Gennaio 22nd, 2017 Riccardo Fucile
IL DEGRADO E’ OVUNQUE, SOLO I VOLONTARI CERCANO DI RIDARE DIGNITA’ A PERSONE E LUOGHI… NON CI SONO PALESTRE NE’ CAMPI SPORTIVI IN GRADO DI FORNIRE MOMENTI DI AGGREGAZIONE PER I GIOVANI
Miseria e Nobiltà . È questo l’unico racconto possibile del Rione Sanità a 50 anni dalla morte di Totò, il suo cittadino più illustre? Forse.
Anche se di nobiltà se ne vede sempre meno e di miseria sempre di più agli angoli dei vicoli che precipitano da Capodimonte a piazza Dante, dove i contrabbandieri di sigarette, ultimo anello della catena del disagio sociale, hanno ricominciato a mescolarsi agli spacciatori di cocaina e di eroina.
«La crisi ha accelerato il processo di sudamericanizzazione della città », dice Ernesto Albanese, presidente de L’Altra Napoli Onlus, cooperativa sociale che ha l’obiettivo di valorizzare il talento dei giovani.
Di tirarli fuori dalla strada, allontanarli dalle piazze dello spaccio e magari di sostituire la droga con la musica, come succede dal 2008 con «Sanitansamble», orchestra ispirata all’esperienza del maestro venezuelano Josè Antonio Abreu.
Un violino ti salva la vita. Un ago e un kalashnikov te la tolgono. Non tanto difficile da capire. Eppure.
«A Napoli è scomparsa la classe dirigente. E quel poco che è rimasta è più diffidente che mai. La logica è quella di sempre: fottersene e tirare a campare».
Se a pronunciare queste parole fosse stato un forestiero sarebbe esplosa una polemica infinita, ma Albanese è uno dei comandanti dell’esercito del bene, un gruppo non enorme ma sempre più largo di persone, organizzate da don Antonio Loffredo, prete di strada e guida della Basilica di Santa Maria della Sanità , che si è messo in testa di ribaltare l’irribaltabile, di sfidare la criminalità comune e organizzata, la stupidità della burocrazia e l’inerzia delle istituzioni, e di riscrivere una storia che va avanti identica da secoli.
Lucida follia, che per trasformarsi in progetto efficace ha deciso di allearsi anche con la memoria di Antonio De Curtis, nato in via Santa Maria Antesaecula 109, il centro preciso della «guapperia» napoletana, e passato a miglior vita il 15 aprile del 1967. «Le celebrazioni per la sua scomparsa, che presenteremo domenica, saranno l’occasione per restituire al Rione un po’ dell’orgoglio di sè».
Il quartiere
Il Rione allora. Cinque chilometri quadrati con la densità abitativa di Macao, due scuole in tutto – una elementare e un istituto superiore con il secondo tasso di abbandono più alto d’Italia – nessuna banca, molti usurai, un teatro parrocchiale e zero cinema.
I bassi e i palazzi del Settecento. Un paradosso complicato piantato nel centro della città , eppure periferia estrema, isolata, complicata da raggiungere, evitata da vigili e polizia, presidiata inutilmente dall’esercito e abitata da sessantacinquemila persone senza una palestra o un campo da pallone degno di questo nome.
Camorra, baby gang, disoccupazione. «Dire che tutto questo non esiste, come tende a fare il sindaco De Magistris è becero negazionismo. E così non se ne esce. Abbiamo perduto occasioni enormi come il porto e Bagnoli e se la politica non interviene, prima con la repressione, poi con la riqualificazione urbanistica, non oso immaginare che cosa sarà di questa città tra dieci anni».
Sostiene lo storico Isaia Sales che a Napoli l’integrazione economica e culturale sia stata resa impossibile dalla presenza di un vastissimo sottoproletariato e da un altrettanto grave e duratura questione criminale «dovuta all’accettazione delle attività illegali come parte integrante dei suoi equilibri economici».
Ma la durezza di Albanese – che come vedremo non è rassegnazione – è giustificata dall’esperienza personale. Suo padre fu assassinato davanti al portone di casa nel 2005 da due balordi che gli rubarono i tremila euro appena ritirati in banca.
«Gli spezzarono il collo. Non dico che sia la normalità . Ma non è neppure un’eccezione». Per questo ha fondato l’Onlus, si è avvicinato a don Antonio ed è diventato socio della Fondazione di Comunità San Gennaro, che con i suoi tredici soci, a cominciare dalla cooperativa La Paranza che gestisce le Catacombe, guida le celebrazioni in memoria del Principe della Risata.
Le catacombe
«Faremo tre grandi concerti, molte iniziative e molti incontri in collaborazione con le autorità , ma soprattutto riqualificheremo largo Vita, piazzetta San Severo e il palazzo di Santa Maria Antesaecula. Le piazze devono tornare ad essere dei punti di ritrovo. Verdi. Accoglienti come se fossero dei salotti, perchè come sostiene don Antonio: con le pietre sanate si sanano i cuori», dice Marco Cappella, direttore della Fondazione.
Il potere della bellezza, che il Rione sembra avere dimenticato o che, peggio, non ha mai avuto. «La speranza è un pane raro. Ma qui adesso c’è. Il cambiamento è possibile». Viene voglia di credergli. Anche perchè parte di quel cambiamento è visibile a pochi metri da lui.
Vincenzo Porzio, ha 31 anni, ed è uno dei ragazzi de La Paranza, la cooperativa che ha portato i visitatori delle catacombe da 6 mila a 80 mila l’anno. «Le vuole vedere?». Un posto favoloso. Che sembra un set teatrale.
