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LA DESTRA SOCIALE IN LOMBARDIA NON PUO’ CHE VOTARE AMBROSOLI: NON CONSEGNARE IL NORD ALLA BECERODESTRA CHE HA SFASCIATO L’ITALIA, PORTATO I SOLDI IN TANZANIA, RUBATO IN REGIONE E VIOLATO LE LEGGI INTERNAZIONALI

Febbraio 8th, 2013 Riccardo Fucile

DIFFONDI L’INVITO AL VOTO DISGIUNTO: FAI COME HA AGITO MARONI CON CENTINAIA DI PROFUGHI FATTI AFFOGARE IN MARE O RICONSEGNATI AL CRIMINALE GHEDDAFI:   RESPINGILO NELLA SUITE DI VIA BELLERIO

La destra sociale, dei diritti civili, legalitaria ed europea,
quella che non truffa con le quote latte sottraendo 4,5 miliardi allo Stato con i quali non avreste pagato l’Imu,

quella che non porta i soldi pubblici in Tanzania e che non ha contatti con famiglie della ‘ndrangheta,

quella che non usa i fondi regionali per spese e lussi privati,

quella che non agita la scopa contro gli avversari interni solo per carpirne la poltrona, salvo mantenere al proprio posto i compagni di merende inquisiti,

quella che non si appropria dei meriti di magistrati e forze dell’ordine nella lotta alla mafia per crearsi un’immagine presentabile,

quella che non viola le norme del diritto internazionale respingendo i poveracci sulle carrette, condannandoli alla morte o alle torture nelle prigioni libiche,

quella che non fa accordi con dittatori e criminali che bombardano il proprio popolo, quella che non canta “senti che puzza, sono arrivati i napoletani”,

quella che pensa che la padagna sia solo una patacca che ha permesso a una classe dirigente politica di “scappati di casa” di succhiare stipendi e posti di potere ben retribuiti prendendo per il culo milioni di persone,

quella che ama l’Italia tutta, da nord a sud senza distinzione, e che avrebbe gia applicato la legge Mancino contro certa feccia razzista, invece che giustificarla,

quella che si sbellica dalle risate di fronte alle visioni notturne di chi invoca che il 75% delle “nostre tasse” debbono “restare a noi”, salvo poi non saper spiegare chi pagherebbe i dipendenti pubblici della sanita, dell’istruzione, della sicurezza,

quella che vuole chiudere definitivamente con una becerodestra che da venti anni sta distruggendo la possibilità  che emerga anche in Italia una moderna destra europea come in altri Stati del nostro continente, attenta alla legalità , alla solidarietà , al lavoro, all’etica e al senso dello Stato, ai diritti civili, alla socialità ,

ebbene questa nuova destra lancia un appello alle centinaia di lettori che ci seguono anche in Lombardia.
Fate circolare questo appello tra gli amici, attraverso il copia-incolla del link sui social network, contattate i vostri conoscenti, fate comunicati stampa ai media locali, premete su associazioni d’area: il voto alle regionali in Lombardia è fondamentale.
Non permettete che la becero destra si impossessi del Nord per curare i propri intrallazzi, questa è l’occasione per spazzarli via: se Maroni venisse sconfitto, dopo tutti i miliardi che ha speso, sarà  costretto a dimettersi da segretario della Lega.
E’ l’ora di fargli capire che non tutti gli elettori di destra sono trinariciuti: le elezioni si decideranno per poche migliaia di voti e tutti voi potete essere determinanti.
La nostra storia politica personale è a prova di qualsiasi “contaminazione” con la sinistra, ma stavolta bisogna “saper guardare oltre il contigente”.
Votare Albertini o altri candidati minori come governatore è solo fare un favore a Maroni e consegnare il nord ad altri anni di oscurantismo.
Turatevi il naso nel caso, ma votate Ambrosoli, esponente della società  civile che avrebbe potuto essere anche un candidato moderato.
Se vincerà  per pochi voti sarete stati determinanti per costruire una nuova destra in Italia, quella del futuro.
Perchè è solo dalle macerie che può iniziare la ricostruzione.
Fatelo anche per quel ragazzo annegato al largo di Lampedusa.
Anche lui avrebbe voluto vivere in un’Italia migliore.
Costruiamola insieme.

