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LA TRAMA SEGRETA DI MARIO: “FERMIAMO LA LEGA AL PIRELLONE E AL SENATO MI SERVE UN PAREGGIO”

Gennaio 10th, 2013 Riccardo Fucile

LE GARANZIE SUL CASO ALBERTINI, PIERLUIGI NON SI FIDA

«Albertini sarà  capolista al Senato solo se si candida anche per la Regione».
I due non si parlano più da qualche settimana. Dopo tredici mesi di cordialità  e reciproco affidamento, la campagna elettorale ha trasformato Mario Monti e Pierluigi Bersani in due “sfidanti”. Incapaci di interloquire.
Ma questa volta il presidente del Consiglio un messaggio al suo “ex alleato preferito” l’ha dovuto spedire.
Il “caso Lombardia”, infatti, si sta innescando come una bomba a tempo. Non un semplice “casus belli” ma la vera partita su cui si gioca il futuro della prossima legislatura.
Che riguarda il successore di Formigoni ma soprattutto la maggioranza che si formerà  a Palazzo Madama.
Il premier lo sa e questa volta ha dovuto trasmettere attraverso i suo ambasciatori un messaggio esplicito al leader democratico: «Albertini corre anche per il Pirellone, per non far vincere la Lega. Il Senato è un paracadute».
Una rassicurazione arrivata in extremis.
Perchè nel Pd è scattato un vero e proprio allarme rosso: la paura che l’ex sindaco di Milano potesse ritirarsi dalla sfida regionale per impegnarsi solo nelle elezioni a Palazzo Madama.
E lasciare così la strada libera a Roberto Maroni.
Una sensazione rafforzata dalla decisione di Roberto Formigoni di mollare l’esperimento Albertini per rintanarsi di nuovo in un cantuccio delle liste piedielline.
«Se è così — aveva avvertito Bersani — per noi cambia tutto. È bene che Monti lo sappia in anticipo».
Un messaggio preventivo.
La battaglia per la successione del “Celeste” è cruciale. Lo è per il centrosinistra e per il centrodestra.
E se il Professore si schiera con il Cavaliere di fatto butta all’aria l’ipotesi di ricomporre un dialogo con il Pd dopo il 25 febbraio.
I democrats non si fidano e lo hanno fatto sapere chiaramente.
«Ma noi — è stato la comunicazione inviata da Palazzo Chigi a Largo del Nazareno — non vogliamo che al Pirellone arrivi un leghista».
I centristi, dunque, sono decisi a condurre una campagna elettorale di «equidistanza» ma non fino al punto di compromettere il rapporto futuro con Bersani.
La battaglia per la regione Lombardia, però, è in un certo senso “double face”.
Se i centristi rassicurano su un versante, sull’altro sparano alzo zero.
Quale versante? Quello del Senato.
Dove la truppa del Professore, Casini e Fini sta puntando tutte le fiches affinchè i Democratici non abbiano la maggioranza.
«Noi — è il ritornello ripetuto in tutte le riunioni, anche nel vertice di ieri sera — abbiamo una sola chance: essere determinanti per la formazione di una maggioranza a Palazzo Madama».
Un obiettivo che sta orientando scelte e candidature.
Che sta definendo il profilo dei concorrenti e l’impegno dei leader. E che sta irritando Bersani e anche Napolitano.
