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LA RABBIA DELLA FEDELISSIMA BOSSIANA PAOLA GOISIS: “SONO DEI TRADITORI”

Giugno 17th, 2013 Riccardo Fucile

INTERVISTA ALL’EX PARLAMENTARE ESPULSA DALLA LEGA: “MALEDETTI, CI PROVINO A ESPELLERE ANCHE BOSSI, LI ANDREMMO A PRENDERE A CASA: HANNO DISTRUTTO UN PARTITO”

«Maledetti, ci provino. Voglio vedere se hanno veramente il coraggio di cacciare Bossi».
Paola Goisis, ex parlamentare padovana della Lega e bossiana di ferro, espulsa dopo le sue critiche a Pontida, rilancia: «Sono loro che hanno portato il partito alla dissoluzione. Quando c’era Bossi, la Lega era al 40 per cento».
A chi si riferisce? Non c’è solo Maroni ormai a chiedere la testa di Bossi.
«Le cose che sono state dette ieri a Milano sono indecorose. Come le voci sugli scandali che sono state fatte uscire intenzionalmente per danneggiare l’immagine di Bossi. La maggior parte delle quali si sono poi rivelate delle bufale. Come la vicenda dei diamanti in Tanzania di cui, nonostante le promesse di Maroni, nelle sezioni non è ancora arrivato un euro».
Gli scandali, però, ci sono stati.
«E chi è oggi che chiede la testa di Bossi? Il segretario emiliano Fabio Rainieri? Uno che è entrano nel partito solo per coprirsi le spalle sulla vicenda delle quote latte».
Dice ora queste cose perchè l’hanno espulsa?
«Le ho sempre dette anche quando ero parlamentare. Sapevo che quando ho detto che Maroni era un traditore mi avrebbero cacciata. Ma dato che io credo in valori come la riconoscenza, non ho potuto stare zitta. Mentre provo vergogna per tutte le persone che hanno voltato le spalle a Bossi dalla sera alla mattina senza nemmeno porsi il beneficio del dubbio. Molti di loro, nel frattempo, hanno pure fatto carriera».
Ha fatto bene Bossi ieri a non presentarsi all’assemblea degli eletti?
«Doveva andare da gente che non ha un minimo di decenza e che lo ha pugnalato alle spalle? Si sono comportati come nello stalinismo più rosso».
A questo punto crede che Bossi fonderà  un altro partito?
«Vedremo. Avremmo dovuto fare un gruppo autonomo già  in passato e non lasciare la Lega in mano a questi quattro poveracci, che non meritano nemmeno di essere guardati. Sono stati diabolici e scientifici. Hanno cambiato lo statuto, si sono presi il simbolo, una cassa di quaranta milioni e tutta la struttura. Ma ci provino: voglio vedere chi di loro ha il coraggio di cacciare Bossi. Scoppierebbe la rivoluzione. Li andremmo a prendere noi a casa. Ma non con le scope, con qualcosa di più pesante».

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“MARONI E TOSI DEVONO SPARIRE, LI PRENDEREMO A CALCI NEL CULO”

Giugno 13th, 2013 Riccardo Fucile

L’EX CONSIGLIERE REGIONALE VENETO BOZZA SPARA A ZERO CONTRO I VERTICI DEL CARROCCIO: “IN VENETO DI QUEI DUE NON NE POSSONO PIU’: DEVONO ANDARE FUORI DAI COGLIONI”….”GENTILINI? ERA MEGLIO SE STAVA A CASA A GIOCARE A BRISCOLA”

“Tosi e Maroni devono andare nel centro del lago di Garda, nel punto più profondo, e immergersi più a fondo possibile. Hanno distrutto la Lega, devono sparire, vadano in vacanza in eterno“. Così Santino Bozza, consigliere regionale in Veneto espulso qualche settimana fa dalla Lega Nord, è intervenuto a “La Zanzara” su Radio 24.
“Li prenderemo a calci in culo — tuona il politico — ma con quegli stivali all’americana che hanno le punte lunghe. Devono andare fuori dai coglioni. Siamo in migliaia qui nel Veneto — continua — che non ne possono più di Tosi e Maroni, il settanta-ottanta per cento dei leghisti. Siamo gasatissimi e siamo in contatto con Bossi per riprenderci la Lega, l’unico leader è lui“.
E aggiunge: “Maroni ha cercato di imitarlo ma è un nanetto, un piccolo nano, vale un due di coppe. Quando lo vedi in tv fa venire il voltastomaco“.
Bozza poi pronuncia una lunga filippica contro Tosi: “La colpa della sconfitta è sua, lui è un pallone gonfiato dai media. Un fascista, uno che non guarda in faccia a nessuno. Bisogna cacciarlo subito”.
E rincara: “A me di Maroni non me ne frega niente. Appartengo sempre alla lega di Bossi, la Lega 1.0. La nostra Lega poteva dare ancora fastidio al potere centrale e l’hanno distrutta”.
Poi il bossiano se la prende anche con Giancarlo Gentilini, sconfitto nel ballottaggio a Treviso: “Doveva stare a casa e farsi delle belle passeggiate e qualche partita a briscola”.

