figure che ogni cinque anni devono essere rieletti) che vogliono intavolare le trattative.
“Ho preso visione del documento unitario — ha detto subito il sindaco di Roma Alemanno dopo aver incontrato Bittarelli — e sono proposte che rispecchiano le esigenze della categoria, ma che sono in grado di migliorare questo servizio pubblico tutelando gli interessi dei cittadini utenti”.
Al Circo Massimo, cuore della protesta, i tassisti sbirciano sui cellulari le agenzie con le prime dichiarazioni politiche.
Quelle del Pdl che annuncia di “condividere gran parte delle proteste dei tassisti” e che sulle resistenze alle liberalizzazioni gioca una partita decisiva.
In ballo ci sono voti, quei consensi che il partito di Berlusconi, secondo i sondaggi, sta perdendo. Il braccio di ferro continua e si annuncia ancora più duro.
Perchè le proposte del governo, le indiscrezioni di queste ore (“Monti faccia circolare meno bozze”, è la critica di Bersani, “il governo prenda le decisioni, poi verranno le discussioni e gli aggiustamenti”) vanno in direzione opposta e contraria alle richieste dei tassisti.
Maggiore apertura, flessibilità , trasparenza delle tariffe e concorrenza, questa la filosofia di base.
L’obiettivo del governo è aumentare le licenze, operando una compensazione una tantum (i cui termini sono ancora da definire) in favore di chi è già  titolare.
I tassisti avranno la facoltà  di vendere o affittare le licenze e di farsi sostituire nel servizio da soggetti che ne abbiano i requisiti, ma dovranno accettare l’esistenza sul mercato di tassisti part-time e orari di lavoro flessibili.
Si cancella la territorialità  stabilendo che un tassista detentore di una licenza a Frosinone possa liberamente operare anche a Roma o in altre città .
Su questi punti, almeno fino a ieri sera, il governo non intende trattare . “E noi andremo avanti a oltranza con la protesta”, sono le voci che in tarda serata si levano dal Circo Massimo.
Che anche oggi sarà  presidiato dalle delegazioni di tassisti di tutta Italia.

Enrico Fierro
(“Il Fatto Quotidiano”)

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CONTRATTO UNICO, PIU’ SOLDI SE LAVORI A TERMINE: ECCO IL PIANO DEL GOVERNO

Gennaio 19th, 2012 Riccardo Fucile

POSSIBILE ACCORDO SUL MODELLO CONTRATTUALE TRA ESECUTIVO E PARTI SOCIALI…POSTO GARANTITO DOPO TRE ANNI, MAGGIORE MOBILITA’ MA ANCHE MAGGIORE GARANZIE PER IL LAVORATORE

