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MONTI: “ESCLUDO OGNI RECUPERO DI UN RAPPORTO CON BERLUSCONI”

Dicembre 13th, 2012 Riccardo Fucile

E LA MERKEL: “SE C’E’ LUI, OGGI NON VADO AL PPE”…. I MONTIANI DEL PDL LANCIANO “ITALIA POPOLARE”, POTREBBE GUIDARLA PROPRIO ALFANO

No, lo show di Berlusconi se l’è perso, non l’ha visto in televisione. Ma prima di salire sul volo di Stato per Bruxelles, il professore si è fatto stampare le agenzie che lo riguardavano, in particolare quell’offerta estemporanea, avanzata dal suo predecessore a palazzo Chigi, di mettersi a capo di un fronte Pdl-Lega.
Leggendo quelle parole Monti ha avuto conferma dell’inaffidabilità  del personaggio. Un giudizio severo, che va ripetendo identico da qualche giorno: «Escludo ogni recupero di un rapporto con Berlusconi».
Se da palazzo Chigi ripetono ufficialmente soltanto un “no comment” sull’offerta del Cavaliere, chi ha parlato con il premier riferisce una sua battuta: «È curioso questo modo di sostenere una persona togliendo contemporaneamente la fiducia al suo governo».
Insomma, Monti ha compreso bene la «trappola» orchestrata dal leader del Pdl, che finge un’apertura soltanto per tenere unito il suo partito ed evitare la scissione dell’ala cattolico-moderata. «Qualsiasi, eventuale, passo avanti del Professore in politica — spiega chi ne raccoglie le confidenze — sarà  compiuto fuori dall’orbita del Cavaliere. Questa è l’unica certezza al momento».
E sono molti i segnali (nonostante il riserbo dell’interessato) che Monti stia pensando in concreto di scendere in campagna elettorale.
Raccontano che abbia chiesto lumi a degli esperti circa la legge elettorale e la raccolta delle firme.
«Si è messo a studiare il dossier in modo meticoloso, come fa lui», riferisce chi ci ha parlato.
Conoscendo i sondaggi, Monti non si fa illusioni su chi sarà  il vincitore alla Camera del premio di maggioranza.
E tuttavia, in caso di risultato ballerino al Senato, potrebbe intavolarsi una discussione con Bersani su una coalizione allargata al centro montiano.
Che si concluda con un patto chiaro tra i due leader sui rispettivi ruoli.
Tra i montiani si sogna persino una «staffetta» con Bersani, che possa far restare ancora un paio d’anni il Professore a palazzo Chigi in attesa che si liberi per lui una posizione di vertice in Europa.
Quanto a Berlusconi, se sono molte le ragioni che lo hanno indotto, nonostante le sparate quotidiane di Brunetta, a vestirsi da montiano per un giorno, ce n’è una che lo preoccupa più da vicino.
Nel Pdl infatti, sotto l’apparente silenzio delle colombe, si sta preparando la nascita di un correntone di centro pronto a mettersi autonomamente al servizio di una candidatura Monti. E stavolta a farne parte sono decine e decine di parlamentari, la maggioranza.
Domenica prossima, al teatro Olimpico di Roma, tutti i montiani del Pdl daranno vita a un raduno inteso come una prova di forza nei confronti del Cavaliere.
Lo schermo sarà  quello di un incontro tra le Fondazioni d’area, ma dietro ogni think tank s’intravedono i nomi degli esponenti che in questi giorni si sono distinti nella difesa dell’Europa contro la linea Brunetta-Berlusconi.
Ci saranno i ciellini Mario Mauro, Formigoni e Lupi, gli ex An Augello e Alemanno, poi Mantovano, Urso, Ronchi, i forzisti Cicchitto, Quagliariello, Frattini e Sacconi. Tutti i promotori vedono con preoccupazione l’ostilità  manifestata nei confronti del ritorno del Cavaliere dal cardinal Bagnasco e dal direttore dell’Osservatore romano Vian.
Leggono con raccapriccio la stampa europea e l’isolamento crescente che circonda la nuova epifania di Berlusconi.
E spingono apertamente per dar vita, sotto l’egida del Ppe, a un rassemblement moderato guidato da Monti.
Senza Berlusconi, ovviamente.
La novità  è che a questo appuntamento ha deciso ieri di prendere la parola anche Angelino Alfano, ormai pentito per l’intervento anti-Monti pronunciato alla Camera in occasione dell’ultima fiducia.
Lo slogan della manifestazione è «Italia popolare», con un richiamo chiaro a quel partito popolare europeo che ormai tratta Berlusconi come un appestato.
Tanto che Angela Merkel avrebbe fatto sapere agli italiani che, se oggi sarà  presente il Cavaliere, lei diserterà  di sicuro il pranzo dei leader del Ppe a Bruxelles pur di non incontrarlo e stringergli la mano.
Domenica dunque nasce «Italia popolare».
Uno slogan che potrebbe presto diventare il nome del nuovo partito dei moderati montiani in uscita dal Pdl, magari guidati proprio da Alfano.
Del resto il segretario sta trovando quel «quid» che Berlusconi gli ha sempre rimproverato di non avere. Lo si è visto ad esempio nell’ultima tenzone contro la ricandidatura di Marcello Dell’Utri.
Alfano ne ha fatto una questione ultimativa, arrivando ieri a minacciare il suo addio se Berlusconi non l’avesse messo alla porta in maniera definitiva.
E il Cavaliere, a malincuore, è stato costretto ad annunciare la non ricandidatura di «Marcello, che per me è come un fratello».
Ma non c’è solo la componente cattolico-moderata pronta ad andarsene.
Sempre domenica si vedranno, in due distinte manifestazioni romane, anche i seguaci di Giorgia Meloni e quelli di Guido Crosetto.
Entrambi ancora con il dente avvelenato per la cancellazione delle primarie.
Per non parlare degli ex An di Italia protagonista, radunati ieri da La Russa e Gasparri, che già  lunedì dovrebbe dire addio al Pdl e lanciare il loro nuovo movimento chiamato “Centrodestra nazionale”.