Gallerie di tufo alte sei metri, camminamenti e cubicoli che corrono tra le tombe. La città dei morti che parla con quella dei vivi. «Abbiamo completamente rifatto l’impianto di illuminazione. Ci siamo organizzati. Ci sono voluti tempo e pazienza. Ma i risultati sono arrivati. Prima i taxisti quando vedevano un turista gli dicevano: stai lontano dalla Sanità e dalle Catacombe, adesso gli consigliano di venire. Persone che poi scoprono il quartiere, le sue pizzerie, i suoi palazzi, che aiutano la nostra economia».
Un lavoro fatto dai privati. Che oggi vorrebbero una mano dal pubblico. «Ma l’impressione è che per ogni soluzione la burocrazia crei un problema», dice Vincenzo.
«Vede, la camorra è una cooperativa fondata sulla paura. Noi siamo una cooperativa fondata sulla fiducia. E ci ribelliamo all’idea che qualcuno continui a considerarci il bidone dell’immondizia di questo Paese. L’assistenzialismo non ci interessa. La collaborazione con le istituzioni sì. Perchè qui il rischio è che il patto sociale salti definitivamente», dice Pasquale Calemme presidente della Fondazione San Gennaro. «Cultura, capitale umano e innovazione. Queste sono le nostre linee guida. La sfiducia nelle istituzioni e la povertà ti spingono verso altre strade. C’è bisogno di un grande sforzo collettivo». Svuotano l’oceano con un secchiello? Può darsi. Però lo fanno. Lungo la strada che dall’ospedale in dismissione del Rione porta fino a via Toledo, un gruppo di ragazzini decenni dà fuoco a un bidone della spazzatura. Arriva una jeep dell’esercito. Esce un militare. Dice: che fate? Quelli ridono. Il più piccolo prende un cartone e lo butta nel fuoco. Se ne frega del soldato. La fiamma si allarga. I passanti ignorano la scena, forse condizionati da una scritta sul muro che dice: fatevi i cazzi vostri.
Due turisti inglesi entrano in una pizzeria. C’è la margherita miseria e nobiltà . Trequarti ricca – funghi, salsiccia, prosciutto – un quarto solo pomodoro.
Il menù è bilingue. Segno che un po’ di turismo arriva davvero.
Cala la notte. Una gigantesca foto di Totò che ingoia una forchettata di spaghetti occupa la parete di un bar.
Ha ragione il giornalista scrittore Pietro Treccagnoli: «Alla Sanità ci si ammala. Ci si ammala di Napoli. Della sua anima aristocratica e plebea».
Le macchine contromano, i ragazzi in tre in motorino, le grida – dimmi che è un pregiudizio, dai, invece no è così davvero – l’illegalità visibile che si fa normalità , abitudine, sistema fondato su regole interne al quartiere che nessun forestiero è in grado di intendere. Mancano molte cose. Ma manca soprattutto una visione politica vera.
«Cito Papa Paolo VI. La politica è la forma più alta di carità . Noi, anche qui, adesso, siamo la politica», dice don Antonio Loffredo.
Certo, l’ultima parola non è detta. E questi partigiani del bene la loro voce la fanno sentire forte. «C’è anche il Principe della Risata al nostro fianco, no?».
Ma in questo scontro eterno tra miseria e nobiltà , tra criminalità e speranza, i cattivi danno ancora l’impressione di essere in vantaggio.
Andrea Malaguti
(da “La Stampa”)
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Gennaio 21st, 2017 Riccardo Fucile
TUTTO E’ NATO TRE ANNI FA PER DARE UN’ALTERNATIVA AI RAGAZZI DEL QUARTIERE… OGGI SONO 42 GIOVANI, DI ETA’ COMPRESA TRA 8 E 16 ANNI
La musica, dicono, è arrivata prima di ogni teoria ad unire il tempo e lo spazio.
Ogni pomeriggio, nel cuore di Napoli, un gruppo di ragazzi si riunisce per imparare a suonare uno strumento.
Seguono i corsi con passione e costanza, aiutati da maestri che lavorano gratuitamente.
Benvenuti ai Quartieri Spagnoli, dove da tre anni bambini, insegnanti e famiglie si sono resi protagonisti di un progetto vincente, in uno dei rioni più variopinti e problematici della città : l’Orchestra Sinfonica. Il motto? “Il bello richiama il bello”.
Tutto è nato alla fine del 2013, con un obiettivo ben preciso: “Volevamo fare qualcosa per Napoli. Volevamo che i ragazzi non fossero attratti dalla criminalità ”, racconta Vincenzo De Paola, per tutti Enzo, presidente, ideatore e fondatore dell’orchestra. “All’inizio in molti ci guardavano con curiosità e — spesso — anche ironia. Poi, col tempo, siamo stati accettati”.
Ad oggi l’orchestra è composta da 42 elementi, tutti di età compresa tra 8 e 16 anni.
I maestri sono 19, uno per ogni strumento diverso. Non ci sono solo violini e fiati.
Tra gli strumenti anche viole, violoncelli, contrabbassi, flauti e percussioni.
Per lungo tempo l’orchestra ha avuto sede a via di Porta Carrese, nel cuore del quartiere, ospite dell’istituto Foqus.
Da novembre, invece, sono partiti i lavori per ristrutturare una vecchia chiesa abbandonata dal terremoto del 1980, che diventerà il nuovo auditorium rionale.
Tutto realizzato in meno di un mese, finanziato grazie alle donazioni ricevute: “Ci trasferiremo nel 2017, il tempo di fare gli ultimi ritocchi”, spiega De Paola.
Perchè proprio gli strumenti musicali?
“Abbiamo deciso di puntare sulla musica fin da subito, vista la lunga tradizione di Napoli”, spiega il presidente. “Ma ci configuriamo come accademia di arti e spettacolo: siamo aperti, insomma, a tutte le collaborazioni e le sperimentazioni”, aggiunge.
