Marzo 26th, 2012 Riccardo Fucile
DA QUANDO E’ STATA VARATA LA LEGGE NEL 1991, BEN 217 ENTI LOCALI SONO STATI SCIOLTI PER INFILTRAZIONI MAFIOSE… NUMERI DESTINATI A SALIRE
I numeri dei Comuni sciolti per infiltrazione mafiosa contribuiscono a chiarire il livello di penetrazione delle organizzazioni criminali nel nostro Paese.
Attualmente sono 22 gli enti locali che non hanno un sindaco, una giunta democraticamente eletta a guidarli, ma una commissione prefettizia che è intervenuta per restituire credibilità allo Stato, inquinato da condizionamenti e infiltrazioni malavitose.
L’iter per l’azzeramento è semplice.
Il Prefetto invia una commissione di accesso presso l’ente, verificata la compromissione degli organi politici, il governo dispone lo scioglimento con decreto del presidente della Repubblica. Una triade di commissari gestisce il Comune fino a nuove elezioni.
Dei 23 comuni a guida prefettizia, 3 si trovano al nord: due sono in Liguria, Bordighera e Ventimiglia, entrambi in provincia di Imperia, e uno in Piemonte, il comune di Leinì.
Enti locali condizionati dal potere delle ‘ ndrine insediate da anni nel nord del nostro paese. Leinì fa parte dei 7 Comuni sciolti per mafia nell’ultimo Consiglio dei Ministri che ha azzerato anche Pagani e Gragnano, in Campania; Bova Marina e Platì in Calabria; Salemi e Racalmuto in Sicilia.
In tutto, dal 1991 — anno di introduzione della legge — i Comuni sciolti per condizionamento mafioso sono stati 217, numero che comprende anche le 4 Asl, aziende sanitarie locali, azzerate perchè asservite al potere criminale.
Le mafie, in combutta con il potere politico, controllano appalti, posti di lavoro e pianificano la devastazione del territorio.
Un numero, quello dei comuni sciolti, destinato a salire, visto che sono 9 le commissioni di accesso attivate presso altrettanti Comuni per verificare eventuali condizionamenti.
Quella più clamorosa si è insediata a Reggio Calabria, roccaforte elettorale e politica dell’attuale governatore della regione Giuseppe Scopelliti.
Un fenomeno, le mani dei clan sui Comuni, che ha caratterizzato prevalentemente le regioni del mezzogiorno (Campania in testa).
Al nord, fino al dicembre 2010, erano state sciolte solo 2 amministrazioni: Bardonecchia, in provincia di Torino, nel 1995, e Nettuno, in provincia di Roma, nel 2005.
“I casi degli ultimi tre scioglimenti al nord — spiega Enzo Ciconte, docente di Storia della criminalità organizzata all’Università Roma Tre — sono un buon segnale. Vuole dire che si comincia a cercare, finora non si era fatto nulla. Conveniva far passare l’idea che le mafie non esistessero. Per molti era meglio non parlarne per non deturpare il volto della regione, l’immagine del nord onesto e ricco”.
Una disattenzione, figlia anche della volontà politica.
Gli scioglimenti sono decisi dai governi.
“Un caso macroscopico — continua Ciconte — è stato Fondi, in provincia di Latina, che il governo Berlusconi non ha voluto sciogliere. C’era il rischio di creare un caso analogo con Salemi. Hanno cercato di fare la stessa operazione, ma il governo Monti è intervenuto”.
Salemi, in provincia di Trapani, era il comune guidato da Vittorio Sgarbi, sciolto nell’ultimo Consiglio dei ministri per condizionamento della mafia. “Le mafie non guardano destra o sinistra — conclude Ciconte — si infiltrano anche perchè in questa fase le organizzazioni criminali portano denaro liquido, drenano l’economia”.
Uno studio di Legautonomie Calabria dimostra che il colore politico non conta nelle infiltrazioni dei Comuni.
Il Procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha più volte ribadito che ci sono zone del paese dove lo stato fatica ad infiltrarsi: il dato dei Comuni sciolti due volte ne è la riprova.
Sono 36 quelli che hanno bissato l’azzeramento in questi 21 anni di applicazione della legge. Enti locali che sembrano segnati dal malaffare e dall’incuria politica.
Un caso è quello di Casal di Principe, nel casertano, due volte sciolto per mafia, dove c’è la possibilità di invertire la rotta.
L’ex primo cittadino Renato Natale ha deciso di candidarsi chiedendo ai partiti di farsi da parte e lasciare vincere la società civile.
Un segnale in terra di camorra perchè lo stato torni a infiltrarsi.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 21st, 2012 Riccardo Fucile
ESCLUSI DALLE LISTE CHI E’ COINVOLTO IN PROCEDIMENTI GIUDIZIARI RELATIVI A REATI LEGATI ALLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA, DALL’ESTORSIONE AL RICICLAGGIO
Benedetto Della Vedova lo definisce “un appello allo spirito civico e legalitario di tutti i partiti”, Antonino Lo Presti ne annuncia l’adozione per tutti i candidati di cui è capolista per Fli a Palermo, per Fabio Granata si tratta della “dimostrazione che la politica sa fare due passi in avanti, dandosi delle regole e rispettandole”.
E’ il Codice etico per le candidature alle elezioni amministrative che la commissione Antimafia approvò, all’unanimità , due anni fa in vista delle elezioni regionali, e che Futuro e libertà ha deciso di adottare formalmente.
In sostanza, l’autoregolamentazione dispone che non sia candidato chiunque, a seguito di un rinvio a giudizio, risulti coinvolto in procedimenti giudiziari relativi a reati legati all’attività tipica della criminalità organizzata, dall’estorsione al riciclaggio, dal traffico illecito di rifiuti ai delitti le cui caratteristiche rientrino nelle attività a carattere mafioso.
