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E’ CACCIA ALLA BORGHESIA DI GOMORRA: I COLLETTI BIAMCHI DELLA CAMORRA

Agosto 5th, 2014 Riccardo Fucile

COPERTURE POLITICHE E IMPRENDITORIALI HANNO PERMESSO AI BOSS DEI CASALESI DI VIVERE NEL LUSSO E SENZA PENSIERI

«La camorra si è solo inserita in un sistema già  corrotto da politica e imprenditoria». E’ uno dei passaggi della requisitoria del pm Antonello Ardituro durante il processo che vede alla sbarra politici e imprenditori legati al clan di Gomorra.
Complicità , connivenze, collusioni. Proprio questo è il nuovo fronte aperto dalla procura antimafia di Napoli per stanare il secondo livello.
La direzione distrettuale antimafia punta alla borghesia che ha protetto uomini e alimentato affari della più potente organizzazione criminale campana degli ultimi anni, ora annientata nel suo dominio militare.
Gli inquirenti tanno concentrando ogni sforzo per colpire la zona grigia e sono in attesa dei risultati investigativi frutto di anni di inchieste.
Ora non ci sono più padrini e picciotti da arrestare, ma nella lista solo politici, imprenditori, professionisti e servitori infedeli dello stato che hanno prestato il loro servizio al clan dei casalesi.
Quella politica connivente contro la quale il magistrato Ardituro si è scagliato in aula: «I camorristi come Antonio Iovine si arrendono mentre i politici no. Ciò avviene perchè nel casertano la politica ha più colpe della camorra e i politici hanno più da perdere rispetto ai camorristi».
L’abbraccio mortale tra politica, clan e impresa, come lo hanno definito i pm anti-camorra di Napoli, è tutto ancora da sciogliere.
L’ultimo, in ordine di tempo, è stato Luigi Cesaro, deputato di Forza Italia, ed ex presidente della provincia di Napoli.
L’onorevole azzurro è stato raggiunto da una richiesta di arresto, ora al vaglio della Camera, per concorso esterno in associazione camorristica.
Ma erano noti alle cronache fin dagli anni ottanta, ancor prima di Nicola Cosentino, i contatti e i rapporti di Cesaro con la galassia criminale napoletana.
Nelle carte dell’inchiesta a suo carico c’è il colloquio in carcere tra il boss della nuova camorra organizzata Raffaele Cutolo che alla nipote spiegava il ruolo del politico negli anni ottanta: «Questo mio avvocato di Sant’Antimo che è diventato importantissimo…e mi deve tanto…faceva il mio autista figurati».
Da Cutolo fino ai Casalesi. Il pentito Gaetano Vassallo e il collaboratore Luigi Guida hanno confermato l’incontro con Luigi Cesaro per parlare di affari. Vassallo ha raccontato di un rapporto datato con Cesaro e fratelli.
E ha così definito il deputato di Forza Italia: «Egli non è un “politico-camorrista”, ma un “camorrista-politico” perchè solo una persona che ha una caratura camorristica può incontrarsi con un personaggio di spicco della camorra come Luigi Guida detto “’o Drink” che, al tempo, era latitante».
Dopo i due plenipotenziari di Forza Italia in Campania l’attenzione è rivolta ad altri soggetti politici, finora mai sfiorati dalle inchieste, che rischiano di finire nella rete degli inquirenti.
Non è finita con la richiesta di arresto per Cesaro, insomma.
I livelli di contaminazione della classe dirigente vanno ben oltre e queste inchieste avranno il loro epilogo nei prossimi mesi.
Con la richiesta di arresto dell’ex presidente della provincia si è chiusa una fase che ha avuto origine dalle dichiarazioni di Gaetano Vassallo, ministro dei rifiuti del clan.
Ora si sta aprendo una seconda fase di contrasto al crimine organizzato casertano. Al netto della pesante collaborazione di Antonio Iovine, primula rossa dei Casalesi, ora pentito.
Una collaborazione, quella di Iovine, che è solo agli inizi. Ma ha già  prodotto i suoi effetti.
Alcune sue dichiarazioni infatti sono state inserite nel fascicolo su Cesaro: secondo il pentito il capo zona di Aversa era in contatto con il deputato, per questo, spiega ai pm, era una persona «avvicinabile».
L’atto di accusa del pm Ardituro è rivolto anche a chi, di fronte alla fine della cupola dell’organizzazione criminale, ha tentato di riabilitarsi.
Imprenditori, per esempio, che per rientrare negli appalti pubblici hanno denunciato cercando di ingannare gli inquirenti.
E politici che all’improvviso hanno scoperto la passione dell’antimafia. Per la prima volta le inchieste potranno mettere fine al teatrino.
Uno spettacolo impietoso in cui gli attori giocano al si salvi chi può, senza mai però cedere alla tentazione di collaborare con la magistratura.
Ardituro ha tuonato in aula con un «vergognatevi» rivolto ai politici imputati, e ha chiuso con   un invito amaro: “Arrendetevi”.
Un consiglio anche a tutti quelli che, con i voti dei clan, hanno fatto carriera e si credono intoccabili.

Giovanni Tizian e Nello Trocchia
(da “L’Espresso”)

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LA MADONNA SI INCHINA AL COVO DEL PADRINO, PROCESSIONE SHOCK TRA I VICOLI DI BALLARO’, A PALERMO

