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NEL GRAN BALLO DEL COLLE SALE IL NOME DI GRASSO

Dicembre 27th, 2014 Riccardo Fucile

FRA I CORRIDOI DI CSM E SENATO CIRCOLA IL SUO NOME… LA NECESSITA’ DI “UN UOMO DELLE ISTITUZIONI”

Un’intervista che pesa, quella del procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. Un’analisi politica – del senatore del Pd Ugo Sposetti in Parlamento dal 1987 e tre elezioni presidenziali – che allude e al tempo stesso mette in guardia dalla stessa allusione.
Il risultato è che nella rosa di nomi spendibili per il Quirinale compare ufficialmente il presidente del Senato Piero Grasso.
L’ex procuratore antimafia avrebbe dalla sua alcune delle caratteristiche tratteggiate da Napolitano nei suoi vari interventi: il profilo istituzionale; l’immagine e la sostanza del rigore dell’ex magistrato, per di più antimafia, necessari ora come non mai all’Italia ultima in Europa nella classifica che misura la penetrabilità  della corruzione; due anni di esperienza a palazzo Madama che gli hanno tolto le ingenuità  del non politico di professione; non rappresenta nessun partito in particolare ed è tanto superpartes da essere stato votato, a suo tempo, anche dai Cinque stelle
Il presidente del Senato non sarebbe certo un “presidente notaio”, opzione che Renzi sembra aver capito dover mettere da parte; avrebbe però il profilo internazionale necessario e saprebbe bene indirizzare quella riforma della giustizia che lo stesso Napolitano il 22 dicembre davanti al Csm ha detto essere necessaria “per il recupero di funzionalità , efficienza e trasparenza” di tutto il sistema Paese.
Non solo, Grasso avrebbe anche il curriculum e il profilo giusto per districare e debellare con la giusta misura quello che Napolitano definisce “il nodo insostenibile che intreccia corruzione, criminalità  organizzata e politica”.
Il presidente del Senato quindi entra nel gran ballo per il Quirinale dove sono già  scesi in pista, loro malgrado e con diverse investiture, il ministro Padoan, l’ex presidente Prodi, i giudici costituzionali Sabino Cassese (ex), Sergio Mattarella e Giuliano Amato, l’ex presidente Pierferdinando Casini (sponsorizzato dai centristi, Ncd in testa).
Solo per fermarsi a qualcuno dei nomi messi in pista.
L’ipotesi Grasso aleggiava da una decina di giorni nei capannelli al Csm, in qualche anfratto di palazzo Madama, anche se nessuno l’aveva mai veramente esclamata. Lui si è sempre schernito.
“Sono pronto a prendere la reggenza della Repubblica” disse il giorno degli auguri natalizi alla stampa parlamentare.
A traghettare, cioè, il paese nei quindici giorni previsti tra le dimissioni e la convocazione dei Grandi elettori. Dopodichè, per cultura personale, Grasso non è certo uno che, pur restando ironico e disponibile, presta il fianco a certe speculazioni. Quindi, fine degli scherzi.
Ma oggi è successo qualcosa che si fa fatica a giudicare casuale, pur essendolo certamente, e che mette in chiaro il nome di Grasso.
Il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone, titolare dell’inchiesta Mafia Capitale, spiega in duecento righe sul Sole 24 Ore i confini giudiziari e gli auspici politici dell’inchiesta.
Un senior della sinistra, dal Pci al Pd passando per i Ds, un uomo di mondo e di esperienze come Ugo Sposetti azzarda tra le righe in un colloquio su Il Foglio che “l’Italia del 2015 non è quella del 1992” e che quindi nessuno si azzardi a tirare fuori dal cilindro soluzioni come quella che all’epoca di Tangentopoli quando l’Italia, schiacciata dagli arresti per corruzione da una parte e dalle stragi di mafia dall’altra, portò sul Colle più alto quello che si credette essere il proprio anticorpo migliore, Oscar Luigi Scalfaro.
Scalfaro “arrivò al Quirinale — ricorda Sposetti su Il Foglio — spinto da un’onda emotiva (…) Oggi come allora registro una pressione sulla politica per far sì che al Quirinale possa arrivare una persona che rappresenti la legalità .
Spero — conclude Sposetti — che questo attivismo delle procure sia casuale perchè far eleggere alle procure il Presidente della Repubblica non mi sembra una grande idea”. Quello che Sposetti non dice al Foglio ma che circola con forza tra i senatori di più antica nomina è che “non solo Grasso è tra le ipotesi più accreditate ma lascerebbe anche libero un posto (la presidenza del Senato, ndr) strategico per saldare alleanze e maggioranze allargate”.
Ora il punto è che proprio oggi il procuratore Pignatone, toga tra le più restie a rilasciare interviste, dedica buona parte del lungo colloquio su Il Sole a ragionare sul fatto che “fenomeni come quello dell’intreccio mafia, corruzione, politica non possono essere debellati solo con gli strumenti del processo penale. C’è in primo luogo un problema di etica, di valori e della loro percezione sociale (…) Sono le persone e non solo le regole che possono fare la differenza”.
Pignatone cita il presidente Napolitano, “la legalità  frana se non c’è moralità ” e punta il dito contro “una vasta area di comportamenti che non costituiscono reato e di cui la magistratura non si deve occupare ma che non per questo sono legittimi”.
La lotta alla corruzione deve quindi partire dalla classe politica e amministrativa del Paese che poi non si possono lamentare per le invasioni di campo della magistratura. Del resto, se l’ex pm Raffaele Cantone, alla guida dell’Autorità  anticorruzione, è stato indicato come uomo dell’anno, si vede che il paese ha di nuovo e ancora bisogno di personalità  il cui nome sia legato al concetto di legalità .
Proprio come nel 1992.

