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UMBERTO CROPPI, EX ASSESSORE ALLA CULTURA, DE PROFUNDIS PER ALEMANNO: “DOVEVA GOVERNARE TUTTI, HA FALLITO”…

Febbraio 9th, 2011 Riccardo Fucile

“QUELLA DI ALEMANNO? UNA ROMA DI BIGHE E CARTAPESTA”… “POTEVA ESSERE IL SINDACO NON DI UNA SOLA PARTE, NON E’ RIUSCITO AD ESSERE AUTONOMO”…. CROPPI, UOMO SIMBOLO DEL DIALOGO, ORA IMPEGNATO IN FUTURO E LIBERTA’

E meno male che aveva esordito così: “Ho una preghiera per i giornalisti: non scrivete la parola attacco, quando riferite di quel che dirò del sindaco”.
No, infatti.
Non è la parola giusta: bisognerebbe dire tumulazione o sepoltura.
Ma un punto di verità , in quell’avvertenza c’è: se il De profundis di Umberto Croppi per la giunta Alemanno fa così male all’interessato è proprio perchè non è guidato dal solito rancore dell’ex, dalla furia dell’invettiva o dall’ingratitudine.
Ma piuttosto dalla delusione di un amico tradito, dal disincanto di chi ama la politica…
Roma, teatro Quirino, c’erano proprio tutti per la kermesse dell’uomo simbolo della cultura pre-finiana, per quell’assessore degradato e cacciato da Alemanno in una notte, rispettato dagli avversari, teorico del dialogo oltre gli schieramenti, coautore di un libro che provava a chiudere la stagione del piombo: Ci eravamo tanto armati.
Umberto Croppi non è stato in questi anni un personaggio locale, ma piuttosto un intellettuale nazionale prestato all’Assessorato che fu di Renato Nicolini.
E’ stato uno dei ideologi della Nuova Destra, e più recentemente il committente di Luciano Lanna e Filippo Rossi, e di quel manifesto finiano ante-litteram che fu Fascisti immaginari.
Oggi è in Futuro e libertà . E così c’era il nuovo libro di Lanna Il fascista libertario (!) tra le mani degli ospiti di prima fila, c’era un leader islamico come Omar Camilletti, Lina Wertmuller un dirigente del Pd come Giuseppe Lobefaro, ex ragazzi della destra radicale anni settanta (il leader del Trifoglio Alfredo Iorio), manager come Emanuele Emanuele e sul palco l’ex presidente della Camera di commercio Andrea Modello.
Uno che regalava il primo brivido agli astanti: “Sono un uomo di impresa, ma sono contro la precarietà ”. (Mondello è, con Veltroni, il padre delle notti bianche).
Perchè Croppi, in fondo, è stato epurato da Alemanno proprio per il suo essere uomo trasversale, stimato da uomini come Gianni Borgna o come Ascanio Celestini.
Croppi dice che non cerca candidature “Nè da solo, nè in ticket con altri” (vuole far coppia con Nicola Zingaretti, scrivono di lui).
Poi esordisce ringraziando Alemanno: “Mia figlia dopo il voto si chiuse in una stanza a piangere sapendo che la vittoria di Alemanno mi avrebbe portato via da casa per 5 anni. Ora, ironizza, grazie a lui sono tornato…”…
È un gustoso retroscena, quello che l’ex assessore regala alla platea del Quirino.
Ad esempio sulla campagna elettorale (costruita “in soli 63 giorni”), in cui “sono orgoglioso che non ci fosse un solo pezzo di propaganda contro l’avversario”.
Poi Croppi, raccontando il fallimento di quella idea di governo, spiega la sua poetica: “Alemanno era stato eletto da 80 mila persone che lo stesso giorno votarono per Zingaretti. Nella mia idea aveva tutte le carte per non essere il sindaco di una sola parte: ma questa idea è fallita”.
Arrivano le prime scudisciate: “Dicevano che non ero gradito alla maggioranza e ai suoi consiglieri comunali: bè, era vero. E devo dire grazie a loro perchè, non accorgendosi di quello che facevo, me lo lasciavano sostanzialmente fare”.
Poi le rasoiate: “In quasi tre anni non ho mai visto un solo assessore a una mostra. Conoscendoli, è meglio così” (risate).
Quindi mostra un cartello di divieto: “Avevo messo questo segnale sulla mia porta, e una scritta: Finchè sono io non si fanno corse con le bighe. Bè, adesso il vincolo non c’è più”.
La sala esplode in un applauso…
Inizia una requisitoria implacabile contro quella che Croppi chiama “La Roma di cartapesta” di Alemanno: “Non ho mai detto ‘Sono contrario in linea di principio alla formula uno all’Eur’. Ma conoscendo la totale inconsistenza del progetto mi pareva assurdo che lo si utilizzasse per un reiterato effetto-annuncio.
Dopo aver gridato contro il veltronismo, osserva sarcastico Croppi, ne ereditavamo i peggiori difetti”.
Subito dopo, peraltro, l’ex assessore, rende un onore delle armi imprevedibile all’ex rivale: “Solo adesso, da fonti non sospette come i commissari di Bankitalia, abbiamo scoperto di non aver ereditato i 13 miliardi e mezzo di euro di debiti di cui si parlava (ne parlava Alemanno, ndr.) ma 8 miliardi e 400. Esattamente quello che era stato detto dai nostri predecessori”…
Insomma, la Roma del centrodestra, colpo dopo colpo, diventa un sogno pacchiano e propagandistico.
“La cosa che più colpisce delle parentopoli della giunta, è che Alemanno era stato eletto per interrompere un certo modo di fare politica e non è stato capace di farlo”.
E ancora: “Di fronte al gioco dei veti delle correnti e dei consiglieri, il sindaco diceva: ‘Tutti insieme voi avete preso 40mila voti di preferenza, io da solo ne ho presi 80 mila da elettori di sinistra’”.
Dopodichè… “Annunciava che avrebbe fatto ‘il matto’ per non piegarsi ai clan…”.
Pausa teatrale: “Si vede che la legge dei numeri è stata superiore alla sua autonomia. E’ lui stesso ad aver certificato che il suo tentativo è fallito !” (altro boato della platea).
Poi cifre, dati, esempi: “La metà  dei teatri è a Roma. Se decurtano il Fus rischiano di chiudere”.
E ancora: “Di 8 milioni promessi alle scuderie del Quirinale ne daremo solo 2. Di 3.5 promessi all’Auditorium sempre 2. Al festival del cinema non sappiamo dire quanti fondi daremo !”.
Quindi la stoccata: “Abbiamo speso un milione di euro per la festa di capodanno, e il macro rischia di chiudere”.
Se Futuro e libertà  fosse all’1 per cento, come dice Berlusconi, ieri dovevano essere tutti al Quirino…

Luca Telese
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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“SE TELEFONANDO”

Febbraio 8th, 2011 Riccardo Fucile

UNA TELEFONATA DEL PREMIER ALLUNGA IL VITALIZIO AI TANTI SCILIPOTI CHE REGGONO IL MOCCOLO E LA CORNETTA… LA MODA DEGLI AUDIOMESSAGGI AD UNA PLATEA INESISTENTE PER POTER AVERE ACCESSO AI TG