Basti pensare che — al di là  di Monti che è già  senatore — il capo dell’Udc, dopo trent’anni passati a Montecitorio, stavolta vuole traslocare nella Camera Alta.
E insieme a lui quasi tutti i colonnelli centristi: da Buttiglione a Cesa, da Rao a D’Alia.
Ma anche esponenti di peso come la finiana Giulia Bongiorno, il ministro “supermontiano” Enzo Moavero e il presidente delle Acli Olivero.
Insomma il nocciolo duro di “Scelta Civica” è concentrato a Palazzo Madama. Dove, in vista delle future trattative, il Professore vuole candidare solo persone di «provata lealtà ».
Soggetti insensibili alle sirene che inizieranno a cantare dopo le elezioni. Senatori che, ad esempio, non faranno scherzi se si dovesse ratificare il patto con i Democratici.
Per questo la presenza di ex Pdl — pure reclamata da una parte della Chiesa — è stata fortemente ridimensionata.
E in questa ottica il quadrante in cui si combatte la battaglia decisiva è proprio la Lombardia. Nella quale si eleggono ben 49 senatori.
Un pacchetto talmente sostanzioso da influenzare in modo definitivo le maggioranze.
La coalizione vincente in quella circoscrizione strappa 27 eletti.
Meglio allora, per i centristi, che sia il Cavaliere ad avere la meglio.
L’operazione, dunque, si presenta piuttosto arzigogolata: puntare su Albertini per far perdere Maroni e nello stesso tempo sperare che i lombardi non premino al Senato il centrosinistra. Non solo.
Che l’obiettivo sia quello di obbligare Bersani a trattare l’intesa a Palazzo Madama, lo si capisce dalle scelte che i montiani stanno compiendo in altre aree del Paese.
Basti pensare che in Veneto, altra regione in bilico, i montiani stanno evitando di schierare i “pezzi da novanta”.
Quasi per avere la certezza che anche questa circoscrizione e il relativo premio regionale non vada nelle mani del leader pd.
Monti, insomma, vuole trasformare il Senato nel “laboratorio” dell’alleanza con il centrosinistra. E sarà  il luogo in cui si misurerà  la tenuta dell’accordo.
A cominciare dall’elezione del presidente dell’Assemblea.
E già , perchè su quella poltrona ha già  messo gli occhi proprio Casini.
Il leader Udc dopo aver presieduto l’aula della Camera ora vorrebbe sedersi sull’altro scranno più alto sfidando la pd Anna Finocchiaro.
Anche perchè nello stato maggiore montiano sono convinti che chi viene eletto presidente del Senato parte in pole position per la successiva solo un mese dopo — corsa verso il Quirinale. Forse non è un caso che tra i fedelissimi di Pier stia circolando un paragone storico: Francesco Cossiga divenne capo dello Stato nel 1985 all’età  di 57 anni.
Esattamente l’età  che ha adesso Casini.
Considerazioni, però, che stanno già  aprendo una competizione all’interno del blocco centrista. Perchè anche il Professore potrebbe essere interessato a quel tipo di percorso.
Sta di fatto che nei progetti di “Scelta civica” l’accordo con il segretario democratico non può che passare da quella elezione.
E l’aula di Palazzo Madama sarà  nella prossima legislatura il cuore di ogni trattativa politica. Una previsione che sta spingendo perfino Silvio Berlusconi a optare per il Senato.