Granata, nel corso della conferenza stampa a Montecitorio, ricorda che alle ultime elezioni regionali sono risultati eletti in altri partiti 48 persone che in base al Codice non avrebbero nemmeno dovuto essere candidate.
“Per motivi di costituzionalità — aggiunge — legati alla presunzione di non colpevolezza fino a giudizio definitivo, questa proposta non può avere valore legislativo ma ne ha uno fortemente politico. Però, i partiti, e comunque intanto lo facciamo noi, dicono da subito che non si può aspettare la Cassazione e che non succede nulla se chi ha un problema di questa natura resta fuori dalla vita pubblica per un giro.
E Granata ha annunciato, inoltre, che “Fli rilancerà su questo fronte anche nella prospettiva delle elezioni politiche: sia nel caso che la legge elettorale cambi, sia nel caso il ‘porcellum’ resti in vigore”, perchè “il Codice è una garanzia per tutti i cittadini sul piano del contrasto alla criminalità ”
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Marzo 21st, 2012 Riccardo Fucile
IL FIGLIO IN UNA INTERVISTA AVEVA CRITICATO IL PIRELLONE PER LE ULTIME VICENDE GIUDIZIARIE… CELEBRANO UN “EROE BORGHESE” UCCISO DALLA MAFIA E CACCIANO I CONGIUNTI
Oggi il Pirellone ricorderà Giorgio Ambrosoli, ‘eroe borghese’, il liquidatore del Banco
Ambrosiano ucciso dalla mafia su ordine di Michele Sindona nel 1979.
Ma al ricordo non sarà presente il figlio, Umberto, che pure era stato contattato qualche settimana fa e aveva dato la sua adesione.
Il motivo: le frasi dette da Ambrosoli sulle vicende giudiziarie che coinvolgono molti esponenti della Regione in una intervista a Repubblica, due settimane fa.
Una richiesta a Formigoni di azzerare la giunta che non sarebbe piaciuta ai vertici del Pirellone, tanto da decidere per l’incredibile esclusione del figlio di Ambrosoli (e di ogni altro membro della famiglia) dalla cerimonia della Giornata dell’impegno contro le mafie e in ricordo delle vittime che si terrà nell’auditorium Gaber.
Come anticipa il sito Affaritaliani, gli studenti milanesi verranno accolti da rappresentanti delle istituzioni (non dovrebbe esserci l’indagato Davide Boni) e poi ci sarà la proiezione del film di Michele Placido su Ambrosoli, con una introduzione dell’ex magistrato Giuliano Turone.
Non vuole polemizzare per la scelta, Umberto Ambrosoli, ma dice: «Chi andrà alla cerimonia avrà la possibilità di vedere quante declinazioni possibili esistono del senso di responsabilità ».
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Marzo 18th, 2012 Riccardo Fucile
DALL’INCHIESTA DELLA PROCURA DI SAVONA CHE HA PORTATO IN CARCERE ANTONIO FAMELI, EMERGONO I SUOI CONTATTI CON IL PROCURATORE VINCENZO SCOLASTICO…”IN QUALSIASI SITUAZIONE CHE TI TROVI, FAI IL MIO NOME, CHIAMA ME”
Uomini vicini alla ‘ndrangheta in rapporto con il capo dell’antimafia di Genova, il procuratore Vincenzo Scolastico.
Il tutto, rigorosamente annotato nell’ordinanza che poche settimane fa ha portato in carcere Antonio e Serafino Fameli.
Nell’inchiesta, che imputa ai Fameli una girandola di intestazioni fittizie, società estere e investimenti immobiliari in Sudamerica tramite prestanome, emerge più volte il nome di Vincenzo Scolastico, per anni procuratore capo a Savona e ora coordinatore della Dda a Genova.
A far emergere questi inquietanti rapporti è stata una lite tra il faccendiere di Loano e il figlio Serafino, che dal Brasile curava i suoi interessi.
Un “normale” scontro interfamiliare per la vendita di un appartamento in Brasile, che sfocia nelle minaccia di Serafino di rivelare tutti i possedimenti del padre: “Quando faccio comodo sono anche io tuo figlio — scrive in una email — . Questa dovrebbe essere la mia famiglia? No grazie, preferisco non farne parte!!!”
Per poi proseguire: “Smettila di fare minacce che tanto lo sai che non mi fai paura, anzi mi fai incazzare di più …Ti avverto che sto preparando due dossier, che se continui a rompere le palle, mi riservo di mandare agli ordini competenti … poi si che son cazzi vostri”.
Pronta la risposta del padre, che gli investigatori ritengono contiguo alla potente cosca Piromalli: “Puoi mandare qualunque dossier in Italia che io non ho paura, perchè la giustizia sa già tutti i miei giri di proprietà e di società che sono tutti miei prestanome, e questo l’ho comunicato tempo fa anche al Dott. Scolastico, della Dda di Genova”.
Immediata la risposta dello stesso procuratore: “Mai incontrato Fameli, quando ero a Savona lo indagai per due volte per truffa facendolo condannare e chiedendo per lui l’ applicazione delle misure antimafia. Se lui si è proposto come confidente è questione che riguarda la polizia giudiziaria”.
Ma questo non è l’unico passaggio in cui compare il nome dell’ex procuratore capo di Savona, che ha fermamente rigettato qualsiasi commistione: “L’altro giorno è arrivato uno della Dia — racconta Fameli al telefono — m’ha detto me manda il Procuratore Scolastico, vorrei sapere quella persone dove abita, io ho detto dove abita, io sto collaborando e il casinò (la sala giochi posta al pian terreno della Villa Fameli, sull’Aurelia, ndr) non vien toccato per niente! … A me Scolastico m’ha detto … in qualsiasi situazione che ti trovi fai il mio nome … Chiunque che sia chiama me!”.