(da “Huffingtonpost”)

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LA COMICA FINALE

Dicembre 24th, 2014 Riccardo Fucile

I MONITI DI NAPOLITANO AI GIUDICI E LE SUE RESPONSABILITA’

L’unico pregio dell’ultimo messaggio di Napolitano al Csm è che è l’ultimo.
Per il resto, è la solita imbarazzante accozzaglia di luoghi comuni, assurdità  e bugie. Che non hanno neppure il carattere dell’originalità , visto che sono copiate paro paro dai moniti precedenti (chi glieli scrive ricicla quelli vecchi, confidando nel fatto che lui non se ne accorga).
Ma le menzogne si possono ripetere mille volte, senza diventare verità . Pagato il pedaggio all’ovvio — la denuncia “della corruzione e della criminalità  organizzata emerse anche in questi giorni” — l’anziano monarca riattacca con la tiritera cerchiobottista dei “comportamenti impropriamente protagonistici e iniziative di dubbia sostenibilità  assunte da magistrati della pubblica accusa”.
Come se papa Francesco, denunciando i 15 peccati della Curia, avesse aggiunto: “Però deve pentirsi anche chi li ha scoperti”.
Un tempo certe corbellerie erano esclusiva dei Craxi e dei B., e tutti le trattavano per quel che erano: balle sesquipedali di plurimputati disperati.
Poi cominciò a dirle Lui, e tutti si misero sull’attenti. Ma sempre balle restano.
Cosa ci sarebbe di “improprio” e “insostenibile” nella decisione della Corte d’Assise di Palermo (non dei soli pm) di sentirlo come teste sulla trattativa, visto che lui ha parlato per tre ore e passa? E cosa sarebbe, di preciso, il “protagonismo”? E chi sarebbero i pm “protagonisti” ?
Se sono quelli che finiscono sui giornali perchè indagano su imputati famosi e potenti, i rimedi possibili sono solo due: o si dà  licenza di delinquere ai potenti e ai famosi, o si vieta ai giornali di parlare delle relative indagini. Quale sceglie Sua Maestà ?
Se invece i protagonisti sono i pm che parlano, i rimedi possibili sono altri due: o si sospende l’art. 21 della Costituzione solo per loro, oppure si vieta ai mass media di intervistarli. Quale sceglie Sua Altezza?
C’è poi il caso di magistrati che anticipino le sentenze o violino il segreto sulle indagini, ma questi sono reati e anche infrazioni deontologiche che spetta al Csm sanzionare: se il Csm non l’ha fatto, il suo presidente Napolitano dovrebbe scusarsi e spiegare il perchè.
Ridicolo poi l’invito a “superare gli elementi di disordine e di tensione nella vita di talune Procure”.
Quando il Csm si accingeva a punire Bruti Liberati, primo responsabile del caos nella Procura di Milano per aver disatteso, pur di estromettere l’aggiunto Robledo, le regole che lui stesso aveva dato al suo ufficio, fu proprio il Quirinale a bloccarlo, costringendo l’apposita commissione a sbianchettare ogni censura alla sua condotta.
E altro disordine sta per esplodere alla Procura di Palermo, dove il veto imposto a luglio dal Colle al voto del vecchio Csm su Lo Forte ha portato alla nomina del nuovo procuratore Lo Voi, senz’alcun requisito e in barba alle regole che lo stesso Csm s’è dato.
Quindi di quale disordine va cianciando il Presidente? Addirittura comico, infine, l’attacco alle “logiche di appartenenza correntizia”.
Fu proprio Napolitano a teorizzarle, quando giustificò lo stop al voto su Lo Forte — fatto mai accaduto prima — con la necessità  di attendere (e solo per Palermo, non per altri uffici “scoperti”) l’elezione del nuovo Csm per “evitare scelte riferibili a una composizione del Csm diversa da quella del Consiglio che sta per insediarsi”: cioè legò la nomina del nuovo procuratore ai nuovi equilibri correntizi, che sperava avrebbero favorito il suo pupillo Lo Voi.
E ora proprio Re Giorgio viene a menarcela con le logiche correntizie? Ma per favore, un po’ di pudore.
E perchè non dice nulla sulle logiche partitocratiche che hanno portato tutti i membri laici cioè politici (i Nazareni) a schierarsi per il candidato meno titolato?
E perchè, se ce l’ha tanto con le correnti, ha firmato due volte la nomina a sottosegretario alla Giustizia (dei governi Letta e Renzi) del leader della corrente di Magistratura Indipendente Cosimo Ferri, che dal ministero ha continuato a fare campagna per i suoi cocchi al Csm?
La verità  è che il patrono e imbalsamatore della Casta più corrotta e mafiosa del mondo sta passando le consegne al suo successore, per seguitare a far danni anche da pensionato.
Teme che al Quirinale torni un difensore della Costituzione e dell’indipendenza della magistratura, tipo Einaudi, Pertini, Scalfaro e — a giorni alterni— Ciampi.
Uno che, fra le guardie e i ladri, scelga le prime anzichè dare un colpo alle une e uno agli altri. Ma il suo timore è del tutto infondato: a quel che si sa, il nuovo presidente sarà  scelto dal Pregiudicato e dallo Spregiudicato, che ormai sui giudici parlano la stessa lingua.
Anche Renzi e la signorina Boschi intimano alle toghe di “parlare con le sentenze e applicare le leggi invece di commentarle o scriverle, perchè questo spetta al Parlamento”.
Ora, a parte il fatto che il Parlamento è esautorato e le leggi le fa solo il governo, i due toscanelli trascurano un dettaglio: sono le leggi fatte (o non abrogate) dai governi che impediscono ai magistrati di fare le sentenze.
E questi hanno tutto il diritto di commentarle, evidenziarne gli errori e suggerirne di migliori. O vogliamo impedire ai chirurghi di commentare le norme sulla chirurgia? Poi i politici sono liberi di accogliere o respingere i consigli.
Però è interessante il sacro terrore che i magistrati suscitano nei politici ogni volta che parlano. Renzi, che è un tipo sveglio, sa bene che, a dispetto del celebre 40,8%, gli italiani credono più ai magistrati che a lui.
Infatti, mentre tenta di tappar loro la bocca, se la riempie dei vari Cantone e Gratteri. Se è così che pensa di riconquistare il “primato della politica”, auguri.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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NAPOLITANO NON RINVIA: DIMISSIONI ENTRO IL 14 GENNAIO

Dicembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile

NONOSTANTE LE PRESSIONI DI RENZI, IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA NON VUOLE ESSERE COINVOLTO NELLA TEMPESTA DI MARZO

Sbaglia chi pensa che Giorgio Napolitano possa aspettare fino alla data del 23 gennaio, per consentire a Matteo Renzi di presentarsi al bilaterale italo-tedesco con Angela Merkel con un capo dello Stato in carica.
O che addirittura, ragionando in un’ottica tutta europea abbia deciso di aspettare il 29 gennaio, giorno in cui il Parlamento greco si riunirà  per scegliere il suo presidente, col rischio — qualora come pare non si dovesse sbloccare l’impasse — di tornare di nuovo alle elezioni in un quadro di incertezza.
La data ufficiosa del 14 gennaio, per le dimissioni, non è in discussione.
Nel senso che il capo dello Stato potrebbe al massimo aspettare le successive 48 ore, fino alla chiusura delle borse del venerdì 16, ma non di più.
Fanno sapere dal Colle che, dopo il rendiconto del premier sul semestre italiano di presidenza in Europa, ogni momento è utile.
Ed è una notizia nella misura in cui negli ultimi giorni in parecchi hanno chiesto al capo dello Stato qualche giorno in più, col pretesto degli appuntamenti internazionali, ma in verità  per consentire al Senato di approvare la legge elettorale in un clima più sereno evitando un cortocircuito tra discussione parlamentare sull’Italicum e successione al Colle.
Perchè è su questo che tutti gli oppositori del Nazareno hanno già  cominciato a tessere la loro trama per imbrigliare il premier: “Se non dà  garanzie un capo dello Stato autonomo — dice un dem vicino al dossier al Senato — sulla legge elettorale lo faremo ballare”.
E chissà  se anche di questo si è parlato nel corso della visita di Renzi al Quirinale, dove ufficialmente c’è stato solo uno scambio di opinioni sulla vicenda dei Marò e sugli appuntamenti di fine anno del governo, con le misure sul lavoro che saranno varate al cdm di domani.
È però certo, rivelano fonti vicine al premier, che Renzi — dopo il colloquio con Napolitano — ha ben presente che le prossime settimane saranno ad alto rischio.
E che lo schema immaginato — arrivare al voto d’Aula sull’Italicum prima delle votazioni sul Quirinale — potrebbe cambiare.
Si spiega anche così la “cautela” di cui parlano i suoi e l’impressione che stia gestendo il dossier Quirinale “senza fretta” e soprattutto tenendo aperte le due opzioni: da un lato ha riaperto tutti i canali diplomatici con Berlusconi, dopo i contatti di sabato, ma al tempo stesso dà  segnali rassicuranti alla minoranza del suo partito che chiede un profilo non solo “di garanzia”, ma “autorevole” in Italia e in Europa.
E c’è un motivo se le dimissioni di Napolitano non sono affatto rinviabili.
Ed è quella preoccupazione che aleggia al Colle ma che Renzi ha respirato anche a Bruxelles, all’ultimo vertice dell’Unione. I partner europei, che considerano l’Italia ancora un osservato speciale, si aspettano una figura “credibile e riconosciuta”.
E una figura credibile e riconosciuta in Europa è anche l’auspicio di Napolitano.
Già , credibile e riconosciuta in Europa. E che, per parafrasare il gergo di Bersani, sappia tenere il volante ben saldo quando si dovranno affrontare le prime curve.
Per questo oltre il 16 gennaio il capo dello Stato non intende rimanere. Nel timing c’è anche una scelta politica: solo così il nuovo inquilino avrà  il tempo di ambientarsi, prendere dimestichezza col “volante” e tenerlo fermo nelle curve di marzo.
Perchè tutto dice che sarà  quello il momento più complicato. In molti, negli ambienti che contano e con cui ha consuetudine Napolitano, prevedono curve complicate.
E se nella lettera che il commissario Moscovici ha inviato al Parlamento c’è, nero su bianco, la certezza che l’Italia sfori il tre per cento, si capisce cosa può succedere quando la commissione europea darà  le pagelle di marzo sulla legge di stabilità . Ovvero è tornato il rischio di una procedura di infrazione e quindi di una manovra correttiva.
È cioè il rischio che riparta un doloroso film già  visto con l’Europa che chiede aggiustamenti di conti ma anche riforme strutturali, altrettanto dolorose.
Perchè è vero che alcuni capitoli sono stati affrontati, a partire dal mercato del lavoro, ma è altrettanto vero che ce ne sono altri su cui l’Europa ha chiesto di usare il bisturi sia nella famosa lettera del 2011 sia in quella con la quale chiuse la procedura di infrazione a maggio 2013.
A partire dal pubblico impiego, altro tasto socialmente molto sensibile.
Ecco, le curve. Napolitano è stanco di tenere il volante.
E non può che limitarsi ad auspicare un nuovo, affidabile pilota. Per ora il tema della credibilità  internazionale non è affatto apparso un chiodo fisso del premier, convinto che l’Italia non sia un paese a “sovranità ” limitata e che il nuovo capo dello Stato debba dare il senso del cambiamento.
Anche nel tenere ferma la data del 14, slegandola dalle riforme o dai vertici internazionali, c’è una pacata disillusione di Napolitano.
Di consigli al giovane segretario ne ha dati tanti, parecchi anche disattesi, tutto ciò che poteva fare per tutelare la stabilità  di governo lo ha fatto, anche per evitare che, come teorizzava qualche consigliere del premier più realista del re, le elezioni fossero la risposta alla tempesta di marzo, e ha pure fatto capire il profilo del successore per il bene del paese.
Ora tocca al giovane Matteo dimostrare la maturità . A un certo punto, uno o ce l’ha o non ce l’ha.
Non serve un giorno in più o uno in meno di permanenza al Colle.