Claudio Tito
(da “la Repubblica“)

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FRA MAZZOLIN DI FIORI E RISTORANTI: LE SPESE DI IDV E SEL IN REGIONE LOMBARDIA

Gennaio 9th, 2013 Riccardo Fucile

G.D.F. IN REGIONE PER PRELEVARE I DOCUMENTI DEI DUE PARTITI, INSIEME A QUELLI DEL PDL

Fa un po’ di patriottica tenerezza vedere, subito dopo una fattura da 1.600 euro per l’ordine di cento copie del volume “Italico risorgimento”, un’altra da 300 euro per l’acquisto, l’8 marzo 2012, di cento “mazzolini di fiori”.
Le spese dei gruppi regionali dell’Italia dei Valori non parlano solo di nobili sentimenti ma anche di più prosaici pranzi, ricerche di mercato e acquisti di piante.
Il genere botanico appassiona anche Sinistra ecologia e libertà  che il 4 novembre 2011 spende 25 euro per un’orchidea.
Non una follia, certo, ma cosa c’entra con l’attività  istituzionale in Regione?
I funzionari dei gruppi di minoranza al Pirellone dovranno spiegarlo alla guardia di finanza, che preleverà  tutta la documentazione contabile richiesta il 13 dicembre dai pm Paolo Filippini e Antonio D’Alessio e dal procuratore aggiunto Alfredo Robledo nell’ambito dell’inchiesta per lo scandalo dei “rimborsi pazzi”, che conta già  62 indagati. Finora sono tutti del Pdl e Lega, tra qualche settimana, invece, gli inviti a comparire potrebbero riguardare anche il centrosinistra.
Abbiamo trascorso il Natale a riordinare tutta la documentazione», spiegano i collaboratori della consigliera regionale Chiara Cremonesi, di Sel, l’unico partito con l’Idv a mettere a disposizione della stampa tutte le distinte, al contrario del Pd, che nonostante le ripetute sollecitazioni, preferisce mantenere la riservatezza.
I CESTI REGALO.
Del resto, gli scontrini che saranno mostrati ai finanzieri facilmente sono destinati a suscitare qualche imbarazzo.
Ne sono consapevoli i funzionari vendoliani quando mostrano il conto da 250 euro pagato al Sushi Bar Higuma il 27 luglio del 2011.
«Un pranzo di gruppo con i collaboratori», assicura Cremonesi, che rivendica anche come giuste tutte le altre spese “alimentari”.
«Purtroppo   spiega   abbiamo due dipendenti in maternità  che non possiamo sostituire. E allora dobbiamo cercare quanto meno di rimborsare le spese dei collaboratori che ci danno una mano».
E così si spiegano i 31,70 euro «da mettere su conto Sel» per insalata con mozzarella, bresaola, ananas, panino verdura e formaggio e altri «sette panini qualsiasi».
O le dodici confezioni regalo appena acquistate dalla “cooperativa Libera Terra”, per un totale di 552 euro.
I sellini ne vanno fieri.
Sembrano un po’ meno orgogliosi, invece, di aver speso 8470 euro per un evento a Buccinasco a gennaio.
E qualche euro di troppo per taxi e per i frequenti spostamenti in treno a Roma.
Viaggi in seconda classe, da 54 euro.
Ma sono viaggi istituzionali? «Certo   assicura Cremonesi   essendo un partito ancora senza rappresentanza in parlamento, abbiamo assolutamente bisogno di un raccordo nazionale sui temi che affrontiamo qui sul territorio».
GLI INCONTRI CON I BIG.
Anche i consiglieri lombardi dell’Italia dei Valori hanno avuto bisogno di incontrare deputati e senatori del loro partito.
E per questo l’8 aprile del 2010 hanno speso 350 euro alla trattoria Tullio.
Nella prima metà  di quell’anno, le spese di rappresentanza sono state particolarmente sostenute per i dipietristi, che in cinque mesi hanno speso 4mila 873 euro.
Come?
Per esempio, pagando 232,50 al Victoria Cafè il 6 gennaio del 2010 per tre risotti, un piatto di ravioli, una tagliatella, un tagliolino, un filetto di bue, tre filetti di branzino, una tartufata, una bottiglia di vino.
Per otto persone, non è una mazzata.
«Siamo il partito in consiglio regionale con la più bassa», assicura il capogruppo Stefano Zamponi, che però da qualche notte quasi non chiude un occhio, lui che delle battaglie contro gli sprechi della “casta lombarda” ha fatto il suo fiore all’occhiello.
«Temo di dover essere costretto a dover rendere spiegazioni per alcuni costi, se il principio è che non posso offrire pranzi ai miei ospiti. Va detto, però, che finora i controlli interni della Regione non hanno mai obiettato nulla. Posso dire che forse sono stato indotto a ritenere lecito il mio comportamento?».
Spiegare i 431,20 euro per l’acquisto di ficus e altre piante potrà  essere complicato, se non come arredo degli uffici regionali. I 566,56 euro devoluti a un bar pasticceria di Ponte San Pietro, in provincia di Bergamo   bocconcini con affettati, pizzettine, spumante, ecc   erano invece il buffet per il convegno “le migliori 14 leggi europee in favore delle donne”.
E i 590 euro a una piadineria artigianale di Senago?
La cena conclusiva per un evento sulla mafia in Lombardia con Leoluca Orlando, ospitato alla villa San Carlo Borromeo al prezzo di 140 euro.
«La legge è chiara   assicura Zamponi   se chiamo a parlare Orlando, che è esperto di mafia, non devo pagarlo, perchè è un deputato. Ma posso garantirgli il rimborso spese». Per la cronaca, anche Sel ha ospitato un big dell’antimafia in Lombardia: Claudio Fava, ospitato per 105 euro in un hotel insieme a Leonardo Dominici, ex sindaco di Firenze.
I vendoliani investono anche in ricerche sui social media.
Il gruppo dell’Italia dei Valori, invece, nei gilet fosforescenti. «Servono a riconoscere i nostri uomini nei convegni. Ma costano pochissimo», assicura Zamponi.

Davide Carlucci

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ELEZIONI LOMBARDIA: SI SON FATTI LA LEGGINA TAROCCO PER NON RACCOGLIERE LE FIRME

Gennaio 5th, 2013 Riccardo Fucile

GRAZIE ALLA NORMA FATTA APPROVARE DA FORMIGONI L’ULTIMO GIORNO DI LAVORI BEN CINQUE NUOVI GRUPPI POTRANNO EVITARE LA RACCOLTA FIRME

