Novembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
IL CAPO DELLO STATO AVEVA POSTO 4 CONDIZIONI, MA GHEDINI DISSE NO
Giorgio Napolitano era davvero pronto a concedere la grazia a Silvio Berlusconi dopo la condanna per
frode fiscale dell’agosto del 2013.
La conferma arriva dall’allora segretario politico del Pdl e attuale ministro dell’Interno Angelino Alfano, intervistato da Bruno Vespa per il nuovo libro del giornalista, Italiani Voltagabbana.
Un brano del capitolo 11 è stato pubblicato dal Corriere della Sera e riguarda proprio i mesi di agosto e di settembre 2013, quelli che seguirono la condanna definitiva per il leader di quello che allora era ancora il Popolo delle Libertà e precedettero il voto del Senato che decretò la decadenza da senatore di Berlusconi.
Il provvedimento di grazia fu subito chiesto praticamente dall’intero centrodestra e il presidente della Repubblica rispose con una nota una decina di giorni dopo la sentenza definitiva della Cassazione: “Ad ogni domanda in tal senso — scrisse in una nota — tocca al presidente della Repubblica far corrispondere un esame obiettivo e rigoroso, sulla base dell’istruttoria condotta dal ministro della Giustizia, per verificare se emergano valutazioni e sussistano condizioni che senza toccare la sostanza e la legittimità della sentenza passata in giudicato, possono motivare un eventuale atto di clemenza individuale che incida sull’esecuzione della pena principale”.
Dopo quel comunicato i retroscena dei giornali sull’eventuale grazia, più o meno probabile, si moltiplicarono.
A Vespa Berlusconi dice che le condizioni per la concessione della grazia poste dal Quirinale erano due: le dimissioni da senatore prima del voto in Senato e la rinuncia all’attività politica.
Alfano esclude questo secondo aspetto, ma conferma il resto.
“Nel settembre 2013 — dice il ministro al conduttore di Porta a Porta — chiesi un appuntamento al presidente della Repubblica e gli preannunciai al telefono che volevo parlargli della grazia”.
L’incontro avvenne il 24 settembre, presente anche il segretario generale del Quirinale, Donato Marra. Alfano chiese innanzitutto la nomina a senatore a vita per Berlusconi. Per tre motivi, racconta: “E’ stato l’uomo più longevo alla guida del governo italiano, il più giovane cavaliere del lavoro e il presidente della società di calcio che ha vinto il maggior numero di titoli internazionali”.
E d’altronde, ricorda Alfano, l’articolo 59 della Costituzione parla di “meriti sociali” del candidato. Napolitano ascolta “con grande serietà ” e a quel punto “entriamo nel merito della grazia”.
Il presidente della Repubblica dice a Alfano quattro cose.
La prima, forse la principale: se Berlusconi si dimette prima del voto sulla decadenza al Senato, lui è pronto a concedere il provvedimento di clemenza.
Secondo: a quel punto il capo dello Stato sarebbe disponibile a riconsiderare un atto “unilaterale”, senza — cioè — aspettare un’eventuale richiesta da parte degli avvocati del Cavaliere.
Terzo: il presidente della Repubblica è pronto, racconta Alfano, a far uscire un comunicato con cui precisa che la condanna è per un solo lato della vita pubblica di Berlusconi (cioè l’esperienza imprenditoriale) che invece “va valutata nel suo complesso”.
Quarto e ultimo punto: è pronto a fare un appello per un provvedimento generale di amnistia e indulto (di appelli del genere il capo dello Stato ne ha fatti parecchi prima e dopo la condanna di Berlusconi).
“Ero entusiasta, ma Ghedini disse che quello che a me appariva un grande risultato in realtà era il nulla”
Alfano dice a Vespa che quel giorno uscì dal Palazzo del Quirinale “entusiasta”. Un’euforia spenta poco più tardi a Palazzo Grazioli, quando — dopo aver riferito tutto a Berlusconi — intervenne Niccolò Ghedini: il legale del Cavaliere “disse che di fatto la proposta di Napolitano equivaleva a far ritirare Berlusconi dalla politica e che quello che a me appariva un grande risultato in realtà era il nulla”.
Così l’allora segretario politico del Pdl restò “delusissimo”, provò a dire che Berlusconi sarebbe comunque decaduto con il voto parlamentare per effetto della legge Severino.
Ma neanche Gianni Letta intervenne. Il 27 novembre Berlusconi fu dichiarato decaduto dal presidente del Senato Piero Grasso.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 1st, 2014 Riccardo Fucile
TRATTATIVA STATO-MAFIA: IL RICATTO MAFIOSO AL GOVERNO CIAMPI VI FU…E DOPO FU REVOCATO IL 41-BIS A 334 MAFIOSI
Aveva ragione Napolitano a pretendere una rapida trascrizione della sua testimonianza sulla trattativa Stato-mafia.
Dalle sue parole testuali, infatti, la consapevolezza del ricatto mafioso sul 41-bis subito avuta non genericamente dallo Stato, ma specificamente dal governo Ciampi (con Mancino agli Interni e Conso alla Giustizia) emerge con una perentorietà che era sfuggita persino all’immediata percezione dei pm.
Dice il presidente: “La valutazione comune alle autorità istituzionali in generale e di governo in particolare fu che si trattava di nuovi sussulti di una strategia stragista dell’ala più aggressiva della mafia — si parlava allora in modo particolare dei corleonesi — e in realtà quegli attentati, che poi colpirono edifici di particolare valore religioso, artistico e così via, si susseguirono secondo una logica che apparve unica e incalzante, per mettere i pubblici poteri di fronte a degli aut aut: perchè questi aut aut potessero avere per sbocco una richiesta di alleggerimento delle misure soprattutto di custodia in carcere dei mafiosi o potessero avere per sbocco la destabilizzazione politico-istituzionale del Paese… Quindi c’era molta vigilanza, sensibilità e consapevolezza della gravità di questi fatti”.
Poi, a domanda del pm Di Matteo, precisa ancor meglio: “Ricatto o addirittura pressione a scopo destabilizzante di tutto il sistema… probabilmente presumendo che ci fossero reazioni di sbandamento delle autorità dello Stato… Lo ricordo benissimo. Poteva considerarsi un classico ingrediente di colpo di Stato anche del tipo verificatosi in altri paesi lontani dal nostro, questo tentativo di isolare diciamo il cervello operante delle forze dello Stato, blocchiamo il governo, il capo del governo, l’edificio in cui vengono prese le decisioni del governo, dopo di che possono rimanere senza guida le forze di polizia, le forze dell’ordine e questo certamente è ciò che aveva in modo particolare impressionato Ciampi e che l’aveva indotto a parlare di qualcosa che poteva essere assimilato a un tentativo o un vago progetto di colpo di Stato… Il fulcro della responsabilità era senz’alcun dubbio il governo e non a caso il black out l’avevano fatto i presunti eversori a Palazzo Chigi, non a Montecitorio nè a Palazzo Madama… Il bersaglio, e di conseguenza la sede delle decisioni da prendere era Palazzo Chigi, era il governo”.