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SISTEMA MARONI: BONIFICI, EXTRA E TITOLI DI STATO

Febbraio 6th, 2013 Riccardo Fucile

L’EX TESORIERE AL SENATO STIFFONI CHIAMA IN CAUSA CALDEROLI E BRICOLO PER APPARTAMENTI E SPESE PAZZE

I conti correnti della Lega Nord aperti a Roma dal 2006 erano “una prassi, alla quale decisi di adeguarmi” su “indicazione dell’allora capogruppo alla Camera Maroni” per “gestire i fondi e non rendere conto della gestione a fine anno al partito in quanto riteneva che tale gestione fosse di sua insindacabile pertinenza”.
Piergiorgio Stiffoni, ex tesoriere del Carroccio a Palazzo Madama, mette in ordine i ricordi e consegna la documentazione dei conti correnti del partito.
In particolare quello accesso alla Bnl del Senato.
Nel dettaglio delle carte al vaglio degli inquirenti romani, che il Fatto quotidiano ha potuto leggere, oltre all’acquisto di diamanti, ai pagamenti costanti di “fuori busta” compresi tra i due e i quattro mila euro mensili a Roberto Calderoli, Sandro Mazzatorta e all’addetto stampa di Stiffoni, figurano compensi e benefit per l’intero gruppo del Carroccio a Palazzo Madama.
Da Gianpaolo Vallardi, oggi candidato in Veneto (ma in posizione difficilmente eleggibile), ad Armando Valli, Giovanni Torri e tutti i bossiani oggi esclusi dalle liste.
Le carte coinvolgono anche Federico Bricolo, ex capogruppo al Senato: agli atti è allegata la disposizione da lui firmata per “l’indennità  extra da versare al senatore Roberto Calderoli”.
E ancora: le lettere contabili “dei bonifici sul conto Bnl del gruppo per il pagamento dell’appartamento in uso a Bricolo”, la “disposizione, per ordine del presidente Bricolo, di integrazione mensile a favore della sua segretaria personale” e molti altri documenti autografi.
Al momento, nel procedimento aperto presso la procura di Roma, figura come indagato il senatore Stiffoni con l’accusa di peculato: nella veste di segretario amministrativo del Carroccio al Senato si sarebbe appropriato, tra il 2008 e il 2009, dei contributi erogati al gruppo trasferiti su conti personali causando un ammanco di oltre 955 mila euro.
Fondi poi restituiti da Stiffoni, salvo, secondo quanto risulta dai riscontri comunicati dai suoi legali, 50 mila euro.
Gli accertamenti svolti dagli inquirenti a seguito dell’interrogatorio rilasciato dall’ex tesoriere il 27 novembre scorso (già  pubblicato sul Fatto l’8 gennaio) davanti al pm Roberto Felici hanno portato, come visto, a nuovi fronti di indagini.
A quanto si apprende sono stati acquisiti dalla Procura anche i documenti della movimentazione finanziaria dei conti correnti accesi al Banco di Napoli dal gruppo della Camera.
L’obiettivo è verificare che non ci siano incongruenze al gruppo Montecitorio come quelle riscontrate a Palazzo Madama.
Nell’interrogatorio Stiffoni ha raccontato anche di un investimento da parte del partito di 400 mila euro dei fondi in titoli di Stato ma è sulla nuova Lega di Maroni che si concentra l’attenzione del senatore.
L’attuale candidato alla presidenza della Lombardia per il Carroccio, secondo Stiffoni, aveva ideato il sistema dei conti correnti paralleli da tenere aperti a Roma così da “nascondere” al quartier gene-reale di Via Bellerio i soldi.
“L’onorevole Maroni, quale capogruppo alla Camera, nel 2006 instaurò la prassi di non rendere il conto della gestione a fine anno al partito”.
Nel corso dell’atto istruttorio il senatore, espulso dalla Lega lo scorso aprile, parlando della gestione Maroni ha affermato che “tale intento perseguiva lo scopo di non devolvere al partito eventuali residui della gestione che sarebbero dovuti transitare, come di fatto transitavano, su un altro conto intestato al tesoriere per poi riconfluire sul conto originario nella gestione successiva; tale prassi si è trasferita anche al gruppo del Senato”.
Per questa vicenda la Procura, il 15 gennaio scorso, ha notificato l’avviso di fine indagine allo stesso Stiffoni e alla sua segretaria Maria Manuela Privitera , anche lei per concorso in peculato. Nel corso dell’interrogatorio l’ex tesoriere al Senato ha sostenuto, inoltre, di aver aperto, con il consenso del presidente Bricolo, due conti, nel novembre 2008 e nel gennaio 2010 “per impedire alla segreteria amministrativa del partito di prendere ulteriori somme di denaro oltre a quelle che già  versavamo alla Lega”.
I soldi pubblici sono però usciti dal conto per pagare le abitazioni romane ai senatori della Padania, cene, carte prepagate a Media World ma anche a la Rinascente e molti altre spese. Come certificato anche dalle relazioni svolte dalla società  di revisione Price Water House.

Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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FONDI LEGA, L’EX TESORIERE STIFFONI INGUAIA MARONI: “DAL 2006 FU LUI A VOLER TENERE RISERVATI I CONTI”

Febbraio 5th, 2013 Riccardo Fucile

“QUANDO ERA CAPOGRUPPO ALLA CAMERA, FU MARONI A VOLER SVINCOLARE I FONDI DA OGNI CONTROLLO DI VIA BELLERIO E GESTIRLI DIRETTAMENTE”

Una prassi di “riservatezza” sulla rendicontazione voluta dall’attuale segretario Maroni. Fu proprio lui infatti, quando era capogruppo della Lega Nord alla Camera, “a instaurare nel 2006 la prassi di non rendere il conto della gestione a fine anno al partito in quanto riteneva che tale gestione fosse di sua insindacabile pertinenza”.
In occasione del suo interrogatorio in procura il 27 novembre 2012, l’ex tesoriere del Carroccio Piergiorgio Stiffoni aveva specificato ai pm che “tale intento perseguiva lo scopo di non devolvere al partito eventuali residui della gestione che sarebbero dovuti transitare, come di fatto transitavano, su un altro conto intestato al tesoriere per poi riconfluire sul conto originario nella gestione successiva; tale prassi si è trasferita anche al gruppo del Senato“.
Al pm Roberto Felici che lo aveva indagato per peculato per l’appropriazione, nella veste di segretario amministrativo, dei contributi erogati al partito trasferiti su conti personali con un ammanco di oltre 955 mila euro (tra il 2008 e il 2009), Stiffoni, espulso dal partito nell’aprile 2012, ha spiegato di aver aperto, “con il consenso del presidente Bricolo, due conti, il 10559 (il 5 novembre 2008) e il 10886 (il 19 gennaio 2010) per dire impedire alla segreteria amministrativa del partito di prendere ulteriori somme di denaro oltre a quelle che già  versavamo alla Lega per scopi prettamente di partito”.
E “nel fare ciò”, ha aggiunto, “mi sono adeguato a una prassi già  esistente”.
L’ex tesoriere ha poi precisato che “i fondi del Senato servono per pagare le spese di gestione del gruppo parlamentare, ad esempio, personale di segreteria, utenze, strumenti di lavoro; inoltre, una quota mensile veniva devoluta ai singoli senatori in parti uguali per gli stessi scopi: allo steso modo si utilizzano tali fondi per incontri conviviali, gadget, anche di un certo valore, eventi e ricorrenze”.
Stiffoni specifica inoltre che ben 400mila euro di contributi elettorali furono investiti dalla Lega in titoli di Stato e “di questa come di altre operazioni il presidente Bricolo era a conoscenza”.
Stiffoni ha precisato di aver trasferito il 29 novembre 2011 “50mila euro dal conto n.10886 a un conto intestato alla Media World per l’acquisto di ‘carte regalo’ (duemila euro per i 25 senatori); ho fatto ciò su richiesta del presidente Bricolo, anche se la fattura è stata intestata a me, su richiesta di Bricolo, per non far figurare l’intestazione della Lega; i senatori hanno poi utilizzato la carta per l’acquisto di beni di consumo“.
Acquisti su cui ora la procura di Roma ha già  avviato un procedimento, anche alla luce della deposizione resa lo stesso giorno di Stiffoni dalla sua segretaria dell’epoca Maria Manuela Privitera, anche lei indagata per peculato.
“Sempre il 29 novembre 2011 ho chiuso il conto n.10886 e ho trasferito il residuo di 188.661,78 euro al conto n.11399. Io non tenevo una rendicontazione analitica delle spese — ha specificato Stiffoni — ma tenevo tutte le ricevute; preciso comunque che la gestione della contabilità  era stata affidata alla signora Privitera”.
A fronte della contestazione della procura, Stiffoni ha replicato: “Non è vero che ho utilizzato queste somme per esigenze familiari, l’ho detto perchè mi sentivo sotto pressione; faccio presente che in quella data sul conto n.10559 (di cui aveva l’esclusiva titolarità  secondo chi indaga, ndr) c’erano depositati 307mila euro che nei giorni seguenti ho provveduto a girare sul conto n.9686 (acceso dalla Lega presso la Bnl, ndr)”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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LA NUOVA LEGA DI MARONI: SI RAMAZZANO PURE I SOLDI PROMESSI AI TERREMOTATI