Francesco Bei
(da “La Repubblica”)

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DURO MONITO DELLA GERMANIA A BERLUSCONI: “NON USARE IL NOSTRO PAESE PER LE ELEZIONI”

Dicembre 12th, 2012 Riccardo Fucile

MERKEL: “GLI ELETTORI ITALIANI VOTERANNO IN MODO   DI GARANTIRE CHE IL PAESE RESTI SUL GIUSTI CAMMINO”… PER IL PPE “E’ STATO UN GRAVE ERRORE FAR CADERE IL GOVERNO MONTI”

C’è timore sulla scena internazionale per le dimissioni di Mario Monti. E anche per i toni che Silvio Berlusconi ha impresso alla campagna elettorale non ancora iniziata. Da Berlino arriva un monito che non lascia spazio a fraintendimenti: il governo tedesco non intende immischiarsi negli affari interni italiani, ha detto il ministro degli Esteri Guido Westerwelle, “ma una cosa non accetteremo: che la Germania sia fatta oggetto di una campagna elettorale populista. Nè la Germania, nè l’Europa sono la causa delle attuali difficoltà  che attraversa l’Italia”.
La cancelliera tedesca Angela Merkel entra invece nel merito degli sviluppi della situazione politica italiana, che sta suscitando preoccupazioni a livello europeo, e si dice “convinta che gli elettori italiani voteranno in modo tale da garantire che l’Italia resti sul cammino giusto”.
“Io sostengo quello che Mario Monti ha messo in campo per le riforme che hanno consentito un ritorno della fiducia degli investitori nell’Italia”, aggiunge Merkel.
Guai se Roma abbandonerà  il corso risanatore impostato da Monti, se lo farà  sarà  in grave pericolo l’intera Europa, è il senso di quasi tutti i commenti che arrivano dalle istituzioni comunitarie e dai singoli Stati.
Westerwelle lo afferma chiaramente in un’intervista a Spiegel: “L’Italia non può adesso fermarsi e restare ferma dopo aver compiuto due terzi del processo di riforma. Ciò causerebbe nuove turbolenze non solo in Italia bensì nell’Europa intera”.
Critiche alla scelta del Pdl di accelerare la fine dell’esperienza del governo Monti. “E’ stato un grave errore far cadere il governo Monti”.
E’ la dura presa di posizione del Partito popolare europeo nei confronti della decisione del Pdl.
“Siamo molto preoccupati – dice Joseph Daul, capogruppo del Ppe al Parlamento europeo, in una conferenza stampa a Strasburgo – Per l’euro e per l’economia non ci possiamo permettere una politica spettacolo, serve una politica rigorosa”.
E anche il capo degli eurodeputati del Pdl Mario Mauro prende le distanze dal ritorno di Berlusconi sulla scena politica e dalla scelta di non sostenere più l’esecutivo dei tecnici: “Spero che a un momento di follia vera e propria segua un periodo di assunzione di responsabilità “.
Quanto all’ex premier, Mauro ha ricordato che “abbiamo idee diverse ma gli stessi elettori”: ecco perchè, secondo l’europarlamentare, è importante sottolineare che “per me il Pdl esiste se si riconosce, come previsto nel suo statuto, nei principi del Ppe”: se questo non è più vero, “allora non mi riconosco in quel partito”.
Un rigore che chiede anche l’Europa.
“Mario Monti è stato un grande premier e spero che le politiche che ha realizzato continueranno dopo le elezioni” perchè “non c’è alternativa ad avere conti pubblici solidi e una economia competitiva. Il prossimo governo non può fare diversamente”, commenta il presidente del Consiglio europeo, Herman Van Rompuy, sottolineando che “il consolidamento fiscale è una scelta inevitabile per paesi con un deficit o un debito elevato”.
Monti, aggiunge, “e il governo hanno svolto un ottimo lavoro. Hanno ripristinato la fiducia nell’Italia, il che è importante perchè siete centrali nell’Eurozona. E’ stato un aiuto molto rilevante nella difesa della stabilità  collettiva”.
Anche oggi, come ieri, la stampa internazionale guarda con preoccupazione al ritiro di Monti e alla decisione dell’ex premier Silvio Berlusconi di scendere di nuovo in campo.
In linea di massima l’orientamento è unanime: Monti lascia, ma dovrebbe ripresentarsi.
Chi si espone di più è il Financial Times che con un editoriale invita espressamente il professore a candidarsi.
Monti, per il Financial Times, ha agito bene accelerando e scegliendo di dimettersi. Ora deve capitalizzare la sua esperienza.
“La sua presenza tra i candidati al voto darebbe agli elettori maggior scelta”.
Il Wall street journal scrive in italiano “ciao monti”, ma lascia intendere di augurarsi che si tratti di un arrivederci e non di un addio.

