Gennaio 16th, 2013 Riccardo Fucile
LA SOGLIA MAGICA CHE INSEGUE IL CENTRO PER ESSERE DETERMINANTI E’ VICINA
Tra i due litiganti è il terzo che decide (e si gioca) tutto alle elezioni, è sul risultato di Monti
che sono infatti concentrate le attenzioni di Berlusconi e Bersani, convinti – numeri alla mano – che il Professore sarà determinante nella prossima legislatura soltanto se supererà la soglia del 15 per cento.
Il derby d’Italia sarà pur tornato a farsi appassionante, ora che il Cavaliere – dopo l’exploit televisivo da Santoro – ha guadagnato in un solo colpo il 2,6% nei sondaggi.
E mentre il fondatore del Pdl fa mostra di credere in un’improbabile rimonta, il leader del Pd si mostra determinato a consolidare il vantaggio sul rivale.
Ma la sfida tra le due coalizioni non esaurisce la contesa per il governo del Paese, ora che l'(ex) arbitro è entrato in campo.
Già non è facile districarsi tra i numeri dei rilevamenti demoscopici, che – com’era accaduto nel 2006 – divergono a seconda degli istituti di ricerca.
Perchè se è vero che ieri il sondaggio di Emg (commissionato dal tg de La7) evidenziava uno scarto di nove punti e mezzo tra centrosinistra e centrodestra, è altrettanto vero che l’ultimo report di Euromedia research (in possesso di Berlusconi) riduce la forbice a soli quattro punti e mezzo.
A parte la macroscopica differenza tra i due test, comunque questi numeri non basterebbero a prefigurare il vincitore delle prossime elezioni, dato che sul risultato finale pesa l’incognita del Senato, dove i dati nazionali andranno disaggregati su base regionale per l’assegnazione dei relativi premi di maggioranza.
E non c’è dubbio che la governabilità dipenderà dalla composizione di palazzo Madama, è chiaro che l’obiettivo minimo del Cavaliere è conquistare la Sicilia e il Lombardo-Veneto per impedire al segretario del Pd di avere la maggioranza nei due rami del Parlamento.
Ma il vero snodo elettorale e politico passa dalla performance della coalizione guidata da Monti, che non sembra in grado di vincere il derby e tuttavia potrebbe ritagliarsi un pezzo di scudetto la sera del 24 febbraio, qualora ottenesse il 15% dei consensi.
Lo sanno Berlusconi e Bersani, lo dicono gli stessi alleati del Professore: sopra «quota 15», Monti avrebbe la possibilità di condizionare se non addirittura determinare gli equilibri di governo; sotto «quota 15» si ritaglierebbe invece un ruolo minore, di interdizione, rischiando addirittura la marginalità .
Ecco spiegato il motivo per cui i leader di centrodestra e centrosinistra sono così interessati ai rilevamenti sull’area di centro.
Ma i dati dei rilevamenti non sono omogenei.
C’è una netta discrepanza, per esempio, tra l’ultimo sondaggio di Euromedia e quello di Ipsos: mentre l’agenzia della Ghisleri alla Camera quota la coalizione di Monti all’11% (6% Scelta civica, 4% Udc, 1% Fli), la società di Pagnoncelli accredita quasi sei punti in più al «partito» del Professore.
Al Senato invece Euromedia attribuisce alla lista unica montiana un dato più alto (12-15%) rispetto all’ultimo rilevamento di Ipsos (11-12%).
Sono numeri che fanno fluttuare Monti tra la zona scudetto e la zona retrocessione, e che inducono Berlusconi a sperare di essere determinante al Senato per la maggioranza di governo.
Basta un niente d’altronde per ribaltare il risultato.
Ecco perchè il Cavaliere è arrivato perfino a commissionare un focus sulle candidature del Professore, dal quale risulta che l’elettorato montiano non ha gradito l’inserimento in lista di personaggi come l’olimpionica Vezzali e la cantante Minetti.
Ieri però – analizzando gli ultimi dati – non ha potuto fare a meno di riscontrare un «piccolo salto in avanti» del premier.
Perciò, al vertice di partito, ha sottolineato la necessità di fare molta attenzione ai candidati: «Siamo al 23,4%.
E se non faremo errori nella composizione delle liste arriveremo di sicuro al 25%.
Lo scarto dal Pd è di un milione e ottocentomila voti. Questo dato non ci deve spaventare, si può recuperare, perchè si tratta di elettori che erano già nostri».
È stato un modo per lasciare intuire ai dirigenti locali ciò che aveva anticipato ai dirigenti nazionali: «Nelle regioni in bilico deciderò tutto io. Non voglio candidati che portano il volto della sconfitta».
Berlusconi vuole depotenziare il terzo incomodo, assorbendo quella fascia di «ex votanti del Pdl» che oggi sono annoverati tra i «delusi».
E non è detto che la nuova stagione dei processi sia nociva alla rimonta, visto che il leader del Pdl punta a bipolarizzare il voto gridando all’accanimento giudiziario.
E per studiare meglio l’area degli astensionisti ha preso in esame una ricerca sulla proiezione del dato di affluenza, che al momento si aggira tra il 70-71%, ben al di sotto quindi della media elettorale, calcolata tra il 79-83%.
È lì – secondo il capo del centrodestra – che vanno recuperati i consensi, per la maggior parte considerati ex berlusconiani.
Ma non solo lì.
I report sul movimento di Grillo segnalano non solo un arretramento di M5S ma anche una certa «volatilità » in quanti ancora oggi dicono di voler votare per quella forza.
Ecco il motivo del lavorio ai fianchi, speculare a quello del segretario del Pd, che sta cercando di prosciugare quanto più possibile il fronte sinistro di Ingroia, in nome del «voto utile».
Così i due litiganti mirano a fare il pieno, con una differenza di non poco conto: Berlusconi punta a rendere irrilevante Monti, Bersani lavora per ridimensionarlo.
Altrimenti al Senato rischia di dover scendere a patti con il Cavaliere.
Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: Monti | Commenta »
Gennaio 15th, 2013 Riccardo Fucile
QUELLA DI MONTI E’ UNA STRATEGIA CALCOLATA, NON UNA RITORSIONE CONTRO BERLUSCONI
Monti si è guadagnato sul campo, ieri sera da Bruno Vespa, la palma di più risoluto, più implacabile, più sarcastico e (per molti aspetti) più feroce «No Cav» d’Italia.
Mai un candidato premier aveva picconato con tale energia il profilo di Berlusconi.
Nell’ultimo ventennio Occhetto, Prodi, Rutelli, di nuovo Prodi e infine Veltroni con alterna fortuna si erano preoccupati di far leva soprattutto sui programmi propri, sulle rispettive «agende» che allora avevano un altro nome.
Lo stesso Bersani, nemmeno una settimana fa, sempre «chez» Vespa, si era regolato da primo ministro in pectore, serenamente avviato verso la vittoria e mai sopra le righe, certo non con il coltello tra i denti e tantomeno contro il capo della destra, trattato con i guanti bianchi perfino nell’arena di Santoro.
Laddove Monti ha sfoderato per due ore l’intero repertorio di attacchi a Berlusconi con una tale determinazione da fare immaginare una precisa strategia, politica e comunicativa.
Va considerato, segnalano i collaboratori del premier, anche il risvolto umano.
Nei giorni scorsi Silvio era andato giù greve, aveva lamentato presunte «mascalzonate» commesse da Monti (concetto ribadito ieri), presentandone la scelta di candidarsi come un atto moralmente riprovevole.
È un livello di contestazioni su cui chiunque dotato di amor proprio (il presidente della Bocconi non fa eccezione) avrebbe reagito a tono.
«Mica poteva porgere l’altra guancia», si fa osservare. Inoltre ha sfoderato nelle risposte «la consueta classe», senza scendere a livello da osteria.
Ma nella replica da Vespa è impossibile non cogliere un «surplus» di animosità .
Calcolata. Studiata a tavolino.
Insomma, meno legata alle offese e più alla sostanza.
Spiega chi è ben addentro alla campagna elettorale montiana che il Professore ha voluto consapevolmente inaugurare un anti-berlusconismo di nuovo conio, per certi aspetti inedito e tutto da testare.
Basato sulla condivisione di parecchie istanze care all’elettorato di centrodestra, come si deduce da certe aperture (alcune davvero inattese) in tema di tasse: dalla possibile riduzione dell’Irpef a quella altrettanto auspicabile dell’Iva, dal no secco alla patrimoniale al rigetto del redditometro, dalle larghe vedute sull’Imu alla revisione della riforma Fornero sulle pensioni…
Musica per il popolo moderato.
Esattamente quello che un elettore Pdl gradirebbe sentirsi promettere dal proprio partito. Accompagnato però da un ripudio netto del personaggio Berlusconi, da un giudizio spietato che si riassume in quel «pifferaio» dal quale solo degli sprovveduti potrebbero farsi trascinare nel fiume.
Per immedesimarsi nei panni di chi in altri momenti l’ha votato, Monti ammette di essersi illuso lui stesso ai tempi della «rivoluzione liberale», s’era fatto incantare dalla sirena di Arcore.
A questi elettori, il premier manda a dire: se voi volete davvero che tutto questo si realizzi, il vostro interlocutore sono io. Lui vi attira soltanto guai…
L’offensiva del Prof ha ulteriori perchè.
Da qualche settimana nei sondaggi è in atto una certa ripresa della coalizione Pdl-Lega, chi dice attestata al 25 chi al 30 per cento dei voti.
Nulla in grado di impensierire Bersani, che dalle stesse rilevazioni figura perlomeno una decina di punti avanti. Tuttavia abbastanza da mettere in forse l’obiettivo per il quale Monti si è deciso a «salire» in politica: una destrutturazione dei poli, o perlomeno di uno soltanto di essi.
Al momento, il centrodestra non solo non pare prossimo a sfaldarsi, ma sta ritrovando a Palazzo Grazioli il suo centro di gravità .
Urge dunque una controffensiva, e nessuno può negare che Monti vi si stia applicando con una franchezza di linguaggio sorprendente per chi, come lui, viene dal senato accademico.
Mal che gli vada, questa battaglia gli attirerà le simpatie del pianeta anti-berlusconiano duro e puro, ne farà il super-eroe della resistenza al Cavaliere Nero, l’unico davvero in grado di sbarrarne la via.
Per cui può verificarsi uno strano paradosso: che l’inedito combattivo Monti di «Porta a Porta» (perlomeno rispetto agli standard «sobri» cui ci aveva abituato) rubi voti a sinistra non meno che a destra.
E anzi, vada a intaccare il serbatoio elettorale di Bersani addirittura più del bacino berlusconiano.
Ma questo lo scopriremo solo il 25 febbraio, quando le urne saranno state aperte.
Ugo Magri
(da “La Stampa”)
argomento: Monti | Commenta »
Gennaio 15th, 2013 Riccardo Fucile
IL PROFESSORE E’ PARTITO ALL’ATTACCO : “HA GOVERNATO PER 8 DEGLI ULTIMI 11 ANNI: E’ SUA LA RESPONSABILITA’ DELL’AUMENTO DELLA TASSAZIONE”…”SUL PIANO INTERNAZIONALE NON HA PIU’ CREDIBILITA'”
La situazione grave in cui versa l’Italia è colpa dei governi che hanno guidato il Paese negli ultimi 10 anni.
Mario Monti, dopo l’intervento all’inaugurazione di Porta Susa, a Torino, a Porta a Porta torna ad attaccare gli esecutivi che lo hanno preceduto. E si scaglia soprattutto contro le promesse fatte da Silvio Berlusconi che, secondo il premier uscente, “ricordano il Pifferaio di Hamlin che incanta i topini. Che gli italiani possano credere a certe parole pronunciate da quella bocca mi fa venire in mente il pifferaio magico che porta i topini ad annegare”, ha detto il professore.
Che ammette: Berlusconi “è uno che ha già illuso gli italiani tre volte. La prima vota mi sono fatto illudere anch’io”, spiegando di avere votato per il Cavaliere nel 1994. E continua: “I sacrifici chiesti agli italiani possono essere dissipati in tre mesi se arriva un nuovo illusionista o un vecchio illusionista ringalluzzito”.