L’election day non sarà  uguale per tutti.
La Lombardia ha fornito ai suoi consiglieri una comoda scorciatoia all’annosa raccolta delle firme, esercizio sul quale lo stesso presidente Formigoni è caduto con la nota vicenda delle firme false.
Stavolta è tutto legale, anche se di “gabola” si può parlare, non senza costi aggiuntivi per il contribuente e il rischio di veder naufragare la nuova consiliatura sotto una pioggia di ricorsi.
Il Natale ha portato sotto il Pirellone 5 nuovi gruppi politici in corsa per il voto del 24/25 febbraio.
Non nuovi del tutto, in realtà , perchè a depositare le richieste sono stati consiglieri in scadenza, annunciando la fuoriuscita dai rispettivi gruppi e la formazione di nuovi.
Un abbandono scattato all’unisono e a gruppi di tre, in tempo utile rispetto alla scadenza del 26 gennaio e nel numero legale minimo richiesto dallo statuto.
Perchè? Perchè così facendo possono lasciare ad altri l’onere di raccogliere le firme. Tecnicamente si chiama “spacchettamento” ed è reso possibile da un cambio in corsa che sa tanto di leggina ad hoc.
In deroga a una norma di 44 anni, il giorno dello scioglimento del Consiglio regionale, il 26 ottobre, è stato introdotto infatti un comma della nuova legge elettorale lombarda che “esonera dalla sottoscrizione degli elettori le liste espressione di forze politiche corrispondenti ai gruppi (…) presenti nel Consiglio”.
Ne hanno beneficiato, in questi giorni, tre consiglieri del Pdl in quota Albertini sotto l’insegna “Lombardia Popolare”.
Anche gli ex An hanno subito approfittato della scorciatoia dando vita al gruppo “Centrodestra Nazionale”.
Scissione doppia per la Lega: da una parte i tremontiani con la lista “3L — Lista, Lavoro e Libertà ” e dall’altra il gruppo “Popolo della Lombardia”.
Laceranti divisioni anche nell’Udc hanno prodotto il “Centro Popolare Lombardo”, cui si è aggiunto a sorpresa l’Idv Franco Spada, entrato in Consiglio regionale solo due mesi fa. Appoggeranno il candidato del centrosinistra Umberto Ambrosoli .
Ed è così che i gruppi regionali nel giro di 10 giorni sono saliti da 8 a 13.
I consiglieri sollevati dalla raccolta firme gravano però sui cittadini che si propongono di rappresentare.
Ogni gruppo che nasce, infatti, si porta dietro un gruzzoletto che può arrivare a 100mila euro, ogni neocapogruppo riceverà  un’indennità  aggiuntiva fino a 1.300 euro al mese e una dote da 70mila per le spese di funzionamento da qui alla nuova legislatura.
La svolta della Lombardia sta sollevando un polverone.
Soprattutto tra gli “scissionati”, i gruppi che perdendo per strada uno o più consiglieri sono scesi sotto il numero legale di tre.
Idv e Udc vanno incontro allo scioglimento del gruppo e contestuale iscrizione a quello misto.
Per loro, simboli storici della politica nazionale (e lombarda), scatterà  l’obbligo di raccogliere le firme dal quale sono esentate, paradossalmente, le new entry.
C’è già  chi annuncia battaglia.
Il consigliere dell’Idv Stefano Zamponi, ad esempio, mentre raccoglierà  le firme scriverà  anche i ricorsi a Tar e Consiglio di Stato: “Il Consiglio regionale si è sciolto il 26 ottobre e da allora avrebbe dovuto approvare solo provvedimenti ‘urgenti e indifferibili’.
La nascita di nuovi gruppi non risponde a questo dettato”.
La nuova legislatura potrebbe iniziare e decadere subito, qualora i ricorsi venissero accolti.
La scorciatoia lombarda non ha pari nelle altre regioni chiamate al voto, dove le regole non si allargano, ma si stringono.
In Molise, ad esempio, si torna alle urne proprio per una storia di liste e firme irregolari che il Consiglio di Stato ha annullato il 16 ottobre scorso.
“Siamo sorpresi — spiega Claudio Pian dell’Ufficio di Presidenza — noi abbiamo approvato il 20 dicembre uno statuto molto rigido che non permette trucchi o scorciatoie come in Lombardia. Le mille firme le devono presentare tutti”.
Persino nel Lazio di Renata Polverini e Franco Fiorito la raccolta delle firme è obbligatoria per tutte le liste, da quelle dei grandi partiti agli otto gruppi consiliari formati da una sola persona (i famigerati “monogruppi”) che siedono in consiglio.

Thomas Mackinson
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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ALBERTINI: “SILVIO NON E’ PIU’ CREDIBILE. E ANCHE CL SARA’ CON NOI”

Dicembre 28th, 2012 Riccardo Fucile

“PER CONVINCERE MARONI USERA’ ARGOMENTI EXTRA-POLITICI”

