Gennaio 15th, 2012 Riccardo Fucile
NELL’AZIENDA DI SESTO CALENDE CHE LAVORA PER LA SWATCH I LAVORATORI RIFIUTANO LA PROPOSTA DEL CICLO CONTINUO
Lavoro domenicale? No grazie. 
Le commesse aumentano e l’azienda ha bisogno di produrre di più ma gli operai rifiutano l’accordo aziendale che introduce il ciclo continuo, anche se questo avrebbe significato l’assunzione per sessanta lavoratori precari.
Succede alla Lascor di Sesto Calende, azienda specializzata nella produzione delle casse degli orologi di fascia alta che fa capo al gruppo svizzero Swatch.
Gruppo che conferma il proprio buon momento con prospettive di forte crescita per il 2012. Una situazione insolita in tempo di crisi, che ha prodotto un risultato inaspettato e per certi versi opposto a quanto visto esattamente un anno fa nel caso Mirafiori.
Nel gennaio del 2011 i lavoratori della Fiat avevano accettato un accordo che prevedeva clausole peggiorative nella quasi totalità delle sue componenti.
Meno tutele per il diritto di sciopero, niente pagamento per i primi due giorni di malattia e nessuna traccia di investimenti.
Un accordo criticato pesantemente dalla Fiom Cgil, passato invece alla prova dell’urna con il voto favorevole del 54% dei lavoratori. In quel momento sullo stabilimento incombeva lo spettro della cessazione, della chiusura.
Così nella fabbrica torinese alla fine la prospettiva di salvaguardare il posto di lavoro aveva prevalso sulla legittima volontà di mantenere in essere i diritti acquisiti.
Alla Lascor di Sesto Calende la prospettiva è esattamente ribaltata.
Gli orologi svizzeri vendono più delle auto italiane.
C’è un gran bisogno dei prodotti che vengono realizzati nello stabilimento varesino e l’azienda si è trovata a dover far fronte per il secondo anno consecutivo ad una richiesta crescente di commesse.
Così partono le trattative con i sindacati e dopo qualche mese l’accordo è pronto: investimenti per 11 milioni di euro, ciclo continuo con quattro giorni di lavoro e due di riposo (solo nei reparti ad elevato uso di macchinari) in cambio di aumenti salariali tra i 300 e i 400 euro, oltre alla stabilizzazione di un cospicuo numero di lavoratori, una sessantina tra i circa 150 che ancora non hanno un contratto a tempo indeterminato.
Un accordo che sembrava poter soddisfare tutti, ma che è stato bocciato dal referendum aziendale di mercoledì che ha dato un esito sbalorditivo: hanno vinto nettamente i No. Alle urne si sono presentati 433 dei 530 dipendenti, 264 hanno votato “No” e solo 158 hanno approvato la proposta.
La dirigenza aziendale non ha il permesso di rilasciare dichiarazioni, men che meno sul fallimento dell’accordo.
Ma si intuisce lo stupore per un’iniziativa che sembrava potesse soddisfare tutti, anche perchè il rischio è che la casa madre si rivolga a un altro produttore e “una volta che una commessa è andata non si torna più indietro”.
Fuori dai cancelli, al cambio turno, il fronte del “No” rifiuta le critiche e si difende: “Adesso ci vogliono far passare come quelli che affossano i precari, ma non è così. Non diciamo fesserie”.
Ma quando si cerca di capire le ragioni che hanno spinto a fare una scelta in controtendenza con il periodo storico e con le esigenze aziendali, non si ottengono risposte.
Qualcuno a mezza voce azzarda: “Probabilmente c’è una parte sindacale a cui il compenso economico è sembrato troppo basso”.
Sullo sfondo di questo strano risultato l’ombra di una replica in chiave varesina di quanto già visto accadere altrove, con la Fim Cisl e la Fiom Cgil schierate su due fronti contrapposti: “Non trovo spiegazioni a questo esito se non nell’atteggiamento della Fiom che per mesi ha detto no a questo accordo, salvo poi dire sì a dicembre, dopo aver perso un proprio delegato” è stato il commento che Giuseppe Maraco (Fim Cisl) ha affidato al quotidiano locale La Provincia di Varese, ma la Fiom non vuole addossarsi la responsabilità della bocciatura: “L’atteggiamento della Fiom non c’entra — ha dichiarato Francesca De Musso -, certo non ci aspettavamo questo risultato. Pensavamo che i lavoratori avessero capito l’importanza di questo accordo ma bisogna rispettarne la volontà , siamo aperti ad altre possibilità ”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile
IL TASSO DI OCCUPAZIONE DELLE DONNE SENZA FIGLI IN ITALIA TRA I 25 E I 54 ANNI E’ PARI AL 63,9%: LA MEDIA UE E’ DEL 75,8%….IL TASSO DELLE DONNE OCCUPATE E’ TRA I PIU’ BASSI D’EUROPA: PEGGIO DI NOI FA SOLO MALTA
Secondo i calcoli della Ue, il tasso di occupazione delle donne senza figli in Italia tra i 25 e i
54 anni è pari al 63,9%.
La media dell’Unione è del 75,8%. “Una differenza che si fa abissale – dice Carla Collicelli, vice direttore generale del Censis – quando si parla di giovani e donne”
Anno nuovo, vizi antichi: il 2011 si chiude con la conferma che per occupazione, retribuzione e condizione femminile l’Italia è ancora, in Europa, il fanalino di coda.
Lo dice l’Eurostat: il tasso di donne occupate è tra i più bassi dell’Unione. E peggio di noi fa solo Malta.
Secondo l’ufficio statistico Ue, il tasso di occupazione delle donne senza figli in Italia tra i 25 e i 54 anni, è pari al 63,9%.
