Luglio 3rd, 2014 Riccardo Fucile
SI E’ SISTEMATO IL CERCHIO MAGICO DEL PRESIDENTE PODESTA’: POSTI E STIPENDI NELLE SOCIETA’ CONTROLLATE… COMPRESA LA PEDEMONTANA CHE NON HA FONDI PER ULTIMARE I CANTIERI
Una, la Pedemontana, rischia di dover bloccare i cantieri perchè non ha soldi per terminare
infrastrutture fondamentali per la viabilità in regione.
L’altra, la Serravalle, ha avuto un crollo di valore dopo anni di gestione dissennata.
Eppure nelle due società della Provincia di Milano c’è sempre un posto e uno stipendio se sei nel cerchio magico del presidente Guido Podestà .
Fino a pochi giorni fa, per consiglieri comunali e provinciali del Nuovo centrodestra, per assistenti del presidente e funzionari della provincia, Pedemontana e Serravalle sono state un porto sicuro al riparo dalle turbolenze della politica.
Mentre il componenti di Palazzo Isimbardi è decaduto con l’ultima seduta dello scorso 23 giugno, due suoi componenti avevano già trovato una scrivania libera in Pedemontana.
Il consigliere provinciale Paolo Gatti, Ncd, presidente della commissione Urbanistica, per esempio, è stato assunto lo scorso 16 aprile 2013 con un contratto a tempo determinato che scadrà nell’aprile 2015.
«Ho saputo del bando pubblicato sul sito di Pedemontana – conferma – Mi occupo dei rapporti con le amministrazioni locali interessate ai lavori, guadagno circa 1.500 euro netti al mese».
Una sua collega di partito, Maria Maddalena Scognamiglio, passata dall’Italia dei Valori a Forza Italia e poi finita in Ncd, è stata assunta in Pedemontana lo scorso 7 gennaio e ci rimarrà fino al 31 dicembre 2016.
Nel palazzo di Milanofiori ad Assago troveranno Gianbattista Fratus, che ha avuto un contratto a tempo determinato già nel dicembre 2012.
Fratus, consigliere provinciale della Lega dal 2009, candidato del Carroccio a sindaco a Legnano nel maggio 2012, e da allora consigliere comunale, resterà in Pedemontana almeno fino al dicembre 2015, quando scadrà il suo contratto.
«C’era un bando per una posizione da contabile. Avendo lavorato 35 anni in un’azienda privata, ho fatto la domanda col curriculum, poi dei colloqui – spiega – Sono all’ufficio acquisti. Guadagno 1.500 euro mensili più straordinario».
Fratus smentisce collegamenti con la politica. «Ero già in Provincia, ma ho fatto i colloqui normalmente con il direttore e con l’ufficio del personale. Con l’amministratore delegato di Pedemontana, Marzio Agnoloni, ho parlato solo quando c’è stata la firma».
È invece a tempo indeterminato, dal primo luglio 2013, il rapporto di lavoro di un altro fedelissimo di Podestà , Marcovalerio Bove, ora capogruppo Ncd in Comune a Palazzo Marino.
Bove, ex consigliere in Zona 5, è stato assunto come impiegato.
«Ero già a tempo determinato in un’altra azienda – spiega Bove – Quando ho fatto il passaggio ho chiesto di mantenere lo stesso contratto, senza aumenti. La mia è stata solo una scelta professionale».
Marcovalerio è figlio dell’ingegnere Luigi Bove, consulente di Serravalle e amico di Podestà . Il comitato elettorale del consigliere comunale, alle ultime amministrative, era in via Scarlatti 30, sede delle società del presidente della Provincia.
Bove junior respinge però qualsiasi sospetto di favoritismi da parte di Podestà .
«Ho una laurea in Bocconi e un percorso professionale chiaro. Ho partecipato a un bando pubblicato sul sito di Pedemontana, in un momento di grande espansione della società ».
Dello stesso gruppo di collaboratori del presidente fa parte anche Marzio Ferrario, 26 anni, assistente politico di Podestà prima di essere nominato assessore alle Partecipate, qualche giorno fa, nel rimpasto di una giunta che decadrà a dicembre.
E dopo aver lavorato a fianco di Podestà , come segretaria con un contratto a termine, due giorni fa – il primo luglio – è stata assunta in Pedemontana anche Clara Tessarin.
Il suo contratto scadrà il 30 giugno 2015.
Una storia a sè è quella di Adriana Rita Pavin, una dipendente di Palazzo Isimbardi di 71 anni, andata in pensione.
La donna, amica della famiglia Podestà , l’11 ottobre 2013 ha ottenuto un “conferimento di incarico gratuito di collaboratore di staff del presidente”, «considerato – si legge nell’atto – che occorre avvalersi di una figura professionale idonea a fornire supporto al presidente con particolare riferimento alle attività di comunicazione con interlocutori istituzionali e con i cittadini».
Un mese dopo, a novembre, Pavin ottiene però un altro incarico, questa volta ben retribuito, da Serravalle.
Una consulenza “aziendale” da 30mila euro per dieci mesi, scadenza il prossimo settembre, per “supporto nelle relazioni istituzionali, accademiche, commerciali e internazionali”.
In Serravalle, società che negli ultimi anni ha visto andare a picco il suo valore, ha trovato posto anche Leone Talia, un funzionario della prefettura passato poi in Provincia.
Dopo tre anni da responsabile del settore Appalti, è stato assunto nel dicembre 2012 come risk manager in Serravalle.