Il filmato che immortala l’onorevole Mimmo Scilipoti con la cornetta del telefono in mano mentre ascolta l’audiomessaggio del presidente del Consiglio, suo nuovo spirito guida, è il reperto di un’epoca.
E un grande sketch della commedia all’italiana con vago sapore retrò che meriterebbe una ripresa in bianco e nero e un apparecchio telefonico in grafite, di quelli inchiodati al muro come nelle case polverose dei nostri bisnonni.
Il fatto che, nell’era di Internet, di Skype, delle videoconferenze e degli avatar, il “grande comunicatore” rinverdisca i fasti del telefono fisso, con filo e spinotto, fa tenerezza.
A quando il ritorno all’alfabeto morse? Ai piccioni viaggiatori? Ai messi a cavallo?
Questo festival del modernariato riporta alla mente i telefoni bianchi.
Il romanzo La concessione del telefono di Camilleri.
Franca Valeri nei panni della sora Cecioni. Bice Valori in quelli della centralinista Rai: “Pronto, parla il centralone della Rai Televisione. Il telefono è occupato. Come dice, è un deputato? In tal caso signorsì, pronto prego parli qui!”.
La gente rideva di gusto, anche perchè non aveva ancora visto Scilipoti con la cornetta in mano.
Riguardatevi la foto dell’onorevole agopuntore di Barcellona Pozzo di Gotto in estasi, gli occhi socchiusi, la boccuccia a cul di gallina, il fiato trattenuto, la cornetta fra le dita protesa verso il microfono e sollevata verso il cielo, come il prete che porta in processione il Santissimo.
Tutt’intorno, sull’attenti, uno sparuto manipolo di fedeli: i “responsabili”, che fino all’altro giorno dicevano peste e corna del Cainano e ora — folgorati sulla via di Arcore in seguito a improvvisa crisi mistica — delibano estatici ogni sua parola e sospiro che fuoriesce dal gracchiante apparecchio.
È il rito sacro della telefonata domenical-mattutina del premier alle convention di questo o quel partitucolo appena comprato: tre o quattro deputati non di più, accatastati su palchi improvvisati in salette d’albergo rigorosamente prive di pubblico.
Ancora in pigiama dopo una notte di bunga bunga, la voce impastata e arrochita dall’oltretomba, il Cavaliere di Hardcore concede una chiamatina ai Responsabili di Moffa & Scilipoti e una ai Pionatiani di Pionati, tra una pompetta e l’altra.
Poi torna ai consueti impedimenti istituzionali: Ruby, Iris, Noemi, la Fico e così via.
Dice sempre le stesse cose, quelle che poi ripeterà  anche nel videomessaggio serale ai Promotori della libertà , anche lì solo in versione audio col corredo della solita foto della prima comunione.
Ma questi eroi dei nostri tempi son contenti lo stesso: basta un “Ciao a tutti”, un “Bella giornata eh?”, un “Saluti e baci”, un “Viva la figa” telefonico per garantire agli sventurati l’apertura di tutti i tg.
Ben si comprendono dunque la febbrile attesa e la rapita soddisfazione dei destinatari di ogni chiamata, grazie a cui strapperanno qualche nanosecondo di celebrità  televisiva da spendere con parenti e amici.
S’immagina che ogni volta si giochino a sorte l’onore di estrarre dal tabernacolo la preziosa cornetta tempestata di lapislazzuli, di tenerla in mano per diffondere la voce del padrone, di ostenderla come reliquia a favore di telecamera, di prendere il volo con essa elevandosi verso l’empireo.
Come il barone di Mà¼nchausen che pretendeva di saltare più in alto di se stesso afferrandosi per il codino.
Se, come dice Ostellino in dolce stil novo, le Papi-girl “sono sedute sulla propria fortuna”, Scilipoti & C. la stringono addirittura fra le dita.
Mestiere usurante, il loro (la logorrea del premier impone faticosi esercizi ginnici per tonificare la muscolatura del braccio).
Ma anche pregno di gratificazioni.
La sera, al paesello natio, si possono vantare al Bar Sport: “Visto? Oggi è toccato a me!”.
E i bambini, interrogati a scuola sul mestiere del genitore, fanno un figurone: “Ma come, prof, non lo sa? Papà  è il reggicornetta di Berlusconi”.
Sono soddisfazioni, povere stelle.
Una telefonata allunga la vita.
E soprattutto il vitalizio.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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CHE FIGURA: MILANO, GLI ELOGI DEL “FINANCIAL TIMES” ERANO IN REALTA’ UN DOSSIER PUBBLICITARIO

Febbraio 7th, 2011 Riccardo Fucile

LA MORATTI AVEVA PRESENTATO L’INIZIATIVA AL PRESIDENTE NAPOLITANO DICENDOSI “ORGOGLIOSA DI QUESTO BIGLIETTO DA VISITA”…MA SUL GIORNALE E’ SPECIFICATO CHE E’ UN ANNUNCIO A PAGAMENTO

«Siamo orgogliosi di un biglietto da visita in più che ci viene riconosciuto anche dall’inserto del Financial Times che riconosce che Milano è diventata una capitale internazionale della cultura».
Parola di Letizia Moratti una settimana fa davanti al presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dopo la visita al Museo del ‘900.
L’inserto in questione è uscito due giorni prima, il 29 gennaio.
Cinque pagine presentate con il titolo “Milano si prepara a prendere la scena”.
Seguono lodi sperticate al sindaco, alle sue capacità  manageriali che le hanno fatto vincere l’Expo 2015.
Dimostrate anche nelle sue precedenti esperienze nella finanza, nelle assicurazioni e come presidente della Rai.
Ma è un dossier a pagamento, come conferma la celebre testata con l’avvertenza ai lettori nella prima pagina in alto a destra: “Advertising dossier”. Proprio quella dedicata alla Moratti.
Le altre sono dedicate a moda, Borsa e all’immobiliare Citylife, che riconosce di aver pagato l’inserzione.
Insorge il leader lombardo di Fli, Giuseppe Valditara, che annuncia un’interrogazione della consigliera comunale finiana Barbara Ciabò al sindaco. «Vogliamo sapere chi ha pagato questo servizio – spiega il senatore futurista – E soprattutto come mai il sindaco ha utilizzato politicamente il contenuto di questa inserzione pubblicitaria. Dopo le bugie sul bunga bunga, pretendiamo che almeno a Milano la politica cittadina sia rispettosa della verità  dei fatti».
In ogni caso, dicono a Palazzo Marino, il servizio ha parlato della città  all’estero in termini positivi e senza alcun costo per i milanesi.
Qualcuno dovrebbe spiegarci perchè mai una immobiliare dovrebbe pagare paginate di pubblicità  sul Financial Times tessendo le lodi del sindaco.
Forse ha qualche interesse a farlo?