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“MARONI CI HA DISTRUTTI, DEVE SPARIRE”: TREVISO, LA ROCCAFORTE PERDUTA

Giugno 12th, 2013 Riccardo Fucile

LEGA DILANIATA DA SCANDALI E RISSE

E adesso chi glielo spiega, ai padani, che la Lega vuole «essere il partito egemone del Nord»? La caduta rovinosa di Treviso, che pareva assolutamente inespugnabile, non è solo un trauma.
È l’ultimo candelotto di dinamite che esplode in una polveriera. E dilania in risse omicide un partito un tempo monolitico.
Umberto Bossi era di ottimo umore, un anno e mezzo fa, alla nascita del governo Monti.
E dava di gomito: «Se sono così fessi da mandarci all’opposizione, ci rifacciamo la verginità ». Macchè: era l’inizio di un tormentato percorso di scandali e inchieste giudiziarie, coltellate ed espulsioni, fughe e tracolli elettorali.
E se il Senatur pensava di recuperare, fuori dal governo, il «suo» popolo deluso che già  aveva consegnato alla sinistra il fortilizio di Novara, le «amministrative» della primavera 2012 erano state un disastro.
Nella scia degli scandali del «Trota» e di Francesco Belsito e del fascicolo «the family» e dei diamanti finiti in tasca al senatore Piergiorgio Stiffoni, erano cadute via via Monza, dove la Lega aveva suonato la grancassa «trasferendo» tre ministeri e il paese bergamasco di Mozzo caro a Roberto Calderoli e quello vicentino di Sarego sede del «Parlamento padano» e perfino il borgo natale dell’ Umberto, Cassano Magnago, da vent’anni dominato dal Carroccio e orgoglioso di considerarsi la «Betlemme leghista».
Almeno un leghista però, allora, aveva potuto cantare vittoria: il veronese Flavio Tosi, trionfalmente rieletto al primo turno.
Ma è proprio lui, oggi, a essere al centro delle polemiche intestine. Insieme con quel Bobo Maroni che su di lui aveva puntato e teorizzava appunto «l’egemonia leghista al Nord» ma già  a fine febbraio, pur conquistando la Lombardia, aveva visto il Carroccio uscire col 13% scarso dei voti contro il 26% abbondante delle regionali del 2000.
Ma se è dolorosa la stangata di Brescia, che anni fa vide i primi trionfi bossiani e ora vede il Carroccio ridotto all’8,66%, è nel Veneto che più si nota l’emorragia.
Qui era nata la Liga Veneta del «Leon che magna el teròn».
Qui erano stati eletti, esattamente trent’anni fa, il primo deputato e il primo senatore.
Qui erano stati conquistati i primi comuni.
Qui il partito era arrivato a segnare record inimmaginabili, come a Chiarano, in provincia di Treviso, dove il sindaco Gianpaolo Vallardi si spinse nel 2009 a prendere in gara solitaria, contro una lista che univa destra e sinistra, il 76,6%.
Una maggioranza talmente «bulgara» che gli stessi leghisti ne ridevano chiamando il paese «Chiaranov».
Altri tempi. Persino a «Chiaranov», alle ultime politiche, quello di Alberto da Giussano era solo il quarto partito col 15,1% dopo il Pdl, il MoVimento 5 Stelle e anche il Pd che da quelle parti ha sempre contato come il due di coppe con la briscola a spade.
E intorno a «Chiaranov» sono cadute una cittadella dietro l’altra.
A partire, appunto, dai feudi scaligeri (dunque maroniani) di Flavio Tosi, contro il quale ieri a «La zanzara» di Radio 24 il consigliere regionale veneto Santino Bozza, espulso dalla Lega poche settimane fa, sparava a zero: «Tosi e Maroni devono andare nel centro del lago di Garda, nel punto più profondo, e immergersi più a fondo possibile. Hanno distrutto la Lega, devono sparire, vadano in vacanza in eterno».
Il confronto coi numeri trionfali dell’elezione di Luca Zaia, alle ultime Regionali del 2010, dice tutto.
Aveva 788.581 voti, allora, la Lega. Pari al 35,2%.
Con un vantaggio di oltre 10 punti sul Popolo della Libertà , umiliato dal sorpasso.
Bene: alla Camera, tre mesi fa, mentre il Pdl segnava il contro-sorpasso raddoppiando quasi i voti leghisti, i voti al Carroccio erano precipitati a 310.173 e a una percentuale del 10,8% nella circoscrizione Veneto 1 e 10,3% in quella Veneto 2.
Un disastro.
E un segno inequivocabile della rottura di un rapporto trentennale. Una rottura resa ancora più vistosa, alle ultime Comunali, proprio nelle zone dove più forte, fino alla strafottenza nei confronti degli avversari, pareva il partito.
Come appunto in provincia di Verona, dove la Lega alle Regionali del 2010 aveva preso il 36% e conquistato nel 2012 tra squilli di trombe il Comune capoluogo e oggi si lecca le ferite («La botta per me equivale a quando il Verona fu retrocesso. Spero che noi leghisti ci riprenderemo già  l’anno prossimo, perchè la squadra ci ha messo 11 anni a risalire in serie A», sospira Tosi) rimediate in luoghi ritenuti sicuri come Villafranca, Bussolengo, Sona…
In provincia di Vicenza, Zaia aveva trionfato col 63,4% trascinando la Lega al 38%: tre anni dopo le Comunali del capoluogo hanno visto la padana Manuela Dal Lago sfracellarsi al primo turno contro il democratico Achille Variati e il Carroccio precipitare a un avvilente 4,59%.
Nel Veneziano, dove Francesca Zaccariotto aveva strappato nel 2009, dopo 25 anni, la Provincia alla sinistra e dove il governatore attuale aveva vinto portando il movimento bossiano al 26,1%, c’era in ballo San Donà  di Piave dove proprio la Zaccariotto che gli era stata sindaco aveva il suo punto di forza: una disfatta. Con la Lega giù fino al 5,8%
Ma è a Treviso, come ha sancito coi consueti modi spicci Giancarlo Gentilini identificando il suo personale destino con quello di tutto il movimento e della Padania stessa, che «è finita l’era della Lega e del Pdl».
La città , per i leghisti veneti, valeva quanto Varese per i lumbard. Era la roccaforte. La perfetta «Padanopoli». Imprendibile, come il resto della Marca.
Tre anni fa, alle Regionali, il trevigiano Zaia aveva stravinto in provincia con quasi 66% dei voti, dei quali addirittura il 48,5% (il triplo del Pdl: il triplo!) di segno leghista.
Oggi i militanti telefonano a Radio Padania Libera sfogando la loro rabbia. Hanno perso a Castello di Godego, a Istrana, a Mareno di Piave, a San Biagio di Callanta, a Vedelago…
Un tracollo da panico.
Culminato appunto nella Waterloo della città  capoluogo. Dove il vecchio «Sceriffo» finito sui giornali di tutto il mondo per le sue sparate razziste contro «i zingari» e «i culattoni» e i negri «inseguiti a casa loro dalle gazzelle e dai leoni» è stato annientato.
E la Lega Nord si ritrova, in quella che fu per un ventennio la «sua» città , con due consiglieri su 32. E una quota dell’8,54%.
Lui, il «Genty», è rimasto nel «suo» ufficio in municipio fino a mezzanotte meno un quarto.
Come se volesse restare aggrappato fino all’ultimo a quel suo pezzo di vita.
Quando se n’è andato, dicono, ha spento la luce.

Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera“)

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IL NAUFRAGIO DI MARONI

Giugno 11th, 2013 Riccardo Fucile

HA LAVORATO PIU’ PER SE’ CHE PER IL PARTITO, ORA DOVRA’ LASCIARE IL PASSO… E LA SCONFITTA IN VENETO TRAVOLGE IL SUO ALLEATO TOSI

Naufraga fra i canali della marca trevigiana la strategia con cui Maroni aveva sperato di resuscitare la Lega, dopo che già  erano state sconfitte le sue velleità  separatiste.
E cioè trasformarla in succursale nordista del berlusconismo, federando al suo interno il notabilato locale conservatore, restio ai vaniloqui sulla Padania ma desideroso di restare al potere, magari aggrappandosi a localismi di stampo bavarese o carinziano. Doveva essere la terza metamorfosi di un movimento che in 25 anni non è riuscito a fare la sua rivoluzione, ma invece si era inserito con abilità  nelle fragilità  culturali di una destra illiberale vincente, traslocando a Roma la sua classe dirigente, identificandosi con quel malgoverno e replicandone gli scandali, fino a rendere impossibile disciogliere il vincolo di sudditanza da Berlusconi.
Un colpo di mano ideato da Bossi nel 2010, con la complicità  di Tremonti, profittando del momento di massima debolezza del Cavaliere, aveva regalato al leghismo l’orgasmo di una Padania apparente: Zaia in Veneto e Cota in Piemonte al vertice di regioni in cui davvero l’elettorato di destra sceglieva Lega di fronte a un Pdl che andava in frantumi.
Ma che di mera illusione ottica si trattasse, lo aveva già  dimostrato, prima della disfatta di ieri, il paradosso Maroni: pur di coronare il sogno, e congiungere dal Pirellone lombardo i lembi di una ricca maxiregione, il segretario leghista si dichiarava pronto a rinunciare alla segreteria politica del suo movimento e a rinnovare il patto indecente con lo screditato Formigoni.
Così, quello che in teoria avrebbe dovuto risaltare come il momento della massima forza leghista, rivelava platealmente il suo bluff.
Maroni aveva dovuto umiliare pubblicamente Bossi e, con il fondatore, non colpiva solo il malcostume delle appropriazioni indebite di soldi pubblici, ma le stesse fondamenta indipendentiste.
Ad agitarle delegava un giovane compiaciuto nelle ostentazioni xenofobe ma privo di radicamento significativo, Matteo Salvini.
Ma a tutti era chiaro che il vero braccio destro di Maroni era Flavio Tosi, il sindaco di Verona che per primo aveva teorizzato la trasformazione del leghismo in federazione di liste civiche.
Paradosso nel paradosso, Flavio Tosi da ieri è il primo della lista degli sconfitti, avendo perso la roccaforte simbolica di Treviso, anche perchè non ha saputo fare a meno di ricandidarvi una figura detestabile per la sua matrice reazionaria e razzista, per giunta prossimo a compiere 84 anni, di cui gli ultimi venti trascorsi come Federale di Treviso: Giancarlo Gentilini.
Credo che l’Italia civile debba riconoscenza ai cittadini di Treviso che ci hanno liberato da una simile leadership che le recava oltraggio.
Ma la sconfitta del Carroccio è generalizzata, senza guardare troppo alle singole candidature
Maroni che aveva contravvenuto alla sua promessa di dimettersi da segretario del partito, una volta divenuto presidente della Regione Lombardia, e per questo aveva rinviato la scadenza congressuale all’estate 2014, ora non potrà  ignorare le accuse di tradimento rivoltegli da Umberto Bossi con non casuale scelta di tempi.
Bossi fino a ieri poteva apparire una figura patetica e isolata, ma ora è probabile che gli stessi governatori del Veneto (Zaia è in perenne contrasto con Tosi) e del Piemonte (Cota ha rapporti tesi con Maroni) finiscano per affiancarlo in uno scontro interno dall’esito incerto.
Il dissolversi dell’elettorato leghista, mai così esiguo da decenni, rende improbabile che il Nord sofferente per la crisi torni in futuro a investire su un revival di Bossi, preso atto del fallimento della leadership di Maroni che ha lavorato bene per sè ma non certo per il partito.
Ciò non significa che le pulsioni separatiste e reazionarie in cui per un quarto di secolo si è riversata la questione settentrionale abbiano fatto il loro tempo. Troveranno nuovi attori protagonisti.
Ma intanto il Nord Italia deve fare i conti con un’anomalia democratica evidente: le sue tre principali regioni – Lombardia, Veneto, Piemonte – sono guidate da altrettanti esponenti di un partito ultraminoritario che ha profittato della ricattabilità  di Berlusconi per impossessarsi di un potere sproporzionato.
Il naufragio della Lega segnala questo nodo da sciogliere a un Nord Italia ormai amministrato in larga misura da sindaci di centrosinistra.
E se anche Maroni, per rimanere abbarbicato al poco che gli resta, continuerà  a garantire una benevola astensione al governo Letta, il suo bluff va ben evidenziato.
Se non altro i leghisti abbiano la compiacenza di smetterla di spacciarsi come portavoce del popolo del Nord, quando sono un partitino che non raggiunge il 5%.