Se di millanterie si tratta, però, il Fameli le ha condivise con parecchie persone, fino a delineare un suo ruolo di informatore della procura.
“Se questo va dire che è il suo prestanome — obietta un giorno l’avvocato di Fameli, Claudia Marsala — non è mica una bella cosa commendatore”.
“Lo sanno già tutti avvocato — risponde lui al solito — tutti lo sanno, lo sanno i carabinieri, la polizia, tutti … Scolastico … tutti … tutti lo sanno che è un mio prestanome.
L’avvocato Claudia Marsala è la moglie del luogotenente dei carabinieri Pier Luigi Stendardo, che compare più volte nell’inchiesta, pur non essendo indagato.
Di lui parla la segretaria di Antonio Fameli, Maria Antonietta Barile: “Fameli faceva l’informatore di Stendardo — dichiara — in relazione a eventuali reati di cui lui veniva a conoscenza, ad esempio qualche reato commesso da qualche straniero cui lui aveva affittato un appartamento”.
In cambio si poteva ricorrere a lui in caso di movimenti strani: “Ricordo di aver visto un’autovettura, che si era fermata di fronte al locale e mi sembrava facesse delle foto, auto che ho poi visto ripassare. Chiamai allora Stendardo dandogli il numero di targa. Fameli mi aveva detto che Stendardo era uno della squadra mobile di Savona, (in realtà in forza al nucleo investigativo carabinieri) che era il marito dell’avvocato Claudia Marsala e che se avessi mai visto qualcosa di strano o preoccupante, avrei dovuto chiamare Stendardo”.
Il ruolo di informatore della Procura non sarebbe una novità per l’imprenditore di Loano, stando alle dichiarazioni del ex comandante dei carabinieri Michele Riccio (e cognato dell’avvocato Marsala), condannato in via definitiva a quattro anni e mezzo per aver favorito i suoi confidenti.
Nel processo che nel corso degli anni ’80 lo vedeva imputato per omicidio, Riccio, insieme con altri funzionari della procura di Savona, testimoniò che Fameli non solo non apparteneva alla ‘ndrangheta, ma che era stato di grande aiuto nelle indagini. Di sicuro aiutando le forze dell’ordine a catturare alcuni ‘ndranghetisti latitanti che si nascondevano fra il Ponente Ligure e la costa Azzurra. Fra questi Pino Scriva, che poi divenne il suo principale accusatore.
Scrive il gip Donatello Aschero nell’ordinanza di arresto che Fameli “ama da sempre tenere contatti con i magistrati, carabinieri, esponenti delle forze dell’ordine, vantandosi di ciò apertamente e ritenendo che questa sua condotta lo renda immune da conseguenze penali” e “con riferimento all’inquinamento probatorio , si muove invece su una linea molto più pericolosa e ambigua, contattando continuamente appartenenti all’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza e tentando ripetutamente … contatti e il coinvolgimento del procuratore aggiunto di Genova”.
Scolastico non è nuovo alle polemiche.
Specialmente a quelle sollevate dalla Casa della Legalità , che pochi mesi fa ha presentato un esposto alla procura di Torino contro di lui, perchè secondo l’associazione aveva divulgato informazioni ancora coperte dal segreto investigativo, nella relazione presentata alla Commissione parlamentare antimafia in visita a Genova.
Il riferimento è alle notizie che il giorno dopo tutti i giornali locali scrivevano a proposito di Carmelo Gullace, altro personaggio che le relazioni antimafia da anni indicano come elemento di spicco della cosca Raso-Gullace- Albanese, pur senza essere mai stato condannato in via definitiva.
In quella relazione, “riservata” ma non “segretata”, dopo aver sommariamente elencato tutti i principali procedimenti, il procuratore capo esaminava in maniera dettagliata le indagini su Gullace, con riferimenti ai vertici organizzativi della cosca, a politici calabresi coinvolti e a una finanziaria lecchese.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 17th, 2012 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DELLA “CASA DELLA LEGALITA”: “NON CI PRESTIAMO A FARE DA PARAVENTO AD UNA POLITICA E AD UN’IMPRESA CHE CON LA MAFIA FA AFFARI”….”LIBERA” SOLO DI NOME, MAI UNA DENUNCIA, PROMUOVE SOLO ILLUSIONI, VIVENDO DI OPERAZIONI MEDIATICHE”
Su “Libera” bisogna una volta per tutte dirsi la verità .
Con tutto il rispetto per i parenti delle vittime di mafia e di quanti, in buona fede, sono oggi all’appuntamento promosso da Libera a Genova, noi non possiamo esserci.
Libera ha scelto da tempo di essere il “paravento” di una politica e di certa impresa che con le mafie ha fatto e fa ottimi affari.
Noi a questo “gioco”, in cambio di visibilità e soldi, non ci siamo mai prestati e mai ci presteremo.
Crediamo che la lotta alle mafie sia una cosa seria in cui, prima di tutto, occorre onestà intellettuale e realismo.
Vivere nell’illusione non serve e Libera promuove un “illusione” utile a farsi sentire meglio, ma sopratutto utile a certa politica per coprire le proprie indecenze…
Utile a non cambiare nulla.
Se sappiamo, come ci ricordava Caponnetto, che le mafie temono più l’attenzione dell’ergastolo, Libera questo “dettaglio” se lo è dimenticato.
Mai un nome e cognome… mai un indice puntato… solo e sempre un parlare di mafia come se questa fosse un ectoplasma.
