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LE DISMISSIONI DEL PATRIMONIO DELLO STATO: PRIVATIZZAZIONI, SI PARTE CON GLI IMMOBILI

Agosto 9th, 2012 Riccardo Fucile

I TRE FONDI DELLA CASSA DEPOSITI AL VIA… ECCO I BENI DI PRESTIGIO SUL MERCATO

Il «piano Grilli» sarà  solo la base di partenza.
Il governo guidato da Mario Monti è pronto a integrare il pacchetto di proposte per la dismissione e la valorizzazione del patrimonio pubblico per abbattere il debito, e le prime proposte concrete arriveranno all’inizio di settembre.
Insieme al nuovo ciclo di misure legate al processo della spending review, e con lo stesso obiettivo di favorire la crescita dell’economia garantendo la sostenibilità  della finanza pubblica, il piano anti-debito sarà  l’asse portante dell’ultimo spezzone di legislatura.
Nelle ultime settimane la pressione sul governo per avviare iniziative più incisive sulla riduzione del debito, giunto a maggio a 1.966 miliardi di euro e destinato a superare quota duemila miliardi entro l’autunno, è cresciuta considerevolmente.
Il Pdl ha depositato anche in Senato, dopo averlo fatto alla Camera, il progetto di legge con il piano per l’abbattimento del debito pubblico di 400 miliardi di euro in cinque anni.
E sul tavolo del presidente del Consiglio, Mario Monti, è arrivata anche la proposta degli economisti dell’Astrid, che con strumenti differenti punta, nell’arco dei prossimi otto anni, ad un taglio di 180 miliardi di euro.
Piani che si aggiungono a quelli già  portati all’attenzione del governo da altre forze politiche, centri studi, singoli economisti, tutti con il medesimo obiettivo: dare una spallata forte all’enorme massa del debito per alleggerire le emissioni di nuovi titoli e la spesa per interessi (80 miliardi di euro l’anno), dare un segnale forte di serietà  ai mercati, sempre nervosi, rimettere in moto gli investimenti e, di conseguenza, l’attività  economica.
Tre fondi pronti
«Il piano del governo è già  stato tradotto in legge, con la creazione di tre distinti fondi per le dismissioni, che saranno attuati entro l’anno. Ma ogni altra proposta sarà  valutata», fanno sapere i collaboratori del presidente del Consiglio, che ha discusso con il segretario del Pdl, Angelino Alfano, la proposta del suo partito, che punta alla creazione di un maxi fondo cui conferire beni ed attività  per un valore di circa 80 miliardi l’anno, che verrebbero acquistati con l’emissione di obbligazioni ad alto «rating» (ovvero con un qualità  superiore, e dunque un costo inferiore, a quello dei titoli di Stato, penalizzati dalle agenzie di valutazione internazionale).
Sui contenuti specifici delle singole proposte, così come sulle cifre messe in ballo, nessuno, nel governo, vuole ancora sbilanciarsi.
Ma la sottolineatura che il piano Grilli sarà  la base di partenza di tutto suona come la conferma di una linea di estrema prudenza, condivisa dal Tesoro e dalla Banca d’Italia.
I tre fondi messi in campo dal governo, uno per la privatizzazione delle società  municipalizzate, uno per la dismissione dei beni assegnati agli enti locali con il federalismo demaniale ed un altro per la cessione di circa 350 immobili di pregio già  valorizzati e del quale ha parlato ieri diffusamente anche il «Wall Street Journal», potrebbero realizzare nel 2013 dismissioni per circa 4-5 miliardi.
Vendite immobiliari ferme
Anche se il mercato immobiliare non appare molto ricettivo.
Come sottolinea il quotidiano economico statunitense, immobili prestigiosi come il Castello Orsini di Soriano al Cimino, Palazzo Diedo a Venezia, Palazzo Bolis Gualdo di via Bagutta a Milano, hanno un fascino indiscusso ed un interesse potenziale enorme (come del resto le grandi caserme dismesse a Roma, tra le quali Forte Boccea e quella di via Guido Reni) per i grandi investitori internazionali.
Ma anche prezzi apparentemente incompatibili con la davvero scarsa liquidità  che c’è in giro.
A Bologna l’Agenzia del Demanio ha messo in vendita l’enorme complesso immobiliare dell’ex Convento delle Carmelitane Scalze, 4 mila metri quadri coperti. Alla scadenza dell’asta non era arrivata neanche un’offerta: deserta, come le altre due svolte l’anno scorso.
Dai 13 milioni di euro di partenza l’Agenzia è scesa di parecchio, ma neanche l’ultimo sconto a 9.980.000 euro (stile supermarket) ha allettato gli acquirenti.
Come per l’ex Caserma Sani, che occupa quasi un intero quartiere di Bologna, invenduta a 40 milioni di euro e che ora sarà  inserita nel fondo degli immobili valorizzati.
Così succede un po’ ovunque con i grandi complessi immobiliari messi in asta dall’Agenzia del Demanio, che negli ultimi mesi riesce a vendere solo appartamenti, o comunque immobili di basso e medio valore.
Con i quali sarà  difficile abbattere il debito «monstre» dello Stato.
Goldman e Socgen per la Cdp
Molti meno ostacoli, invece, incontra il secondo pilastro del piano Grilli per le dismissioni e la riduzione del debito pubblico.
Il progetto di conferire alla Cassa depositi e prestiti le partecipazioni detenute dal Tesoro in Fintecna, Sace e Simest sta procedendo molto speditamente.
Il 3 agosto scorso il Tesoro ha affidato a Goldman Sachs International il ruolo di advisor per l’acquisto di Fintecna e alla Sociètè Gènèrale quello per la valutazione di Sace e Simest.
La Cassa depositi non ha ancora formalmente esercitato l’opzione per l’acquisto di queste partecipazioni, ma lo farà  senz’altro, anche perchè tutte e tre le società  secondo i vertici della Cdp, Franco Bassanini e Giovanni Gorno Tempini, rientrano nel «core business» della Cassa.
L’istituto, controllato dal Tesoro, ma partecipato dalle fondazioni di orgine bancaria e pertanto fuori dal perimetro della pubblica amministrazione (e dunque dal bilancio pubblico), dovrebbe sborsare circa 10 miliardi di euro per l’acquisto delle tre partecipazioni, anticipando al Tesoro 6 miliardi subito dopo l’esercizio dell’opzione, atteso alla fine dell’estate.
Tra le risorse che arriveranno da Cdp e quelle che scaturiranno dalle dismissioni dei tre fondi messi in piedi dall’esecutivo si stima un incasso straordinario di circa 15 miliardi di euro nei prossimi dodici mesi, poco meno di un punto di Pil.
In attesa di approfondire, ed eventualmente sposare le nuove proposte sul tappeto, l’attacco del governo Monti al debito pubblico partirà  da qui.