Febbraio 3rd, 2013 Riccardo Fucile

17,5 MILIONI DI RIMBORSI ELETTORALI SONO STATI “GIRATI” SULLA CAMPAGNA DI MARONI DOPO AVERLI PROMESSI CON LA GRANCASSA ALLE VITTIME DEL TERREMOTO

Eppure lo avevano promesso. Che l’ultima tranche dei rimborsi elettorali della legislatura 2008-2013 sarebbe andata alle popolazioni terremotate dell’Emilia.
Prima Roberto Maroni annunciò che sarebbero stati devoluti in beneficenza.
Poi il 3 giugno 2012 Giampaolo Dozzo, capogruppo del Carroccio alla Camera, afferma durante il congresso della Liga Veneta: “Proporrò che l’intera tranche di rimborsi elettorali riguardanti le politiche del 2008 venga devoluta alle popolazioni dell’Emilia colpite dal terremoto”.
Sembrava fatta. Soprattutto dopo che lo stesso segretario , l’11 novembre, aveva lasciato tra le mani del sindaco di Bondeno, il leghista Alan Fabbri, un assegno da un milione di euro come promesso nella sua prima uscita ufficiale il 14 luglio.
Tutti gli altri comuni duramente colpiti, si pensava, sarebbero seguiti di lì a poco, dividendo il rimanente della faraonica terza tranche del rimborso.
La stessa che era stata bloccata, sempre a giugno 2012, dopo che al Senato erano state riscontrate incongruenze nei bilanci leghisti: 17 milioni e 547 mila euro.
Invece no. La Lega non ha dato più un soldo. Se li è messi tutti in tasca.
Con uno scopo preciso: finanziare la campagna elettorale per Maroni presidente della Lombardia.
Il segretario del Carroccio, con in tasca il sogno della “macroregione europea”, un’illusione geografica prima ancora che politica, ha deciso di dare fondo alle casse leghiste per i manifesti 6à—3 che tappezzano (non sempre legalmente) Milano e il resto della regione.
A confermare le voci e i malumori che da giorni si rincorrevano nelle tante case del Carroccio, lo stesso tesoriere della Lega Nord, Stefano Stefani, in un’illuminante intervista alla Padania di due giorni fa.
“Per la campagna elettorale spenderemo cinque milioni di euro — ha detto Stefani — considerata la doppia campagna, per le Politiche e per le Regionali”.
Secondo il tesoriere è una cifra in linea con le campagne elettorali del passato, ma nè Zaia nè Cota hanno goduto di tanto ben di Dio in Veneto e Piemonte.
Stefani ha spiegato che stavolta il gioco vale la candela, che “è in gioco la Lombardia, che è un passaggio molto importante”, dunque per il segretario e la conquista del Pirellone si può fare.
E i terremotati?
Dice Gianluca Pini, capolista alla Camera in Emilia per il Carroccio: “Abbiamo dato un milione di euro di rimborsi elettorali . Comunque, queste cose deve chiederle a Fabio Rainieri segretario dell’Emilia, è lui che ha gestito. Io mi occupo della Romagna dove fortunatamente non abbiamo avuto il dramma del terremoto. È Rainieri che se ne è occupato. Io non le so dire assolutamente nulla. Mi pare di ricordare che la proposta di dare una parte dei rimborsi elettorali alle popolazioni terremotate venne fatta immediatamente dopo le scosse quando ancora il rimborso elettorale era ‘pieno’. Dopodichè venne fatto un decreto per dimezzarli (che però non è passato, ndr) e dare la parte eccedente ai terremotati”.
E che dice, allora, Fabio Rainieri, segretario del Carroccio in Emilia e numero 2 nella lista per il Senato subito dopo Tremonti?
“Un milione, abbiamo sempre detto uno. A voi risulta sbagliato. Lo abbiamo detto a Bologna alla manifestazione (di novembre, ndr), lo abbiamo detto a Ferrara e a Bondeno quando Maroni disse questa cosa. Noi avevamo detto uno solo”.
Ma voi avevate chiesto qualcosa in più come emiliani, per i terremotati?
“No, quel milione di euro per Bondeno e per altri paesi attorno”.
Quindi non ci sarà  altro?
“No, sono quelli che avevamo promesso e che abbiamo stanziato”.
Peccato che quella dichiarazione di Maroni in cui si parla “solo” di un milione se la ricordi solo Rainieri.
Di quelle che dicono il contrario, invece, la rassegna stampa è piena.
Così come è certo che quel denaro sarà  finalizzato ai manifesti e alle singole segreterie del Movimento per le spese correnti in campagna elettorale: 840 mila euro al Veneto, 354 mila al Pie-monte, 168 mila all’Emilia, 76 mila alla Romagna, 126 mila al Friuli-Venezia Giulia, 113 mila alla Liguria, 68 mila alla Toscana, 17 mila alla Valle d’Aosta e 14 mila all’Umbria.
“Questi fondi — spiega ancora Stefani, confermando le voci — sono parte dei contributi elettorali che abbiamo accantonato e parte dei contributi che hanno versato tutti i parlamentari e i consiglieri regionali”.
Esattamente ciò che la Lega, a macerie ancora fresche, aveva promesso per la ricostruzione, se Maroni avesse mantenuto la promessa.
Non a caso, secondo Gabriele Albertini, i manifesti nei quali Maroni giura di avere “la Lombardia in testa” sarebbero costati circa un milione di euro, mentre secondo la Lega solo 350 mila euro.
Alla fine, comunque vada, saranno complessivamente 5 milioni quelli che verranno buttati nella campagna elettorale.
”Sono — spiega Stefani — i soldi che abbiamo stanziato e che spenderemo; con me tesoriere del movimento non scappa neppure un euro, e speriamo pure di recuperare quelli che ci hanno ciulato”.
A rubarli non è stata Roma ladrona, come raccontano le storie poco edificanti dei fondi di partito investiti in diamanti o in fondi della Tanzania: “Abbiamo fatto i conti e penso che al momento opportuno ci costituiremo parte civile — continua Stefani — speriamo di recuperare il maltolto. Non sono molti soldi — precisa — rispetto a quelli di altri partiti”.
.Come invece non sono i rimborsi elettorali.
Che i terremotati non vedranno mai per consentire a Maroni di far pensare a tutti i “lùmbard” di avere il Pirellone in testa.
Ma solo quello.