(da “La Repubblica“)

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INTERVISTA A MONTI: “ECCO PERCHE’ MI DIMETTO”

Dicembre 10th, 2012 Riccardo Fucile

“SONO PREOCCUPATO, MA A QUESTO PUNTO NON POTEVO EVITARLO”… “IL MIO FUTURO? NON LO SO ANCORA”

Per tutta la giornata Monti (e anche Giorgio Napolitano, dal suo appartamento al Quirinale) hanno dovuto prendere atto di questo allarme internazionale, che può innescare una nuova spirale di sfiducia nei confronti dell’Italia, allargandosi dalle cancellerie europee agli Stati Uniti, ai mercati.
«Sì, ho avuto molte telefonate dall’estero», si limita a dire Monti. Telefonate per capire cos’era successo e soprattutto che cosa può succedere adesso, in un Paese che non ha ancora compiuto il suo risanamento, e resta in una situazione complicata e difficile.
Nessuna telefonata, invece, a nessun uomo politico prima di discutere sabato sera con Napolitano al Quirinale la scelta delle dimissioni.
Nemmeno i ministri più importanti erano stati avvertiti.
«La mia decisione non ha avuto bisogno di un confronto politico – spiega il Capo del governo –. Non è vero che mi sono consultato con gli onorevoli Bersani e Casini prima di andare al Quirinale. Non ne avevo il tempo, e in qualche modo potrei dire che non ne ho avvertito la necessità . Nel senso che mi era ben chiaro che cosa dovevo fare. Ecco perchè non ne ho parlato nemmeno con esponenti del governo. Ho voluto confrontarmi soltanto con il Capo dello Stato. Poi, a cose fatte, ho chiamato Bersani e Casini. E dopo anche l’onorevole Alfano».
Ma quando è salito al Quirinale, in ritardo sull’appuntamento per colpa dell’aereo che lo riportava in Italia da Cannes, Monti in realtà  aveva già  preso la sua decisione.
Non un orientamento per le dimissioni, ma la decisione vera e propria di lasciare, in modo irrevocabile, sottoposta soltanto alla verifica istituzionale del Presidente della Repubblica, con il quale l’intesa è stata fortissima in tutti questi mesi, e soprattutto nei momenti di maggiore difficoltà  interna e internazionale.
«Avevo in realtà  deciso da pochissime ore – dice il Premier – e più esattamente proprio durante il volo da Cannes a Roma. Ho avuto modo di pensare, inevitabilmente, a cosa aveva rappresentato per l’Italia Cannes lo scorso anno, con quel G8 all’inizio di novembre in cui il nostro governo fu messo alle strette».
Le cronache ricordano l’isolamento di Berlusconi tra i Capi di Stato e di governo degli altri Paesi, la sfiducia palpabile nei confronti dell’Italia, precipitata in coda ai Pigs, dopo la Spagna e appena prima della Grecia, con i dubbi diffusi sulla nostra capacità  di sfuggire al rischio default insieme con Atene.
Anche quel ricordo ha consigliato Mario Monti a scegliere la giornata festiva di sabato per la resa dei conti finale: «Ho preferito che la decisione e l’annuncio cadessero in un giorno di mercati chiusi, con ventiquattro o trentasei ore di tempo per riassorbire un eventuale “colpo”, nella speranza naturalmente che il colpo non ci sia.
Spiegando subito, in ogni caso, che le dimissioni diventeranno effettive solo dopo l’approvazione della legge di stabilità , che spero proprio arriverà  come previsto».
La dichiarazione di Alfano che annunciava la presa di distanza del Pdl e la fine dell’esperienza del governo Monti è stata la causa definitiva della scelta del Professore perchè meditata e circostanziata, dopo gli attacchi e i preannunci di crisi da parte di Silvio Berlusconi.
«L’ho interpretata veramente come un attestato di sfiducia – dice Monti – anche se non espressa in modo formale. Ma non era necessario, tutto era ormai chiaro».
Chiaro anche il preannuncio di un Vietnam parlamentare, con il Pdl che puntava ad avere le mani libere in una lunga campagna elettorale, boicottando ogni provvedimento del governo (a partire dal taglio delle Province e dall’incandidabilità  per i condannati) senza assumersi formalmente la responsabilità  di una crisi.
Monti dunque sarebbe stato rosolato a fuoco lento sulla graticola parlamentare.
«È possibile, anzi è probabile – spiega il Professore –, ma non è stato questo l’elemento determinante nella mia decisione. Il fatto importante e per me decisivo è un altro: io non sento più intorno a me una maggioranza che, sia pure con riserve e magari anche a malincuore, sia capace di sostenere con convinzione la linea politica e di programma su cui avevamo concordato».
Questo venire meno agli impegni presi, questo venire meno della responsabilità  condivisa da parte della maggioranza anomala che aveva accettato di far fronte al risanamento necessario, dividendosi il costo politico ed elettorale dei sacrifici, ha convinto Monti a prendere l’iniziativa formale della crisi, con un chiarimento definitivo.
«Non potevo fare altrimenti – chiarisce il presidente del Consiglio –. Non sarebbe stato giusto, e nemmeno possibile. E oggi, non ha molta importanza vedere che una parte di quella maggioranza incrinata dica che non ha mai dichiarato la sfiducia in modo formale. Le cose sono chiare».
Che cosa resta? Il bilancio di quest’anno di governo in condizioni drammatiche, e Monti troverà  il modo di farlo.
Le telefonate di riconoscimento per l’impegno del Paese in questi mesi, venute dall’estero.
E gli inviti, ripetuti, ad andare avanti, a non interrompere qui questa avventura politica e culturale nel segno dell’Europa.
Molti spingono per una candidatura, per una scelta decisa, per la benedizione a qualche lista, scommettendo che Monti in politica non si fermerà  qui.
«Non lo so – risponde il Professore –, non lo so proprio. Se dovessi candidamente dire il mio sentimento oggi, direi che sono molto preoccupato. E non mi riferisco soltanto a quella parte politica da cui è venuto questo epilogo, con le mie dimissioni. No, la mia preoccupazione è più generale».
C’è come un senso di solitudine, il giorno dopo.
Come concluderà  la domenica di crisi il Professore? «Telefonando al Presidente Ciampi, per gli auguri del suo compleanno. Una voce autorevole, e amica».

