Luglio 3rd, 2013 Riccardo Fucile
CONTINUA A DIPINGERSI COME CAPRO ESPIATORIO EPPURE OGNI VOLTA LANCIA AVVERTIMENTI PER RICORDARE CHE LUI SA TUTTO. E PUà’ PARLARE
A farlo parlare provò, il 22 aprile del ’96, il capo della Direzione Nazionale Antimafia Pierluigi Vigna, accompagnato dal suo vice Piero Grasso.
Ma “Totò ‘u curtu”, scuotendo la testa, lo raggelò: “Parlare? Dottore, la prego, si fermi qui, non la pronunci neanche quella parola. Voi sbagliate persona”.
Si è sempre proposto come il più fedele apostolo dell’omertà .
Eppure Riina Salvatore, classe 1930, da Corleone, una decina di ergastoli sulle spalle (compresi quelli per Capaci, via D’Amelio e le stragi del ’93), negli ultimi vent’anni passati tra l’isolamento del 41-bis e le aule giudiziarie di tutta Italia, di parole ne ha spese tante.
Per ribadire, sostanzialmente, sempre lo stesso concetto: “La verità è che allo Stato io servo come parafulmine, perchè tutto quello che è successo in Italia alla fine si imputa a Riina”.
L’ossessione del Capo dei Capi, insomma, è una sola: quella di essere un capro espiatorio, una vittima sacrificale di oscuri patti tra politica e magistratura che, come il boss ha spiegato agli agenti del Gom, costituiscono “la vera mafia: si sono coperti tra loro e scaricano ogni responsabilità sui mafiosi”.
La sua teoria è che i pentiti “dicono fandonie e si prendono per mano”, ovvero concordano le loro deposizioni, come dichiarò fresco di cattura il 9 marzo del ’93 nell’aula bunker dell’Ucciardone.
In quell’occasione venne zittito dall’allora pm Vittorio Teresi.
Ma un anno dopo, a Reggio Calabria, nel processo per l’uccisione del giudice Antonino Scopelliti, il superboss alzò il tiro verso il governo e lo mise in guardia dal “giustizialismo di sinistra”: “Io dico che un governo vale l’altro. Ma c’è sempre il partito. Sono i comunisti che portano avanti queste cose: il signor Violante, il signor Caselli da Palermo. C’è tutta una combriccola… loro portano avanti queste cose. Il governo si deve guardare da questi attacchi comunisti”.
La politica è la sua mania. E ai politici sono rivolti quasi sempre i messaggi dello ‘zu Totò dal carcere. Pochi giorni fa si è professato “di area andreottiana”, eppure il 10 giugno 2008, durante un colloquio in carcere con moglie e figlia, confidò la sua ammirazione per l’allora presidente del Senato: “Schifani è una mente”.
Nel luglio 2010, intercettato in carcere con il figlio, si abbandonò invece a uno sfogo di natura opposta: “Berlusconi, che ci credo poco e niente, la vita che faccio con questo… io mangio come un pazzo e metto su chili”. Pillole di veleno.
Che siano foriere di ricatti oppure di minacce, le parole del Capo dei Capi hanno sempre un significato doppio e usano i codici mafiosi, mescolando abilmente verità e menzogna.
Come quando, nell’estate 2009, incaricò il suo avvocato Luca Cianferoni di divulgare il suo pensiero sullo stragismo.
“L’ammazzarono loro”, disse, parlando di Paolo Borsellino. E poi — riferendosi agli uomini dello Stato — aggiunse: “Non guardate sempre e solo me, guardatevi dentro anche voi”.
Da allora il leitmotiv del Riina-pensiero è tutto qui: tirarsi fuori dalla carneficina delle stragi e lanciare avvertimenti, per far capire a chi di dovere che lui sa tutto di quel periodo, che se volesse potrebbe parlare, e che il suo preziosissimo silenzio ha sempre un prezzo.
Ma quale? Il 10 marzo 2009, a Firenze, nel processo per la mancata strage dell’Olimpico, il superboss si scatenò: “Nel processo Falcone c’è un aereo nel cielo che vola mentre scoppia la bomba: questo aereo non si può trovare di chi è, e così si condanna Riina perchè fa comodo. E il processo Borsellino? Lì sul monte Pellegrino c’è l’hotel con i servizi segreti, quando scoppia la bomba i servizi scompaiono, però non vengono mai citati perchè si condanna Riina, perchè l’Italia è combinata così”.
Il boss, però, volle far sapere che non ci stava, e da capo dell’Antistato si paragonò all’inquilino del più alto Colle: “Signor Presidente, lei ricorda quando Scalfaro disse ‘Non ci sto’, io ora devo dire lo stesso: non ci sto, non ci sto a queste condanne così, queste sono condanne di Stato fatte a tavolino”.
Qualche tempo fa, dopo un’ennesima condanna all’ergastolo, Riina in carcere è sbottato: “Questi vogliono farmi morire, ma sarò io a far morire loro”.
E come? L’unica arma di un vecchio boss detenuto è la parola.
Proprio quella che lui utilizza con un sapiente dosaggio di messaggi, anche nei confronti dei “servizi”: “Non ho mai sentito parlare dell’esistenza del signor Franco o del signor Carlo — ha dettato a verbale ai pm nisseni —. Io gliel’ho detto: mi chiamo Riina… Riina… questo è Riina, accetta Riina per quello che è…”.
Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizzo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Luglio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
A MODENA IL PREFETTO CERCA DI ESCLUDERE DALLA RICOSTRUZIONE LE IMPRESE IN RAPPORTO CON LA CRIMINALITA’…GIOVANARDI CERCA DI SDOGANARE LE AZIENDE AMICHE, FACENDO PRESSIONI SU ALFANO
Ha trasportato più di mille tonnellate di detriti nel dopo terremoto dell’Emilia. E’ protagonista del
maxi appalto Expo 2015.
Ora però nero su bianco ci sono rapporti sospetti, i nomi dei dipendenti vicini alla ‘ndrangheta, le accuse di smaltimenti illegali di amianto nell’area del Cratere sismico.
Elementi che hanno portato la Prefettura di Modena a bloccare la Bianchini Costruzioni di San Felice sul Panaro, comune della Bassa modenese tra i più colpiti dal sisma dello scorso anno.
Un altro colosso emiliano dell’edilizia stoppato per possibili tentativi di infiltrazione nella gestione aziendale.
Nel 2010 ha fatturato quasi 15 milioni di euro.
E compare anche nel maxi appalto da 58 milioni di euro dell’Expo 2015: ha ottenuto un subappalto dalla cooperativa ravennate Cmc.
E’ arrivata la settimana scorsa negli uffici della Bianchini l’interdittiva antimafia.
La prima conseguenza è l’esclusione dalle “White list” prefettizie alle quali devono iscriversi le aziende che intendono partecipare ai lavori della ricostruzione post terremoto.
Un provvedimento destinato ad alimentare aspre polemiche nei salotti della politica locale e nazionale.
Così come è accaduto per la sospensione della società modenese Baraldi, difesa a oltranza dall’ex ministro Carlo Giovanardi, che qui ha il suo feudo elettorale.
La crociata di Giovanardi
Il senatore azzurro non ha lesinato critiche nè al prefetto di Modena Benedetto Basile nè agli investigatori che devono monitorare gli appalti per la ricostruzione.
E ha portato fin dentro le aule parlamentari il “caso Baraldi” con interrogazioni e proposte di modifica alla normativa sulle interdittive antimafia e sulle “White list”.
Una crociata cominciata l’indomani della notizia pubblicata da “l’Espresso” dell’esclusione della Baraldi dalle liste pulite.
Da maggio l’ex ministro ha iniziato la sua crociata schierandosi a difesa della società esclusa, storica associata di Confindustria modenese e sospettata di legami con i re delle bonifiche genovesi, i fratelli Mamone, imprenditori con amicizie nella ‘ndrangheta ligure.
I legali di Bianchini faranno ricorso al Tar. Ma i titolari sperano, in cuor loro, nell’interessamento del politico.
Così come ha fatto per la loro concorrente, consigliando al prefetto di interessarsi delle aziende che vengono dai territori del Sud e di lasciare lavorare le aziende locali, fiore all’occhiello del miracolo economico emiliano.
E ora che Benedetto Basile è andato in pensione si apre il totonomine per il suo sostituto.
Verrà scelto in un clima arroventato dalle dichiarazioni pubbliche di Giovanardi.
Che, e’ innegabile, se pur indirettamente hanno creato un clima di pressione nelle stanze del ministero dell’Interno guidato dal collega di partito Angelino Alfano e dove si deciderà il prossimo rappresentante del governo sul territorio.
E chiunque arriverà non avrà un compito semplice vista la presenza radicata delle cosche e la complicata gestione della ricostruzione.
“Cosa loro”
Mentre la politica locale è distratta dal dibattito sulla bontà dei provvedimenti prefettizi, i documenti degli investigatori confermano che la ricostruzione post sisma è “Cosa loro”.
‘Ndrangheta e Clan dei Casalesi in prima fila per ricucire l’Emilia ferita nel suo cuore produttivo.
I padrini calabresi specialisti nel trasporto di terra e macerie sono stati i primi a muovere tonnellate di detriti.
Prima i ripetuti allarmi lanciati dagli investigatori, poi le prime avvisaglie, ora la certezza che le cosche stanno lavorando a pieno ritmo nei cantieri della rinascita.
E lo fanno grazie a rapporti costruiti nel tempo con aziende locali. Giganti del settore che improvvisamente si ritrovano nel ventre volti e mezzi targati ‘ndrangheta, braccia e artigiani marchiati Casalesi.
Sono oltre 15 le aziende a cui è stata negata l’iscrizione alle “White list” delle prefetture.
Molte erano già a lavoro chiamate nei giorni dell’emergenza.
E tante di queste parlano emiliano.
L’ultima fermata è la Bianchini Costruzioni. Fuori dai lavori dunque la società che fin dai primi giorni dopo le violente scosse ha lavorato senza sosta.
E sulla quale pende un’inchiesta della procura di Modena per smaltimento di illecito di amianto nelle zone del Cratere sismico.
La società modenese in sei mesi ha trasportato per conto della ex municipalizzata Aimag oltre mille tonnellate di macerie.
La decisione delle Prefetture di Modena e Reggio Emilia arriva in seguito ai dossier del nucleo investigativo dei Carabinieri di Modena e del Girer, il gruppo interforze istituito dal ministero dell’Interno per vigilare sulla ricostruzione.
L’ennesimo colpo che lascerà dietro di sè uno strascico di polemiche negli ambienti politici emiliani.