Tra botteghe, mercati e punti ristoro, i Quartieri rappresentano ancora oggi uno degli spazi più autentici della città : “Questo è un mondo a sè, ricco. È l’unico rione di Napoli ancora così colorato”, continua De Paola.
Obiettivo dell’orchestra è proprio quello di dare ai ragazzi un’altra chance, un percorso diverso rispetto a quello legato alla criminalità : “La nostra orchestra è formata da ragazzi di varia estrazione sociale, ed è proprio questa la nostra forza — racconta —. Questo è un progetto di quartiere, espressione di una parte di città fatta di professionisti, artigiani e lavoratori umili che stanno insieme e convivono come una vera comunità ”.
Certo, a questa età c’è il rischio che i ragazzi siano tentati e attratti dalla criminalità . “Ma parliamo di bambini dagli 8 ai 13 anni, ancora in fase di formazione: il nostro compito è proprio quello di dare loro un esempio, un’alternativa. Ci impegniamo a distrarli con la musica, l’arte, lo spettacolo. E la cosa funziona”
I ragazzi dell’Orchestra Sinfonica suonano tra le piazze e i vicoli del quartiere, ma anche in appuntamenti prestigiosi e fuori regione
I corsi si tengono tre volte la settimana: il martedì i ragazzi sono seguiti personalmente dai maestri; il giovedì si suona insieme al proprio gruppo di strumento; il venerdì, invece, è il giorno della prova generale.
I piccoli musicisti si esibiscono in pezzi di swing, jazz e concerti classici, tutti di ottimo livello, tutti seguitissimi.
La lista degli eventi è lunga: ai ragazzi dell’Orchestra Sinfonica capita di suonare tra le piazze e i vicoli del quartiere, ma anche in appuntamenti prestigiosi e fuori regione. E ogni concerto è sempre più seguito del precedente.
I finanziamenti, infatti, arrivano tutti da contributi volontari e piccole donazioni di famiglie e residenti. La risposta della comunità , insomma, è stata positiva: e dopo un inizio sottotono, oggi c’è sempre più “partecipazione da parte di cittadini, associazioni e istituzioni — continua De Paola — che si avvicinano al progetto”.
Tra le novità di quest’anno anche un coro delle mamme “per creare più unione tra genitori e figli”.
E sul futuro il presidente non ha dubbi: “Molti di questi ragazzi sono davvero talentuosi, avranno una bella carriera”, dice.
Alcuni di loro si cimentano già nel ruolo di insegnante, grazie all’Orchestra Baby, nata da poco, per dare la possibilità di avvicinarsi alla musica anche ai ragazzi più piccoli. La tradizione, insomma, continua.
La musica, da queste parti, può salvarti la vita.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 18th, 2017 Riccardo Fucile
LA CITTADINANZA A MARADONA E LA NECESSITA’ DI DARE UNA SCOSSA A UNA GIOVENTU’ CHE SI STA PERDENDO
Tutte le volte in cui il “pibe de oro”, che Diego Armando Marandona torna in città è sempre un favoloso
tripudio…Si riscoprono atmosfere lontane nel tempo. Ci (ri)sente “vivi” in una terra che è sì bellissima, ma che sembra sempre assuefatta a sè stessa ed al proprio ultracentenario immobilismo.
Napoli ha un’immagine negativa per troppe cose, purtroppo… Per i sindaci chiacchieroni e per i politici collusi o venduti (e di tutti i “colori”, purtroppo).
Per la malavita opprimente. Per un “campare alla giornata” che fa a cazzotti coi progetti seri e di lunga durata. Per un disordine “sistematicamente disordinato”.
Capisco che Maradona possa non piacere (e per tanti motivi): in fondo, in campo faceva faville ma nella vita privata ne ha combinate (sempre) di tutti i colori.
Non me la sento di “giudicarlo” per quello, però! Da Napoletano, rispetto a quello che ha fatto quando ha vissuto e lavorato a Napoli (ma che ha anche ricevuto da un popolo che gli ha voluto bene) posso soltanto tirare le somme…
De Magistris, per esempio, ha elargito la cittadinanza onoraria a personaggi assurdi, ivi compresi dei palestinesi macchiatisi di crimini indegni. Maradona, almeno calcisticamente parlando, il riconoscimento se l’è meritato!
Immagino che visto da fuori possa non comprendersi fino in fondo il senso e la portata della sua permanenza nella squadra cittadina ed il suo rapporto con la gente, ma “il dado è tratto”, ed al di là di qualsivoglia, onanistica visione.
Maradona ha regalato gioie ed anche sogni.
Tantissimi scugnizzi, proprio grazie al suo esempio calcistico, hanno perseguito l’ideale dello sport anzichè perdersi nel mondo della malavita.
Hanno immaginato di poter diventare grandi. Hanno creduto di potercela fare, e molti di loro ce l’hanno anche fatta, veramente. Ma forse devi essere nato a Scampia o nei quartieri popolari di Napoli per capirlo fino in fondo.
Io sono nato e cresciuto proprio in uno di quei quartieri. Papà , barbiere, prima; guardia giurata, poi. Mamma, casalinga.
Se mi fossi fermato a quel che il quartiere propinava, sarei diventato un barista (o cosa similare) e lo dico con tutto il rispetto per chi svolge quel lavoro con onestà ed impegno, magari alzandosi alle 4.00 del mattino e lavorando 12 ore al giorno… Guardavo oltre, però…
Certo, non era Maradona il mio riferimento: ne avevo di altri.
Per molti dei miei amici, però — che diversamente si sarebbero persi — proprio “Dieguito” è stato un esempio. Il caso del “povero” che ce l’ha fatta. Dello “scugnizzo delle favelas” che ha conquistato l’intero “mondo calcistico”.