Un tavolo che nei corridoi di palazzo Chigi viene definito scherzosamente “filosofico”, introdotto dal premier Mario Monti.
E, subito dopo, due tavoli operativi sulla riforma del mercato del lavoro e sulla crescita. Il primo con il ministro Elsa Fornero, il secondo con il titolare delle attività  produttive, Corrado Passera.
E’ lo schema con cui si svolgerà  lunedì la trattativa tra governo e parti sociali. Sul mercato del lavoro i sondaggi delle ultime ore inducono a un certo ottimismo.
Si sarebbe insomma trovato un terreno di comune discussione tra sindacati, ministri e imprenditori intorno al disegno di legge di riforma suggerito due anni fa dagli economisti Tito Boeri e Pietro Garibaldi.
L’intendimento di Fornero sarebbe di arrivare a febbraio al varo del provvedimento. Esclusa l’ipotesi del decreto, più probabile che si vada verso il disegno di legge o il disegno di legge delega.
La filosofia è quella annunciata ieri da Mario Monti: “Dovremo ridurre la frammentazione dei contratti e far andare di pari passo la riforma del mercato del lavoro con quella degli ammortizzatori sociali”.
Poche parole per dare il via libera al contratto unico di apprendistato e all’introduzione del reddito di disoccupazione, i due assi della riforma Fornero.
L’obiettivo, spiega Monti, è quello di creare “una maggiore mobilità  che protegga il lavoratore ma non renda sclerotico il mercato del lavoro” per favorire l’occupazione giovanile e renderla meno precaria.
Su questi presupposti si starebbe trovando una mediazione tra sindacati e industriali, con i partiti che, sia pure con qualche distinguo, non sarebbero pregiudizialmente contrari.
La riforma non toccherebbe direttamente l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ma ne limiterebbe l’efficacia in alcune fasi della vita lavorativa dei dipendenti. Per la Cgil “è importante tenere insieme crescita ed equità “. Per la Cisl “è essenziale che il governo arrivi al tavolo con la disponibilità  a contrattare davvero”.
Ma i tempi stringono ed è plausibile che i margini di trattativa non saranno molto ampi.
Lunedì, subito dopo aver aperto la riunione, Monti volerà  a Bruxelles a rassicurare i partner europei sull’avvio delle riforme italiane. Ecco le linee principali del progetto.
Il contratto unico
Accesso con tutele a tappe, poi niente licenziamenti
L’idea è quella di sostituire con un unico contratto gli attuali 48 censiti dall’Istat. E’ la frammentazione che penalizza soprattutto donne e giovani e che porta il salario medio lordo di un lavoratore italiano il 32% sotto la media dei Paesi dell’area euro.
Nascerà  per questo il Cui, contratto unico di ingresso.
Avrà  due fasi: una di ingresso, che potrà  durare, a seconda dei tipi di lavoro, fino a tre anni. E una seconda fase di stabilità , in cui il lavoratore godrà  di tutte le tutele che oggi sono riservate ai contratti a tempo indeterminato.
Durante la fase di ingresso, in caso di licenziamento con motivazioni che non siano di tipo disciplinare (“giusta causa”), il datore di lavoro non avrà  l’obbligo di reintegrare il dipendente ma potrà  risarcirlo in pagando una specie di penale pari alla paga di cinque giorni lavorativi per ogni mese lavorato. In caso di una fase di ingresso di tre anni, il licenziamento dovrà  essere risarcito con sei mesi di mensilità .
Già  oggi, durante il periodo di prova, non si applica la l’articolo 18 sui licenziamenti. La riforma prevede che il periodo di prova si possa allungare fino a tre anni e in cambio concede che il contratto di ingresso si trasformi automaticamente, al termine della prova, a tempo indeterminato.
L’automatismo evita al lavoratore il succedersi di decine di minicontratti precari.
Le imprese dopo tre anni possono licenziare il dipendente con un risarcimento senza essere costrette ad assumerlo.
Tempo determinato
Per i contratti a termine salario sopra i 25mila euro
Oggi sono una prassi diffusa nelle aziende che possono così assumere senza prendersi impegni particolari nei confronti dei dipendenti.