Sara Nicoli e Davide Marceddu
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LE PALLE DELLA LEGA SULLA FALSA PROMESSA DEL 75% DELLE TASSE CHE DEVONO RESTARE IN LOMBARDIA

Gennaio 28th, 2013 Riccardo Fucile

I CONTI AI PADAGNI NON TORNANO, MEGLIO QUANDO LI TENEVA BELSITO: CHI PARLA A VANVERA DI 16 MILIARDI IN PIU’, CHI DI 3…MA GLI ESPERTI LA CONSIDERANO UN BLUFF GRANDE COME UNA CASA

Trattenere sul territorio il 75 per cento della tasse pagate in Lombardia.
Roberto Maroni ne fa una bandiera elettorale, ma lo slogan rischia di trasformarsi in bufala.
Sin da subito, visto che i conti non tornano.
Non è chiaro innanzitutto su che cosa lui e Silvio Berlusconi si sono davvero accordati.
In caso di vittoria — garantisce il segretario della Lega — il Pirellone potrà  gestire direttamente 16 miliardi di euro in più rispetto a prima e cita un articolo del Corriere della Sera secondo cui in Lombardia al momento torna indietro, sotto forma di servizi, il 66 per cento di quanto versato dai cittadini in imposte dirette, indirette e contributi vari, compresi quelli previdenziali (in tutto 173 miliardi).
Un’affermazione che però suona da smentita al Cavaliere: “Oggi viene restituito il 72-73 per cento”, è l’altra storia raccontata sulla bianca poltrona di Porta a porta.
Sulle basi dell’algebra berlusconiana, a conti fatti, per arrivare al 75 per cento promesso basterebbe trattenere dai tre ai cinque miliardi di euro in più.
Un bel po’ in meno della metà  di quanto parla Maroni, che fino a due giorni fa, ospite di 24 Mattino su Radio 24, sparava addirittura un’altra cifra: 25-26 miliardi.
I numeri variano a seconda delle voci che si considerano per arrivare alla somma totale, si è giustificato Maroni in conferenza stampa, quando non sapeva più come uscirne.
Ma al di là  delle cifre e dei sistemi di riferimento presi in considerazione, secondo diversi esperti quello a non essere realizzabile è proprio l’obiettivo finale: trattenere al Pirellone il 75 per cento delle tasse.
Se questo progetto viene varato in Lombardia — ragiona Floriana Cerniglia, docente di Scienza delle finanze dell’università  di Milano Bicocca — lo stesso andrà  fatto in tutte le Regioni.
Allo Stato centrale rimarranno da gestire appena un centinaio di miliardi di entrate tributarie, che non saranno più sufficienti a pagare istruzione, difesa, giustizia e interessi sul debito pubblico.
Tutte funzioni che a questo punto andranno imputate al bilancio delle singole regioni.
L’idea leghista è considerata irrealizzabile anche dagli stessi docenti citati nell’articolo del Corriere che Maroni ha preso come Bibbia.
Ne ha citato con orgoglio il titolo: “Il sogno della Lega vale 16 miliardi”.
Ma si è scordato di fare notare come prosegue il resto del pezzo.
Cioè con il parere di Tommaso di Tanno dell’università  di Siena che reputa insensato trattenere sul territorio l’Iva: un’imposta associata a merce venduta anche al di fuori della Lombardia e magari prodotta in sedi extra regionali di un’impresa lombarda.
E con Paolo Parisi della Scuola Superiore dell’Economia e delle Finanze Ezio Vanoni di Roma che aggiunge: “Chi vuole gestirsi la quasi totalità  delle entrate tributarie allora deve rendersi anche autonomo nell’organizzazione dei servizi. Di fatto crea una realtà  statuale a sè”.
Insomma, per Parisi, “qui non si sta parlando di federalismo, ma di secessione”. Un giudizio che Maroni ha squalificato come “giudizio politico”.
Eppure è anche l’aspetto politico a non tornare, oltre a calcoli e matematica.
La trovata del Carroccio infatti non è nuova.
Nel 2007 la regione Lombardia aveva approvato una proposta di legge al Parlamento in cui si prevedeva di trattenere al Pirellone l’80 per cento dell’Iva, tutte le accise e le imposte su tabacchi e giochi.
La proposta era poi stata inserita tra le promesse forti di Lega e Pdl nella campagna per le politiche del 2008.
Ma tutto è caduto nel dimenticatoio, nonostante per più di due anni abbia governato Berlusconi.
Questa volta l’obiettivo è addirittura più ambizioso di allora in termini di numeri. E la via per centrarlo rimane una e una sola: una legge ordinaria da approvare in Parlamento.
Nella negoziazione con lo Stato centrale — assicura Maroni — avremo il sostegno di Veneto, Piemonte e Friuli Venezia Giulia, con il peso del loro Pil e della loro popolazione.
Ma, con ogni probabilità , a Roma ci sarà  una novità : una maggioranza di diverso colore politico.
E il “sogno” di oggi sarà  più simile a una bufala.
La promessa leghista   è bocciata senza appello anche da Confindustria, che sulla bandiera elettorale del Carroccio aggiunge il suo parere contrario a quello di diversi esperti.
“La percentuale di tasse che deve rimanere sul territorio potrà  essere determinata solo quando un modello federale avrà  stabilito quali sono le competenze delle regioni”, spiega Alberto Barcella, presidente degli industriali lombardi, durante un incontro sulle istanze delle imprese a cui hanno partecipato anche Umberto Ambrosoli, candidato del centrosinistra alla presidenza della Lombardia, e il leghista Andrea Gibelli, vicepresidente uscente della Regione.
Senza che prima ci sia un passaggio legislativo a livello nazionale, quindi, parlando di 75% “si fa un discorso che lascia il tempo che trova”.
Quello della Lega, insomma, si riduce a essere uno slogan: “In campagna elettorale — continua Barcella — si fanno proposte che possono essere attrattive per gli elettori, ma poi ci si scontra con la realtà  del Paese”.
Tradotto: le solite palle leghista a uso e consumo di qualche gonzo padagno.