Da Monti dunque arriva una svolta che era nell’aria.
Addio all’equidistanza Berlusconi-Bersani con una decisa sterzata polemica nei confronti del Cavaliere.
L’attacco ai predecessori.
Un anno fa “non ero sicuro che un anno dopo l’Italia sarebbe stata salva dal punto di vista finanziario.
Che sia successo è frutto della responsabilità con cui i cittadini hanno accettato una cura dura. Ma la situazione sarebbe più grave se l’Italia fosse saltata come la Grecia. Ma l’Italia non può continuare così: il disagio delle famiglie, delle donne, dei giovani, del Sud, è troppo grande.
Per questo bisogna cambiare il rapporto tra politica e cittadini”, ha affermato Monti. E qui arriva l’attacco ai suoi predecessori: “Voglio parlare chiaro: se prendiamo gli anni dal 2001 al 2011 abbiamo avuto 8 anni di governo Berlusconi, due di Prodi, un anno di tecnici. Si è arrivati ai tecnici perchè la situazione era molto precaria perchè chi aveva governato non aveva fatto le riforme necessarie per rendere l’italia competitiva, visto che prevalevano gli interessi delle strutture e degli apparati e non quelli dei cittadini”.
Niente polvere sotto il tappeto.
Monti riconosce, poi, il “disagio” di famiglie e imprese e spiega che “bisogna cambiare il rapportotra politica e cittadini”.
Rivolgendosi, infine, al leader del Pd, il premier dimissionario ha cercato di rassicurarlo: “Non c’è polvere sotto il tappeto”, ha detto, replicando all’affermazione di qualche giorno fa del segretario del Pd Pier Luigi Bersani, secondo il quale per giudicare se ci sarà o meno bisogno di una nuova manovra sui conti pubblici bisognerà vedere se è stata “messa polvere sotto il tappeto”.
Tasse e credibilità .
Per alleggerire le tasse “ci vuole credibilità .
Berlusconi dice che vuole abbassare le tasse?
Andate a vedere il sito (pagellapolitica.it) in cui viene calcolato il tasso di veridicità delle dichiarazioni dei politici. Inchioda tutti noi alle nostre dichiarazioni: Monti all’89%, Bersani 73%, Berlusconi 51%, Grillo 44%”, dice il premier dimissionario, riferendosi alle ipotesi di alleggerimento fiscale.
Poi aggiunge: “Quanto ci vorrà per abbassare l’Irpef? Molto poco.
Anche il punto in più di Iva può essere evitato” ma in entrambi i casi, spiega, “dipende da quello che sarà fatto per la riduzione della spesa pubblica”
Nuova manovra.
“Dipenderà da chi governerà “.
Così Mario Monti ha risposto sull’ipotesi di una manovra correttiva in primavera. “Tutti gli accertamenti dell’Ue sono nel senso che il disavanzo strutturale nel 2013 sarà zero .
Abbiamo avuto per l’Italia e questo governo il plauso dell’Ue. Siamo quelli in ordine”, aggiunge.
Imu.
“Anche io desidero che l’Imu prima casa venga ridotta, ma senza le giravolte dell’ultimo minuto, in campagna elettorale, come chi ci ha vinto le elezioni per poi doverla rimettere”, afferma ancora il presidente del Consiglio dimissionario, puntualizzando: “Non penso a un’imposta patrimoniale”, chiarendo che al riguardo c’è stato qualche “equivoco”.
Spread e disoccupazione.
Berlusconi sostiene che è vero che Monti ha portato spread così in basso però c’è disoccupazione e le riforme non hanno dato effetto.
” Lo sa anche un bambino da che dal momento in cui si da la medicina a quando passa la malattia ci vuole del tempo”, ribatte Monti. Quanto alla riduzione dello spread il premier ha spiegato che “questo è dovuto alla riduzione del disavanzo italiano e al riacquisto di credibilità presso il mondo e i mercati che e avvenuto prima di quanto pensassi. Questo e dovuto non solo all’Italia anche alla Bce, infatti l’indicatore più significativo non è tanto lo spread rispetto alla Germania, ma rispetto alla Spagna. L’Italia ha guadagnato terreno rispetto a Spagna”, ha concluso.
Bersani premier? Non impossibile.
Bersani è convinto di essere il prossimo premier?
“È una convinzione legittima, e non inverosimile secondo i sondaggi. Ma ognuno di noi è qui per presentare una proposta agli italiani, e la mia è diversa da tutte le altre, perchè mira a cambiare il rapporto tra la politica e i cittadini”, ha detto Monti.
“Noi non abbiamo una struttura di partito che comporta certe esigenze di mantenimento e di favori. Noi vogliamo attirare, affinchè si rimbocchino le maniche – spiega monti – le forze buone della società civile in tutti i campi. Vogliamo continuare a dire la verità ai cittadini che non sono dei bambini. Gli italiani hanno una grande sfiducia nei partiti, noi facciamo una proposta diversa”.
E tra i candidati “io sono quello che ha la maggiore esperienza di governo: ho governato per 10 anni nel governo europeo, e un anno in italia nella situazione più difficile”.
Stampella e pungolo.
“Non siamo e non saremo mai la stampella di nessuno come dice con disinvolta eleganza Berlusconi” afferma Monti, sottolineando invece di voler essere “un pungolo. E vedremo cosa dirà Bersani circa il modo di aprire l’economia e la società italiana se vincerà , come dicono i sondaggi, le elezioni”. §
Redditometro.
Il redditometro “è un’altra misura doverosa presa da chi ci ha preceduto e che hanno punteggiato come bombe a orologeria il cammino di questo governo”, dice Mario Monti che rileva che “fosse per me non l’avrei messo” e che l’ipotesi di toglierlo è peraltro “da valutare seriamente”.
Parlamentari.
“La riduzione dei parlamentari, il governo non poteva farla perchè ci voleva una riforma costituzionale. Questa sarà la cosa che io proporrei nel primo Consiglio dei ministri”, ha annunciato Monti.
Carriere magistrati.
“Non sono favorevole alla separazione delle carriere per i magistrati se il retroterra è qualcosa di punitivo”, ha risposto il professore interpellato in proposito.