Ezio Mauro
(da “La Repubblica”)

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ORA IL PROFESSORE AVRA’ LE MANI LIBERE

Dicembre 9th, 2012 Riccardo Fucile

“ADESSO POTRO’ DIRE QUELLO CHE PENSO”… L’INTENZIONE DI NON FARSI LOGORARE IN PARLAMENTO: LA POSSIBILITA’ DI UNA LISTA CON IL SUO NOME DIVENTA CONCRETA

E ora Mario Monti ha le mani libere.
Libere per ‘dire agli italiani’, come lui stesso avrebbe riferito alle persone più vicine, come la pensa veramente.
E anche mani libere per avviare finalmente una lista.
Per andare dove? Di nuovo a Palazzo Chigi? Forse.
Ma forse e anche meglio al Quirinale, riferimento e garanzia di un governo con Pier Luigi Bersani presidente del Consiglio e una buona fetta degli scranni parlamentari di maggioranza occupati da quel centro — Casini, Fini e Montezemolo in testa — che attorno alla figura dell’ex rettore della Bocconi da tempo sperano di accodarsi.
Fantapolitica? Di certo, le parole di Montezemolo trapelate oggi — “senza Monti più difficile fare una lista” — possono anche essere lette al contrario: ora che Monti non è più legato a un esecutivo tecnico si può ragionare di una sua discesa in campo.
E il plauso di Bersani alla “dignità ” del presidente del Consiglio non è necessariamente in contrasto con una coalizione di centro-sinistra segnata a fondo dall’europeismo del professore.
Senza contare che il successo del Pd, dato per certo sulla carta, altrettanto certo non è nei numeri, soprattutto quelli del Senato, soprattutto ora che le speranze di votare con qualcosa di diverso dal Porcellum sono definitivamente tramontate e i democratici potrebbero svegliarsi dopo il voto con la maggioranza relativa dei voti nel Paese ma senza le poltrone sufficienti a governare da soli o in tandem con la sola Sel.
Altrettanto certo, per ora Monti ha deciso di non galleggiare.
Fonti ministeriali riferiscono che il premier avrebbe spiegato al Capo dello Stato le sue intenzioni di procedere alle dimissioni per l’atteggiamento assunto dal Pdl.
Non ci sto, questo il ragionamento del premier, a farmi impallinare da un partito che ha votato i provvedimenti per un anno e all’improvviso prende una posizione opposta ai suoi comportamenti.
E ancora: non ci sto a considerare che quanto successo non comporti delle conseguenze, la decisione del Pdl lede la mia persona e il mio governo.
Il presidente, spiega chi ha potuto parlargli, “ha ritenuto che il discorso di Alfano   – oggi il primo a garantire sulla responsabilità  del suo partito – alla Camera rappresentasse un netto cambio di posizione rispetto alla linea sin qui tenuta dal Pdl”.
In particolare Monti non ha gradito per nulla la parte sui danni che, a detta del segretario, le misure del governo hanno avuto sull’economia: “Il premier non poteva accettare che si dicesse che il debito è salito, così come la disoccupazione, le tasse, l’inflazione; accusando il governo di aver fatto nel contempo diminuire la crescita e i consumi”, spiega.
Per Monti si è trattato di un “atto di sfiducia” vero e proprio sull’agenda portata avanti dall’esecutivo.
Per tale ragione, riferisce la stessa fonte, il capo del governo ha ritenuto doveroso fare un “atto politico forte e di discontinuità ” che sancisse come la posizione “attuale” del Pdl, che è ‘in contrasto con quanto finora sostenuto” fosse incompatibile con la prosecuzione di un leale rapporto di fiducia.
Quanto a una lista che si fregi del suo nome, “su questo ancora nessuna decisione è stata presa”, dicono fonti vicine al governo, facendo capire, tuttavia, che una riflessione è in corso.
Nessuno al momento si sbottona e c’è da credere che Monti continuerà  a non prendere in considerazione la cosa finchè occupera gli uffici di Palazzo Chigi. Ma l’ipotesi di un ingresso in politica non viene esclusa.
Anzi, il premier starebbe tuttora riflettendo sulla possibilità  di promuovere in prima persona una lista elettorale.
“Una riflessione — si dice — non è ancora terminata”.
Anche ieri ci sarebbero stati contatti tra alcuni ministri, in primis Passera, Ornaghi e Riccardi, e quell’ala del Pdl che vorrebbe sostenere l’attuale presidente del Consiglio anche dopo la legislatura.
Un’area che per il momento comprende Cl, gli alemanniani e altri ‘big’ del partito e che potrebbe ingrandirsi qualora il premier decidesse di scendere in campo.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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MONTI S’E’ ROTTO I COGLIONI: PIU’ VICINO IL VOTO A FEBBRAIO E LA NUOVA COSA MODERATA