Franz Baraggino e Luigi Franco

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LEGHISTI VERDI DI VERGOGNA: ALLE REGIONALI IN LOMBARDIA LA LEGA RIPRESENTA SETTE USCENTI DI CUI CINQUE INDAGATI

Gennaio 26th, 2013 Riccardo Fucile

MARONI AVEVA GIURATO: “NESSUN SARA’ RIPRESENTATO, MAI PIU’ INDAGATI DA NOI”… IL GIULLARE DELLE RAMAZZE ORA DICE: “CRITERI DI MERITO, NON SI PUO’ PUNIRE PER UN AVVISO DI GARANZIA”….E C’E’ PURE CIOCCA, FOTOGRAFATO CON UN BOSS DELLA ‘NDRANGHETA

Mentre persino il Pdl di Silvio Berlusconi pulisce parzialmente le liste elettorali, la Lega nord fa una scelta decisamente controcorrente.
Dei venti consiglieri uscenti in Regione Lombardia ne ripresenta solo sette, ma ben cinque di questi sono indagati.
L’elenco dei candidati alle elezioni di febbraio, indette dopo la caduta della giunta Formigoni, è stato depositato oggi.
“Come abbiamo fatto per le liste nazionali, anche per quanto riguarda per Regione Lombardia queste sono state dettate da criteri di merito e opportunità , con un processo si selezione dal basso”, ha spiegato il segretario federale Roberto Maroni.
Roba da scompisciarsi dalle risate.
E gli indagati?
Secondo Maroni “non è giusto punirli solo sulla base di un semplice avviso di garanzia”.
Ma come, se fino a ieri era l’addetto alle pulizie, con la ramazza in mano e aveva giurato che nessun indagato sarebbe stato piu’ ripresentato.
Il riferimento è appunto ai cinque riconfermati, attualmente indagati dalla Procura della Repubblica di Milano nell’inchiesta sui rimborsi spese dei gruppi consiliari. Un’inchiesta che ha coinvolto quasi per intero l’ex maggioranza di centrodestra.
Si tratta di Dario Bianchi (Como), Giulio De Capitani (Lecco), Fabrizio Cecchetti (Milano), Angelo Ciocca (Pavia) e Ugo Parolo (Sondrio).
Il pavese Ciocca era finito al centro delle polemiche per una foto che lo ritraeva con il presunto padrino della ‘ndrangheta lombarda Pino Neri, recentemente condannato in primo grado al maxiprocesso Criminine-Infinito.
Per quella vicenda Ciocca non è stato indagato e si è sempre difeso affermando di aver incontrato Neri per caso, per una compravendita immobiliare, senza sapere nulla dei suoi legami con la criminalità .
I due consiglieri leghiti confermati e non indagati sono Iari Colla di Milano e Massimiliano Romeo di Monza.
In lista anche due parlamentari uscenti: Pietro Foroni, presidente della Provincia di Lodi,e Laura Molteni.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA VENDETTA DI UN PICCOLO UOMO, MARONI GETTA LA MASCHERA: EPURATI TUTTI I BOSSIANI

Gennaio 22nd, 2013 Riccardo Fucile

SALVA I SUOI INDAGATI, MA ESCLUDE DALLE LISTE   STEFANI, BRICOLO, DAL LAGO, DOZZO, MARTINI, GOISIS E LUSSANA… ORA I LOMBARDI HANNO L’OCCASIONE DELLA VITA: RIMANDARLO A CURARE LE PRATICHE DI RECUPERO CREDITI ALLA AVON