«C’era un bando, ho partecipato a una normale selezione di cui sono venuto a conoscenza. Ho una posizione da quadro. Talia ha partecipato anche alla campagna elettorale di Podestà . «Conosco bene Podestà e lo stimo – replica lui – È una gran brava persona, per tre anni ho lavorato molto bene».
In Serravalle l’ultima new entry ha un nome noto.
Almeno a chi conosce la storia di Afol, l’Agenzia di formazione e orientamento al lavoro, finita sotto accusa da parte della Corte dei conti per le assunzioni e le consulenze fuori controllo, oggetto di numerose denunce in consiglio da parte del consigliere provinciale Massimo Gatti (Rifondazione). Di Afol, dal settembre 2012, dopo essere stata inserita dal 2010 in cda da Podestà , è presidente Silvia Sardone.
Che oggi compare fra le più recenti assunzioni in Serravalle. Ha un contratto a tempo indeterminato da impiegato, ha preso servizio da due giorni come “specialista in risorse umane”. «Afol è un incarico politico a zero euro, in Serravalle invece ho partecipato a una selezione pubblica – si difende Sardoni, 32 anni – Ho due figli, una laurea e un dottorato di ricerca, ho cercato un lavoro e ho ottenuto questo posto. Non voglio essere discriminata perchè faccio politica».
Sandro De Riccardis
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Marzo 24th, 2014 Riccardo Fucile
A 400 GIORNI DAL VIA, L’AREA ESPOSITIVA È DESOLATA E GRAN PARTE DELLE OPERE CONNESSE NON SI FARANNO MAI
Dopo l’allarme del Commissario unico di Expo 2015, Giuseppe Sala, il messaggio che viene ora dagli uffici dell’esposizione è che tutto andrà bene. Può darsi.
Ma nel Comitato NoExpo, che dall’inizio di questa vicenda ha documentato con precisione i rischi ambientali e di malaffare legati alle opere, si sottolinea il forte imbarazzo che serpeggia ai vertici della Spa partecipata da governo, Regione Lombardia e Comune di Milano per il rischio “di una figuraccia internazionale”.
“In realtà sono vittime della maledizione Expo — sorride Luca del comitato — secondo cui questa ‘porta sfiga’”.
Le vittime eccellenti dell’esposizione universale in salsa italiana sono in effetti molteplici. A partire da Romano Prodi, che si prodigò moltissimo nei due anni del suo secondo governo per ottenere l’assegnazione prima di lasciare la mano a Berlusconi. Poi c’è stata Letizia Moratti, vera madrina dell’operazione ma scalzata dal Comune di Milano da Giuliano Pisapia.
È finito nell’oblio anche il primo manager indicato dal governo Berlusconi, Lucio Stanca, Roberto Formigoni ha perso il Pirellone e vede i suoi uomini indagati o arrestati, come nel caso di Antonio Rognoni.
Si è scottato Monti ed Enrico Letta. E forse, memore di queste disfatte, non vuole scottarsi Matteo Renzi che preferirebbe che Regione e Comune, cioè Pisapia e Maroni, se la sbrighino da soli.
LA “LANDA”
L’arresto del direttore generale di Infrastrutture Lombarde ha solo scoperchiato una situazione di difficoltà che sta mettendo a rischio tutta l’operazione Expo.
Qualche giorno fa, visitando il sito, Beppe Grillo aveva parlato di “landa desolata” riferendosi all’assenza di infrastrutture essenziali.
Dall’entourage di Giuseppe Sala vengono invece solo rassicurazioni. I soldi, 1,3 miliardi necessari, sono stati stanziati.
Sarebbero già risolti i lavori per la “piastra espositiva”, per le “aree di servizio” e anche per l’urbanizzazione dell’area.
Ma ora, come teme la Confindustria, da ogni faldone potrebbe emergere una nuova indagine. Che potrebbe riguardare anche i lavori già in via di conclusione a rischio di essere fermati. Tanto più che ora si passa alla fase della costruzione dei padiglioni a opera dei paesi ospitati.
SCONTRO PER IL CANALE
Un punto dolente è rappresentato dalle Vie d’acqua, il progetto che dovrebbe unire il Canale Villoresi, al nord dell’Expo, al Naviglio Grande, in piena città a sud.
Qui si sono toccate con mano le divergenze tra Pisapia e Regione.
I comitati ambientalisti e lo stesso NoExpo, si sono opposti, infatti, al canale di circa 12 chilometri in uscita dal sito e che dovrebbe passare per i parchi a ovest di Milano. Lo stesso Sal , ha spiegato che la soluzione alternativa potrebbe essere quella di intubare le acque in uscita da Expo senza ricorrere al mega-canale in cemento che deturperebbe l’ambiente.
Maroni non è d’accordo e al momento, mentre l’acqua da nord arriverà all’Expo non è chiaro quale sarà il suo deflusso.
COLLEGAMENTI A RISCHIO
Molto più ambiguo è lo stato delle “opere connesse”, che dovrebbero collegare l’Expo al resto del mondo.
Qui c’è la grande torta da oltre 14 miliardi.
Il governo Letta aveva promesso altri 260 milioni quest’anno che ora sembrano ballare, mentre Roberto Maroni, l’altro giorno, ha parlato di 1,6 miliardi mancanti.
Le opere più grandi sono la Pedemontana (oltre 4 miliardi il costo stimato), la bretella BreBeMi (1,6) e la Tangenziale esterna di Milano (Tem, 1,65 miliardi).