«Berlusconi sta sviluppando tutta la sua capacità  di persuasione ma io continuo a ripetergli, sondaggi alla mano, le stesse cose: gli elettori moderati vogliono persone credibili, programmi lineari e partiti coerenti. Il Pdl non lo è più: prima ha sostenuto il governo Monti e l’agenda Europa, adesso vuole allearsi con un partito anti europeo come la Lega».
Gabriele Albertini, ex sindaco di Milano per Forza Italia, eurodeputato uscito dalle fila berlusconiane e oggi candidato centrista alla guida della Lombardia, è incontenibile.
Ogni tre frasi cita De Gasperi e Adenauer e sorride soddisfatto non appena qualcuno lo chiama «montino».
Il motivo di tanto entusiasmo è semplice: la sua candidatura è l’ostacolo principale all’accordo fra Berlusconi e Maroni (il Pirellone in cambio del sostegno leghista al Senato), e da quell’accordo dipendono il destino della Lombardia, «l’ottavo Pil d’Europa», ma anche l’esito delle prossime elezioni politiche.
Gli occhi di tutti, compresi quelli di Mario Monti, che infatti in questi giorni si tiene in stretto contatto con lui, sono puntati sulla sua battaglia nell’«Ohio d’Italia».
Onorevole, lei è rimasto in campo rifiutando le lusinghe di Berlusconi. Il suo no, insieme alle pressioni della base leghista, ha messo nuovamente in crisi Maroni. Cosa deciderà  alla fine il segretario della Lega?  
«Da quanto so Maroni avrebbe deciso di stare con il Cavaliere, nonostante la contrarietà  dei suoi. E lo farebbe solo per ragioni opportunistiche. Ha chiesto in cambio due condizioni: il mio passo indietro, che non arriverà , e un candidato premier diverso da Berlusconi. Ma anche Maroni è conscio che quello fra Lega e Pdl è un rapporto contro natura. E i rapporti contro natura, nel terzo girone dell’inferno, sono puniti terribilmente: gli sventurati vengono colpiti da una pioggia di fuoco. Forse Berlusconi proverà  a convincere Maroni con argomenti extra-politici, come ha già  fatto in passato con Bossi. Ma non so se Maroni ha la stessa tempra del Senatur, e nemmeno se Berlusconi ha la stessa capacità  persuasiva».
L’altro grande indeciso di queste ore è Formigoni. All’inizio è stato fra i suoi più accesi sostenitori. Adesso, dopo la «salita» in politica di Monti, pare che ci stia ripensando…  
«Formigoni fino a ieri stava con me. Non credo che abbia cambiato idea durante la notte. Se in futuro dovesse fare una scelta involutiva, in ogni caso, non farebbe onore alla sua storia. Certo, magari 5 o 6 posti in Parlamento li porterebbe a casa, però da uno che alle europee ha preso più preferenze di Scalfaro mi aspetterei un coraggio diverso. Come amico sarei dispiaciuto per lui. Come politico moderato per i suoi sostenitori».
A proposito dei sostenitori di Formigoni. Maurizio Lupi è rimasto con il Cavaliere. Mario Mauro, invece, è pronto a candidarsi con Monti. Pensa anche lei che il mondo che ruota intorno a Comunione e Liberazione possa spaccarsi?  
«Non credo proprio. Sono sicuro che quel pezzo di società  civile starà  con il Ppe europeo, con Monti e con me. La scelta è se stare dalla parte dell’essere o da quella dell’avere».
I maligni sussurrano che lei avrebbe accettato di correre in Lombardia in cambio di un ministero nel prossimo esecutivo guidato da Bersani. Oppure da Monti. Cosa risponde?
«L’unico che mi ha offerto un ministero oltre al posto di capolista al Senato in Lombardia è stato Berlusconi. Con Bersani, invece, non ho mai parlato».
Quanto vale il vostro progetto centrista in Lombardia?  
«La nostra base elettorale moderata parte dal 17% e può arrivare facilmente al 25 aggregando l’Udc e pezzi di Pdl. Ma peschiamo voti anche a sinistra. I sondaggi dicono che siamo secondi. Maroni è dietro».
Ammettiamo che lei riesca a sorpassare anche Ambrosoli. Ha già  qualche idea per la sua giunta?  
«Posso dire che ho offerto a Pietro Ichino il ruolo di assessore al Lavoro perchè ho apprezzato la sua scelta di uscire dal Pd in contrasto con la linea della Cgil. E poi ribadisco che sarei pronto a chiedere al mio sfidante, il candidato della sinistra Umberto Ambrosoli, di farmi da vice-presidente. Lo stimo personalmente e poi sto lavorando per fare, nel mio piccolo, quello che Mario Monti sta facendo per l’Italia: unire i veri moderati, al di là  degli schieramenti».

Francesco Moscatelli

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ALBERTINI RIVELA: “BERLUSCONI MI HA OFFERTO UN POSTO IN SENATO PER RITIRARMI, HO RIFIUTATO”

Dicembre 23rd, 2012 Riccardo Fucile

IL CAVALIERE PREFERISCE VENDERE IL PDL ALLA LEGA IN LOMBARDIA PUR DI RAGGIUNGERE UN ACCORDO PER LE POLITICHE CHE GLI PERMETTA DI SALVARSI… MA A FIANCO DI ALBERTINI SI SCHIERA MAURO, IL CAPODELEGAZIONE DEL PDL AL PARLAMENTO EUROPEO