Una piccola fiaba “postumamente” offuscata (ma non scalfita: perchè anche quegli errori hanno insegnato qualcosa agli scugnizzi) dalla sua vita privata…
Un uomo non è mai soltanto “male” o “bene”: è sempre qualcosa di ampio e complesso. Proprio per questo evito di “giudicare”: al massimo, valuto e ragiono sui fatti (ma questo è “un problema mio”, nel caso).
Certo: l’ideale sarebbe che non accadesse mai. Ma gli uomini, nella vita, cadono. In certi casi lo fanno anche rovinosamente. L’importante è sapersi rialzare. Chiedere scusa. Rifarsi…
Nella “due giorni cittadina” mi aspettavo che “Dieguito” dicesse qualcosa di importante; che desse il senso di una progressione personale; che desse un segnale anche “ultra-sportivo” ed il “goal” (per la verità ) è arrivato “subito”, quasi come contro la Juventus quando, nel calciare una punizione con barriera fin troppo vicina al pallone, invitò tutti compagni alla calma, aggiungendo: “tanto, gli faccio goal comunque”…
Dal palco del Teatro San Carlo, driblando tra un ricordo e l’altro, “Diego” ha lanciato il suo invito; la sua esortazione; il “suo messaggio” diretto…
«Ai ragazzi dico: non prendete la droga, non sparate. I ragazzi dell’Orchestra della Sanità sono l’esempio più grande: loro hanno vinto come ho vinto io. So che Napoli ce la farà , lottando».
Forse, mi sa che aveva ragione Pino Daniele: “Masaniello (inteso come spinta propulsiva alla libertà ; come affrancazione dalla miseria intellettuale, etica ed anche economica; come possibilità di (ri)emergere: le “lotte di classe” lasciamole alla storia) è crisciuto. Masaniello è tornato”…
Napoli, ed i Napoletani, possono farcela, a condizione di ritrovere passione, convinzione, senso del dovere e “dover essere”.
Un amore sincero, “viscerale”, dirompente, appassionante e progetti concreti. Voglia di emergere…
Anche quando “fuori nevica”…
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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Gennaio 17th, 2017 Riccardo Fucile
“I GIOVANI DELL’ORCHESTRA DELLA SANITA’ SONO L’ESEMPIO PIU’ GRANDE: LORO HANNO VINTO COME HO VINTO IO, NAPOLI CE LA FARA'”
L’ideale sarebbe che non accadesse mai. Ma gli uomini, nella vita, cadono.
In certi casi lo fanno anche rovinosamente. L’importante è sapersi rialzare, però. Chiedere scusa. Rifarsi…
La sua vita privata “sono fatti suoi”.
In campo è sempre stato un grande campione che ha regalato gioie, sogni e risultati capaci di veicolare anche la crescita complessiva della città per un certo periodo di tempo: la cittadinanza onoraria sarà data esclusivamente per quello.
Mi aspettavo che dicesse qualcosa di importante; che desse il senso di una progressione personale…
Forse, mi sa, che aveva ragione PinoDaniele: “Masaniello è crisciuto. Masaniello è tornato”…
«Ai ragazzi dico: non prendete la droga, non sparate. I ragazzi dell’Orchestra della Sanità sono l’esempio più grande: loro hanno vinto come ho vinto io. So che Napoli ce la farà lottando»
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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Gennaio 15th, 2017 Riccardo Fucile
IL CARCERE O LA MORTE, NON C’E’ VIA DI SCAMPO PER I GIOVANI DI CAMORRA… LA STORIA DI DUE FRATELLI
Dietro una sparatoria, una strage sfiorata come quella al Mercato della Duchesca del 4 gennaio scorso, ci sono storie di famiglie che vivono una quotidianità di guerra.
Si può scegliere di ignorare queste vicende o, invece, avere il coraggio di fissare l’abisso.
Valerio Lambiase, 28 anni, è uno dei ragazzi arrestati per la sparatoria in cui è rimasta ferita una bambina di 10 anni oltre ad alcuni ambulanti senegalesi.
Gennaro Cozzolino, 39 anni, il suo socio, sarebbe colui che ha effettivamente sparato mentre Valerio durante l’aggressione era armato di una mazza da baseball.
Valerio è fratello maggiore di Gianmarco, la storia di questi due fratelli è emblematica.Hanno voglia di fare, di migliorare la loro condizione, hanno fretta di crescere.Sono di Forcella e qui il modo più veloce di affermarsi è mettersi a disposizione dei clan.
Gianmarco inizia a sorvegliare le piazze per conto della famiglia Del Prete, che è il braccio operativo dei Mazzarella nel quartiere.
I Mazzarella sono uno dei clan più antichi della città : nascono in periferia, a San Giovanni a Teduccio, e arrivano a comandare fino al centro.
Entrano a Forcella per la via del sangue nel 1996: Michele Mazzarella (figlio di Vincenzo detto “o pazz”) sposa Marianna Giuliano (figlia di “Lovigino” Giuliano, uno dei massimi dirigenti della camorra, divenuto noto ai media per la foto con Maradona in una vasca a forma di conchiglia. La famiglia Giuliano collassa nei pentimenti: i Mazzarella diventano sempre più i legittimi sovrani di Forcella.
I fratelli Lambiase crescono in questo contesto di decadenza. Le grandi piazze di spaccio sono spostate a Secondigliano, la ricchezza criminale di Forcella si depaupera, ma proprio quando stanno per diventare maggiorenni, intuiscono che tutta l’attenzione mediatica concentrata su Scampia sta permettendo a Forcella di tornare un’importante piazza di spaccio. A Forcella si formano le paranze.
L’idea di Emanuele Sibillo, capo del gruppo più feroce, la “paranza dei bambini”, è di togliere il potere nel quartiere ai Mazzarella, considerati forestieri, e di darlo ai forcellani.