Monti tuttavia precisa: “Non è un tema che conosco abbastanza, se fosse stato attuale nel governo da me presieduto avrei avuto grandissima fiducia nel ministro Severino per affrontarlo. Non presumo infatti di esser egualmente competente su tutti i temi: credo che il prossimo governo debba porsi questo tema. Il mio governo ha fatto passi avanti in questa materia in modo meno controverso rispetto al passato quando l’argomento era oggetto di forti polemiche”.
Confronto tv.
“Certamente”. Una sola parola per dichiarare la sua disponibilità a un confronto con gli altri leader politici
argomento: Monti | Commenta »
Gennaio 14th, 2013 Riccardo Fucile
CASINI: “BERLUSCONI VUOL TRATTARE CON IL PD”….FINI CAPOLISTA OVUNQUE TRA CONFERMATI E QUALCHE NOVITA’
Chiusa la faccenda delicata del listone unico al Senato, Udc e Fli stanno facendo gli ultimi ritocchi alle loro liste per la Camera.
Anche qui non manca qualche difficoltà , perchè i nomi devono passare al setaccio delle regole stringenti imposte da Mario Monti e fatte rispettare da Enrico Bondi.
I nomi saranno resi pubblici stamattina dall’Udc e stasera da Fli, ma il più è fatto.
Ieri Monti si è presentato a un gazebo a Milano, per firmare l’elenco dei sottoscrittori della lista dei candidati e si è intrattenuto con i giovani di Italia Futura, parlando di campagna elettorale e di Imu.
L’ultima grana per l’Udc è stata sollevata dal Giornale, che in prima pagina ha titolato «Casini come Fini», spiegando che il leader Udc candida «la moglie del fratello e il genero».
Il riferimento è alla cognata, Silvia Noè, e al fidanzato della figlia Maria Carolina Casini, Fabrizio Anzolini.
Casini replica a «In mezz’ora», da Lucia Annunziata: «Silvia Noè, mia cognata, è la più votata dell’Udc in Emilia-Romagna, in dieci anni ha fatto il consigliere comunale e regionale, non penso possa pagare la parentela all’inverso. Ma se qualcuno conosce una persona con più voti di lei la candido».
Quanto ad Anzolini, «non è mio genero e non lo diventerà »: «Sono stato contestato dai giovani friulani perchè l’ho messo al secondo posto in una regione dove eleggiamo un solo deputato. È un ragazzo molto intelligente e aspirava ad avere un posto».
Tra chi non si è candidato ci sono Francesco Bosi, Armando Dionisi, Renzo Lusetti e Pierluigi Mantini.
Savino Pezzotta spiega così la sua non ricandidatura: «L’ho comunicata a Casini il 9 novembre. Niente di doloroso, ma una scelta di coerenza, non riuscendo più a ritrovarmi in un certo modo di fare politica».
E sarebbe invece amareggiato Giuseppe Pisanu per il veto che Casini avrebbe posto a una sua candidatura al Senato.
Tanto che alcuni suoi interlocutori parlano di una riapertura del dialogo con Berlusconi.
Tra i capilista ci sono i dirigenti storici, da Lorenzo Cesa a Rocco Buttiglione, fino a Ferdinando Adornato, e altri nomi noti: Gianpiero D’Alia (Sicilia), il giovane Roberto Occhiuto (Calabria), Gian Luca Galletti (Emilia), Enzo Catania (Veneto, Piemonte e Campania).
Tra gli esterni, ci sono Giorgio Guerrini (Confartigianato), Paola Binetti, il vicepresidente di Confindustria di Palermo Rosario Basile.
Arriva anche, in Sicilia, Giovanni Pistorio, che ha mollato Raffaele Lombardo, approdando all’Udc.
È andata male invece ai due liberaldemocratici Tanoni e Melchiorre: l’Udc voleva candidarli in Campania ma i dirigenti locali non li hanno voluti e sono stati esclusi. Ieri si è poi deciso un cambio in corsa: Massimo Ferrarese, ex presidente della provincia di Brindisi, è stato dirottato dalla Camera al Senato: posto altissimo in lista, il numero due. Cesa sarà candidato in varie regioni ma soprattutto in Puglia, dove si spera in una percentuale a due cifre.
Fatte le liste, Casini spiega le strategie: «Non possiamo accettare di fare alleanze oggi: vogliamo vincere». I rapporti con il Pd sono ancora tutti da chiarire: «Tra il mio amico Enrico Letta e Nichi Vendola c’è un abisso».
Il leader di Sel «è un signore rispettabilissimo che però di Monti dice e pensa tutto il male possibile».
Per il premier, Casini ribadisce: «Va a Palazzo Chigi chi avrà la maggioranza al Senato e alla Camera. E se non succede, il presidente della Repubblica deciderà a chi affidare l’incarico. La preoccupazione di Berlusconi è di trattare lui con Bersani. Vedremo se anche Bersani accetterà di trattare con Berlusconi».
Casini parla degli alleati: «Luca Cordero di Montezemolo ha fatto una scelta che rispetto, ma ci darà un contributo in campagna elettorale. Perchè no, anche facendo dei comizi: io lo inviterò». Quanto al Parlamento, «faremo dei gruppi unici sia alla Camera sia al Senato. Passera? Mai litigato».
Per Fli, invece, sarà una sfida dura, visto che la soglia del 2 per cento è a rischio (anche se potrebbe essere ripescato come «miglior perdente»).
Le liste sono quasi pronte e vedranno Fini capolista in tutta Italia.
Numeri due saranno, tra gli altri, Granata, Briguglio, Bocchino, Perina, Barbaro, Moroni, Palmeri, Scanderebech, Raisi, Menia, Artizzu e Toto.
New entry, Angelo Pollina, Luisa Spagnoli, figlia dell’imprenditrice dell’abbigliamento, e Pierangelo Vignati, medaglia d’oro alla Paralimpiade di ciclismo del 2000.