Mario Sensini
(da “Il Corriere della Sera”)

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“CON BERLUSCONI LO SPREAD SAREBBE A 1.200”: MONTI DICE UNA VERITA’ MA IL PDL NON APPREZZA

Agosto 7th, 2012 Riccardo Fucile

IN UNA INTERVISTA AL “WALL STREET JOURNAL” MONTI RICORDA CHE “I VALORI SONO ANCOR ALTI PERCHE’ IL NOSTRO DEBITO E’ ELEVATO E IL GOVERNO UE DEBOLE”… POI LA BATTUTA SULL’EX PREMIER: E IL PDL MANDA SOTTO IL GOVERNO COL SOLITO “AVVERTIMENTO”

”Se il precedente governo fosse ancora in carica, ora lo spread italiano sarebbe a 1.200 o qualcosa di simile”.
La polemica sull’intervista a Der Spiegel è ancora calda, ma Mario Monti invece che di quello tedesco dovrà  occuparsi del fronte interno.
Il Wall Street Journal   ha infatti deciso di pubblicare proprio oggi un’altra intervista del premier destinata a sollevare un polverone.
Per quanto i pompieri di Palazzo Chigi siano subito corsi ai ripari,   precisando che non c’è alcuna intenzione polemica nei confronti del passato esecutivo e che la stima di uno spread a 1.200 viene da una proiezione degli effetti della speculazione sul nostro Paese se non si fossero dati segni di discontinuità  con il passato, il giudizio espresso da Monti sul suo predecessore, per di più alla testata economica del gruppo Murdoch, sembra infatti inequivocabile.
Quanto al proprio operato   e al giudizio dei mercati, per Monti “gli spread sono ancora alti perche’ il nostro debito e’ oggettivamente molto alto e i mercati hanno iniziato a realizzare drammaticamente che il governo dell’eurozona e’ debole.
La Francia ha fatto molte meno riforme che noi abbiamo fatto e tuttavia i suoi spread sono più bassi. Credo che la ragione è che la gente crede che la Germania non lascerà  mai andare la Francia”.
Secondo la Germania, ha proseguito il premier, “se il mercato si costringe a pagare dei tassi piu’ alti per definizione questo significa che non si e’ fatto abbastanza per la propria economia”.
Una visione, secondo Monti “che riflette i timori di un affossamento dell’euro”.
Ma non solo di Berlusconi e della Germania ha parlato Monti il mese scorso al quotidiano economico che ne ha tessuto le lodi definendolo ”un’anomalia in Europa: un leader non eletto chiamato a realizzare quei cambiamenti impopolari che i politici si rifiutano di fare”.
Ce n’è stato anche per gli italiani, la cui mentalità  il premier si augurava di cambiare, “non sostituendola con quella tedesca, ma ci sono degli aspetti — come la solidarietà  spinta a livello di collusione — che sono alla base di comportamenti come l’evasione fiscale”.
Anche perchè ”le riforme fatte finora dal governo non bastano a rimettere l’Italia in forma, occorre che mettano bene radici nei comportamenti degli italiani in modo da sopravvivere anche a governi vecchio stile”.
Un pensiero, poi, per i sindacati, ai quali il presidente del consiglio, interpellato dal giornalista sul frequente ricorso dei governi italiani al negoziato con Confindustria e sindacati ricorda di aver “sempre ritenuto che la concertazione sia stata una pratica utilizzata in modo troppo esteso in passato”, anche perchè “è come il dentifricio: se non lo chiudi, finisce tutto fuori”.
Premesse in linea con la conclusione. “La mia aspirazione non è essere amato. Ma è che il mio Governo sia rispettato e credibile”, ha chiosato sostenendo che “il mio lavoro ha trasformato la mia popolarità , che all’inizio era al 72% e ora è al 40%, in impopolarità  a causa delle necessarie misure.
Qualcuno dice che abbiamo fatto di meno sulle liberalizzazioni perchè non volevo essere odiato dai farmacisti; questo non è vero. Io ho dovuto calcolare quel minimo consenso di cui avevo bisogno tra i partiti politici italiani per poter far passare le leggi”.
Non solo. “So che noi non siamo riconosciuti come salvatori della Patria. Ma sono convinto che abbiamo salvato la situazione e so che stiamo parlando con Merkel, Obama e Hollande su come andare avanti invece di essere a Roma a ospitare la troika”.
Alle critiche di aver negoziato troppo con la classe politica Monti ha invece fatto l’esempio di Obama “che lo fa tutto il tempo”.
“Ci sono persone — ha detto — che pensano che i partiti siano in tale cattiva forma che non ci metterebbe mai sotto in Parlamento. Io però   non ne sono sicuro perchè l’esito di un voto parlamentare   può in certe circostanze essere imprevedibile. Se le misure che io decido andassero sotto in Parlamento che cosa succederebbe?   Devo prendermi io questa responsabilità . Sarebbe come mettere avanti il mio interesse — ovvero quello di non parlare con i partiti — all’interesse nazionale”.
Immediate le reazioni della controparte politica.
”Mentre il Parlamento vota fiducie a raffica sarebbe bene che il comportamento di Monti fosse più equilibrato e rispettoso. Ci si potrebbe anche stufare prima o poi”, ha sentenziato l’economista Maurizio Gasparri.
La dimostrazione è arrivata subito dopo con i deputati del Pdl che hanno fatto andare sotto il governo su un ordine del giorno del decreto per la spending review sulle risorse da destinare a giustizia e sicurezza.
“Lo abbiamo fatto apposta — ha spiegato il tesoriere del gruppo Pietro Laffranco — per protesta contro le parole di Monti su Berlusconi. Ha detto una sacrosanta sciocchezza e noi abbiamo voluto lanciare un segnale”.
Il solito “avvertimento”…