Luglio 29th, 2014 Riccardo Fucile

LA SFILATA DEL CARMINE RENDE ONORE AL BOSS IN CARCERE

L’ultimo padrino di Cosa Nostra è rinchiuso nella sezione “41 bis” del carcere di Novara, ma è come se fosse ancora tra i vicoli di Ballarò, qui dove due anni fa portava orgoglioso la vara della madonna del Carmine.
Domenica scorsa il boss Alessandro D’Ambrogio non c’era.
Ma la processione ha voluto comunque rendergli onore: si è fermata proprio davanti all’agenzia di pompe funebri della sua famiglia
Un uomo di mezza età , con la casacca della confraternita di Maria Santissima del Monte Carmelo, urla: «Fermatevi».
E così la processione della madonna del Carmine si ferma, mentre la banda continua a suonare.
La vara tutta dorata di Maria immacolata si ferma davanti all’agenzia di pompe funebri della famiglia del capomafia Alessandro D’Ambrogio, uno dei nuovi capi carismatici di Cosa nostra palermitana.
Lui non c’è, rinchiuso dall’altra parte dell’Italia, nella sezione “41 bis” del carcere di Novara, ma è come se fosse ancora qui, tra i vicoli di Ballarò.
Questo accadeva domenica, intorno alle 19: la processione ferma per quasi cinque minuti davanti all’agenzia di via Ponticello, tra la gente in festa per l’arrivo della statua della madonna.
Fino a un anno e mezzo fa, in questi uffici arrivavano solo poche persone, scendevano da auto e moto di lusso e si infilavano velocemente dentro.
Nell’agenzia di pompe funebri dove la processione si è fermata Alessandro D’Ambrogio organizzava i summit con i suoi fedelissimi, ripresi dalla telecamera che i carabinieri del nucleo investigativo avevano nascosto da qualche parte.
Ecco perchè questo luogo è un simbolo per i mafiosi di tutta Palermo, il simbolo della riorganizzazione di Cosa nostra, nonostante la raffica di arresti e di processi.
Ecco perchè il capomafia di Ballarò sembra ancora qui: la processione gli rende omaggio nella sua via Ponticello, a due passi dall’atrio della facoltà  di Giurisprudenza dove sono in bella mostra le foto dei giudici Falcone e Borsellino il giorno della loro laurea.
È questa l’ultima cartolina di Palermo. Ancora una volta, diventa sottilissimo il confine fra mafia e antimafia. Quasi non esiste più confine fra sacro e profano.
Due anni fa, D’Ambrogio portava orgoglioso la vara di questa madonna con la casacca della confraternita.
Adesso è accusato di aver riorganizzato la mafia di Palermo, aver diretto estorsioni a tappeto e traffici di droga milionari.
Ma la processione continua a rendergli onore.
I tre fratelli del padrino sono tutti lì, davanti all’agenzia di pompe funebri, per accogliere la festa più importante dell’anno.
Franco, con amici e parenti. Iano e Gaetano un po’ in disparte. I fratelli D’Ambrogio non sono mai stati indagati per mafia, ma non è per loro che si ferma la processione.
Sembra una sosta infinita, la più lunga di tutto il corteo. Anzi, soste ce ne sono ben poche lungo il percorso.
Per i giochi d’artificio o per le offerte di alcuni fedeli. I D’Ambrogio non fanno nè fuochi d’artificio, nè offerte. Chiedono ai confrati di portare sin sulla statua due bambini della famiglia.
Poi, Franco D’Ambrogio saluta con un sorriso. E la processione riprende.
«È stata una fermata anomala», ammette fra’ Vincenzo, rettore della chiesa del Carmine Maggiore.
«Anche quest’anno è accaduto», sussurra il giorno dopo la processione. «Io ero avanti, su via Maqueda, stavo recitando il santo rosario. A un certo punto mi sono ritrovato solo. Ho capito, sono tornato indietro di corsa, e ho visto la statua della madonna ferma. Qualcuno stava passando un bambino ai confrati, per fargli baciare la Vergine. Cosa dovevo fare? Era pur sempre un atto di devozione quello. Qualche attimo dopo, la campanella è suonata e la processione è andata avanti».
Adesso, frate Vincenzo cerca con dolore le parole: «Avevo cercato di esprimere concetti chiari durante la preparazione del triduo della Madonna, richiamando tutti al senso di questa processione così importante. Ho detto certe cose nel modo più gentile possibile, per evitare reazioni, ma le ho dette. Ed è accaduto ancora. Cosa bisogna fare?».
Il frate va verso l’altare. «Cosa bisogna fare?», ripete. Da quando l’anziano sacerdote si è ammalato lui è solo nella frontiera di Ballarò, che continua ad essere il regno dei D’Ambrogio, nonostante i blitz disposti dalla procura antimafia.
«Da qualche tempo, la Curia si sta muovendo in modo deciso – il tono della voce di fra’ Vincenzo diventa più sollevato – sono stati chiesti gli elenchi dei componenti delle confraternite, e poi il cardinale ha inviato suoi rappresentanti alle processioni ». Anche domenica pomeriggio, a Ballarò, c’era un ispettore inviato dal cardinale Paolo Romeo. Perchè Cosa nostra continua ad essere molto legata ad alcune processioni. Uno degli ultimi boss arrestati, Stefano Comandè, era addirittura l’autorevole superiore della Confraternita delle Anime Sante, che organizza una delle più importanti processioni del Venerdì Santo a Palermo.
I carabinieri l’hanno fermato alla vigilia di Pasqua, poche ore dopo aver portato in giro per il quartiere della Zisa le statue di Cristo morto e di Maria Addolorata: le microspie hanno svelato che Comandè era fra i registi di una faida che stava per scoppiare.
La Curia l’ha rimosso e ha sciolto la confraternita. Anche perchè il boss devoto non si rassegnava e dal carcere faceva sapere tramite i familiari: «A giugno faremo un’altra grande processione. E alla confraternita nomineremo una brava persona».
Ma questa volta l’intervento della Chiesa è stato severissimo: «Scioglimento della confraternita a tempo indeterminato per infiltrazioni mafiose». È la prima volta che accade in Sicilia.
Alessandro D’Ambrogio, invece, nessuno l’ha ancora sospeso dalla confraternita di Ballarò.
Anche il suo vice, Tonino Seranella, è un devoto speciale della processione di fine luglio, pure lui due anni fa spingeva la vara per le strade del popolare mercato palermitano.
E le mamme del quartiere facevano a gara per affidare il loro bambino a D’Ambrogio. Era il boss di Ballarò che offriva i piccoli al bacio della madonna del Carmine.

Salvo Palazzolo e Giorgio Ruta
(da “La Repubblica”)

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EMILIO FEDE: “LA STORIA DI BERLUSCONI? MAFIA, MAFIA, MAFIA. SOSTENEVA FAMIGLIA MANGANO”

Luglio 22nd, 2014 Riccardo Fucile

IN UNA TELEFONATA REGISTRATA L’EX DIRETTORE DEL TG4 PARLA DEI RAPPORTI TRA SILVIO, DELL’UTRI E COSA NOSTRA… AI PM RACCONTA: “BERLUSCONI RACCOMANDO’ A DELL’UTRI DI ‘RICORDARSI’ DELLA FAMIGLIA DI MANGANO”