La riforma li renderà  invece una specie di lusso, un modo per remunerare professionisti e personale specializzato.
Uno studio del Collegio Carlo Alberto di Torino, di cui Garibaldi è direttore, mette in evidenza che nel 2008 il 96% dei dipendenti italiani a tempo determinato guadagnava meno di 35 mila euro lordi all’anno. Una retribuzione per mansioni medio basse.
Con il provvedimento allo studio invece sarà  impossibile assumere a tempo determinato dipendenti per i quali viene corrisposto un salario inferiore ai 25 mila euro lordi annui (o proporzionalmente inferiore se la prestazione dura meno di dodici mesi).
Naturalmente faranno eccezione i lavori tipicamente stagionali (come quelli agricoli o alcuni nelle località  turistiche).
Verrà  messo un tetto anche ai contratti a progetto e di lavoro autonomo continuativo che rappresentino più di due terzi del reddito di un lavoratore con la stessa azienda.
Se questi contratti avranno una paga annua lorda inferiore ai 30 mila euro, saranno trasformati automaticamente in Cui. La riforma dovrebbe anche prevedere l’introduzione di un salario minimo legale stabilito da un accordo tra le parti sociali. Se non si trovasse l’accordo, il salario minimo dovrà  essere fissato dal Cnel.
Gli ammortizzatori
Verso il reddito minimo, ma si cerca la copertura
Oggi sono di tre tipi: cassa integrazione ordinaria, cassa straordinaria e mobilità . L’obiettivo è quello di semplificare e tornare alle origini: con la cassa integrazione ordinaria che interviene solo per far fronte alle crisi cicliche e temporanee dei settori.
Per le crisi strutturali e il sostegno a chi ha perso il lavoro dovrebbe invece intervenire il reddito minimo di disoccupazione.
Una misura che esiste in molti Paesi occidentali ma che è costosa.
Soprattutto in fasi economiche, come l’attuale, in cui la ristrutturazione delle aziende lascia senza lavoro quote crescenti di lavoratori dipendenti.
Ieri Monti ha invitato a far procedere “di pari passo” la riforma degli ammortizzatori sociali con quella dei contratti di lavoro.
Non sarà  facile. Con poche risorse a disposizione e con l’inasprimento dei requisiti per maturare il diritto alla pensione, sarà  già  difficile utilizzare strumenti come la mobilità  lunga, oggi ampiamente sfruttati dalle aziende per ristrutturare scaricando almeno una parte dei costi sull’Inps.
E’ comunque probabile che il passaggio dalla mobilità  al reddito minimo di disoccupazione avvenga in modo graduale nel tempo risolvendo contemporaneamente il problema dei molti che oggi si trovano in mezzo al guado, con una mobilità  lunga calcolata per approdare a un’età  pensionabile a sua volta allontanata dalla nuova riforma previdenziale.
All’estero
Ogni Paese ha la sua soglia per garantire i più deboli
In Italia non esiste un salario minimo, come invece si vorrebbe introdurre con la proposta di riforma del lavoro di Boeri e Garibaldi.
Il salario minimo è contrattato a livello di categoria o di azienda ed è quindi molto variabile.
Ma esistono aree, come quelle dei precari che lavorano a progetto, in cui del salario minimo non c’è traccia. Non è così all’estero dove gli Stati stabiliscono per legge qual è la paga oraria minima che un datore di lavoro può corrispondere.
In genere si tratta di soglie che vengono rivalutate annualmente agganciandole all’andamento dell’inflazione o alla dinamica del Pil.
L’obiettivo è comunque quello di stabilire un livello sotto il quale non è consentito andare per far si che tutti i lavoratori abbiano una paga in grado di mantenere una famiglia in condizioni dignitose.
Ogni paese ha fissato quella soglia, a seconda del suo livello di vita e dell’importanza che una nazione annette alla protezione sociale della fasce più deboli della società . Così in Francia il salario minimo è di circa 1.350 euro lordi mensili mentre in Spagna è di circa la metà , 600 euro lordi mensili.
Molto basso il salario minimo brasiliano, l’equivalente di 237 euro lordi mensili. Il salario minimo è cinque volte più alto in Inghilterra: 960 sterline, equivalenti a 1.150 euro.