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GIUDICHERA’ BERLUSCONI: CHI E’ IL GIP CRISTINA DI CENSO

Febbraio 4th, 2011 Riccardo Fucile

LONTANA DA RIFLETTORI E POLEMICHE, HA 44 ANNI E CON VARIE DECISIONI IMPORTANTI ALLE SPALLE: DALLE BESTIE DI SATANA A FORMIGONI, DA DON VERZE’ ALLE RONDE PADANE… NON SI PUO’ CERTO DARLE UNA COLLOCAZIONE POLITICA

Poco più di un anno fa si è trovata di fronte Massimo Tartaglia, il quarantenne con problemi psichici che aveva lanciato in faccia a Silvio Berlusconi una statuina del Duomo di Milano.
E come prima cosa, ha deciso di tenerlo in carcere, perchè fuori avrebbe potuto essere di nuovo pericoloso.
Poi lo ha rinviato a giudizio per lesioni gravi.
Ora la gip del tribunale di Milano Cristina Di Censo riceve sulla scrivania un’altra pratica che ha a che fare con il Cavaliere, questa volta in veste non di vittima, ma di indagato per concussione e prostituzione minorile.
Sarà  lei a decidere, probabilmente entro martedì, se il presidente del consiglio dovrà  essere processato o meno con rito immediato, come richiesto dalla Procura.
Un giudice donna, dunque, che ha lavorato in silenzio e senza esporsi su inchieste delicate, spesso con importanti risvolti politici.
Nata a Piombino (Livorno) 44 anni fa, prima di approdare all’ufficio gip di Milano Cristina Di Censo ha lavorato alla Procura di Busto Arsizio, in provincia di Varese, dove tra l’altro ha fatto parte del collegio di corte d’Assise che ha condannato le celebri «bestie di Satana», cinque giovani giudicati colpevoli di tre omicidi commessi per «frustrazione», secondo le motivazioni della sentenza.
Nella culla della Lega, nel 1998 ha invece assolto sette persone che a Saronno avevano dato vita a una «ronda padana» e avevano bloccato due ladri d’auto, beccandosi così un’accusa di usurpazione di funzione pubblica. L’anno dopo è don Luigi Verzè, fondatore dell’ospedale San Raffaele e grande amico di Berlusconi, a uscire indenne da un processo che lo vedeva imputato di ricoveri non autorizzati dalla Regione per la sperimentazione dell’Urod, un farmaco disintossicante antidroga.
Nel 2007, il trasferimento a Milano e il primo caso importante nel suo nuovo ufficio: il rinvio a giudizio per aggiotaggio del patron della Lazio Claudio Lotito e del costruttore capitolino Roberto Mezzaroma.
Sono diversi i potenti su cui la Di Censo si pronuncia, per i motivi più vari.
Nel 2008 archivia una querela di Fabrizio Del Noce contro Claudia Mori: sul “Corriere della Sera”, la cantante aveva accusato il direttore di Raiuno di fare un «uso privato della tv pubblica».
Niente più che un «intangibile diritto di critica», sentenzia il gip, per di più basato su «fatti precisi e pertinenti».
Anche Roberto Formigoni ha avuto modo di attendere con apprensione alle sue decisioni, che poi gli sono risultate favorevoli.
Nel 2010, infatti, il giudice Di Censo ha archiviato gli esposti dei Radicali che denunciavano irregolarità  nella raccolta delle firme per la lista del neo-rieletto governatore.
Un caso politico-giudiziario incandescente, dove l’«eterno» Formigoni rischiava seriamente di dover tornare a casa.
Intanto, nell’ufficio della gip toscana passano i fascicoli di importanti fatti di cronaca.
Nel novembre 2010, Cristina Di Censo dà  il via libera al sequestro di un grande cantiere in zona Bisceglie a Milano, 300 mila metri quadri di edilizia residenziale che stava venendo su, secondo la Procura, in un terreno inquinato da due milioni di metri cubi di rifiuti tossici mai bonificati.
E ancora, in veste di gup, è lei che condanna a 16 anni di reclusione Oscar Guerrero Herrera: nel febbraio 2010 aveva ucciso un giovane egiziano, scatenando una violenta rivolta «etnica» in viale Padova, nella periferia della città .
Proprio ieri sono state rese note le motivazioni della sentenza: quell’omicidio non è stato una scintilla di rabbia, ma il frutto di uno scontro tra bande di «cittadini extracomunitari», interessate a «marcare il territorio».
Difficile, insomma, affibbiare un’etichetta politica, e men che meno «rossa», al giudice che a giorni si pronuncerà  sul presidente del consiglio.
Le cronache non riportano sue dichiarazioni, nè prese di posizione di alcun genere.
Il Gip Caterina Di Censo ha scelto il silenzio, anche quella mattina dell’agosto 2010 in cui scoprì che qualcuno, mai identificato, era penetrato nel suo ufficio e in quelli di altri colleghi alla ricerca di carte su un’indagine allora sconosciuta al pubblico: il «caso Ruby».

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NOTTI DA PREFETTO: LUI SI DEDICA ALLE FESTE DELLA MILANO DA BERE

Febbraio 2nd, 2011 Riccardo Fucile

IL PREFETTO LOMBARDI, AMICO DI MARONI E DEL PREMIER, SI E’ PRODIGATO PER IL PASSAPORTO ALLA POLANCO….TEMPO FA SOSTENNE CHE IN LOMBARDIA LA MAFIA NON ESISTE…LA PASSIONE PER LE SERATE E LE PUBBLICHE RELAZIONI CON LA MILANO CHE CONTA