Gianmarco viene avvicinato dalla paranza dei bambini: l’obiettivo è farlo passare dalla loro parte contro i clan “stranieri” di San Giovanni a Teduccio, ma Gianmarco non vuole, ha una specie di istinto di fedeltà verso il suo clan d’origine.
Inizia una vera e propria guerra tra i Mazzarella-Del Prete e la paranza dei bambini di Sibillo. La famiglia di Gianmarco capisce che la situazione sta diventando gravissima. Lo spinge ad allontanarsi dal centro di Napoli, finchè la situazione non si sarà calmata.
Nelle telefonate intercettate nell’inchiesta della Dda di Napoli, il padre dice a Gianmarco: “Qua non devi venire proprio! Non la devi fare proprio la pazzaria! (…) non sai chi ti vuole male”.
L’altro figlio, Valerio, è al sicuro, perchè è finito in galera. Ed è proprio per questa ragione che la compagna del padre ha un’idea per salvare anche Gianmarco: “Dobbiamo chiamare un carabiniere (…) gli dobbiamo far pigliare un paio di anni di carcere… questi qua vanno tutti quanti in galera, quando lui esce non c’è più nessuno (…) almeno il padre lo va a trovare ogni settimana al carcere e non va sopra al cimitero”.
È proprio come appare da queste parole: l’idea è di far arrestare Gianmarco per far sì che non venga ucciso. Ma lui continua a frequentare la zona, ad andare e venire da Forcella.
Sente che è il momento in cui poter avere un ruolo più importante e quindi più soldi, perchè molti del clan sono in carcere e altri stanno tradendo passando con i rivali.
Ma nel 2013 arriva l’imprevisto: nasce sua figlia e la sua compagna Anita, che ha 21 anni, non vuole far vivere la sua bambina in una famiglia di camorra.
Litigano e lei riesce a convincere la propria madre ad attivarsi per trovargli un lavoro: e lo trova. A un bar calabrese serve un barista, ma Gianmarco non ne vuole sapere. Qui è riportata l’intercettazione tra Anita e Gianmarco, in cui quest’ultimo le confessa che non ce la fa a vivere come un barista, un normale lavoratore, seguendo la classica logica del giovane di paranza, secondo cui a lavorare sono solo i fessi, gli uomini che non contano:
Gianmarco: “Embè me ne vado là [a Forcella, ndr ] Anita…”.
Anita: “E che fai Gianmarco là …”.
Gianmarco: “Io … e poi si vede quello che faccio, Anita …”.
Anita: “Eh… Gianmarco e che fai perdi questo lavoro qua per andartene là …”.
Gianmarco: “Ed io poi vado sempre a lavorare…?”
Anita: “Embè che vuoi fare…?”.
Gianmarco: “Sempre quello che ho in testa Anita… tu lo sai bene (…)”.
Anita: “Eh Gianmarco e perchè tu vuoi fare sempre… perchè tu vuoi fare sempre questa vita qua…? Fammi capire (…) ho parlato con tua mamma, ho parlato con tuo padre, ho parlato con…, ho parlato con tutti quanti, tutti quanti… perchè devi fare per forza quella vita, allora è come dico io…”.
Gianmarco: “Ma per forza, ma è una cosa obbligatoria…”
Anita, per convincere Gianmarco ha parlato con la sua famiglia e i suoi migliori amici, ha cercato di mostrare a tutti che Gianmarco è diverso dagli altri ragazzi di paranza.
Anita vuole far capire a lui e a chi gli vuole bene che non è scritto che il suo destino sia per forza quello di camorrista. Ma per Gianmarco, invece, è obbligatorio, di fronte alla possibilità di guadagnare di più, lavorare nel narcotraffico e per i Mazzarella.
E così risponde alla richiesta di Anita di emigrare e cercare un’altra vita
Anita: “Andiamo per altre parti, e non ti preoccupare”.
Gianmarco: “Eh, non ti preoccupare, con 100-150 euro alla settimana voglio vedere come facciamo… Anita ma per piacere, ma stai un poco zitta, sì…”.
Gianmarco rimane a Napoli, quindi.
L’unica precauzione che prende è quella di andare a vivere a casa dei suoceri a Ponticelli, territorio controllato dai Mazzarella.
Ma la paranza ci mette poco a scoprire dove si trova. Il 1° marzo 2015 Gianmarco non ce la fa più a stare chiuso in casa.
Ha 21 anni e nemmeno la paura lo fa rinunciare a vedere la partita della sua squadra. Quella sera si gioca Torino-Napoli. Gianmarco va a vederla in un circolo ricreativo di Ponticelli. Intorno alle 21.30 due killer arrivano e gli sparano addosso. Muore poche ore dopo in ospedale.
Questa storia ha un sapore amaro, perchè vede una famiglia sperare che i propri figli vadano in carcere come unica salvezza da morte certa.
E il lavoro per pochi spiccioli, senza diritti e soprattutto senza possibilità di crescita viene visto come una condanna assai peggiore di quella di morire o essere arrestati.
Il padre dei Lambiase in un’intercettazione, parlando dei figli, dice: “Gianmarco è un uomo perso (…) Valerio però rimane là uno lo va a trovare, lo vede, hai capito… Ma quello vuole fare proprio quello, fare quello che lo vuole fare hai capito? Non capisce che io domani sono più forte di te, domani mi sveglio io quello è più forte di te non capisce mo’ sta proprio rischiando la vita di quello che sta in mezzo alla via sta monnezza…”.
Era consapevole che il destino di Gianmarco fosse segnato e che il carcere fosse la protezione di Valerio.
Una volta uscito dal carcere quest’ultimo, infatti, è tornato per strada. Questa è una storia svelata dalle indagini dei pm Woodcock e De Falco e dalla squadra mobile di Napoli comandata da Fausto Lamparelli (che avevano già indagato l’ascesa e la caduta della paranza dei bambini).