“Quando Marcello Dell’Utri veniva a Palermo doveva ricordarsi della famiglia di Vittorio Mangano, doveva ricordarsi di “sostenerla”.
E per evitare che se ne dimenticasse, Silvio Berlusconi in persona, almeno in un’occasione, si è adoperato per rammentarglielo.
A raccontarlo ai pubblici ministeri di Palermo non è un mafioso pentito, e non è nemmeno un collaboratore di giustizia.
L’inedito episodio arriva invece dalla viva voce di un uomo che per oltre vent’anni è stato al fianco dell’ex premier: Emilio Fede.
L’ex direttore del Tg4 ha raccontato ai magistrati di un incontro tra Berlusconi e lo stesso Dell’Utri, appena arrivato a Milano dopo un soggiorno a Palermo.
Ad Arcore, Fede si sta intrattenendo con l’ex premier, quando ecco che arriva Dell’Utri. “Mi alzai per allontanarmi” dice Fede interrogato dai pm Antonino Di Matteo e Roberto Tartaglia nel maggio scorso. “Lo scambio di frasi è stato brevissimo”, aggiunge.
Fede spiega che Berlusconi, ancor prima di salutare l’ex senatore oggi detenuto, esordisce immediatamente così: “Hai novità ? Mi raccomando ricordiamoci della sua famiglia, ricordiamoci di sostenerla”.
La famiglia da sostenere è quella di Vittorio Mangano, l’ex stalliere di Villa San Martino, in quel momento detenuto. Dell’Utri, nel racconto dell’ex direttore del Tg4, prontamente replica: “Chiedono riferimenti su di te”.
Per i magistrati il riferimento è agli interrogatori in quel momento in corso, durante i quali a Mangano veniva chiesto appunto dei rapporti con l’ex presidente di Publitalia e con il patron della Fininvest.
Fede non ha saputo collocare con certezza l’evento nel tempo: per lui il rapido scambio di battute tra Dell’Utri e Berlusconi sarebbe stato di poco antecedente alla discesa in campo dell’ex Cavaliere, quindi nel 1994.
Mangano però all’epoca era libero: finirà  dentro soltanto dopo, ed è per questo che per i magistrati l’episodio raccontato da Fede è verosimilmente collocabile tra il 1995 e il 1996, quando Dell’Utri era già  indagato dalla procura di Palermo per concorso esterno a Cosa Nostra.
I pm che indagano sulla trattativa Stato-mafia hanno interrogato Fede dopo che dalla procura di Monza è arrivata la registrazione di una conversazione.
Un file realizzato con il telefonino da Gaetano Ferri, personal trainer di Fede, che nel luglio del 2012 registra una conversazione con l’ex direttore del Tg4, all’insaputa di quest’ultimo.
Nella registrazione si sente Fede che spiega alcuni passaggi dei collegamenti tra Arcore, Dell’Utri e Cosa Nostra. “C’è stato un momento in cui c’era timore e loro avevano messo Mangano attraverso Marcello” spiega Fede al suo interlocutore.
Che ribatte: “Però era tutto Dell’Utri che faceva girare”. “Si, si era tutto Dell’Utri, era Dell’Utri che investiva” risponde Fede.
Poi il giornalista si pone una domanda retorica con risposta annessa: “Chi può parlare? Solo Dell’Utri. E devo dire che in questo Mangano è stato un eroe: è morto per non parlare”.
Quindi il giornalista fornisce al suo personal trainer la sua estrema sintesi di quarant’anni di potere economico e politico: “La vera storia della vicenda Berlusconi? Mafia, mafia, mafia, soldi, mafia”.
Aggiunge Fede: “Guarda a Berlusconi cosa gli sta mangiando. Perche’ lui e’ l’unico che sa. Ti rendi conto che ci sono 70 conti esteri, tutti che fanno riferimento a Dell’Utri?”.
“E’ tutto falso, l’ho già  detto ai magistrati e ho denunciato quel truffatore per calunnia e minacce gravi”, replica Fede all’Ansa. “Lui ha manipolato le mie dichiarazioni”.
La registrazione dovrà  essere esaminata, ma esiste. Dal file audio emergono anche vicende più legate all’attualità : “A Samorì (Gianpiero Samorì, imprenditore modenese accreditato a un certo punto come delfino di Berlusconi, ndr) che voleva passare con Berlusconi io gli avevo dato una mano… poi è intervenuto Dell’Utri e gli faccio rivolgiti a Dell’Utri, ma stai attento perchè Dell’Utri è un magna magna. Mi ha detto Samorì ‘cazzo se non avevi ragione… gli ho chiesto mettimi in lista e sai cosa mi ha chiesto: 10 milioni di euro’”.

Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano“)

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OPPIDO, ‘NDRANGHETISTI TRA LE BESTEMMIE: “CHI TOCCA L’ORO DELLA MADONNA MUORE”

Luglio 10th, 2014 Riccardo Fucile

UN AFFILIATO ALLA COSCA MAZZAGATTI, INTERCETTATO, RACCONTA COSA SUCCESSE A TRE PICCIOTTI CHE RUBARONO I GIOIELLI “DONATI” ALLA STATUA

Ascoltando le parole del video esclusivo de ilfattoquotidiano.it si può capire meglio cosa è successo ad Oppido Mamertina (provincia di Reggio Calabria) e qual è in Calabria il rapporto tra religiosità , chiesa e ‘ndrangheta.
Perchè qui a parlare non è un sociologo studioso dei fenomeni criminali, nè un giornalista anticalabrese, razzista e figlio di buona donna (come in questi giorni va scrivendo qualche quotidiano alla ricerca di consensi alla ‘nduja), ma un mafioso.
Un figlio della ‘ndrangheta, Simone Pepe, uno che in un’altra intercettazione ha descritto nei minimi particolari come ha fatto divorare dai porci un suo nemico abbattuto a colpi di spranga.
Non proprio un timorato di Dio. Fa vedere su Youtube ad un suo amico il video della processione, descrive come viene militarmente gestita l’intera funzione, e soprattutto come la ‘ndrangheta si sia impossessata della “vara”, l’altare sul quale ondeggia la statua della Madonna delle Grazie.
“I più alti davanti” e poi la gente che urla “Viva Maria”. Povera Maria nelle mani di assassini e criminali senza scrupolo e senza fede.
Fa regali alla Madonna il boss del paese e ne è geloso custode.
L’uomo che parla in questa intercettazione racconta di tre picciotti di basso rango che una volta rubarono l’oro destinato alla statua.
“Minchia li ammazzarono tutti”, dice con orgoglio.
Lui, piccolo uomo dall’inesistente onore, aveva donato un anello alla Vergine. Ma lo rubarono, e allora il nostro fece il giro “di tutti gli orefici della Piana di Gioia Tauro” e li avvertì: se qualcuno vuole rivendere quei monili “lo devo sapere io prima di tutti”. L’oro fu ritrovato, ovviamente, e una notte l’anello regalato alla Madonna tornò al suo posto, al dito mignolo della Madre di Cristo.
Il picciotto sa tutto di chiesa e religione. “L’Arcangelo Gabriele, quello con la spada che cacciò Lucifero dal Paradiso, ci protegge. Quando mi hanno battezzato hanno bruciato la sua immagine nel palmo della mia mano”.
E allora di cosa stiamo parlando, perchè attaccare i giornali e i giornalisti che hanno raccontato lo schifo della processione di Oppido Mamertina e l’umiliazione della Madonna costretta ad inchinarsi davanti alla casa di un boss ergastolano?