Alessandro Troncino
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: Casini, Fini, Monti | Commenta »
Gennaio 13th, 2013 Riccardo Fucile
QUALCHE MALUMORE PER LE PRETESE UDC… PREOCCUPAZIONE IN FLI PER LO SFALDARSI DELLA PROPRIA STRUTTURA TERRITORIALE
Dopo le elezioni, chiunque ne esca vincitore, dovrà raccogliere i riformisti presenti nei diversi partiti e farli lavorare insieme per portare a termine quelle riforme ostacolate dagli opposti conservatorismi.
Mario Monti parla da Orvieto, davanti a una platea amica, quella dei liberal del Pd riuniti sotto l’insegna Libertà Eguale.
E dalla cittadina umbra sembra rispondere indirettamente a Nichi Vendola che solo ieri lo aveva messo `fuori’ da un eventuale governo a guida Bersani.
Di più: il presidente del consiglio cita il leader di Sel e sembra volerlo mettere tra i cattivi, ovvero quei conservatori che si annidano, non meno dei riformisti buoni, nelle fila di ogni formazione politica.
Ma Vendola non era presente in Parlamento e Monti lo sottolinea per dire che ogni giudizio è sospeso.
Non è sospeso il giudizio su Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, che sebbene non sia deputato ha saputo ostacolare il cammino delle riforme del governo Monti.
Il professore, anche in questo caso, sembra pronto a citare l’esponete del Pd tra i conservatori, salvo poi `scoprire’ che «Fassina non è deputato. Davvero non è onorevole? Non mi stupisce che abbia comunque fatto sentire la sua voce: i bocconiani riescono a dire la loro anche lì dove non sono presenti», ironizza Monti per poi ridere di gusto.
Da Orvieto a Roma, dalle grane con gli altri partiti a quelle interne alla propria coalizione.
A Montecitorio, prima di chiudere definitivamente le liste con i nomi dei candidati di Camera e Senato, si è dovuto ripetere il rito del vertice con Casini e Fini a cui si è aggiunto questa volta anche il ministro Andrea Riccardi.
Una presenza che ha fatto circolare la voce, all’interno di Fli e Udc soprattutto, di un ripensamento del fondatore della comunità di Sant’Egidio che, stando ai rumors, sarebbe stato prossimo a candidarsi.
Voci smentite dai cattolici dello schieramento montiano.
La presenza di Riccardi, riferiscono le stesse fonti, si sarebbe resa necessaria per mediare tra i centristi e i `civici’, indispettiti per quelle che chiamano `pretese’ da parte del leader dell’Udc.
Oltre al fatto di aver voluto essere candidato in più regioni al Senato, infatti, si rimprovera a Casini di aver voluto `sistemare’ i suoi in posti chiave, come il collegio Campania 1, di fatto `blindandoli’.
Malcontento anche tra le fila di Futuro e Libertà dove si rimprovera a Casini un atteggiamento poco collaborativo: l’ultimo episodio aveva riguardato le liste per le circoscrizioni estero della Camera, dove l’Udc, oltre a presentare propri candidati in lista unica con Monti, ne esprimerà anche all’interno della lista Maie di Riccardo Merlo, fortissima nella circoscrizione Sud America.
Un malcontento quello dei finiani che, stando a quanto riferiscono fonti parlamentari, sarebbe acuito anche dalla consapevolezza che, a urne chiuse, il risultato che si otterrà sarà molto al di sotto delle aspettative: «Sta venendo meno la struttura nei territori», lamenta un esponente di Fli sottolineando come siano ormai in molti gli esponenti locali ad essersi dimessi da incarichi importanti.
Il timore di fare un buco nell’acqua è vivo anche tra le fila di Udc e di Italia Futura che vedono concreto il pericolo di una emorragia di consensi derivante dall’aver concesso troppo alla componente politica.
Per quesa ragione il coro che chiede a Monti una maggiore presenza fisica sul territorio in campagna elettorale si fa di giorno in giorno più forte.
(da “La Stampa“)
argomento: Casini, Fini, Monti | Commenta »
Gennaio 12th, 2013 Riccardo Fucile
ADRAGNA, MARAN, ANDRENACCI E MERLONI HANNO LASCIATO BERSANI PER IL PROFESSORE…. RESI NOTI I CAPILISTA DI SCELTA CIVICA PER LA CAMERA
Pd, Cisl, Asl, imprenditoria, ma anche il mondo dello sport. 
Il presidente del Consiglio uscente Mario Monti pesca un po’ dappertutto i candidati per la sua lista.
La campionessa di fioretto Valentina Vezzali, l’imprenditore Alberto Bombassei e il direttore del Tempo Mario Sechi sono state le prime candidature annunciate dal Professore lo scorso 8 gennaio.
Sono pronte le liste di “Scelta Civica” alla Camera e questi saranno i capilista: Alberto Bombassei in Veneto 2 e in Lombardia 2, Antimo Cesaro in Campania 2, Andrea Romano in Toscana, Irene Tinagli in Emilia Romagna, Salvatore Matarrese in Puglia, Lorenzo Dellai in Trentino, Paolo Vitelli in Piemonte 1, il ministro Renato Balduzzi in Piemonte 2, Pierpaolo Bargiu in Sardegna, Adriana Galano in Umbria, Beniamino Quintieri in Calabria, Mario Marazziti nel Lazio 1, Federico Fautilli nel Lazio 2, Valentina Vezzali nelle Marche, Michele Scasserra in Molise, Giulio Cesare Sottanelli in Abruzzo, Luciano Cimmino in Campania 1, Gea Schirò Planeta in Sicilia 1, Ilaria Borletti Buitoni in Lombardia 1, Andrea Mazziotti di Celsio in Lombardia 3.
L’imprenditore torinese Paolo Vitelli, presidente di Azimut-Benetti, fra i leader mondiali nella produzione di yacht a motore di alta gamma, invece, sarà capolista nella circoscrizione Piemonte 1.
Sempre in Piemonte, dovrebbe essere candidato anche Giovanni Monchiero, ex presidente della Federazione delle Asl e degli ospedali.
Dalla Cisl altri due esponenti di spicco: l’ex senatore del Pd e sindacalista, Benedetto Adragna, e il segretario generale del pubblico impiego della Cisl, Gianni Baratta, che corre alla Camera come terzo in Sicilia Occidentale, mentre Adragna si candida al Senato, sempre in Sicilia, dove in passato era stato segretario regionale del sindacato di Via Po.