Non è solo questione di “metodi” diversi.
E’ ben altro.
Per questa giornata genovese di Libera, ci sono stati palchi e presenze che rappresentano un insulto alla decenza, con amministratori pubblici locali “amici degli amici”, a partire dal presidente della Regione Claudio Burlando e scendendo verso molteplici amministratori di Comuni e Province.
Soggetti che hanno dato e continuano a dare lavori e concessioni, soprattutto attraverso società pubbliche, a imprese di note famiglie mafiose, anche quando si è in presenza di misure interdittive (come anche nel caso eclatante proprio del Comune di Genova) o quando le imprese sono prive della certificazione antimafia.
Questa ipocrisia per noi è intollerabile.
Lo strabismo, il piegare la lotta alla mafia ad un colore politico o a certa politica in cambio di soldi e visibilità , non è tollerabile e provoca danni. Prendiamo il presidente onorario di Libera, Nando dalla Chiesa.
A Milano fa grandi proclami contro le mafie, indica le collusioni con le Amministrazioni di centrodestra a Milano, ma poi a Genova, da consulente dell’amministrazione comunale della Vincenzi, ha coperto come polvere sotto il tappetino, indecenze assolute e gravissime.
Mai una denuncia… mai un nome e cognome!
Un esempio concreto, per andare oltre all’aspetto politico, viene poi, in terra di Liguria, anche dal settore delle imprese.
Qui, nella capitale del Partito del Cemento, posizione di rilievo hanno le grandi cooperative emiliane, come la Coopsette e Unieco, oltre alla “ligure” Abitcoop.
Cooperative che nei propri cantieri hanno dato lavoro – senza manco vergognarsi ed anzi ribadendo sempre che tutti gli incarichi erano a norma di legge – ai MAMONE (Coopsette ed Unieco), ai FOTIA (Unieco e Abitcoop), ai PELLEGRINO (Abitcoop).
E chi è uno tra i principali sponsor di Libera?
Proprio la Lega delle Cooperative, così come anche direttamente lo è l’Unieco!
“Libera” da tempo è tale solo nel nome, purtroppo.
Ha scelto di essere una “colonia”, abbandonando ciò che era alle origini.
E’ una scelta che nega quell’indipendenza necessaria per un efficace, credibile e corretta lotta alle mafie.
Vivere di operazioni mediatiche non serve a produrre un cambiamento reale e tanto meno a sconfiggere le mafie.
Quella di oggi a Genova è l’ennesima farsa dove Libera fa salire sul palco l’indecenza presentandola come decenza.
E’ un pessimo segnale e per noi è intollerabile.
Casa della Legalita
Ufficio di Presidenza
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Marzo 14th, 2012 Riccardo Fucile
DA SCHIFANI A ROMANO, DA COSENTINO A DECINE DI POLITICI, TUTTI SPERANO NELL’ABOLIZIONE DEL REATO DI “CONCORSO ESTERNO” IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA
Potenti o non potenti, questo è il dilemma. 
Tutti aggrappati alle parole del Pg della Cassazione Francesco Iacoviello.
Tutti sperano nell’abolizione del reato.
Se il concorso esterno pende come una spada di Damocle su illustri inquisiti, come il presidente del Senato Renato Schifani, l’ex ministro Saverio Romano e l’editore Mario Ciancio (oltre ovviamente a Marcello Dell’Utri che, dopo l’annullamento della Cassazione, resta condannato in primo grado a 9 anni), lo scontro politico è garantito. Se invece va a colpire illustri sconosciuti, politici locali, piccoli amministratori, professionisti ignoti alle cronache nazionali, nessuno ci trova da ridire e fioccano le condanne .
È successo per i Dc Franz Gorgone ed Enzo Inzerillo, per l’ex assessore Udc Mimmo Miceli, per il maresciallo del Ros Giorgio Riolo, l’ex sindaco di Villabate Vincenzo Carandino, l’architetto Rocco Aluzzo, il medico Salvatore Aragona.
Tutti bollati come “concorrenti esterni”, alcuni con tanto di sigillo della Cassazione , per aver fornito un “contributo effettivo agli scopi dell’organizzazione mafiosa”.
Chi si ricorda di loro?
Quale insigne giurista o parlamentare è intervenuto per difendere uno solo di questi oscuri fiancheggiatori di mafia dal reato al quale, come ha sentenziato il pg Francesco Iacoviello, “non crede più nessuno”?
Illustri inquisiti o illustri sconosciuti, la questione è tutta qui.
Lo ha detto chiaro e tondo il procuratore aggiunto di Palermo, Antonio Ingroia: “Il problema non è il reato. Ma l’imputato. Certi tipi di imputati. Quando si toccano i potenti, le polemiche tornano incandescenti”.
Una regola che vale per i “sommersi”, così come per i “salvati” del 110 e 416 bis.
E la cronaca dell’ultimo ventennio lo dimostra.
Per difendere Corrado Carnevale, “l’ammazzasentenze” della Cassazione, processato e assolto dal concorso esterno, la polemica infuocò tra ovattati saloni romani e segreterie palermitane, ma chi si ricorda del giudice Giuseppe Prinzivalli, assolto dallo stesso reato senza il beneficio delle prime pagine nazionali?
Per l’avvocato Francesco Musotto, ex parlamentare di FI, arrestato, processato e infine assolto per concorso esterno alla mafia, l’intera classe forense palermitana si sollevò: i penalisti fecero sit-in di protesta, con forti echi nazionali e politici.
Anche per Giovanni Mercadante, ex deputato siciliano di FI, condannato a 10 anni per concorso esterno, assolto in secondo grado, e oggi (dopo il rinvio della Cassazione) in attesa del secondo appello, si registrò una grande mobilitazione politica, con una raffica di interventi di solidarietà sui giornali e sul web.