Dicembre 8th, 2012 Riccardo Fucile

IL PDL VOLEVA FARE SALTARE ANCHE IL DIMEZZAMENTO DELLE PROVINCE PER MANTENERE LA POLTRONA A QUALCHE CULO LEGHISTA E MONTI HA RITENUTO CHE LA MISURA FOSSE COLMA

Proviamo a ragionare sulle cose certe.
Mario Monti s’è rotto le palle.
S’è rotto le palle dei partiti e delle loro continue bizze. S’è rotto le palle di Alfano, Berlusconi, Cicchitti vari e affini, tutta gente che gli dice una cosa e fa il contrario, dà  la parola e non la mantiene.
Secondo dato certo. Non ha nessuna intenzione di rimanere a palazzo Chigi a prendere gli schiaffi e gli sputi di Berlusconi o della Biancofiore di turno. Considera il Pdl una banda di pazzi, una nave alla deriva con un carico di esplosivo, al timone un Cavaliere fuori di testa.
Ultimo dato è quello sulle province.
Un provvedimento concordato con il Pdl passo dopo passo. Poi si sveglia un certo Saltamartini, un pupazzo nelle mani di Gasparri che lo ha messo a fare il relatore della riforma, che annuncia che presenterà  la pregiudiziale di costituzionalità : in pratica vuole radere al suolo il dimezzamento delle province, chiesto a gran voce da Ue e Bce, con le quali si era già  impegnato Berlusconi quando era premier più di un anno fa.
Monti non ci sta.
Così butta la palla nel campo del Pdl.
Le sue dimissioni sono un gesto di sfida.
Un modo per dire: se volete sfiduciarmi abbiate il coraggio di farlo apertamente, assumetevi la vostra responsabilità  e spiegatela al Paese e alla comunità  internazionale.
Tutto ciò impone un’accelerazione.
Il voto il 10 marzo non è più una certezza, sempre più probabile che si aprano le urne a febbraio.
E lui? SuperMario? Che farà ?
Non credo che Monti abbia deciso di fare un suo partito.
Ma già  vi ho detto che la sua storia sta ripercorrendo quella di Lamberto Dini.
Da stasera tuttavia non mi sento di escludere una formazione politica montiana.
Ma sono tante ancora le variabili. Anzitutto bisogna vedere quanti del Pdl siano disposti a seguire fino alla morte Berlusconi nel suo disegno folle di tornare a vincere.

(da “Il Portaborse“)

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MONTI SFIDA BERLUSCONI: E ORA PER SILVIO SONO CAZZI…LA STAMPA INTERNAZIONALE ANNUNCIA LE DIMISSIONI DEL PREMIER

Dicembre 8th, 2012 Riccardo Fucile

A RISCHIO LA TENUTA DEL PAESE, MONTI METTE ALL’ANGOLO LA MOSSA SCONSIDERATA DEL CAVALIERE… UN PARTITO ALLO SFASCIO CHE CERCA L’ALLEANZA CON LA FECCIA RAZZISTA PER SALVARSI DAI PROCESSI