La media dell’Unione è del 75,8%: in Germania il tasso, per la stessa fascia di età , è dell’81,8%. Malta è ferma al 56,6%.
“Siamo un paese così tradizionalista e ingessato”, sospira Carla Collicelli, vice direttore generale del Censis.
“Troppo lontano dagli obiettivi europei”.
E la lontananza diviene abissale quando “si parla di giovani e donne”, e se il dato anagrafico viene geolocalizzato al Sud e nelle isole. Lo ricorda l’Istat proprio in questi giorni: al Sud addirittura il 39% delle ragazze è in cerca di occupazione.
Ancora: nell’Unione a 27, il tasso di occupazione totale di donne e uomini è del 64,2%, con le donne a quota 58,2%.
Alla fine del primo semestre 2011, il tasso italiano di occupazione per uomini e donne è del 57,2%, e scende al 46,7% per le sole donne.
Anche la Grecia è sopra di noi, con il suo 48,1%. E la disoccupazione? In Italia il totale del primo semestre dello scorso anno è dell’8,2%: 7% per gli uomini, 9% per le donne.
Al netto del lavoro nero.
Non solo: una donna in Italia continua a prendere 1/5 in meno rispetto a un uomo, anche in casi di ruoli analoghi. “Dipende dai contratti”, dice Carla Collicelli. “Per quelli che prevedono emolumenti aggiuntivi la paga di base non può cambiare, ma assegni, progressione di carriera, promozioni e scatti interni sì”.
La parola chiave è precariato. “I contratti atipici, nei quali si concentrano donne e giovani, rappresentano per il datore di lavoro una valvola di flessibilità in caso di necessità di ridimensionamento dell’attività produttiva”, dice la sociologa. Per certi versi “permettono l’accesso al lavoro”, per altri ne permettono l’uscita “con altrettanta facilità ”.
“E non abbiamo trovato soluzioni adeguate”.
È il “clou della discriminazione”: la perdita di posti si registra “nella stragrande maggioranza per i giovani e per le donne giovani, sotto i 40 anni”. Per la fascia sopra i 40, invece, “hanno tamponato gli ammortizzatori sociali”.
Eppure il Consiglio europeo di Lisbona del 2000 aveva già posto come obiettivo quello di aumentare il tasso di occupazione globale dell’Unione al 70% e il tasso di occupazione femminile a più del 60% entro il 2010.
Una percentuale che vorrebbe dire un aumento del 7% del Pil. Il rischio di povertà dei figli passerebbe dal 22,5% al 2,7% e si avvierebbe un ciclo virtuoso di imprenditoria e occupazione, con l’implementazione di quei servizi di cura per bambini e anziani, cardine della cura ricostituente per l’occupazione femminile italiana.
Secondo l’Istat, infatti, l’assenza di servizi di supporto nelle attività di cura costituisce un ostacolo per l’ingresso nel mercato del lavoro di 489mila donne non occupate, cioè dell’11,6%, e per il lavoro a tempo pieno per molte delle 204mila donne occupate part time, ovvero del 14,3%.
In Italia viene destinato solo l’1,4% del Pil a contributi, servizi e detrazioni fiscali per le famiglie: dato ben più basso rispetto a quell’1,8% destinato in ambito Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nei paesi a bassa fertilità .
Con i contratti atipici, poi, chi va in maternità difficilmente ritorna al posto di lavoro lasciato prima del lieto evento.
“Ci siamo lasciati alle spalle i tristi episodi del passato, quando accadeva che alle donne assunte venisse richiesto l’impegno di non fare figli per un certo numero di anni”, racconta Carla Collicelli.
Ma oggi “la donna con contratto atipico si trova in una condizione altrettanto spiacevole: sa che se si allontanerà per maternità difficilmente potrà riprendere il proprio posto in seguito”.
In paesi come ed esempio il Belgio, la presenza di molte scuole materne permette all’occupazione femminile di rimanere invariata in caso di uno o due figli.
“Da noi invece il welfare è spostato totalmente sulle pensioni e su una sanità nella media che comincia a scricchiolare con liste di attesa drammatiche per la diagnostica”, spiega la sociologa. Il tutto “mentre le famiglie affrontano problemi di casa, asilo nido, supporti economici, servizi”.
In Italia l’11% dei bambini va al nido, privato o pubblico.
In Emilia la percentuale sale al 25,2%, in Sicilia non supera il 5,1%. “Un asilo pubblico costa 8700 euro a bambino all’anno”, racconta la Collicelli. “Un privato 7500”.
In alcuni casi i comuni danno alle famiglie un contributo per la retta: ma non è la regola. Secondo l’Istat, la percentuale di occupate è del 58,5% per le donne con un figlio di meno di 15 anni, e del 54% quando i figli sono due.
Se poi i figli sono tre o più, la percentuale precipita al 33,3%. E “se si ha in casa un anziano con handicap sono guai”.
Anche nelle regioni più avanzate, dove “si fa fatica a dare un’assistenza adeguata, che sgravi la famiglia”. O meglio: figlie, mogli, sorelle.
“All’inizio della mia carriera, il concetto di quota rosa mi ripugnava”, conclude Carla Collicelli. “Arrivata a questo punto sono favorevole: i tempi sono maturi per proporre di applicare criteri di proporzionalità di genere rispetto alla composizione della categoria”. D’altro canto era il 1932 quando in Italia è arrivata la prima donna in un consiglio di amministrazione di un’azienda quotata. 80 anni dopo le donne sono 150: il 6% del totale. Lì dove si decide, ancora oggi, “sono tutti uomini, e in età avanzata”, dice la vice direttrice del Censis.