Solo la BreBeMi potrebbe farcela ma senza la Tem non avrebbe senso, finirebbe nel vuoto. Della Pedemontana si dovrebbe concludere la parte verso Malpensa ma non quella verso Desio.
In forte ritardo è anche la Zara-Expo, aggiornamento della vecchia Gronda Nord. Secondo Maroni non si farà la M4.
Sembra certo che non si farà nemmeno la Rho-Monza, slitta il potenziamento della linea ferroviaria tra Gallarate e Rho così come la metrotranvia Desio-Seregno.
A inizio anno, infine, il Tar lombardo ha bloccato, per dubbi sulla gara di aggiudicazione, i lavori per il collegamento tra il sito e l’area di Cascina Merlata dove sorgerà il villaggio Expo all’autostrada A4.
L’Expo probabilmente si farà .
Arrivarci, però, sarà quasi impossibile.
Salvatore Cannavò
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 24th, 2014 Riccardo Fucile
DALLA TANGENZIALE AL METRà’, IL PREFETTO: “CONSOLIDATA PRESENZA”
Gli annunci sono finiti. E quello che prima era un rischio, ora è un dato di fatto. 
La mafia è entrata nell’affare di Expo.
Testa e soldi dei boss controllano parte dei lavori e delle opere connesse.
L’allarme, scaturito dall’inchiesta sull’appaltificio di Infrastrutture Lombarde (Ilspa) governato per dieci anni da Antonio Rognoni, trova conferma nella relazione del Prefetto di Milano consegnata alla Commissione parlamentare antimafia in trasferta sotto al Duomo.
È il 16 dicembre 2013 quando Paolo Tronca davanti ai parlamentari legge un appunto riservato di 56 pagine e svela “una tendenza che si sta delineando e sempre più consolidando di una penetrazione nei lavori Expo di imprese contigue, se non organiche alla criminalità organizzata”.
In quei giorni davanti al presidente Rosy Bindi parla anche il procuratore aggiunto Ilda Boccassini.
Dice: “In considerazione del tempo ormai limitato (…) è molto forte il rischio di infiltrazioni”. Il dato, di per sè clamoroso e inedito, diventa inquietante quando Tronca affronta la questione delle opere connesse all’evento. Tra le varie, oltre alla Linea 5 della metropolitana infiltrata dal clan Barbaro-Papalia, cita la Tangenziale esterna est, snocciolando numeri che fotografano lo stato di un’infiltrazione consistente.
“Quest’opera — sono le sue parole — presenta la maggior concentrazione di imprese già interdette, sette nell’ultimo periodo”.
Più altre due. In totale nove società allontanate per sospetti di collusione con le cosche. Una di queste è la Ci.Fa. Servizi ambientali tra i cui soci compare Orlando Liati coinvolto in un traffico illecito di rifiuti.
Un nome, quello dell’imprenditore milanese, già finito nelle informative dell’antimafia lombarda per i suoi rapporti con importanti clan della ‘ndrangheta.
Dal 2009 il coordinamento dell’opera è affidato alla Tangenziale esterna spa. Consigliere delegato è Stefano Maullu, ex assessore formigoniano sfiorato (e mai indagato) da alcune inchieste di mafia.
Con lui nel board societario c’è l’architetto Franco Varini in contatto con Carlo Antonio Chiriaco, l’ex direttore sanitario dell’Asl di Pavia condannato in primo grado a 13 anni per concorso esterno.
La spa che gestisce i lavori della tangenziale è anche al centro dell’ultima indagine su Infrastrutture Lombarde. Al suo nome sono legate consulenze pilotate a favore dei legali della cerchia di Rognoni. Oltre agli appalti affidati alla cooperativa emiliana Cmb che con l’Ilspa, negli anni, ha fatto affari d’oro.
Consulenze , dunque. E non solo.
Con i clan che si accomodano al banchetto di Expo.
Tanto che sul sito oggi lavorano quattro società segnalate dalla Dia per rapporti sospetti con ambienti mafiosi. Spiega Tronca: “Spesso la trama dei rapporti d’affari tra le imprese non appaiono subito evidenti”.
Il ragionamento del Prefetto è chiaro . Ma c’è di più.
Secondo Tronca, infatti, “molte società per le quali stanno ora emergendo criticità antimafia non risultano censite dalle Prefetture competenti per territorio”. Tradotto: “In maniera elusiva, le imprese colluse hanno sempre lavorato in una zona grigia” in modo “da sottrarsi alla richiesta d’informazioni antimafia”.
Un gap che non sembra poter essere risolto nemmeno dalla cosiddetta piattaforma informatica creata per raccogliere il database delle imprese. Secondo una nota del centro Dia di Milano il sistema è “inutilizzabile a causa di vistose lacune relative alla scarsa intuitività del sistema e alla carenza della documentazione”.
A tutto questo si aggiungono le problematiche dei controlli antimafia sui lavori degli stati stranieri.
Il punto, sollevato dal Prefetto, segnala come in questi casi l’adesione ai controlli sia solo su “base volontaria” così come previsto da un accordo preso tra il governo Italiano e il Bie.
Nessun obbligo, dunque. E tanto terreno fertile per la mafia.
Davide Milosa
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 22nd, 2014 Riccardo Fucile
ARRESTATO ROGNONI, EX DG DI “INFRASTRUTTURE LOMBARDE”, TRA GLI INDAGATI ANCHE L’EX UFFICIALE DEI ROS DE DONNO E LE FIGLIE DI DACCO’
“Una struttura illegale” all’interno di enti pubblici che opera su due piani ma al servizio
esclusivo del direttore generale di “Infrastrutture Lombarde”.