È molto amico di Roberto Maroni e ha un ottimo rapporto con Berlusconi, tanto che due anni fa preparò il trasloco per raggiungere Roma come segretario generale della Presidenza del Consiglio.
Poi l’incarico sfumò perchè tra campi nomadi da radere al suolo e l’Expo 2015 da pianificare, la sua presenza era più utile a Milano.
E il prefetto Gian Valerio Lombardi, 66enne di origini napoletane, da quando è stato nominato (23 novembre 2005) ha assecondato le richieste governative senza mai battere ciglio.
Non senza conseguenze.
A dicembre ha dovuto digerire la sentenza del tribunale lombardo che ha accolto il ricorso presentato da alcuni rom del campo milanese di via Triboniano, sgomberato su richiesta della sindachessa Letizia Moratti e dell’amico ministro dell’Interni.
Il tribunale ha intimato prefetto e primo cittadino ad assegnare 25 case popolari alle famiglie rom, bloccate per motivi “di carattere discriminatorio del comportamento tenuto dalle amministrazioni”.
Oggi Lombardi si ritrova, suo malgrado, nelle carte dell’inchiesta del Rubygate per essersi prodigato per il passaporto di Marysthell Garcia Polanco, la reginetta della “casa delle bambole” di via Olgettina 65, compagna del narcotrafficante Ramirez (condannato a otto anni), preferita tra le preferite del premier nelle notti di Arcore.
Con la 30enne dominicana Lombardi si da del tu.
La invita a entrare con la macchina nella corte interna della prefettura e riesce a fissarle un appuntamento in appena un minuto: lei lo chiama a nome di Berlusconi il 6 dicembre alle 10.53, la segretaria di Lombardi ritelefona a Marysthell sempre alle 10.53 proponendole diversi orari.
L’agenda del prefetto, in quei giorni, era vuota.
La disponibilità  colpisce positivamente la stessa Polanco che avvisa subito la madre. “Giovedì ho un appuntamento in cui ci daranno il passaporto italiano, in due settimane ce li daranno. (…) Ho chiamato il prefetto, quello che rilascia i passaporti — prosegue Marysthell euforica — senza di lui… sai non c’è più forte di lui… mi ha dato il suo numero… tu già  sai chi”.
L’entusiasmo sfuma perchè Lombardi, dopo averla incontrata una prima volta, avvia degli accertamenti sulla donna.
E il 10 gennaio 2011 la chiama: “Nei documenti non c’è questa continuità  (dieci anni, ndr), hai capito?? C’è stata una interruzione, importante purtroppo”, dice il prefetto.
La pratica comunque va avanti, tanto che il 18 gennaio Polanco torna da Lombardi.
Con una mano firma gli sgomberi di famiglie in diritto di avere una casa, mentre con l’altra concede una corsia preferenziale a una persona perchè raccomandata dal capo del governo.
Il Pd ne ha chiesto le dimissioni. Lombardi è già  finito al centro di numerose polemiche per alcune dichiarazioni.
Alla commissione parlamentare Antimafia in trasferta nel capoluogo lombardo, assicurò: “A Milano la mafia non esiste”.
Ferdinando Pomarici, capo uscente della Dda (direzione distrettuale antimafia), rispose dati alla mano: “Le inchieste in un anno sono triplicate, passate da dieci a 31”.
Expo 2015, con appalti ancora tutti da assegnare, è nel mirino della criminalità  organizzata.
Fu poi la volta delle irregolarità  denunciate dai Radicali nella presentazione delle firme per il listino di Roberto Formigoni.
“Sta montando un gran clamore, ma a detta di molti l’esclusione è infondata”, dice all’amico Alfonso Marra, all’epoca presidente della corte d’Appello di Milano, poi costretto ad andare in pensione anticipata per lo scandalo della P3: il Csm per lui aveva pronto un trasferimento d’ufficio per incompatibilità  ambientale.
Tra gli amici del prefetto c’è anche Saverio Moschillo, l’ex rappresentante inventatosi imprenditore con il marchio Richmond e finito nelle carte dell’inchiesta emiliana per evasione fiscale che ha portato all’arresto, tra gli altri, di quattro ufficiali delle fiamme gialle tra cui Massimiliano Parpiglia cui Moschillo, secondo gli inquirenti, regalò un Rolex da 17 mila euro.
In casa Lombardi la passione per le pubbliche relazioni, in realtà , appartiene più al figlio Stefano, brillante e giovane avvocato ben inserito nella Milano che conta.
Amico, fra gli altri, di Geronimo La Russa, Eleonora e Barbara Berlusconi, Martina Mondadori, Ginevra e Giulia Ligresti, Chiara Dell’Utri e Roberta Armani.
È Stefano che trascina il padre agli eventi mondani meneghini, sempre che il prefetto riesca a ritagliarsi del tempo libero.

Davide Vecchi
(fa “Il Fatto Quotidiano“)

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NEL PDL SPUNTANO LE VOCI CRITICHE E LA MANIFESTAZIONE CONTRO I PM VIENE CANCELLATA

Gennaio 30th, 2011 Riccardo Fucile

PISANU: “IL PREMIER CHIARISCA DAVANTI AI GIUDICI”, “SU FINI E LA CASA DI MONTECARLO SOLO FORZATURE”, “NON CONDIVIDO UNA MANIFESTAZIONE DEL PDL CONTRO LA MAGISTRATURA”… ANCHE IL TIMORE DI PORTARE IN PIAZZA MENO GENTE DI SANTORO ALLA BASE DEL DIETROFONT

Prima le parole del ministro Pisanu, che si è richiamato all’etica pubblica e ha bocciato l’idea di un corteo a Milano contro la magistratura.
Poi il dietro front ufficiale del partito per bocca di La Russa.
Per la prima volta il Pdl è costretto alla marcia indietro nella sua battaglia contro i magistrati a difesa del premier.
La manifestazione convocata da Silvio Berlusconi per il 13 febbraio contro le toghe è stata oggi prima ridimensionata, poi annullata.
Segno che non tutti, all’interno del partito, sposano la linea dettata dal Capo. Il primo a uscire allo scoperto, oggi, è stato l’ex ministro Giuseppe Pisanu, che in un’intervista al Corriere della Sera è stato presentato come “voce critica del Pdl”.
Pisanu si è espresso chiaramente: “Il Cavaliere chiarisca davanti ai giudici”. E, per far capire meglio il messaggio, ha aggiunto: “Su Fini e la casa di Montecarlo solo forzature”.
Ma non è tutto, perchè nel primo pomeriggio Pisanu è entrato a gamba tesa proprio sull’iniziativa anti pm: “Non condividerei una manifestazione del Pdl contro la magistratura”.
Al di là  delle parole di Pisanu, il contrordine nel partito di maggioranza dev’essere arrivato dall’alto, se anche due falchi come Daniela Santanchè e Ignazio La Russa si sono pronunciati pubblicamente per la bocciatura della manifestazione.
Santanchè è andata dritta al punto: “Il 13 febbraio non ci sarà  nessuna manifestazione di piazza del Pdl”.
La Russa ha usato qualche giro di parole ma, tutto sommato, ha espresso lo stesso concetto: “Non credo che faremo una manifestazione il 13, nè nazionale, nè locale. La presenza sul territorio è la cosa più importante. La solidarietà  diffusa che arriva al premier e al partito è più importante rispetto all’idea di chiuderci in un teatro o in una piazza”.
E questo non è l’unico segnale che qualcosa stia cedendo anche nello zoccolo duro dei sostenitori del Cavaliere.
Ieri mattina il Foglio, la testata diretta da Giuliano Ferrara che è da sempre una cartina di tornasole della politica di Berlusconi, ha aperto con la notizia di una “iniziativa istituzionale straordinaria.
Napolitano pensa di convocare martedì Schifani e Fini” perchè “così — avrebbe detto Napolitano secondo il Foglio — non si va avanti”.
L’articolo fa filtrare il tema della “paralisi istituzionale”, presentandola senza gridare al complotto invocato normalmente dagli house organ.
Insomma, sembra più un messaggio che uno scoop.
E poco importa che in mattinata il Quirinale abbia smentito la notizia della convocazione.
La decisione del Pdl, quindi, è un segno evidente del “dibattito interno” in corso e di qualche dissociazione dal berlusconismo duro e puro.
Ma non solo.
Una componente più “istiutuzionale” del partito non ha certamente ignorato i ripetuti appelli del Capo dello Stato (pubblici, ma anche e soprattutto nei contatti privati con uomini vicinissimi al premier) per scongiurare uno scontro esplicito tra poteri dello Stato.
Proprio su questo tasto hanno battuto i magistrati, nella giornata dell’inaugurazione dell’anno giudiziario.
L’Anm ha espresso “molta preoccupazione per manifestazioni che sono contro i giudici”.
Sarebbe, ha detto il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, Luca Palamara “il popolo che manifesta contro se stesso”.
L’Associazione nazionale magistrati, in un testo letto dai presidenti delle giunte locali, ha risposto punto su punto ai videomessaggi di Berlusconi.
”Gli attacchi ai magistrati sono contro la giustizia e la Costituzione. Sono contro la giustizia gli insulti, le offese, le campagne di denigrazione di singoli giudici, le minacce di punizione, gli annunci di riforme dichiaratamente concepite come strumenti di ritorsione verso una magistratura ritenuta colpevole solo perchè si ostina ad adempiere al proprio dovere di accertare la commissione dei reati e di applicare la legge imparzialmente e in maniera uguale nei confronti di tutti i cittadini”.
E nella stessa direzione vanno “le strumentalizzazioni delle inchieste e delle decisioni giudiziarie e l’assurda interpretazione come complotto politico della semplice applicazione delle regole, dell’attuazione del principio di obbligatorietà  dell’azione penale e del fisiologico funzionamento degli istituti di garanzia propri dei moderni Stati costituzionali di diritto”.
“La Magistratura — ha detto Palamara parlando con i giornalisti a margine della cerimonia di inaugurazione alla Corte d’Appello di Roma — è un pezzo dello Stato. La giustizia è amministrata in nome del popolo”.
In riferimento, invece, alla manifestazione a sostegno delle toghe e della libertà  di informazione, annunciata ieri da Michele Santoro, Palamara ha detto: “Sul resto non ci pronunciamo. La legittimazione della magistratura si fonda sulla credibilità  delle decisioni e quindi sulla professionalità  del lavoro del magistrato. Il consenso non è il fondamento dell’azione giudiziaria”. Probabilmente anche la contro-iniziativa di Santoro, Travaglio e Barbara Spinelli, indetta nella stessa città  e nello stesso giorno di quella del Pdl, può aver fatto riflettere Berlusconi.
Troppo alto il rischio di una figuraccia, specie se alla fine, i manifestanti pro-pm si fossero rivelati numericamente più consistenti di quelli pro-Cavaliere. Meglio evitare l’effetto boomerang.
Ma soprattutto — la riflessione del premier — meglio evitare di portare in piazza un partito in cui i “distinguo” rispetto alla linea ufficiale, seppure sottotraccia,sono sempre di più.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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BENVENUTI AL NORD: LE CONSULENZE ESTERNE DELLA MORATTI COSTANO 48 MILIONI DI EURO