Angela Gennaro
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile
FINO AL 19 GIUGNO LO STIPENDIO ANDRA’ AL FISCO
Un’altra lunga settimana di lavoro. Da dedicare, ahimè, interamente al Fisco.
Eh sì, quest’anno dovremo faticare sette giorni in più rispetto al 2011 per pagare tasse e contributi.
Colpa delle manovre – estive ed invernali, non fa molta differenza – richieste dall’Unione Europea per cercare di tamponare il nostro deficit.
E, soprattutto, la crisi dei debiti sovrani.
Agli italiani, lo sappiamo, è stato chiesto un grosso sacrificio.
Ma solo rapportando le maggiori tasse introdotte nei mesi scorsi ai giorni di lavoro necessari per pagarle, questo sacrificio emerge ora con tutta la sua evidenza.
Nel 2012 un quadro, o un impiegato con un buon stipendio (47.216 euro lordi) – scelto dal 1990 dal Corriere della Sera come contribuente tipo per determinare il Tax Freedom Day, il giorno della liberazione fiscale – dovrà lavorare fino al 19 giugno per sfamare l’appetito di Erario, comuni ed enti previdenziali.
E solo dal 20 giugno potrà , finalmente, cominciare a guadagnare per se stesso e per la sua famiglia.
Fanno 171 giorni di schiavitù fiscale. Nel 2011 la corvèe finiva il 14 giugno (il 2012 è bisestile, quindi lo spostamento in avanti del traguardo è di sette giorni).
Quattro giorni di schiavitù tributaria in più, invece, per l’altro contribuente, un operaio con moglie e figlio a carico, che, avendo un reddito inferiore (23.649 euro), potrà festeggiare il suo Tax Freedom Day il 14 maggio.
L’anno scorso poteva brindare alla liberazione già l’11 maggio. (L’amaro 2012-Guarda il grafico)
Anno nuovo, elaborazione nuova.
Il Tax Freedom Day ha cambiato faccia.
Il modello inventato nel 1990, infatti, non era più adatto a registrare i profondi cambiamenti subiti dal nostro sistema fiscale.
E, soprattutto, quelli registrati negli ultimi mesi con un netto aumento delle imposte indirette (Iva) e di quelle sui beni (Imu, patrimoniale sugli investimenti finanziari).
A cui avrebbe dovuto accompagnarsi una riduzione del carico fiscale sul lavoro e quindi delle imposte sui redditi.
Ma questi sgravi non si sono finora visti. Speriamo, anche su questo fronte in una fase 2. Mentre in passato il focus dell’elaborazione era basato sul singolo contribuente, e sulla sua borsa della spesa, ora si cercherà di evidenziare piuttosto la dinamica delle singole imposte: l’Iva, le accise, le patrimoniali. Inoltre si è dato maggiore peso, per quanto riguarda i consumi, ai dati medi italiani.
Ne è uscito un miglioramento della situazione dell’impiegato.
Basti pensare che, se si fosse utilizzato il vecchio criterio, il Tax Freedom Day sarebbe arrivato il 30 giugno, praticamente a metà anno.
Anche in questo caso lo slittamento in avanti sarebbe stato comunque di sette giorni, il che evidenzia la bontà del nostro modello.
Con la nuova elaborazione l’ormai insostenibile pesantezza del Fisco emerge, comunque, con tutta evidenza: 171 giorni di lavoro su 366 equivalgono a una pressione tributaria del 46,7%.
Quindi molto più alta della media.
Per l’operaio, invece, la nuova modalità di calcolo è addirittura peggiorativa. Ma vediamo ora l’identikit dei nostri due contribuenti tipo.
Il quadro ha moglie e un figlio a carico, abita in una casa di sua proprietà con rendita catastale di 1.100 euro (pari alla media della rendita delle abitazioni A2 di tipo civile della provincia di Milano).
Per il calcolo dell’addizionale regionale Irpef si è applicata quella della Regione Lombardia, mentre per quella comunale si è utilizzata l’aliquota dello 0,426% corrispondente al rapporto tra il gettito dell’addizionale e la sua base imponibile.
Il reddito del 2012 è stato rivalutato dell’1,8% rispetto a quello del 2011 (dati Istat). I suoi risparmi ammontano a 40.000 euro di cui 12.160 in conto corrente e 27.840 in titoli e fondi
La stima dell’Iva e delle accise a carico del contribuente si basa sul presupposto che questi nelle sue abitudini di spesa rifletta quelle medie delle famiglie di tre componenti come rilevate dall’Istat nell’indagine annuale sui consumi. Stesse considerazioni per l’operaio: rendita della casa 446 euro, valore medio abitazioni A3.
In conto corrente ha circa 6.000 euro. Stesso aumento degli stipendi, stessa composizione del nucleo familiare.
Ma che cosa ha fatto spostare in avanti di così tanto il Tax Freedom Day?
Soprattutto l’Imu che vale da sola tre giorni di lavoro.
Poi l’aumento dell’Iva, che nel 2012 dovrebbe rincarare ancora. Forte aumento anche per le accise sui carburanti.
E poi, come ogni anno, si fanno sentire i morsi dell’accoppiata tasse-inflazione: salgono i redditi, ma l’Irpef con le sue aliquote progressive sale più velocemente. Un mostro che divora il reddito. E che nessuno prova a combattere.
Pensando piuttosto a circondarlo di altri mostriciattoli.