Antonio Giulio Rognoni in pole position fino a qualche settimana fa per diventare subcommissario per Expo2015 è arrestato nell’inchiesta che ha portato allo svelamento di una appalti truccati e strane concessioni di contratti di consulenze: 8 in totale gli arrestati (due in carcere e sei ai domiciliari) e una trentina di indagati.
L’inchiesta ha di fatto decapitato la controllata della Regione Lombardia per la realizzazione di opere come ospedali, scuole ma anche il nuovo Pirellone, incaricata di conferire consulenze e assistenze legali stragiudiziali e assistenza tecnica-amministrativa per lavori legati a Expo.
Ed è sull’esposizione universale, gli appalti e i lavori da assegnare — una torta da oltre 11 miliardi di euro — che emergono “manovre occulte” per pilotare gli appalti.
Almeno due i casi individuati dalla Procura di Milano e riconosciuti dal giudice per le indagini preliminari tra i 70 capi di imputazione contestati a vario titolo: associazione a delinquere, truffa aggravata, falso e turbativa d’asta.
Tra gli indagati l’ex colonello De Donno e le figlie di Daccò.
Tra gli indagati — secondo il gip di Milano Andrea Ghinetti — c’è una cerchia di professionisti (avvocati e ingegneri) totalmente impegnati ad “accaparrarsi il maggior numero di commesse pubbliche” generando di fatto un “organismo parallelo costituito da consulenti esterni”.
Ma non solo; scorrendo i 70 capi di imputazioni spunta un nome noto alle cronache giudiziarie per altre vicende: quello di Giuseppe De Donno, l’ex colonnello del Ros imputato nel processo sulla Trattativa. Non più carabiniere l’ex militare è entrato nel settore della sicurezza privata per vigilare su eventuali infiltrazioni criminali, ma ora deve rispondere di falsità materiale, turbativa d’asta e truffa.
Come amministratore delegato della società G-Risk avrebbe messo le mani su gare di Infrastrutture lombarde per la “rilevazione e gestione dei rischi ambientali”.
Nel registro degli indagati sono finiti anche anche i nomi di Erika e Monica Daccò, figlie di quel Pierangelo Daccò, condannato per il crac San Raffaele e coimputato con Roberto Formigoni nell’inchiesta Maugeri.
A loro, responsabili della società Poliedrika, sarebbe stato dato senza bando un incarico per “un’attività di promozione a marketing” della commercializzazione del 31° piano del Pirellone.
Rognoni e le “manovre occulte” sugli appalti Expo. Ma è Rognoni, secondo il gip “il capo indiscusso del sodalizio… La sua condotta denota una non comune pervicacia ed al contempo disinvoltura nel momento in cui pianifica e coordina la consumazione di numerosissime condotte di reato.
Tale spregiudicata disinvoltura nella esecuzione dei reati e il ruolo, che egli esige, di colui che tutto deve sapere e di colui che prende le decisioni strategiche anche illecite, rivelano un carattere di particolare pericolosità in relazione a talune azioni collusive realizzate in procedimenti di evidenza pubblica di enorme rilevanza strategica oltre che economica, tenuto conto (anche) del mancato interesse collettivo alla realizzazione di opere di rilevantissima consistenza e valore”.
Come alcuni degli appalti di Expo. Il gip osserva che, riguardo agli appalti individuati come truccati, i documenti informatici e dalle intercettazioni “hanno dimostrato come i soggetti assegnatari fossero stati individuati con largo anticipo…”.
Sicuramente per gli inquirenti è stata “gravemente turbata” una gara del valore di 1,2 milioni di euro riguardante l’affidamento “a professionisti esterni dei servizi legali” nell’attività di Infrastrutture Lombarde di “supporto e assistenza ad Expo 2015 spa”, ma “ruolo e compiti di Rognoni in relazione all’assegnazione degli incarichi si evincono — scrive il gip nell’ordinanza — poi esplicitamente nella parte in cui vengono rappresentate le manovre occulte finalizzate a pilotare gli affidamenti tecnici presso al direzione lavori nell’ambito delle opere di realizzazione della cosiddetta ‘Piastra’ Expo…” appalto poi finito all’azienda Mantovani, finita nel mirino della Procura di Venezia per presunte tangenti e fatture false un anno fa.
Proprio su quell’appalto vinto il gip evidenzia che dopo che Roberto Formigoni si era lamentato pubblicamente della gara vinta con un ribasso del 43% dalla Mantovani il sottosegretario alla presidenza pro tempre aveva invitato Rognoni a evitare una brutta figura che si sarebbe tradotta in una “sconfitta politica evidente”. Formigoni infatti aveva diffuso un comunicato stampa per manifestare la sua preoccupazione per l’eccessivo ribasso.
Così Rognoni aveva attivato i suoi collaboratori affinchè ottenessero garanzie ulteriori all’azienda. Iniziative commentate così da due degli indagati: “Sono tutte turbative, sono tutti abusi…”, “… il problema è che vogliono ricattare Mantovani… se non mi fai le garanzie io non ti aggiudico… siamo al delirio mistico”.
Dagli atti emergono accordi su “future gare”. Sono due le gare relative all’Expo che, a leggere l’ordinanza di custodia cautelare, sarebbero state inquinate indette da Infrastrutture Lombarde per affidare a professionisti esterni la preparazione di “atti e documenti necessari per l’avvio e lo svolgimento delle procedure di affidamento afferenti alla realizzazione delle opere di costruzione per il Sito per l’Esposizione Universale, sino alla stipula dei relativi contratti di appalto”.