Ancora più roventi le vicende processuali dello 007 Bruno Contrada e dell’investigatore Ignazio D’Antone, le cui condanne a 10 anni per concorso esterno, divenute poi definitive, hanno diviso le tifoserie politico-giudiziarie tra innocentisti e colpevolisti, riaprendo l’eterno dibattito sulla diabolica “doppietta” del 110 e 416 bis. Così come per Calogero Mannino, un altro dei miracolati del concorso esterno, la cui assoluzione in Cassazione ormai fa giurisprudenza.
Oggi, Mannino, di nuovo indagato a Palermo per la trattativa, si dice vittima di una “menzogna organizzata”.
Certo, nessuno è arrivato all’iperbole di Nicola Cosentino, altro vip del Pdl sotto inchiesta per concorso esterno (non alla mafia, ma alla camorra): “Il concorso esterno non esiste più”.
Tutti, in casa Pdl, hanno gridato in coro alla persecuzione giudiziaria. Berlusconi ha sparato contro la “gogna mediatica”.
E i suoi fedelissimi, da Alfano a Bondi, hanno fatto quadrato attorno al senatore, definito vittima del “partito dei pm” e di quel monstrum giuridico che, secondo Falcone e Borsellino, è invece l’unica arma in grado di colpire il ventre molle della borghesia mafiosa.
Il colmo è stato sentire Renato Schifani, che proprio per quel reato è indagato a Palermo, disquisire con terzietà sul “concorso esterno”: “È il momento — ha detto — che il Parlamento tipicizzi questo reato, che non è scritto nel nostro codice”.
Dulcis in fundo, ecco l’Unione Camere Penali: “Questa vicenda — dicono i penalisti — dimostra che il tema della riforma della giustizia non è un’ubbia degli avvocati”.
No, appunto. È ubbia di potenti.
Contro l’imputazione dei potenti.
Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 14th, 2012 Riccardo Fucile
PASSATO AL SETACCIO IL PATRIMONIO DI CARMELO PATTI: SAREBBE EMERSA “UNA INQUIETANTE SPEREQUAZIONE TRA REDDITI E INVESTIMENTI”… CHIESTO IL SEQUESTRO DI BENI
Si preannuncia già uno dei processi più movimentati degli ultimi anni, perchè la posta in gioco è altissima, quasi da record: cinque miliardi di euro, a tanto ammonta il patrimonio che il direttore della Direzione investigativa antimafia chiede di sequestrare.
È l’impero economico di Carmelo Patti, il settantottenne imprenditore di Castelvetrano che dal 1998 è il patron di Valtur, la più famosa azienda italiana del turismo.
Le indagini della Dia di Palermo muovono un’accusa pesantissima nei confronti di Patti: essere referente e prestanome del superlatitante Matteo Messina Denaro, di Castelvetrano pure lui.
La prima udienza del processo è fissata per il 20 aprile, davanti alla sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Trapani.
Si può già immaginare un confronto serrato fra la Procura, da poco guidata da Marcello Viola, e il pool di avvocati difensori.
Ci sono tre collaboratori di giustizia a chiamare in causa il patron di Valtur per presunti rapporti con esponenti mafiosi del Trapanese: Nino Giuffrè, l’ex fidato di Bernardo Provenzano; Angelo Siino, che negli anni Ottanta era il “ministro dei Lavori pubblici” di Cosa nostra; e Giovanni Ingrasciotta, conoscitore di molti segreti del clan di Messina Denaro.
Siino sarebbe stato addirittura testimone di un incontro fra il cavaliere Patti e Francesco Messina Denaro, il padre di Matteo.
Negli ultimi mesi gli investigatori della Dia di Palermo hanno passato al setaccio il patrimonio dell’imprenditore siciliano: secondo la ricostruzione dell’accusa, sarebbe emersa “una inquietante sperequazione fra redditi e investimenti”.
La Dia aveva sollecitato il sequestro immediato dei beni di Patti, ma il Tribunale non ha accolto la richiesta, ritenendo necessario fissare l’inizio di un procedimento in camera di consiglio.
Per Patti ci sono guai giudiziari anche a Palermo: l’imprenditore risulta indagato dai pm Paolo Guido e Marzia Sabella per favoreggiamento aggravato nei confronti di Messina Denaro. All’indomani del blitz “Golem 2”, nel 2010, subì anche una perquisizione.
C’era un elemento, più di tutti, che incuriosiva i magistrati: uno dei collaboratori più stretti di Patti era il fratello della compagna di Messina Denaro, Michele Alagna.
L’impero che la Dia chiede adesso di sequestrare è costituito dalla maggioranza di alcune società che gestiscono una ventina di villaggi turistici della Valtur, ma anche da abitazioni, terreni nella provincia di Trapani e a Robbio, in provincia di Pavia, dove Patti risiede ormai da anni.
Da qualche mese la Valtur è in amministrazione straordinaria: è stata la famiglia Patti a chiederlo al ministro dello Sviluppo economico per far fronte a un pesante indebitamento di 303,6 milioni l’anno, a fronte di un fatturato di circa 200 milioni.
Così al timone dell’azienda sono arrivati tre commissari straordinari.
