Giugno 8th, 2016 Riccardo Fucile
L’ARCIVESCOVO DI NOLA CON LUI: “SCELTA GIUSTA”… MA LE AUTORITA’ DOV’ERANO?
Il parroco abbandona la processione perchè durante il percorso si rende omaggio al boss locale. E il vescovo
gli scrive: “Bravo, hai fatto bene”.
Una lettera dai toni perentori quella firmata dall’arcivescovo di Nola, monsignor Beniamino Depalma, che si schiera dalla parte di don Fernando Russo, parroco della piccola frazione di Livardi, 400 abitanti nel comune di San Paolo Bel Sito nel Napoletano.
L’episodio che fa discutere si è verificato domenica sera.
Il prete ha abbandonato la processione della Modanna del Rosario perchè “senza alcuna necessità di ordine cultuale – chiarisce il vescovo nella missiva – e in totale autonomia dal parroco, un gruppo di fedeli ha deciso di far sostare la statua della Vergine in un determinato punto del percorso e rivolgerla verso l’abitazione di una famiglia del paese, nota alle forze dell’ordine in quanto parte attiva in quello scellerato sistema di malaffare e ingiustizia chiamato camorra”.
Si tratta di Agostino Sangermano agli arresti domiciliari, esponente di spicco del clan che secondo gli inquirenti mantiene il controllo degli affari illeciti in questa zona di frontiera tra il Napoletano e l’Irpinia.
“Una scelta giusta”, afferma il vescovo, che spiega: “Lo abbiamo confermato come chiesa locale anche durante i recenti lavori del Sinodo diocesano – continua Depalma – la doverosa disponibilità pastorale, in merito alla pietà popolare, non può infatti tradursi in pigra e interessata connivenza, “ne risentirebbero la chiarezza della fede, di cui la Chiesa è debitrice al mondo, e la trasparente testimonianza della comunità parrocchiale”.
“Nello scrivere a te, – conclude il vescovo Depalma – caro Fernando, e alla comunità di Livardi, oltraggiata in un momento di festa, e nel confermarti la mia paterna ed episcopale vicinanza, ribadisco il mio sostegno e la mia preghiera per i parroci della diocesi che quotidianamente si trovano a fronteggiare l’arroganza di quanti, ritenendosi depositari anche della fede credono di poter disporre di essa e della Chiesa per soddisfare un desiderio di affermazione personale al quale tutto va subordinato, anche Dio. Riservandomi il necessario tempo per rispondere, in virtù del mio ministero, al gesto di prepotenza di alcuni fedeli che ha determinato l’interruzione della processione della Madonna del Rosario, ti assicuro la mia preghiera”.
L’episodio ha scosso don Fernando che va avanti nella sua missione ma ammette: “Adesso un po’ di paura c’è”.
(da “La Repubblica”)
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Giugno 4th, 2016 Riccardo Fucile
NEL COMUNE DELLA LOCRIDE ELEZIONI RINVIATE PER MANCANZA DI CANDIDATI: “SE CI PRESENTIAMO, DOPO DUE MESI CI ARRESTANO SENZA SAPERE PERCHE'”
Schiacciata dall’ombra dei clan, abbandonata dalla politica e dallo Stato, San Luca si prepara con disincanto al weekend che avrebbe potuto darle un sindaco.
Invece, per un altro anno ancora, sarà un commissario prefettizio a governare il piccolo paese conosciuto come la “mamma della ‘ndrangheta” e per le faide che ne hanno insanguinato le strade.
“Questo è il paese di Corrado Alvaro, non dei delinquenti”, dicono arrabbiati i vecchi in piazza. La mancanza di un’amministrazione eletta invece non fa arrabbiare nessuno. Si accetta come l’avvicendarsi delle stagioni.
Ma è da tre anni che le elementari regole della rappresentanza democratica sono sospese.
Nel maggio 2013, il Viminale ha decretato lo scioglimento per mafia dell’amministrazione, azzoppata dall’arresto dell’ultimo sindaco eletto, Sebastiano Giorgi.
Un tempo simbolo dell’antimafia, Giorgi è stato scoperto dalla Dda di Reggio Calabria in combutta con i clan del paese, cui consegnava appalti e lavori.
Non meno rovinosamente è tramontata la stella di Rosy Canale, un tempo volto del “Movimento delle donne di San Luca”, arrestata insieme al sindaco per truffa.
Da reggina, aveva deciso di stendere la propria ala protettrice sul paese, ramazzando finanziamenti per dare una prospettiva alle sue donne.
O almeno così diceva. In realtà – hanno scoperto i magistrati – quei soldi servivano solo a finanziare acquisti personali di Canale, che per questo è stata condannata a quattro anni di carcere.
Un processo cui il paese ha assistito con vago disinteresse, ma che fa ancora masticare amaro. “Non abbiamo bisogno di altre Rosy Canale, quella è venuta a San Luca solo per farsi pubblicità “, dicono i ragazzi in piazza. Ma nessuno di loro ha neanche immaginato di prendere sulle spalle i progetti promessi, per dare loro seguito. Allo stesso modo, il paese sembra rassegnato a lasciarsi amministrare.