Giovanni Tizian
(da “L’Espresso“)
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Luglio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
TRATTATIVA STATO MAFIA: POCHI GIORNI FA L’INCURSIONE IN CASA DEL PM TARTAGLIA, IGNORATA DAI MEDIA NAZIONALI, IERI LE PAROLE DI TOTO’ RIINA
Proseguono gli sforzi dei giornali italiani per confermare l’ultima classifica di Reporter Sans Frontières sulla libertà di stampa, che ci vede al 57° posto nel mondo, alle spalle di Botswana, Niger, Sud Corea, Ungheria, ma con ampi margini di peggioramento.
Sabato mattina le agenzie informavano di una strana incursione in casa del pm di Palermo Roberto Tartaglia che sostiene l’accusa al processo sulla trattativa Stato-mafia con i colleghi Di Matteo e Del Bene: ignoti visitatori hanno abilmente forzato la serratura, spostato preziosi gioielli della moglie senza rubarli e individuato e trafugato a colpo sicuro una pen-drive fra le tante: proprio quella contenente verbali ancora segreti dell’inchiesta-bis sulla trattativa.
Un messaggio preciso: sappiamo quel che fai, per noi non esistono segreti, entriamo in casa tua quando vogliamo, e attento ai tuoi cari.
Un’operazione che puzza di servizi distante un miglio, infatti — a parte il deputato Lumia, il ministro D’Alia e l’Anm — nessun’autorità dello Stato ha solidarizzato col pm.
E la grande stampa ha completamente ignorato la notizia (a parte il Fatto, si capisce). Parlare di Tartaglia significa nominare la trattativa, e non sta bene.
Inoltre, a furia di raccontare le minacce subìte dai pm che l’hanno scoperta (anche Di Matteo e Del Bene ne ricevono da mesi), la gente potrebbe capire che quel processo “non s’ha da fare”. E perchè.
Mentre gli ignoti visitatori gli entravano in casa, Tartaglia era impegnato in udienza a rintuzzare la raffica di eccezioni e cavilli difensivi non degl’imputati mafiosi, ma dei rappresentanti dello Stato, che fanno carte false per traslocare il processo da Palermo verso lidi più placidi e sabbiosi: quelli di Roma.
Magari al Tribunale dei ministri.
Mancino ha la spudoratezza di sostenere che la sua presunta falsa testimonianza, commessa nel 2011, sarebbe reato ministeriale: e pazienza se Mancino smise di essere ministro nel marzo 1994.
Un ministero, come il diamante, è per sempre.
E vale il principio del “lei non sa chi ero io”.
Vedremo che spazio avranno sui giornali di oggi le dichiarazioni di Totò Riina sulla trattativa con lo Stato (“io non cercavo nessuno, sono loro che cercavano me”), sul suo arresto (opera “di Provenzano e Ciancimino, non dei carabinieri”) e sul furto dell’agenda rossa di Borsellino (“c’è la mano dei servizi”), ascoltate dagli agenti che l’accompagnavano in udienza il 31 maggio e riferite ai pm.
Ma soprattutto vedremo come verranno presentate.
Perchè quando parla un mafioso, pentito o meno non importa, politici e giornali si regolano così: se il boss dice cose funzionali al potere, è un testimone attendibile proprio perchè mafioso; viceversa, è inattendibile proprio perchè mafioso.
Brusca era attendibile quando confessò la strage di Capaci e altre decine di omicidi, ma appena parlò di trattativa divenne un bugiardo.
Spatuzza era credibile quando smontò il depistaggio su via D’Amelio e se ne assunse la colpa, ma poi parlò di B. e Dell’Utri e divenne un peracottaro.
Riina non è pentito: parla da mafioso. Ma stavolta lo fa non con dichiarazioni spontanee in aula (lì ogni parola sarebbe un’autoaccusa, per un boss che nega tutto, anche l’esistenza della mafia): lo fa off records, ma avendo cura di essere ascoltato, perchè il messaggio arrivi a destinazione.
Sull’agenda rossa e sul suo arresto, Riina non può sapere nulla di preciso: dunque ciò che dice lascia il tempo che trova. Ma sulla trattativa sa molto, perchè il primo destinatario della mediazione di Ciancimino per conto del Ros era lui.
E le sue parole collimano con tre sentenze definitive sulle stragi del 1992-’93, mentre smentiscono la versione dei rappresentanti dello Stato: la trattativa fu avviata dallo Stato, non da Cosa Nostra.
Quando Riina dice “io non cercavo nessuno, sono loro che cercavano me”, sta ricattando chi sa lui, ma dice la pura verità .
A questo siamo: il capo della mafia è un po’ più credibile dello Stato.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
“LE STRAGI? OPERA DI BRUSCA E SERVIZI. MI HANNO ARRESTATO CIANCIMINO E PROVENZANO ”
La Trattativa? “Io non cercavo nessuno, erano loro che cercavano me”. 
L’arresto sulla circonvallazione di Palermo? “Non è vero quello che hanno detto i carabinieri, a me mi hanno fatto arrestare Provenzano e Ciancimino”.
Il papello? “Mai visto”.
Il ruolo dei servizi segreti nelle stragi di Capaci e di via D’Amelio? “Brusca non ha fatto tutto da solo, c’è la mano dei servizi segreti. La stessa cosa vale per l’agenda rossa. Perchè non vanno da quello che aveva in mano la borsa e si fanno consegnare l’agenda?”.