Gad Lerner
(da “La Repubblica“)

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BOSSI INNESTA LA RETROMARCIA: “IO SEGRETARIO? LASCIAMO PERDERE”

Giugno 7th, 2013 Riccardo Fucile

E MARONI ORA PENSA A SPOSTARE IL CONGRESSO

«La riconoscenza non può essere una virtù del giorno prima». Umberto Bossi scalda il cuore dei sostenitori, eppure non li accontenta fino in fondo.
Il fondatore è alla sua prima uscita pubblica dopo le interviste di fuoco contro il «traditore» Roberto Maroni.
Il primo bagno di folla dopo l’annuncio che sì, intende ricandidarsi al congresso per la successione al leader con gli occhiali rossi.
Loro, i supporter anti maroniani lo hanno accolto con un mega striscione di una quindicina di metri almeno: «Umberto Bossi la Lega sei tu».
Sul palco c’è Monica Rizzi che tuona «Umberto, l’unico capo sei tu».
Eppure, lui li accontenta solo in parte. Certo, parla di riconoscenza mancata. Certo, irride lo slogan «Prima il Nord» perchè bisogna «parlare di Padania». Certo, dice di «non avere paura perchè le cose si raddrizzeranno».
E ad ognuna delle uscite torna il vecchio grido «Bossi, Bossi».
Eppure, il comizio è politico. Bossi parla di allevatori, di federalismo che torna d’attualità , dell’importanza del territorio. E poco, pochissimo delle beghe interne.
Non annuncia la guerra termonucleare contro i nemici maroniani che accenderebbe il parterre.
C’è chi gli grida: «Espelli Tosi».
Ma lui non concede nulla: «Non sono d’accordo. Io non voglio espellere nessuno. Il problema è che qui ne hanno espulsi troppi».
E conclude con un appello da leader che non vuole uccidere la sua creatura: «Qui non sono in gioco nè Bossi nè Maroni. Ma il ruolo di garanzia per il Nord della Lega anche quando nessuno di noi due ci sarà  più».
I giornalisti, a proposito della sua candidatura a segretario, gli chiedono del congresso venturo. Lui getta acqua sul fuoco: «Lasciate perdere. La Lega deve essere salvata».
Va detto che c’è un altro problema.
Sarà  pure arrivato dalla Liguria l’ex deputato Giacomo Chiappori, saranno venuti anche «alcuni amici veneti». Ma la piazza, che certo non è la Piazza Rossa, non si può dire straripante, ci saranno, ad essere generosi, un paio di centinaia di persone.
Un po’ pochine per parlare come fa qualcuno dei presenti di «inizio della riscossa».
Del resto, al capo opposto della Padania, in Veneto, anche Maroni sceglie il profilo basso: «Io non faccio il rottamatore – osserva – per me è un’espressione orrenda. Ma il partito deve puntare su una guida giovane».
In ogni caso, un primo risultato le sortite del fondatore l’hanno già  determinato: il congresso federale straordinario che Maroni immaginava per la prossima primavera – e cioè, prima della maxi tornata elettorale – con ogni probabilità  sarà  spostato. Resta da decidere il quando.
«Una cosa – ha detto Maroni ai suoi – sarebbe stata un congresso unitario in cui tutto il movimento avrebbe avviato insieme il rinnovamento necessario. Altra cosa, e ben diversa, è quella che si sta profilando: un congresso ad alta conflittualità  in cui, al di là  del risultato, ci sarebbero polemiche e titolacci sui giornali».
E dunque, gli estremi dell’alternativa sono due: un anticipo (rischioso) al prossimo autunno, oppure la scadenza naturale del mandato.
In mezzo, tutte le possibili modulazioni determinate dal calendario politico, dalla tenuta del governo, dall’opportunità , dalle valutazioni del divenire.
Sempre che il movimento non trovi prima una nuova pace.
Il cannoneggiare bossiano ha comunque spinto il capogruppo nordista alla Camera, Giancarlo Giorgetti, a dare forfait al comizio che avrebbe dovuto tenere ieri sera.
Da dirigente di primissimo piano del nuovo corso maronita, il rischio sarebbe stato quello di doversi ritrovare a commentare le possibili dichiarazioni alla nitroglicerina del fondatore.
Che peraltro non sono arrivate.