(da “Huffingtonpost”)

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LA SCARICA DEI VENTICINQUE

Dicembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile

ECCO LA ROSA DEGLI ASPIRANTI AL QUIRINALE

Siccome è sommamente inopportuno fare nomi per evitare di bruciarli, la rosa degli aspiranti al Quirinale citati nell’ultima settimana è estremamente succinta: appena 25 candidati.
Amato Giuliano. È il prediletto di Napolitano e B. (infatti ha due pensioni). Potrebbero essergli fatali l’inesperienza politica (ha avuto solo 76 incarichi) e la tenera età  (appena 76 anni).
Cassese Sabino. Leggermente più maturo (79 anni), piace molto a Re Giorgio e soprattutto all’infanto Giulio. L’altra sera sparava cassate da Floris. Ieri ha scritto sul Corriere che il nuovo presidente “tornerà  al modello einaudiano”. Tradotto: se eleggete me. non rompo i coglioni, dove mi mettete sto. S’offre parecchio.
Draghi Mario. È riuscito nella mission impossible di fare il banchiere senza finire imputato, e per giunta non piace alla Merkel: il che, in Italia, è un doppio handicap. Inoltre, se eletto presidente, farebbe il presidente: ergo non garba a Renzi, che per il Colle sta cercando un portachiavi.
Visco Ignazio. Come sopra, con un’aggravante: denuncia troppo spesso la corruzione. Non si parla di corda in casa degl’impiccati.
Prodi Romano. Piace ai nemici del Nazareno: minoranza Pd, fittiani FI e Sel potrebbero votarlo contro Renzi&B., bruciandolo. Ma Renzi potrebbe anticiparli e candidarlo contro di loro, bruciandolo. Lui sta pensando di anticipare tutti e darsi fuoco.
Padoan Pier Carlo. Essendo ministro dell’Economia, vuol fare il ministro dell’Economia: perciò Renzi lo manderebbe volentieri al Quirinale, se lì non volesse fare il presidente della Repubblica.
Fassino Piero. Renziano di scuola gregantiana, dunque non sgradito ai Pd antirenziani, nel 2006 si prostituì con un articolo fantozziano sul Foglio chiedendo a B. i voti per eleggere D’Alema. Così fu eletto Napolitano, che per questo lo adora.
Chiamparino Sergio. Candidato anfibio: renziano non ostile agli anti-Renzi, Pd gradito a FI, politico ma pure banchiere, curriculum pieno di poltrone ma anche di buchi (di bilancio: ieri al Comune di Torino, ora in Regione Piemonte). Ce la può fare.
Veltroni Walter. Sponsor di Odevaine ma anche di Renzi, nostalgico di Craxi ma anche di Berlinguer, avversario di B. ma anche dei demonizzatori di B., è Nazareno dentro. Quasi perfetto.
Muti Riccardo. Era la prima scelta di Renzi. Poi il Fatto l’ha scritto e il premier l’ha smentito: quindi era vero. Non ha alcuna esperienza, ergo va benissimo. Molto favorito pure dal cognome.
Finocchiaro Anna. Stoppata nel 2013 da Renzi per via della foto all’Ikea con la scorta, gli diede del “miserabile”. Ora però si dà  un gran daffare per la riforma-boiata del Senato. E poi è donna. E poi Matteo, oggi, è più di bocca buona.
Severino Paola. Avvocato di tutti i grandi gruppi italiani, piace a B., Letta zio, Curia e Caltagirone: quindi in un paese serio sarebbe out anche per l’Arcicaccia. Qui invece è in pole position.
Franceschini Dario. Da quando qualcuno ha invocato l’alternanza laici-cattolici, si cerca disperatamente un cattolico. Al punto che s’è pensato persino a lui. Ma solo per questo motivo.
Mattarella Sergio. Vedi sopra.
Casini Pier Ferdinando. Vedi sopra.
Gentiloni Paolo. Vedi sopra.
Rutelli Francesco. Vedi sopra.
Grasso Piero. Già  nel 2013, appena eletto presidente del Senato, si disse disponibile a un più alto incarico (l’unico esistente). Ma nessuno se lo filò. Vedi mai che quest’anno vada di moda il nulla mischiato col niente.
Boldrini Laura. È l’altra soluzione istituzionale in caso di impasse. Lei insiste molto per una donna al Colle. Può contare già  sul suo voto, semprechè non sbagli a compilare la scheda.
Bonino Emma. Candidata al Quirinale dal 1976, è stata con B. e con l’Ulivo. Nè cattolica nè comunista, pacifista ma pro guerre, non è più in Parlamento: non può contare neppure sul suo voto
Pinotti Roberta. È l’unica Renzi-girl sopra i 50 anni, il che la rende sospetta agli occhi di B. Peccato per il vizietto di usare i voli militari come taxi per tornare presto a casa. Ma chi ci dice che in Italia sia un handicap?
Baresi Franco. Già  capitano del Milan e della Nazionale, è il candidato di Matteo Salvini. Quindi ha qualche chance più di Massimo D’Alema.
Caprotti Bernardo e Feltri Vittorio. Il patron di Esselunga (classe 1925) e l’ex direttore del Giornale e di Libero sono i candidati di Roberto Calderoli. Chi ha voglia di ridere, pensi al Porcellum.
Napolitano Giorgio. Nessuno ne parla, ma una nuova, eventuale paralisi di veti incrociati potrebbe indurre i partiti a chiedergli un altro estremo sacrificio. Del resto, come titola l’Huffington Post, “Gli italiani vogliono ancora Napolitano”. Se lo meritano proprio.
Carminati Massimo. Non l’ha (ancora) candidato nessuno. Ci permettiamo di farlo noi, sperando di non bruciarlo. Uomo del fare, decisionista, sufficientemente esperto di giustizia e anche di economia, è forse un po’ troppo a destra, però non disdegna il dialogo a sinistra (è persino socio della coop rossa 29 Giugno). Potrebbe rivelarsi prezioso presso i grandi elettori per sbloccare l’impasse con uno dei suoi celebri intercalari: “Ti fratturo la faccia”.