Un anno fa, a commissariamento concluso, un’unica lista civica con a capo Giuseppe Trimboli ha provato a proporsi ai sanluchesi, ma in troppi l’hanno snobbata.
Sui 3.446 aventi diritto al voto, solo 1.485 cittadini si sono recati alle urne. Il quorum obbligatorio è stato mancato e il paese si è arreso al commissariamento. Oggi, la partita non si gioca neanche.
Mentre altrove si assestano le ultime stoccate di campagna elettorale, San Luca inganna il pomeriggio di un’estate che non vuole arrivare nella piazza principale del paese. Anziani e giovani se la dividono equamente, insieme ai due bar e alla sala slot che su di essa affacciano. Il circolo no, quello è solo dei ragazzi. E lì non si entra.
Di donne in giro neanche l’ombra. “Sono a casa, si riposano”, dice un ventiquattrenne che di politica non vuol sentire parlare: “Tanto qui chi si candida viene subito arrestato”.
Un’affermazione che a San Luca sembra quasi un dogma. “Volete sapere perchè non si fa una lista? – dice uno degli anziani seduti in piazza – Perchè ci fanno stare due mesi e poi ci sciolgono. Anzi, ci arrestano e non sappiamo neanche perchè”.
Tra le quattromila anime di San Luca, per i magistrati ci sono gli uomini di almeno tre fra i più potenti clan della Locride, senza contare la decina di famiglie di ‘ndrangheta che ruotano loro attorno.
I Nirta “La maggiore”, i Romeo “Staccu” e i Mammoliti hanno scritto di proprio pugno la storia della ‘ndragheta e continuano a determinarne il presente, nonostante arresti e faide ne abbiano nel tempo assottigliato i ranghi.
L’ultima tregua è stata firmata solo qualche anno fa, dopo la strage che il 15 agosto 2006 ha fatto scoprire alla Germania la ferocia della ‘ndrangheta. Ma di questo a San Luca non si parla.
Per il paese, la ‘ndrangheta non esiste. Solo alcuni – e a malincuore – ammettono “qui c’è la mafia, ma non è il paese della mafia”.
A parlare è Filippo Giorgi, sindacalista della Cgil, che con impegno e dedizione sta cercando di ritessere il filo di una tradizione antica, ormai quasi perduta. Un tempo a San Luca c’era la politica e c’era il sindacato.
Sono stati i lavoratori a tirare su con le proprie mani la camera del lavoro. Negli anni Settanta, quando la Locride era “l’Emilia rossa di Calabria” erano in tanti ad affollarne i locali, come la sede del vecchio Pci.
Adesso, quelle stanze ospitano il Partito democratico. “Ma è sempre chiuso, qui il partito non sta funzionando bene”, ammette Giorgi. “Sono bravi quelli, si presentano solo sotto elezioni. Tutti qua a chiedere voti, ma non hanno più neanche lavoro da dare”.
E a San Luca, il lavoro è merce rara e bene prezioso. “Qui erano quasi tutti erano forestali, qui ce n’erano quasi mille”, spiega Giorgi, ricordando come in molti casi quell’impiego pubblico passasse di padre in figlio, in omaggio a quel tacito accordo che per anni ha convertito la Forestale nel più grande ammortizzatore sociale della zona.
Poi anche quello ha dovuto fare i conti con i tagli, e San Luca e i paesi del comprensorio con la disoccupazione. E – di nuovo – con l’emigrazione. Come i loro nonni prima di loro, i giovani hanno ricominciato ad andare via in massa.
Chi resta, aspetta solo di avere la possibilità di scappare da un paese in cui non c’è un cinema, una biblioteca, una palestra, una pizzeria. Non c’è neanche un campetto in grado di ospitare la squadra di calcio, che prima di naufragare fra i debiti era riuscita ad aggiudicarsi la Coppa Calabria.
“Piano piano stiamo cercando di avviare dei progetti per coinvolgere le donne del paese, dare loro una prospettiva, uno sbocco, ma è un lavoro lento ed estremamente difficile”, dice Mimma Pacifici, segretaria della Cgil di Reggio Calabria- Locri. “San Luca – ammette – è un paese in cui bisogna procedere a piccoli passi”.
Irrigidito da diffidenza e forse troppi segreti, il paese, affamato di lavoro e progetti, si rassegna amaramente ad aspettare e a lasciarsi governare. “Questo commissario non è male”, finiscono per ammettere un po’ tutti. “Alcune cose, come la sistemazione dell’acquedotto, le sta facendo”. Al domani nessuno ci pensa, perchè – afferma un anziano in piazza – “qui ci sono genitori costretti a mantenere i figli. Qui non c’è lavoro, non c’è futuro, non c’è niente”.
E lo Stato che fa? “Qui lo Stato lo vediamo solo quando i carabinieri vengono ad arrestare qualcuno”.
Alessia Candito
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 4th, 2016 Riccardo Fucile
L’OMAGGIO A NINETTA BAGARELLA… I RAPPRESENTANTI DI POLIZIA E CARABINIERI HANNO LASCIATO IL CORTEO
Il confrate suona la campanella e la processione si ferma, proprio davanti a casa Riina, in via Scorsone 24,
nel cuore di Corleone.