Ma è dal Partito democratico che confluisce la maggior parte dei candidati nella Lista Monti. Alessandro Maran, ex vice capogruppo del Pd a Montecitorio, la cui candidatura viene vista così dall’europarlamentare Debora Serracchiani: “E’ una scelta personale. Non condivido chi ammanta una scelta personale di valore politico, anche perchè i riformisti in questo momento sono nel centrosinistra e perchè Monti non è un riformista”.
Un altro personaggio che lascia Pier Luigi Bersani è il sindaco marchigiano Mario Andrenacci: ”Una decisione presa dopo un’attenta riflessione, lascio un partito che in questi ultimi vent’anni mi ha dato tanto, ma che mi ha deluso”.
Andrenacci si era presentato alle primarie dei parlamentari a Fermo, dov’era stato battuto dall’altro candidato forte, l’assessore e vicepresidente della giunta regionale Paolo Petrini.
Sempre nelle Marche, Maria Paola Merloni (deputata uscente del Pd), candidata come capolista al Senato insieme alla Vezzali, e Roberto Oreficini, responsabile della Protezione civile marchigiana.
Dal Pdl, invece, l’ex consigliere regionale ed ex presidente della Provincia di Macerata Franco Capponi (nel 2010 venne rimosso dal suo incarico in seguito all’annullamento delle elezioni del giugno 2009 da parte del Consiglio di Stato per un ricorso presentato da una lista locale).
Il 12 dicembre inizia la mobilitazione di Scelta Civica con l’obiettivo di raccogliere le 30mila firme necessarie per presentare le liste.
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: Monti | Commenta »
Gennaio 10th, 2013 Riccardo Fucile
IL PROFESSORE ALLARMATO PER LA FUGA DA CONFINDUSTRIA VERSO IL PD
Fiat a parte, i cosiddetti poteri forti, o almeno le parti più forti delle singole categorie, si
stanno schierando con il Pd e Pier Luigi Bersani.
Le ragioni sono due: che il Pd e il centrosinistra continuano a guidare i sondaggi e che il progetto di Mario Monti si snatura di giorno in giorno, ormai mutato in una semplice riedizione del fallimentare
Terzo Polo sull’asse Udc-Fli.
Le liste montiane saranno ufficializzate forse già domani, ma da quanto si conosce è già chiara la tendenza.
Prendiamo Confindustria: con il Pd si è schierato Giampaolo Galli che è stato silurato da direttore generale con l’arrivo di Giorgio Squinzi alla guida degli imprenditori, ma gode di molta stima nell’apparato e ha ottimi rapporti con una lobby pesante come quella dell’Ania, le assicurazioni, che ha diretto in passato.
Monti ha arruolato Alberto Bombassei ed Ernesto Auci, il primo candidato sconfitto alla presidenza (di poco, ma poi non è riuscito a diventare un polo alternativo dentro l’associazione), Auci ex direttore e ad del Sole 24 Ore e poi responsabile relazioni istituzionali di Fiat.
Entrambi, il primo per cultura e rapporti di fornitura (i freni Brembo), l’altro per carriera, sono considerati uomini Fiat.
E il Lingotto non è più in Confindustria.
Il Pd — tramite Matteo Renzi — si è assicurato (gratis) il sapere organizzativo e manageriale della costosa McKinsey, arruolando uno dei vertici italiani, Yoram Gutgeld.
Anche Monti può contare su una figura in grado di tenere i rapporti con il potere milanese, l’ex direttore delle relazioni esterne di Rcs Lelio Alfonso.
Ma la McKinsey è la McKinsey.
Nella carta stampata Bersani si è preso uno dei giornalisti economici più influenti d’Italia, Massimo Mucchetti, che sul Corriere della Sera ha spesso difeso le ragioni di Unipol (coop rosse, prima potenza finanziaria della galassia bersaniana) quando si voleva prendere la Fonsai dei Ligresti.
E poi è arrivato a disegnare scenari — per ora mai realizzati — di fusioni tra Unicredit e Intesa e poi tra Fs e Alitalia.
Da parte sua Monti ha preso il direttore del Tempo Mario Sechi, con un profilo molto più politico e meno legato agli ambienti della finanza e della grande impresa.
Pure i sindacati che contano sono con Bersani: Guglielmo Epifani sarà pure un uomo di un’altra stagione, ma da ex segretario della Cgil ha conservato parecchia influenza sul primo sindacato italiano.
E se Raffaele Bonanni si è presto defilato dal progetto montiano per rimanere nella Cisl, il suo numero due Giorgio Santini dovendo scegliere alla fine è andato con Bersani.
E al premier per conquistare il “mondo del lavoro” non resta che spendere il nome di Luigi Marino, leader della Confcooperative.
Che però, prima che montiano, è amico da sempre di Pier Ferdinando Casini.
Persino tra gli intellettuali si replica lo stesso schema: a Monti alcuni professori di prestigio, da Michele Ainis allo storico Andrea Romano che dirige Italia Futura.
A Bersani invece uno come Carlo Galli, politologo meno noto al grande pubblico ma che vanta un solido radicamento a Bologna, dove è una delle colonne dell’associazione (prodiana) del Mulino.
La lista che doveva essere di professori e società civile, con un po’ di politici, si sta snaturando.
Basta vedere il listone montiano del Senato: in Lombardia Gabriele Albertini soffia la prima posizione a Pietro Ichino (perchè l’ex sindaco di Milano è l’unica speranza di far perdere il Pdl).
Nelle Marche capolista sarà Linda Lanziollotta, ex Api.
In Emilia il primo sarà Marino (voluto da Casini), il secondo un altro Udc, Mauro Libè. Il montiano Giuliano Cazzola, tra i primi ad aderire, è stato retrocesso al terzo posto, ammesso che accetti.
Il Lazio è andato ai finiani, capolista sarà Giulia Bongiorno, mentre Puglia e Veneto sono state destinate a Sant’Egidio, che ha sempre più potere contrattuale.