“Bossiani” sul piede di guerra all’interno della Lega nord.
Le liste per le elezioni di febbraio, nate dalla ‘rivoluzione’ che porta il nome di Roberto Maroni e, almeno in Veneto, di Flavio Tosi, hanno creato più di un malumore.
Fra i nomi nelle liste saltano subito agli occhi i grandi esclusi, per lo più appartenenti al cosiddetto “cerchio magico“.
Tanto che qualcuno parla già  di “epurazione politica” e c’è chi, come Carolina Lussana, non nasconde che la sua permanenza nel Carroccio potrebbe essere a rischio.
Dal partito però escludono che si tratti di una epurazione politica: “Le liste sono state fatte secondo un criterio di ricambio generazionale e di presenza sul territorio“, dice ad esempio Matteo Bragantini, capolista al Senato in Veneto.
I nomi degli esclusi però fanno rumore e sono del calibro di Stefano Stefani, il tesoriere della Lega subentrato a Francesco Belsito, una dei triumviri nominati dopo lo scandalo dell’estate 2012 Manuela Dal Lago, il presidente dei senatori del Carroccio Federico Bricolo, il capogruppo alla Camera Gianpaolo Dozzo, le deputate Francesca Martini, Paola Goisis e Carolina Lussana, nonchè il senatore e cofondatore del partito Giuseppe Leoni.
Tutti molto vicini a Bossi.
Se in Veneto le esclusioni sono state motivate dalla voglia di rinnovamento e “rottamazione” di Tosi (che ha imposto il limite di due mandati per essere ricandidati) in Lombardia non c’è stato nemmeno questo criterio a giustificare del tutto le esclusioni.
Tanto che ora il popolo degli ‘esclusi’ chiede chiarimenti.
Lo fa per esempio Carolina Lussana, bossiana, esclusa dalle liste in Lombardia, che non nasconde la rabbia e ipotizza una “epurazione politica nei confronti di quelli che sono rimasti leali e fedeli a Bossi per rispetto e riconoscenza”.
Tanto che sostiene: “Non mi stupisce la mia esclusione, me l’aspettavo”.
Lussana si dice però delusa “soprattutto dal punto di vista umano” perchè “nessuno mi ha spiegato nulla, nemmeno una telefonata, nemmeno da Roberto Maroni. E’ stato detto che si è voluto privilegiare nelle liste chi ha avuto maggior presenza sul territorio. Ma è un’accusa che rispedisco al mittente”.
Lussana quindi non esclude di uscire dal partito.
Alla domanda se resterà  nella Lega nonostante tutto, risponde: “Questo vedremo, perchè bisogna essere in due per restare. Chiederò un chiarimento e dopo di che deciderò il da farsi”.
“Il mio — conclude — non è il problema della ‘cadrega’ (poltrona, ndr), ma di rispetto. Si parla tanto di Lega come una grande famiglia. Almeno in Lombardia avrei preferito un discorso tipo quello di Tosi, che motivasse le esclusioni con dei parametri. In Lombardia questi parametri non ci sono stati, tanto è vero che abbiamo candidati con cinque legislature. E inoltre ci sono pochissime donne in lista. Nella Lega 2.0 che critica tanto il celodurismo bossiano, forse qualche presenza femminile in più non avrebbe guastato”.
In Veneto una ‘vittima’ delle esclusioni è stata Manuela Dal Lago, già  membro del ‘triumvirato’ del dopo Bossi, che pure aveva alle spalle una sola legislatura.
Racconta che ha rifiutato lei stessa il posto che le avevano offerto (“quinto o sesto al Senato”) e non maschera un velo di amarezza: “Evidentemente il partito non mi ritiene utile e io non sono disposta ad accettare tutto, costi quel che costi”, sostiene. Bragantini, capolista al Senato in Veneto, però replica: “La Dal Lago ha rifiutato per una candidatura alle comunali. Sul piano nazionale, da quello che so io Maroni ha fatto le scelte insieme ai commissari nazionali guardando le competenze dei candidati e la loro copertura territoriale, ovvero la presenza sul territorio”.
Sembra vero…