Gennaio 28th, 2011 Riccardo Fucile

SONO 2.773 LE CONSULENZE ESTERNE DEL COMUNE DI MILANO, MOLTI A FAVORE DEGLI “AMICI DEGLI AMICI”….530.000 EURO PER UNA “PROMOZIONE DI PROGETTI SUL TEMA DELLA LUCE CONNESSA ALL’ILLUMINAZIONE NATALIZIA”…95.000 EURO PER “GESTIONE DELLE RELAZIONI TERRITORIALI” ASSEGNATA NON A UN GIORNALISTA QUALIFICATO MA A CHI VENDEVA FONDI D’INVESTIMENTO… 277.577 EURO PER PROVARE A “RAFFORZARE L’IMMAGINE DEL SINDACO”

Dall’elenco spuntano addirittura 13.124 euro pagati alla cantante-cuoca Wilma De Angelis e rubricati alla voce spot per i vigili.
L’elenco prosegue per 195 pagine zeppe di nomi e cifre, la cui contabilità  complessiva, a partire dal primo giugno 2006, supera il tetto dei 48milioni di euro.
Tanto vale il tesoretto speso dal sindaco di Milano Letizia Moratti per le 2.773 consulenze esterne, tutte pubblicate sul sito del Comune.
Tra le varie, quella di Fabio Massimo Saldini (379mila euro), già  architetto di fiducia di Paolo Berlusconi, e ora delegato per moda e design nella Regione governata da Roberto Formigoni.
La giunta Moratti gli ha affidato l’incarico “di assistenza e supporto specialistico” legata ai progetti del “piano della qualità  urbana”.
Un bell’investimento che ricade sotto l’ombrello dell’assessorato al Decoro di Maurizio Cadeo, fratello di Cesare, giornalista della prima ora delle reti Mediaset.
Lo stesso assessorato artefice della consulenza (quasi 530mila euro) a Cosimo Ambrogio Majorano. Per lui il compito “di promozione di progetti sul tema della luce connessa alla tradizionale illuminazione natalizia”.
Una consulenza seconda solo a quella di Paolo Glisenti: 987mila euro.
Una bella paga per l’ex amministratore unico della società  Expo 2015, e soprattutto fedelissimo della Moratti.
Una nomina, quella di Glisenti, che nel 2009 spaccò politicamente il cda della società .
Al sindaco fu contestato di voler gestire la partita Expo attraverso il suo braccio destro.
Da qui le dimissioni e, non pubblicata sul sito del Comune, questa consulenza.
Dunque, ci risiamo. Non è la prima volta che il sindaco viene pizzicata a elargire incarichi esterni e ben pagati.
Capita già  nell’inverno del 2006, ad appena sei mesi dalle elezioni, quando la Moratti viene iscritta nel registro degli indagati per abuso d’ufficio.
Con lei anche il capo di gabinetto Alberto Bonetti Baroggi, il direttore generale Giampiero Borghini e il suo vice Rita Amabile.
Le quattro posizioni verranno archiviate definitivamente nell’agosto scorso. Anche se nel decreto firmato dal giudice Maria Grazia Domanico si legge come il sindaco, assieme ai suoi stretti collaboratori, abbia tenuto “condotte illegittime e pregiudizievoli”, operato con “la volontà  di recare vantaggio a terzi”, seguito “percorsi oscuri per la nomina di nuovi dirigenti”.
Il tutto assumendo un “comportamento colposo” per mettere in piedi una “forma mascherata di spoil system”, collocando “nelle funzioni dirigenziali soggetti vicini”.
La Corte dei conti nel 2009 calcola un danno all’amministrazione pubblica per 262mila euro.
Cifra che comprende i 95mila euro annui pagati al responsabile del servizio gestione delle relazioni territoriali. Lavoro di prestigio.
Peccato però che il signore non risulti laureato e il suo curriculum non presenti caratteristiche adatte.
In passato ha fatto addirittura il giornalista radiofonico, dopodichè ha lavorato per un’industria farmaceutica per poi finire in una società  specializzata in fondi d’investimento.
Dall’elenco di oggi emergono anche nomi di giornalisti e dj.
Su tutti il conduttore radiofonico e televisivo Red Ronnie, al secolo Gabriele Ansaloni.
Per lui, il sindaco prevede un compenso complessivo di 105mila euro (30mila all’anno). Un bella cifra che si giustifica con l’incarico “di ideazione e progettazione di strumenti e supporti multimediali tesi a migliorare l’informazione e la comunicazione dell’ente”.
Il tutto motivato, in parte, con la prossima manifestazione di Expo 2015 che metterà  Milano “al centro dell’attenzione internazionale”.
L’appuntamento dell’Esposizione internazionale occupa molto i pensieri di Letizia Moratti.
Immagine e comunicazione sono il suo pallino.
Quindi ecco serviti i 37.498 euro annui per Alain Elkann.
A lui sono richiesti consigli sulla “comunicazione strategica”. La determina viene firmata il 19 maggio 2010 e andrà  a scadenza con il mandato del sindaco.
Altro giornalista, altra consulenza: 277.577 euro. Tanto incassa Alessandro Usai. Tra i suoi compiti principali c’è quello di “sviluppare un programma di comunicazione per rafforzare l’immagine del sindaco”.
Non solo ma anche “individuare occasioni     di visibilità  pubblica del sindaco”. L’immagine della Moratti viene affidata anche all’architetto Tanja Michela Solci tra i cui incarichi di consulenza (in totale 380.700 euro), oltre alla progettazione di tre sedi di anagrafe “ha prestato la propria professionalità  per il coordinamento tecnico artistico di promozione di immagine dell’Ente”.       In coda troviamo almeno due consulenze obbligate e imposte per risolvere situazioni problematiche all’interno del Comune.
Su tutte il fallimento della municipalizzate Zincar che in pochi anni dilapida investimenti per oltre venti milioni di euro.
All’epoca ha come presidente il consigliere comunale del Pdl Vincenzo Giudice.
Oggi il comune paga come consulente liquidatore l’ex rettore dell’Università  Bocconi Angelo Provasoli.
Mentre il sindaco versa 160mila euro all’avvocato Carlo Federico Grosso per seguire la difesa nel processo contro le banche per i derivati.
L’ultimo listone del Comune, per ora, non finisce in procura.
Al contrario di quello di Regione Lombardia che da qualche settimana è stato acquisito dai magistrati.
E se la partita oggi si gioca sul tavolo delle consulenze comunali rese pubbliche grazie alla legge Brunetta, il vero scandalo rischia di emergere dalle consulenze all’interno delle società  partecipate.
Proprio ieri infatti Giulio Gallera, capogruppo del Pdl in consiglio comunale è stato nominato presidente di Ecodeco partecipata al 100 per cento da A2A. Mentre consulente per l’informazione di Atm (160mila euro) è stato nominato il giornalista ed ex parlamentare con i Verdi Roberto Poletti, direttore della tv del sindaco ribattezzata Milano 2015.
Letizia Moratti tira dritto e ribadisce: “In quattro anni abbiamo tagliato le consulenze risparmiando 18 milioni di euro”.