Ninetta Bagarella, la moglie del capo del capi rinchiuso al 41 bis, è al balcone. Guarda soddisfatta la vara di San Giovanni Evangelista e sorride alle sue sorelle, Matilde e Manuela, che sono accanto a lei. Mentre la folla acclama il Santo.
L’ultima processione che ha attraversato Corleone è già diventata un caso.
Domenica pomeriggio, quell’inchino alla moglie di Salvatore Riina non è passato inosservato.
Il commissario di polizia e il maresciallo dei carabinieri, che erano poco distanti, hanno subito lasciato la processione. E hanno inviato una relazione alla procura distrettuale antimafia.
Perchè i Riina sono ancora un simbolo in Cosa nostra: nelle ultime intercettazioni dei carabinieri, i boss del paese invocavano addirittura la mediazione di donna Ninetta per risolvere vecchie controversie.
E, intanto, si davano un gran da fare per inviare un po’ di soldi a Salvuccio Riina, il figlio del capo di Cosa nostra che dopo otto anni di carcere ha deciso di trasferirsi a Padova e scrivere (a modo suo) un libro sulla famiglia.
Adesso, c’è un’indagine su quella processione. E i primi accertamenti hanno già portato a un risultato: è emerso che uno dei membri della confraternita di San Giovanni è cugino di secondo grado della Bagarella, si chiama Leoluca Grizzaffi.
Il parroco di Santa Maria, padre Domenico Mancuso, è amareggiato: “Ho ribadito alle forze dell’ordine che non è mia usanza sostare davanti ai potenti o pseudo potenti – dice – quella non era una sosta prestabilita, è accaduto. Mi rendo conto che ci voleva più prudenza”.
Il sacerdote ha già convocato i confrati. “Tutti insieme abbiamo stabilito che la processione di San Giovanni non passerà mai più da via Scorsone”.
Parole ancora più dure arrivano dal vescovo di Monreale, monsignor Michele Pennisi: “Su episodi come questi non transigo. Ho già nominato una commissione d’inchiesta, sono in attesa di una relazione. Intanto, ho proposto al questore di Palermo di stilare un protocollo d’intesa, per prevenire altri episodi: propongo che d’ora in poi anche le soste delle processioni siano concordate con le forze dell’ordine, per evitare spiacevoli sorprese”.
Nei mesi scorsi, monsignor Pennisi aveva anche imposto alla confraternite di inserire nello statuto una clausola: “Nessun pregiudicato per mafia può far parte delle nostre associazioni”.
Ma Leoluca Grizzaffi è un perfetto incensurato. Eppure, attorno a quel cognome c’è grande attenzione da parte della procura e delle forze dell’ordine.
Un altro Grizzaffi, Giovanni, ancora per qualche mese in carcere, viene citato come fosse il messia nelle ultime intercettazioni: l’uomo forte che Cosa nostra aspetta per ritornare ai fasti di un tempo.
I boss cercano di riorganizzarsi. Nei mesi scorsi, è emerso che erano in contatto addirittura con il fratello del sindaco, Lea Savona.
Il prefetto di Palermo, Antonella De Miro, ha inviato gli ispettori al Comune.
Salvo Palazzolo
(da “La Repubblica”“)
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Maggio 31st, 2016 Riccardo Fucile
“IN MOLTE REALTA’ I PARTITI NON CI METTONO LA FACCIA”
Sono 14 i candidati definiti “impresentabili” dalla commissione parlamentare Antimafia dopo l’analisi
sulle liste presentate nei Comuni che hanno avuto inchieste o procedure di scioglimento a causa di infiltrazioni della criminalità organizzata.
I 14 sono tutti candidati in liste civiche.
La presidente della commissione Rosy Bindi ha precisato come in alcuni Comuni i partiti politici non abbiano presentato candidati e in altri siano state presentate solo liste civiche. “Che le liste civiche fatte nel modo che abbiamo visto siano un varco per le mafie è indubbio — ha sottolineato — Abbiamo visto nel tempo la presentazione di liste civiche nate per protesta contro la politica, ma il quasi 100 per cento di liste civiche in quasi tutti i Comuni sciolti per mafia è allarmante”.
La relazione conclusiva è stata approvata all’unanimità .
“Se si vuole combattere la mafia — ha detto la Bindi in un appello a tutte le forze politiche — non ci si può nascondere, bisogna metterci la faccia”.
Il ragionamento è che “i partiti nazionali non hanno esibito i propri simboli, si sono ‘nascosti’ nelle liste civiche, a volte anche in modo innaturale, con centrodestra e centrosinistra che si sono trovati insieme”.
Secondo la Bindi è “una situazione particolarmente condizionata dai poteri mafiosi, che attraverso il trasformismo dà vita alla infiltrazioni della mafia”. “Se vogliamo davvero combattere la mafia la politica non può nascondersi ma deve metterci la faccia. Non è un caso che in alcuni comuni ci siano importanti partiti politici che non hanno presentato liste e non hanno candidati. Questo è un altro motivo di riflessione per noi”
Solo in un caso, su 14, si tratta di un candidato a Roma, per la quale sono stati verificati i candidati al consiglio comunale e al sesto municipio che comprende le zone — tra le altre — di Tor Bella Monaca, Tor Vergata, Torrespaccata.