(da “La Repubblica”)

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L’ALTRA FACCIA DELLA CROCIERA: DIPENDENTI A 500 EURO AL MESE PER 84 ORE LAVORATIVE A SETTIMANA

Gennaio 18th, 2012 Riccardo Fucile

CONTRATTI A TEMPO, NESSUN RISPETTO DELLE REGOLE E MAESTRANZE STRANIERE PER I POSTI UMILI… MA CI SONO ANCHE ITALIANI A 900 EURO AL MESE

I dipendenti a bordo delle 25 navi della Costa Crociere sono in totale 18 mila.
“L’80% di loro ha meno di 40 anni e proviene da 70 paesi diversi”, dice l’azienda. Fatta eccezione per gli ufficiali, quasi tutti italiani e ben pagati, i membri dello staff sono per lo più giovani provenienti da Asia e da America Latina. I più numerosi sono i filippini, seguiti da indiani e indonesiani.
A loro vengono affidati i compiti più umili, come la pulizia delle camere o il lavaggio delle stoviglie.
Gli europei lavorano invece a contatto con il pubblico, dall’animazione all’accompagnamento turistico.
Funzionava così anche per i 1.026 membri dell’equipaggio della Concordia, tra cui c’erano 296 filippini, 202 indiani, 170 indonesiani e 144 italiani.
Le condizioni di lavoro?
Herbert Rodelas è un filippino di 28 anni sbarcato a novembre dalla Costa Magica. Lavora per la compagnia dal 2005 come uomo delle pulizie: “Il mio ultimo stipendio è stato di 547 dollari al mese. Lavoro in media 12 ore al giorno, sette giorni su sette”. Va un po’ meglio ai camerieri. Brijesh Patel, indiano, ha lavorato per Costa Crociere dal 2000 al 2007: “Lo stipendio iniziale era di 550 euro, ma con le mance capitava di raggiungere anche 1.500 euro”.
I ritmi di lavoro? “Dalle 12 alle 14 ore al giorno, sette su sette”.
Brijesh Patel è stato fortunato: il suo stipendio gli è sempre stato versato in euro.
“A febbraio del 2010”, racconta Herbert Rodelas, “la compagnia ha iniziato a pagare noi extracomunitari in dollari. Con un cambio uno a uno: quindi i miei 547 euro si sono trasformati in 547 dollari”.
Una perdita secca, a valori attuali, di circa 150 dollari al mese.
Proteste? “Nessuna, temevamo di perdere il posto”.
Già , perchè i contratti di lavoro sulle navi sono a tempo determinato, vanno dai quattro agli otto mesi.
E non esistono garanzie di rinnovo.
Anche gli europei non se la passano bene. Monica Lommi, 35 anni, è stata a bordo delle navi Costa come accompagnatrice turistica, posto per cui è richiesta la conoscenza di almeno tre lingue: “Lavoravo dalle 10 alle 15 ore al giorno, sette giorni su sette. Così per tutti i sei mesi di contratto. Lo stipendio? 900 euro al mese”.
La legge italiana prevede che sulle navi da crociera non si possa lavorare in media più di 11 ore al giorno.
Leo Gaggiano, referente unitario della Cgil per il gruppo Costa Crociere, assicura che “i dipendenti della compagnia lavorano al massimo 10 ore, ogni settimana beneficiano di una giornata di pausa e le loro paghe sono superiori a quanto stabiliscono le organizzazioni internazionali”.
Tutti i lavoratori del gruppo contattati sostengono però un’altra versione.
Come Melissa Virdi, 30 anni, operatrice al front desk, compito per cui è richiesta la conoscenza scritta e orale di almeno quattro lingue: “Ero occupata sette giorni su sette, per almeno 12 ore al giorno, turni notturni compresi, e lo stipendio era di 700 euro al mese”.
Come è possibile? Il trucco lo spiega una manager che per Costa Crociere continua a lavorare e perciò preferisce l’anonimato: “Ogni 15 giorni dobbiamo inserire in un modulo elettronico le ore lavorate dai dipendenti del nostro ufficio. Il programma non permette però di riportare una media superiore alle 11 ore al giorno, quindi i dati ufficiali non sono reali”.
Ecco spiegata la bella vita di chi lavora sulle navi da crociera.
Gente che dorme in cabine da 6 metri quadri, da dividere in due, senza un oblò perchè quelli sono riservati ai clienti.
Gente che ci ha rimesso la vita davanti all’isola del Giglio.
È così, grazie all’abbattimento dei costi della manodopera, che i clienti possono permettersi crociere a prezzi abbordabili.
Anche in virtù di quei filippini bistrattati perchè incapaci di parlare italiano. D’altronde sarebbe difficile trovare migliaia di connazionali disposti a ricevere uno stipendio di 500 dollari al mese per una media di 84 ore lavorative a settimana.
E infatti, nonostante la maggioranza dei clienti sia italiana, parlare la nostra lingua non è indispensabile per lavorare sulle navi della Costa.
Il requisito fondamentale è la conoscenza basilare dell’inglese.
Su una cosa i dipendenti tengono però a fare chiarezza: la preparazione alle emergenze.
Tutti i lavoratori prima di imbarcarsi devono sostenere a spese proprie (500 euro) il Basic Safety Training, un corso di tre giorni in cui vengono addestrati alle tecniche antincendio, al salvataggio in mare e alle operazioni di primo soccorso.
A ciò si aggiungono le simulazioni di abbandono nave: procedure che ogni lavoratore deve svolgere una volta iniziato l’imbarco.
Sono le stesse esercitazioni che i passeggeri saliti a Civitavecchia avrebbero svolto sabato, a 24 ore dall’inizio della crociera, proprio come prevede la legge.