Davide Milosa
(da “il Fatto Quotidiano“)

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“SPODESTATO” GUIDO PODESTA’, SALTA IL COORDINATORE DEL PDL IN LOMBARDIA: AVEVA DIFESO BLANDAMENTE LA MINETTI

Gennaio 27th, 2011 Riccardo Fucile

ACCUSATO ANCHE DI NON AVER FERMATO LA “ROTTAMATRICE” SARA GIUDICE CHE STA RACCOGLIENDO MIGLIAIA DI FIRME PER FAR DIMETTERE LA MINETTI DALLA REGIONE, PODESTA’ LASCIA L’INCARICO…IL PREMIER AVREBBE VOLUTO SOSTITUIRLO CON LA   CHIACCHIERATA RONZULLI, MA A TUTTO C’E’ UN LIMITE: IL DESIGNATO E’ MARIO MANTOVANI

Difesa blanda di Nicole Minetti e incapacità  a fermare la “rottamatrice” Sara Giudice: il coordinatore regionale lascia l’incarico.
Con ogni probabilità  sarà  sostituito da Mario Mantovani
Una difesa blanda e poco incisiva di Nicole Minetti, con l’aggravante di non essere riusciti ad arginare la fronda aperta dalla giovane del Pdl Sara Giudice che è riuscita a raccogliere in pochi giorni oltre cinquemila firma tra i militanti e a rallentare la propaganda elettorale del partito a favore del governo.
Per questo il passaggio di mano alla guida del Pdl in Lombardia ha subito un’accellerazione: ieri Guido Podestà  ha lasciato l’incarico, passando il testimone al vice Massimo Corsaro.
Ma la poltrona rimarrà  vacante per poco: a breve il premier, cui spetta la nomina dei coordinatori regionali, indicherà  il successore di Podestà .
La staffetta era prevista già  da novembre e i nomi per la successione da sempre sono due: Mario Mantovani, senatore e sottosegretario con delega per la casa, e Licia Ronzulli.
Complice il coinvolgimento dell’eurodeputata nelle carte dell’inchiesta sul Ruby gate, la scelta dovrebbe cadere, dicono i vertici del Pdl lombardo, su Mantovani.
L’ordine è arrivato direttamente dal premier.
Ufficialmente Podestà  ha motivato le dimissioni con un “sovrapporsi di incarichi istituzionali sempre più assorbenti”.
Il comunicato ufficiale recita: “Tenendo conto degli impegni connessi ai prossimi appuntamenti elettorali che richiederanno una disponibilità  di tempo pressochè totale a chi dovrà  ricoprire la responsabilità  di guida del Popolo della Libertà  in Lombardia, ha oggi rassegnato le dimissioni da coordinatore regionale del partito”.
Nella nota si spiega infine che Podestà  ribadisce “il proprio impegno a sostenere lealmente l’azione di Governo portata avanti dal presidente Silvio Berlusconi, a favore della crescita dell’Italia”.
Intanto la richiesta di dimissioni di Nicole Minetti lanciata da Sara Giudice, la “rottamatrice” del Pdl, come lei si è definita, ha raggiunto le cinquemila firme tra militanti e giovani del partito critici con i vertici locali.
“Noi siamo fedeli al Pdl , crediamo fermamente nel progetto politico di un grande partito nazionalpopolare di centrodestra, ma vogliamo che la futura classe dirigente italiana sia selezionata secondo limpidi e rigorosi criteri di partecipazione, trasparenza, rinnovamento e meritocrazia”, hanno nuovamente precisato i giovani esponenti del Pdl, negando la possibilità  di una loro possibile espulsione dal partito.
Deciderà  il successore di Podestà .

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IL PADRE DI UMBERTO, GIORGIO AMBROSOLI: L’UOMO CHE SFIDO’ SINDONA E LA MAFIA

Gennaio 26th, 2011 Riccardo Fucile

LA LETTERA TESTAMENTO ALLA MOGLIE: “QUALUNQUE COSA   SUCCEDA, CRESCI I RAGAZZI NEL RISPETTO DI QUEI VALORI IN CUI ABBIAMO SEMPRE CREDUTO”… UN ESEMPIO DI “EROE BORGHESE”, ASSASSINATO DA UN SICARIO DELLA MAFIA NEL 1979…L’AVVOCATO MILANESE AVEVA LOTTATO PER CINQUE ANNI CON INTRANSIGENZA CONTRO LA GRANDE RETE DEI POTERI SOMMERSI CHE PROTEGGEVANO SINDONA