Prima la Legge di Stabilità , poi le dimissioni. Perchè “il presidente del Consiglio non ritiene possibile l’ulteriore espletamento del suo mandato”. Mario Monti si è dimesso.
O, meglio, ha annunciato che lo farà  dopo l’approvazione del dl da cui dipende la tenuta economica dell’Italia.
Il motivo? La sfiducia del Pdl, come si legge chiaramente nella nota diffusa dal Quirinale: “Il premier ha rilevato che la dichiarazione resa ieri in Parlamento dal segretario del Pdl Angelino Alfano costituisce, nella sostanza, un giudizio di categorica sfiducia nei confronti del Governo e della sua linea di azione”.
Da qui la decisione. Almeno quella ufficiale.
Secondo fonti ministeriali, al contrario, la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata invece la pregiudiziale di costituzionalità  sull’accorpamento delle province.
La prossima tappa, del resto, Monti l’ha già  fissata.
Ed è scritta a chiare lettere nel comunicato del Colle: “Il Presidente del Consiglio accerterà  quanto prima se le forze politiche che non intendono assumersi la responsabilità  di provocare l’esercizio provvisorio — rendendo ancora più gravi le conseguenze di una crisi di governo, anche a livello europeo — siano pronte a concorrere all’approvazione in tempi brevi delle leggi di stabilità  e di bilancio. Subito dopo — prosegue la nota — il Presidente del Consiglio provvederà , sentito il Consiglio dei Ministri, a formalizzare le sue irrevocabili dimissioni nelle mani del Capo dello Stato”.
Questo perchè il Professore non ha nessuna voglia di farsi ulteriormente “impallinare, nè logorare” dalla propaganda berlusconiana, nè di non far diventare il suo esecutivo bersaglio annunciato del disegno pre-elettorale di Berlusconi&Co.
La mossa del capo del Governo ora potrebbe comportare cambiamenti radicali nella road map tracciata da Giorgio Napolitano, con le elezioni politiche anticipate rispetto al 10 marzo e l’approvazione della legge di Stabilità  a prima di Natale.
In tal senso, la data fissata sarebbe quella del 19 dicembre.
Dopo di che il Colle passerebbe allo scioglimento delle Camere, con le consultazioni per il nuovo parlamento nella seconda metà  di febbraio.
Questa ipotesi seguirebbe un disegno ben preciso, che punta a raggiungere un duplice obiettivo.
Con una campagna elettorale sensibilmente più corta, infatti, diminuirebbe il rischio esposizione dell’Italia sui mercati e si darebbe meno tempo al Pdl per organizzare la propaganda in vista del voto.
Del resto, era ciò che chiedeva il segretario del Partito democratico Pier Luigi Bersani durante le ‘consultazioni informali’ di ieri al Quirinale.
Il leader democrat, infatti, aveva assicurato lealtà  al governo, sottolineando al contempo di non voler “lasciare mani libere” al Pdl in vista di una campagna elettorale tutta orientata contro l’operato del governo tecnico.
Non solo.
Bersani aveva anche provato a far anticipare la data del voto, proprio per non lasciare troppo tempo ai berlusconiani per riorganizzarsi.
Proprio per questo motivo, del resto, pare che l’accelerazione impressa da Monti non sia piaciuta per niente all’interno del Pdl, anche perchè ci sarebbe la convinzione che Monti abbia condiviso la sua exit strategy sia con Pierferdinando Casini che con Pier Luigi Bersani.
Nella nota del Quirinale, tuttavia, si evince anche una sorta di sfida o quantomeno un messaggio assai chiaro lanciato dall’ex rettore della Bocconi a Berlusconi e al Pdl.
Il passaggio è quello in cui Monti parla di accertare “quanto prima se le forze politiche che non intendono assumersi la responsabilità  di provocare l’esercizio provvisorio — rendendo ancora più gravi le conseguenze di una crisi di governo, anche a livello europeo — ” siano disposte a votare subito sì alla Stabilità .
Come dire: subito il provvedimento economico, altrimenti la responsabilità  del possibile disastro sui mercati e in termini di credibilità  in Europa ricadranno sul Popolo della Libertà .
Il partito azzurro, a questo punto, può decidere o meno se approvare in tempi record la Stabilità .
Se non lo fa, il Paese potrebbe ritenerlo responsabile dello sfacelo economico; se invece vota sì subito, avrà  pochissimo tempo per riorganizzarsi intorno al vecchio leader, che comunque ha già  lanciato la sua campagna elettorale.
Da comprendere, inoltre, quale sarà  l’atteggiamento dei Pdl nei confronti dell’election day con le regionali di Lombardia e Molise: fino a ieri fortemente voluto dal Cavaliere per provare a sfruttare l’effetto scia del voto al nord (e conquistare così un numero di senatori sufficiente a render difficile la vita a Palazzo Madama), ora rischia di diventare un fardello non di poco conto per la mancanza di tempo utile ad organizzarsi.
Non è escluso, infine, che prima o in coincidenza dell’arrivo in aula della Legge di Stabilità , il Professore parli al Parlamento per mettere i puntini sulle ‘i’.
Fondamentale, a questo punto, arrivare a lunedì e capire come i mercati reagiranno all’ufficializzarsi della crisi del governo italiano.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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MONTI ANNUNCIA A NAPOLITANO: “MI DIMETTO”

Dicembre 8th, 2012 Riccardo Fucile

L’ANNUNCIO A SORPRESA DOPO DUE ORE DI COLLOQUIO AL QUIRINALE…. LE DIMISSIONI   APPENA APPROVATA LA LEGGE DI STABILITA’

Un colpo di scena alle 21.30.
Dopo oltre due ore di incontro al Quirinale, l’annuncio: “Monti intende rassegnare le dimissioni, dopo l’approvazione della legge di stabilità . Impossibile proseguire dopo la sfiducia del Pdl”.
E poi la precisazione, in una nota: “Il Presidente del Consiglio accerterà  quanto prima se le forze politiche che non intendono assumersi la responsabilità  di provocare l’esercizio provvisorio – rendendo ancora più gravi le conseguenze di una crisi di governo, anche a livello europeo – siano pronte a concorrere all’approvazione in tempi brevi delle leggi di stabilità  e di bilancio. Subito dopo il Presidente del Consiglio provvederà , sentito il Consiglio dei Ministri, a formalizzare le sue irrevocabili dimissioni nelle mani del Capo dello Stato”.
Un’accelerazione arrivata alla fine di una giornata politica segnata anche dall’annuncio di   Berlusconi: “Torno in campo per vincere”.
Con il contorno di critiche all’azione del governo.
Monti, in realtà , aveva già  inviato più di una frecciata al Cavaliere durante il suo intervento a un convegno a Cannes. “Bisogna assolutamente evitare che l’Italia ricada nella situazione precedente quando, prima di questo governo, ha rischiato di essere il detonatore che poteva far saltare l’Eurozona”, ha detto.
E poi: “Il fenomeno del populismo esiste in molti paesi e anche in Italia: è un fenomeno molto diffuso con la tendenza a non vedere la complessità  dei problemi o forse a vederla, ma a nasconderla ai cittadini elettori. Purtroppo questa scorciatoia verso la ricerca del consenso, anche attraverso la presentazioni di promesse illusorie, è un fenomeno che sta caratterizzando la vita politica”.
Poi, alle domande sulla situazione politica italiana, ha risposto: “Non sono preoccupato, mi sembra una situazione gestibile nella normalità  della vita democratica di un Paese. La politica italiana è complessa, ma quest’anno abbiamo fatto passi avanti che altri paesi hanno considerato di fare ma che non hanno fatto. L’italia è uscita da una situazione grave con una strana grande coalizione. In un anno abbiamo fatto riforme che nessun partito da solo poteva fare e che sono state possibili grazie al disarmo delle forze politiche.”
Ma poi, a proposito di possibili aiuti europei antispread, ha aggiunto sibillino: “Sarei felice se noi non avessimo bisogno,   nonostante le recenti piccole ‘crespaciones’ (increspature, ndr) come direbbe il mio amico Almunia, di usare questi strumenti”.