“La situazione è complessivamente incoraggiante — ha detto la presidente della commissione Rosy Bindi — anche se alcuni dati sono preoccupanti”. “Otto — ha spiegato Bindi — sono riconducibili all’incandidabilità per la legge Severino, che hanno quindi certificato il falso e si tratta di condanne gravi; 3 casi di ineleggibilità , nel caso quindi di elezione questi dovrebbero essere sospesi dalle prefetture; 3 casi relativi al codice di autoregolamentazione”.
La Bindi spiega che “ci sono situazioni che ancora non sono state registrate, ma che rischiano di portare un voto inquinato. Facciamo quindi un appello ai partiti politici perchè loro sicuramente non possono non conoscere chi hanno candidato. Tra l’altro vorrei ricordare che governare con il voto delle mafie significa governare male”. L’operazione di verifica delle liste ha analizzato 3275 candidati, 2mila solo a Roma.
Secondo la commissione Antimafia la situazione è “sicuramente incoraggiante rispetto allo scorso anno — afferma la Bindi — Credo che attenzione che si è creata intorno alla qualità della classe dirigente ci consegna dei dati preoccupanti, ma anche rassicuranti per le situazioni più critiche”.
Per la commissione tuttavia devono essere migliorate sia la legge Severino sia le norme sullo scioglimento dei Comuni.
“La legge Severino richiede un tagliando — dice la Bindi — e non siamo i primi a dirlo. A parte il gioco strano tra incandidabilità e ineleggibilità , un altro aspetto da rivedere riguarda le pene, con condanne definitive non inferiori a 2 anni, ma è anche vero che molti candidati sono stati condannati varie volte. La legge però non consente di sommare le condanne”.
Ma per la Bindi anche la legge sullo scioglimento dei municipi ha bisogno di modifiche. Bindi ha citato il caso del Comune di Platì, sciolto per 15 volte e dove si presentano due liste civiche con candidati legati alle amministrazioni precedenti che hanno provocato lo scioglimento.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 29th, 2016 Riccardo Fucile
ROBERTO DOVREBBE ESSERE LIBERO DALLA SCORTA, DAI DIFFAMATORI DI PROFESSIONE E DAI POLITICI VICINI ALLA CAMORRA CHE LO INFANGANO
Ho incontrato Roberto Saviano per la prima volta a maggio del 2008, il suo libro era uscito due anni
prima e da 19 mesi viveva sotto scorta.
Aveva 28 anni e stava infagottato in un girocollo di lana blu, anche se a New York faceva già caldo.
Era arrivato negli Stati Uniti per partecipare a un festival di letteratura. Venne invitato ad una cena in cui l’ospite d’onore era Salman Rushdie, i due non si erano mai visti e mi trovai tra loro quando cominciarono a parlare di libri pericolosi e di vite blindate. In quel suo primo viaggio americano Saviano venne messo sotto protezione dell’Fbi, l’autore dei Versi Satanici invece si muoveva liberamente per Manhattan.
Rushdie gli chiese quando Gomorra aveva cominciato a dare fastidio e Saviano si mise a raccontare: «Quello che non mi hanno perdonato non è il libro ma il successo, il fatto che sia diventato un bestseller. Questo li ha disturbati e più la cosa diventa nota e più sono incazzati con me. Se il libro fosse rimasto confinato al paese, a Napoli, alla mia realtà locale, allora gli andava anche bene».
«Anzi, i camorristi se lo regalavano tra loro, contenti che si raccontassero le loro gesta. Avevano perfino cominciato a farne delle copie taroccate da vendere per la strada e un boss aveva rimesso le mani in un capitolo riscrivendosi alcune parti che lo riguardavano. Poi però la cosa è cresciuta e questo ha iniziato a disturbarli. Perchè fino ad allora non finivano mai sulla prima pagina dei giornali, neppure quando facevano massacri, e si sentivano tranquilli e riparati. Il libro ha risvegliato l’attenzione in tutta Italia e questo non mi è stato perdonato»
Oggi Gomorra ha compiuto dieci anni, i riflettori dell’opinione pubblica e della giustizia sono tornati ad accendersi sulla camorra, che era scivolata nel disinteresse da tempo, i casalesi hanno pagato un prezzo giudiziario importante a questa notorietà e Roberto Saviano vive ancora sotto protezione.
La scorta non è un merito, è una gabbia e il segnale più evidente di un Paese malato. Un Paese che ha il record dei giornalisti sotto tutela perchè denunciano la criminalità organizzata (anche per questo l’Italia è messa così male nella classifica mondiale della libertà di stampa), dove si bruciano le auto ai cronisti, dove gli avvocati dei mafiosi minacciano platealmente nelle Aule dei Tribunali chi ha avuto il coraggio di raccontare.
Di questo dovremmo parlare
Invece c’è chi fa campagna elettorale, come il senatore verdiniano Vincenzo D’Anna, sostenendo che a Saviano si dovrebbe togliere la scorta e che con i soldi risparmiati si combatterebbe meglio la camorra.