E il famigerato bacio ad Andreotti nel salotto di Ignazio Salvo? “Appuntato, ma lei mi vede che bacio Andreotti? Posso solo dire che era un galantuomo e che io sono stato sempre dell’area andreottiana”.
Parola di Totò Riina.
Dopo vent’anni trascorsi al 41 bis nella più assoluta omertà , il capo dei capi di Cosa nostra rompe il silenzio e, nelle pause dei processi che lo vedono imputato, chiacchiera a ruota libera con gli agenti di custodia del Gom che presenziano ai suoi collegamenti in videoconferenza dal carcere di Opera.
Di che parla il padrino corleonese? Della mafia, dello Stato, dei servizi segreti, della sua cattura dovuta a un “tradimento”, e dei rapporti tra boss e politici nella stagione a cavallo tra le stragi.
Non sono dichiarazioni da poco. Nei due “sfoghi” di poco consecutivi (il primo è del 21 maggio scorso, il secondo del 31 maggio), il superboss di fatto conferma l’esistenza della Trattativa, ne attribuisce l’iniziativa allo Stato, offre un formidabile riscontro alle dichiarazioni del teste Massimo Ciancimino sul suo arresto dovuto alle “soffiate” di Binnu, e poi riferite da don Vito agli ufficiali del Ros (piuttosto che alla collaborazione del pentito Balduccio Di Maggio), e — dulcis in fundo — nega l’esistenza del papello.
“Stanno facendo pure le perizie calligrafiche dei miei figli — dice Riina — ma io di questo papello non so niente. La vera mafia in Italia sono i magistrati e i politici che si sono coperti tra loro e scaricano ogni responsabilità sui mafiosi”.
Il padrino, insomma, si ritaglia il ruolo di vittima sacrificale delle vicende che ruotano attorno al dialogo Stato-mafia: “Avete visto quante persone hanno chiamato a testimoniare al processo Stato-mafia? Vogliono chiamare circa 130 persone. Le pare giusto quello che stanno facendo? Mi vogliono condannare per forza, mi stanno mettendo sotto pressione. A me e tutta la mia famiglia”.
Dichiarazioni di fuoco che sorprendono il direttore del carcere di Opera Giacinto Siciliano che, in una nota allegata alle relazioni di servizio ha definito “anomale” le “ripetute affermazioni del Riina su vicende processuali o fatti che lo riguardano” (come l’arresto), rispetto all’atteggiamento “di riservatezza” che da sempre “lo ha contraddistinto”.
Per Siciliano, che fino a poco tempo fa lo stesso Riina definiva “il papà di tutti i detenuti”, la “loquacità ” del superboss corleonese potrebbe essere spiegata in due modi: un “messaggio” lanciato all’esterno, oppure un comportamento riconducibile “a un deterioramento cognitivo legato all’età ”.
Per questo motivo il direttore di Opera, che è imputato con l’ex funzionario del Dap Salvatore Leopardi in un processo a Roma per aver insabbiato le dichiarazioni del pentito Antonio Cutolo e averle passate ai servizi segreti (processo sul quale è stato invocato il segreto di Stato), ha già annunciato di aver “sensibilizzato il personale tutto, anche quello sanitario, al fine di proseguire il monitoraggio costante, evidenziando eventuali anomalie”.
Ma all’ipotesi che Riina sia rimasto vittima di un “deterioramento cognitivo”, come il suo ex compare Provenzano, proprio nel momento in cui anche lui si lascia sfuggire qualche parola di troppo, nel carcere di Opera non crede nessuno.
Quando il 31 maggio scorso, nel corridoio che conduce alla saletta della videoconferenza, il boss si è rivolto all’agente di custodia, dicendogli “sono venuti loro a cercarmi”, lo ha fatto in modo diretto e ad alta voce, per essere ascoltato chiaramente.
A precisarlo è stato lo stesso agente che ha aggiunto il dettaglio durante il proprio interrogatorio.
Sulle confidenze del superboss, infatti, i due agenti del Gom hanno stilato una relazione di servizio che è stata depositata agli atti del processo di Palermo sulla trattativa Stato-mafia.
Lo scorso 6 giugno, i pm Nino Di Matteo e Roberto Tartaglia hanno interrogato le due guardie carcerarie ed entrambe hanno confermato il contenuto delle dichiarazioni del padrino, aggiungendo la frase sulla Trattativa, sfuggita in un primo tempo alla relazione.
“Io — ha detto Riina — sono stato 25 anni latitante in campagna senza che nessuno mi cercasse. Com’è possibile che sono responsabile di tutte queste cose?”.
Gli agenti del Gom hanno riferito che il boss appare interessatissimo al processo sulla Trattativa, ma infastidito dalle vicende che ruotano attorno al suo arresto.
Fu il prezzo del patto mafia-Stato?
Riina ancora non si dà pace: “Glielo dicevo sempre a Binnu di non mettersi con Ciancimino”. Ma certamente non è apparso loro stanco e rassegnato: “Io sto bene, mi sento carico, e riesco a guardare oltre queste mura”.
E se per la vicepresidente delle vittime dei Georgofili, Giovanna Maggiani Chelli, quello di Riina è un messaggio (“dica quello che sa, lo deve ai nostri figli”), per ora il boss non verrà interrogato dai pm del processo sulla Trattativa, che ieri hanno respinto tutte le eccezioni delle difese, difendendo la competenza della Corte di assise di Palermo: la decisione alla prossima udienza, il 4 luglio.
Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 23rd, 2013 Riccardo Fucile
QUANTO VALGONO POCO SOLDI E SUCCESSO SENZA UN MINIMO DI CULTURA…IN UNA CASA OPERAIA CON QUATTRO LIBRI ALLE PARETI C’E’ PIU’ DIGNITA’ CHE IN UNA REGGIA DEL NARCOTRAFFICO
Il povero Miccoli, star del Palermo calcio che per fare il simpatico con un suo amico boss parla di Falcone come ne parlano i mafiosi (lo chiama «quel fango di Falcone») è l’ennesima dimostrazione di quanto poco valgono i soldi e il successo senza un minimo, almeno un minimo di cultura.
Almeno quel tanto che basta a orientare il giudizio, a munire le parole, a evitare che tutto accada al di fuori del nostro controllo e spesso anche delle nostre intenzioni (non credo proprio che Miccoli sia mafioso: ma proprio per questo, perchè parlare come un mafioso?).
Per scongiurare l’idea che sia un’osservazione di ordine “morale”, a farci considerare quello di Miccoli soprattutto un problema culturale, basterebbe convincere i Miccoli d’Italia, che sono parecchi, che la cultura non è una necessità etica; ma un vantaggio sociale.
Per dirla come la si direbbe a bordo del Suv sul quale è avvenuta la misera conversazione tra Miccoli e il suo amico: la cultura fa diventare molto più fichi.
Dà un peso differente a quello che si dice, lo rende meno ovvio e risaputo, e può capitare addirittura che aiuti a rendersi interessanti con le femmine.
Proprio la malavita, con rarissime eccezioni, è la conferma più eclatante che nemmeno le montagne di quattrini bastano a conquistare la dignità sociale quella vera: quella fondata sul rispetto degli altri e non sul terrore o sul ricatto.
Carichi di miliardi ma inchiodati alla croce della loro ignoranza, questo sono la gran parte dei boss conosciuti, uditi parlare un italiano stentato, snidati da ville burine dove conducono vite burine pur avendo un reddito che gli permetterebbe il Bello: ma il Bello non lo conoscono, non lo riconoscono.
Il tipo di musica e di svago e di festose celebrazioni – ancorchè sotto l’egida di Santi Patroni e relative sagre – prediletti dalla malavita sono, e non per caso, fonte di diffusa ilarità tra gli umani di altro ceto; e di autentico culto per gli amanti del kitsch, che poi sarebbe, tradotto per i Suv, il cattivo gusto.
Soprattutto di cattivo gusto, anzi di pessimo gusto, è sfrecciare per Palermo in compagnia di un boss ghignando su Falcone.
Il Suv può essere condonato. Il resto no.
In una casa operaia con quattro libri alle pareti c’è più dignità che nella più sontuosa reggia del narcotraffico.
Miccoli cerchi di leggere un paio di libri e visitare un paio di mostre.
Vedrà che cambierà amicizie.
Michele Serra
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Maggio 25th, 2013 Riccardo Fucile
NAPOLITANO: “ESEMPIO PER CHI LOTTA CONTRO LA MAFIA”
Padre Pino Puglisi è stato proclamato beato. 
A leggere la lettera apostolica, in latino, dall’altare allestito al Foro italico di Palermo, è stato il cardinale Salvatore De Giorgi, rappresentate del sommo pontefice. Centomila fedeli esultanti questa mattina nel prato del Foro Italico hanno salutato la beatificazione di padre Pino Puglisi.
Provenienti da ogni parte della Sicilia e dell’Italia, sono sacerdoti, famiglie, soprattutto giovani a cui il prete ucciso dalla mafia il 15 settembre del 1993 ha dedicato gran parte del suo ministero.
Sono giunti anche dalla piccola Godrano, dove il «prete della gente» è stato impegnato negli anni Settanta, soprattutto a ridare fiducia e unità a una comunità divisa e colpita dalla violenza mafiosa.
E c’è Brancaccio, dove si è consumato il martirio di don Pino.
Magliette bianche e cappellini colorano questa giornata vissuta in uno scenario scaldato dal sole, appena temperato da una brezza, e dominato dal mare.
LA CELEBRAZIONE
La celebrazione, iniziata alle 10.30, preceduta dagli inni dello Stato pontificio e d’Italia, è stata presieduta dall’arcivescovo cardinale Paolo Romeo.
«Il martirio di padre Puglisi richiama l’educazione delle coscienze – ha ribadito il cardinale Romeo prima della messa- e la Chiesa deve essere in prima linea. La Chiesa è felice, deve esserlo tutta la comunità ».
Alla celebrazione eucaristica hanno preso parte 40 vescovi, 750 presbiteri e 70 diaconi, 250 i giornalisti accreditati.
Tra le autorità Piero Grasso, presidente del Senato, il ministro dell’Interno Angelino Alfano, il ministro della Giustizia, Annamaria Cancellieri, Giampiero D’Alia, Ministro per la Pubblica amministrazione, Sergio Mattarella, giudice costituzionale, Alessandro Marangoni, capo della Polizia facente funzioni, Rosario Crocetta, presidente della Regione siciliana, Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, e il sindaco di Godrano fra i tanti dei Comuni dell’arcidiocesi.