Come se ciò non bastasse, il 10 agosto la Dia e l’11 settembre lo Sco avvertirono il governo, tramite Mancino, e il Parlamento, attraverso il presidente dell’Antimafia Violante, che “l’eventuale revoca, anche solo parziale dei decreti che dispongono il 41-bis potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalle bombe”; e che Cosa Nostra puntava a una “trattativa” per allentare il 41-bis.
Com’è possibile che il governo Ciampi, con tutto l’“allarme” e la “vigilanza”, non abbia deciso una linea comune per smentire le aspettative mafiose su “reazioni di sbandamento” e confermare i 41-bis, anzi abbia lasciato che Conso li revocasse a 334 mafiosi?
E come può Conso dire che fece “tutto da solo”?
E Mancino ripetere che lui, il ministro dell’Interno, non ne seppe nulla?
Napolitano racconta poi il progetto di attentato ai suoi danni svelato dal Sismi nell’agosto ’93: “Fui informato, senza vedere carte, senza sapere di note del Sismi o di chicchessia, che c’erano voci, erano state raccolte da confidenti notizie circa un possibile attentato alla mia persona o a quella del Senatore Spadolini… Avrebbe dovuto esserci prima un attentato stragista con il maggior numero possibile di vittime e a seguire si sarebbe dovuto colpire un rappresentante delle istituzioni politiche… Il 24 agosto io fui richiesto di un colloquio dal capo della Polizia, prefetto Parisi, il quale molto gentilmente mi informò che c’era questa notizia… Sono contento se questa informazione che effettivamente è del tutto nuova e personale possa essere di qualche interesse per la Corte e per le parti”.
Poi precisa: “Ebbi questa comunicazione dal capo nella Polizia e non avevo dubbi che la facesse… a nome del ministero dell’Interno… che in quel momento era Mancino, ma certamente sapeva benissimo… o aveva addirittura autorizzato lui Parisi a venire da me per parlarmene”.
E allora perchè Napolitano non ne aveva mai parlato prima, sapendo che su quel ricatto i pm di Palermo indagano da anni?
E perchè l’ha taciuto persino Mancino, che pure è stato sentito più volte dai pm nelle inchieste sulle stragi e la trattativa?
Silenzio di tomba, finchè i pm di Palermo, a metà ottobre del 2014, hanno scoperto la nota del Sismi in un fascicolo archiviato a Firenze.
La trascrizione rivela altri particolari finora sconosciuti.
Per esempio, non è completamente vero che Napolitano — come recita il comunicato ufficiale del Quirinale di martedì — non invochi mai le sue prerogative di riservatezza, di molto ampliate dalla sentenza della Consulta n.1/2013.
Anzi, le fa sapientemente balenare più volte, e se non oppone il segreto presidenziale a certe domande imbarazzanti è solo perchè provvede il presidente della Corte a dichiararle inammissibili, anticipandolo.
Per gli studiosi del costume, svettano poi come imperituri reperti d’epoca le genuflessioni e i salamelecchi da satrapia orientale di alcuni avvocati.
Basilio Milio dichiara fantozzianamente: “Il rispetto istituzionale del Presidente della Repubblica e della persona del Capo dello Stato induce la difesa del generale Mori e del generale Subranni a non porre alcuna domanda al Presidente”.
Sarebbe lesa maestà , forse vilipendio. Com’è umano, lei.
Il legale di De Donno, Antonio Romito, umilmente s’associa.
Nicoletta Piergentili, codifensore di Mancino, va anche oltre: “Le esprimo anzitutto la mia emozione nello svolgere il mio mandato qui davanti alla sua persona e a questi splendidi arazzi, Presidente”.
Manco li avesse dipinti lui. Slurp.
Infine c’è una bizzarra lezione di diritto del presidente della Repubblica all’avvocato Luca Cianferoni, legale di Riina.
Nel tentativo di giustificare le ingiustificabili pressioni sue e di D’Ambrosio per darla vinta a Mancino e scippare il processo ai pm di Palermo, Napolitano spiega che la loro unica preoccupazione era il “coordinamento” fra le Procure di Palermo e Caltanissetta.
E cita un precedente storico — quello della perquisizione dei pm di Salerno negli uffici giudiziari di Catanzaro sul caso De Magistris nel dicembre 2008 — che c’entra come i cavoli a merenda: “Vede, sui contrasti tra Autorità Giudiziarie il dottor D’Ambrosio interveniva con suoi consigli presso di me, perchè trovava, indipendentemente adesso dalle indagini portate avanti da più Procure sulle stragi e così via, anche in altra precedente occasione, su altra materia, ci si era trovati di fronte — io dico ci si era perchè come Presidente del Csm non potevo ignorare la cosa — a un contrasto aperto, non so se lei ricorderà i titoli dei giornali ‘guerra tra Procure’… con riferimento ai rapporti tra la Procura di Catanzaro, se ben ricordo, e la Procura di Salerno. E di fronte a questi contrasti, invocava appunto il principio del coordinamento”.
Peccato che la Procura di Salerno indagasse su magistrati della Procura di Catanzaro. Se ne deduce che, per il capo dello Stato, l’inquirente deve coordinarsi con l’indagato. Sarà mica la prossima riforma della giustizia?
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 29th, 2014 Riccardo Fucile
NAPOLITANO RICORDA LE CONSULTAZIONI CON SCALFARO E SPADOLINI SULLA PISTA CORLEONESE E IL MOVENTE DI ”AUT AUT” ALLE ISTITUZIONI… MA I SERVIZI DEPISTAVANO
Chissà che cosa scriverà , ora, chi aveva teorizzato che la testimonianza di Napolitano era inutile, superflua, un pretestuoso accanimento dei pm di Palermo a caccia di vendette per il conflitto di attribuzioni, un pretesto per “mascariare” il presidente della Repubblica agli occhi degli italiani e del mondo intero, per trascinarlo nel fango della trattativa Stato-mafia, per spettacolarizzare mediaticamente un processo già morto in partenza sul piano del diritto, naturalmente per violare le sue prerogative autoimmunitarie, e altre scemenze.