Se ragionassimo come il senatore potremmo replicare che anche i soldi delle nostre tasse potrebbero essere meglio spesi se non dovessero pagare il suo stipendio da parlamentare che ha già cambiato partito tre volte.
Che l’accusa a Saviano sia strumentale e serva a fare campagna elettorale in zone dove la camorra controlla il territorio lo svela senza vergogna lo stesso D’Anna: «Da noi in Campania i voti ce li guadagniamo lottando, non stando zitti».
E lottare significa sostenere che Saviano è «un’icona farlocca» e che la protezione gli va tolta perchè «è uno che ha copiato metà dell’unico libro che ha fatto».
Non si capisce quale sia il nesso tra le due cose, mentre è chiarissima l’intenzione di guadagnare consenso e popolarità denigrando chi denuncia la criminalità organizzata in un feudo elettorale dove la camorra prospera.
La questione poteva finire qui, salvo che persone come D’Anna sono sempre più compagni di viaggio della maggioranza di governo, ma ieri l’ex direttore del Foglio Giuliano Ferrara non si è lasciato sfuggire la ghiotta occasione di scrivere un articolo per sposare il pensiero del senatore verdiniano e per rincarare la dose contro Saviano. Ferrara finge di fare un pezzo “pericoloso” e perciò coraggiosissimo, visto che dice di amare quel politico di razza casertana che ha l’ardire di affermare che «il libro è farlocco e la scorta farlocca», ma la verità è che non c’è nulla di più facile in Italia che sputare controvento, dissacrare e diffamare. Prendere un’icona e farla a pezzi è la massima soddisfazione e garantisce consenso, sorrisini complici e simpatia.
Su cosa significhi dire tutto questo in Campania, sul messaggio inviato e sulle conseguenze evidenti Ferrara non se ne preoccupa, ama il gesto plateale e rumoroso, ha usato tutto il suo spazio sulla prima pagina del Foglio per ridicolizzare Saviano, e sarà felice che anche noi ce ne dobbiamo occupare.
Anzi si concede anche il lusso di dire che «le minacce in Italia sono un genere su cui vivono e prosperano fior di stronzi».
Non riesco a togliermi di mente un altro politico della stessa razza “antica e nobile” di D’Anna quando disse che un professore bolognese era «un rompicoglioni» in quanto colpevole di denunciare d’essere in pericolo per avere la scorta.
Purtroppo Marco Biagi venne ucciso sul portone di casa mentre scendeva dalla sua bicicletta. Ma il piacere di un certo dileggio è rimasto intatto.
I libri di Roberto Saviano si possono criticare, sezionare, smontare, ma in modo onesto e non per strizzare l’occhio ai casalesi.
A me non piacciono le icone, gli eroi, le gabbie mentali e la messa all’indice del pensiero critico.
Mi piacciono le persone coraggiose, quelle sì e mi piacerebbe che si ragionasse sulle conseguenze che quel libro ha avuto nell’opinione pubblica e nella vita di un ragazzo.
Saviano ormai passa più della metà del suo tempo fuori dall’Italia, proprio per camminare libero, per scegliere di entrare in un bar o di andare al cinema senza dover chiedere il permesso in anticipo. Per non avere la scorta.
E spera che non sia lontano il giorno in cui non ce ne sarà più bisogno anche qui, ma questi attacchi allontanano quel giorno e rendono “La Scorta” un simbolo intoccabile.
In quel maggio di otto anni fa Salman Rushdie concluse così la sua chiacchierata: «Devi riprenderti la tua libertà . Ascoltami bene Roberto, non arriverà mai un giorno in cui un poliziotto o un giudice si prenderanno la responsabilità di dirti: è finita, sei un uomo libero, puoi andare tranquillo, uscire da solo».
Poi l’accompagnò alla macchina dell’Fbi e mentre gli chiudeva la portiera aggiunse: «Roberto abbi cura di te, sii prudente, ma riprenditi la tua vita e ricordati che la libertà è nella tua testa».
L’auto blindata dei federali partì veloce, mentre Rushdie, da solo, si mise a camminare nella notte lungo il Central Park.
Saviano ha capito quella lezione, cammina nel mondo da solo, e vorrebbe essere libero anche a casa sua.
Libero dalla scorta, dai politici che scambiano voti e dai diffamatori.
Mario Calabresi
(da “La Repubblica”)
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Maggio 23rd, 2016 Riccardo Fucile
STANOTTE IL BLITZ: UN GRUPPO DI COMMERCIANTI DEL BANGLADESH HA DENUNCIATO ANNI DI VESSAZIONI… CONTESTATA L’AGGRAVANTE DELLA DISCRIMINAZIONE RAZZIALE
I vicoli di Ballarò dormono ancora quando i poliziotti della squadra mobile entrano nel mercato. Ormai, conoscono tutto di questi luoghi. I soprusi, le vessazioni, le imposizioni del racket.
Un mese fa, dieci commercianti hanno parlato, hanno trovato la forza di denunciare. Sono dieci commercianti coraggio. Anche perchè arrivano da un paese lontano da Palermo, il Bangladesh.
Hanno denunciato le vessazioni dei nuovi boss del pizzo. E questa mattina, poco prima dell’alba, è scattato un blitz della polizia a Ballarò.