Sono passati venti anni dal giorno in cui “un eroe borghese” è stato assassinato a Milano.
Questo è il titolo che Corrado Stajano ha dato alla biografia di Giorgio Ambrosoli, l’avvocato milanese ucciso con tre colpi di rivoltella, l’11 luglio del 1979, da un sicario del banchiere mafioso Michele Sindona.
Assassinato sulla porta di casa al termine di una lotta impari durata cinque anni fra quel “borghese”, o si potrebbe dire fra quel cittadino quasi solo, e la grande rete di poteri sommersi che proteggevano Sindona, la Mafia, la P2, la finanza vaticana dello Ior, la Democrazia cristiana di Andreotti, gli ufficiali e i magistrati corrotti, i circoli americani più reazionari.
Un avvocato di Milano serio, intransigente di “brutto carattere” come dicevano quelli che non riuscivano a comprarlo.
Una di quelle persone che da sole contraddicono la società  in cui vivono, i suoi vizi, le sue paure. E che non fanno disperare nella pianta storta dell’uomo.
Cinque anni di lotta impari in cui l’avvocato milanese sa che la sua vita è appesa a un filo.
La moglie Annalori un giorno ha trovato fra le sue carte una lettera testamento. “Qualunque cosa succeda, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto. Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia e nel senso trascendente che io ho verso il paese, si chiami Italia si chiami Europa. Riuscirai benissimo ne sono certo perchè tu sei molto brava e perchè i tre ragazzi sono uno meglio dell’altro. Sarà  per te una vita dura ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai sempre il tuo dovere”.
Un avvocato milanese che si occupa di ispezioni bancarie, vissuto nelle intricate e anche sporche vicende dell’alta finanza.
Di eroi veri ce ne sono pochi in giro, di eroi borghesi pochissimi.
Perchè Giorgio Ambrosoli teme di venir assassinato?
Perchè nel settembre del ’74 il governatore della Banca di Italia Guido Carli lo ha scelto come commissario liquidatore della Banca privata italiana, una delle banche di Michele Sindona.
Perchè lui e non altri? Forse per il buon lavoro fatto per il fallimento della Sfi una finanziaria milanese, forse su suggerimento del banchiere Tancredi Bianchi.
Lo sconosciuto avvocato Giorgio Ambrosoli contro uno degli uomini più ricchi e potenti del mondo…
Si potrebbe dire un uomo normale se gli uomini come lui non fossero una rarità . Sindona è uno dei siciliani che hanno fatto fortuna a Milano perchè la Milano dei soldi sa come crescere anche certi uomini arrivati dal profondo sud con i sandali ai piedi come Virgillito, uomini intelligenti, tranquillamente amorali, pronti a trovare con i loro pari affinità  elettive automatiche, anche se non trasparenti.
Pronti ad aprire nuove strade speculative anche per i rispettabili cumenda dell'”Ambrogino d’oro”.
E con l’ intelligenza spregiudicata che non guarda in faccia nessuno, che mira a un unico scopo: fare denaro, farlo in fretta, farlo con l’astuzia e con le protezioni che occorrono.
C’è una intervista di Sindona a un giornalista americano in cui dettagliatamente, senza nessuna esitazione moralistica, spiega come si possa depositare del denaro sporco a Hong Kong dove giocando sul cambio dello Yen, “un uomo che abbia una certa esperienza di questo sistema può in pratica rendere puliti centinaia di milioni di dollari in un tempo relativamente breve”.
Milano scopre Sindona quando Time esce con la sua fotografia in copertina e in una lunga intervista lui spiega come stia diventando il maggior venditore mondiale di succhi di frutta.
Sindona è un siciliano arrivato, a Milano e gli Stati Uniti, i due luoghi del potere e del successo del “business” degli uomini di onore.
L’uomo è riservato, segreto, non è facile avvicinarlo, ascolta in silenzio con il suo volto pallido, lo sguardo da faina e continua con le sue mani a fare dei complicati giochini di carta.
Di certo ha messo assieme una immensa fortuna, la Banca Unione e la Banca privata a Milano, la banca Franklin a New York e la Fasco, una finanziaria padrona di centinaia di aziende.
Quando Ambrosoli entra per la prima volta nello studio privato di Sindona, nel settembre del ‘ 74, incomincia a capire il personaggio, la sua megalomania, il piacere dei grandi banchieri di apparire raffinati nel giro delle speculazioni, staccati dalla volgarità  del tempo, imbattibili nelle cose concrete ma con gusti eleganti.
Lo studio è nel cuore del capitalismo italiano di fronte alla Banca commerciale, vicino al Banco Ambrosiano e alla Mediobanca di Cuccia.
E’ il suo santuario: una statuetta lignea di Francesco Laurana, un busto del Pollaiolo, un fratino del sedicesimo secolo come scrivania e lui magro e pallido come un trappista.
In fondo una porticina che conduce in un sottotetto dove per anni sono state nascoste le carte più delicate.
Ma dentro, quando arriva Ambrosoli il commissario liquidatore, non c’è più niente, le carte sono sparite.
Sindona è un uomo misterioso anche perchè chi dovrebbe scoprire i suoi segreti finge di non sapere, di non vedere.
Nel ’72 è arrivata alla questura di Milano una informativa del Criminal police office di New York in cui si dice che Sindona è in stretti rapporti di affari con un certo Daniel Anthony Porco per un traffico di stupefacenti.
Ma Sindona è uomo al di sopra di ogni sospetto: è stato invitato da Paolo VI a rimettere ordine nelle finanze vaticane; durante un ricevimento al Saint Regis di New York, Andreotti lo ha salutato come “il salvatore della lira”.
Più è nei guai, più la revisione di Ambrosoli dimostra che le banche di Sindona sono prossime all’insolvenza e più i suoi difensori trovano ascolto presso il nostro governo: due italo-americani amici di Gelli vengono ricevuti da Andreotti, parlano con lui un ora e mezzo, sono i rappresentanti degli italo-americani cari al nostro capo del governo.
Sono preoccupati che un così illustre e benefico concittadino venga messo sotto accusa dai “comunisti”.
Veramente Ambrosoli è il figlio di un conservatore monarchico e lui è un cattolico amico di cattolici ma lo si dipinge come un sovversivo.
E intanto il banchiere Sindona già  colpito da un mandato di cattura con richiesta di estradizione dagli Stati Uniti scrive ad Andreotti da una suite del Waldorf Astoria: “Illustre presidente, nel momento più difficile della mia vita sento il bisogno di rivolgermi direttamente a lei per ringraziarla dei rinnovati sentimenti di stima che ella ha recentemente manifestato”.
Segue un elenco di tutto ciò che il governo italiano deve fare per coprire la bancarotta e i debiti ed evitargli le grane giudiziarie.
Come se nulla fosse, Sindona continua a tener conferenze nelle università  americane impartendo lezioni di moralità  e di oculatezza.
Ma Ambrosoli non si lascia intimidire.
Presenta alla Banca d’Italia la sua prima relazione sul passivo della Banca privata italiana: 417 miliardi più un prestito di seicento miliardi della Germania federale garantito dalla Banca di Italia.