Salvo Palazzolo
(da “La Repubblica“)
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Marzo 10th, 2012 Riccardo Fucile
IN UN BAR DI ROMA, UNA CRONISTA DEL “FATTO” ASCOLTA UN COLLOQUIO RISERVATO TRA L’EX MINISTRO E L’EUROPARLAMENTARE UDC GARGANI… LA PREOCCUPAZIONE CHE EMERGA IL RUOLO DELLA SINISTRA DC E DI DE MITA NELLE PRESSIONI PER AMMORBIDIRE IL CARCERE DURO PER I BOSS DI COSA NOSTRA NEL 1993
Sono circa le 12,30 di mercoledì 21 dicembre quando arrivo alla pasticceria Giolitti in via degli Uffici del Vicario, a due passi da Piazza del Parlamento, dove ho appuntamento per ragioni di lavoro con l’onorevole Aldo Di Biagio di Fli.
Entro, ma non lo vedo. La voglia di accendere una sigaretta supera anche il freddo pungente. Esco. Mi siedo a un tavolino e ordino un cappuccino. Sono sola.
Poco dopo vedo arrivare, a passo lento, l’onorevole Calogero Mannino in loden verde, in compagnia di un signore dai capelli bianchi, occhiali, cappotto scuro taglio impermeabile e in mano un libro e dei fogli. Non so chi sia. I due stanno parlando.
E continuano a farlo fermandosi in piedi accanto al mio tavolo.
Mannino, che mi dà le spalle, dice con tono preoccupato e guardandosi più volte intorno sospettoso: “Hai capito, questa volta ci fottono: dobbiamo dare tutti la stessa versione. Spiegalo a De Mita, se lo sentono a Palermo è perchè hanno capito. E, quando va, deve dire anche lui la stessa cosa, perchè questa volta ci fottono. Quel cretino di Ciancimino figlio ha detto tante cazzate, ma su di noi ha detto la verità . Hai capito? Quello… il padre… di noi sapeva tutto, lo sai no? Questa volta, se non siamo uniti, ci incastrano. Hanno capito tutto. Dobbiamo stare uniti e dare tutti la stessa versione”.
Il suo interlocutore annuisce con cenni del capo e ripete: “Certo, certo, stai tranquillo, non ti preoccupare, ci parlo io”.
E Mannino ripete: “Fallo subito, è importante, mi raccomando”.
Poi, avvicinandosi di più al signore coi capelli bianchi, gli sussurra all’orecchio parole che ovviamente mi sfuggono, ma che suscitano nell’interlocutore un’espressione di meraviglia. Subito dopo, i due si salutano, si abbracciano e si scambiano gli auguri di Natale.
Mannino si dirige verso il Pantheon, mentre il signore occhialuto col cappotto scuro verso Piazza del Parlamento, dove poco dopo lo fotografo con il mio iPhone.
Subito dopo mi raggiunge l’onorevole Di Biagio.
Il quale, vedendomi un po’ turbata, mi domanda cosa mi sia accaduto. Rispondo genericamente di aver ascoltato Mannino dire cose incredibili.
Rientro in redazione nel primo pomeriggio e racconto per sommi capi quello che ho visto e sentito al direttore Antonio Padellaro e al vicedirettore Marco Travaglio.
Quest’ultimo, quando gli mostro la foto scattata dal mio iPhone e gli chiedo se riconosca il signore occhialuto coi capelli bianchi, risponde sicuro : “Certo, è Giuseppe Gargani, ex democristiano, demitiano, poi berlusconiano”.
Gargani è un ex Dc, ex Ppi, nominato commissario dell’Agcom dal governo dell’Ulivo, poi transitato in Forza Italia e di lì confluito nel Pdl, eletto europarlamentare, ultimamente fondatore di Europa Sud e da poco passato all’Udc di Casini.
Alla luce di questa biografia, le parole che ho appena ascoltato diventano tante tessere che vanno a riempire una parte del mosaico.
Annoto quello strano episodio con le parole che ho ascoltato dalla viva voce di Mannino nel mio taccuino: un giorno questi appunti potrebbero tornare utili.
Ci ripenso quando leggo che la Procura di Palermo, nel corso dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia, è salita a Roma il 12 gennaio per sentire come testimone Ciriaco De Mita.
Già so infatti quel che ha dichiarato a suo tempo Massimo Ciancimino: la trattativa fra gli uomini del Ros e suo padre Vito godeva di coperture politiche anche tra le file della sinistra Dc (la corrente, appunto, di De Mita e Mannino).
Mi riservo di approfondire e contestualizzare meglio.
Intanto passa qualche altro giorno ed ecco accendersi definitivamente la lampadina quando, il 23 febbraio, le agenzie e i siti battono la notizia che Calogero Mannino, già assolto in Cassazione dopo un lungo e tortuoso processo per concorso esterno in associazione mafiosa, è di nuovo indagato a Palermo.
Questa volta per il suo presunto coinvolgimento nella trattativa Stato-mafia.
Il reato contestato è quello previsto dall’articolo 338 del Codice penale, aggravato dall’articolo 7 (cioè dall’intenzione di favorire Cosa Nostra): per “violenza o minaccia a un corpo politico, amministrativo o giudiziario”.
Lo stesso che vede già indagati il generale ex Ros Mario Mori, l’ex capitano Giuseppe De Donno, il senatore Marcello Dell’Utri, i boss Totò Riina e Bernardo Provenzano. Approfondisco le ultime mosse dei magistrati e apprendo che durante l’interrogatorio c’è stato un duro scontro tra il pm Antonio Ingroia e Ciriaco De Mita.
Ingroia definisce Mannino, nel periodo che era oggetto dell’interrogatorio, ministro degli Interventi straordinari del Mezzogiorno, De Mita puntualizza: “Ministro dell’Agricoltura”.
Ma il pm insiste. “E come fa a permettersi di insistere?”, sbotta De Mita.
Il pm replica: “Perchè ricordo, ricordo diversamente”.
“Giudice — ribatte De Mita — se lei ha la presunzione della verità delle sue opinioni, io temo per gli imputati!”.