Enrico Fierro e Lucio Musolino
(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL PD LUNGO IL PO, DIVISI E IN ODORE DI ‘NDRANGHETA, MA RENZI NON HA NULLA DI DIRE

Luglio 6th, 2014 Riccardo Fucile

DOPO GLI SCANDALI DI ‘NDRANGHETA ALCUNI ISCRITTI SI NON FATTI UN CIRCOLO A PARTE, MA IL PARTITO HA COMMISSARIATO TUTTI: ONESTI E COLLUSI

Viadana. Il ponte sul Po divide Brescello — che ha dato i natali ai celebri personaggi di Guareschi, Don Camillo e Peppone — da Viadana, a sud della provincia di Mantova nella Bassa Padana.
Un ponte che marca anche la linea di confine tra due ‘ndrine rivali.
Su una sponda spadroneggia quella di Nicolino Grande Aracri di Cutro, capo dell’omonima cosca, arrestato per aver ucciso, bruciato e gettato in un tombino la collaboratrice di giustizia Lea Garofalo.
Sull’altra quella degli Arena di Isola Capo Rizzuto che si è infiltrata nel tessuto economico, sociale e anche politico.
“Fin dentro il circolo del Pd di Viadana nell’indifferenza dei dirigenti provinciali, regionali e nazionali”, spiega Paolo Zanazzi, capogruppo dei democratici in consiglio comunale, fuoriuscito dal circolo assieme ad altri militanti per fondare quello di Cogozzo – Cicognara
Il PD, dopo aver fatto per molto tempo il pesce in barile, li ha commissariati entrambi, generando l’indignazione dei militanti del nuovo circolo fuoriusciti proprio a causa di iscritti non proprio immacolati a Viadana
Andiamo con ordine.
Il 17 marzo del 2013 Claudio Meneghetti , dirigente del partito regionale e autore di La ‘ndragheta all’assalto delle terre dei Gonzaga, invia una lettera all’allora segretario regionale del Pd, oggi ministro renziano all’agricoltura, Maurizio Martina per metterlo in guardia sulle possibili infiltrazioni mafiose nel circolo di Viadana e segnalando circa una quarantina di tessere sospette.
Tra queste c’è anche quella dell’assessore alle Nuove povertà , Carmine Tipaldi, che, secondo la Dda, sarebbe una delle persone citate nella telefonata intercettata tra Nicola Lentini, “rappresentante del clan Arena per la zona emiliana”, con un mafioso di Cutro: “Ci possono dare 30, 40, 50 anni, che importa? Ormai Viadana è nostra”. Assessore che si è dimesso quando l’intercettazione è divenuta pubblica incassando la solidarietà  di Giorgio Penazzi, sindaco Pd per quattro anni.
Alle elezioni amministrative Carmine Tipaldi, con 316 preferenze, era risultato il più votato
Un caso emblematico è quello che riguarda la presentazione del libro di Nando dalla Chiesa, Manifesto dell’antimafia.
“Faccio fatica a raccontare fatti incredibili che però fotografano lo stato in cui versa il Pd — premette Paolo Zanazzi, ex capogruppo dei democratici in Comune e cofondatore del nuovo circolo Cogozzo-Cicognara —. Il commissario Fabrizio Santantonio, telefona al nostro segretario, Daniele Mozzi definendo l’iniziativa illegittima in quanto solo lui può usare il simbolo del partito. Il compagno risponde che già  siamo stati commissariati come se fossimo noi responsabili degli iscritti in odore di mafia dell’altro circolo e ora ci impedisce anche di organizzare un’iniziativa sulla legalità  come la presentazione del libro di dalla Chiesa? E non è finita. Chiedo all’ufficio tecnico del Comune l’autorizzazione per la piazza, dapprima si rifugiano dietro a mille scuse fino a quando non scopriamo, è tutto documentato, che il commissario del Pd aveva inviato una nota al dirigente in cui gli chiedeva di sospendere l’autorizzazione. Il commissario del partito dice all’ufficio tecnico del Comune di negarci l’autorizzazione per la presentazione del libro di Dalla Chiesa. Alzo la voce e alla fine l’ingegnere ci rilascia l’autorizzazione anche senza l’ok del commissario. E non è ancora finita. Diana De Marchi, responsabile legalità  della segreteria nazionale candidata di Civati, mi chiede di inserire il suo nome nel comunicato stampa che presentava l’evento. Il giorno dopo mi invia una serie di sms per dirmi di toglierlo perchè crea problemi al Pd milanese. Non ho cancellato il suo nome e le ho risposto di essermi pentito di averla votata. Quando ha appreso che l’iniziativa aveva avuto molto successo mi ha chiamato per dirmi: ‘se lo avessi saputo sarei venuta lo stesso’. Da rabbrividire: così si è ridotto questo partito”.
Un partito che nel circolo di Viadana conta anche tessere fatte nel bar Mymont, quello gestito e frequentato da calabresi trapiantati lì
“Ho vissuto una cosa stranissima — racconta Antonella Forattini, segretaria provinciale —. Nel febbraio 2013 durante una cena elettorale sono stata avvicinata da alcune persone che mi hanno offerto 350 preferenze e io ho rifiutato”.
E di fronte a uno scenario così allarmante “l’attuale ministro Martina e tanti altri come lui si sono girati dall’altra parte — rincara la dose Meneghetti —. Nonostante Roberto Vitali, presidente della commissione regionale abbia cercato in tutti i modi di sollecitare il loro intervento. La mia lettera riservata è anche finita nelle mani del presidente della commissione di garanzia Candido Roveda che l’ha consegnata al circolo di Viadana. Dopo poco Roveda si dimette, si candida a segretario per i renziani e vince a Viadana per 140 a zero”.
Questa storia che sembra inventata finisce, per ora, con il Pd che, non potendo più chiudere gli occhi, commissaria entrambi i circoli.
“Come se anche noi avessimo tesserati pregiudicati”, ribatte Zanazzi che non vuole arrendersi di fronte al fatto che, forse, anche per il suo partito le tessere e i voti non hanno nè sapore nè odore.