Massimo Fracaro e Andrea Vavolo
(da “Il Corriere delle Sera”)
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Gennaio 10th, 2012 Riccardo Fucile
SI TRATTA DEL LIVELLO PIU’ ALTO DAL 2004… NEL SUD OLTRE 1,1 MILIONI DI “SCORAGGIATI” (AL NORD 279.000, AL CENTRO 190.000)
In Italia gli scoraggiati, ovvero quelli che dichiarano di non essere alla ricerca di un lavoro perchè ritengono che non riusciranno a trovarlo, sfondano la soglia del milione e mezzo, raggiungendo nel terzo trimestre 2011 quota 1 milione 574 mila.
Si tratta del livello più alto da quando sono iniziate le serie storiche, ovvero dal 2004. E’ quanto emerge dai dati Istat, in base a confronti tendenziali.
Si tratta di un numero in crescita da tempo, spinto dalla crisi.
Basti pensare che nel terzo trimestre del 2004 gli scoraggiati superavano appena il milione.
Nel giro di sette anni si contano così oltre mezzo milione in più di persone che restano fuori dal mercato del lavoro perchè sfiduciate e convinte che trovare un’occupazione sia ormai una missione impossibile. Solo nel terzo trimestre del 2011, sempre facendo riferimento alla fascia d’età compresa tra i 15 e i 64 anni, l’Istat registra un balzo annuo di 95 mila unità (+6,5%).
Guardando alle differenze tra uomini e donne, il divario risulta molto accentuato: 1 milione e 31 mila donne contro 543 mila maschi. E ancora più marcati sono i gap a livello territoriale: nel Mezzogiorno ci sono 1 milione 105 mila scoraggiati, nel Nord 279 mila e nel Centro 190 mila.
Se poi si considerano quelli che dichiarano di non cercare lavoro perchè in attesa dell’esito di passate ricerche, allora alla cerchia si aggiungono 719 mila persone, un gruppo in forte crescita su base annua (+63 mila unità , +9,6%). Per un conto totale di 2 milioni 293 mila.
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Gennaio 9th, 2012 Riccardo Fucile
QUESTA LA CIFRA DEL DEBITO CHE LO STATO HA VERSO LE AZIENDE PRIVATE…LA COMMISSIONE EUROPEA HA PROPOSTO UNA NORMA CHE IMPONGA IL PAGAMENTO DELLE FATTURE ENTRO 30 GIORNI, ORA SONO 180… IN GRAN BRETAGNA LO STATO PAGA ENTRO 10 GIORNI
Altro che pagamenti in Bot o Btp, il gioco delle tre carte sui circa 70 miliardi di euro di debiti della pubblica amministrazione verso le imprese private si aggira come una mina vagante sulla credibilità dell’Italia auspicata dal governo Monti.
E non solo a causa della spirale mortale innescata sul sistema imprenditoriale del Paese.
Da un lato, infatti, per gli addetti ai lavori le analisi periodiche della Cgia Mestre di Giuseppe Bortolussi e le cronache specializzate come quelle di Oipa Magazine sono diventate dei bollettini di guerra con i primi paradossali suicidi non più per debiti, ma per i crediti non riscossi.
Dall’altro lato c’è quello che non viene detto in modo molto chiaro, benchè sia chiaro a molti. E cioè che se venisse sbloccato senza un escamotage contabile ad hoc, l’enorme mole di debito commerciale contratto dal pubblico — che in termini di valore rappresenta circa il doppio della manovra salva-Italia — andrebbe a pesare sul conteggio finale del debito pubblico cosa che oggi, in base agli stessi trattati Ue, non accade.
In quest’ottica è chiaro quindi che l’ipotesi di effettuare i pagamenti in titoli di Stato ventilata dal ministro Passera a fine novembre, sulla quale per altro è calato il silenzio, non sarebbe affatto risolutiva.
Non solo per le imprese (il 49 % piccole e medie) che si troverebbero comunque in mano carta o da piazzare non senza difficoltà e perdendo gli interessi, oppure da mettere nel cassetto fino a scadenza senza risolvere il problema liquidità . Certo, meglio Bot e Btp, che niente.
Resta sempre il fatto che la conversione dei crediti in titoli di Stato avrebbe un effetto letale sulla posizione debitoria del Paese con un ulteriore rialzo degli spread in caso di immediata liquidazione da parte dei creditori, tanto che la proposta suona più come una trovata di breve respiro da banchiere che non come una strategia da statista.
Tanto più che della vischiosità della situazione è ben consapevole il nuovo come il vecchio governo.
Il ministro per i rapporti con il Parlamento Piero Giarda, che ha anche aperto a un ammorbidimento del patto di stabilità interno, è stato tra i più chiari nell’ammetterlo dichiarando al Corriere Veneto il 22 dicembre che “ci sono diversi problemi. Per esempio, se le pubbliche amministrazioni cominciassero a pagare, i pagamenti confluirebbero nella spesa e la spesa confluirebbe nel deficit dell’Italia”.
Non ne sa meno il Senato, che nella Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza di settembre ha potuto leggere come “l’accelerazione dei pagamenti implicherebbe un impatto diverso sugli indicatori di finanza pubblica”.
Il documento si soffermava poi implicitamente sull’altro problema lamentato a ragione dalle imprese: la mancata certificazione del credito (sfuggita all’ultimo dal decreto anti-crisi di settembre) che rende ardua la cessione dello stesso alle banche.
Anche concedendo ai creditori la possibilità di accedere allo sconto bancario, infatti, si manifesterebbe “l’emersione di un maggior debito”.
Stesso ragionamento, complicato dalla burocrazia, va verosimilmente applicato alla conversione dei debiti in crediti d’imposta.
Anche se sembra questo il tasto su cui il governo intende battere, dato che almeno ha allungato alle imprese i tempi di pagamento delle cartelle esattoriali.