Marco Cremonesi
(da “il Corriere della Sera“)

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LA LEGA DI MARONI STENDE IL FILO SPINATO INTORNO A BOSSI: TAGLIO DEI VIVERI E ISOLAMENTO COME NELL’URSS DEI DISSIDENTI

Giugno 5th, 2013 Riccardo Fucile

IL SENATUR CERCA LO SCONTRO FINALE TRA GUERRIERI, MA DALL’ALTRA PARTE TROVA SOLO ALCHEMICI DEMOCRISTIANI CHE PREFERISCONO AGIRE DIETRO LE QUINTE

L’idea è quella di far impallidire Umberto Bossi fino a farlo svanire sullo sfondo. Tagliargli viveri, segretari e autisti per limitarne i movimenti e le possibilità  di parlare in pubblico.
Espellerlo dalla radio, dalla tv e dal quotidiano intitolati alla Padania.
Metterne in dubbio la capacità  di tornare ad essere protagonista e, magari, le facoltà  tout court.
Non tenerlo informato su quanto accade.
Per poi liquidarne le dichiarazioni come le sortite di un alieno.
Non parlarne. E se obbligati, sottolineare come stia facendo del male alla sua stessa creatura, la Lega: «Come Crono, che divorava i suoi figli» si lancia un leghista.
Aurora Lussana, direttora della Padania, sintetizza nell’editoriale di oggi: «Serve un padre e non un padrone».
Bossi lo ha fatto ancora.
Ha rilasciato una durissima intervista a Gad Lerner per dire e ribadire che «Maroni è un traditore».
Per annunciare che ora si riprenderà  la Lega: «Devo per forza rimettermi alla guida del partito».
Per lanciare la nascita del suo nuovo giornale, «La lingua padana».
Per dire che «torna attuale l’indipendenza», anche se «Maroni non ci crede».
Ieri mattina i telefoni dei capi leghisti erano tutti irraggiungibili, surriscaldati da lunghe telefonate fiammeggianti.
Le parole più usate: «Espulsione» e «buttarlo fuori».
L’inaudito – la cacciata del «Capo» – è diventato opzione non solo possibile, ma argomentata.
Se ne trova eco nella dichiarazione di Matteo Salvini: «Da segretario della Lega Lombarda dico che chi non ha voglia e non se la sente può accomodarsi altrove».
Fin quando Maroni ha detto no.
Il segretario leghista prima tenta di ignorare l’intervista: «Al lavoro anche oggi – è il tweet del mattino – per risolvere i problemi dei cittadini».
Poi, a Lecco, a margine di un incontro di Confindustria, si limita a dirsi «tranquillissimo. L’unico effetto che hanno queste interviste è danneggiare la Lega e contribuire a rendere più difficile la vittoria ai ballottaggi».
Nella sostanza, il messaggio trasmesso dalla catena di comando nordista è suppergiù il seguente: «Espellere Bossi significherebbe farne un martire.
Restituirgli la visibilità  perduta passando tutti per degli ingrati che pugnalano colui a cui devono tutto. No, di gran lunga meglio il silenzio».
La sortita del «Capo» ha però immediatamente ridato vigore ai suoi sostenitori, peraltro tutti espulsi.
Toni bellici, sanguinosi addirittura: «I traditori della Lega e di Bossi – proclama l’ex senatore Giovanni Torri – verranno giustiziati dalla storia politica per i fallimenti che hanno raccolto. I militanti aspettano ora il solo, unico capo alla guida della Lega. Adesso non si torna più indietro».
Solo un tantino meno virulenta la veneta Paola Goisis: «Maroni e Tosi hanno già  distrutto la Lega. La gente non è stupida e ha capito che quello che è successo è stato un attacco organizzato contro Bossi».
Sul fronte maroniano, il verbo del segretario viene declinato in ogni possibile salsa.
Per il governatore Luca Zaia le parole di Bossi «fanno solo male alla Lega soprattutto alla vigilia dei ballottaggi», per Davide Caparini l’intervista «è un regalo ai nostri avversari».