Quel che è accaduto ieri nella vecchia Sala Oscura del Quirinale è la smentita più plateale e, per certi versi, sorprendente di tutti gli inutili (quelli sì) fiumi d’inchiostro versati per un anno e mezzo da corazzieri, paggi e palafrenieri di complemento che, con l’aria di difendere Giorgio Napolitano, hanno guastato forse irrimediabilmente la sua immagine pubblica, spingendolo a trincerarsi dietro segreti immotivati, privilegi inesistenti, regole riscritte ad (suam) personam e spandendo tutt’intorno a lui una spessa e buia cortina fumogena che ha indotto molti cittadini a sospettare.
Quando ieri, finalmente, il capo dello Stato s’è trovato di fronte ai giudici e ai giurati della Corte d’Assise, ai quattro pm e ai legali degli imputati (mafiosi, carabinieri e politici) e delle parti civili, è stato lui stesso a dissipare — per quanto possibile — tutto quel fumo.
Facendo la cosa più normale: rispondere alle domande dicendo la verità , come ogni testimone che si rispetti.
E, finalmente libero dai cattivi consiglieri, ha preso atto che la ricerca della verità è il solo movente che anima i giudici e i pm di questo processo: nessuno vuole incastrare o screditare nessuno, tutti vogliono sapere cos’accadde fra il 1992 e il 1993, mentre Cosa Nostra attaccava il cuore dello Stato e pezzi dello Stato la aiutavano a ricattarlo, scendendo a patti e firmando cambiali in bianco. Insomma, ha detto la verità .
E così, consapevolmente o meno, ha fornito un assist insperato alla Procura di Palermo.
L’aut aut. Ripercorrendo i suoi ricordi e anche i suoi appunti di ex presidente della Camera, Napolitano ha fornito un contributo che forse nemmeno i magistrati si aspettavano così nitido e prezioso, confermando in pieno l’ipotesi accusatoria alla base del processo: che, cioè, i vertici dello Stato sapessero benissimo chi e perchè metteva le bombe.
Per porre le istituzioni dinanzi a quello che Napolitano ha definito un “aut aut”: o lo Stato allentava la pressione e la repressione antimafia, cominciando dall’alleggerimento del 41-bis, oppure si consegnava alla strategia destabilizzante di Cosa Nostra, che avrebbe seguitato ad alzare il tiro dello stragismo per rovesciare l’ordine costituzionale.
I fatti — all’epoca sconosciuti a Napolitano, ma persino al premier Carlo Azeglio Ciampi — ci dicono che fra il giugno e il novembre del 1993 quell’allentamento ci fu: prima — all’indomani della bomba in via Fauro a Roma e della strage in via dei Georgofili a Firenze — con la rimozione al vertice delle carceri del “duro” Nicolò Amato, rimpiazzato con il “molle” Adalberto Capriotti e col suo vice operativo Francesco Di Maggio; poi — in seguito all’eccidio di via Palestro a Milano e alle bombe alle basiliche romane di San Giorgio al Velabro e San Giovanni in Laterano (Giorgio come il presidente della Camera Napolitano, Giovanni come Spadolini presidente del Senato) — con la revoca del 41-bis a centinaia di mafiosi.
Il risultato, in simultanea con gli ultimi preparativi per la nascita di Forza Italia (da un’idea di Marcello Dell’Utri) e la discesa in campo di Silvio Berlusconi, fu la fine delle stragi.
O meglio, la loro sospensione sine die, per dare a chi aveva chiuso la trattativa il tempo e il modo di pagare le cambiali.
“Violenza o minaccia a corpo politico dello Stato”, cioè al governo, anzi ai governi italiani: questa è l’accusa formulata dalla Procura (e confermata dal Gup) agli imputati di mafia e di Stato.
Un’accusa che la lunga testimonianza di Napolitano sull’“aut aut” mafioso — tutt’altro che inutile, anzi fra le più utili fin qui raccolte — ha clamorosamente rafforzato.
La lettera.
Il contributo meno interessante Napolitano l’ha fornito a proposito di un passo della lettera di dimissioni che gli inviò il 18 giugno 2012 il suo consigliere giuridico Loris D’Ambrosio, nel pieno delle polemiche per le sue telefonate con Nicola Mancino: “Lei sa di ciò che ho scritto anche di recente su richiesta di Maria Falcone. E sa che, in quelle poche pagine, non ho esitato a fare cenno a episodi del periodo 1989-1993 che mi preoccupano e fanno riflettere…”.
Napolitano sostiene che D’Ambrosio non gli disse nulla, anche se riconosce che poi nel libro della Falcone quegli episodi non li raccontò. Ha trovato anche la lettera dattiloscritta che il consigliere inviò alla Falcone, ma assicura ai pm che il testo è identico a quello poi pubblicato. “… (episodi) che mi hanno portato a enucleare ipotesi — solo ipotesi — di cui ho detto anche ad altri…”.
Quell’“anche ad altri” fa pensare, per la seconda volta, che ne abbia parlato anche con Napolitano. Il quale però nega. “…quasi preso anche dal vivo timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”. Il presidente riconosce che si tratta di frasi “drammatiche”.
Perchè allora non ne chiese conto al suo collaboratore dopo averle lette?
La risposta è evasiva: quando, l’indomani, parlò con D’Ambrosio, lo fece soltanto per convincerlo a ritirare le dimissioni e non affrontò con lui il tema degli “indicibili accordi”.
Ora, visto che D’Ambrosio è morto e gli “altri” destinatari delle sue confidenze sono ignoti, il giallo rimane insoluto. Il 1992. Anche sul 1992 — quando inizia l’attacco ricattatorio di Cosa Nostra allo Stato dopo la sentenza della Cassazione sul maxiprocesso, con il delitto Lima, la strage di Capaci, l’inizio della trattativa del Ros con Vito Ciancimino (intermediario prima con Riina poi con Provenzano), la mattanza di via D’Amelio, l’accantonamento di Ciancimino e le trame di Provenzano per consegnare Riina ai carabinieri — Napolitano ha poco da dire.
Se non che ricorda bene come, alla Camera da lui presieduta, il decreto Scotti-Martelli sul 41-bis, varato il 6 giugno subito dopo Capaci, si arenò e occorse l’omicidio di Borsellino perchè il Parlamento lo convertisse in legge il 1° agosto.
E che, stranamente, il neopresidente dell’Antimafia Luciano Violante, suo compagno di partito, rivelò anche a lui che Ciancimino voleva esser convocato e sentito in commissione (cosa che Violante promise di fare, e poi misteriosamente non fece mai). Per la verità , a raccomandare don Vito per un incontro a tu per tu con Violante, era stato proprio il colonnello Mario Mori, ma questo il compagno Luciano non lo disse al compagno Giorgio. Perchè il presidente dell’Antimafia avvertì proprio il presidente della Camera di quella richiesta di Ciancimino? Napolitano non sa spiegarselo. Il 1993.