Ma la soluzione definitiva resta comunque un vero e proprio rompicapo che con la crisi sta stringendo il credito alle aziende già messe alla corda dai crescenti ritardi dei pagamenti pubblici: 180 giorni secondo l’Ue (52 giorni in più dal 2009) contro i 10 del Regno Unito, 14 della Finlandia, 15 dell’Irlanda e 30 di Lussemburgo e Svezia.
E con differenze marcate per settore e regione.
Per esempio secondo uno studio della Cgia di Mestre sui 40 miliardi di mancati pagamenti cumulati dalle Asl, il 70 % sarebbe concentrato al Sud dove la maglia nera va alla Calabria (925 giorni) e la palma d’oro al Trentino (92 giorni) per una media del settore di 299 giorni. Poco risolutiva in questo senso, benchè benvenuta perchè almeno servirebbe da spartiacque tra passato e futuro, la direttiva comunitaria che impone al pubblico (sanità esclusa) i pagamenti entro 30 giorni con interessi salati sui ritardi e da recepire entro marzo 2013.
La stessa Commissione ha proposto di anticiparla al 2012 per sostenere l’economia nei Paesi membri.
E ha istituito un gruppo di esperti nazionali per discuterne le questioni.
Primo appuntamento il 3 febbraio. Nel frattempo alle imprese non rimane che vegliare sulla gestazione della cosiddetta fase due.
Non senza notare che ormai gli appalti pubblici stanno diventando un affare solo per chi non ha bisogno di pagamenti a breve.
E cioè che ha ottenuto capitali freschi per vie traverse.
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Gennaio 6th, 2012 Riccardo Fucile
UN’INDAGINE RIVELA COME IL RECLUTAMENTO PER VIA INFORMALE SIA LA MODALITA’ PREFERITA DALLE AZIENDE PER ASSUMERE, PIU’ DELLE CONSULENZE SPECIALIZZATE E DEL LAVORO IN AFFITTO
Le imprese per assumere preferiscono affidarsi a conoscenze personali piuttosto che a
curriculum, società di lavoro interinale o centri per l’impiego.
E’ quanto emerge dall’ultima indagine Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro, che rileva come nel 2010 oltre sei imprese su dieci per la selezione del personale abbiano fatto ricorso al cosiddetto canale informale, “conoscenza diretta in primo luogo e segnalazioni personali”, attraverso conoscenti o fornitori.
I dati.
Soprattutto, fa notare l’indagine Excelsior, rispetto all’anno precedente l’utilizzo del canale informale ha registrato un forte aumento, passando al 61,1% dal 49,7% del 2009.
“Il clima economico ancora incerto spinge evidentemente le imprese alla massima cautela nella selezione di nuovi candidati: la conoscenza diretta, magari avvenuta nell’ambito di un precedente periodo di lavoro o di stage, e il rapporto di fiducia da essa scaturito diventano quindi premianti ai fini dell’assunzione”, spiega il rapporto.
Banche dati interne.
Nel 2010 è anche cresciuto il ricorso da parte delle imprese a strumenti interni, ovvero alle banche dati costruite dalle stesse aziende sulla base dei curriculum raccolti nel tempo (al 24,6% dal 21,5%), ma la quota resta limitata a poco più di due imprese su dieci.
Perdono invece terreno le modalità di reclutamento “tradizionali” (annunci su quotidiani e riviste specializzate), preferite solo nel 2,3% dei casi.
Sono pochissime e in diminuzione anche le aziende che utilizzano intermediatori istituzionali, come società di lavoro interinale, di selezione (5,7%) e quelle che si affidano a operatori istituzionali, ovvero ai centri per l’impiego (2,9%).
Le dimensioni contano.
Ma se si guarda alla dimensione d’impresa il quadro cambia, dopo i 50 dipendenti le aziende iniziano a fare più affidamento sulle loro banche dati interne, a basarsi sulla “carta”, ovvero sui curriculum.
Ecco che, quindi, al crescere della dimensione d’impresa il rapporto diretto del candidato con il datore di lavoro o tramite conoscenti perde importanza.
Basti pensare che nelle realtà con più di 500 dipendenti il ricorso al canale informale scende al 10,2%, mentre l’utilizzo di strumenti interni sale al 48,9%.
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Gennaio 4th, 2012 Riccardo Fucile
MONTI FISSA INCONTRI CON LE PARTI SOCIALI IN TEMPI STRETTI… IL GOVERNO STAREBBE PENSANDO ALL’INTRODUZIONE DI UNA NUOVA FORMA CONTRATTUALE CHE ELIMINEREBBE LE 40 GIA’ ESISTENTI…SI SALVEREBBERO SOLO L’APPRENDISTATO E IL CONTROLLO STAGIONALE
Liberalizzazioni e riforma del mercato del lavoro: sono questi i due provvedimenti primari
che il governo Monti cercherà di raggiungere all’inizio del 2012.
Obiettivo? Rilanciare l’economia italiana e rispondere così alle richieste pressanti dell’Europa.
Per raggiungere quanto prefissato, il premier — che ha già in agenda due consigli dei ministri ad hoc — è già a lavoro, come dimostrano le telefonate di ieri con i sindacati, a cui seguiranno nuovi ‘contatti’ dal nove gennaio in poi.
A quanto pare, si tratterà di una serie di incontri bilaterali che gestirà in prima persona il ministro per il Lavoro, Elsa Fornero, il che significa solo una cosa: non ci sarà alcun tavolo comune o di “concertazione”.
Dalle riunioni con le sigle sindacali, del resto, dovrebbero giungere soltanto indicazioni e suggerimenti, poi spetterà all’esecutivo la valutazione nel merito e l’eventuale presentazione alle Camere.
Le parti sociali, però, non condividono questa strategia, rilanciando la richiesta di condivisione delle scelte.