Marco Cremonesi
(da “il Corriere della Sera“)

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SECONDO ROUND, MARONI VUOLE TAGLIARE I VIVERI A BOSSI: LA MINACCIA DI RIDURGLI DI UN TERZO L’APPANNAGGIO DI 850.000 EURO

Giugno 1st, 2013 Riccardo Fucile

DOPO L’ATTACCO DEL SENATUR CHE VUOLE UN CONGRESSO PER “RIPRENDERSI” IL CAROCCIO, IL “CERCHIO MAGICO” DI MARONI PASSA ALLE RITORSIONI

Bossi rilascia un’intervista di fuoco al Fatto quotidiano .
Giusto per capire, basta il titolo: «Maroni l’ha distrutta. Ora mi riprendo la Lega». L’interessato non ci pensa due volte. E taglia i viveri al «fondatore».
Di quanto, ancora, non è dato sapere: in realtà , non è stato deciso. Certo è che l’appannaggio bossiano non è una mancetta: lira più lira meno, qualcosa come 850 mila euro all’anno.
Ieri mattina, sul giornale diretto da Antonio Padellaro, è stata pubblicata un’intervista che ha rovinato la giornata a buona parte dei nordisti.
Il fondatore parte lamentandosi del trattamento riservato ai figli, poi attacca duro: ora devo pensare alla Lega, me lo chiedono tutti. Aspetto il congresso, mi candiderò prima che non ne rimanga nulla».
Nessun nuovo partito, racconta Bossi al giornalista Davide Vecchi: «Volevamo e potevamo farlo. Per recuperare i tanti che sono stati cacciati, allontanati, emarginati ingiustamente dopo aver dato la loro vita per la Lega».
Un rapido passaggio sull’ex tesoriere Francesco Belsito («Uno str… »), per passare a parlare di «tutti gli ingrati che ho cresciuto». Bossi, è vero, non include Maroni nel novero. Fa di peggio.
Ne demolisce la proposta dalle fondamenta: «Ha trasformato i nostri ideali in burocrazia, non puoi collegare un progetto politico solo alle poltrone».
E soprattutto: «La Macroregione è un progetto irrealizzabile». Che è un po’ l’architrave del progetto della Lega 2.0.
Quanto alla figura di Maroni come leader, Bossi la liquida in tre parole. Micidiali: «Non è riconosciuto».
Maroni non ha gradito. «Ma come? – avrebbe detto agli amici -. Lunedì l’ho visto, abbiamo riso e scherzato. E il giovedì se ne esce con robe del genere?».
Per il pomeriggio era fissato il consiglio federale a cui avrebbero dovuto partecipare i due contendenti.
Come in una commedia di Goldoni, nella Lega in mattinata era tutto un trepidare: «Chissà  cosa mai si diranno». In realtà , poco. Pochissimo.
Una volta in via Bellerio, Maroni si è limitato a chiedere pubblicamente a Bossi «cosa cavolo sei andato a dire sui giornali?».
Il fondatore non ha risposto. E dopo alcuni istanti ha abbandonato il federale.
A quel punto, il segretario dagli occhiali rossoneri si è messo a presentare il bilancio consuntivo 2012 che sarebbe stato approvato di lì a poco: entrate da finanziamento pubblico, entrate da tesseramento, spese di gestione, conto economico…
Poi, la frase che conta: «Come sapete, oggi il governo ha approvato il ddl per il superamento in tre anni del finanziamento ai partiti. Oggi noi abbiamo un attivo patrimoniale di quaranta milioni. Ma il conto economico è in passivo di quasi undici. In pochi anni, potremmo trovarci in gravi difficoltà . E dunque, la proposta è quella di tagliare qualsiasi spesa che non abbia a che fare con il nostro core business, che è soltanto l’attività  politica». Tutti d’accordo, e si prosegue senza che si parli di vile moneta.
A consiglio finito, però, si apprende in che cosa consista il taglio: in soldoni, circa sei milioni in totale «per contributi decisamente troppo generosi alle associazioni del partito».
Ma nella cifra è incluso anche l’appannaggio di Bossi.
Che viene così riassunto: «Circa 500 mila euro per le spese di segreteria e di cura di Bossi: assistenti per la malattia, autisti, aiutanti».
Poi, «150 mila euro senza causali particolari. Una sorta di stipendio per Bossi».
Infine, «circa 200 mila euro per la scuola Bosina», l’istituto fondato a Varese dalla moglie di Bossi, Manuela Marrone. Che peraltro nell’ultimo anno del governo Berlusconi aveva ricevuto con la «legge mancia» la bellezza di 800 mila euro.
Tutto tagliato? Ancora non si sa.
A sentire coloro che godono della fiducia di Maroni, l’idea sarebbe quella di ridurre la cifra complessiva a circa un terzo di quella attuale.
Ma, appunto, ci sono parecchi conti da fare.

Marco Cremonesi

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BOSSI ATTACCA: “MARONI FACCIA UN PASSO INDIETRO”

Maggio 30th, 2013 Riccardo Fucile

DOPO LA BATOSTA ELETTORALE, LEGA NELLA BUFERA: “VUOLE FARE TUTTO, I COMIZI E TANTO ALTRO”… “MEGLIO SALVINI DI TOSI”