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MANNHEIMER: IN LOMBARDIA CENTRODESTRA AVANTI DI TRE PUNTI

Gennaio 13th, 2013 Riccardo Fucile

ALBERTINI DRENA VOTI PIU’ DA PD E SEL CHE DA PDL E LEGA

Lo hanno sottolineato tutti gli analisti e gli osservatori che cercano, in questi giorni, di prefigurare i possibili esiti delle prossime elezioni politiche di fine febbraio.
Il quadro finale dipenderà  in larga misura, forse in modo determinante, dal risultato delle consultazioni della Regione Lombardia per il Senato.
A causa, come si sa, delle astruse regole imposte dalla legge elettorale attualmente in vigore, il mai troppo deprecato «Porcellum».
Che prevede un unico premio di maggioranza nazionale per la Camera dei Deputati (la coalizione che prenderà  più voti otterrà  automaticamente il 55 per cento dei seggi) e, viceversa, tanti premi di maggioranza per ciascuna regione, con esclusione di Valle D’Aosta, Trentino Alto Adige e Molise.
In altre parole, sarà  la gran parte delle singole regioni ad assegnare per il Senato i seggi premio di maggioranza alle coalizioni che prevarranno in ognuna di esse.
Per questo la Lombardia (che determina nel complesso 49 seggi senatoriali su 315 in totale) è così rilevante, tanto che l’esito potrà  condizionare l’esistenza o meno di una maggioranza governativa in Senato per la coalizione di centrosinistra.
Per quel che riguarda la Camera, infatti, secondo tutti i sondaggi, la maggioranza sarà  conquistata (a meno di mutamenti legati allo sviluppo della campagna elettorale) dalla coalizione guidata da Bersani.
Ma non è detto che quest’ultima ottenga la prevalenza dei voti per la competizione del Senato in tutte le singole regioni, garantendosi così la gran parte dei seggi senatoriali.
LA RIMONTA
Proprio il risultato della Lombardia – che, data la numerosità  della sua popolazione, assegna molti seggi–sembrerebbe uno di quelli maggiormente in bilico.
Anche se, allo stato attuale, la prevalenza dei voti–e, dunque, l’assegnazione del premio di maggioranza– appare appannaggio della coalizione di centrodestra guidata da Berlusconi, che appare aver effettuato una notevole rimonta rispetto a quanto emerso da sondaggi precedenti (ad esempio, D’Alimonte sul Sole 24 ore dell’8 gennaio, che assegnava al centrodestra il 32,5 per cento a fronte del 35,7 per cento da noi rilevato).
La distanza dalla coalizione di centrosinistra risulta oggi attorno al 3,5 per cento nel sondaggio Ispo-Corriere della Sera.
Si tratta di un divario teoricamente colmabile (ma, ovviamente, anche allargabile) nelle prossime settimane, con lo sviluppo della campagna elettorale e la formazione della scelta da parte dei cittadini attualmente indecisi o tentati dall’astensione (21 per cento).
Bersani può dunque ancora aspirare alla conquista per sè del premio di maggioranza in Lombardia (e, di conseguenza, ad una maggiore probabilità  che la sua coalizione prevalga anche in Senato, consentendogli di formare da solo un governo, senza legarsi, ad esempio, a Monti), ma deve riuscire a persuadere numerosi elettori. Berlusconi d’altra parte può contare in questo momento sul risultato lombardo come un’importante arma di contrasto al centrosinistra.
QUATTRO FORZE OLTRE LA SOGLIA
Sulla base dei dati rilevati, dunque, la coalizione di centrodestra otterrebbe 27 seggi (comprensivi del premio di maggioranza), mentre i seggi restanti verrebbero suddivisi tra le altre liste che superano la soglia dell’8 per cento: la coalizione di centrosinistra (12 seggi), la Lista Monti per l’Italia che si avvicina al 15 per cento e conquista 6 seggi e il Movimento 5 Stelle che si colloca attorno all’11 per cento e ottiene 4 seggi.
IL TESTA A TESTA PER IL PIRELLONE
Sin qui lo scenario relativo alla consultazione per il Senato.
Ma, secondo molti osservatori, quest’ultima potrebbe essere influenzata (e, a sua volta, potrebbe però influenzare) dalla elezione per il presidente e per il Consiglio regionale, che si terrà  lo stesso giorno.
Per quest’ultima l’esito appare in questo momento ancora più indeterminato.
Sulla base delle rilevazioni più recenti, il candidato del centrodestra, Maroni, otterrebbe oggi la maggioranza dei consensi (pari a quasi il 41 per cento).
Tuttavia lo scarto rispetto al più vicino inseguitore, il candidato della coalizione del centrosinistra, Ambrosoli (cui viene assegnato sin qui il 38 per cento), è inferiore ai 3 punti percentuali.
La differenza rilevata tra i due candidati è dunque vicina al margine di approssimazione insito nei sondaggi, per cui si può affermare di trovarsi di fronte ad un testa a testa più che ad una prevalenza certa di uno dei due.
A costoro si affiancano Albertini (10-11 per cento) e Silvana Carcano, la candidata grillina che ottiene quasi il 10 per cento.
IL «FATTORE ALBERTINI»
I due contendenti principali si distinguono anche in relazione ai caratteri prevalenti del loro elettorato: Maroni vede infatti un’accentuazione tra i meno giovani e coloro che detengono titoli di studio più bassi, mentre Ambrosoli ottiene proporzionalmente più consensi tra gli under 40 e i laureati.
Naturalmente, se non ci fosse il «terzo incomodo» Albertini, Maroni avrebbe già  la sicurezza della vittoria.
Ma l’ex sindaco di Milano drena un po’ di voti dagli elettori di centrodestra e impedisce la prevalenza netta di quest’ultima coalizione.
Anche se, ad un calcolo più approfondito, si nota che racimola (in termini relativi) più voti da ex elettori di Penati che da ex elettori di Formigoni (8,4 contro 6,7%).
I FORMIGONI «DISPERSI»
A suo tempo, nel 2010, Formigoni ebbe vita più facile.
Ma molto del suo elettorato si è disperso. In particolare, solo il 61 per cento di quanti lo avevano votato allora dichiarano di confermare la propria opzione per Maroni. Diversi scelgono Albertini, qualcuno Ambrosoli o, forse spinti dalla delusione, addirittura il candidato del M5S: ma buona parte (22 per cento) si dichiara tutt’ora indeciso o tentato dall’astensione.
L’elettorato di centrosinistra appare invece più «fedele»: più del 70 per cento dei votanti per Penati nel 2010 conferma infatti il proprio voto, scegliendo Ambrosoli.
Ed è inferiore la quota (13 per cento) di chi non ha ancora delineato la propria scelta. In definitiva, entrambe le consultazioni in Lombardia (politiche e regionali) appaiono aperte ad ogni risultato, benchè in tutte e due il centrodestra risulta sin qui prevalere (ma in misura diversa e di poco alle regionali).
Questi dati danno ragione a chi ha definito la Lombardia come «l’Ohio italiano».
Sarà  la campagna elettorale a determinare l’esito finale-

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DOPO L’ABBRACCIO CON SILVIO, LA LEGA NON SARA’ PIU’ DI MARONI

Gennaio 9th, 2013 Riccardo Fucile

CHE SI VINCA O CHE SI PERDA PER BOBO SARA’ SEMPRE L’ADDIO ALLA SEGRETERIA… SE VINCE SARA’ ACCASATO IN REGIONE, SE PERDE I VENETI CON TOSI PRENDERANNO LA SEGRETERIA