NAPOLITANO
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato all’Arcivescovo di Palermo, Cardinale Paolo Romeo, un messaggio in cui esprime la sua personale vicinanza «alla figura di un sacerdote il cui martirio costituisce una grande testimonianza di fede cristiana, di profonda generosità e di altissimo coraggio civile». «L’orrore suscitato in tutto il paese – sottolinea il Presidente della Repubblica – dal barbaro assassinio di Don Puglisi rimarrà nella memoria di tutti noi e la sua intensa e feconda esperienza pastorale, svolta sempre nelle realtà più difficili della Sicilia, continua a rappresentare un esempio per tutti coloro che non intendono piegarsi alle prevaricazioni della criminalità mafiosa».
(da “il Corriere della Sera“)
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Maggio 23rd, 2013 Riccardo Fucile
NELL’INCHIESTA DELLA PROCURA DI CATANZARO I NOMI DEGLI EX D’AMBROSIO E MARUCCIO
È un groviglio di interessi che coinvolge ‘ndrangheta e massoneria l’inchiesta denominata Lybra, coordinata dalla procura distrettuale di Catanzaro.
Ventiquattro le persone finite in carcere giovedì con l’accusa di associazione a delinquere.
Uomini delle cosche come i Tripodi, un clan molto influente nel Vibonese, legato ai Mancuso di Limbadi, faccendieri e massoni come Francesco Comerci, amministratore di alcune imprese edili prestanome dei Tripodi e, titolari di ditte edili.
VOTI IN CAMBIO DI APPALTI
Nell’inchiesta che porta la firma del procuratore aggiunto Francesco Borrelli e del sostituto Pierpaolo Bruni emerge un quadro di collusioni tra la ‘ndrangheta e personaggi politici cui le cosche avrebbero chiesto, in cambio di voti, di entrare nel settore degli appalti pubblici.
Gli interessi del clan Tripodi, infatti, partono dalla Calabria per raggiungere la Lombardia, e si diramano in Veneto e nella Capitale dove trovano l’appoggio di politici influenti come Vincenzo Maruccio, ex assessore dell’Idv nella giunta Marrazzo ed ex consigliere di minoranza con la giunta Polverini, e dell’ex vice presidente del consiglio regionale del Lazio Raffaele D’Ambrosio (Udc), pronti a trattare con i clan che in cambio di appalti s’impegnavano a raccogliere voti.
In questa inchiesta i due ex consiglieri non sono indagati, ma in altre sì: Maruccio per lo scandalo dei fondi ai gruppi della Pisana insieme a Franco Fiortio, il «Batman di Anagni»; D’Ambrosio per la nomina a segretario del consiglio regionale di Nazzareno Cecinelli.
IL CLAN PUNTA A UNA SOCIETA’ DI BRESCIA
Tutto parte quindi con gli interessi dei Tripodi in Lombardia.
Il clan del Vibonese mira ad espandersi.
A Milano Massimo Murano, legato ai Tripodi, entra in contatto con Guido Della Giacoma, legale rappresentante della Medialink Italia, la società di Brescia che si occupa di sviluppare soluzioni di telecomunicazioni.
Il manager capisce subito le intenzioni dell’uomo. Murano è vicino a Carmelo Novella, il boss di Guardavalle ucciso perchè coltivava l’idea di costituire in Lombardia un progetto autonomista della ‘ndrangheta.
L’assunzione in Medialink di Massimo Murano era una sorta di «garanzia» quindi per Della Giacoma.
Gli interessi del clan calabrese andarono però ben oltre la semplice assunzioni di elementi della cosca.
La prima pretesa di Murano fu quella di costringere l’amministratore della società bresciana a stringere rapporti d’affari con la ditta Edil Sud di Francesco Comerci, prestanome dei Tripodi. Comerci è un faccendiere con amicizie anche influenti nel mondo della politica romana.
GLI AMICI ROMANI DEL FACCENDIERE
Nell’interrogatorio del 6 novembre del 2012 Comerci ha ammesso di aver partecipato a una cena elettorale con il candidato al Consiglio regionale del Lazio Raffaele D’ambrosio, al quale promise un appoggio elettorale.
Ma non erano le uniche amicizie romane importanti di Comerci.
Il faccendiere aveva un ottimo rapporto con Giulio Violati, marito di Maria Grazia Cucinotta. Violati è un importante imprenditore con interessi nel mondo del cinema e delle assicurazioni.
Le conoscenze di Comerci erano un buon biglietto da visita per i Tripodi. Che intanto attraverso velate minacce avrebbero cercato di estorcere soldi a Della Giacoma.
Il rappresentante della Medialink per frenare le pretese dei Tripodi, manifestate attraverso Murano e lo stesso Comerci, indicò ai due l’esistenza di un bando di appalto da parte dell’Associazione Industriali di Roma per un importo di alcune centinaia di milioni di euro.
Si trattava di eseguire un progetto per la realizzazione di fibre ottiche nella Capitale.
A CACCIA DI APPALTI
«Mi recai a Roma dove mi raggiunse il Comerci che mi disse che c’era l’opportunità di parlare con un esponente politico di primissimo piano affinchè potessimo inserirci come Medialink nell’esecuzione dei lavori», ha spiegato ai pm Della Giacoma.
Il manager, Comerci, il suo commercialista Nunziato Grasso e un certo professor Festa s’incontrano, infatti, in un ufficio che sarebbe stato un’articolazione della camera dei Deputati.
A quell’incontro era presente anche Giulio Violati.