(da “La Repubblica“)

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ECOBALLE: SE UNA PORCATA COME IL DISSEQUESTRO DELL’ILVA L’AVESSE FATTA BERLUSCONI AVREMMO LE PIAZZE E LA STAMPA CHE URLANO SDEGNO

Dicembre 1st, 2012 Riccardo Fucile

A MONTI E’ INVECE PERMESSO DI VIOLARE LE NORME GIURIDICHE: SOLO RIESAME E CASSAZIONE POTEVANO RIBALTARE L’ORDINANZA DEL GIP… QUALCUNO SI PORTERA’ I MORTI SULLA COSCIENZA

Fiato alle trombe e ai tromboni, arriva il decreto “salva-Ilva”.
Breve riassunto delle puntate precedenti.
I giudici di Taranto accertano che, producendo acciaio con gli attuali impianti “a caldo”, l’azienda inquina e uccide; quindi gl’impianti vengono sequestrati e possono restare accesi solo per essere risanati, ma non per produrre altro acciaio, altrimenti il delitto di disastro colposo e omicidio colposo plurimo continua e la magistratura ha il dovere di impedirlo; se e quando gli impianti fuorilegge — l’arma del delitto — saranno finalmente a norma, cioè smetteranno di avvelenare e ammazzare, potranno tornare a produrre.
Il governo dice: l’Ilva s’è impegnata a investire subito 4 miliardi (a fronte di 3 miliardi di utili accumulati in 17 anni) per bonificare gli impianti, quindi può riprendere subito a produrre mentre li risana; se poi non mantiene i patti, il governo gliela fa vedere lui e magari sostituisce i Riva con qualcun altro.
È un po’ come se ci fosse un maestro pedofilo che ogni giorno molesta i bambini in classe.
I giudici lo arrestano per impedirgli di molestarne altri.
Ma il governo fa un decreto per rimandarlo a scuola, a patto che nel frattempo si impegni a curarsi: se poi non si cura e continua a molestare bambini, verrà  sostituito.
Già : e ai genitori dei nuovi bimbi molestati chi glielo spiega?
Il decreto salva-Ilva è ancora peggio.
Perchè nessuno dei contraenti dell’accordo è credibile.
Non lo sono i Riva, che si sono impegnati infinite volte a mettere a norma i loro impianti e non l’hanno mai fatto.
Non lo è il presidente Bruno Ferrante, prefetto: a luglio il giudice impose il blocco della produzione nelle aree “a caldo” e ora si scopre che quell’ordine fu violato dall’azienda presieduta da Ferrante, che continuò a produrre (dunque a inquinare), tant’è che il gip ha dovuto sequestrare tonnellate di acciaio che non dovrebbero esistere (corpo del reato).
A Servizio Pubblico, l’incredibile Clini ha detto che “il presidente Ferrante s’è impegnato”.
Me’ cojoni , dicono a Roma.
E naturalmente il governo se l’è bevuta (tanto, quando si scoprirà  che è l’ennesima truffa, il governo sarà  un altro).
Ecco, non è credibile neppure il governo.
Uno dei registi del decreto è Passera, che ai tempi di Intesa prestava soldi a Riva e lo reclutava per la cordata Alitalia: un ministro super partes.
C’è poi la palese incostituzionalità  del decreto che dissequestra impianti sequestrati da un gip con un’ordinanza che, in uno Stato di diritto, può essere ribaltata solo al Riesame e in Cassazione.
Non a Palazzo Chigi e al Quirinale.
Se una porcata del genere l’avesse fatta B., che osò molto ma non al punto di cancellare sentenze per decreto (ci provò con Eluana, ma fu stoppato dal Colle), avremmo le piazze e i giornali pieni di costituzionalisti, giuristi, intellettuali e politici “democratici” sdegnati che sventolano la Costituzione. Invece la fanno Monti e Napolitano, quindi va tutto bene.
Corriere : “Decreto del governo per riaprire l’Ilva. Monti: coniugare lavoro e salute” (impossibile: l’Ilva se produce uccide).
Repubblica : “Ecco il decreto per l’Ilva. Monti: nessuna polemica coi pm” (infatti cancella l’ordinanza di un gip).
Sole 24 Ore: “Ilva, dissequestro per decreto. Monti: nessun contrasto coi magistrati”.
Avvenire : “Decreto per salvare l’Ilva ed evitare un flop da 8 miliardi l’anno”. Messaggero : “Monti sull’Ilva: a rischio 8 miliardi”.
La Stampa: “Ilva, un garante per ripartire”.
Il Foglio : “Il governo tecnico soccorre l’Ilva (e la siderurgia) per decreto”. Libero : “Decreto per riaccendere l’impianto tutelando la salute” (sì, dei Riva). La fu Unità : “Ilva, decreto per salvare 8 miliardi. Tutela della salute e controllo indipendente del risanamento ambientale”.
Altro che corrompere i giornalisti: qui ormai c’è chi viene via gratis.
Perepè perepè perepè.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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MONTI SI PIEGA ALL’ILVA, FERRANTE ATTACCA I GIUDICI