Dopo la cattura pilotata di Riina, Cosa Nostra si rifà sotto a suon di bombe per costringere lo Stato a piegarsi. Roma e Firenze a maggio. Poi Milano e di nuovo Roma nella notte fra il 27 e il 28 luglio.
Il presidente ricorda che subito, fin dal 29 luglio, “la Triade” Scalfaro-Spadolini-Napolitano, cioè i massimi vertici dello Stato che condividevano tutte le conoscenze (mutuate dall’intelligence e dalle forze investigative) su quel che stava accadendo, erano certi che anche quelle stragi avevano una matrice mafiosa (“corleonese”, specifica il presidente) e un movente ricattatorio, estorsivo.
Napolitano ricorda di averne parlato col presidente Scalfaro e forse, ma non lo ricorda con precisione, col premier Ciampi. Il quale, dopo il black out dei centralini di Palazzo Chigi nella notte delle bombe, dirà di aver temuto un colpo di Stato e tirerà in ballo la P2.
Non solo Cosa Nostra voleva ricattare lo Stato: ma i massimi esponenti dello Stato si sentivano sotto ricatto di Cosa Nostra.
Napolitano ricorda una imprecisata “pubblicistica” che già all’epoca avrebbe riferito di due correnti divergenti fra i corleonesi: l’ala guerrafondaia e un’ala più morbida (quella di Provenzano). In realtà nessuno allora scrisse mai nulla del genere: lo disse il ministro dell’Interno Mancino, nel dicembre ’92, poco prima della cattura di Riina, in un’incredibile intervista al Giornale di Sicilia. Poi si giustificò con i pm sostenendo di averlo saputo da Pino Arlacchi, consulente della Dia.
Ma l’allora capo della Dia, Gianni De Gennaro, ha smentito: in quei mesi riiniani e provenzaniani risultavano una cosa sola, anzi si pensava che Provenzano fosse addirittura morto.
Solo chi trattava con Ciancimino, e dunque con Provenzano, sapeva che quest’ultimo era vivo e si era smarcato dall’ala stragista. Ma su questi fatti Napolitano non ha nulla di utile da riferire.
Tutti sapevano.
In una nota del Sismi appena scoperta e depositata dai pm, datata 29 luglio ’93 (il giorno dopo le stragi di Milano e Roma), si legge: “Tra il 16 ed il 20 agosto ci sarà un attentato che non sarà portato a monumenti o a teatri, ma a persone. A livello grosso. Una strage. Poi si faranno ad uno grosso (inteso in senso di personalità politica). Spadolini e Napolitano, uno vale l’altro.
Gli autori sono sempre i soliti: quelli là (riferito ai corleonesi?) d’accordo coi grossi (riferito ai politici) e coi massoni”. Parole che fanno scopa con quelle pronunciate ieri da Napolitano, che fra l’altro ha ricordato il rafforzamento delle misure di sicurezza sulla sua persona proprio in quei giorni.
Perchè è così importante, per la pubblica accusa, la testimonianza del presidente sulla matrice corleonese e sulla finalità ricattatoria delle stragi dell’estate ’93 come consapevolezza comune e unitaria fin da subito presso i massimi vertici dello Stato? 1) Perchè, della “triade”, Napolitano è l’unico superstite: Scalfaro e Spadolini sono morti, e così l’allora capo della Polizia Vincenzo Parisi, uomo-chiave di quella stagione, anche per il suo filo diretto con Scalfaro.
2) Perchè nessun altro uomo delle istituzioni di allora è mai stato così chiaro ed esplicito sul livello di consapevolezza dei rappresentanti dello Stato sul significato dell’offensiva stragista di Cosa Nostra: una lunga sfilza di politici smemorati e/o reticenti.
3) Perchè, se già il 29 luglio ’93 si sapeva che le bombe in via Palestro e contro le basiliche erano roba di mafia per piegare lo Stato, non si comprende quel che accadde subito dopo. Piste e depistaggi. Il 6 agosto ’93, attorno a un tavolo del Cesis (il comitato che coordinava i servizi segreti militare e civile), si riunirono i capi dell’intelligence, ma anche il capo della Polizia Parisi, il capo della Dia De Gennaro, il vicecomandante del Ros Mori e il vicecapo e uomo forte del Dap Francesco Di Maggio.
E se ne uscirono con una fumosa relazione, sulle bombe della settimana precedente, piena di piste fasulle al limite del depistaggio: oltre all’eventuale matrice mafiosa, ipotizzarono quella del terrorismo serbo, o palestinese, o del narcotraffico internazionale.
Del resto, se gli apparati e i servizi avessero davvero avuto dubbi sulla pista mafiosa per strappare allo Stato un cedimento sul 41-bis, cioè sul trattamento dei boss detenuti, perchè mai invitare a quel tavolo un estraneo come il vicecapo delle carceri Di Maggio?
Fin da giugno, il suo superiore Capriotti aveva scritto al ministro Conso sollecitando un taglio lineare dei 41-bis per “dare un segnale di distensione nelle carceri”. E proprio per accelerarlo Cosa Nostra aveva seminato morte e terrore in quella primavera-estate.
Infatti appena quattro giorno dopo il vertice al Cesis, il 10 agosto, De Gennaro firmò un rapporto della Dia, destinato a Mancino e a Violante, che metteva nero su bianco la pista mafioso-trattativista delle bombe e invitava il governo a non cedere sul 41-bis: “È chiaro che l’eventuale revoca anche solo parziale… del 41-bis potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato intimidito dalla stagione delle bombe”.
Un modo per smarcarsi dal fumoso e depistante rapporto del Cesis, che pure lo stesso De Gennaro aveva siglato? Un mese dopo, 11 settembre, lo Sco della Polizia, guidato da Antonio Manganelli, fu ancora più esplicito, usando per la prima volta il termine “trattativa” in una nota inviata all’Antimafia di Violante: “Obiettivo della strategia delle bombe sarebbe quello di giungere a una sorta di trattativa con loStato per la soluzione dei principali problemi che affliggono l’organizzazione: il ‘carcerario’ e il ‘pentitismo’… Creare panico, intimidire, destabilizzare, indebolire lo Stato, per creare i presupposti di una ‘trattativa’, per la cui conduzione potrebbero essere utilizzati da Cosa Nostra anche canali istituzionali”.
Più chiaro di così…
Lo sbraco.
Anche questo allarme, come i precedenti, viene ignorato sia da Mancino sia da Violante. E il 5 novembre il ministro Conso non rinnova il 41-bis in scadenza a 334 mafiosi detenuti, contro il parere negativo della Procura di Palermo.
Ma in ossequio alla sollecitazione che gli veniva dal nuovo capo del Dap fin da giugno. Per negare l’evidente cedimento al ricatto mafioso, Conso s’è trincerato dietro il rapporto del Cesis che ipotizzava matrici diverse da quella di Cosa Nostra per le stragi dell’estate.