Doveva essere solo la presentazione del simbolo per la corsa al Pirellone di Gabriele Albertini, invece l’incontro programmato al Circolo della Stampa si è trasformato in un attacco duplice a Silvio Berlusconi.
L’ex sindaco di Milano gli ha scritto una lettera, che ha letto al posto del discorso preparato dal suo staff, in cui spiega perchè non si è ritirato dalla corsa alle Regionali, come auspicavano Berlusconi e Maroni: “Ho rifiutato la tua generosa offerta di candidarmi al Senato della Repubblica, come capolista in Lombardia”.
Impossibile per Albertini “aderire a un’alleanza con la Lega Nord, movimento con connotati demagogici e programmi populisti e anti-europei”.
Al fianco del candidato di “Lombardia Civica“, il capo delegazione del Pdl all’Europarlamento, Mario Mauro.
Il deputato ha riferito di non sentirsi a disagio nei confronti del suo partito, appoggiando Albertini, dal momento che, nelle passate elezioni regionali in Sicilia, “ministri o viceministri del Pdl hanno guidato schieramenti opposti” a quelli sostenuti dal partito.
Poi una frecciatina a Berlusconi: “Il presidente del partito si è proposto come candidato: prima o poi ci sarà  un’assemblea di partito in cui decidere se procedere in questo modo, almeno questo è quello che succede nei partiti democratici”

Francesca Martelli

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PRIMARIE CENTROSINISTRA IN LOMBARDIA, PRIMI DATI: AMBROSOLI 56%, DI STEFANO 23%, KUSTERMANN 21%

Dicembre 15th, 2012 Riccardo Fucile

OLTRE 100.000 I VOTANTI, BEN SOTTO PERO’ LE PRIMARIE NAZIONALI

Oltre centomila elettori si sono recati sabato dalle 8 alle 20 ai seggi.
E stando ai primi risultati (il 30 per ccento delle schede scrutinate) in testa c’è Umberto Ambrosoli con il 56 per cento delle preferenze.
Seguono Andrea Di Stefano con il 23 per cento e Alessandra Kustermann con il 21 per cento.
Oltre mille erano seggi sparsi per la regione, circa ottomila volontari, freddo e ancora parecchia neve.
Il centrosinistra lombardo ha celebrato il proprio sabato di primarie. Ora i tre candidati, Umberto Ambrosoli, Alessandra Kustermann e Andrea Di Stefano aspettano l’esito delle urne che designerà  il candidato della coalizione per la sfida delle elezioni regionali di febbraio.
AFFLUENZA
Non ci sono precedenti per le primarie regionali e quindi l’unico confronto possibile è con il voto nazionale.
Rispetto alla sfida Bersani-Renzi l’affluenza è decisamente più bassa .
Le operazioni si sono svolte regolarmente nonostante la neve e non ci sono state code ai seggi. «Non ci aspettiamo di raggiungere la stessa affluenza delle nazionali — ha spiegato Roberto Rampi, del comitato promotore delle primarie — ma secondo le informazioni che ci arrivano dai seggi i cittadini stanno andando a votare, nonostante le condizioni atmosferiche».
DI STEFANO
«È un ottimo risultato» il fatto che, nonostante freddo e neve, alle 19 si fossero presentati 100 mila elettori». A dirlo è Andrea Di Stefano che ha votato al circolo Arci Bellezza. «Se raggiungeremo i 100mila votanti – ha proseguito – mi sembra un ottimo risultato visto che molte località  sono sotto un metro di neve».
AMBROSOLI
Umberto Ambrosoli ha votato nel seggio allestito nel circolo del Pd Magenta XXV Aprile in via Ercole Ferrario, nel centro di Milano.
Lo ha accompagnato Martino, uno dei tre figli. Nel seggio – lo stesso dove Ambrosoli ha votato per le primarie nazionali del centrosinistra – non c’era coda e in pochi minuti sono state completate le operazioni di voto.
KUSTERMANN
«Oggi ho votato per il centrosinistra»: così la candidata Alessandra Kustermann ha commentato il proprio voto nel seggio di via De Amicis. Kustermann si è detta contenta che nonostante la neve, la gente stia andando a votare, «anche se è la terza volta in un mese», e ha promesso che comunque vada «sarò in campo per far vincere una buona sinistra»

(da “il Corriere della Sera”)