Ora queste indagini che raccontano di Valerio con una mazza da baseball, a riprendersi il territorio dalle mani degli assassini di suo fratello, pronto a spaccare teste e gambe e a costringere i disperati venditori ambulanti africani a tornare a pagare il pizzo al suo clan.
Roberto Saviano
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 6th, 2017 Riccardo Fucile
IL DURO BOTTA E RISPOSTA
Non è nuova la divergenza di opinioni e la conseguente polemica fra lo scrittore Roberto Saviano e il sindaco di Napoli Luigi de Magistris.
Ma dopo le ultime prese di posizione di Saviano (che risponde definendo de Magistris un “populista”) che nel commentare il ferimento di una bambina in una sparatoria ha parlato di una città in cui non c’è cambiamento, l’affondo dell’ex pm è durissimo, con toni mai usati prima, e arriva via Facebook.
Il primo cittadino partenopeo afferma che “Saviano si arricchisce sulla pelle della città , e per questo non potrà mai ammettere che a Napoli le cose stanno cambiando”.
“Mi occupo di mafie, criminalità organizzata e corruzione da circa 25 anni, inizialmente come pubblico ministero in prima linea, oggi da sindaco di Napoli. Ed ho pagato prezzi alti, altissimi”, premette de Magistris, che prosegue: “Non faccio più il magistrato per aver contrastato mafie e corruzioni fino ai vertici dello Stato. Non ti ho visto al nostro fianco. Caro Saviano, ogni volta che a Napoli succede un fatto di cronaca nera, più o meno grave, arriva, come un orologio, il tuo verbo, il tuo pensiero, la tua invettiva: a Napoli nulla cambia, sempre inferno e nulla più, più si spara, più cresce la tua impresa. Opinioni legittime, ma non posso credere che il tuo successo cresca con gli spari della camorra. Se utilizzassi le tue categorie mentali dovrei pensare che tu auspichi l’invincibilità della camorra per non perdere il ruolo che ti hanno e ti sei costruito. E probabilmente non accumulare tanti denari”.
Il sindaco ammette che “a Napoli i problemi sono ancora tanti, nonostante i numerosi risultati raggiunti senza soldi e contro il sistema, ma non è possibile che Saviano non si sia reso conto di quanto sia cambiata Napoli” e che lo scrittore sia “ignorante” per “mancata conoscenza dei fatti. Saviano – scrive de Magistris – non puoi non sapere. Non è credibile che tu non abbia avuto contezza del cambiamento. La verità è che non vuoi raccontarlo – prosegue il sindaco – Saviano è in malafede? E’ un avversario politico? Non ci credo, non ci voglio credere, non ne vedrei un motivo plausibile. Ed allora, caro Saviano, vuoi vedere che sei nulla di più che un personaggio divenuto suscettibile di valutazione economica e commerciale? Un brand che tira se tira una certa narrazione”.
“E se Napoli e i napoletani “cambiano la storia, la pseudo-storia di Saviano perde di valore economico. Vuoi vedere, caro Saviano, che ti stai costruendo un impero sulla pelle di Napoli e dei napoletani? Stai facendo ricchezza sulle nostre fatiche, sulle nostre sofferenze, sulle nostre lotte. Che tristezza. Non voglio crederci. Voglio ancora pensare che, in fondo, non conosci Napoli, forse non l’hai mai conosciuta, mi sembra evidente che non la ami. La giudichi, la detesti tanto, ma davvero non la conosci. Un intellettuale vero ed onesto conosce, apprende, studia, prima di parlare e di scrivere. Ed allora, caro Saviano, vivila una volta per tutte Napoli, non avere paura”.
“Più racconti che la camorra è invincibile e che Napoli senza speranza e più hai successo e acquisisci ricchezza. Caro Saviano ti devi rassegnare: Napoli è cambiata, non speculare più sulla nostra pelle”. In ogni caso, “senza rancore”, “pensala come vuoi – conclude il sindaco – le tue idee contrarie saranno sempre legittime e le racconteremo, ma per noi non sei il depositario della verità “.
LA DURA REPLICA DI SAVIANO: “QUANDO LE TUE MISTIFICAZIONI VERRANNO AL PETTINE, A PUGNALARTI SARANNO I LACCHE’ DI CUI TI CIRCONDI PER NON AFFRONTARE LA REALTA'”
“Il sindaco De Magistris si rivolge a me in un lungo post su Facebook, ma come sempre non dice nulla sul
merito delle questioni, è per questo che è un populista, definizione politica nella quale credo che tutto sommato si riconosca”.
E lo scrittore parte dai fatti. “Napoli 4 gennaio 2017: due sparatorie in pieno centro e una bambina di 10 anni ferita in un luogo affollatissimo della città . Ma il sindaco è infastidito dalla realtà , a lui non interessa la realtà , a lui interessa l’idea, quell’idea falsa di una città in rinascita: problema non sono le vittime innocenti del fuoco della camorra, problema è che poi Saviano ne parlerà . Il contesto nel quale nascono e crescono le organizzazioni criminali, fatto di assenza delle regole e lassismo, da quando lui è sindaco non solo non è mutato, ma ha preso una piega addirittura più grottesca: ora la camorra in città è minorenne e il disagio si è esteso alle fasce anagraficamente più deboli. Ma di tutto ciò lui non ama parlare e detesta che lo facciano altri: pare che la città sia ridotta al salotto di casa sua, a polvere da nascondere sotto al divano”.