Ma, oltre ai rapporti Dia e Sco, a smentirlo ora c’è anche la parola di Napolitano: i vertici dello Stato sapevano fin da subito che era stata Cosa Nostra per ricattarlo.
E lo Stato sbracò.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 29th, 2014 Riccardo Fucile
TRE ORE E MEZZA DI TESTIMONIANZA SU TUTTE E 40 LE DOMANDE DEI MAGISTRATI, PIÙ QUELLE DEI LEGALI. E LA CONFERMA DELL’IPOTESI ACCUSATORIA SULLO STATO RICATTATO DAI CORLEONESI
Lo Stato sapeva di essere sottoposto a un ricatto da parte di Totò Riina nel 1993. 
Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano lo ha raccontato ieri ai magistrati di Palermo saliti a Roma tra mille polemiche appositamente per sentirlo al Quirinale.
Erano due i principali filoni sui quali i pm si attendevano risposte dalla testimonianza del Capo dello Stato: la lettera di dimissioni del 18 giugno 2012 di Loris D’Ambrosio, nella quale il consigliere giuridico del Colle scriveva a Napolitano “Lei sa che di ciò ho scritto anche di recente su richiesta di Maria Falcone (nella prefazione di un libro, Ndr). E sa che, in quelle poche pagine, non ho esitato a fare cenno a episodi del periodo 1989- 1993 che mi preoccupano e fanno riflettere; che mi hanno portato a enucleare ipotesi — solo ipotesi- di cui ho detto anche ad altri, quasi preso anche dal vivo timore di essere stato allora considerato solo un ingenuo e utile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi”.
Il secondo tema all’ordine del giorno era la consapevolezza da parte di Napolitano nel 1992-1993 della strategia di Cosa Nostra: fare la guerra per poi fare la pace grazie a una trattativa intavolata al fine di ottenere benefici per i mafiosi.
Sul primo punto sostanzialmente l’accusa ieri ha fatto un buco nell’acqua dando ragione allo stesso Napolitano che aveva scritto una lettera nel novembre del 2013 al Presidente della Corte di Assise di Palermo Salvatore Montalto per evitare la convocazione perchè il presidente non aveva mai ricevuto nessun ‘ragguaglio o specificazione da Loris D’ambrosio’ dopo la lettera del 18 giugno 2012 e prima della sua morte il 26 luglio dello stesso anno.
Ben diverso invece l’apporto dato ieri, almeno secondo il giudizio dato dai magistrati palermitani, sul secondo versante: Napolitano ha offerto una descrizione inedita di come ha vissuto, nella sua veste di presidente della Camera, il periodo in cui — secondo l’accusa — si sarebbe svolta la trattativa a suon di bombe tra i corleonesi e le istituzioni.
Le auto blindate dei magistrati di Palermo varcano l’ingresso laterale del palazzo del Quirinale su via XX settembre alle 9 e 40 del mattino. Il Procuratore aggiunto Vittorio Teresi, i pm Nino Di Matteo, Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, hanno preparato un elenco di una quarantina di domande da porre al Presidente della Repubblica.
Tutte saranno ammesse dalla Corte tranne una, quella più delicata sulle ragioni della cancellazione del regime di isolamento del 41 bis a favore di 330 mafiosi nel novembre 1993, dopo le bombe di Cosa Nostra.
L’opposizione della Corte alla domanda dei pm è stata motivata con l’estraneità al tema probatorio.
Anche se altre domande sarebbero potute cadere sotto la stessa mannaia e invece sono state ammesse.
Nella sala del Bronzino ci sono una quarantina di persone, i giudici, due togati e i popolari, la cancelliera, cinque pm — presente anche il Procuratore capo di Palermo Leonardo Agueci. Alle dieci e 5 minuti si inizia.
Giorgio Napolitano si siede a sinistra dietro lo studiolo, davanti alla Corte ci sono gli avvocati. Il procuratore Agueci fa un breve discorso introduttivo per ricordare il rispetto per l’istituzione che ha di fronte ma anche per la verità che i magistrati stanno cercando. Il vero e proprio esame ha inizio con il procuratore aggiunto Teresi che chiede al testimone di precisare i suoi incarichi istituzionali. “Presidente della Repubblica”.
Si inizia a parlare di Loris D’Ambrosio. Non esiste ancora un verbale ma è possibile ricostruire il senso delle risposte grazie al resoconto orale degli avvocati.
Il Capo dello Stato è prodigo di ricordi e di attestati di stima verso D’Ambrosio: “Me lo presentò il professor Giovanni Maria Flick ed era una persona libera da schemi e di grande cultura. Con lui — dice Napolitano — c’era un rapporto di stima ma non di natura personale. Parlavamo solo di lavoro”.
Il procuratore Teresi legge alcuni passi della lettera di D’Ambrosio e della sua prefazione al libro di Maria Falcone ma Napolitano spiega che: “D’Ambrosio era sconvolto per la campagna mediatica nei suoi confronti. Ma mai mi parlò del suo timore di essere considerato scriba di indicibili accordi”.
Napolitano ribadisce quanto anticipato nella lettera alla Corte un anno fa: “Nessuna discussione sul passato con D’Ambrosio. Era una regola non scritta. Dovevamo lavorare giorno per giorno e guardare al futuro e non al passato. Gli indicibili accordi pertanto rimangono tre righe alle quali è difficile o impossibile dare un’interpretazione. Aggiungo che alcune espressioni di quella lettera — prosegue Napolitano — sono frutto di uno stato di tensione prodotto dal suo tormento e dal suo travaglio nel momento in cui escono le telefonate con Mancino che lo pongono in una luce di ambiguità ”.
Napolitano risponde di buon grado a tutte le domande anche se spesso ricorda che il contrasto alla criminalità non rientrava nella sua competenza diretta.
Poi prende la parola il pm Antonino Di Matteo e chiede a Napolitano se fosse a conoscenza della proposta di audizione dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino in Commissione Antimafia esaminata dal presidente di allora della commissione, Luciano Violante, su sollecitazione del generale Mario Mori.
Napolitano racconta una circostanza inedita: Violante allora gli disse che Vito Ciancimino aveva chiesto di essere sentito dalla Commissione Antimafia anche se gli espresse un giudizio sfavorevole e poi la cosa non si fece.
Violante non disse a Napolitano però che la sollecitazione era giunta dall’allora colonnello del Ros dei Carabinieri Mario Mori, ora imputato per il reato di minaccia o violenza a corpo dello Stato.
A sorpresa il punto più importante per l’accusa arriva quando si arriva a parlare della valutazione delle stragi del 1993.