Marco Travaglio
(da Il Fatto Quotidiano“)

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SONDAGGIO IXE’: GLI ITALIANI VORREBBERO NAPOLITANO PER UN TERZO MANDATO

Dicembre 19th, 2014 Riccardo Fucile

SEGUONO EMMA BONINO E ROMANO PRODI TRA I PREFERITI AL COLLE

Gli italiani, qualora potessero scegliere, al Colle vorrebbero ancora Giorgio Napolitano.
È quanto si evince dai sondaggi Ixè fatti per Agorà  su RaiTre.
Il 19 percento delle persone ascoltate infatti hanno detto che l’attuale inquilino del Quirinale dovrebbe restare al suo posto.
Al secondo posto, col 15 percento, c’è l’ex ministro Emma Bonino, mentre al terzo posto con il 10 percento si piazzano l’ex premier Romano Prodi e il presidente della Bce Mario Draghi.
Secondo gli elettori del Pd, il premier Matteo Renzi dovrebbe candidare in primis Prodi (14 percento).
Serve invece un nome d’intesa con Silvio Berlusconi per il 10 percento, mentre uno in sintonia con il Movimento 5 stelle per il 6 percento.
Vorrebbero vedere candidata una donna al Quirinale il 34 percento degli intervistati.

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“MIE DIMISSIONI IMMINENTI” L’ANNUNCIO DEL RE È ARRIVATO

Dicembre 19th, 2014 Riccardo Fucile

NAPOLITANO CHIARISCE CHE NON RESTERà€ A LUNGO AL QUIRINALE… SUL GIORNO DEL CONGEDO SI IPOTIZZA IL 14 GENNAIO… GIà€ PRONTO LO STUDIO DA SENATORE