Sandra Amurri
(da “il Fatto Quotidiano”)

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I BOSS E IL CROCIFISSO: IL PAPA SMASCHERA LA GRANDE MENZOGNA SUGLI UOMINI D’ONORE

Giugno 22nd, 2014 Riccardo Fucile

DA SEMPRE I MAFIOSI HANNO CERCATO DI APPARIRE DEVOTI CATTOLICI

“Gli uomini della ‘ndrangheta non sono in comunione con Dio, sono scomunicati”. Le parole di papa Francesco fanno entrare la Chiesa in una nuova era.
Le ha pronunciato in Calabria non a Roma.
Le ha pronunciate sapendo che sarebbero arrivate forti e chiare.
È andato a confortare i parenti di Cocò il bambino di tre anni ucciso con un colpo in testa e bruciato a Cassano allo Ionio. Un bambino ucciso è la prova oggettiva e definitiva della menzogna “d’onore” dei mafiosi.
Bergoglio, ricordando questo bambino massacrato, non ha avuto bisogno di dimostrare con altre parole la barbarie del potere criminale.
Ha annullato con un gesto la menzogna con cui la ‘ndrangheta si autocelebra come società  d’onore e di difesa di deboli, poveri, e come distributrice di giustizia, lavoro e pace sociale.
Qualcuno potrebbe credere che sia naturale e scontato per la Chiesa ricordare un bambino ammazzato e bruciato, e denunciare i colpevoli. Ma purtroppo non è così.
Ecco cosa disse il parroco di Cassano, don Silvio Renne, qualche tempo fa in un’intervista a Niccolò Zancan: «Ancora Cocò? È una storia chiusa. Abbiamo fatto il funerale. Io non sono un investigatore. Non spetta a me dire chi è stato. E poi è ancora tutto da dimostrare se c’entra la droga o la ‘ndrangheta…».
Per Papa Francesco non è storia chiusa e non teme di dire che i colpevoli sono i mafiosi.
Tenere fuori dalla cristianità  gli affiliati, dichiararlo in Calabria è atto di coraggio, non è scelta retorica, non è disquisizione teologica.
La scomunica è parola smarrita nel tempo, pena del diritto canonico che ha perduto il senso drammatico e spesso persecutorio che ha avuto dal IV secolo sino alla fine dello Stato della Chiesa.
Ma oggi diventa invece il gesto più fortemente simbolico possibile per estromettere dalla cristianità  le organizzazioni mafiose, per tagliare i legami che tante volte hanno stretto con le parrocchie locali.
Le parole del Papa tuonano come dichiarazione finale, e denunciano senza scampo la menzogna dei mafiosi che si autoproclamano cattolici e fedelissimi alla Chiesa di Roma.
Anche Giovanni Paolo II aveva pronunciato – il 9 maggio del 1993 ad Agrigento – un attacco durissimo alla mafia: «Convertitevi, verrà  il giudizio di Dio».
Due mesi dopo i corleonesi misero una bomba a San Giovanni in Laterano.
Ma poi l’impegno antimafia dei vertici ecclesiastici sembrò affievolirsi delegando tutto ai preti definiti di “frontiera” o di “strada” a seconda della moda giornalistica.
Ora, invece, se la Chiesa vuole essere conseguente e non ripetere gli errori del passato, deve far seguire a questa scomunica una serie di comportamenti fondamentali, come il rifiuto delle donazioni dei mafiosi; l’allontanamento dopo accertamenti e condanne dei preti considerati conniventi; la creazione di una commissione antimafia in seno alla Chiesa che possa vagliare indipendentemente dalle autorità  di polizia il rapporto, l’estensione della scomunica ai politici, imprenditori che si considerano cattolici e che hanno relazioni con le organizzazioni criminali.
La scomunica è un’arma potente perchè nella logica abnorme della narrazione mafiosa il legame con la religione è fondante: c’è tutta una ritualità  distorta che regola la cultura delle cosche. L’affiliazione alla ‘ndrangheta avviene attraverso la «santina», l’effigie di un santo su carta, con una preghiera.
San Michele Arcangelo è il santo che protegge le ‘ndrine: sulla sua figura si fa colare il sangue dell’affiliato nel rito dell’iniziazione.
La dirigenza gerarchica massima della ndrangheta è definita “santa” al cui interno un grado superiore si chiama “vangelo”
Il potere è considerato un ordine provvidenziale: anche uccidere diventa un atto giusto e necessario, che Dio perdonerà , se la vittima mette a rischio la tranquillità , la pace, la sicurezza della “famiglia”.
La Madonna viene vista come la mediatrice tra l’uomo costretto al peccato e suo figlio Gesù che attraverso di lei comprende che quell’effrazione è stata fatta a fin di bene, in un mondo di peccati ed ingiustizie.
I sacramenti stessi sono usati per consolidare i legami mafiosi. In passato, quando nasceva un maschio, il giorno del battesimo gli veniva messo accanto un coltello e una chiave: se il bambino toccava il coltello era destinato all’“onore” se toccava la chiave a diventare sbirro.
Ovviamente la chiave veniva sempre messa distante.
Tra i motivi che portarono alla morte di don Peppino Diana ci fu la sua acerrima lotta ai clan che volevano sfruttare i sacramenti come viatici alla cultura camorrista.
La ‘ndrangheta è struttura completamente permeata dalla cultura cattolica.
A Polsi il 2 settembre al santuario della Madonna in Aspromonte i capi si riunivano mischiandosi ai fedeli per dare nuove investiture e costruire alleanze, siglare patti.
Non a caso l’”albero della scienza” metafora della struttura ndranghetista si trova proprio vicino al santuario.
Le storie di intreccio tra chiesa e ‘ndrangheta sono moltissime.
Le chiese sono state usate come territorio di negoziato fra i clan: durante una messa nel 1987 la vedova del capo assoluto degli “arcoti” Paolo De Stefano, ammazzato dal “nano feroce” Antonino Imerti, chiese la fine di una delle faide più cruenti della storia criminale internazionale. Ci sono stati sacerdoti accusati di complicità : come Don Nuccio Cannizzaro, parroco di Condera accusato dall’antimafia di falsa testimonianza a difesa del sistema ndranghetista dei Crucitti e Lo Giudice. O don Salvatore Santaguida prete di Vibo Valentina accusato di concorso esterno in associazione mafiosa.
Nel 2009 la famiglia Condello è persino riuscita ad ottenere la lettura delle parole di felicitazione di Benedetto XVI trasmesse nella cattedrale di Reggio Calabria da don Roberto Lodetti, parroco di Archi, agli sposi Caterina Condello e Daniele Ionetti: la prima, figlia di Pasquale; il secondo, il figlio di Alfredo Ionetti, ritenuto il tesoriere della cosca.
La prassi vuole che quando gli sposi desiderano ricevere un telegramma o una pergamena del Papa, ne facciano richiesta al parroco o ad un prete di loro conoscenza, il quale trasmette la richiesta all’ufficio matrimoni della Curia.
Desta scandalo il via libera dato dalla Curia reggina per le nozze in cattedrale di due rampolli di una potentissima ‘ndrina calabrese. Difficile credere che non si sia prestata attenzione ai cognomi dei due sposi. Anche perchè Caterina Condello e Daniele Ionetti sono cugini di primo grado e il diritto canonico (art. 1091) consente un matrimonio tra consanguinei solo con motivata dispensa richiesta dal parroco e sottoscritta dal vescovo
La chiesa che ha portato il Papa a pronunciare queste parole non è solo la chiesa dei martiri, ma la chiesa di tutti quei preti che in territori difficilissimi e tormentati rappresentano l’unica via possibile al diritto, l’unica strada alla dignità  laddove lo stato spesso è solo manette e sequestri di beni, dove non c’è alternativa tra emigrare o vivere nella totale disoccupazione.
In Calabria don Giovanni Ladiana e don Giacomo Panizza sono tra gli esempio di chiesa che si fa prassi di resistenza, non semplice simbolo antimafia, ma creazione di una via possibile al diritto al conforto, alla condivisione, al futuro.
Questa scomunica è solo l’inizio di un percorso che potrà  risultare epocale.