Per poi passare al contro attacco diretto: “Basta pensare alla superficialità (per non dire al fastidio) con cui il sindaco parla di periferie annegate nel degrado: al sindaco fa schifo Soccavo, fa schifo Pianura, si vergogna del rione Conocal, se ne frega del rione Traiano. Il sindaco è del Vomero, gli piacciono le cose ordinate, pulite. E così succede che sulla gestione del patrimonio immobiliare comunale, nelle periferie controllate dalla camorra, difficilmente spenda una parola, nonostante inchieste giornalistiche serissime inchiodino l’amministrazione comunale a responsabilità enormi. E chissà che su questa, come su altre vicende, anche la Procura della Repubblica prima o poi non intervenga. Ma che importa, dirà il sindaco: la realtà di Napoli sono le strade affollate e non i killer pronti a sparare nel mucchio, magari per un regolamento di conti, per poche centinaia di euro. E il problema non sono i killer, per carità , ma Saviano che poi ne parlerà “.
“Distoglierei lo sguardo da Napoli se le organizzazioni criminali smettessero di tenere sotto giogo l’intera città , che è tutta una periferia, tranne qualche quartiere collinare ricco dei reinvestimenti della camorra – continua Saviano – Mi piace meno il commento sulla mia pericolosità , quello è da webete: de Magistris, lei è un ex magistrato, dovrebbe sapere che la scorta si dà per proteggere e non per mandare a morire. A Falcone, gente ingenua e priva di riferimenti, diceva che gli attentati se li organizzava da solo, almeno lei non ha detto che la situazione in cui vivo me la sono inventata io, è già qualcosa. Ma lei ha bisogno di me, ha bisogno di contrapporsi a qualcuno: lei ha bisogno delle contrapposizioni perchè senza quelle dovrebbe affrontare la realtà dei tanti soprusi che la sua amministrazione tollera. Ma non è l’unico: quando criticavo Berlusconi ero da strozzare, con Renzi sono diventato un gufo, se parlo di infiltrazioni mafiose al Nord diffamo. Lei mi definisce uno “zelluso” (traduzione italiana: calvo) anemozionale e la cosa, in fondo, mi fa anche un po’ ridere”.
E conclude: “Quel che è certo, sindaco de Magistris, è che quando le mistificazioni della sua amministrazione verranno al pettine, a pugnalarla saranno i tanti lacchè, più o meno pagati, dei quali si circonda per mistificare la realtà , unico modo per evitare di affrontarla”.
(da agenzie)
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Gennaio 5th, 2017 Riccardo Fucile
“GLI ARRESTI NON FERMANO LA CAMORRA, CI SONO SEMPRE NUOVI AFFILIATI”
“Questa città non è cambiata. Illudersi di risolvere problemi strutturali urlando al turismo o alle feste di piazza è da ingenui. Nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore diventa connivenza”.
Si torna a sparare, nelle strade raccontate nella “Paranza dei bambini” e la voce di Roberto Saviano appare, ancora una volta, carica di affilata amarezza.
Lo scrittore è severo con il sindaco Luigi de Magistris, “in carica da sei anni, ma parla come se si fosse appena insediato”, bacchetta la sinistra radical napoletana “che ragiona da ultrà : se critichi stai tifando contro”, riserva una stilettata all’ex ministro degli Interni Angelino Alfano che ha inviato l’esercito “per ragioni di facciata politica”.
E avverte: “Chi invita a distogliere lo sguardo da questa realtà mi fa paura quasi quanto le paranze che sparano”.
Finirà mai questo incubo, Saviano?
“Arrestato un affiliato ce n’è sempre un altro pronto a prendere il suo posto. L’affiliazione è un meccanismo sistemico, economico. Non c’è niente a Napoli che faccia pensare alle vittime come a un incidente di percorso. Tutt’altro. Questa sparatoria, come le altre, è parte del disagio che va oltre Napoli, attraversa tutto il Mezzogiorno e l’Europa del Sud, di cui si tende a parlare poco e male”.
Eppure la città sembra in ripresa anche grazie ai turisti. Questa sparatoria non rischia di offuscarne il volto migliore?
“La città è sempre stata meta di turisti, tanto più ora che il terrorismo ha precluso Medio Oriente, Sharm e la Francia come luoghi turistici portando i visitatori a prediligere l’Italia come meta. Nessuno mette in dubbio che Napoli sia meravigliosa. Nessuno nega che le associazioni siano in prima linea, nessuno nasconde il lavoro straordinario dei maestri di strada, del Gridas, dei teatri della Sanità o dei preti di frontiera. Ma quelli ci sono sempre stati e se aumenta l’impegno è un bene prezioso. Quello che è sbagliato è scappare in un immaginario falso di una città rinata, di risorse rinnovate che invece sono inesistenti”.
Si spieghi meglio.
“A un certo punto si preferisce invitare le persone a parlare solo delle cose belle. Che ci sono sempre state anche nei periodi più bui. Ma chiederci di non guardare le ferite, per puntare gli occhi al cielo, è omertà “.
Ce l’ha con il sindaco de Magistris?
“È la sintesi dei deliri che sento arrivare da alcuni ambienti della città . Questa isteria sul turismo come panacea di tutti i mali mi ricorda vecchi discorsi del centrodestra, che pensava di risolvere così il disagio di una metropoli come Napoli. Ora anche la sinistra napoletana più radical si lascia andare a discorsi neoborbonici ed è pronta a confluire nel partito personale di de Magistris. E il sindaco, che ha messo in cantiere una candidatura nazionale appena ha sentito parlare di proporzionale, si lascia andare a questo ritorno al passato. Parla come se fosse all’opposizione, invece è al potere. Le bellezze della città sono merito suo, il potere criminale, disoccupazione, controllo del territorio sono demeriti dello Stato. Se non è populismo questo…”.
Non è troppo severo con l’ex pm, Saviano?
“Potrà sembrare retorico, ma in questo momento chi invita a distogliere lo sguardo dalla realtà direi quasi che mi fa paura quanto chi scende in strada per una “stesa””.