Del Pdl non resta più nulla tranne Mario Mauro, che ieri si è dimesso dal partito (“un tragico errore l’alleanza con la Lega”) per andare col premier.
Non si candida Alfredo Mantovano — in Puglia non gli si trovava un buon posto — via anche Beppe Pisanu, per i troppi mandati e perchè voleva contendere a Casini la presidenza del Senato.
Fuori Franco Frattini. Sparito anche Corrado Passera, in polemica, e il ministro Andrea Riccardi non si candida.
Tutti cominciano a sentire odore di flop
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: Bersani, economia, Monti | Commenta »
Gennaio 10th, 2013 Riccardo Fucile
LE GARANZIE SUL CASO ALBERTINI, PIERLUIGI NON SI FIDA
«Albertini sarà capolista al Senato solo se si candida anche per la Regione».
I due non si parlano più da qualche settimana. Dopo tredici mesi di cordialità e reciproco affidamento, la campagna elettorale ha trasformato Mario Monti e Pierluigi Bersani in due “sfidanti”. Incapaci di interloquire.
Ma questa volta il presidente del Consiglio un messaggio al suo “ex alleato preferito” l’ha dovuto spedire.
Il “caso Lombardia”, infatti, si sta innescando come una bomba a tempo. Non un semplice “casus belli” ma la vera partita su cui si gioca il futuro della prossima legislatura.
Che riguarda il successore di Formigoni ma soprattutto la maggioranza che si formerà a Palazzo Madama.
Il premier lo sa e questa volta ha dovuto trasmettere attraverso i suo ambasciatori un messaggio esplicito al leader democratico: «Albertini corre anche per il Pirellone, per non far vincere la Lega. Il Senato è un paracadute».
Una rassicurazione arrivata in extremis.
Perchè nel Pd è scattato un vero e proprio allarme rosso: la paura che l’ex sindaco di Milano potesse ritirarsi dalla sfida regionale per impegnarsi solo nelle elezioni a Palazzo Madama.
E lasciare così la strada libera a Roberto Maroni.
Una sensazione rafforzata dalla decisione di Roberto Formigoni di mollare l’esperimento Albertini per rintanarsi di nuovo in un cantuccio delle liste piedielline.
«Se è così — aveva avvertito Bersani — per noi cambia tutto. È bene che Monti lo sappia in anticipo».
Un messaggio preventivo.
La battaglia per la successione del “Celeste” è cruciale. Lo è per il centrosinistra e per il centrodestra.
E se il Professore si schiera con il Cavaliere di fatto butta all’aria l’ipotesi di ricomporre un dialogo con il Pd dopo il 25 febbraio.
I democrats non si fidano e lo hanno fatto sapere chiaramente.
«Ma noi — è stato la comunicazione inviata da Palazzo Chigi a Largo del Nazareno — non vogliamo che al Pirellone arrivi un leghista».
I centristi, dunque, sono decisi a condurre una campagna elettorale di «equidistanza» ma non fino al punto di compromettere il rapporto futuro con Bersani.
La battaglia per la regione Lombardia, però, è in un certo senso “double face”.
Se i centristi rassicurano su un versante, sull’altro sparano alzo zero.
Quale versante? Quello del Senato.
Dove la truppa del Professore, Casini e Fini sta puntando tutte le fiches affinchè i Democratici non abbiano la maggioranza.
«Noi — è il ritornello ripetuto in tutte le riunioni, anche nel vertice di ieri sera — abbiamo una sola chance: essere determinanti per la formazione di una maggioranza a Palazzo Madama».
Un obiettivo che sta orientando scelte e candidature.
Che sta definendo il profilo dei concorrenti e l’impegno dei leader. E che sta irritando Bersani e anche Napolitano.
Basti pensare che — al di là di Monti che è già senatore — il capo dell’Udc, dopo trent’anni passati a Montecitorio, stavolta vuole traslocare nella Camera Alta.
E insieme a lui quasi tutti i colonnelli centristi: da Buttiglione a Cesa, da Rao a D’Alia.
Ma anche esponenti di peso come la finiana Giulia Bongiorno, il ministro “supermontiano” Enzo Moavero e il presidente delle Acli Olivero.
Insomma il nocciolo duro di “Scelta Civica” è concentrato a Palazzo Madama. Dove, in vista delle future trattative, il Professore vuole candidare solo persone di «provata lealtà ».
Soggetti insensibili alle sirene che inizieranno a cantare dopo le elezioni. Senatori che, ad esempio, non faranno scherzi se si dovesse ratificare il patto con i Democratici.
Per questo la presenza di ex Pdl — pure reclamata da una parte della Chiesa — è stata fortemente ridimensionata.
E in questa ottica il quadrante in cui si combatte la battaglia decisiva è proprio la Lombardia. Nella quale si eleggono ben 49 senatori.
Un pacchetto talmente sostanzioso da influenzare in modo definitivo le maggioranze.
La coalizione vincente in quella circoscrizione strappa 27 eletti.
Meglio allora, per i centristi, che sia il Cavaliere ad avere la meglio.
L’operazione, dunque, si presenta piuttosto arzigogolata: puntare su Albertini per far perdere Maroni e nello stesso tempo sperare che i lombardi non premino al Senato il centrosinistra. Non solo.
Che l’obiettivo sia quello di obbligare Bersani a trattare l’intesa a Palazzo Madama, lo si capisce dalle scelte che i montiani stanno compiendo in altre aree del Paese.
Basti pensare che in Veneto, altra regione in bilico, i montiani stanno evitando di schierare i “pezzi da novanta”.
Quasi per avere la certezza che anche questa circoscrizione e il relativo premio regionale non vada nelle mani del leader pd.
Monti, insomma, vuole trasformare il Senato nel “laboratorio” dell’alleanza con il centrosinistra. E sarà il luogo in cui si misurerà la tenuta dell’accordo.
A cominciare dall’elezione del presidente dell’Assemblea.
E già , perchè su quella poltrona ha già messo gli occhi proprio Casini.
Il leader Udc dopo aver presieduto l’aula della Camera ora vorrebbe sedersi sull’altro scranno più alto sfidando la pd Anna Finocchiaro.