Ad avere ragione è Ingroia: Mannino fu ministro dell’Agricoltura nel 1982 e ministro per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno dal 12 aprile ’91 al 28 giugno ’92.
Ma alla fine De Mita aveva dovuto ammettere di avere torto: “È grave, è grave per me…”.
Quanto al ruolo di Mannino, le cronache riferiscono che l’autista di Francesco Di Maggio (il magistrato promosso vent’anni fa vicedirettore del Dap e poi scomparso) ha rivelato ai pm di aver appreso dallo stesso Di Maggio che proprio Mannino fece pressioni affinchè non venisse rinnovato il 41-bis ad alcuni mafiosi detenuti.
Ecco di che cosa parlava Mannino con Gargani quel mattino poco prima di Natale.
Ecco perchè appariva così terrorizzato da possibili “voci stonate” sulla trattativa e interessato alla compattezza e all’uniformità delle versioni da parte di tutti gli “amici” della vecchia Dc.
Ed ecco, ben chiare di fronte a me, le ultime tessere mancanti del mosaico di quell’episodio che temevo fosse destinato a restare confinato in qualche riga di appunti sul mio block notes.
Ne parlo con qualche mia fonte di ambiente investigativo e ben presto la scena cui ho assistito davanti al bar Giolitti giunge a conoscenza dei magistrati di Palermo.
Vengo convocata dai pm Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Lia Sava e Paolo Guido che indagano sulla “trattativa” per essere ascoltata come persona informata sui fatti, cioè come testimone nel fascicolo sulla trattativa.
Ovviamente accetto di raccontare tutto ciò che ho visto e sentito quel mattino.
Dopo verranno subito sentiti i due politici protagonisti del colloquio da me casualmente ascoltato: cioè Mannino e Gargani.
Alla fine, al momento di firmare il verbale, i magistrati mi ricordano che le deposizioni dei testimoni sono coperte dal segreto investigativo.
Obietto che sono una giornalista, oltrechè la depositaria della notizia.
Dunque, ultimate tutte le verifiche per contestualizzare il colloquio Mannino-Gargani, racconterò tutto anche ai lettori.
Cosa che ho appena fatto.
Sandra Amurri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Costume, denuncia, mafia, Politica, radici e valori | Commenta »
Marzo 10th, 2012 Riccardo Fucile
“C’ERA UN PEZZO DELLO STATO CHE TRATTAVA”….LE PAROLE DEL GIUDICE: “CHI MI UCCIDERA’ NON SARA’ LA MAFIA”
Mentre un gruppo di politici impauriti cercava rimedi per non essere ucciso, e le forze
dell’ordine percorrevano la via del dialogo con chi aveva fatto saltare in aria un mese prima il giudice Falcone e la moglie su un chilometro di autostrada, un uomo in toga continuava a dare il senso di sempre al termine “lotta alla mafia”.
Dicendo “no”, in modo fermo e deciso, alla “dissociazione”, la via d’uscita da Cosa Nostra che il papello di Riina aveva ipotizzato, e molti politici e funzionari avevano accettato di discutere per placare la furia stragista. P
oco prima di essere assassinato, Paolo Borsellino discuteva con i funzionari della Dia del progetto di “dissociazione” dei mafiosi detenuti, manifestando apertamente la sua contrarietà ad un’ ipotesi che considerava “inammissibile”.
In particolare, il procuratore aggiunto di Palermo, pronunciandosi sull’iniziativa del boss Pippo Calò che, in carcere, si era fatto portavoce dei capi-mandamento sulla possibilità di prendere le distanze dall’associazione mafiosa, appariva addirittura “disgustato”.
Lo rivela in un lungo verbale del 5 novembre 2009 il pentito Gaspare Mutolo, spalancando per la prima volta il sipario su una delle ipotesi più inquietanti che si allungano dietro la strage di via D’Amelio.
Dice il pm Nicolò Marino: quello della dissociazione “è uno dei possibili moventi, dell’uccisione di Paolo Borsellino”.
Non è una novità da poco.
Nell’estate del ’92, a pochi giorni dal “botto” di Capaci, lo Stato valutava già la possibilità di stemperare la violenza dell’attacco di Cosa nostra con il varo di una normativa che, sulla scia di quanto già accaduto ai tempi del terrorismo, avrebbe consentito a numerosi detenuti mafiosi di ottenere benefici carcerari in cambio dell’abiura del vincolo di appartenenza all’organizzazione criminale, senza la necessità di accusare i propri complici.
La dissociazione, insomma, era già un orizzonte dello Stato trattativista, ben prima di quelle manovre che una decina d’anni dopo avrebbero impegnato il procuratore nazionale antimafia Pier Luigi Vigna nei colloqui investigativi con i boss provenzaniani.
Ma Borsellino – nei giorni in cui il generale del Ros Mario Mori, come annota lo stesso Mutolo “scendeva spesso a Palermo e aveva contatti all’interno di Cosa nostra per trattare”, considerava l’idea una follia.
“Il giudice appariva fortemente contrariato — sostiene Mutolo — e ripeteva che coloro che stavano solo pensando di accettare la dissociazione erano dei pazzi”.
Siamo al 1° luglio 1992.
La discussione, ascoltata per caso dal pentito, avviene a margine dell’interrogatorio al quale sono presenti i funzionari della Dia Francesco Gratteri e Domenico Di Petrillo. Quest’ultimo, sentito dai pm di Caltanissetta , conferma — a sorpresa – le clamorose affermazioni di Mutolo, ammettendo che “la dissociazione fu uno dei temi trattati in quel periodo”, e facendo risalire la propria conoscenza della questione proprio ai primi interrogatori di Mutolo.