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IL WALL STREET JOURNAL ELOGIA MONTI: “PAROLE DURE PER SALVARE L’EURO”

Agosto 7th, 2012 Riccardo Fucile

SECONDO IL PRESTIGIOSO QUOTIDIANO IL PREMIER SI TROVA PERO’ IN UN “CIRCOLO VIZIOSO” CON I PARTITI CHE “MINACCIANO DI TOGLIERLI L’APPOGGIO”

E così a pochi giorni dalla bufera scatenata da un’intervista a Der Spiegel, per Mario Monti è il momento di incassare un po’ di sostegno.
L’elogio arriva dal Wall Street Journal che in un articolo «The italian job: Premier Talks Tough to Save Euro»: «Il compito dell’Italia: il premier parla duro nel tentativo di salvare l’euro», spiega il quotidiano che dedica due pagine al presidente del Consiglio.
L’ANOMALIA
Secondo il quotidiano finanziario americano, il professore è «un’anomalia in Europa: un leader non eletto chiamato a realizzare impopolari cambiamenti nei cui confronti i politici del Paese erano riluttanti. Monti fa affidamento sulla tolleranza dei principali partiti politici italiani e non ha un suo potere di base, ad eccezione della sua credibilità  personale».
«CIRCOLO VIZIOSO»
«La sua natura disciplinata è più tedesca che italiana», prosegue il Wsj, mentre il suo senso dell’umorismo «è decisamente più britannico».
Da questa estate il presidente del Consiglio italiano si trova però «in un circolo vizioso», sottolinea il panegirico del quotidiano, a firma Alessandra Galloni e Marcus Walker, visto «che più propone misure impopolari, più i partiti politici minacciano di ritirare l’appoggio al suo governo».
Per il Wall Street Journal, «lo spettro dell’instabilità  politica ha scosso i mercati e ha spinto ulteriormente verso l’alto i costi dell’indebitamento dell’Italia. A Monti serviva più aiuto dall’Europa per portare l’Italia fuori dal mirino dei mercati, ma nessuno è stato disponibile. La Germania ha invece chiesto riforme interne più dure.».