Dieci arresti fra gli esponenti di un gruppo criminale che fa capo alla famiglia Rubino, un clan di giovanissimi che negli ultimi mesi ha seminato il terrore fra gli immigrati. Il provvedimento di fermo porta la firma del procuratore capo Francesco Lo Voi, dell’aggiunto Leo Agueci e dei sostituti Sergio Demontis ed Ennio Petrigni.
Agli ultimi esattori del pizzo di Palermo viene contestata non solo l’aggravante del metodo mafioso, ma anche della discriminazione razziale.
Alcuni si sono barricati in casa questa notte, è stato necessario l’intervento dei vigili del fuoco per aprire le porte. Intanto, il mercato era circondato dalla polizia.
I commercianti stranieri hanno raccontato alla squadra mobile di aver subito continue violenze. Qualcuno pagava anche da anni.
“Chi provava a ribellarsi era vittima di rapine parecchio violente”, ha raccontato un uomo che vive ormai da molti anni a Palermo.
“Andavano in giro sempre armati”, ha spiegato un altro commerciante. Una lunga stagione di paura che un mese fa era culminata in un’aggressione a colpi di pistola: Emanuele Rubino aveva sparato contro un giovane del Gambia che si era permesso di opporsi alla sua arroganza. ”
Tu da qui non passi”, aveva detto il giovane boss. E, presto, era arrivato tutto il branco per ribadire ancora una volta la legge del più violento. Ma, alla fine, Rubino venne arrestato nel giro di 24 ore.
“Proprio quel caso risolto in così breve tempo ha dato fiducia a quei commercianti – dice il capo della squadra mobile Rodolfo Ruperti – dopo anni di vessazioni di ogni genere hanno trovato la forza di dire basta rivolgendosi alla polizia. Così abbiamo scoperto un fenomeno molto più ampio di vero e proprio racket di estorsioni commesse con metodo mafioso. Le vittime erano le comunità più deboli del centro storico”.
Gli arrestati sono: Giuseppe e Giacomo Rubino, Vincenzo Centineo, Giovanni Castronovo, Emanuele Campo, Alfredo Caruso, Carlo Fortuna, Bruno Siragusa e Alessandro Cutrona.
Salvo Palazzolo
(da “La Repubblica“)
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Maggio 19th, 2016 Riccardo Fucile
LA SUA STORIA SU RAI UNO: “UN POLIZIOTTO MITO PER I SUOI UOMINI, LA MAFIA AVEVA CAPITO CHE L’UNICO MODO PER FERMARLO ERA UCCIDERLO”
C’è un clima di commozione nella grande sala della Scuola superiore di Polizia di Roma, alla presentazione della miniserie Boris Giuliano, un poliziotto a Palermo di Ricky Tognazzi, in onda il 23 maggio (nel giorno della strage di Capaci) e il 24 maggio, c’è la famiglia dell’investigatore ucciso dalla mafia a Palermo il 21 luglio 1979, il figlio Alessandro è questore a Lucca.
Un lungo applauso accompagna i titoli di coda del film tv, in platea con gli uomini che lavorarono con Giuliano a Palermo ci sono il presidente del Senato Pietro Grasso, il direttore generale della Rai Antonio Campo Dall’Orto e gli allievi della polizia.«Giuliano è stato un autentico mito per gli uomini che ebbero la fortuna di lavorargli accanto e anche per i poveri della città che si precipitarono in migliaia ai suoi funerali. Non si era mai visto un poliziotto così impavido con i potenti – dice Grasso – che sapeva essere poi così umano con chi era diventato piccolo delinquente in mancanza di alternative. Boris aveva capito la mafia ma la mafia aveva capito Boris, aveva capito che non avrebbe ceduto e che l’unico modo per fermarlo era ammazzarlo. Il suo grande senso del dovere, il suo amore per il lavoro» sottolinea «sono state le vere cause della sua morte».
Il presidente del Senato ricorda il primo incontro con l’investigatore che — negli anni del sacco di Palermo, del rapimento del giornalista Mauro De Mauro – avrebbe cambiato il modo di indagare sulla mafia.
«Era il settembre del 1970, eravamo nella stanza del già famoso giudice Cesare Terranova (ucciso anche lui dalla mafia il 25 settembre 1979, ndr). Io ero un giovane magistrato che cercava di carpire i segreti del mestiere. Appena vidi Boris Giuliano, mi apparve la sua esplosione di allegria. Gioviale, simpatico e alla mano, dopo avergli detto che mi sarei sposato a giorni volle conoscere mia moglie e consegnare a entrambi personalmente i passaporti per farci partire».
Il film, scritto da Tognazzi con Angelo Pasquini e Giovanna Koch, con la consulenza del giornalista Francesco La Licata, amico di Boris Giuliano, interpretato da Adriano Giannini (nel cast Nicole Grimaudo, Antonio Gerardi, Ettore Bassi, Tony Sperandeo, Francesco Benigno, Enrico Lo Verso) intreccia indagini e vita privata restituendo, come sottolinea anche il figlio Alessandro Giuliano, «l’umanità del padre, un valore aggiunto, oltre alla sua professionalità , al suo metodo di indagine, alla sua intuizione sulle dinamiche dei nuovi traffici di eroina dalla Sicilia nel mondo. Al suo funerale era pieno di gente comune. In quegli anni a Palermo non c’erano grandi dimostrazioni di affetto nei confronti della polizia, tanto più nei quartieri popolari».