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ALBERTINI, IL VERO OSTACOLO ALL’ALLEANZA LEGA -PDL

Dicembre 13th, 2012 Riccardo Fucile

FILO MONTIANO E LEGATO AL PPE, LA SUA CANDIDATURA SEGHEREBBE LE GAMBE A MARONI

Il problema è Albertini.
Sembra che siano solo propaganda a fini interni le parole di Maroni, che non intende allearsi con il Pdl se il candidato premier è Berlusconi.
Da Palazzo Grazioli fanno sapere che non è stata posta in questi termini la questione, o quantomeno non in maniera così netta.
Certo nel caso in cui Berlusconi, da qui alla Befana (quando dovranno essere presentate liste e candidature), si rendesse conto che la sua campagna contro «il grande imbroglio» non dovesse sortire grandi recuperi nei sondaggi, allora sarebbe lui per primo a gettare la spugna.
E magari a richiamare in servizio Angelino Alfano.
Ma questo si vedrà  nelle prossime settimane.
Intanto c’è il passaggio stretto dell’alleanza con il Carroccio.
L’ostacolo è Albertini; la candidatura per la presidenza della Lombardia dell’eurodeputato ed ex sindaco di Milano, che si presenta come «il piccolo Monti» (la definizione è sua) è su una linea politica opposta a quella di Berlusconi e Maroni, ovvero tutta in chiave Ppe e in sintonia con la politica del Professore della Bocconi. Tra l’altro Albertini è tra coloro, come Frattini e Mauro, che stanno valutando di salutare il Pdl e dar vita a una lista di sostegno a Monti, qualora il premier decidesse di scendere in campo.
Ecco, ieri notte a Palazzo Grazioli, Maroni ha chiesto a Berlusconi di intervenire, di convincere Albertini a desistere dalla corsa lombarda: la sua candidatura viene vista come un ostacolo alla vittoria di Maroni perchè gli leverebbe una parte dei consensi tradizionalmente legati al centrodestra.
Sarà  difficile per Berlusconi convincere Albertini, soprattutto adesso che ha preso la strada dell’assalto frontale alle politiche montiane.
Se non ci riuscirà , il Cavaliere rischia grosso, in gioco c’è il flop elettorale.
Se non dovesse agganciare la Lega nella battaglia politica nazionale, in cambio della cessione della Lombardia, perderebbe la possibilità  di vincere il premio di maggioranza in una Regione decisiva per i futuri equilibri al Senato.

Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”)

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I MONARCHICI “VOTIAMO AMBROSOLI”, LUI TIMOROSO: “NON VI CONOSCO”

Dicembre 5th, 2012 Riccardo Fucile

LA CORSA ALLE PRIMARIE REGIONALI DEL CENTROSINISTRA IN LOMBARDIA ENTRA NEL VIVO

Questa volta non ci saranno polemiche sugli elettori «irregolari» respinti ai seggi. Anche perchè non bisognerà  registrarsi e il secondo turno non è neanche previsto. Questa è una delle poche certezze, assieme al numero degli aspiranti governatori in corsa: tre.
Tutto il resto è una sfida che, dopo un avvio sonnacchioso e dopo aver messo in archivio le primarie nazionali, promette ora nuove scintille.
Per tutti gli elettori del centrosinistra residenti in Lombardia (sedicenni compresi) l’appuntamento è per sabato 15 dicembre.
PRIME POLEMICHE
Di lunedì invece le prime punzecchiature nei confronti del candidato favorito. Alessandra Kustermann, ginecologa alla Mangiagalli, ha chiamato in causa il figlio dell’«eroe borghese» sul tema della difesa dell’istruzione statale.
«La scuola pubblica non si tocca; non puoi, se sei schierato con il centrosinistra, mantenerti equidistante tra pubblico e privato».
«Lo stesso discorso vale per la sanità  e il sociale – ha aggiunto Kustermann via Facebook -: le mie affermazioni sono il frutto di quarant’anni di esperienza sul campo, come medico e come primario, in difesa della salute per tutti».
La conclusione è pesantuccia: «Ambrosoli dichiara di identificarsi con il centrosinistra dopo aver cercato in tutti i modi di evitare che in Lombardia si facessero le primarie e dopo aver negoziato perfino sul nome, perchè alla parola centrosinistra, ancora un paio di settimane fa, si mostrava stranamente allergico».
I MONARCHICI
Ad Ambrosoli non viene in questo caso in soccorso la notizia che vorrebbe i monarchici dell’Unione Patriottica pronti a presentare una propria lista in suo sostegno, destinata a chiamarsi «Stella e Corona».
Ne ha dato comunicazione l’avvocato Vincenzo Forte che fa riferimento a quanto deciso domenica scorsa a Bergamo da un’assemblea del movimento. Ambrosoli? «Persona assolutamente perbene, borghese e benestante, cattolico e moderato, di antica tradizione familiare patriottica e monarchica nonchè premiato da Casa Savoia con il titolo di “Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro”».
Una notizia che ha richiamato l’ironia del secondo competitor nella sfida delle primarie «civiche». «Monarchici per Umberto Ambrosoli: l’uomo giusto per i problemi reali», ha twittato Andrea Di Stefano, direttore della rivista Valori .
Seconda puntura di giornata.
Una notizia che però secondo lo stesso avvocato è frutto di «una falsa iniziativa promossa da persone che non conosco. Segno che a destra la mia candidatura spaventa».
ANDREA DI STEFANO
Di Stefano, candidato appoggiato (anche) dalla sinistra radicale, ha poi parlato delle sue ricette a sostegno di chi perde lavoro. «Si può ricavare un miliardo e mezzo di euro dalle pieghe del bilancio regionale per sostenere chi perde l’impiego. Con questa cifra si potrebbe offrire un assegno di disoccupazione da 416 euro a 300 mila persone».
Dove trovare i soldi? Dice Di Stefano che «dal sistema degli accreditamenti si potrebbe risparmiare un miliardo di euro».
Meno soldi alla sanità  privata, in pratica: sempre lì si torna.