Anche perchè nello stato maggiore montiano sono convinti che chi viene eletto presidente del Senato parte in pole position per la successiva solo un mese dopo — corsa verso il Quirinale. Forse non è un caso che tra i fedelissimi di Pier stia circolando un paragone storico: Francesco Cossiga divenne capo dello Stato nel 1985 all’età di 57 anni.
Esattamente l’età che ha adesso Casini.
Considerazioni, però, che stanno già aprendo una competizione all’interno del blocco centrista. Perchè anche il Professore potrebbe essere interessato a quel tipo di percorso.
Sta di fatto che nei progetti di “Scelta civica” l’accordo con il segretario democratico non può che passare da quella elezione.
E l’aula di Palazzo Madama sarà nella prossima legislatura il cuore di ogni trattativa politica. Una previsione che sta spingendo perfino Silvio Berlusconi a optare per il Senato.
Claudio Tito
(da “la Repubblica“)
argomento: Milano, Monti | Commenta »
Gennaio 9th, 2013 Riccardo Fucile
TRA I CANDIDATI ANCHE LA VEZZALI, ILARIA BORLETTI, LUIGI MARINO E MARIO SECHI… FLI CHIEDE 5 SENATORI: BOCCHINO, DELLA VEDOVA, BONGIORNO, CONSOLO E MENIA E BLOCCA ALLA CAMERA LA LISTA DEGLI EX PDL PER VALERSI DEL BONUS DEL MIGLIOR PERDENTE
L’intenzione era quella di annunciare in blocco i nomi della squadra parlamentare ma,
alla fine, anche il professor Mario Monti si è adeguato al metodo Bersani che per settimane ha proposto un candidato di rilievo al giorno.
Così anche il capo della coalizione di centro ha ufficializzato i primi nomi della società civile inseriti nelle due liste montiane che verranno presentate al Senato e alla Camera.
Eccoli, i primi candidati selezionati: il dirigente di Confindustria Alberto Bombassei, l’olimpionica di scherma Valentina Vezzali, il direttore de «Il Tempo» Mario Sechi, il presidente del Fai Ilaria Borletti Buitoni, il presidente della Confcooperative Luigi Marino
La squadra di Monti, dunque, inizia a prendere forma anche se la trattativa interna alla coalizione di centro non è ancora chiusa.
Il vertice notturno tra Monti, Fini e Casini non ha dato gli esiti sperati e quindi ancora ballano i delicati equilibri per la lista comune che montiani e centristi condividono al Senato.
Il ministro Andrea Riccardi, che ha il compito ingrato in queste ore di tenere i contatti con i candidati in quota Monti, minimizza: «I rapporti con Fli e Udc sono ottimi».
E anche Casini convoca i cronisti per negare che l’altra notte si sia vista alla Camera una trattativa dura fra i tre azionisti della lista Monti: «Non ci sono trattative, il clima è ottimo. Noi dell’Udc avremo zero senatori, al Senato faremo il gruppo unico».
E questo il leader dell’Udc lo dice per tagliare le gambe a chi va dicendo che lui vuole una pattuglia di 10-15 senatori fedelissimi con la prospettiva di crearsi un gruppo autonomo a Palazzo Madama.
Al centro tutti minimizzano i contrasti.
Ma la squadra al completo non esce allo scoperto perchè ci sono ancora posizioni da limare.
In Toscana, per il Senato verrebbe candidato come capolista il costituzionalista Stefano Ceccanti (parlamentare in carica del Pd che non ha partecipato alle primarie, escluso da Bersani dal listino) che però andrebbe a pestare i piedi al candidato di Italia Futura (l’associazione di Luca di Montezemolo).
In Emilia, poi, per Palazzo Madama ci sarebbero ai primi posti Luigi Marino (Confcooperative con grandi simpatie per l’Udc) e Mauro Libè parlamentare uscente della squadra di Casini.
E ieri sera alla Camera si poteva incontrare l’economista Giuliano Cazzola (ex Pdl) che osservava con aria sconsolata: «Non ho notizie che mi riguardano….».
In Lombardia invece – dove il professor Roberto D’Alimonte accredita 6 senatori per la coalizione di centro – ci sono in testa di lista l’economista Pietro Ichino e l’imprenditore Santo Versace.
Franco Frattini, poi, pur avendo detto che tornerà al Consiglio di Stato, avrebbe chiesto un posto in lista a Roma o in Veneto.
Resta da vedere se dalla selezione affidata da Monti al commissario Enrico Bondi riusciranno a passare Alfredo Mantovano e Beppe Pisanu (che è in parlamento da più di tre legislature).
Ci sono anche i 10 parlamentari che per seguire Monti hanno realmente abbandonato il Pdl.
Guidano il gruppo di Italia libera Isabella Bertolini e Giorgio Stracquadanio, che tengono rapporti quotidiani con il ministro Riccardi: «Lui continua a darci notizie rassicuranti», dice Stracquadanio lasciando intendere però che loro non sono affatto tranquilli.
Perchè il tempo passa e la struttura territoriale degli ex Pdl, mobilitata per la raccolta delle firme, si sta sfibrando nell’incertezza.
E poi, aggiungono gli ex pidiellini, «hanno impedito la formazione di una lista di Italia libera alla Camera perchè c’è stato il veto di Fini».
Il meccanismo del miglior perdente di ogni coalizione, infatti, premia un solo partito e quel «bonus» previsto dal Porcellum probabilmente dovrà essere utilizzato alla Camera da Fli se la lista non supererà il 2% a livello nazionale.
Oggi si apre la giornata decisiva per la lista unica di centro prevista al Senato.
Fli chiede 5 senatori sicuri (Della Vedova, Bongiorno, Bocchino, Consolo, Menia), mentre l’Udc (che porta al Senato Buttiglione, Cesa e Casini, con l’aspettativa, si dice, di quest’ultimo di contendere la presidenza di Palazzo Madama ad Anna Finocchiaro del Pd) ritiene di meritarne almeno 15.
Ma con questi calcoli quanti senatori rimarrebbero per la quota Monti che, tra l’altro, deve prendersi in carico «società civile» ed ex Pdl?
Dino Martirano
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: elezioni, Futuro e Libertà, Monti, Udc | Commenta »