“Ricordo — dice Di Petrillo – che (quel giorno, ndr) si parlò di dissociazione, in termini molto generici, e me lo ricordo perchè era un fenomeno che ho recepito in quanto materia affine a quella dell’antiterrorismo”.
L’ex procuratore aggiunto di Palermo Vitto-rio Aliquò, presente a quell’interrogatorio, appare più vago nel suo ricordo, ma non esclude “che nel corso dell’incontro con Di Petrillo si sia potuto parlare di qualcosa, ed in particolare della dissociazione di mafiosi”, anche se riguardo alla dissociazione, “luglio ’92 mi pare un po’ troppo prematura come data”.
E se l’allora capo della Dia Gianni De Gennaro (oggi al vertice del Dis, il dipartimento dei servizi segreti) e il suo braccio destro Gratteri escludono di aver mai sentito parlare del concetto di “desistenza”, per quanto riguarda i mafiosi, di diverso avviso è Edoardo Fazioli, che in quei mesi era vice-direttore del Dap guidato da Niccolò Amato. Fazioli ha dichiarato che nella seconda metà del ’92 si discusse all’interno del Dipartimento proprio della prospettiva di creare “aree separate di detenzione’ ‘ per mafiosi che avessero deciso di dissociarsi.
La dissociazione, insomma, era un argomento “caldo” che all’interno delle istituzioni, e ai massimi livelli, veniva discusso nel momento della massima offensiva di Cosa nostra contro lo Stato.
Del resto, lo stesso ministro della Giustizia Claudio Martelli ha descritto ai pm di Caltanissetta le “pressioni” ricevute nel ’92 da numerosi parlamentari — pur dopo l’attacco di Capaci — per “abbassare la guardia” e adottare una linea di contrasto più morbida.
Non troppo diversa la ricostruzione di Vincenzo Scotti, il ministro dell’Interno che diviene la vittima di un’improvvisa “rimozione” a fine giugno ’92, per far posto a Nicola Mancino, uomo della sinistra Dc (la stessa corrente dell’ex ministro democristiano Calogero Mannino, indagato a Palermo per violenza e minaccia a corpo politico dello Stato, e ritenuto l’ispiratore della trattativa).
Rimozione dovuta, per lo stesso Scotti, proprio “alla lotta contro Cosa nostra ingaggiata col ministro Martelli”.
Rimozione dovuta, secondo la ricostruzione della procura di Palermo, alla necessità di posizionare al Viminale un uomo più malleabile per imprimere alla lotta alla mafia un orientamento più “morbido”.
La dissociazione, tra le richieste espressamente indicate nel “papello”, è dunque una delle chance che lo Stato intende giocare sul tavolo della trattativa, ed è un punto sul quale, con certezza, Borsellino oppose un netto rifiuto.
Quel “muro” di cui Toto’ Riina, a fine giungo ’92, si lamenta con Giovanni Brusca. Quel “muro” da “superare ad ogni costo”, con un altro “colpetto”, aggiungendo proprio che dietro la trattativa “c’è Mancino”.
Ma non solo.
Nelle sue ultime dichiarazioni, datate 8 febbraio 2011, infatti, Brusca tira fuori per la prima volta, i nomi dei politici che, secondo quanto gli avrebbe detto Riina, “si sono fatti sotto”, dopo Capaci, per trattare.
Si tratta di “contatti” istituzionali, che al capo dei capi avevano chiesto: “Per finire, cosa volete?”.
Brusca apprende da Riina che “a farsi sotto erano stati il movimento politico della Lega e un altro movimento politico, tramite Vito Ciancimino e Marcello Dell’Utri”. Un nome, quest’ultimo, mai fatto prima, perchè “si tratta di persone — dice Brusca — che ci avevano aiutato”.
Ministri, parlamentari, alti funzionari della Repubblica sono i protagonisti di una girandola di iniziative incrociate che — nell’infuocata estate del ’92 — si propongono di combattere la mafia stragista attraverso il dialogo.
Un uomo isolato, in toga, continua a camminare lungo i binari dello Stato di diritto, contando i giorni che lo separano alla morte.
Quell’uomo è Paolo Borsellino, costretto a fidarsi solo della moglie, alla quale affida tutta la sua disperazione.
“Chi mi ucciderà non sarà la mafia”, le rivela, alludendo al ruolo di “infedeli servitori dello Stato”.
Eppure il gip di Caltanissetta, a vent’anni da quella estate di sangue e di tradimenti, scrive oggi che non esistono prove che inchiodino responsabilità istituzionali a volto coperto, che “non esiste alcuna entità (servizi deviati, terzi o quarti livelli politico-criminali, organizzazioni terroristiche e via dicendo) in grado di imporre la sua volontà a Cosa nostra”.
E che “pertanto si può solo ipotizzare che, in determinate situazioni, l’organizzazione criminale mafiosa abbia ritenuto conveniente stipulare contingenti alleanze strategico-criminali con soggetti ad essa esterni, per un proprio esclusivo tornaconto”.
Niente mandanti esterni, insomma. Semmai, come dice Piero Grasso, solo “concorrenti”.
Borsellino muore, il 19 luglio 1992, consapevole dell’arrivo del tritolo, in quella via D’Amelio dove nessuno aveva pensato di istituire una “zona rimozione” per tutelare la sua vita. Muore tradito da un amico, forse in divisa.
Muore davanti al palazzo dove abita uno dei suoi carnefici, quel Salvatore Vitale che è tra i destinatari dell’ordinanza di custodia cautelare, che lo descrive come la “talpa” delle cosche.
Muore solo e di sola mafia.
Fino a prova contraria.
Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
(“da “Il Fatto Quotidiano“)
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