Tra gli indagati c’è anche Cecilia Felicetti, il direttore generale di Arexpo (che in una nota sostengono che “le indagini attualmente in corso non riguardano la società “) tra le cui funzioni c’è l’acquisizione delle aree del sito Expo.
Secondo il giudice “emerge dagli atti e dai testi delle telefonate riportate che con l’accordo della Felicetti gli indagati hanno già predeterminato l’assegnazione di future gare“.
Inoltre per il gip il sistema messo in piedi dall’ex dg creava un “clamoroso e spudorato conflitto di interessi“, situazione che si è verificata anche per quanto riguarda la costruzione di Palazzo Lombardia per la “collusione tra professionisti appaltatori dei servizi legali e partecipanti risultati vincitori alle gare, i quali erano contemporaneamente seguiti — per quelle stesse gare — dai rispettivi studi professionali, in clamoroso e spudorato conflitto di interessi”.
Emblematico è proprio il caso della nuova sede della Regione voluta dall’ex governatore Formigoni.
Giovanna Trinchella
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Gennaio 1st, 2014 Riccardo Fucile
L’INCIUCIO FRA PREMIER, I CIELLINI LUPI E FORMIGONI E LA DE GIROLAMO IN NOME DEGLI APPALTI
Enrico Letta lo ha detto apertamente: “Voglio che Expo sia considerato un grande punto di
riferimento della vita di questo governo”. Due messaggi in una frase.
Il primo: c’è un filo che lega Roma e Milano, il governo e l’Expo; e i risultati dell’esposizione universale saranno un metro per misurare anche lo stato di salute del governo.
Il secondo: Expo è un evento del 2015, dunque Letta si è prenotato a mangiare il panettone per (almeno) altri due anni.
“Il successo di Expo sarà una cartina di tornasole per valutare l’operato di questo governo”, ha ripetuto il presidente del Consiglio quando ha ufficializzato a Milano la nomina di Giuseppe Sala a commissario unico, “e rappresenta lo snodo attraverso il quale il Paese può agganciare la ripresa. Expo, sette anni fa quando ci ho creduto, era un sogno, ma ci vuole una follia visionaria. E i sogni servono anche a una politica arida”.
La “follia” del premier
Sogno, visioni, follia: se la ricetta psichedelica contro la “politica arida” è Expo, Letta non è messo proprio benissimo.
Più concreti però gli appalti e gli affari di una partita in cui sono molti, ormai, a rischiarci la faccia: il governo Letta, certo (“Siamo una squadra che vuole vedere Milano come una grande capitale d’Europa”), ma anche il sindaco Giuliano Pisapia e la task force ciellina rappresentata da Maurizio Lupi e Roberto Formigoni.
L’uomo forte dell’operazione
Dopo anni di contese e litigi, Letta ha semplificato la governance di Expo. Decaduti i due ex commissari (il sindaco Pisapia e il presidente Formigoni), il commissario unico Giuseppe Sala è diventato l’uomo forte dell’operazione: “Per evitare i problemi di governance del passato, c’era bisogno di più fluidità ”, dice Letta.
Sala dovrà fare però i conti con la “squadra” di governo, che sulla partita Expo schiera, oltre allo stesso presidente del Consiglio, ben tre ministri: quello dell’agricoltura, Nunzia De Girolamo; quello di trasporti e infrastrutture, Maurizio Lupi; quello dei beni culturali e del turismo, Maurizio Bray.
Più un sottosegretario, l’ex dirigente del Pd lombardo Maurizio Martina, a cui Letta ha affidato la delega all’agricoltura e all’Expo, con ufficio a Palazzo Chigi affinchè possa “garantire un contatto costante e una continua collaborazione con i ministri”.
Un mix da larghe intese, dunque, a coordinamento Pd.
Si è così un po’ allentata su Expo la presa di Cl, fortissima nelle prima fase dell’operazione sulle aree.
I ciellini possono comunque contare sull’asse tra il ministro Lupi e il senatore Formigoni, che ha perso sì il posto di commissario, ma a Roma ha subito occupato la poltrona di presidente della commissione agricoltura del Senato: il posto giusto per restare in partita , perchè Expo vuol dire agroalimentare, visto che il tema assegnato dal Bureau International des Expositions è “Nutrire il pianeta, energia per la vita”.
Maroni attende, la magistratura no
La Lega, da sempre exposcettica (come, ai suoi tempi, l’ex ministro Giulio Tremonti), non ha per ora grande voce su Expo.
Vedremo come il presidente della Regione Roberto Maroni cercherà di rientrare in partita, con il rimpasto e le nomine regionali attese per l’inizio del 2014.
Per ora, insieme a Pisapia batte sul tasto della legalità e degli scudi da alzare contro le infiltrazioni mafiose.
È un bel rebus tenere insieme, da una parte, procedure snelle e leggi speciali e, dall’altra, barriere contro le cosche che da anni si preparano al banchetto di Expo.
Gli investigatori hanno occhi puntati sui lavori, ma intanto entrambi gli appalti più grossi già assegnati (pulizia dell’area e costruzione della “piastra” di base) sono sotto indagine delle procura di Milano.
Quello che rischia di più, comunque, sembra essere il sindaco Pisapia.
Sta scommettendo molto su Expo: “Sarà la nostra grande speranza per il futuro”, ha dichiarato, “fra tre anni la città sarà più bella”.