Stefano Vergine
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL CAPITANO DE FALCO: “MACCHE’ EROE, DOVEVO SALVARLI TUTTI”

Gennaio 18th, 2012 Riccardo Fucile

“QUELLA NOTTE HO PIANTO…ORA DIMENTICATEVI DI ME, HO BISOGNO DI SILENZIO PER CAPIRE SE C’E’ ANCORA UNA SOLA POSSIBILITA’ DI TROVARE QUALCUNO VIVO. PERCHE’ IL MIO MESTIERE E’ SOCCORRERE”

Capita di essere o diventare quello che forse si è ma che non si vuole essere. Neppure per il breve spazio di un giorno. Un eroe.
“Gesù, che ho fatto di straordinario? Io ho fatto solo il mio dovere. Quello che avrebbe fatto qualunque altro uomo, donna, marinaio al mio posto quella notte”.
Il capitano di fregata Gregorio De Falco, classe 1964, ha la cantilena dolce di chi è nato a Napoli ed è cresciuto a Ischia. “Sant’Angelo di Ischia. Ci tengo”.
Ed è l’unica civetteria di un uomo che non dorme da quattro giorni, con le gote traslucide della pomata che serve a mare per evitare che la pelle si spacchi per il freddo e il sole.
“Comandante, comandante c’è un mayday” lo richiama una sorridente sottocapo della Guardia costiera. Lui si gira di scatto: “Ma che dici?”. E lei ridendo: “Sono le sue figlie, vorrebbero sapere se è ancora vivo, e soprattutto dov’è”.
Maria Rosaria e Carla hanno 12 e 5 anni e con la madre, Raffaella sono il suo mondo. Alloggiano con lui in una delle foresterie della guardia costiera di Livorno dove lui, Gregorio, è arrivato nel 2005, come capo della sezione operativa.
Arrivava da tre anni di comando della Capitaneria di porto di Santa Margherita Ligure e, prima di allora, da Genova e Mazzara Del Vallo.
Le sue prime destinazioni, dopo il concorso in Guardia costiera nel 1994, l’accademia a Livorno e una laurea in giurisprudenza da fuori sede alla statale di Milano.
Una prima volta per una famiglia (Gregorio, il fratello Domenico e la sorella Ines) che di marinai non ne aveva mai avuti.
Facebook e ogni genere di social network si scambiano da ore gli audio delle sue conversazioni con il comandante Francesco Schettino come fossero la metafora epica della lotta tra eroismo e codardia.
In un curioso incrocio di destini in cui l’eroe e il codardo parlano lo stesso dolce dialetto, il napoletano. Epperò come spesso accade, la furia lucida e indignata di quella notte di questo capitano di fregata – “Glielo ordino torni a bordo di quella nave, cazzo” – non rende ragione di un’indole.
Il capitano di fregata Gregorio De Falco, da venerdì notte piange.
Ha pianto all’alba di sabato 14 quando ha avuto chiaro che nel ventre della balena ferita erano rimasti donne, uomini forse bambini.
Ha pianto di rabbia – come conferma uno dei suoi superiori – mordendosi il labbro inferiore pensando alla irragionevole “disumanità ” di un altro comandante che dà  le spalle a chi gridando viene inghiottito dall’acqua gelida.
“È vero sì, piango, mi capita di piangere, non credo sia una debolezza. L’umanità  non è una debolezza”.