All’indomani degli attentati del 27 luglio del 1993 a Roma e a Milano “fu subito chiaro — dice il presidente Giorgio Napolitano — che erano sussulti dell’ala stragista della mafia dei corleonesi”. Per Napolitano quella strategia era chiaro che fosse “finalizzata a dare un aut aut ai pubblici poteri o a fare pressioni di tipo destabilizzante”.
Secondo l’allora presidente della Camera “l’allarme non venne sottovalutato anche perchè oltre agli attentati ci fu il black out a Palazzo Chigi e ricordo che il presidente Ciampi disse di avere temuto un colpo di Stato”.
Il pm Antonino Di Matteo è soddisfatto della risposta di Napolitano anche perchè la Procura ha da poco scovato alcuni documenti dell’epoca che sembrano disegnare uno scenario diverso.
Il 6 agosto il Cesis, il Comitato esecutivo per i Servizi di Sicurezza che coordina i servizi segreti e che ora è stato sostituito dal Dis, redige una nota al termine di una riunione alla quale partecipano le massime autorità , compreso il capo della DIA Gianni De Gennaro, nella quale si avanzano altre piste oltre a quella mafiosa.
Dai narcotrafficanti ai terroristi separatisti. Solo quattro giorni dopo, il 10 agosto 1993, Gianni De Gennaro sente l’esigenza di stilare una nota che indica il movente e gli autori giusti delle stragi.
Quando il pm Di Matteo chiede a Giorgio Napolitano cosa sapesse di quel documento della Dia, il Capo dello Stato replica: “Ci stiamo allontanando di molti chilometri dall’alveo originario della mia testimonianza e si presume che io abbia una memoria da fare invidia a Pico della Mirandola. Non ricordo la nota DIA a firma del dottore De Gennaro”.
Poi si passa all’allarme del SISMI su un attentato in preparazione ai danni di Napolitano stesso e del presidente del Senato Spadolini.
“Si ne fui informato dal capo della Polizia Parisi ”, spiega Napolitano prima di svalutare un po’ l’allarme: “quell’anno partiiper andare in vacanza a Stromboli e il 23 agosto 1993 Parisi mi riferì di questi allarmi ma mi disse: ‘i servizi consigliano cautela’ ma l’attendibilità della fonte era tale che non chiese di annullare il viaggio. L’allarme si tradusse solo nella precauzione di inviare qualche agente dei NOCS in più. Quando tornai da Parigi non ebbi ulteriori misure di sicurezza”.
Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 28th, 2014 Riccardo Fucile
OGGI NAPOLITANO DEPONE, ESCLUSI I GIORNALISTI… NESSUN FILMATO, L’AUDIO LO REGISTRERà€ IL COLLE
Si conosce solo l’orario d’inizio. Le dieci di stamattina, nella sala del Bronzino nota anche come “sala
oscura”, perchè non ha finestre sul mondo esterno.
Poi tutto quello che accadrà al piano nobile del Quirinale sarà ignoto, in una sorta di blackout di stampo nordcoreano.
Persino la disposizione di persone, una quarantina, tavoli e poltrone non è ammesso sapere.
Giorgio Napolitano testimonierà al “buio” sulla trattativa tra Stato e mafia. Fino all’ultimo si sono moltiplicati gli appelli per dare trasparenza all’esame davanti alla Corte d’Appello di Palermo, in trasferta eccezionale a Roma.
Il più autorevole ieri sul Corriere della Sera, a firma del quirinalista di via Solferino, Marzio Breda. Sembrava così che in giornata si fosse aperto uno spiraglio, ma alle sei di sera dagli uffici del consigliere per la stampa e per la comunicazione la risposta è stata laconica: “Non sono ammessi giornalisti”.
Stop. Il grande nemico: le telecamere
Al di là della rabbia e del fastidio con cui Re Giorgio ha seguito e subìto la drammatica escalation della sua testimonianza di oggi, a blindare come un’aula cieca e sorda la sala oscura del Quirinale è stata la grande paura dello staff di Napolitano. Quella riguardante la “tenuta psicofisica” del capo dello Stato.
Un timore nato esattamente un mese fa, quando al Colle fu recapitata l’ordinanza della Corte per l’esame. Quello stesso giorno a Palermo fu sentito, sempre nel processo sulla trattativa, Ciriaco De Mita e Napolitano rimase colpito dal “modo sprezzante” in cui, a suo giudizio, sarebbe stato trattato l’ex premier ed ex leader della Dc.
Da quel momento in poi, al Quirinale hanno avuto una sola priorità : preservare il Re dalle telecamere per evitare anche “eventuali manipolazioni o strumentalizzazioni” di singole immagini, che magari possono essere isolate e dare l’impressione di un Napolitano in difficoltà .
È il rischio che ieri sul Corsera, Breda ha chiamato “spettacolarizzazione” del processo.
Il presidente impegnato a studiare le carte
Ma a far pendere per la blindatura dell’udienza di oggi nella sala del Bronzino è stata la “condizione di stanchezza” del capo dello Stato (che nonostante tutto, in ogni caso, non sarebbe più intenzionato a dimettersi a gennaio).
Ed è per questo che dallo staff del Quirinale trapela la speranza che l’esame di oggi non sia estenuante e possa concludersi nell’arco di mezza giornata, a fine mattinata. Al contrario, un allungamento fino al pomeriggio potrebbe far tendere i nervi ancora di più a Napolitano.
Il quale oggi si presenterà nel suo consueto stile: gelido e pignolo. Ieri ha trascorso parecchie ore nel suo studio a studiare e rileggere le “carte”, a partire dalla questione centrale delle telefonate di Nicola Mancino, in cerca di sponde per evitare il processo, e dalla famosa lettera del suo consigliere giuridico poi morto per infarto, Loris D’Ambrosio.
Il piano del presidente, messo a punto con i suoi consiglieri, è quello di ripetere le risposte già mandate per iscritto e comunque di “uscirne bene dopo il calvario di questi mesi”.
L’amico Macaluso: ”Bisognava evitare”
In particolare, in questa vigilia descritta come “relativamente tranquilla”, l’attenzione del capo dello Stato si è concentrata soprattutto su “un’enorme mole di carte” che riguarda il biennio 1992-1993 e le conseguenti domande dei magistrati sull’allarme attentati diramato dai servizi segreti.
All’epoca, Napolitano era presidente della Camera e in questi giorni ha cercato di fare “mente locale” su episodi e dettagli di quell’anno e che possono essere al centro di questa parte dell’esame.
Ieri all’agenzia LaPresse, Emanuele Macaluso, uno degli amici più fidati del capo dello Stato, ha mostrato uno stato d’animo decisamente preoccupato: “Questa cosa andava evitata. Sarebbe stato meglio che non fosse stato chiamato a testimoniare”. Alla fine il grande giorno della testimonianza di Napolitano è arrivato.