Dopo le interminabili contese dell’era Moratti-Formigoni per decidere chi comandava in Expo, Pisapia oggi rivendica di “averla rimessa in carreggiata”, ponendo fine ai litigi, alle lotte di potere, all’immobilismo e ai ritardi della gestione precedente.
Sta cercando di utilizzarla al massimo per portare risorse alla città , in tempi di risorse scarse. I lavori sul sito sono finalmente partiti e la promessa — non del tutto scontata — è che finiranno in tempo, per l’inizio dell’esposizione nel fatidico 2015.
Il progetto è ridimensionato, non è più faraonico come nei piani di Letizia Moratti, ma il sindaco spera possa portare qualche beneficio a Milano, visto anche l’impegno garantito dal governo Letta.
Intanto con parte dei fondi Expo (30 milioni di euro) sono finalmente partiti i lavori per risistemare la Darsena: sventato il piano del centrodestra che l’avrebbe trasformata in un parcheggio, la Darsena tornerà a essere quella che era, cioè il “porto” d’acqua d’approdo dei Navigli.
La scommessa del sindaco Pisapia
Certo Pisapia sa che l’Expo peserà sul suo futuro. Si concluderà il 31 ottobre 2015, a sei mesi dalla scadenza del suo mandato: se sarà un successo sarà la migliore delle campagne elettorali, se sarà un flop potrebbe trascinare alla disfatta anche il sindaco. Non si sono sopite del tutto le vecchie polemiche e qualche critica continua ad arrivare ancora, anche dall’interno della maggioranza di centrosinistra che governa la città .
“Temo che la giunta abbia troppo legato le sue sorti all’Expo”, dice Basilio Rizzo, ala sinistra e presidente del Consiglio comunale, “ho paura che nei prossimi anni l’attenzione sarà tutta concentrata sulla vivacità del centro città , dimenticando le periferie e le povertà , che sono purtroppo in aumento”.
Ma Pisapia va avanti: ha trovato il progetto di esposizione universale già assegnato a Milano, l’ha accettato e ora lo sta usando per far arrivare soldi alla città .
Addio all’idea di sostenibilit�
Nel suo programma elettorale vi erano accenni a un Expo diverso. “Al punto 8 del programma del candidato sindaco”, ricorda l’architetto Emilio Battisti, “era scritto che si doveva realizzare un Expo diffuso e sostenibile.
Un’alternativa all’esposizione tradizionale, concentrata in un sito, con padiglioni da costruire e poi smantellare dopo sei mesi, con grande spreco economico e ambientale. Avevamo studiato invece una manifestazione da fare in giro per la città e l’area metropolitana, utilizzando strutture, siti, monumenti già esistenti, da sistemare e ampliare, lasciandoli poi, rinnovati, alla città ”.
Dopo la vittoria, continua Battisti, “Pisapia ha accantonato il punto 8 ed è volato a Parigi, alla sede del BureauInternational des Expositions, insieme a Letizia Moratti e a Roberto Formigoni. Ha accettato la continuità ”.
Si farà un’esposizione più tradizionale, una grande fiera internazionale il cui cuore sarà rappresentato dai padiglioni dei vari Paesi partecipanti, che già sono più di 140.
Il dopo: rischio mattone selvaggio
Ma è soprattutto il “dopo Expo” a essere un nodo difficile da sciogliere.
L’Expo 2015 è nato come una grande operazione immobiliare, su aree della Fondazione Fiera e del gruppo Cabassi che erano agricole, ma che sono state pagate 160 milioni di euro dai soci dell’operazione (Regione Lombardia, Comune di Milano, Fondazione Fiera, Provincia di Milano e Comune di Rho).
Il Comune, per la sua quota del 34,6 per cento, ha sborsato 32 milioni, di cui 28 cash e 4 in terreni conferiti. Questi soldi dovranno rientrare.
L’amministrazione comunale dunque, per la sua parte, passati i sei mesi di festa sarà costretta a valorizzare le aree. Dovrà far costruire. Che cosa, non si sa.
La speranza (alimentata da qualche trattativa in corso) è che non sorga l’ennesimo quartiere residenziale, con l’ennesima colata di cemento, ma che i terreni di Expo dopo il 2015 restino a prevalente uso pubblico. Potrebbe sorgere qui il nuovo stadio, spera Ada Lucia De Cesaris, vicesindaco e assessore all’urbanistica, pagato da una delle due squadre di calcio della città , l’Inter o il Milan, e utilizzabile anche per concerti e grandi spettacoli.
Comunque, il 56 per cento dell’area, promette il Comune, sarà mantenuta a verde e diventerà il più grande parco tematico d’Italia. Ma il traguardo è ancora lontano e del futuro non c’è certezza.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 11th, 2013 Riccardo Fucile
LA CORTE DEI CONTI HA CHIESTO CHIARIMENTI IN ORDINE AI RIMBORSI “PER SPESE ESTRANEE AL MANDATO CONSILIARE E ATTINENTI INTERESSI PERSONALI”
Danni erariali per 500mila euro sono stati contestati nei confronti di un secondo gruppo di
consiglieri della Regione Lombardia, già appartenenti ai gruppi consiliari di Pdl e Lega, in ordine ai rimborsi ottenuti tramite i gruppi, nel periodo 2008-2011 e nella prima parte del 2012, per spese “del tutto estranee al mandato consiliare e spesso palesemente attinenti interessi personali del singolo consigliere”.
Lo si legge in una nota della guardia di finanza in cui si spiega che sono stati emessi vari inviti a dedurre da parte della Procura della Corte dei conti.