A Forcella c’è l’esercito. Il sindaco ha chiesto rinforzi per la sicurezza e maggiore impegno del governo.
“I militari erano stati inviati solo perchè il ministro dell’Interno dell’epoca, Angelino Alfano, potesse dire di averlo fatto. È stata un’operazione di facciata politica. Ma il controllo dovrebbe partire dalla polizia municipale, che dipende dal sindaco. Gli ambulanti abusivi a chi dovevano dare conto, alla camorra o alla polizia municipale? Alla camorra, naturalmente”.
Gli ambulanti immigrati si sono opposti al racket.
“Hanno rischiato la vita per arrivare in Italia. Si oppongono perchè non possono permettere che venga tolta loro quel po’ di speranza che si sono conquistati. È accaduto a Castel Volturno, a Rosarno. Sono dinamiche che si inseriscono in un contesto di illegalità : immigrati irregolari, lavoro nero o merce contraffatta. Oggi ne discutiamo solo perchè è stata ferita una bambina”.
Ma come si conciliano queste estorsioni da pochi euro con i grandi affari della camorra?
“Non è solo questione di denaro, ma di controllo del territorio. Con la paranza siamo dentro a un meccanismo di nuove generazioni che racimolano danaro ovunque possono. Non hanno fatto ancora il grande salto imprenditoriale perchè non hanno progetti a lungo termine, vogliono tutto e subito. Questo li rende ancora più violenti”
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 4th, 2017 Riccardo Fucile
LA TRISTE MORALE: GLI UNICI CHE SI RIBELLANO ALL’ILLEGALITA’ SONO GLI STRANIERI ?
E’ stata colpita da una pallottola mentre era a passeggio con il papà . 
E’ successo nel centro storico di Napoli, in via Annunziata, zona Forcella.
Intorno a mezzogiorno sono stati sparati colpi d’arma da fuoco, nel mercato della Duchessa e della Maddalena vicino a piazza Garibaldi, dove è forte la presenza di ambulanti extracomunitari.
Tra le persone si è scatenato il panico e la piccola è stata ferita al piede destro. Oltre a lei sono stati colpiti tre venditori senegalesi, probabilmente uno di loro era il vero obiettivo di chi ha sparato. Secondo una prima ipotesi investigativa, infatti, si sarebbe trattato di un raid punitivo legato al pizzo.
In mattinata — come si apprende da fonti investigative — ci sarebbe stato un primo confronto tra un giovane esattore di un clan locale e il titolare di una bancarella che si sarebbe rifiuto di pagare.
A quel punto il ragazzo sarebbe tornato con un commando di quattro o cinque persone, sembra armate di bastoni. Ma in difesa dell’ambulante senegalese si sono schierati altri extracomunitari.
A quel punto qualcuno del clan ha estratto una pistola di piccolo calibro ha fatto fuoco.
Fortunatamente la bambina, che si trovava a passare per caso col papà commerciante, non è in pericolo di vita. E’ stata subito portata al pronto soccorso e da lì è stata ricoverata nel reparto di Chirurgia dell’ospedale Santobono, dove i medici l’hanno operata per toglierle il proiettile dal piede.
Le sue condizioni sono giudicate abbastanza buone. I tre cittadini senegalesi sono invece stati portati all’ospedale Loreto mare. Hanno 36, 38 e 32 anni.
I primi due sono stati feriti lievemente da alcune schegge. Il terzo, che comunque non è in pericolo di vita, è stato ferito in maniera più seria da un colpo d’arma da fuoco.
Sul luogo del raid, intanto, è arrivata la polizia scientifica, ma al momento non sono stati rinvenuti nè proiettili nè macchie di sangue. La polizia sta controllando le telecamere della zona (ammesso che siano attive).
La morale pare questa: gli unici che si rifiutano di pagare il pizzo alla camorra sono i non italiani. E’ triste, ma è così.
(da agenzie)
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Novembre 6th, 2016 Riccardo Fucile
ACCOLTI IN CITTA’ CON STRISCIONI DI BENVENUTO HANNO VOLUTO RICAMBIARE IL GESTO
Uno striscione con la scritta Forza Napoli e “grazie” scritto in diverse lingue.
Così si sono presentati allo stadio San paolo i 25 migranti giunti a Napoli una settimana fa e che sono stati ospitati dal Napoli su iniziativa dell’amministrazione comunale per assistere al match contro la Lazio.
I 25 giovani migranti sono stati accolti nel Centro polifunzionale di San Francesco a Marechiaro e al termine della gara hanno incontrato alcuni giocatori azzurri, tra cui Kalidou Koulibaly, Faouzi Ghoulam ed Elseid Hysaj.
I primi due sono africani Koulibaly del Senegal pur essendo nato e cresciuto in Francia, Ghoulam è invece originario dell’Algeria), mentre il padre di Hysaj giunse nel nostro paese dal’Albania a bordo di un gommone.
Gli immigrati delle cose africane sbarcati a Napoli due settimane fa vennero accolti dalla cittadinanza con striscioni di benvenuto e con una raccolta di indumenti ed altro materiale utile per garantire loro un minimo di conforto.
Con loro anche l’assessore al welfare Roberta Gaeta che ha organizzato la serata speciale per i migranti che sono apparsi contentissimi e hanno raccontato agli altri tifosi di come Napoli li abbia accolti con calore e senza alcun pregiudizio.
I giovani, tra cui anche qualcuno che gioca al calcio a livello dilettantistico nel proprio Paese, si sono seduti in tribuna accanto ai ragazzi delle scuole.
Come racconta Napolicalciolive, i migranti sono giunti a Napoli lo scorso 23 ottobre ed al momento vengono ospitati nel centro “San Francesco” a Marechiaro.
(da agenzie)
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