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MONTI INTERVISTATO DALLO “SPIEGEL”: “CON LA CRISI DELL’EURO L’EUROPA RISCHIA LA DISGREGAZIONE”

Agosto 5th, 2012 Riccardo Fucile

“I TEDESCHI RITENGONO CHE ROMA ABBIA RICEVUTO CHISSA’ CHE AIUTI DALLA GERMANIA, MA NON E’ VERO: NON ABBIAMO MAI CHIESTO E QUINDI AVUTO UN EURO”…. “I GIOVANI NON SI FACCIANO VINCOLARE DAI LORO PARLAMENTI”

La crisi attuale dell’euro rischia di condurre a una disintegrazione dell’Europa. Lo afferma Mario Monti in un’intervista al giornale tedesco Der Spiegel: “Le tensioni che da anni accompagnano l’Eurozona hanno già  i connotati di una disgregazione psicologica dell’Europa”.
Nel caso in cui l’euro diventasse un fattore di divisione europea, “allora verrebbero distrutte le fondamenta dell’Europa” aggiunge il presidente del Consiglio.
Nell’intervista Monti mostra apprezzamento per l’annuncio di Mario Draghi su futuri interventi della Bce, poichè il mercato dei titoli di Stato dell’Eurozona è da anni “molto turbato”.
Per questo invita i partner europei a “risolvere presto questi problemi” e i governi europei a conservare la loro libertà  di manovra nei riguardi dei rispettivi parlamenti.
“Se i governi si facessero vincolare del tutto dalle decisioni dei loro parlamenti, senza mantenere un proprio spazio di manovra” afferma, “allora una disintegrazione dell’Europa sarebbe più probabile di un’integrazione”.
I toni “antitedeschi”.
Per contro Monti è “molto preoccupato” per i toni antitedeschi che si sono levati recentemente in Italia con le accuse alla Germania di durezza e di arroganza.
“Ho riferito al cancelliere Merkel del crescente risentimento qui in parlamento contro l’Ue, contro l’euro, contro i tedeschi e a volte contro lo stesso cancelliere. Questo è però un problema che va molto oltre il rapporto tra Germania e Italia. Le tensioni che da anni accompagnano l’Eurozona hanno già  i connotati di una dissoluzione psicologica dell’Europa. Dobbiamo lavorare duro per contrastarle”.
Le contrapposizioni nord-sud Europa.
Uno dei problemi più gravi ed inquietanti per l’Europa, aggiunge Monti, è la contrapposizione tra i Paesi del Nord e quelli del Sud.
“Esiste una contrapposizione frontale con reciproci rimproveri” dice, “è una cosa molto inquietante che dobbiamo combattere”.
“Sono convinto che la maggioranza dei tedeschi abbiano una simpatia istintiva per l’Italia”, continua, “mentre gli italiani ammirano i tedeschi per le loro qualità . Ho però l’impressione che la maggior parte dei tedeschi ritenga che l’Italia abbia già  ricevuto aiuti finanziari dalla Germania o dall’Ue, ma non è vero. Non abbiamo ricevuto nemmeno un euro”.
“Resto fino al 2013, se tutto va bene”.
Restare fino a chiusura di legislatura per salvare l’Italia dal baratro è comunque l’obiettivo che Monti illustra allo Spiegel in un’intervista in cui si lascia andare anche a un paio di battute sui suoi “sei giorni di ferie” e al rapporto con Angela Merkel.
“Se tutto scorre secondo i piani, rimarrò in carica fino ad aprile 2013 e spero di essere riuscito a quel punto ad aver salvato l’Italia dalla rovina finanziaria” dice.
Ferie ridottissime per il presidente del Consiglio a causa della crisi dell’euro, con appena sei giorni di riposo.
“Ho solo sei giorni di vacanza e spero che non vadano a monte, anche se guardo con una certa calma all’estate”.
Quando gli viene chiesto in che modo vuole essere ricordato dagli italiani, aggiunge che spera “che l’Italia diventi un po’ più noiosa per gli osservatori esteri”.
Sul suo rapporto personale con la Merkel il premier sottolinea che è “amichevole e cordiale”.
Il rapporto con la Merkel

“Con la cancelliera tedesca ci conosciamo da molti anni e sono molto lieto del riconoscimento nei miei confronti da parte sua e del ministro delle Finanze, Wolfgang Schaeuble, per i progressi realizzati dalla politica italiana”. All’osservazione che anche Berlusconi ha rivendicato un rapporto amichevole con la Merkel, smentito però da Berlino, Monti risponde ironico: “Allora aspettiamo adesso con calma che arrivi un’altra smentita”.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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MONTI: “IL FINE DEL TUNNEL SI AVVICINA, MA CON RISSA DEI PARTITI LO SPREAD SALE”

Luglio 31st, 2012 Riccardo Fucile

IL PREMIER, IN PARTENZA PER PARIGI DOVE INCONTRERA’ HOLLANDE, ESPRIME OTTIMISMO SULL’USCITA DALLA CRISI… CONFERMA IL RAPPORTO FORTE CON BERLINO, DIFENDE I TAGLI E INVOCA UNA RIFORMA DEL SISTEMA ELETTORALE