Il professor Festa avrebbe chiesto a Violati la possibilità di cercare un contatto con Aurelio Regina, presidente degli industriali di Roma, proprio per ottenere una «spinta» per l’aggiudicazione dell’appalto.
Cosa che Violati fece – secondo il racconto di Della Giacoma -.
TANGENTI PER LA RICOSTRUZIONE DELL’ABRUZZO
Comerci, Festa e Della Giacoma si sarebbero poi recati in un ufficio a piazza Rondanini. In quella mansarda — racconta il manager della Medialink — «ebbi modo di sentire che si parlava di appalti per la ricostruzione dell’Abruzzo».
Nel corso della conversazione, a cui non partecipò il presidente degli industriali di Roma, a Della Giacoma fu fatto questo ragionamento: per far entrare nel mercato romano degli appalti la Medialink occorreva far parte di un club e stipulare un contratto di consulenza per un importo iniziale di 50.000 euro a favore di una non meglio specificata società .
Per il manager bresciano era una evidente richiesta di tangente. «Devo sottoporre questa richiesta al consiglio d’amministrazione della società » – disse Della Giacoma – e si defilò.
Carlo Macri
(da “il Corriere della Sera“)
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Maggio 20th, 2013 Riccardo Fucile
“BORSELLINO INDAGAVA SU CIANCIMINO”
I misteri dell’agenda rossa di Paolo Borsellino non finiscono mai.
Ora, dopo ventuno anni, si scopre che c’erano immagini del dopo strage mai segnalate ai magistrati che indagano.
È andata davvero così?
«Assolutamente sì, il fotogramma di quell’oggetto che somiglia a un’agenda rossa non ci è stata mai comunicata. O non l’hanno ritenuta importante o non l’hanno vista, chissà ».
Parla il procuratore capo della repubblica di Caltanissetta Sergio Lari, il magistrato che insieme ai suoi colleghi del pool antimafia ha ribaltato le indagini sulla strage di via Mariano D’Amelio scoprendo nuovi assassini, falsi pentiti, errori giudiziari, depistaggi polizieschi.
E adesso che farete, il filmato dei vigili del fuoco ce l’avete già , quale sarà la prossima mossa investigativa?
«Per domani mattina (oggi, ndr) alle 9 ho già convocato la direzione distrettuale antimafia, intorno a un tavolo ci saranno tutti i pm e anche i funzionari della Dia che seguono le indagini su Capaci e su via D’Amelio. Subito dopo trasmetteremo una delega alla polizia scientifica di Roma: sono necessari accertamenti, dobbiamo capire esattamente cos’è quella macchia rossa».
I misteri sull’agenda non finiscono mai ma, a quanto pare, anche le vostre indagini. Sono cominciate nel giugno del 2008 con il pentimento di Gaspare Spatuzza e, anno dopo anno, emerge sempre qualche frammento di verità .
«Sull’agenda rossa da una parte seguiamo gli sviluppi dibattimentali del quarto processo Borsellino – fra qualche giorno ascolteremo per esempio testimoni chiave come il consigliere Giuseppe Ayala – e dall’altra ci sono spunti investigativi che non abbiamo mai abbandonato. È materia segreta e non ne posso parlare».
Sull’agenda rossa?
«Anche sull’agenda rossa. Sappiamo con certezza che il povero Paolo Borsellino quel pomeriggio del 19 luglio era sceso dall’auto e aveva citofonato alla madre, la stava aspettando per portarla dal dottore. Se avesse avuto l’agenda in mano quel diario sarebbe andato in cenere… nell’esplosione si sono liquefatte perfino le armi dei poliziotti di scorta… ma se l’agenda l’ha lasciata nell’auto blindata o dentro la borsa, gli scenari che si aprono sono altri e tanti…».
Perchè, secondo lei, c’è un’Italia così interessata all’agenda rossa di Borsellino? Perchè tutta questa attenzione?
«Perchè c’è molta sete di verità . Perchè gli italiani provano un sentimento forte verso quell’uomo che è stato un vero eroe del nostro tempo. E poi perchè tutti vogliamo sapere quali erano i suoi pensieri subito dopo l’uccisione del suo amico Giovanni Falcone».
Un’idea lei ce l’ha?
«Io penso – lo pensiamo tutti qui alla procura di Caltanissetta – che Paolo Borsellino abbia registrato sull’agenda quegli incontri di Cosa Nostra, attraverso Vito Ciancimino, con rappresentati delle istituzioni».
La famosa trattativa.
«Si, la trattativa».
Da almeno cinque anni indagate anche voi magistrati di Caltanissetta sul fronte dei mandanti esterni alle stragi, ci può fare il punto sulle inchieste?
«Più che mandanti esterni io preferisco chiamarli “concorrenti”. Intanto, non sappiamo chi c’era insieme a tre mafiosi nel garage dove hanno riempito di esplosivo l’auto che doveva saltare in aria in via D’Amelio. Il pentito Spatuzza non lo sa… ci ha detto solo che quell’uomo non era di Cosa Nostra. Certo, il boss Giuseppe Graviano dovrebbe conoscerlo… Poi non sappiamo ancora la provenienza di gran parte dell’esplosivo utilizzato, solo una minima parte è stato ripescato nel mare davanti a Porticello. Da dove proveniva l’altro? E non sappiamo da dove proveniva nemmeno il telecomando. Stiamo ancora rivedendo tutti gli atti, dall’inizio».