Nel buio mediatico, in una sala oscura al piano nobile del Quirinale.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 28th, 2014 Riccardo Fucile
LA TESTIMONIANZA DI NAPOLITANO CON L’ESCLUSIONE DEI GIORNALISTI
L’altro giorno anche i giornali italiani hanno celebrato Ben Bradlee, il leggendario direttore del Washington Post scomparso a 93 anni che era entrato nella storia del giornalismo e della politica pubblicando i Pentagon Papers sulla sporca guerra in Vietnam e poi l’inchiesta di Bernstein & Woodward che scoperchiò lo scandalo Watergate e abbattè il presidente Nixon, sempre in barba alla ragion di Stato e in nome della ragion di cronaca.
Sono gli stessi giornali che da due anni tacciono su uno scandalo che fa impallidire il Watergate e riguarda non la Casa Bianca, ma il Quirinale a proposito della trattativa fra lo Stato e la mafia.
Hanno nascosto il ruolo di Giorgio Napolitano nelle manovre del consigliere D’Ambrosio per sottrarre l’inchiesta alla Procura di Palermo.
Hanno ribaltato la verità , trasformando i pm da vittime in aggressori del Colle.
Hanno chiesto a gran voce la distruzione delle telefonate Napolitano-Mancino, onde evitare il rischio di inciampare in una notizia e di doverla pubblicare.
Hanno sorvolato sulla vergogna di uno Stato che, tramite i suoi massimi rappresentanti, non ha mai solidarizzato con i pm condannati a morte da Riina, depistati e minacciati con pizzini e strane visite in case e uffici da uomini di servizi e apparati (deviati, si fa per dire).
Si sono arrampicati sugli specchi per sostenere l’insostenibile esclusione degli imputati dall’udienza al Quirinale per la testimonianza di Napolitano dinanzi alla Corte d’Assise, ai pm e ai legali degli imputati.
E ora non dicono una parola sull’ultima vergogna: il divieto di accesso e di ascolto in quell’udienza imposto dal Quirinale alla stampa (cioè ai cittadini).
Solo il Corriere e solo ieri è intervenuto per chiedere che i giornalisti possano assistere alla scena, mai accaduta prima, di un capo dello Stato italiano sentito come teste in un processo di mafia.
Una richiesta di trasparenza condivisibile, ma supportata da motivazioni assurde: “conviene alla massima istituzione del Paese” per evitare “interpretazioni strumentali, illazioni fuorvianti, inquinamenti della realtà , suggeriti da una campagna culminata nella morte per infarto di D’Ambrosio e in una sfida tra poteri… in grado di ledere il prestigio e l’autorevolezza del supremo organo costituzionale”.
Cioè: la stampa dev’essere presente non per informare i cittadini di ciò che dirà o non dirà il Presidente sulla pagina più nera della storia recente, ma per salvargli la faccia dalla “spettacolarizzazione del processo” (che peraltro, per legge, sarebbe pubblico), da “letture manipolate e virali” dei “professionisti della controinformazione a caccia di scandali, a costo di inventarli”.
Come se ci fosse bisogno di inventarli, gli scandali.
Come se la stampa più serva del mondo (in fondo alle classifiche della libertà d’informazione) si divertisse a mettere in cattiva luce il Presidente (ma quando mai). Come se il compito dei giornali fosse di surrogare l’ufficio stampa del Colle.
Naturalmente il Corriere ce l’ha col Fatto, che ha il brutto vizio di scrivere quello che gli altri occultano e financo “accostare la testimonianza del presidente perfino al caso Clinton-Lewinsky”.
Già : il paragone è azzardato. Infatti Clinton doveva rispondere dei suoi rapporti orali con una stagista, non degli “indicibili accordi” fra Stato e mafia (orali e scritti in un papello) che il suo consigliere afferma di aver confidato a Napolitano.
Il video dell’interrogatorio di Clinton dinanzi al procuratore Starr fece il giro del mondo, su tutte le tv e i siti Internet, e qualche miliardo di persone potè farsi un’idea della sincerità del presidente Usa da ogni smorfia e piega del suo volto.
Invece la deposizione di Napolitano non la vedrà nessuno, perchè non sarà neppure filmata.
Far notare questo sconcio, per il Corriere, è roba da “quarto potere che gioca sul vittimismo” e “deraglia dalle regole base della deontologia”.
Chissà come avrebbe reagito il vecchio Ben Bradlee se i nostri maestrini di deontologia gli avessero spiegato il giornalismo come manutenzione al monumento equestre di un presidente.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 25th, 2014 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE È CONVINTO DI ESSERE FONDAMENTALE NELLA GESTIONE DEI RAPPORTI INTERNAZIONALI… SOLTANTO L’ALTRO GIORNO HA DOVUTO SEDARE LA RABBIA DI BARROSO
Giorgio Napolitano non medita più di dimettersi tra dicembre e gennaio.
Lo sentiva, lo sapeva, ma lo ha capito ancora una volta quando ha dovuto riprendere in mano il telefono per chiamare Josè Manuel Barroso, presidente della Commissione europea e placare la sua furia sui conti pubblici italiani.
Nonostante il protagonismo irruente di Matteo Renzi, nonostante la sua personale stanchezza, nonostante l’esasperazione sempre più evidente per l’inconcludenza di molti attori della politica, Giorgio Napolitano sente ancora “il dovere di restare”, come riferisce chi è abituato a frequentare il Quirinale.
Ed è questa la principale notizia della settimana, al di là di Leopolde e piazze, e che è destinata a ridisegnare gli scenari politici tracciati sin dall’estate.
Cioè: dimissioni di Napolitano con il nuovo anno ed elezione del suo successore da parte di questo Parlamento.
A quel punto il nuovo capo dello Stato espressione del patto del Nazareno tra Matteo Renzi e Silvio Berlusconi avrebbe anche potuto sciogliere le Camere. Adesso, invece, questo piano salta.
Ecco, quindi, come va interpretata e tradotta quella frase messa come una pietra nel mezzo del discorso ai Cavalieri del lavoro, giovedì scorso al Quirinale: “Occorre varare, con passo celere e determinazione, cambiamenti essenziali. In questo senso continuerò a svolgere il mio ruolo di garante dell’unità nazionale, di tutore di regole che siano realmente tali e non paraventi tesi a difendere l’esistente. Continuerò a operare in questo senso nei limiti delle mie forze”.
Un passaggio in cui il verbo “continuare” è ripetuto due volte e prevale sui “limiti delle mie forze”.
Le telefonate di Draghi e il “ruolo fondamentale”
È stata la spola fatta dalla legge di Stabilità tra Palazzo Chigi, la Ragioneria generale dello Stato, Bruxelles e il Quirinale che ha consolidato nel capo dello Stato l’idea che il suo ruolo è ancora centrale.