I consiglieri nel mirino della magistratura contabile sono Giulio Boscagli, Paolo Valentini, Antonella Maiolo, Giovanni Bordoni, Enio Moretti, Massimiliano Orsatti e Angelo Ciocca.
Nel maggio scorso gli inviti a dedurre erano stati recapitati a Gianluca Rinaldin, Alessandro Colucci, Stefano Galli, Fabrizio Cecchetti, Luciana Ruffinelli, Pierluigi Toscani e Nicole Minetti.
Le attività investigative, coordinate e dirette dal procuratore regionale Antonio Caruso e dal sostituto procuratore Adriano Gribaudo e condotte dalla guardia di finanza di Milano, hanno consentito l’accertamento di un danno erariale.
Fra i destinatari delle contestazioni vi sono, oltre ai singoli consiglieri regionali beneficiari dei rimborsi, anche i presidenti dei gruppi consiliari interessati, cui è affidato il compito e la responsabilità di gestire i fondi attribuiti ai gruppi stessi.
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Maggio 4th, 2013 Riccardo Fucile
SINDACO DI ARCONATE, ELETTO IN PARLAMENTO E IN REGIONE HA PRESENTATO RICHIESTA AL PREFETTO PER RESTARE IN CONSIGLIO
Domandare è lecito, dice la saggezza popolare.
E Mario Mantovani, senatore Pdl, assessore in regione Lombardia e sindaco di un comune in provincia di Milano, deve avere pensato questo quando ha inviato al Prefetto una richiesta per sapere se “la decadenza dalla carica di sindaco (dovuta all’incompatibilità tra i suoi tre incarichi, ndr) comportasse anche quella da consigliere comunale”.
Una domanda inviata prima che gli organi competenti (la giunta per le elezioni di regione Lombardia e quella del Senato), arrivino a fargli abbandonare due dei tre posti che occupa.
Ci vorranno ancora mesi.
Intanto Mantovani è andato a Roma a eleggere il presidente della Repubblica e a votare la fiducia al governo Letta, mentre continua a convocare il consiglio comunale: “Resterò in carica finchè la legge me lo permette”, dice.
A differenza di altri ‘colleghi’ che hanno già lasciato il Parlamento (come il leghista Roberto Cota e il leader di Sel Nichi Vendola), Mantovani ha scelto il Pirellone (dove ricopre l’assessorato di maggior peso, la Sanità , oltre che la vice-presidenza), continua a svolgere le altre due funzioni e con la richiesta di rimanere (anche) consigliere comunale ha provato a scrivere una nuova pagina nel romanzo dei doppi-tripli incarichi nel nostro Paese.
Troppo duro lasciare un paesino di 6mila anime, con il bilancio in attivo e la costruzione di una residenza per anziani (Rsa) agli sgoccioli, settore in cui la famiglia Mantovani è in prima linea.
Arconate è “comune d’Europa”, come si legge nel cartello di benvenuto tra gli ultimi campi del nord-ovest milanese e i capannoni delle zone industriali.
Vanta un gemellaggio ventennale con una città belga (Lennik), che ogni anno viene visitata dagli studenti arconatesi insieme a Bruxelles, dove spesso a fare da guida è lo stesso Mantovani che dal 1999 al 2008 è stato anche parlamentare europeo.
Ma l’ascesa politica dell’uomo e quella istituzionale del ‘suo’ comune è legata anche a un’altra figura: ‘mamma Rosa’, la madre di Silvio Berlusconi cui nel 2007 concede la cittadinanza onoraria per lo stile di “sobrietà e dolcezza” che la caratterizzava.
Il suo mandato, oltre che per la rielezione tre volte consecutive alla carica di sindaco, si caratterizza anche per una gestione estremamente diretta delle vicende cittadine.
Mai un sindaco fu più premuroso, tanto da accollarsi colloqui individuali con chi deve rinnovare la carta d’identità : succede soprattutto con i cittadini stranieri, che prima di recarsi all’Anagrafe devono ‘superare’ le sue domande.
Il coordinatore lombardo del Pdl si vanta anche di non essere stato un costo per il suo comune: essendo obbligato dalla legge a scegliere un compenso, ha preferito negli ultimi 12 anni rinunciare a quello da sindaco (circa 800 euro mensili), optando per una più corposa indennità parlamentare.
La popolarità sul territorio se l’è guadagnata sia con lo sblocco di fondi statali alle scuole, al tempo in cui era sottosegretario alle Infrastrutture del governo Berlusconi, sia con la presenza capillare di Rsa, centri disabili e hospice che dal ’96 sono il core business di famiglia.
La Lombardia, alle ultime regionali, lo ha ripagato con quasi 13mila preferenze.
Intanto, visto che Mantovani temporeggia, i consiglieri comunali di opposizione hanno richiesto la convocazione di un consiglio comunale urgente per discutere della sua incompatibilità .
Entro un mese la sua carica passerà quindi al vice-sindaco, mentre il Prefetto di Milano ha rimandato al mittente la sua richiesta di potere rimanere nell’assemblea consiliare.
Come spiega il ministero dell’Interno “in nessun caso il sindaco dichiarato decaduto può chiedere di rimanere a far parte del consiglio comunale in qualità di consigliere, non essendo titolare della relativa carica. Sull’eventuale mancato esercizio dell’opzione, non sussistono margini d’intervento da parte del ministero dell’Interno”.