Procuratore, ci faccia il bilancio delle investigazioni che ci hanno dato un’altra verità sulla strage
«Sette uomini scarcerati dopo la nostra richiesta di revisione dei processi bis e ter… si erano già fatti quasi diciotto anni di galera… e poi nove nuovi responsabili individuati, fra i quali Giuseppe Graviano e Salvo Madonia. Abbiamo scoperto tanto ma non tutto. E continuiamo».
Da molto tempo ci sono tre poliziotti ancora indagati per calunnia, sono dentro una complicata vicenda dove si allungano ombre di depistaggi decisivi per le indagini. Quando deciderete la loro posizione?
«Quando avremo chiaro il quadro complessivo. Credo che lo faremo alla fine del quarto processo Borsellino, quello che si sta ancora celebrando».
Attilio Bolzoni
(da “La Repubblica”)
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Maggio 19th, 2013 Riccardo Fucile
SFIORATO LO SCOGLIMENTO PER INFILTRAZIONI DELLA CAMORRA, IL COMUNE VA AL VOTO ANTICIPATO CON 600 CANDIDATI SU 64.000 ABITANTI…QUATTRO ANNI FA LA CAMORRA UCCISE UN CONSIGLIERE COMUNALE PD E LE LISTE SONO PIENE DI INQUISITI
Spulci le 19 liste schierate alle amministrative di Castellammare di Stabia (Napoli) e trovi
candidati al consiglio comunale in due civiche alleate del Pdl il figlio di Luigi D’Apice, detto ‘Giggino ‘o ministro, personaggio di spicco della criminalità organizzata del quartiere di Ponte Persica, condannato con sentenza definitiva a 4 anni di reclusione per accuse di associazione camorristica, e il fratello di Giovanni Avitabile, ritenuto vicino al clan D’Alessandro, detenuto per gli stessi motivi.
Ce ne sarebbe abbastanza per alzare la guardia.
Ma a differenza della vicina Portici (Napoli), dove la scoperta della presenza in una lista Udc della nipote del boss Luigi Vollaro è seguita l’immediata presa di distanza del candidato sindaco magistrato Nicola Marrone, che ha chiesto e ottenuto il ritiro della ragazza dalla competizione elettorale, qui le ‘parentele ingombranti’ restano in campo.
E contemporaneamente Antonio Pentangelo, il candidato sindaco di Castellammare sostenuto dal Pdl e da altre sei liste, dichiara: “Non voglio i voti della camorra e spero che i miei avversari vogliano sottoscrivere con me questo patto comune”.
Come se il problema non riguardasse la sua coalizione, ma risiedesse altrove.
Benvenuti nella città delle Terme: 64.000 abitanti, circa 600 candidati, la camorra che quattro anni fa arrivò ad uccidere il consigliere comunale del Pd Gino Tommasino e poi si scoprì che uno dei suoi killer era iscritto ai democrat, lo scioglimento per infiltrazioni camorristiche sfiorato, una profonda crisi industriale in atto e il ticchettio della crisi Fincantieri che mette in ansia quasi 2000 operai tra dipendenti dello stabilimento e dell’indotto.
Si va al voto anticipato per una crisi di palazzo: il sindaco uscente in quota Pdl Luigi Bobbio, primo azzurro alla guida della Stalingrado rossa del Sud, è caduto a metà mandato sotto i colpi dei franchi tiratori e si ricandida senza il simbolo, assegnato a Pentangelo.
Bobbio lancia durissimi comunicati sul rischio che la camorra si sia insinuata nelle liste del centrodestra ‘ufficiale’.
Gli avversari gli ricordano che è indagato due volte, una per la nomina del superconsulente Francesco De Vita, costato centinaia di migliaia di euro tra parcelle e dispendiosi rimborsi spese, l’altra per l’assunzione del suo autista in una società partecipata del Comune.
Scorie di una tormentata stagione amministrativa.
Alle quali si aggiungono veleni vecchi e nuovi sui curriculum dei nomi in campo. E sul loro passato.
Elenco lungo.
Un candidato sindaco indipendente compare nei verbali del pentito Vincenzo Procida, ras di camorra defunto in un incidente stradale, come persona “protetta” dal clan.
E così non dovette sottostare al pizzo.
Cinque consiglieri comunali uscenti e ricandidati sono inquisiti nello scandalo dei rimborsi truccati, incassati per presenze fittizie nelle commissioni consiliari.
Due inquisiti di questa sorta di ‘Gettonopoli’ peraltro compaiono anche nelle dichiarazioni di uno degli assassini di Tommasino, Salvatore Belviso, come intermediari in una vicenda di assegnazione di parcheggi.
Una fu cacciata da una vecchia giunta di centrosinistra per aver partecipato al funerale del boss Michele D’Alessandro.
C’è infine un indagato dell’inchiesta sui rimborsi truccati nel consiglio regionale della Campania, per aver fornito una fattura falsa a nome del suo albergo: è il figlio di un condannato con sentenza passata in giudicato per favoreggiamento personale al boss della Nuova Camorra Organizzata Raffaele Cutolo, un imprenditore stabiese che ebbe un ruolo nella trattativa tra Dc e camorra per favorire la liberazione dell’assessore regionale Ciro Cirillo, rapito nel 1981 dalle Brigate Rosse.
Vincenzo Iurillo
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: elezioni, Giustizia, mafia | Commenta »