L’isolamento di Ambrosoli aumenta, trova solo persone che gli danno suggerimenti vaghi, assicurazioni generiche.
Un giorno dice a un amico: “Mi vogliono bruciare, mi vogliono far fuori? Vogliono uno che non riesca a mettere le mani e gli occhi dove vanno messi?”.
Se cerca di sapere qualcosa sullo Ior, la banca vaticana, incontra un muro di gomma.
Nell’ottobre del ’75 riesce però a mettere le mani sulle carte della Fasco e questa volta Sindona si infuria, lo denuncia alla magistratura e all’Ordine degli avvocati della Banca d’Italia, accusandolo di avere rubato le azioni della finanziaria e incomincia a mandargli i suoi messaggi di morte: “La vendetta e più bella quando è lontana”.
Un giornalista chiede a Ambrosoli: “Perchè si parla di lei come del nemico di Sindona?”
Risponde: “E’ molto semplice mi pare, sono diventato il nemico di Sindona ma non l’amico dei potenti. Ho dovuto pestare i piedi a troppa gente che sta nel Palazzo. Per esempio ecco l’ultima pratica. Qualche giorno fa mi sono rivolto al tribunale per farmi restituire dall’Irades i dieci milioni che ebbe da Sindona. Vuol sapere chi è il presidente di questo istituto di studi sociologici? E’ l’onorevole Piccoli che i dieci milioni li ebbe direttamente da Sindona, ma che ora dice di non doverli restituire”.
Così poco Ambrosoli si fida dei nostri governanti che dovendo consegnare la relazione sul crak Sindona a una decina di uffici, temendo che ci sia una fuga di notizie fa scrivere in ogni copia un errore di battitura diverso e conserva le varianti in luogo sicuro.
Alla fine del dicembre ’78 incominciano le telefonate con minacce di morte.
Il 26 Ambrosoli annota: “Mi cerca quattro volte al telefono, in studio prima e in banca poi, tale Cuccia. Lamenta che in Usa non avrei detto la verità  su Michele Sindona. Devi tornare là  entro il 4 gennaio con i documenti veri perchè se Michele Sindona viene estradato tu non campi”.
E il 5 gennaio del ’79: “Ritelefona due volte il soggetto che si è presentato a nome Cuccia. Stavolta a nome Sarcinelli. Insiste perchè vada in Usa e dice che il 15 gennaio può intervenire l’estradizione. Altre telefonate in cui “il Picciotto” dice che Andreotti trama contro di me. Entra in funzione il controllo telefonico ma credo che ci sia poco da contarci”.
L’ultima telefonata è del 12 gennaio del 79 e così la riferisce Stajano nel suo “Un eroe borghese”: “Pronto avvocato”. Ambrosoli: “Buon giorno”. “L’altro giorno ha voluto fare il furbo? Ha fatto registrare la telefonata”. A: “Chi glielo ha detto?” “Eh sono fatti miei chi me lo ha detto. Io la volevo salvare, ma da questo momento non la salvo più”. A: “Non mi salva più?” “Non la salvo perchè lei è degno di morire ammazzato come un cornuto. Lei è un cornuto e bastardo””.
Le telefonate cessano, Sindona ha deciso di far uccidere Ambrosoli.
E qualcosa trapela ai figli: il più piccolo, Beto, dice di aver sentito una notte una di quelle telefonate e scoppia in pianto.
Ambrosoli cerca di tranquillizzarlo: “Stai tranquillo Beto io morirò vecchietto nel mio letto di Ronco”.
Il 13 giugno del ’79 un commesso della Banca privata scende in cantina dove è conservata una parte dell’archivio e trova una rivoltella, pezzi di una rivoltella segati.
E’ un segnale? Pochi giorni dopo arrivano a Milano i giudici americani che si occupano di Sindona.
Ambrosoli viene inquisito come se fosse lui il bancarottiere. Risponde preciso, con calma.
Intanto il killer William J. Aricò e già  arrivato a Milano.
Aricò è stato presentato a Sindona da Robert Venetucci un trafficante di eroina. Aricò ha preso alloggio all’ hotel Splendido vicino alla stazione centrale.
La mattina dell’11 luglio Aricò noleggia una Fiat 127 targato Roma.
A bordo di quella macchina Aricò aspetta per ore davanti al portone di via Morozzo della Rocca che Ambrosoli esca.
Tre colpi di pistola rimbombano a mezzanotte.
Aricò restituisce la macchina il giorno dopo all’agenzia Maggiore e paga con una carta di credito americana.
Sarà  arrestato l’8 dicembre mentre rapina una gioielleria di New York. Aricò muore il 19 febbraio dell’84 mentre sta tentando di evadere dal carcere.
Poco prima ha confessato a un giudice americano di essere l’assassino di Ambrosoli.
Il prezzo pagato da Sindona è di venticinquemila dollari versati poco prima del delitto e novantamila accreditati su una banca di Lugano.
Michele Sindona e Robert Venetucci sono stati condannati all’ergastolo.
Ho assistito a quel processo a Milano: Sindona indossava un abito scuro, aveva un’aria spiritata, i pochi capelli ritti in testa.
Entrò nella gabbia dove già  si trovava il suo complice e mormorò un “How are you Venetucci”? L’altro non rispose.
Lo osservavo da pochi metri: aveva un suo taccuino in pelle scura e vi scriveva continuamente chi sa cosa, come se potesse fare qualcosa contro le prove schiaccianti.
Nessuno ha spiegato la morte di Aricò, invece la morte di Sindona è un mistero senza misteri nella esecuzione: è stato avvelenato con un caffè nel carcere, il secondino che gli ha portato il caffè non è stato inquisito, era arrivato pochi giorni prima da un istituto di pena siciliano.
I potenti si sono tolti dai piedi un testimone pericoloso uno che avrebbe potuto raccontare molte cose sul loro conto.
Nel delitto Ambrosoli si ritrovano alcuni personaggi di oscure vicende italiane: Licio Gelli, Giulio Andreotti, Franco Evangelisti, il giornalista ricattatore di Op.
Il professor Marco Vitale ha scritto in morte di Ambrosoli: “L’assassinio di Ambrosoli è il culmine di un certo modo di fare finanza, di un certo modo di far politica, di un certo modo di fare economia. I magistrati inseguono esecutori e mandanti del delitto, ma dietro ci sono i responsabili, i responsabili politici. E questi sono tutti coloro che hanno permesso che la malavita crescesse e occupasse spazi sempre più larghi nella nostra vita economica e finanziaria, e questi sono gli uomini politici che definirono Sindona salvatore della lira, sono i governatori della Banca di Italia che permisero che i Sindona penetrassero tanto profondamente nel tessuto bancario italiano, pur avendo il potere e il dovere di fermarli per tempo; sono i partiti che presero tangenti formate da denari rubati ai depositanti sapendo esattamente che di questo si trattava: sono quelli il cui nome è scritto nella lista dei cinquecento che hanno nascosto i soldi oltre frontiera, tutti quelli che da venti anni al vertice della politica e della economia hanno perso persino il senso di cosa sia la professionalità , cioè il subordinare la propria fetta di potere piccola o grande che sia, agli scopi dell’ordinamento, delle istituzioni, della propria arte o professione, all’interesse pubblico”.
L’avvocato Ambrosoli ha vinto o perso la sua scommessa sulla onestà ? Personalmente l’ha vinta, storicamente l’ha persa.
Negli anni passati dalla sua morte l’integrazione nel male, la “facilità  del male” sono aumentate non diminuite.

Giorgio Bocca

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