Lega Nord nel caos dopo la dèbà¢cle al primo turno della amministrative.
Il nervosismo è tanto e Umberto Bossi rompe la tregua con il segretario.
“Roberto Maroni vuole fare tutto, vuole fare i comizi e tanto altro. Deve fare un passo indietro”, attacca il Senatur uscendo dalla Camera.
“Abbiamo dato l’immagine di una Lega divisa. Quando c’ero io si era tutti uniti”.
Ma cosa deve fare Maroni? “Non deve espellere più nessuno”, risponde Bossi.
E a chi chiede se si è sentito mai tradito, risponde: “Sì, io sono stato tradito dalla Lega”. E da Maroni? “Meno che dalla Lega…”.
Ma non è solo questione di numeri: per la Lega si profila soprattutto una crisi di identità .
A leggere le analisi formulate in ordine sparso da vari dirigenti, pare emergere proprio questo timore, benchè una discussione collegiale sia in programma soltanto al consiglio federale di venerdì 31 maggio.
Dalle urne è uscita una Lega che vorrebbe nascondere elmo e cornamuse, ma che anche in giacca e cravatta non riesce a decollare.
E questo genera preoccupazione, anche se Maroni assicura i militanti che la Lega non morirà  mai.
Flavio Tosi, sindaco di Verona, segretario veneto e vice di Maroni, è il leghista additato come il dirigente con le maggiori ambizioni ‘oltre’ la Lega.
Intervistato dalla Stampa, Tosi ha sostenuto che il risultato delle comunali “è un disastro”, ha aggiunto che la strada è ormai quella delle liste civiche (su cui si mostra freddo il sindaco di Varese, Attilio Fontana) e ha usato poca diplomazia: “Siamo andati avanti anni a parlare di federalismo, riforme, cambiamento e abbiamo portato a casa un’ostrega”.
L’altro vice di Maroni, il lombardo Matteo Salvini, si è rivolto ai militanti con un video chiedendo di crederci e assumendosi le sue responsabiità : “Non faccio come Beppe Grillo, che dice che è colpa di chi vota. La colpa è evidentemente nostra, che non ci spieghiamo abbastanza bene. Chiediamoci dove abbiamo sbagliato”.
E Bossi chiosa anche stavolta senza mezzi termini: fra Tosi e Salvini “preferisco Salvini”.
Il governatore Luca Zaia, altra anima della galassia leghista veneta, sul tema dell’identità  è andato oltre.
In un’intervista al Gazzettino ha osservato che “siamo al big bang nella storia del Nord: il leghismo non è più una questione di partito, da destra a sinistra i veneti riconoscono che la questione del nord è cogente”.
Come dire che se la Lega è in crisi, ma le istanze leghiste no.
Ed è su questo che l’ex deputata espulsa Paola Goisis ha aperto una polemica, sostenendo che “gli elettori si stanno volatilizzando”da quando Tosi guida il partito. Polemica che Tosi stesso ha chiuso rinfacciandole che alle sfortunate elezioni di un anno fa c’erano i “suoi amici del cerchio magico” e non lui.
A dare qualche suggerimento, su Radio Padania, ci ha provato l’ex ministro Roberto Castelli, affermando che bisogna “fare sintesi fra l’anima dura e pura e il futuro” ma “non sparare addosso alle liste civiche”, utili per uscire da uno zoccolo duro che non supera ormai “il milione, milione e trecentomila voti”.
Impressioni, giudizi, preoccupazioni a cui si aggiunge la contemporanea pubblicazione su alcuni quotidiani di stralci di verbali dell’ex tesoriere Francesco Belsito, convinto che i dirigenti della Lega sapessero in anticipo delle perquisizioni di un anno fa.
Si attendono adesso le mosse di Maroni, che ha scelto Twitter per minimizzare: “Leggo sui giornali l’eccitazione di molti nel dare la Lega ormai morta – ha scritto il governatore della Lombardia – Da vent’anni è così, porta bene, la Lega sopravvive a tutte le gufate”.

(da “il Corriere della Sera”)

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IL CARROCCIO E’ FINITO FUORI STRADA: A MARONI NON BASTANO LE RUOTE DI SCORTA

Maggio 28th, 2013 Riccardo Fucile

IN TUTTI I COMUNI DEL NORD LA LEGA PERDE CONSENSI E MARONI FINISCE SOTTO ACCUSA: “PENSA SOLO A ESPELLERE E A DIVIDERE, NON FA CAMPAGNA ELETTORALE, CREA LISTE PERSONALI”