Per la prima volta nel corso del suo breve mandato a tempo al Colle, Giorgio Napolitano fa un esplicito riferimento, senza allusioni o sottintesi, alle sue prossime dimissioni di gennaio, per motivi di età  (novant’anni nel giugno del 2015) e anche di salute.
Il capo dello Stato da antico e pignolissimo comunista abituato a pesare le parole e le virgole colloca la fatidica frase come incipit del suo discorso per gli auguri del Corpo diplomatico, al Quirinale, nella tarda mattinata di ieri.
Il “periodo travagliato”     che attende il Paese
Napolitano è seduto e legge. Al suo fianco, a sinistra per chi guarda, c’è Paolo Gentiloni, titolare della Farnesina. A destra, invece, Pier Ferdinando Casini, presidente della commissione Esteri di Palazzo Madama, è bianco e immobile come un busto di gesso.
Re Giorgio saluta i presenti e inizia: “La prossima fine di questo anno 2014 e l’imminente conclusione del mio mandato presidenziale inevitabilmente ci portano a svolgere alcune considerazioni sul periodo complesso e travagliato che stanno attraversando l’Italia, l’Europa e il mondo”.
L’imminente conclusione, alla stregua dell’Apocalisse del Sistema.
La fissità  dello sguardo di Gentiloni non oscilla, forse non ha colto. Al contrario la sfinge democristiana di Casini stringe gli occhi, come uno che ha perso d’improvviso l’orientamento e si smarrisce. Poi realizza e a quel punto sembra Massimo Troisi in Non ci resta che piangere quando passa il terribile Savonarola. “Ricordati che mi devo dimettere”. Risposta: “Adesso me lo segno”.
Il capo dello Stato spiega a modo suo il 2014 italiani agli ambasciatori di tutto il mondo e fa un altro regalo natalizio al governo Renzi: “Un’opera difficile e non priva di incognite, quella avviata e portata avanti dal presidente del Consiglio e dal governo. Ma vi potevano essere delle alternative per chi, come noi, crede nelle potenzialità  di questo paese”?
Niente semestre bianco. Resta con tutti i poteri
Ancora una volta il capo dello Stato sviluppa il dogma della sua infallibilità  politica, che non è proprio la forma della moral suasion prevista dalla Costituzione materiale, e lo fa in un contesto completamente nuovo per la dottrina giuridica: mancano trenta giorni alle sue dimissioni e per lui non esiste alcun semestre bianco, come previsto per i presidenti alla fine del loro settennato.
Napolitano invece sarà  nei pieni poteri fino all’ultimo e ieri, per la cronaca, ha letto il quarto discorso nel giro di una settimana . Instancabile, nonostante tutto. L’“imminente conclusione” nel giro di pochissime ore ha scatenato una sorta di gioco del lotto nei palazzi romani della politica.
Tutti alla ricerca della data giusta. Numeri, numeri, numeri. Una baraonda che non ha impressionato il Quirinale, dove si racconta che “il discorso di ieri non cambia di una virgola i programmi, non capiamo tutto questo stupore”.
Il problema è saperli, questi programmi. A Montecitorio, Lorenzo Guerini, vicesegretario del Pd, confida che il giorno giusto potrebbe essere il 15 gennaio. “Così ci ha fatto sapere”.
Giovanni Toti, rotondo e supponente scienziato del cerchio magico berlusconiano, pronostica un’altra data: il 23 gennaio. Questo perchè il presidente della Repubblica potrebbe aspettare l’incontro tra Renzi e la cancelliera teutonica Merkel previsto quel giorno.
Ipotesi e strategie.   Cosa fare adesso?
Altri, infine, sostengono che forse il capo dello Stato attenderà , il 29 gennaio, l’esito della decisiva votazione del Parlamento di Atene per il nuovo capo dello Stato greco. Uno scenario profetico per il nostro Paese: perchè in caso di voto negativo si andrebbe alle elezioni politiche.
In questo lasso di tempo, i renziani sperano pure di portare l’Italicum alla firma di Napolitano. Incuranti che il probabile Vietnam sulla legge elettorale sarà  la prova generale dei franchi tiratori per gli scrutini quirinalizi.
L’unica certezza, allora, si ricava dal discorso del 16 dicembre alle alte cariche dello Stato. Il presidente aspetterà  il 13 gennaio per la fine del semestre europeo a guida italiana.
Prima ancora, nel discorso di fine anno, quasi sicuramente spiegherà  agli italiani perchè ha deciso di dimettersi. Una volta decisa la data vergherà  poche righe per informare i presidenti del Parlamento, Pietro Grasso (Senato) e Laura Boldrini (Camera), e il premier.
A Grasso, poi, toccherà  il ruolo di supplente, alla Boldrini convocare entro 15 giorni i grandi elettori a Montecitorio.
Napolitano tornerà  a fare il senatore a vita, nello studio di Palazzo Giustiniani occupato prima di essere eletto al Quirinale nel 2006.
La coabitazione con il successore non sarà  sul modello dei due papi. Napolitano continuerà  a fare politica e qualora il nuovo capo dello Stato non rientrasse nello schema e nel profilo che lui spera, la sua voce potrebbe sentirsi spesso.

Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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RE GIORGIO LANCIA PADOAN

Dicembre 17th, 2014 Riccardo Fucile

NEL SALUTO ALLE ALTE CARICHE NAPOLITANO DIFENDE LE RIFORME DEL GOVERNO, ATTACCA MINORANZA DEM E SINDACATI MA CHIARISCE CHE SULLE ELEZIONI ANTICIPATE IL PREMIER NON TROVERà€ SPONDE

Al Quirinale, l’attesa assomiglia a quella per il fatidico 21 dicembre del 2012.
Le dimissioni di Giorgio Napolitano, novella profezia dei Maya. Come però non accadde nulla due anni fa, così non è accaduto niente ieri pomeriggio.
Neanche una parola su quando se ne andrà .
Nonostante il clima solenne, la veglia dei presenti e un discorso di trenta minuti e tredici cartelle. La parata dei corazzieri è impressionante.
Per la prima volta sono schierati ogni due gradoni, nelle due rampe che si salgono. La cerimonia per lo scambio degli auguri di fine anno tra le “alte cariche” è pressochè una liturgia religiosa, non solo per il triregno (la tiara papale con le due chiavi incrociate) scolpito nel legno del soffitto.
Cellulari spenti, come in chiesa, e tutti in piedi quando entra il presidente-celebrante.
Il diacono che introduce è il supplente “senator dottor” Pietro Grasso, alla guida di Palazzo Madama.
Al posto del suo intervento, in cui di fatto si candida alla successione, il presidente del Senato avrebbe potuto proclamare e parafrasare il Vangelo della prima domenica di Avvento, a proposito del rebus delle dimissioni di Napolitano: “Vegliate dunque, perchè non sapete in quale giorno il Signore vostro si dimetterà ”.
L’economia arranca. Schiaffoni a Renzi
Ancora una volta, il capo dello Stato si dimostra preoccupato, se non pessimista, sul nostro Paese (“Il 2014 non si chiude bene”), e dispensa schiaffoni e imperativi a tutti gli “attori” politici e sociali.
Compreso Matteo Renzi. A caldo, invece, la falange dei renziani di ogni ordine e grado (dai fedelissimi in Parlamento ai giornalisti-tifosi) s’incarica di dare una versione superficiale del discorso, di sostegno tout court al premier.
Non è così e basta riascoltare con calma l’intervento del presidente della Repubblica. In pratica,Napolitano fa una difesa del sistema e s’intesta, in condominio con il defunto governo Letta (citato tre volte, una in più del “presidente del Consiglio”), il processo riformista su bicameralismo e Jobs act, invocando quindi continuità  e stabilità .
Per questo malmena duramente le opposizioni: “Non si attenti in qualsiasi modo alla continuità  di questo nuovo corso”.
E ancora: “Rispettare, pur nel dissenso, la coerenza delle riforme in gestazione è un dovere di onestà  politica e di serietà  istituzionale”.
Allo stesso tempo disarma Renzi sulla minaccia del voto anticipato: “Non possiamo essere ancora il Paese attraversato da discussioni che chiamerei ipotetiche: se, quando e come si possa o si voglia puntare su elezioni anticipate, da parte di chi e con quali intenti; o se soffino venti di scissione in questa o quella formazione politica, magari nello stesso partito di maggioranza relativa. È solo tempo, e inchiostro, che si sottrae all’esame dei problemi reali”.
Il bicameralismo, poi, non è “un tic da irrefrenabili rottamatori, ma un punto debole della Costituzione già  discusso dai Padri costituenti.
Napolitano fa una sorta di testamento-vademecum politico costretto a prendere atto che uno degli esecutori di questo documento è l’attuale premier.
Tutti ai blocchi di partenza per la corsa più difficile
Renzi, dunque, non è l’unico esecutore. Napolitano vuole influenzare la sua successione quando sarà  (dal 14 gennaio in poi, visto che il semestre europeo a guida italiana finirà  il 13) e concede un’inaspettata passerella al ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, uno dei nomi più freschi del toto-Quirinale: “Molto hanno contato (in Europa, ndr) il valore e l’affidabilità  che si riconoscono al ministro Padoan”.
Lui, l’interessato, non si scompone. Nel salone ci sono anche altri papabili: Veltroni, Amato, Bersani, Gentiloni, finanche D’Alema seduto accanto a Fini, un’immagine d’altri tempi da figli di un Dio minore.
C’è pure l’eterno Gianni Letta (l’unico leader politico assente Berlusconi).
Stavolta, Napolitano, non si commuove mai, a differenza dei discorsi tenuti a Torino ai Lincei.
Le randellate non grondano lacrime. Ce ne sono altre sull’antipolitica, sulla decretazione d’urgenza e i voti di fiducia e su quella, infine, che definisce “l’ampia riforma del mercato del lavoro”.
Ai sindacati, sull’articolo 18, rinfaccia “l’interpretazione riduttiva, concentrata sul punto di massimo possibile dissenso”.
Al premier, invece, intima di darsi una calmata “nel rispetto del ruolo che è naturale dei sindacati, di rappresentanza e negoziale”.
La messa laica degli auguri finisce alle 18 e 15.
Il sindaco di Roma, Marino, saluta il procuratore capo Pignatone, mentre i primi a raggiungere il guardaroba, saltando il rinfresco, sono Amato e D’Alema.

Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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RENZI NON DA’ PIU’ GARANZIE E IL QUIRINALE VEDE NERO

Dicembre 12th, 2014 Riccardo Fucile

TIMORI PER L’ELEZIONE DEL SUCCESSORE ALLA PRESIDENZA E PER I RAPPORTI CON L’UE

Giorgio Napolitano e Matteo Renzi sono ormai alla coabitazione forzata, da separati in casa.
La conferma è arrivata l’altra sera in un passaggio clamoroso del discorso che il capo dello Stato ha svolto alla Accademia dei Lincei, a Roma, quello sull’antipolitica grillina e leghista come “patologia eversiva”, tanto per intenderci.
Un passaggio completamente ignorato da stampa e agenzie (con pochissime eccezioni, tra cui l’Huffington Post) e che ritaglia l’identikit attuale del presidente del Consiglio, secondo le allusioni del Quirinale: “Un banditore di smisurate speranze ” arrivato alla guida del governo “senza alcun ben determinato retroterra”.
Parole durissime, di grande disincanto e forte delusione verso il “giovane” premier, che il politologo Gianfranco Pasquino, presente alla prolusione di Napolitano di mercoledì scorso, ha riassunto in questo modo: “Il presidente ha preso le distanze da Renzi da un mese e mezzo, in maniera sottile ma evidente”.
Il riferimento temporale di Pasquino è ben preciso. Ossia l’inizio di novembre, quando Repubblica e Fatto danno conto della “stanchezza” di Napolitano e della decisione irrevocabile di andarsene nel primo mese del 2015.
Dalle colonne del quotidiano di Ezio Mauro, con il timbro di Stefano Folli, la scelta del capo dello Stato viene tratteggiata in senso minaccioso verso lo stesso Renzi.
Per due motivi. Il primo: “Piuttosto che sciogliere le Camere e darti le elezioni anticipato mi dimetto prima”.
Il secondo: “Me ne vado anche se tu mi hai chiesto e continui a chiedermi di rimanere fino alla primavera”.
Adesso, però, in questa fase, quel “banditore di smisurate speranze” contiene soprattutto la stizza di Napolitano per un’altra, cruciale partita. Quella della sua successione.
Ed è per questo che dal Colle non è giunta alcuna smentita sul destinatario di quell’affermazione. Anzi.
Ambienti del Quirinale precisano, in modo perfido, che più che un attacco si tratta di un invito a Renzi a salvarsi da se stesso e dall’improvvisazione che sembra guidare la sua azione di governo.
È la vicenda del metodo Quartapelle, dal nome della deputata trentenne del Pd che Renzi voleva incasellare alla Farnesina al posto della Mogherini.
Di qui l’ampio riferimento ai giovani senza un ben determinato retroterra, sempre nell’intervento ai Lincei.
Raccontano che Napolitano rimase letteralmente scioccato dalla proposta, una cosa mai vista nella sua lunga parabola istituzionale e politica e fu necessaria una trattativa di alcuni giorni per trovare un compromesso sul nome di Paolo Gentiloni, attuale ministro degli Esteri.
Ecco, il capo dello Stato è terrorizzato dal metodo Quartapelle applicato all’elezione del prossimo presidente della Repubblica, che Renzi vorrebbe “accomodante” per non farsi oscurare.
In pratica, la distanza di questo dicembre tra Napolitano e Renzi si misura sul futuro inquilino del Quirinale. Anche perchè le avvisaglie del tormentone dei nomi circolati va nella direzione temuta da Re Giorgio, quello del metodo Quartapelle.
Sia nella versione musical-architettonica (Riccardo Muti e Renzo Piano), sia in quella giovane, ritenuta debole e senza autorevolezza ( Roberta Pinotti e Raffaele Cantone). Al contrario, Napolitano vorrebbe pilotare la sua successione ma sa che il suo candidato prediletto, Giuliano Amato, piace a Silvio Berlusconi ma non a Renzi.     Come poi è emerso chiaramente dall’appuntamento di ieri a Torino tra Napolitano e il presidente della Repubblica tedesca, Joachim Gauck, la preoccupazione del Colle è quella di evitare “polemiche unilaterali e contrapposizioni paralizzanti” tra Roma e Berlino.
Anche in questo la critica a Renzi è fin troppo evidente. Non solo.
C’è una grave ragione che obbliga Napolitano, dal suo punto di vista, a seguire con attenzione la partita dei grandi elettori del capo dello Stato.
Il presidente della Repubblica, raccontano sempre, è consapevole di come il premier venga percepito dai maggiori attori della scena europea. E l’impressione ricavata, nonostante l’ego smisurato di Renzi, è del tutto negativa.
Ecco perchè un eventuale ticket Renzi-Pinotti, per fare un esempio, spaventa il Quirinale.
Con un premier percepito negativamente (e senza investitura elettorale) e un capo dello Stato non autorevole a chi si rivolgerebbero la Merkel e Draghi, per non dire Obama?
Sinora questo ruolo è stato sempre riconosciuto, a partire dal 2011, a Napolitano, lord protettore di ben due governi scelti da lui (Monti e Letta) e garante obtorto collo dell’ultimo.
E il metodo Quartapelle del banditore di smisurate speranze rischia di azzerare questo schema.

Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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INTERVISTA AL POLITOLOGO PASQUINO: “NAPOLITANO HA FALLITO”

Dicembre 11th, 2014 Riccardo Fucile

“AVREMO UNA SUCCESSIONE FARSA”

Ha appena ascoltato il discorso del presidente Giorgio Napolitano all’Accademia dei Lincei, Gianfranco Pasquino, politologo.
Lo ha ascoltato e riletto. “Conosco il presidente e l’uomo politico dal 1983, e anche questo discorso ha il limite di tutti i suoi discorsi, non va mai oltre l’approccio che storicizza e non lo sfiora mai l’autocritica, quella politica. Non affronta il tema di quello che i partiti producono, nè la cultura marxista dalla quale proviene”.
L’impressione è che abbia sparato nel mucchio.
Ci può anche stare, ma se ci si mette in gioco. E mi sarei aspettato autocritica anche sull’Europa, su quella grande utopia che è l’Europa. Ma non l’ha fatto.
Se l’è presa coi populisti. Ce l’aveva con Grillo?
Soprattutto con Grillo, ma il populismo non è solo quello. E non è solo Berlusconi. Populismo è quello di Salvini, lo è stato quello di Di Pietro e il tentativo di Ingroia, sono tutti esempi di populismo.
Anche su Renzi il presidente ha cambiato idea, da un po’ di tempo a questa parte. O è solo un’impressione ?
Ha cambiato atteggiamento nei confronti di Renzi. Atteggiamento e approccio, almeno da un mese e mezzo.
È Renzi il banditore di speranza in un passaggio del discorso?
Ce l’ha con Grillo, ma indirettamente anche con Renzi. Dal quale, ripeto, il presidente da un mese e mezzo ha preso le distanze. In maniera sottile, ma assai evidente.
Lei crede che Napolitano abbia fallito?
Ha vinto nell’accettare l’incarico, forse. Quando il Paese non aveva nè governo nè un presidente della Repubblica, ma non ha ottenuto quello che voleva. Se per fallimento si intende essersi affidati a persone mediocri, a un manipolo di ipocriti, sì, ha fallito.
Non lascia una situazione migliore: c’è un governo che senza i numeri di Forza Italia traballa e un presidente da eleggere un’altra volta senza nessuna idea.
Lui ha provato a imporre il suo candidato.
E chi sarebbe?
Giuliano Amato. Questo credo che sia una verità  incontrovertibile. Ma Amato non ha i numeri del Parlamento. E dunque non riuscirà  a incidere sulla successione come in un periodo si era illuso di poter fare.
Chi sarà  il prossimo presidente?
Non lo so. Non credo Amato. Vedo molta confusione, autocandidature, come quella di Pietro Grasso, che rivendica il suo essere seconda carica dello Stato, l’autocandidatura di Laura Boldrini e quella di Anna Finocchiaro, ma sono loro che giocano un’altra partita.
Difficile pensare a come possa finire.
Certo, se nel 2013 fu una tragedia, ho l’impressione che si vada verso una farsa. Proporre il nome di Riccardo Muti è una farsa. Non so come possa essere venuto in mente: il Paese ha bisogno di un politico, di un uomo delle istituzioni e che conosca la Costituzione, non di uno scienziato da esportazione.
Cosa si augura che faccia Napolitano, quando sarà  il momento, come ultimo atto?
Spero che non nomini nessun senatore a vita e che lui stesso rinunci alla carica, come invece gli spetterebbe. Questo spero che lo faccia, sarebbe un atto fondamentale. Non sarà  così. E non ci sarà  nessuno che, invece che giocare al toto nomi, tracci il profilo di un presidente del quale l’Italia avrebbe bisogno.

Emiliano Liuzzi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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