Roberto Saviano
(da “La Repubblica”)

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INTERVISTA AL SINDACO ANTICAMORRA DI CASAL DI PRINCIPE: “RIPARTO DA DON DIANA”

Giugno 10th, 2014 Riccardo Fucile

RENATO NATALE E’ STATO RIELETTO A DISTANZA DI VENT’ANNI DAL SUO PRIMO MANDATO

Ha vinto ancora lui, contro Gomorra. Ma ci sono voluti venti anni e tre scioglimenti antimafia.
Renato Natale, 64 anni, medico, esponente di Libera, è di nuovo sindaco a Casal di Principe, 20mila abitanti, epicentro dell’impero del clan dei casalesi.
«La mia parola d’ordine? Lo Stato. Che sanziona, ma che sa anche stare al fianco dei cittadini migliori».
È la nemesi del potere criminale, quattro lustri dopo la breve primavera di Casale.
Eletto al ballottaggio con il 68,3 e due liste civiche (contro le quattro liste e il 31,7 del rivale omonimo, Enricomaria) il primo cittadino aveva già  governato per dieci mesi, dal ’93 al ’94, poi costretto a dimettersi per il voto contrario della sua maggioranza, dopo l’esecuzione mafiosa del parroco Peppino Diana.
Un risultato che provoca entusiasmo: dalla Bindi, a Saviano (che twitta: «Casal di Principe è in una nuova era») a Nichi Vendola (che parla di «riscatto e futuro migliore» e lancia l’hashtag #tuttanatastoria).
Allora, dottor Natale, da dove ricomincia?
«Qualcosa avevamo avviato. E mi piace pensare, come diceva Troisi, che posso ricominciare da tre: la speranza che avevamo sollevato, l’impegno che oggi muove molti cittadini e il sangue di un martire come don Diana. Io l’ho visto morto don Peppe, e oggi è risorto insieme a noi, insieme al popolo di Casale».
Oltre alla piaga criminale, il paese sconta ritardi, abusi, inquinamento ambientale. Eppure ha il record di aziende edilizie. Quale sarà  la prima, simbolica azione?
«Per esempio, costituirci sempre parte civile nei processi per inquinamento e per i delitti che gravano sull’attesa di riscatto dei nostri giovani. Ma il primo gesto “rivoluzionario” è l’organizzazione. Organizzare la macchina comunale che non funziona, organizzare le risorse, il tempo, le energie positive. Siamo in un dissesto finanziario e soprattutto burocratico. Poi, con tutti i consiglieri comunali, sottoscriveremo la Carta di Pisa: codice di trasparenza e onestà  per gli amministratori».
A Casale, tra l’altro, quasi nessuno aveva un contatore e pagava la bolletta dell’acqua, fino all’arrivo del commissario prefettizio Silvana Riccio.
«Ripartiremo anche da lì, ma facendo dei distinguo. Qualcuno non allacciava i contatori, e lo Stato non può recuperare in un attimo decenni di abbandono».
In aula di giustizia, di recente, il pentito De Simone ha detto che i clan e i loro amici politici la detestavano perchè lei «parlava con Violante e lo Stato mandava più controlli ». Come sono stati questi venti anni?
«Normali. Senza mai rinunciare alle battaglie. Intanto arrivavano le stangate giudiziarie. Tantissimi capi sono al regime duro di 41 bis, tanti ergastoli sono stati inflitti. Ma il problema ovviamente è culturale, e di sviluppo. E sbrigare questi nodi è il mestiere della politica e dell’amministrazione che si assume le proprie responsabilità , e i propri guai».

Conchita Sannino
(da “La Repubblica”)

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VENTIMIGLIA, DOVE LA ‘NDRANGHETA FA VOTARE LA CANDIDATA SINDACO CINQUESTELLE

Maggio 25th, 2014 Riccardo Fucile

LA DOCUMENTATA DENUNCIA DELLA CASA DELLA LEGALITA’: ‘”NEL COMUNE SCIOLTO PER MAFIA VA IN SCENA IL VOTO DISGIUNTO: CANDIDATI APPOGGIATI DALLA CRIMINALITA’ IN DIVERSI PARTITI”… LE AMICIZIE PERICOLOSE, I SILENZI, GLI INTERESSI