Parla prima di partire per la sua tournèe europea, Mario Monti. E prova a rassicurare sul futuro della crisi.
Il premier dice che “la fine del tunnel si avvicina”. Ma affronta anche la questione del rapporto con la sua strana maggioranza. Chiedendo ai partiti di evitare le risse.
Ma soprattutto invocando una nuova legge elettorale prima delle prossime elezioni.
Il premier ha parlato intervenendo telefonicamente a “Radio Anch’io”, sulla Rai, prima di volare In Francia, dove inizierà  un giro di incontri con i leader europei.
La crisi.
“Stanno succedendo due cose – dice – la fine del tunnel sta cominciando a illuminarsi e ci stiamo avvicinando alla fine di questo tunnel”. “Anche se – precisa – gli esami non finiscono mai”.
Poi spiega che “la Germania resta un punto di riferimento essenziale”. E ripete la frase che per i leader europei – impegnati nel salvataggio della moneta unica – è diventata quasi un mantra: “La chiave di volta è spingere tutti per l’applicazione senza ritardi e senza ritorni indietro delle decisioni prese dal Consiglio europeo di fine giugno”. Quanto all’incontro con il presidente Hollande oggi a Parigi, spiega: “Vogliamo vedere come Italia e Francia possono contribuire ad accelerare al processo di messa in sicurezza dell’euro e di deciso impulso alla crescita europea”.
Quanto al dibattito in Spagna su un “Monti iberico” ironizza amaro: “Nemo propheta in patria”.
Risse dei partiti e legge elettorale.
Ma il premier affronta anche i temi di politica interna. Si appella ai partiti perchè evitino “la rissa permanente” e approvino una nuova legge elettorale prima del voto. Con lo spread “la relazione c’è – dice – più che con la data delle elezioni, con il clima complessivo tra oggi e le elezioni, per esempio lo scenario peggiore sarebbe elezioni che si tenessero sì alla scadenza naturale, ma se ci si arrivasse senza una riforma della legge elettorale e in un clima, da oggi ad allora, di disordinata rissa tra i partiti”.
Dice dunque che bisogna “seguire il monito del capo dello Stato” sulla riforma del Porcellum. Ma torna anche a negare una sua discesa in campo alle prossime eleezioni: “Sto diminuendo coscientemente la mia sensibilità  uditiva a questa domanda”, dice.
Spending review.
Poi entra nel dettaglio delle misure affrontate dal suo governo. “Se gli esami non finiscono mai, figuriamoci i compiti, ma siamo molto avanti nel fare ciò che ci eravamo ripromessi”, ha detto rispondendo a una domanda sulla spending review e sui “compiti a casa” a cui ha lavorato il governo in questi mesi.
E difende il provvedimento: “Non è una manovra e non sono tagli lineari fatti in modo cieco. Il governo ha fatto un’analisi di dettaglio, sulla base del lavoro del commissario Bondi, e si sono individuati gli eccessi di spesa”.