“Lezione numero uno: dove i leghisti litigano, si perde. Basta ragazzi, non ce lo possiamo più permettere, il Nemico è fuori”.
Questo lo sfogo che il vicesegretario leghista Matteo Salvini ha affidato alla sua bacheca Facebook, come per scuotere le coscienze dei militanti del Carroccio che ancora sembrano non essersi ripresi dal pensionamento di Umberto Bossi, rimpiangendo i tempi in cui in terra padana si conquistavano comuni ad ogni piè sospinto.
La Lega 2.0 di Roberto Maroni, dopo l’exploit delle regionali in Lombardia, ha infatti ripreso la strada verso il declino, deludendo in tutti gli appuntamenti importanti.
Salvini cerca di farsene una ragione, individuando nell’astensionismo uno dei motivi dell’ennesima debacle alle amministrative: “Fra i non elettori di questi giorni ci sono molti voti passati, e forse anche futuri, della Lega: sono questi cuori che bisogna riconquistare. Dobbiamo discutere e ragionare sui perchè delle sconfitte”.
E di temi di discussione per i leghisti sembrano essercene parecchi.
Da Brescia a Treviso passando per Vicenza, Sondrio e Imperia e Lodi in tutti i grandi comuni la Lega Nord ha perso voti sia in termini assoluti che in termini percentuali.
E le cose non vanno meglio nelle realtà  minori.
A Treviso, dove lo spadone è stato impugnato per l’ennesima volta dallo sceriffo Giancarlo Gentilini, la Lega si è fermata all’8,26% contro il 15,39% di cinque anni fa.
Al secondo turno l’ottantaquattrenne leghista dovrà  faticare un bel po’ per recuperare il terreno perduto e riconquistare la poltronissima della sua città .
A Vicenza, dove è stato confermato al primo turno il sindaco uscente Achille Variati (Pd — Udc), la leghista Manuela Dal Lago ha portato il Carroccio al 4,59% (meno di un terzo dei consensi del 2008, quando era arrivata al 15,11%) conquistando appena 1 seggio in consiglio comunale.
A Brescia, uno degli appuntamenti più attesi di queste amministrative, dove la Lega sostiene il sindaco uscente Adriano Paroli (Pdl), non è andata oltre uno scarno 8,66%, lasciando sul terreno 7 punti percentuali e 10 mila voti.
A Lodi passa dal 16,57% al 9,79%.
A Sondrio, dove correva da sola, non è andata oltre il 7,78%, in coalizione cinque anni fa era arrivata al 9,83%.
Anche a Cinisello Balsamo, grande comune in provincia di Milano, la Lega ha dimezzato i suoi voti, passando dall’8,69 al 4,64%, portando la coalizione al ballottaggio con 20 punti di distacco dalla candidata di centrosinistra Siria Trezzi.
Nemmeno nel feudo tosiano le cose vanno meglio.
A Villafranca di Verona la Lega correva da sola (in coalizione con la Lista Tosi) ma non è riuscita a centrare l’obiettivo ballottaggio, piazzandosi al terzo posto (oggi ha il 3,04% contro il 15,34% delle precedenti elezioni).
A Bussolengo è passata dal 32,15% al 10,36%, dietro a Pdl e Lista Tosi.
La Lega perde terreno anche in tutte le altre province venete.
A Piove di Sacco (Padova) passa dal 15,12% al 10,45%; perde il comune di Vedelago (Treviso) dove governava con il 66% e oggi arriva al 15,64%; a San Donà  di Piave (Venezia) crolla dal 19,23% al 5,81%.
E in Liguria è andata anche peggio.
Ad Imperia Erminio Annoni fallisce la riconquista della città , cedendo il passo al centrosinistra che si presenta al ballottaggio da favoritissimo.
Qui la Lega è crollata addirittura dal 10,11% al 2,07%.
Osservando i dato in tutto il nord la sensazione è ovunque la stessa.
A Calolziocorte, in provincia di Lecco, la Lega governava con Paolo Arrigoni e oggi non va oltre il 27,19% dei voti, cedendo il passo ad una lista civica.
Perde anche il comune di Manerbio, in provincia di Brescia, dove nel 2009 aveva vinto con Cesare Giovanni Meletti e oggi deve accontentarsi di uno scarno 10,33%.
Perde il comune di Capriate San Gervaso in provincia di Bergamo e perde anche il comune di Salsomaggiore Terme, avanguardia leghista in Emilia.
In provincia di Como, a Mozzate (uno dei comuni più indebitati d’Italia con le sue 12 società  partecipate), al sindaco leghista Luca Denis Bettoni non è bastato togliere il simbolo del Carroccio dal contrassegno per essere confermato.
Perde terreno anche a Carate Brianza (in provincia di Monza), dal 17,17% all’8,41%.
E gli esempi potrebbero continuare. A parte rari casi di conferme in comuni di piccole dimensioni, la Lega non incanta più.
Tanto basta per far montare la polemica interna, dove militanti e sostenitori si lasciano andare allo sconforto e alla rabbia.
Tanti infatti i leghisti che guardano con nostalgia ai bei tempi andati, quando sotto la guida del carismatico Umberto Bossi si macinavano consensi in tutto il Nord, conquistando comuni su comuni. Maurizio Bernasconi, avvocato varesino e consigliere comunale recentemente epurato dal Carroccio non ha dubbi: “Bene, molto bene! I fenomeni che hanno voluto Pinocchio ed i suoi gatti e le sue volpi muniti di scopa a capo della lega adesso staranno festeggiando i risultati elettorali!”.
Più criptico l’ex parlamentare bossiano Marco Desiderati: “Un amico tempo fa mi disse: stai li… sulla riva del fiume e vedrai tanti cadaveri passare… quanta ragione aveva!”.
Sulle bacheche di molti delusi è stato condiviso un testo che da solo riassume il sentimento di scoramento che c’è attorno alla sonora batosta incassata dalla Lega: “Dove c’è un segretario nazionale che dà  espulsioni a raffica, che non fa campagna elettorale, che crea sue liste personali, che si avvolge nel tricolore, e crea divisioni si perde!” e, ancora: “Pare che non abbiamo nemmeno bisogno di una Lega democristiana, che apre ai gay, alle moschee, ai massoni; che dimentica la Padania per Prima il Nord (Italia)”.
In tutto questo dal segretario federale Roberto Maroni non è arrivato un solo commento: ”Venerdì abbiamo il consiglio federale e parleremo anche di questo” ha risposto il governatore della Lombardia a margine della seduta del consiglio regionale a chi gli ha chiesto un commento sull’esito delle elezioni comunali.
Ad altre domande Maroni non ha voluto rispondere.

Alessandro Madron
(da “il Fatto Quotidiano“)

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