Più lunghi i tempi della giunta per le Elezioni in Parlamento, dove si è ancora fermi a quella provvisoria presieduta dal senatore Luigi Casson (Pd): ”Sarebbe importante che il presidente del Senato invitasse pubblicamente gli interessati a rispettare le norme costituzionali risolvendo al più presto le cause della loro posizione di incompatibilità ”.
Sull’argomento erano intervenuti anche i dieci saggi di Napolitano, proponendo di modificare l’articolo 66 della Costituzione in modo da attribuire ”a un giudice indipendente e imparziale” la decisione su legittimità dell’elezione, ineleggibilità e incompatibilità , togliendo questo potere al Parlamento.
C’è il rischio che “prevalgano logiche politiche” e si ripetano episodi visti nella precedente legislatura con i senatori-sindaci Pdl Azzolini e Nespoli.
Sarà più veloce invece la macchina burocratica in regione Lombardia, dove sono 11 i sindaci eletti: “Entro il 9 giugno la giunta per le elezioni si pronuncerà sull’incompatibilità dei consiglieri e degli assessori — spiega il presidente della commissione Roberto Bruni — Poi il consiglio avrà 30 giorni per dichiarare l’incompatibilità ”.
Leggermente più rapidi i tempi per gli assessori esterni, come i leghisti Massimo Garavaglia (senatore e assessore al Bilancio) e Gianni Fava (deputato e assessore all’Agricoltura).
La guerra al doppio incarico, annunciata dal governatore lombardo Roberto Maroni in campagna elettorale, dovrà aspettare ancora un po’.
Francesca Martelli
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Marzo 30th, 2013 Riccardo Fucile
TESTIMONE INDIMENTICABILE DI UNA CITTA’ DOVE C’E’ “SOFFERENZA, POESIA E MALINCONIA”
] Enzo Jannacci la sua Milano la guardava dall’alto, da casa, in un palazzo al sesto piano di Città
studi, dal quale si scorgeva il profilo del Pirellone.
Ma l’ha sempre vissuta e raccontata dal basso, nelle strade dove i personaggi delle sue canzoni si muovevano cercando il futuro, o semplicemente la sopravvivenza.
Donne e uomini semplici, come la Vincenzina, che negli anni sessanta era “davanti la fabbrica” ad aspettare suo marito e che invece adesso, in un’intervista al Corriere del 2004, il cantautore e poeta milanese di origini pugliesi, si augurava fosse “la moglie di uno che almeno è riuscito ad avere la pensione”.
IL «BARBUN» ALL’IDROSCALO
Come il vagabondo che pregava un “sciur” per salire sulla macchina bella “per andare all’Idroscalo”, ma a lui, al “barbun”, importava soprattutto fare un giro sulla macchina.
O come l’uomo che per pagare una cambiale, in “E l’era tardi”, va a disturbare un ex commilitone, ma poi gli manca il coraggio di turbare la serenità familiare dell’amico.
Una Milano che vive aggrappata agli affetti profondi, all’amore all’amicizia, a valori antichi che si devono confrontare con le trasformazioni di una città che diventa metropoli.
Milano che non è più quella del Derby o del Santa Tecla, i locali storici dei cantautori e del cabaret.
Ma che a suo modo, è una città eterna: “Dove c’è sofferenza e malinconia, c’è il momento poetico.
«MA COM’E’ CHE MUOIONO TUTTI?» –
E a Milano ci sarà sempre”, raccontava qualche anno fa, sempre al Corriere, Jannacci, che ha regalato a tutti tante memorie nel bellissimo libro “Aspettando al semaforo”, scritto con il figlio Paolo.
E che ha lasciato a chi scrive un ricordo incancellabile: quando in quella sua casa di Città studi, nel 2004, parlando dei suoi cari amici Beppe Viola e Giorgio Gaber, che non c’erano più, guardando fuori dalla finestra con occhi smarriti, si è domandato tra sè e sè: “Ma com’è che muoiono tutti?”.
Matteo Speroni
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: Milano, radici e valori | Commenta »
Febbraio 22nd, 2013 Riccardo Fucile
IL CONSAP: “NON HA MAI FATTO NULLA PER LA POLIZIA”…DOPO ESSERSI SOLO PRESO I MERITI DELLE OPERAZIONI DI FORZE DELL’ORDINE E MAGISTRATURA CONTRO LA CRIMINALITA’, FINALMENTE LA VERITA’ VIENE A GALLA, NOI LO DENUNCIAMO DA ANNI
“Da ministro dell’Interno non ha fatto nulla per la polizia — spiega Gian Mario Morello, segretario del
sindacato degli agenti per il Nord Italia -, abbiamo già avuto modo di sottolinearlo, perchè oggi dovremmo sostenerlo nella sua candidatura alle regionali in Lombardia?”.
E’ un duro atto d’accusa quello rivolto dalla Confederazione Sindacale Autonoma di Polizia alle loro famiglie.
Nelle scorse ore i circa duemila iscritti al sindacato autonomo di polizia in Lombardia hanno ricevuto un’email nella quale vengono elencate le ragioni di questa pesante presa di posizione contro l’ex capo del Viminale, già duramente contestato nel 2010 dalla stessa organizzazione sindacale .
Va segnalato che il Consap non è un sindacato di sinistra, tutt’altro, quindi la presa di posizione non è ascrivibile a una “manovra elettorale” sospetta, ma piuttosto alla constatazione reale del penoso tentativo di Maroni di prendersi meriti non suoi, senza aver risolto uno solo dei mille problemi che ogni giorno devono affrontare le forze dell’ordine.
A cominciare dalle conseguenze dei tagli da lui avallati e operati dal governo Berlusconi.
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