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QUEL TIFO ESTERO PER MONTI

Luglio 29th, 2012 Riccardo Fucile

OBAMA APPREZZA L’AZIONE DEL PREMIER E QUASI OGNI SETTIMANA I DUE SI SENTONO… E PUTIN SPERA NELLA STABILITA’ POLITICA

Come cambiano le cose e in poco tempo.
Se fino a qualche mese fa Stati Uniti e Russia avevano opinioni divergenti sulla situazione politica italiana, ora Obama e Putin convergono nelle loro posizioni, e auspicano che l’esperienza Monti non si esaurisca con la fine della legislatura.
Certo, non è una novità  che le relazioni tra la Casa Bianca e Palazzo Chigi attraversino una fase molto positiva.
La crisi economica ha imposto a Washington di spostare l’attenzione dall’area del Pacifico verso l’Europa, riaprendo la rotta atlantica che per anni era stata quasi del tutto abbandonata, e che veniva solcata soprattutto per questioni militari.
Il punto è che – a causa dell’emergenza – il ritrovato interesse per il Vecchio Continente ha prodotto anche importanti modifiche nei rapporti con le cancellerie dell’Unione.
Per Obama oggi Monti è un interlocutore importante, tanto da aver spinto l’amministrazione statunitense a rivoluzionare il tradizionale modello di relazioni bilaterali, introducendo un sistema inedito per i due Paesi.
È tramite il premier italiano che il presidente americano cerca di capire lo stato dell’arte nell’area dell’euro, esortando il suo interlocutore a proseguire nell’azione politica che sta producendo al tavolo dell’Unione, apprezzandone la linea, compiacendosi anche per la cura che il suo governo pone – per esempio – rispetto a una maggiore integrazione del commercio transatlantico.
Non è questione di reciproca simpatia, ovviamente, c’è sempre un interesse alla base di questi rapporti.
Ma è evidente la novità  segnata dall’inusuale frequenza dei contatti tra i due, che di norma si sentono al telefono con cadenza quasi settimanale.
E nei momenti critici, che di questi tempi sono frequenti, la linea viene usata anche più spesso.
Sarà  perchè fin dall’inizio Obama ha salutato la nomina di Monti alla guida del governo con toni entusiastici, sarà  perchè lo considera un «protagonista attivo» dell’Unione, fatto sta che l’inquilino della Casa Bianca fa il «tifo» per il professore.
È vero che il vocabolario diplomatico non contempla la parola «tifo», però è questo il messaggio che i vertici dei partiti della «strana maggioranza» hanno recepito dopo una serie di incontri riservati con emissari dell’amministrazione americana.
Il linguaggio adottato dagli ambasciatori sarà  stato consono al tipo di colloqui, attento a non calpestare le regole delle relazioni internazionali, a non dare l’idea di ingerirsi negli affari italiani, però il sostegno a Monti e l’auspicio che il premier non traslochi da palazzo Chigi nel 2013 è parso a tutti inequivocabile.
Di sicuro non sarà  stata una sorpresa per i dirigenti politici italiani ascoltare quei ragionamenti.
Più sorprendente, per lo stesso Monti, sarà  stato ascoltare le parole di incoraggiamento che gli sono giunte da Putin nel corso del loro recente incontro a Sochi.
Il presidente russo, a più riprese, ha sottolineato come la «stabilità  politica» sia importante per favorire la stabilità  economica internazionale e anche le relazioni commerciali, spingendosi fin dove si era spinto in passato solo per l’«amico Silvio».
Così sono cambiate le cose e in pochi mesi: nelle valutazioni sull’Italia – un tempo divergenti – Stati Uniti e Russia finiscono ora per trovare un punto di sintonia.
È molto pericoloso monetizzare la democrazia, trasformarla in merce di scambio sui mercati finanziari, darle un valore come fosse una valuta.
E mettere le mutande alle elezioni, determinare l’esito del risultato prima della sfida, sarebbe come tentare di imbrigliare la storia. Infatti il premier non fa che ripetere di esser pronto a lasciare l’incarico appena terminerà  il suo mandato.
«Ci tiene a far sapere che non si impegnerà », ha spiegato Casini l’altro giorno a un dirigente dell’Udc.
Stesso messaggio è stato destinato alle altre forze che appoggiano il governo.
Ma ci sarà  un motivo se i partiti della «strana maggioranza» discutono e si dividono sul «Monti dopo Monti», se il tema terrà  banco anche la settimana prossima che il premier trascorrerà  tra Madrid, Parigi ed Helsinki, se la questione si riproporrà  con più vigore con l’approssimarsi delle urne, se si preparano appelli perchè questa esperienza prosegua anche dopo le elezioni.
È evidente che il professore rimarrà  un passo indietro rispetto al dibattito pubblico in atto, ossequioso della politica a cui spetta l’ultima parola.
E se il suo lavoro verrà  riconosciuto positivamente, starà  ai partiti chiamarlo nel caso per rinnovargli la fiducia, dopo la sfida elettorale.
Intanto dagli spalti, dentro e fuori i confini nazionali, c’è chi tifa per lui.

Francesco Verderami
(da “Il Corriere della Sera”)

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MONTI: «QUELLO CHE POTEVO FARE L’HO FATTO»

Luglio 26th, 2012 Riccardo Fucile

L’AMMISSIONE DEL PREMIER A NAPOLITANO… FINITA LA STAGIONE DEI GRANDI PROVVEDIMENTI, IL VOTO A NOVEMBRE E’ PIU’ VICINO

Il piano era questo: via il Cavaliere impresentabile, dentro l’autorevole economista neoclassico (o liberista, per chi preferisce) che faccia una politica di destra e convinca i tedeschi che adesso si possono fidare e pre-stare la loro garanzia a copertura delle finanze europee.
Solo che quel piano è fallito: dopo un paio di manovre, la riforma delle pensioni, quella del lavoro, la spending review e lo svuotamento e la messa in vendita delle municipalizzate che tanto danno fastidio alle multinazionali dei servizi, l’Italia si trova all’ingrosso nella palude in cui era a novembre.
Il Professore per primo, che sa benissimo che la situazione si risolve solo se Angela Merkel cambia atteggiamento (ma non può con le elezioni davanti), è scoraggiato e lo ha spiegato anche a Giorgio Napolitano, il regista del suo arrivo a Palazzo Chigi: “Il mio governo ha fatto tutto quello che poteva”, avrebbe detto il premier al capo dello Stato.
Il risultato è che l’avventura dell’ex presidente della Bocconi alla guida dell’esecutivo volge al termine: riforma della legge elettorale e voto in autunno, nelle prime due settimane di novembre, sembra essere la decisione finale dei partiti.
La prima conseguenza di questa scelta è già  stata plasticamente definita negli incontri di ieri — separati — tra Monti e i segretari di Pd e Pdl, Pier Luigi Bersani e Angelino Alfano: i grandi provvedimenti del governo dei professori sono finiti, il ciclo di riforme si chiude con quei decreti che sono ancora in Parlamento (e sulla spending review, o meglio sui tagli a enti locali e sanità , bisognerà  discutere parecchio).
Al massimo, ad agosto, ci sarà  il tempo per tradurre in legge le proposte di Francesco Giavazzi sulla riduzione degli incentivi alle imprese o una (leggera) revisione delle agevolazioni e detrazioni fiscali.
Il furore rigorista tedesco applicato da Monti all’Italia non ha sortito l’effetto politico sperato — ovvero l’ammorbidimento dei paesi nordici — ma quello tecnico prevedibile: recessione con tanto di notizie greche, tipo comuni come Lecce — avverte l’Anci — che ad agosto potrebbero non pagare gli stipendi. È così che è arrivato lo stop.
D’altronde ieri il governo è sembrato davvero di aver scelto di mettere in folle: non pervenuto il comitato di guerra economico, smentito il blocco delle tredicesime per statali e pensionati propalato da Confcommercio (“alimentare l’allarmismo sociale rischia di causare danni”), maggioranza che si sfalda nelle due Camere lasciando riemergere l’asse PdL-Lega.
L’unica zeppa che potrebbe fermare la pietra rotolante delle elezioni anticipate a questo punto è, paradossalmente, la troppa litigiosità  dei partiti sulla nuova legge elettorale.
Resta che la parabola del governo dei professori, benedetto ed omaggiato nei meglio consessi e circoli internazionali, è finita: prendendo a prestito da altre vicende, si potrebbe dire che ha esaurito la sua spinta propulsiva.
Anche l’asse un po’malandato con Hollande e Rajoy per chiedere a Berlino l’attuazione dello scudo anti-spread non pare funzionare granchè: è colpa di una maggioranza raffazzonata e troppo eterogenea, ragionano dalle parti del Pd e del-l’Udc, che ha reso eterogeneo e raffazzonato anche il suo governo (ogni riferimento alla “delusione” Corrado Passera è voluto), serve un nuovo Parlamento.
Bisogna vedere — a novembre o a marzo che sia, col Porcellum o col Provincellum — quale paese erediterà  questa nuova maggioranza politica: l’Italia si presenta ad agosto (il mese delle imboscate finanziarie) con un governo che non ha più un suo compito chiaro davanti e una politica che pare non comprendere dimensioni e cause della resa dei conti cui l’eurozona si sta affacciando.
Sarebbe un contrappasso notevole per la hubris pre-politica di chi guidò il “cambio di regime” nel novembre scorso se, dopo neanche un anno, ci ritrovassimo costretti ad accettare la carità  pelosa del Fondo monetario che Berlusconi riuscì a rifiutare a Cannes poco prima di essere costretto alle dimissioni.