Andrea Senesi
(da “il Corriere delal Sera“)

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EX MANAGER DEL SAN RAFFAELE SU DACCO’: “PAGATO PER LEGGI AD HOC DELLA REGIONE”

Novembre 11th, 2012 Riccardo Fucile

I LEGALI DEL LOBBISTA: CARCERE ECCESSIVO, RICORDO A CORTE DIRITTI

Una «allarmante indifferenza al rispetto delle regole». E «ai principi che dovrebbero governare i comportamenti in settori rilevanti quali quelli economici », in particolare «quelli che attengono al corretto esercizio di attività  di grande impatto sulla collettività  quale la cura e la salute».
I giudici del Tribunale del Riesame sono molto duri, nel descrivere il comportamento del faccendiere Pierangelo Daccò, nelle motivazioni con cui respingono l’ennesima richiesta di scarcerazione presentata dal suo difensore, Gian Piero Biancolella, che proponeva i domiciliari.
Ieri l’avvocato, prima dell’udienza nella quale il suo assistito è stato interrogato per rogatoria a Milano dai magistrati di Lugano, ha denunciato con veemenza il trattamento nei confronti del suo assistito, in carcere a Opera da un anno: «È un caso di interesse per la Corte dei diritti dell’uomo».
E ha rievocato le polemiche sulla carcerazione preventiva ai tempi di Mani Pulite: «Oggi è stato condotto in tribunale con gli schiavettoni ai polsi».
Biancolella denuncia «il silenzio della società  civile» e un atteggiamento di «garantismo a singhiozzo: non trovo lo stesso virtuosismo garantista in tutte le vicende, indipendentemente dalla coloritura politica».
Il grande amico e anfitrione dei viaggi all’estero di Roberto Formigoni, è l’«unico detenuto», sottolinea Biancolella, nello scandalo sulla fondazione Maugeri che vede indagato per corruzione, fra gli altri, lo stesso governatore lombardo.
E in questi giorni è al centro di un fuoco incrociato: su di lui indagano, oltre ai pm milanesi Greco, Orsi, Pastore, Pedio e Ruta, anche il procuratore svizzero Raffaella Rigamonti, che sta approfondendo le operazioni di riciclaggio da lui realizzate attraverso le banche elvetiche.
Condannato a dieci anni nel processo abbreviato per il crac San Raffaele, Daccò è però continuamente evocato nel dibattimento sull’ospedale San Raffaele che si sta svolgendo con rito ordinario e nel quale oggi è prevista la deposizione del fiduciario svizzero Giancarlo Grenci.
A delineare quale fosse esattamente il ruolo di Daccò nella sanità  lombarda, è stato, nell’udienza del 12 ottobre Mario Valsecchi: «Agevolava – ha spiegato l’ex direttore generale del San Raffaele – l’emanazione di normative o comunque provvedeva a facilitare la Fondazione nell’ottenimento della presentazione di richieste finalizzate all’ottenimento di certi benefici».
Quali, esattamente? Le norme emesse dalla giunta Formigoni che hanno evitato che l’ospedale finisse sul lastrico già  nel 2004 («quando i debiti erano già  intorno al miliardo di euro»), ma continuasse a vivere nonostante i debiti fossero già  stratosferici (il crac da 1 miliardo e mezzo è stato dichiarato un anno fa).
All’«agevolatore» Daccò – secondo la versione di Valsecchi – in cambio dei «benefici» garantiti venivano girati fior di quattrini in nero.
Nel 2008, per fare un esempio, gli furono girati «non so se 200 o 250 mila euro». «E questo quando avvenne?», lo incalza il pm di Milano, Luigi Orsi.
«Dopo l’emanazione della legge», risponde Valsecchi.
In cambio di leggi poi approvate dalla Regione, e che avrebbero oggettivamente permesso al San Raffaele di continuare a nascondere i propri spaventosi buchi di bilancio, Daccò si presentava all’incasso dei vertici della fondazione.
E, seguendo la versione dell’ex direttore generale, sarebbe successo almeno in due occasioni, con l’approvazione delle «leggi regionali numero 34 e 7».
«Che comunque avevano portato della nuova liquidità  e l’avrebbero portata nel futuro». Il salvagente lanciato a don Verzè dalla Regione grazie alla norma 34, ha permesso di erogare «finanziamenti a fondo perduto».
La norma numero 7, invece, «di vedere incrementato su alcune voci il proprio Drg (le prestazioni rimborsabili dal servizio sanitario, ndr), fino a un massimo del 25%». Attraverso questa riforma, secondo questa versione suggerita da Daccò ai piani alti del Pirellone, per i calcoli di Valsecchi al «San Raffaele garantì un incremento lordo di circa 45/46 milioni di euro».

Davide Carlucci e Emilio Randacio
(da “La Repubblica”)

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