«Boris era un segugio senza eguali, un investigatore rispettato e temuto, gentile, intelligente, capace e integerrimo, il vero nemico della mafia. Una volta -racconta Grasso – mi chiese di assistere all’interrogatorio di un mafioso che lui aveva arrestato pochi giorni prima e che era appena arrivato all’Ucciardone. Il detenuto voleva sapere chi gli avesse fatto la soffiata e gli aveva consentito di catturarlo. Boris gli disse: “Vediamo se indovini” ed è così che seppe i nomi dei complici. In realtà era riuscito ad arrestarlo grazie a un’intercettazione. Per me fu una lezione».
E fu grande soddisfazione quando a Quantico, in Virginia, vide che fra gli agenti morti in servizio dell’Fbi c’erano due italiani a essere commemorati: Boris Giuliano e Giovanni Falcone.
Alessandro Giuliano sottolinea come una fiction come questa «sia importante per la memoria. Con la famiglia siamo stati molto esigenti con gli autori e loro sono stati molto pazienti con noi. Voglio ringraziarli per questo. In tutti questi mesi sia il regista che gli attori ci hanno tenuto al corrente interpellandoci anche per i minimi dettagli. Per noi era importante che venisse fuori la persona, perchè anche chi finisce nei libri di storia ha la sua umanità . Era facile cadere nello stereotipo, ma papà oltre a essere un servitore dello Stato era un uomo solare».
Dal film si capisce che Giorgio Boris Giuliano, solo Boris per i suoi uomini, eroe borghese siciliano che da Milano dov’è andato a lavorare torna in Sicilia per combattere la mafia dopo la strage di Ciaculli, era un padre — nonostante l’impegno — molto presente in famiglia, tenero, attento ai figli.
Il figlio Alessandro non rivela se gli episodi descritti nella fiction (in cui canta con loro le canzoni in inglese, o insegna proprio al figlio, bambino al mare, di impegnarsi sempre, anche per arrivare alla boa), siano veri.
«Posso confermare che era un papà molto affettuoso» dice con pudore, la stessa discrezione dietro cui si trincera quando non risponde sulla scelta di vita. Ha seguito le orme del padre: investigatore brillante, capo della Squadra Mobile a Milano, ora questore a Lucca.
Quali sono le doti di un bravo investigatore? «Deve essere flessibile e tenere conto delle mutazioni della criminalità , mio padre ha avuto la bravura di capire come la mafia avesse cambiato scena, metodo. La mafia, come ripeteva Falcone, è un fenomeno umano e anche l’azione di contrasto lo è. Perseguire la legalità è un impegno per la democrazia, sono particolarmente contento che la proiezione sia stata fatta qui nella Scuola della polizia perchè papà non è un nome su una lapide, ma un esempio di chi ha fatto il proprio dovere».
Silvia Fumarola
(da “la Repubblica“)
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Maggio 18th, 2016 Riccardo Fucile
SINDACI E DIRIGENTI REGIONALI BLOCCANO LA TRUFFA DEI FONDI EUROPEI E I MAFIOSI SPARANO… ANTOCI NON HA PAURA: ” DOBBIAMO CAMBIARLA TUTTI INSIEME QUESTA TERRA, IO STO FACENDO SOLO IL MIO DOVERE”
Quando ha visto che le ripetute minacce non hanno avuto alcun effetto, la mafia ha deciso di colpire in
maniera inequivocabile con un agguato che doveva essere mortale. Cosa nostra ha messo nel mirino il presidente del Parco dei Nebrodi, Giuseppe Antoci, perchè si è vista soffiare un giro d’affari di diversi milioni di euro.
Infatti, a fronte di una spesa di 30 euro ad ettaro per un terreno pubblico destinato a pascolo, chi ottiene la concessione dagli enti prende un contributo europeo di circa 3 mila euro a ettaro.
È questo il business che sta dietro agli affari della mafia dei pascoli con interessi nel Parco dei Nebrodi che abbraccia tre territori, quelli di Messina, Catania ed Enna.
Si tratta di centinaia di milioni di euro, affari, sostengono Crocetta e Lumia, messi a rischio dalle revoche delle concessioni avviate da tempo dal presidente del Parco Antoci, scampato a un agguato, applicando il protocollo di legalità firmato con la Prefettura di Messina a marzo del 2015.
Un agguato a colpi di fucile verificatosi la notte scorsa, mentre Antoci tornava a casa con la scorta dopo una cena lungo strada provinciale tra i comuni di Cesarò e San Fratello, nel messinese.
“Quello subito da Antoci – ha commentato Lumia – è stato un agguato militare di alto livello che non ha raggiunto lo scopo solo grazie all’intervento del dottor Manganaro, che ha sgominato il piano degli attentatori e li ha costretti a lasciare il campo”.