“Troverei curioso che la discussione sia fatta senza chi deve applicare quelle regole” ha detto il segretario della Uil, Luigi Angeletti, secondo cui “bisogna cambiare le norme sul mercato del lavoro coinvolgendo anche le imprese”.
Più articolata la posizione del leader della Cisl Raffaele Bonanni. “Noi non ci prestiamo a questo clima surreale dove tutti gridano che bisogna fare qualcosa per andare avanti ma nessuno vuole rendere trasparente davvero il da farsi” ha detto Bonanni, secondo cui “senza concertazione il Paese andrebbe allo sbando. Monti deve fare un salto di qualità . Andare avanti così, senza discutere con la politica, senza consultare i sindacati, mettendo la fiducia susciterebbe un clima torbido”.
Esposta la tesi, Bonanni è passato alle richieste e in tal senso la proposta non cambia: servirebbe un patto tra il governo con imprese e sindacati.
Quanto al nodo dell’articolo 18, invece, il segretario generale della Cisl non entra nel merito, ribadisce la posizione “di chi non ha mai posto veti e non accetta veti da parte di nessuno” e si dice disponibile a “una discussione a tutto tondo senza soluzioni preconfezionate”.
Nel frattempo, trapelano le prime indiscrezioni sui ‘piani’ del governo, che in vista degli incontri con i sindacati starebbe lavorando all’ipotesi di un contratto ”prevalente”, con un lungo periodo di prova (fino a tre anni) a sostituire le oltre 40 forme contrattuali esistenti (si salverebbero solo l’apprendistato e il contratto stagionale).
Se tale ipotesi dovesse divenire realtà , verrebbe rispedita al mittente la ‘proposta Ichino’, che prevede per i nuovi assunti la possibilità di licenziamento per motivi economici.
Cosa ben diversa, quindi, dal diritto al reintegro nel caso di licenziamenti senza giusta causa o giustificato motivo previsto dall’articolo 18.
La posizione dei sindacati, invece, è sempre la stessa: unificazione dei contributi previdenziali per tutte le categorie (ora i lavoratori dipendenti pagano il 33 per cento, i collaboratori al 27,72 per cento, commercianti e artigiani arriveranno al 24 per cento nel 2018).
Forme contrattuali a parte, il pezzo grosso sul tavolo della riforma è un altro: trattasi degli ammortizzatori sociali, tema che ha fatto deragliare gli ultimi Governi a causa della mancanza di fondi.
Quasi impossibile, del resto, rendere più elastico il mercato del lavoro senza pensare a indennità di disoccupazione più sostanziose e ‘allargate’ a tutte le categorie. Il “confronto col governo Monti non va sprecato”, avverte la Cgil, che non vuole essere succube dei tempi stretti imposti da Monti; per il sindacato del segretario Camusso, inoltre, “occorre definire le priorità ” a partire da fisco, crescita, lavoro, produttività , pensioni e rappresentanza.
I sindacati comunque avvertono che nella riforma del mercato del lavoro vanno coinvolte anche le imprese.
Le prossime mosse del governo Monti, inoltre, mettono in difficoltà anche i partiti. Al Pdl diviso al suo interno (e a rischio fughe di parlamentari verso il centro) fa eco il Pd, costretto a fare i conti con i problemi legati alla riforma del lavoro: se una parte dei democratici vuole appoggiare le misure di Monti, allo stesso tempo ce n’è un’altra che teme di essere scavalcata a sinistra dai sindacati.
‘Rilassata’, invece, la situazione interna all’Udc, sempre più in completa sintonia con la linea di Monti, il quale oggi ha scambiato gli auguri di buon anno con i leader.
In tale occasione, il premier avrebbe annunciato di voler “allargare la platea delle categorie interessate” dalle liberalizzazioni, senza nessuna intenzione di “forzare la mano” su un argomento così delicato.
I partiti, dal canto loro, attendono dal governo le prime indicazioni, per poter valutare eventuali controproposte.
In tal senso, non mancano le indiscrezioni.
Il Pdl, ad esempio, punterebbe a una riforma mirata alla crescita e alla valorizzazione della contrattazione aziendale, magari anche attraverso la modifica dell’articolo 18, sulla scia della proposta di legge di Pietro Ichino.
A dicembre, del resto, è stata annunciata una proposta elaborata dall’ex ministro Maurizio Sacconi per un provvedimento che punti anche alla crescita e alla ripresa degli investimenti in Italia da parte di gruppi stranieri.
Diversa la posizione del Partito Democratico, che su un punto in particolare non intende cedere: la riforma dovrà avere come bilanciamento la tutela di chi è più debole in questa fase.
Per quanto riguarda le pensioni, per il Pd c’è una grande necessità di riformare gli ammortizzatori sociali, specie con il passaggio al contributivo per tutti.
Un no secco a toccare l’articolo 18, invece, è arrivato dal segretario Pier Luigi Bersani. Nessun preconcetto a cambiare l’articolo 18, invece, dal Terzo Polo, il cui obbiettivo è quello di abbattere il precariato “con interventi incisivi anche se graduali”.
A parte la cautela di facciata (e di strategia), è tuttavia innegabile che per l’esecutivo le barricate alla libera concorrenza rappresentano i bastian contrari del rilancio economico. Da questo dato di fatto, si spiegherebbe anche la fretta di Mario Monti, che a gennaio ha fissato una serie di incontri internazionali in cui vuol presentare almeno una bozza del suo programma di riforma del mercato del lavoro.
L’agenda ha già le date sottolineate in rosso: il 6 gennaio volerà a Parigi per partecipare ad un convegno insieme ai ministri Corrado Passera e Enzo Moavero.