Oggi si vota a Ventimiglia. Si vota e quello che, stando alle segnalazioni raccolte nel nostro monitoraggio, andrà  in scena sarà  un massiccio voto disgiunto.
Un meccanismo che permetterà  di controllare il voto (con il voto disgiunto si possono, di fatto, segnare i voti così come si faceva con le tre preferenze).
Un meccanismo che permetterà  poi alla ‘ndrangheta, che quei pacchetti di voti controlla, di alzare il prezzo dei propri voti al ballottaggio…
A Ventimiglia non c’è un amministrazione uscente che sia stata eletta: il Comune ha visto lo scioglimento e commissariamento per infiltrazioni e condizionamento della ‘ndrangheta
Su istanza della Casa della Legalità    (e delle denunce pubbliche) venne inviata una Commissione di Accesso che accertò che la ‘ndrangheta in quel Comune faceva ciò che voleva ed il Ministro dell’Interno ottenne il Decreto di scioglimento.
Il sindaco di allora, Gaetano Scullino, è ora imputato per concorso esterno in associazione mafiosa nel processo “La Svolta”, insieme al suo braccio destro Marco Prestileo ed agli imputati per 416-bis del “locale” della ‘ndrangheta di Ventimiglia con, in primis, i Marcianò ed il vecchio Palamara.
La triade prefettizia, che ha gestito il Comune dallo scioglimento, ha fatto quello che poteva per cercare di ripristinare la legalità  e la corretta gestione del Comune.
Una parentesi che pare doversi chiudere, visto che dalle liste elettorali (e dai contenuti) traspare che non si voglia rompere con quel passato in cui chi comandava in Comune era la ‘ndrangheta.
La scorsa campagna elettorale si aprì lontano dai riflettori.
Come ha annotato la Commissione di Accesso: “Nell’immediatezza delle consultazioni elettorali, l’Arma dei Carabinieri acquisì da fonti confidenziali notizie in ordine ad un incontro del candidato Scullino Gaetano con il pregiudicato Antonio Palamara al fine di assicurarsi il consenso elettorale della nutrita comunità  calabrese della zona. All’incontro avrebbero preso parte anche altri pregiudicati”.
Non c’è da stupirsi. E’ dagli anni Settanta che la ‘ndrangheta mette sul piatto i suoi pacchetti di voti.
Ma passiamo alle elezioni odierne ed ad alcuni candidati e liste collegate…
Partiamo da Giovanni Ballestra, candidato del centrodestra, scelto quando Scajola era ancora in auge e che anche Claudio Burlando con Marco Bertaina volevano far appoggiare dal Pd. L’operazione non è però riuscita.
Giovanni Ballestra era già  consigliere comunale. Sappiamo bene che la ‘ndrangheta si mosse per far sì che il Comune votasse a favore di quell’opera… Ballestra espresse contrarietà  al progetto e, come si ricorda nella Relazione della Prefetto, subì la distruzione del suo negozio per un incendio doloso
Fatto è che Ballestra cambiò idea e votò a favore del porto..
Tra i candidati che sostengono la sua candidatura ve ne sono alcuni che vengono da quelle stesse amministrazioni passate.
Passiamone alcuni in rassegna…
Giovanni Ascheri (nella lista “Insieme si cambia”), già  capogruppo del PDL e raccoglitore di centinaia e centinaia di preferenze ha ammesso che compra i voti dei calabresi che lui comunque non vede come mafiosi. Nel luglio 2007 è stato denunciato per favoreggiamento reale per corruzione, sostituzione di persona, falsa attestazione o dichiarazione a pubblico ufficiale sulla identità , corruzione per un atto contrario ai doveri d’ufficio, falsità  materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici.
Daniele Ventura (nella lista “Insieme si cambia”): nel luglio 2004 viene denunciato per falsità  ideologica commessa dal privato in atto pubblico, truffa per il conseguimento di erogazioni, malversazione ai danni dello Stato e falsità  ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici.
La figura di Roberto D’Andrea (anche lui candidato in appoggio a Ballestra) emerge chiaramente negli Atti dell’inchiesta “La Svolta” per il rapporto con gli Allavena.
Tra i candidati che appoggiano Ballestra anche Federico Biasi, cugino del noto “Ragazzo d’oro” dei Marcianò, ovvero di Armando Biasi.
Tra i suoi sostenitori Ballestra conta anche la lista del “FAI”, ovvero i Frontalieri in cui trova nientemeno che il sindacalista al servizio dei Marcianò, Vincenzo Giacovelli.
C’è poi un giovane candidato di Fratelli d’Italia, Marco Gallo che, il 17 aprile scorso, applaudiva allo Scullino imputato per concorso esterno in associazione mafiosa con queste parole “Quando uno è il numero uno…. È il numero uno!”.
Passiamo ad altri candidati, quelli della compagine che sostiene un’altro candidato sindaco, Carlo Iachino.
Nelle fila di questo schieramento troviamo Carlo Canzone ex funzionario del Comune e proprietario di quell’appartamento di Ventimiglia dove venne tenuto nascosto e sequestrato (dal gruppo, facente capo a Carmelo Gullace)   il giovane Marco Gatta.
Abbiamo poi Stefania Mattenella, pasticcera, che è stata promotrice della “serrata” dei commercianti nei giorni della mobilitazione dei “Forconi”, il 12 dicembre 2013.
Ma a Ventimiglia vi è poi un’altra grande anomalia.
Quella del M5S che ha visto, in queste settimane, inviti al voto per il suo candidato sindaco, in particolare a Ventimiglia Alta, roccaforte delle famigliole, proprio da parte di soggetti legati alle note famiglie calabresi.
La candidata sindaco Cinquestelle Silvia Malavindi è entrata nel M5S di Ventimiglia insieme a tutta la sua famiglia e ad altri esponenti di Ente di Promozione Sportiva, l’ACSI (Associazione Centri Sportivi Italiani), quali: Sergio Lo Cascio (presidente dell’ACSI, marito di Antonella Malivindi, sorella della candidata Silvia , ragioniere Tributarista); Antonella Malivindi (vice-presidente dell’ACSI, moglie del Lo Cascio con cui lavora, sorella della candidata Silvia); Angelo Greco (consigliere dell’ACSI e candidato consigliere del M5S).
Oltre a loro, nel M5S, di Ventimiglia vi è anche la madre di Silvia Malivindi, Francesca Stefanelli..
Entrati loro, buona parte del vecchio gruppo, a partire da un esponente che era impegnato da tempo, Giancarlo Memmo, sono posti ai margini e quindi fuori dal M5S… e la Malivindi, appena arrivata, è la candidata.
Dalla Malivindi prima di candidarsi mai una parola, mai un’iniziativa, mai un cenno, sulla “bazzecola” della ‘ndrangheta a Ventimiglia.
Il silenzio più assoluto anche sullo scioglimento per infiltrazione e condizionamento mafioso dell’Amministrazione comunale, sul fatto che ex direttore generale (Prestileo) e sindaco (Scullino) siano imputati ad Imperia per concorso esterno in associazione mafiosa.
Strano atteggiamento per un M5S che della battaglia contro l’illegalità  fa una “bandiera”… o no?
Abbiamo provato a sollecitare a parlarne di questo, la candidata Malivindi ma abbiamo trovato un muro blindato davanti.
Anzi… abbiamo assistito ad alcune prese di posizione abbastanza curiose da parte della Malivindi e del M5S.
Prima attaccano i Commissari Prefettizi che sono riusciti, sulla questione delle aree del parco Roja, a porre paletti seri agli appetiti che qualcuno aveva da lungo tempo su quell’area.
Poi attaccano Il Secolo XIX che su quel territorio ha dato un importante contributo all’emergere dei rapporti mafia-politica tanto che la giornalista Patrizia Mazzarello è una dei soggetti chiaramente indicati come “non graditi” dai Marcianò.
Basta vedere il loro programma elettorale per comprendere che questa “questione” della ‘Ndrangheta non l’hanno voluta affrontare e trattare…
Molti si sono chiesti perchè.
Nel programma ufficiale del M5S l’unica cosa certa è che spingono molto per realizzare (con i fondi pubblici) tanti impianti sportivi quando quelli esistenti nei Comuni limitrofi sono già  sotto-utilizzati ed in crisi.
E se andiamo a vedere la lista del M5S, possiamo dire che su questo settore hanno una grande competenza, essendo gli stessi che gestiscono ACSI che, per i propri affiliati, ha necessità  di strutture sportive pubbliche da utilizzare.
Non possiamo dimenticare altresì che avevamo visto diversi del M5S al fianco dei “Forconi”, quegli stessi che, oltre allo Scullino, avevano promosso i blocchi e i disordini insieme a pregiudicati legati alla ‘ndrangheta.
Come avevamo visto che nella roccaforte di Ventimiglia Alta, alle politiche, i Cinquestelle avevano conquistato il primo posto come lista per numero di voti .
Eppure tutti sanno che Ventimiglia Alta è la “roccaforte” della ‘ndrangheta e dei voti che questa può controllare: quello è notoriamente il territorio di Palamara, legato agli Alvaro.
Evidentemente non si pongono il problema del perchè arrivino certi “pacchetti di voti” che prima andavano agli uomini di fiducia di Scajola, come era lo Scullino, così come non si pongono il problema della ‘Ndrangheta.
Ci girano intorno, inneggiano all’onestà …
Che il motivo sia da ricercare nel fatto che persone molto vicine alla Malivindi, ovvero i Marafioti (Pino Marafioti risulterebbe il fidanzato storico della candidata) hanno rapporti di amicizia con Prestileo e quindi non vogliano compromettere tali rapporti?
Quale che sia ragione, qualcosa non torna.
La Malivindi non si è presentata all’incontro con i candidati sindaco organizzato da Il Secolo XIX, e così non ha evitato di rispondere alla domanda: “Rifiutate i voti della ‘Ndrangheta?”.
Poi ha fatto sapere che loro contrasteranno le infiltrazioni facendo meno esternalizzazioni perchè la ‘ndrangheta entra con gli appalti al nord.
No, ci spiace, risposta sbagliata. La ‘Ndrangheta entra “anche” con gli appalti al ribasso, ma entra anche in altro modo nella politica, nelle pubbliche amministrazioni e nell’economia… ed il discorso che metteranno dei parametri “etici” nei bandi di gara, che sparata è? Nei bandi di gara i “parametri etici” non esistono.
A cosa punta la ‘ndrangheta con il voto di oggi? A convogliare preferenze, con il voto disgiunto, sui candidati di liste diverse da far eleggere subito e su un candidato sindaco comune da portare al ballotaggio.
Per poi far pesare la propria presenza e passare all’incasso, condizionando la futura amministrazione.