Novembre 30th, 2012 Riccardo Fucile

VIA LIBERA AL DECRETO SALVA-AZIENDA

Quello che andrà  in scena oggi, con la decisione del Consiglio dei ministri di varare il decreto “salva-Ilva”, è una manovra di accerchiamento della magistratura tarantina all’insegna dell’unità  nazionale.
Nonostante il presidente del Consiglio abbia assicurato di “non volere lo scontro con la magistratura”, a dare il senso di quello che sta per accadere sono stati, ancora una volta, il presidente dell’Ilva, Bruno Ferrante, e il ministro dell’Ambiente, Corrado Clini.
Il primo ha sfoderato, dopo mesi di aplomb istituzionale, il volto determinato dell’azienda sparando a zero contro i giudici.
“L’autorità  giudiziaria ha alterato le regole” ha detto l’ex prefetto di Milano – che ha anche ricevuto un dura reprimenda da parte del Corriere della Sera – capovolgendo quella che ai più sembra un’altra verità : è l’Ilva che viola le regole mentre la magistratura interviene per far rispettare le leggi.
A quanto pare non è così e, secondo il presidente dell’azienda siderurgica, sarebbero i giudici a provocare “gravi ripercussioni sull’occupazione” tanto che ieri è stata annunciata la possibile chiusura dello stabilimento di Genova.
Giù in strada, sotto Montecitorio, mentre a Palazzo Chigi il governo, con Monti, Fornero, Clini e Passera, incontrava l’azienda, i sindacati al massimo livello, la Confindustria con il presidente Squinzi, a manifestare c’erano proprio gli operai genovesi, zuppi di pioggia e di rabbia. “Assassini” e “parassiti”, le urla preferite per chi ha ormai chiaro il gioco che si sta giocando: “Non ce l’abbiamo con gli agenti (in tenuta anti-sommossa, ndr) ma siamo qui per farci sentire”. Del decreto pensano che sia inutile perchè in due anni è impossibile bonficare l’azienda, oppure che costituisca un regalo all’azienda: “Qui ci vuole un decreto non per salvare l’Ilva ma Taranto” hanno spiegato. A Genova ai loro compagni è andata peggio perchè dopo gli scontri con la polizia uno di loro è rimasto ferito.
L’azienda, però, è sembrata cavalcare questa rabbia avanzando la minaccia della chiusura dello stabilimento tarantino e, a cascata di tutti gli altri: Genova, Racconigi, Novi Ligure.
Eed è qui che interviene il ministro Clini, che ha spiegato la sostanza dell’operazione.
Il decreto, infatti, non solo assumerà  l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia), già  varata a ottobre, come punto di riferimento obbligato facendone il centro della norma di legge ma istituirà  un “comitato di garanzia” con compiti di “monitoraggio e sorveglianza” in modo da avere una “funzione di controllo più strutturata”.
In altre parole, il Tribunale di Taranto viene definitivamente escluso da funzioni di controllo che passano esclusivamente al minister con l’istituzione del classico “osservatorio”.
Un escamotage tipico della politica italiana quando deve cercare di conciliare interessi contrapposti. “Chi vuole può ricorrere alla Corte costituzionale” ha quindi affermato Clini acuendo, ancora una volta, la distanza con la magistratura tarantina.
Complice anche il tornado dell’altro ieri, il vertice ha assunto quindi i connotati di un tavolo di unità  nazionale.
Anzi, come ha detto Monti, si è trattato di una “vera prova per il Paese”.
Il presidente del Consiglio ha assicurato di aver “sentito il dolore della città ”, dopo la tempesta dell’altro giorno e, con queste premesse, l’assenso delle parti sociali al decreto è apparso piuttosto scontato.
Entusiasta quello del presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi, secondo il quale la chiusura dell’Ilva avrebbe “gravi ripercussioni sul tessuto industriale nazionale”.
Convinto anche quello di Cisl e Uil che, con Bonani e Angeletti, parlano di “emergenza nazionale” e della necessità  di un “commissario nazionale”.
Più cauta invece la Cgil che con Susanna Camusso ha chiesto una maggiore “responsabilità  pubblica” e, con Maurizio Landini, la garanzia di un piano di interventi pubblici in grado di assicurare la bonifica degli impianti.
“Però io il decreto come sarà  fatto non l’ho capito” ha dichiarato il segretario Fiom.

Salvatore Cannavò
(da “il Fatto Quotidiano“)

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