Il 18, invece, Monti andrà a Londra da Cameron, il 21 a Tripoli per incontrare il nuovo governo libico, il 23 a Bruxelles per l’Eurogruppo e il 30 sempre nella capitale belga è in programma il Consiglio europeo straordinario.
Non c’è ancora una data, invece,per l’incontro da tenere a Roma con Nikolas Sarkozy e Angela Merkel.
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Gennaio 2nd, 2012 Riccardo Fucile
TASSO DEMOGRAFICO PER LE ITALIANE DI 1,29% CONTRO IL 2,13% DELLA MEDIA EUROPEA…LA META’ DELLE PRECARIE NON HA DIRITTO ALL’ASSEGNO DI MATERNITA’…OCCORRE IMPEDIRE LA PRASSI DELLE DIMISSIONI IN BIANCO
A Bologna nella notte del 31 dicembre, da genitori ambedue italiani del piccolo paese di
Monterenzio, è nata Linda, la prima cittadina dell’anno che viene.
Poco dopo a Roma si è affacciata al mondo Sofia, di mamma vietnamita e di papà italiano.
E ancora, a Torino, Takwa, di genitori tunisini, che sarebbe assurdo che restasse straniera nella nostra terra, come ci ha ricordato ancora una volta Napolitano nel discorso di fine d’anno.
Sono 78.000 ogni anno i bambini nati in Italia da genitori stranieri.
Uno su cinque, sul totale di 561.900 neonati stimabile anche per l’anno prossimo, avrà almeno un genitore straniero.
Una benedizione del cielo, anche per chi il cielo lo vede poco stellato e vuoto di dei.
Le mamme italiane, infatti, sono stanche.
Se dipendesse solo da loro il tasso di fecondità sarebbe dell’1,29%, uno dei più bassi del mondo.
Le straniere non sono delle fattrici senza posa. Semplicemente si adeguano ai tassi degli altri Paesi sviluppati.
Arrivano al 2,13, come in Francia e negli Stati Uniti, e ci permettono per ora di tenere il nostro ricambio demografico un po’ più vicino al pelo dell’acqua.
Eppure le donne italiane non sono particolarmente stravaganti.
Quando l’Istat le interroga sui loro desideri di maternità rispondono in grande maggioranza di desiderare almeno due bambini.
Insomma vorrebbero che l’Italia, anche da questo punto di vista, fosse un Paese normale. Perchè lo sia – dicono i demografi – occorrono politiche non estemporanee, di lungo periodo, che permettano alle giovani donne di cogliere una tendenza che cambia e di fidarsene.
Il nuovo governo parla spesso di patto intergenerazionale per rendere il mercato del lavoro meno ingiusto verso i giovani.
Non sarebbe male che il patto non riguardasse un sesso soltanto.
Le donne attempate si preparano ad andare in pensione più tardi e ad accettare, anche loro malgrado, i vincoli dei tempi più grigi.
Ma le giovani madri possibili, tanto coccolate dalla retorica e tanto dimenticate dalla politica? Quasi la metà , per via dei contratti atipici, non ha diritto all’assegno di maternità .
Un quinto esce dal mercato del lavoro dopo la nascita del primo figlio, talvolta perchè costrette a dimissioni preventive per aggirare il divieto di licenziamento.
Pressochè nessuna può contare su un compagno che si prenda cura di un nuovo essere che è caro anche a lui, perchè in Italia non esistono congedi di paternità obbligatori per un tempo significativo.
La ministra del Lavoro e del Welfare Elsa Fornero ha rifiutato di ricevere una delegazione di giovani composta solo di maschi: pensava che testimoniassero di una pessima visione del futuro. Speriamo che rifiuti anche di firmare misure «Cresci Italia» in cui gli unici a non nascere e a non crescere continuino ad essere i nostri bambini.
Per cominciare a cambiare rotta non ci vuole molto: l’assegno di maternità per tutte le madri, indipendentemente dal loro contratto di lavoro (ma rispettando i diritti acquisiti dei contratti di lavoro stabili), il ripristino di una legge del 2007 che impediva le dimissioni in bianco attraverso soluzioni tecniche efficaci, l’estensione fino a dodici settimane, anche in momenti diversi della vita del figlio, del congedo di paternità obbligatorio.
Costa? Sì, costa.
Ma costa di più essere un Paese di vecchi.
Mariella Gramaglia
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Dicembre 31st, 2011 Riccardo Fucile
ALLO STUDIO UNA RIFORMA CHE PREVEDE PIU’ TUTELE IN CAMBIO DI PIU’ FLESSIBILITA’ SUBITO TAVOLO CON I SINDACATI
La batosta delle polemiche sulla modifica dell’articolo diciotto ha lasciato il segno. 
Ora al ministero del welfare preferiscono che siano i sindacati a fare la prima mossa.
Nella seconda settimana di gennaio, quando Camusso, Bonanni e Angeletti si sederanno di fronte a Elsa Fornero, saranno loro e non il ministro a dover parlare per primi.
Nessuno può considerare l’attuale situazione del mercato del lavoro soddisfacente: quali sono dunque le proposte del sindacato per voltare pagina?
Al ministero si sottolineano le parole utilizzate ieri da Monti: è necessario un sistema di regole non interpretabili.
Vale per le assunzioni dei giovani ma vale anche per l’intera riforma.
Alcune certezze di base.
La filosofia è quella di dare a tutti alcune certezze di base, un sistema di garanzie che si estenda all’intero mondo del lavoro.
Superare l’attuale schema che divide le aziende in due gruppi: quelle sotto i 15 dipendenti, dove non si applica lo statuto dei lavoratori e dove spesso regna l’arbitrio.
Dove piccolo è bello solo per gli imprenditori mentre i dipendenti sono costretti a orari massacranti, paghe da fame e rapporti contrattuali totalmente precari.