Il senatore del Pd ha aggiunto: “Ieri si è consumato un atto di guerra che mancava da anni in Sicilia. Se è guerra, guerra sia. Un atto di guerra ha bisogno di una risposta altrettanto rigorosa. Antoci è provato ma non piegato. Lo Stato non sottovaluti questa sfida di portata generale, cui tutti dobbiamo dare una risposta adeguata. Per mafiosi e collusi non ci sarà pace, faremo la guerra con nomi e cognomi”.
Antoci, dopo essere stato sentito dagli magistrati, ha rivendicato il proprio lavoro: “Questa esperienza traumatica – ha affermato – mi ha dato la conferma che quello che abbiamo toccato sono interessi enormi. Cosa nostra si finanziava con i fondi europei, dopo che li abbiamo messi in difficoltà ha reagito”.
“Siamo certi – ha aggiunto – che questo attentato viene dalle persone alle quali abbiamo fatto perdere un affare milionario”.
“Abbiamo fatto un protocollo di legalità con la prefettura di Messina – ha spiegato il presidente del Parco dei Nebrodi – che ha disarcionato interessi mafiosi per diversi milioni di euro. Le ultime sentenze del Tar ci hanno poi dato ragione e questo ha dato loro fastidio”.
Antoci ha poi ribadito di essere determinato ad andare avanti: “Io non mi sento solo già tra qualche giorno riprenderò il mio lavoro, lo Stato mi è stato vicino, ma lo Stato siamo noi tutti: dalla magistratura, alle forze dell’ordine, ai cittadini. Dobbiamo cambiarla tutti insieme questa terra. Non sto facendo niente di speciale. Sto facendo solo il mio dovere”.
Con Antoci alla guida dell’ente (dal 2005 senza presidente, aveva visto susseguirsi quattro commissari), nell’area dei Nebrodi si è rotto quella sorta di “patto sociale” che andava avanti da decenni e che consentiva l’utilizzo per pascolo, a canoni irrisori, dei terreni demaniali.
Alla rottura ha contribuito non poco il giovane sindaco di Troina, Fabio Venezia, anche lui sotto scorta per le numerose minacce ricevute.
Quando Troina si è aggiunta agli originari comuni del Parco, ha portato “in dote” 4.200 ettari di terreni a pascolo che il primo cittadino ha rifiutato di concedere alle solite condizioni.
Il presidente del parco dei Nebrodi ha trovato un alleato e ha cominciato la serrata verifica dei contratti.
L’allargamento dei controlli (il Parco ha un’estensione di 86 mila ettari e comprende 24 comuni) e la richiesta di certificazione antimafia e dei carichi pendenti è avvenuto anche per chi intende stipulare o rinnovare contratti di piccolo importo, e comunque ben al di sotto della soglia prevista per legge.
Come ricorda un articolo pubblicato dal quotidiano la Repubblica il 15 gennaio sulle 25 certificazioni chieste, 23 hanno avuto lo stop dalle prefetture di Enna e Messina per reati come l’associazione mafiosa e per legami con i più potenti clan mafiosi dell’Isola, quelli dei Bontempo Scavo, dei Conti Taguali, dei Santapola e dei clan “tortoriciani” e di Cesarò.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 18th, 2016 Riccardo Fucile
CONFLITTO A FUOCO CON GLI AGENTI DI SCORTA… SI ERA OPPOSTO A CONCEDERE ZONE DI PASCOLO ALLA MAFIA
La macchina blindata gli ha salvato la vita.
Giuseppe Antoci, il presidente del Parco dei Nebrodi, già da tempo sottoposto a tutela per le serie minacce subite in seguito ai protocolli di legalità messi in atto per evitare la concessione di ampie zone di pascoli alla mafia, è sfuggito questa notte ad un agguato in piena regola avvenuto sui Nebrodi tra Cesarò e San Fratello.
Erano da poco passate le due quando la macchina di Antoci, di ritorno da una manifestazione a Santo Stefano di Camastra, è stata bloccata lungo i tornanti di montagna da alcune grosse pietre poste deliberatamente sulla carreggiata per fermare il corteo.
Quando la macchina si è fermata il commando ha aperto il fuoco sulla vettura a bordo della quale viaggiava il presidente del Parco dei Nebrodi.
Per fortuna la blindatura della carrozzeria ha fermato i pallettoni. Contro i sicari hanno sparato i poliziotti della macchina di scorta che seguiva Antoci.
Nel conflitto a fuoco nessuno è rimasto ferito.
Il commando è riuscito a fuggire mentre la scorta portava al sicuro Antoci, che è rimasto illeso.
“E’ stata una notte drammatica, ma sto bene. Il mio grazie va alla polizia per avermi salvato la vita. Il mio impegno non si ferma e vado avanti” ha detto a caldo il presidente del Parco dei Nebrodi. Antoci ha trascorso la notte a casa, insieme con il sindaco di Santo Stefano di Camastra, Francesco Re.
Nelle prossime ore sarà raggiunto dal governatore Rosario Crocetta.
Di recente il caso dei terreni concessi alla mafia è approdato anche in Parlamento, che ha sollecitato l’intervento del governo nazionale e regionale.
(da “la Repubblica”)
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