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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MONTI FOREVER: PER FERMARE LO SPREAD, IL PROFESSORE POTREBBE DICHIARARE DI ESSERE PRONTO A FARE IL BIS NEL 2013

Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile

LA RICHIESTA VIENE IMPLICITAMENTE DAI MERCATI E L’IPOTESI POTREBBE DIVENTARE L’UNICA VIA D’USCITA DALLA CRISI

Nessuna manovra, nessun provvedimento straordinario, nessuno scudo anti-spread, nessun soccorso dalla Bce.
L’Italia di Mario Monti si appresta ad affrontare senza difese la settimana che potrebbe vedere il fallimento della Spagna.
A Palazzo Chigi ostentano sicurezza, in queste ore, si procede con il business as usual.
La frase di Monti sul “contagio che è in atto”, ci tengono a precisare, era riferita alla dinamica complessiva della crisi, non agli eventi di questi giorni.
Tanta calma non è dovuta a una sottovalutazione del momento — basta vedere con che frequenza la dirigente del Tesoro responsabile del debito pubblico, Maria Cannata, deve rassicurare sul fatto che abbiamo ancora credito — ma a una strategia precisa.
Forse l’unica possibile in questo momento: lasciare intendere ai mercati che Monti è disposto a farsi carico del governo e a garantire l’attuazione delle riforme anche dopo il 2013.
Lo ha fatto capire nel modo più esplicito possibile venerdì quando ha spiegato che lo spread a 500 non rispecchia i fondamentali dell’economia italiana, ma il costo extra del nostro debito è dovuto in parte al rischio del crac dell’euro e in parte all’“incertezza del quadro politico, avvicinandosi il termine di un’esperienza nota mentre il futuro è ignoto”.
Questa analisi non è solo di Monti, ma anche dei mercati, basta leggere la nota con cui Moody ‘s ha declassato l’Italia: “L’outlook negativo riflette la nostra visione che il rischio di applicare le riforme resta sostanziale […] Il clima politico, particolarmente all’avvicinarsi delle elezioni di primavera è una fonte ulteriore di rischi all’applicazione delle riforme”.
Una cosietà  indipendente, specializzata nel misurare i rischi-Paese come la londinese Spiro Sovreign Strategy, scrive in un report: “Anche se Mister Berlusconi decidesse di non correre per la premiership, c’è comunque un ‘fattore-Berlusconi’ che può pesare sull’atteggiamento verso l’Italia nell’avvicinarsi delle elezioni”.
E ancora: “Le cose si faranno da ora sempre più politicizzate”.
Il Corriere della Sera, con un retroscena di Francesco Verderami, ha ipotizzato ieri che il modo in cui Monti potrebbe mettere fine al “rischio politico” temuto dai mercati è andando alle elezioni anticipate subito.
Palazzo Chigi ha smentito: nessuno scenario di questo tipo. Anzi.
Proprio il tracollo accelerato della Spagna dimostra che andare al voto serve a poco, il passaggio dai socialisti di Josè Luis Rodriguez Zapatero ai popolari di Mariano Rajoy ha semplicemente accelerato la crisi.
C’è poco da fare, i programmi elettorali in questa fase li scrivono i mercati, non i politici che possono promettere quello che vogliono, ma poi hanno un copione già  scritto.
Rajoy deve fare una riforma del settore bancario scritta dalla Commissione europea e sta applicando tagli imposti da Bruxelles e Berlino.
Se nei prossimi giorni chiederà  aiuto — e sembra inevitabile — poi a Madrid arriverà  la troika (Ue, Bce, Fondo monetario) e la capitolazione sarà  completa.
La Spagna come una enorme Grecia. Portare in Italia lo schema spagnolo, quindi, non pare una soluzione.
Il messaggio che Monti sta mandando ai mercati, evitando di essere troppo esplicito per non irritare i partiti, è l’opposto: i conti vanno bene, le riforme funzionano ma vanno applicate, sul rischio euro-peo più di tanto non si può fare, se il problema è soltanto il rischio politico, voi avete visto qual è la soluzione.
Un governo affidato a Monti.
Ma davvero il premier potrebbe fermare la crisi dello spread dicendo già  ora di essere pronto, qualora il “rischio politico” lo richieda, a fare ancora il premier?
“Il tema non si è posto, per ora, il professore ha sempre detto di voler portare a termine il suo compito”, rispondono i collaboratori del premier. E visto che il compito è salvare l’Italia dal default (o meglio, evitare l’arrivo della troika), per assolverlo potrebbe essere necessario un supplemento.
“Passo dopo passo si sta arrivando lì, Monti non farà  campagna elettorale con un partito o uno schieramento. Ma prima o poi dirà  che è ancora a disposizione, se serve al Paese”, sostiene Sandro Gozi, parlamentare (montiano) del Pd che ben conosce le dinamiche europee per aver lavorato a lungo a Bruxelles.
Certo, i partiti (Udc a parte), non possono essere felici di questo scenario.
Ma proprio le vicende spagnole indicano loro le alternative possibili: un governo politico che si sottomette al tallone della troika o un nuovo governo di Monti.
Ma per superare questa nuova, terribile, estate dello spread potrebbe rivelarsi necessario chiarire l’investitura potenziale al professore già  nelle prossime settimane.
Rendendo così le elezioni un semplice passaggio burocratico.