Casa della Legalita’
Osservatorio sulla criminalità  e le mafie
Ufficio di Presidenza

il testo integrale dell’articolo lo trovate qua
http://www.casadellalegalita.info/archivio-storico/2014/11314–ventimiglia-e-camporosso-la-ndrangheta-vota-ma-si-fa-finta-di-nulla.html

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LA BEFFA DELL’ANTIMAFIA: UNA CIRCOLARE DEL CSM AZZERA IL POOL DI PALERMO

Maggio 6th, 2014 Riccardo Fucile

BLOCCATE LE INDAGINI DI DI MATTEO: “NON E’ UN PM DELLA DDA”… LE NUOVE REGOLE IN VIGORE DA MARZO

Nino Di Matteo non potrà  fare più nuove indagini sulla trattativa fra i vertici della mafia e pezzi dello Stato. Anche Roberto Tartaglia dovrà  fermarsi.
E, fra un mese, la stessa sorte toccherà  a Francesco Del Bene.
Tira un’aria pesante nelle stanze blindate della Procura. Il pool di Palermo è praticamente azzerato, resta soltanto il coordinatore del gruppo, il procuratore aggiunto Vittorio Teresi.
È il primo drammatico effetto di una circolare arrivata dal Consiglio superiore della magistratura il 5 marzo scorso: ordina che tutti i nuovi fascicoli d’inchiesta sulla mafia debbano essere affidati esclusivamente a chi fa parte della Dda, la direzione distrettuale.
E Di Matteo è formalmente scaduto da quattro anni, ufficialmente è assegnato al gruppo che si occupa di abusi edilizi. Tartaglia, invece, non fa ancora parte della Dda.
Fino ad oggi, i due magistrati che hanno istruito il processo in corso a Palermo sono stati solo «applicati» al pool.
Il terzo componente del gruppo, Francesco Del Bene, è l’unico ancora legittimato a fare nuove indagini, ma fino al primo giugno, poi scadrà  anche lui dall’incarico decennale in Dda.
La circolare del Csm spedita a tutte le procure d’Italia è perentoria: nessun nuovo fascicolo antimafia potrà  più essere gestito da chi non fa parte della direzione distrettuale, «salvo casi eccezionali».
E i casi eccezionali sono particolari competenze «nei delitti contro l’economia, la pubblica amministrazione, la salute e l’ambiente».
Oppure, dice il Csm, tutti i componenti della Dda dovrebbero avere dei carichi di lavoro tali da non poter condurre più altre indagini.
Così, al procuratore di Palermo Francesco Messineo non è rimasto che fermare una nuova importante assegnazione a Di Matteo e Tartaglia.
Quale, resta un segreto d’indagine. Ma sembra che riguardi proprio gli sviluppi di una serie di accertamenti fatti in questi ultimi mesi.
Perchè, ormai, non è più un mistero che i pm di Palermo hanno proseguito le indagini sulla trattativa anche dopo l’inizio del processo in Corte d’assise: l’estate scorsa, si sono presentati con la Dia nelle sedi romane dei servizi segreti per acquisire una montagna di documentazione. Di recente hanno poi continuato a interrogare decine di uomini delle istituzioni come testimoni.
Il pool di Palermo sta cercando di chiarire il ruolo della misteriosa Falange Armata, la sigla che rivendicava gli attentati del 1992-1993 ai centralini delle agenzie di stampa.
E sembra che alcuni nomi su cui indagare siano saltati fuori. Ma su questi nomi Di Matteo e Tartaglia non potranno fare alcuna indagine, anche se sono stati loro a individuarli nella giungla dei misteri che ancora restano.
La circolare del Csm non ammette deroghe.
Non importa che un gruppo di magistrati abbia acquisito una competenza unica. Non importa che le indagini offrano nuovi spunti di approfondimento, e relative iscrizioni nel registro degli indagati.
Perchè, intanto, quella misteriosa sigla della “Falange armata” è ricomparsa, in una lettera minacciosa spedita in carcere al boss Totò Riina dopo la pubblicazione sui giornali delle sue intercettazioni all’ora d’aria. «Chiudi la bocca, ricordati che hai famiglia», gli hanno scritto.
Alla Procura di Palermo nessuno ha voglia di commentare. Ma il malumore cresce.
Anche perchè l’effetto tagliola è arrivato per tutte le indagini antimafia, che vedevano applicati diversi pm della procura ordinaria.
Qualcuno sta già  pensando di scrivere al Csm, per porre ufficialmente il caso.

Salvo Palazzuolo
(da “La Repubblica“)

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