“Vi posso chiedere un favore? Dimenticatevi di me. Smettete di parlare di me. L’eroe non sono io”.
Eppure, l’intuizione che sulla Concordia stava succedendo qualcosa…
“L’intuizione? L’eroe è il mio sottocapo Alessandro Tosi, è lui che ha capito tutto quella notte. È lui che alle 22,07 guardando un puntino verde su un monitor senza sapere nulla che non fosse una telefonata dai carabinieri di Prato mi ha detto, “comandante, quella nave da crociera va troppo piano, 6 nodi… che ci fa a 6 nodi e a rotta invertita la Concordia? Comandante, chiamiamoli. Lì c’è un guaio”.
Capite chi è l’eroe?”. Sì ma… “Sì ma niente. Un altro eroe? Sapete chi ha salvato quasi tutte le persone quella notte dopo che il comandante aveva abbandonato la nave? Un ragazzo meraviglioso del nostro elisoccorso. Marco Savastano. È questo il nome che dovete scrivere. E dovreste fare una pagina di soli nomi di marinai della Guardia costiera, della Marina militare, della Finanza, dei carabinieri, dei vigili del fuoco, della Protezione civile, che quella notte hanno dimenticato se stessi per gli altri. Savastano, dicevo. Lo hanno calato su quella nave al buio, con una muta invernale e un palmare, non una radio, non un filo con noi. Si è buttato a capofitto lì dentro senza pensare alla sua vita ma a quella di chi cercava di salvare. Si muoveva in un ambiente che non conosceva, tra suppellettili sfasciate, acqua, passeggeri che gridavano al buio. Chi è l’eroe? Io che strillavo con Schettino o lui, che ascoltava le urla di supplica di quelli che volevano essere salvati e non capivano perchè perdeva tempo ad imbracare alle barelle spinali i feriti più gravi da tirare su con l’elisoccorso?”.
Ascoltando De Falco capisci perchè, quando chiedi di lui in caserma, di come sia la vita in questo parallelepipedo color ocra, casa della Guardia costiera, che guarda il mare di Livorno ti rispondono che il comandante de Falco “è l’ufficiale più generoso, l’uomo più disponibile della nostra piccola famiglia”.
E capisci anche perchè, in queste ore, ripeta come un mantra una sola richiesta: “Io ora ho bisogno di silenzio”.
Per dormire? “Per lavorare. Per capire cosa è accaduto e se c’è ancora solo una possibilità  di trovare qualcuno vivo, perchè il mio mestiere è questo, soccorrere. Per questo quella notte urlavo”.
De Falco saluta. Nella mano destra ha un sacchettino che tiene stretto. Cos’è? “Un regalo di due amici. Me l’hanno portato stamattina dicendo che mi volevano ringraziare per quello che ho fatto. È un libro, la biografia di Steve Jobs. Non so quando potrò cominciare a leggerlo. Magari comincerà  mia moglie. Buon lavoro”

Carlo Bonimi e Marco Mensurati
(da “La Repubblica”).

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ARRIVA UNA SPERANZA PER I DIMENTICATI DELL’ASINARA

Gennaio 17th, 2012 Riccardo Fucile

PER GLI OPERAI DI PORTO TORRES, CONDANNATI DA MESI ALLA DISOCCUPAZIONE, SI APRE UNA SPERANZA: I CANCELLI DELLA VINYLS POTREBBERO RIAPRIRSI GRAZIE AL PROGETTO DELLA FINAMBIENTE