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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MONTI: “IL POLITICO GUARDA ALLE ELEZIONI, LO STATISTA ALLE GENERAZIONI FUTURE”

Luglio 22nd, 2012 Riccardo Fucile

IL PREMIER A MOSCA CITA DE GASPERI E SFERZA I PARTITI

«Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista alle prossime generazioni»: il premier Mario Monti, citando una famosa frase di Alcide De Gasperi, ha risposto così in una intervista all’agenzia Itar-Tass diffusa dalla tv Russia 24, quando gli è stato chiesto se la politica prevale sull’economia. «Politica ed economia devono procedere insieme», ha osservato Monti, invitando a non guardare nessuna delle due con un’ottica a breve termine.
«È una sindrome non positiva» ha aggiunto.
LA COLLABORAZIONE
Per il professore, tra Ue e Russia, soprattutto in questi tempi di crisi, ci deve essere «collaborazione e non competizione.
Continuiamo a coltivare la visione di un grande spazio di libera circolazione delle idee, delle persone (da anni lavoriamo per la liberalizzazione del regime dei visti), dei capitali e delle merci fra l’Unione Europea e la Russia».
Un’idea che chiaramente condivide anche il Cremlino: «lo stesso Presidente Putin nel suo recente intervento alla Conferenza degli Ambasciatori della Federazione Russa ha rilanciato l’idea di uno spazio economico comune dall’Atlantico al Pacifico», ha detto Monti in un’intervista ad alcuni media russi.
Oltre a porre come obiettivo «una più intensa cooperazione politica nella gestione delle situazioni di crisi, e della ricerca delle soluzioni più efficaci per garantire la stabilità  internazionale e sul Continente. Abbiamo quindi di fronte a noi grandi opportunità  di lavorare insieme», ha concluso il capo di governo italiano.
LA VISITA
Il premier è atterrato a Mosca, all’aeroporto di Vnukovo per la sua prima visita in Russia come capo del governo italiano.
Ad attenderlo l’ambasciatore italiano Antonio Zanardi Landi. Previsto l’incontro con il patriarca di Mosca e di tutte le Russie Kirill, nel monastero Danilovski, poi cena in ambasciata con il gotha degli imprenditori italiani operanti in Russia.
Lunedì mattina Monti è programmato il faccia a faccia con il collega Medvedev a Mosca e nel pomeriggio il presidente Putin a Soci

(da “Il Corriere della Sera”)

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    • IL TONFO DI TRUMP, SANCITO DALLA SENTENZA DELLA CORTE SUPREMA CHE HA STRACCIATO LA SUA POLITICA COMMERCIALE, POTREBBE RIVELARSI FATALE. ANCHE NEL PARTITO REPUBBLICANO CRESCE LA FRONDA ANTI-DONALD
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