Sull’altro versante, nelle aziende sopra i 15 dipendenti, la tendenza è quella a ridurre il numero di occupati a tempo indeterminato a vantaggio di rapporti di lavoro meno stabili, anche qui scambiando la creazione di nuovi posti di lavoro con la garanzia che quel lavoro duri nel tempo. È stato questo, in fondo, il nodo dello scontro tra i sindacati alla Fiat, con la Cgil a difendere i diritti acquisiti e gli altri sindacati a ribattere: “Senza lavoro non ci sono diritti per nessuno”. Probabilmente Elsa Fornero non può permettersi di dividere i sindacati sulla sua proposta di riforma del mercato del lavoro, e questo spiega la sua prudenza.
Certamente se si arriverà alla spaccatura sindacale sarà solo dopo che il governo avrà fatto pubblicamente tutte le mosse per evitarla.
Per queste ragioni il punto di partenza saranno le norme per abbattere il lavoro precario tra i giovani.
Questione che mette d’accordo tutte le sigle sindacali e buona parte dei partiti.
Il contratto di apprendistato.
La proposta di riferimento potrebbe essere quella avanzata da Tito Boeri sul contratto unico di apprendistato introducendo il principio per cui tutti i contratti dopo un certo periodo diventano a tempo indeterminato.
Quel che si starebbe studiando al ministero è un modo per rendere lo schema meno rigido: “Non è la stessa cosa – si osservava ieri – l’apprendistato dell’artigiano e quello di un ingegnere”. L’importante è che in ambedue i casi ci siano regole di base identiche.
Non si tratta solo di avere norme chiare per tutti.
Ma anche di evitare le pieghe di quelle “eccessive frammentazioni che nuocciono ai giovani”, come ha detto ieri Monti.
Quella giungla di norme nate in epoche diverse e con scopi diversi che sono diventate un invito a nozze per le imprese che vogliano utilizzare la manodopera senza alcun vincolo.
Ammortizzatori sociali e articolo 18.
Naturalmente per questa strada, quella di avere regole uguali per tutti, si arriverà ad abolire la distinzione tra aziende sotto i 15 dipendenti e le altre.
Ma questo è un tasto che oggi al ministero preferiscono non toccare.
Perchè l’estensione delle tutele del tempo indeterminato a tutti si porta dietro automaticamente la revisione dell’articolo 18 sui licenziamenti: i precari di oggi avranno più certezze perchè chi oggi ha certezze diventerà un po’ più precario.
Nessuno in queste settimane ha la forza politica di esprimersi in questo modo ma è stato lo stesso premier ieri ad avvertire: “E’ importante superare la precarietà ma non si può superare il fatto che nel mondo di oggi e soprattutto di domani un lavoro stabile e a lungo termine, facendo lo stesso mestiere e nella stessa azienda, sarà sempre più raro”.
Così anche gli attuali ammortizzatori sociali, la cassa integrazione e la mobilità , saranno rivisti “perchè le tutele ci siano ma in una prospettiva di maggiore flessibilità economica”. La parola chiave è ovviamente “flessibilità “.
Perchè l’obbligo di reintegro per il lavoratore licenziato senza giusta causa è considerato una rigidità del sistema. Senza abolire l’articolo 18 si potrebbe modificare il concetto di giusta causa inserendo tra i motivi di giusta causa anche le ragioni di difficoltà economica dell’impresa. Rimarrebbe così invariato l’obbligo di reintegro in caso di licenziamento discriminatorio riconosciuto dal tribunale.
No a tensioni sociali. Una medicina amara che naturalmente il governo intenderà somministrare “senza creare tensioni sociali”, dice Monti. Evitando cioè il più possibile di creare una spaccatura tra i sindacati.
Una medicina che potrebbe essere addolcita dall’introduzione del salario di disoccupazione. Oggi però i soldi per finanziare quella misura non ci sono.
Così, in attesa di conoscere eventuali proposte sindacali, al ministero si preferisce dividere la riforma del mercato del lavoro in due fasi: la prima sarà quella che ridurrà le forme di precariato più gravi, la seconda quella che affronterà la spinosa questione della diffusione delle tutele a tutta la platea dei lavoratori italiani.
I rapporti con i sindacati.
La questione è spinosa. “Vogliamo confrontarci ma dobbiamo fare in fretta”, ha avvertito ieri Monti. “Non vogliano trattare con la spada di Damocle della fretta”, rispondevano ieri in Cgil. Mentre la Cisl replicava: “No a pacchetti precostituiti”.
Fornero si deve guardare da due fronti. Il più difficile è quello della Cgil: è bastata la voce di una cena riservata (smentita da ambedue gli interessati) tra il ministro e il leader della Fiom Maurizio Landini per suscitare grande irritazione in corso d’Italia e, secondo alcuni, provocare la dura reazione di Susanna Camusso alle dichiarazioni del ministro sull’articolo 18.
Non meno complesso il rapporto della Cisl: Raffaele Bonanni è tornato improvvisamente barricadiero dopo aver mantenuto un atteggiamento di grande comprensione nei confronti delle scelte del governo Berlusconi.
Orfano del rapporto con il predecessore di Fornero, Maurizio Sacconi, Bonanni potrebbe mantenere la sua linea di opposizione al governo.
Il fatto è che i partiti di riferimento di Camusso e Bonanni, il Pd e il Terzo Polo, non capirebbero la svolta radicale che nasce da questioni interne alle organizzazioni sindacali.
E questa potrebbe essere la carta principale in mano al ministro al momento dell’avvio della trattativa, tra quindici giorni.
Paolo Griseri
(da “La Repubblica”)
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