Ci sono sconfitte che possono partorire vittorie.
Ci sono cadute rovinose che preludono a resurrezioni inaspettate, come quella che si prospetta in queste ore per gli operai di Porto Torres: solo pochi mesi fa erano stati condannati alla disoccupazione irreversibile, e adesso — invece — sono di nuovo appesi al lumicino di una nuova (e bella) speranza industriale.
Così, i cancelli della Vinyls, appena chiusa dopo il fallimento dei suoi dirigenti e la prova di incapacità  di ben tre diversi ministri del governo Berlusconi, potrebbero riaprirsi per il coraggio di una impresa privata che ha preparato un piano di riconversione dello stabilimento con lo scopo di realizzare nove produzioni ecologiche nel campo degli oli riciclati e dei biocombustibili.
E dunque, dopo la drammatica chiusura dell’industria chimica, e dopo un anno di protesta dei suoi operai con la clamorosa trovata mediatica dell’Isola dei cassintegrati (“l’unico reality reale, purtroppo”), dopo tanti inganni e tante promesse in fumo, dopo la bella solidarietà  generazionale fra padri lavoratori e occupanti e figli internettiani (leggere il bellissimo romanzo Asinara Revolution di Michele Azzu e Marco Nurra, appena uscito da Bompiani) dopo mille compratori volatilizzati nel nulla, è una iniezione di speranza quella che si prospetta dopo la presentazione del progetto della Finambiente, una industria privata che propone di acquistare la fabbrica, riconvertire l’impianto, ed assumere gli oltre cento operai del vecchio stabilimento che in questi mesi erano rimasti senza lavoro.
Il piano è stato già  vagliato dai commissari liquidatori che hanno in mano la gestione dell’industria chimica e adesso attende solo il via definitivo del ministero dello sviluppo economico.
Ha qualche possibilità  di riuscita?
Tutto è nel mani di Finambiente, una società  che fino a ieri aveva stabilimenti a Genova, Alessandria, Palermo e Cagliari.
E che fino ad oggi ha operato nel campo della raffineria chimica, producendo basi per oli per motore riciclati e occupandosi di bonifiche.
Adesso, con il nuovo progetto, la società  vuole produrre, proprio a Porto Torres, approfittando della poderosa rete infrastrutturale e della centrale energetica che fino a ieri alimentava il petrolchimico, gli oli finiti (dalla materia prima al barattolo) e una nuova linea di biodiesel derivati da scarti vegetali.
Un progetto che secondo le stime di Finambiente dovrebbe costare 65 milioni di euro, e che i tre comuni interessati (Sassari, Porto Torres e Alghero) considerano una vera e propria manna.
Infine, dettaglio non solo simbolico, la società  ha assunto come responsabile delle relazioni istituzionali Tino Tellini, uno degli operai che era stato leader dell’isola dei cassintegrati.
Un segnale, insomma, che la Finambiente vuole proseguire il suo progetto con una attenzione particolare al territorio, agli operai, e al suo capitale umano.
Dietro questa impresa c’è un imprenditore, Bartolomeo Bonura — genovese, 57 enne — che fino a ieri ha operato con molta discrezione.
“In tempi di crisi si potrà  pensare che questa sia una operazione temeraria. Data la situazione lo è. Ma siccome in questo momento il mercato tiene e la nostra società  riesce a fare fronte solo al 20 % degli ordinativi — spiega — è il momento migliore per porre le basi di un salto di qualità ”.
E a chi oppone lo scetticismo di prassi, dopo i tanti fallimenti di questi anni, Bonura risponde molto semplicemente: “Oggi fatturiamo 25 milioni di euro l’anno, e per questo progetto, che quando arriva a regime occuperà  30 operai in più della vecchia Vinyls senza nessun pericolo per l’ambiente, non chiediamo nemmeno una lira di denaro pubblico. Se esiste una garanzia delle nostre intenzioni — conclude l’imprenditore — questa è la prova migliore che non cerchiamo sussidi nè avventure”. E se chiedi a Tino Tellini perchè si sia imbarcato in questa impresa risponde in modo ancora più semplice: “Perchè spero che riusciremo a restituire un lavoro ai miei compagni”.
Solo il tempo — e l’impegno dell’Eni per un accordo territoriale di programma — potranno dire se questo sogno potrà  diventare realtà .

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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