Adesso sono tutti in coda a dire che non si poteva fare diversamente, che l’accordo tra Pdl e Lega era davvero inevitabile e che, insomma, ora l’unica cosa da fare “è vincere”.
“Possiamo definirlo un prezzo da pagare”, ha ammesso Matteo Salvini, “ma ai malpancisti di oggi risponderemo con i fatti: le elezioni in Regione saranno un referendum tra monarchia e repubblica, e la repubblica è l’indipendenza della Lombardia: nove su dieci hanno compreso che l’accordo era l’unica strada possibile”. E Cota:”Il candidato premier si deciderà  successivamente, adesso pensiamo a vincere e a realizzare il nostro progetto politico”.
Persino Flavio Tosi, uno che — è noto — Berlusconi non lo può proprio vedere: “Capisco che ci potranno essere anche dei mal di pancia, però l’accordo con il Pdl porta vantaggi anche per il Veneto e per questo da noi accettato: ci assicurerà  nuove e importanti riforme dal punto di vista federalista: le motivazioni strategiche di questa nuova alleanza — ha spiegato Tosi — sono infatti senz’altro più favorevoli alla Lega che al Pdl”.
Applausi.
Ma dietro le quinte il malumore è pesante, la delusione cocente.
“Cos’è successo di così stravolgente in un mese?   – postava ieri su Facebook un vecchio bossiano di lungo corso come Flavio Tremolada — Solo adesso si è scoperto che da soli si perde? Ci si allea con Berlusconi perchè è d’accordo che il 75 % delle tasse rimane al Nord? Bossi nel 2008 aveva concordato l’80%. Ma Bossi non è stato “pensionato” perchè faceva accordi con Berlusconi?”.
Ecco, l’idea generale è un po’ questa, nonostante i proclami dei vertici leghisti.
C’è, comunque, un’unica questione reale alla base di questa decisione che potrebbe costare molto cara a Maroni, seppure sulla media distanza: senza il Pdl, il Carroccio non aveva alcuna chance di conquistare la Lombardia, con il partito del Cavaliere alleato le possibilità  aumentano.
Ma non possono comunque considerarsi decisive.
Secondo le rilevazioni condotte tra il 3 e il 6 gennaio da Scenaripolitici.com, la strategia di «Prima il Nord» lancia il candidato governatore padano al 37,5% mentre lo sfidante Umberto Ambrosoli, in campo per il centrosinistra, resta fermo per ora al 35%.
Si potrebbe pensare che l’azione temeraria dei leghisti di tornare tra le braccia di Berlusconi, alla fine, abbia pagato.
Ma c’è una vera e propria incognita sul campo.
Ed è quella rappresentata da Gabriele Albertini: l’ex sindaco di Milano tenta la corsa in solitaria anche se ha ricevuto il sostegno dell’area montiana, ma il suo peso elettorale è ancora da valutare e attualmente si assesta intorno al 12,5%.
C’è da dire, comunque, che il clima generale non è affatto favorevole al centrodestra. E anche se il bacino potenziale dell’asse Maroni-Berlusconi è davvero ampio, il combinato tra elezioni regionali e politiche nazionali potrebbe non girare a favore del segretario del Carroccio.
Nonostante la sottovalutazione di alcuni istituti di sondaggio, come la Swg di Weber, i mal di pancia della base leghista, alla fine, potrebbero rappresentare un vero problema di gestione del voto di base per Maroni.
Se Albertini, infatti, appoggiato dai centristi, dovesse superare il 14%, per la Lega le possibilità  di trasformare la Lombardia nell’ultimo tassello della macro regione del Nord potrebbero dirsi sfumate per sempre.
E’ dunque una battaglia che si gioca su un crinale molto sottile, di pochi punti percentuali.
E a cui è appesa anche la sorte di Maroni stesso.
Comunque vada, non sarà  più il leader del Carroccio, carica conquistata solo sei mesi fa. Lo ha detto ieri: se vince si dimetterà  da segretario, per “lasciare il posto a un giovane”.
Ma sarà  costretto a farlo, e a maggior ragione, pure in caso di sconfitta.
Perchè a quel punto, tutto sarà  perduto e la Lega non ci sarà  più. Almeno non così come la conosciamo ora.
Sarà  una Lega che parlerà  veneto, probabilmente, e avrà  come capo indiscusso Flavio Tosi.
L’epilogo di questi ultimi giorni di trattativa, di inchieste e, infine, di voto, non potranno portare che a questo.
A tenere su il Carroccio, paradossalmente, potrebbe essere proprio il partito berlusconiano.
E non è una bella sensazione per chi, solo pochi mesi fa, agitava la ramazza a Bergamo urlando “mai più con Berlusconi” ed altre frasi ad effetto solo per polarizzare la base verso il nuovo segretario.
Maroni sembra stia conducendo una partita personale mascherata da “rifondazione leghista” nel segno della conquista (difficile, per non dire impossibile) della macro regione del nord.
Dal Pirellone potrà  forse salvare se stesso,   ma in caso di vittoria, soprattutto se di esile misura, come potrebbe inevitabilmente prospettarsi, poi se la dovrà  vedere con una maggioranza che non farà  sconti.
Soprattutto a lui.
E governare la Lombardia potrebbe diventare persino più difficile del muovere un ministero delicato come quello dell’Interno.
C’è, infatti, una promessa che Maroni ha fatto ai suoi e che ha messo nero su bianco nel patto con Berlusconi: quella di trattenere almeno il 75% delle tasse pagate dai residenti sul territorio regionale.
In termini assoluti il provvedimento varrebbe risorse aggiuntive per 20 miliardi l’anno.
Peccato per lui che Bossi, quando era ancora forte — come ricordava Tremolada — chiese a Berlusconi la stessa cosa, arrivando a strappare fino all’80% la percentuale di tasse che sarebbero rimaste in tasca ai “lumbard”: ovviamente non se ne fece assolutamente mai di nulla.
Un terreno molto scivoloso, dunque, per il segretario leghista.
Non sulla breve, ma sulla lunga distanza.
La domanda politica, a questo punto, è la seguente: Pdl e Lega riusciranno a resuscitare il formidabile rapporto con la società  del Nord che ha permesso loro di restare l’incontrastato baricentro della politica italiana per vent’anni?
Sembra passato un secolo dalle elezioni politiche del 2008, quando il centrodestra unito fece il pieno dei consensi dei piccoli imprenditori, dei professionisti e del popolo delle partite Iva.
Ecco perchè anche questa volta, quella promessa fatta da Berlusconi in caso di vittoria è solo un modo per aiutare Maroni a convincere la sua base della bontà  dell’accordo, ma tanto l’epilogo sembra ormai evidente: il segretario leghista perderà  probabilmente la Lombardia e — di conseguenza — la sua base.
Poi Tosi gli ruberà  quel che resta del Carroccio.
Semprechè l’inchiesta in corso a Roma non faccia precipitare di nuovo tutto molto prima del previsto.

Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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