Mario Draghi, quando vuole lumi, chiama lui. Di più: il credito che gli viene attribuito dalle cancellerie occidentali e dai vertici dell’Unione europea lo ha convinto che il suo ruolo è addirittura “fondamentale” in un momento di persistente crisi, economica e istituzionale.
La decisione estiva di andarsene a gennaio
La scelta di Re Giorgio maturata in questi giorni non è però stata facile. Perchè le telefonate di Barroso e Draghi non sono un elisir che ringiovanisce.
L’età (90 anni il prossimo 29 giugno 2015) e soprattutto la stanchezza restano. Appena tre mesi fa a luglio, Napolitano, parlando ai cronisti parlamentari per la cerimonia del Ventaglio accentuò proprio quest’aspetto: “Noto, d’altro lato, che si tende a omettere l’altra riserva da me più volte richiamata, quella relativa alla sostenibilità , dal punto di vista delle mie forze, di un pesante carico di doveri e funzioni. E quest’ultima è una valutazione che appartiene solo a me stesso, sulla base di dati obiettivi che hanno a che vedere con la mia età , a voi suppongo ben nota”.
Chi lo conosce bene spiega infatti che il capo dello Stato avverte “il peso dell’impegno preso” sin da quando ha accettato il bis del mandato, un anno e mezzo fa. Disse di sì, assicurano gli amici, dando un dispiacere alla moglie che sperava finalmente in una vita più tranquilla, solo perchè i partiti si impegnarono a fare le riforme. Lo giurarono e spergiurarono. Durante l’estate, dunque, al Quirinale si era anche ragionato sui tempi e a qualcuno non dispiaceva l’idea di un addio durante il messaggio di Capodanno, se ne erano valutati i pro e i contro.
I timori: “Se domani non mi dovessi alzare? ”
Tutte queste ipotesi sono state al momento archiviate. Non facilmente. I suoi amici si sono divisi. Da un lato chi ha sostenuto, in modo pessimista, che anche questo “sacrificio” rischia di essere inutile.
E lo stesso presidente, ragionando, si sarebbe lasciato scappare una frase drammatica: “Cosa succederebbe se domani mattina non mi dovessi svegliare? ”.
Dall’altro, invece, i fautori della “responsabilità ”. Napolitano, alla fine, ha abbracciato questa linea. “Lasciare senza aver firmato nè la nuova legge elettorale nè la nuova Costituzione e con i conti in disordine, per lui a questo punto sarebbe una sconfitta” rivela chi gli ha parlato di recente.
Il presidente vorrebbe riuscire a mettere il suo autografo almeno sotto la nuova legge elettorale. Vede il traguardo a un passo, perchè l’Italicum poteva vedere la luce entro l’inverno, ma ogni volta si ricomincia daccapo.
Ora di nuovo modifiche, balletti sui diversi modelli, aperture e chiusure. Un teatrino che sfinisce la pazienza di Napolitano e gli fa sembrare una chimera le dimissioni a compito concluso.
Ma l’idea di lasciare senza una nuova legge elettorale, con un Senato che elegge il suo successore per l’ultima volta e un governo che chissà quanto dura gli appare sempre più come una prospettiva destabilizzante.
Le urne saranno ancora il piano B di Renzi?
Fabrizio d’Esposito e Chiara Regini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
ORMAI EVIDENTE L’ASSE NAPOLITANO-RENZI PER “RIAFFERMARE IL PRIMATO DELLA POLITICA” CONTRO OGNI CONTROLLO
«In gioco c’è l’autonomia e il primato della politica. E Napolitano è d’accordo con me». Matteo Renzi da
New York coglie al volo il pressing del Quirinale per la riforma della giustizia.
Lo scontro con le toghe ormai è a 360 gradi. Del resto la convocazione del presidente della Repubblica come testimone nel processo Stato-Mafia, ha più che indispettito l’inquilino del Colle.
Anche il premier è preoccupato ma ora sa di poter contare sul capo dello Stato anche su questo versante.
Pure l’umore delle toghe è plumbeo. ma per il motivo opposto.
L’asse Napolitano-Renzi, mai evidente come ieri in tutta la sua forza, li consegna a una riforma scritta dal governo che il Quirinale condivide e sollecita.
«Napolitano — è il ragionamento del capo del governo — ha difeso la nostra linea, è evidente che ci sta dando una grande mano in un momento complicato. Noi dobbiamo andare avanti decisi, senza più esitazioni».
Orlando, al Quirinale, si apparta con il capo dello Stato. Parlano della riforma della giustizia. Il presidente la caldeggia. Dicono che gli abbia detto: «Bisogna recuperare i tempi morti».
Di certo Napolitano è infastidito per come il tribunale di Palermo ha voluto inserirlo nell’inchiesta.
Per la prima volta un capo dello Stato è chiamato a deporre. Pur avendo detto chiaro, e per iscritto, che non ha nulla da dire. Non esistono precedenti. Cossiga e Scalfaro avevano rifiutato di deporre in un processo. Per la prima volta nella storia del Quirinale. Quando, allora, la notizia della decisione dei giudici siciliani arriva cambia il corso della giornata.
La coincidenza è fatale.
Poteva essere un giorno di festa per la magistratura sul Colle. È diventato quello dei musi lunghi. Per la seconda volta in pochi giorni, dopo l’altolà di Renzi in Parlamento sugli avvisi di garanzia «citofonati o inviati a mezzo stampa», è un giorno che cambia definitivamente la storia dei rapporti tra il Pd e le toghe.
“Colpa” di Palermo, ovviamente.
Tant’è che quando proprio il magistrato che ha mandato a processo l’inchiesta Stato-mafia, il gip Piergiorgio Morosini, divenuto nel frattempo togato del Csm per Magistratura democratica, si avvicina per giurare nelle mani del capo dello Stato, in platea corre più di un brivido.
Il presidente lo guarda gelido, tutto dura un attimo. Morosini torna al suo posto.
Ma risuonano le parole durissime di Napolitano sui magistrati, una «casta chiusa», protagonisti di una giustizia «lenta e caotica», dal «funzionamento insoddisfacente », toghe divise in correnti, perse «in estenuanti e impropri negoziati alla ricerca di compromessi e malsani bilanciamenti».
Non è Renzi che parla, ma è Napolitano. Eppure le sue parole sembrano proprio quelle del presidente del Consiglio.
Ormai è noto che il feeling Pd-magistratura è un lontano ricordo. Il discorso di Napolitano lo certifica.
A palazzo Chigi annuiscono soddisfatti, perchè la sintonia col presidente è ormai consolidata. Dice Renzi: «L’autonomia e il primato della politica, non solo sui problemi della giustizia: questa è la partita più importante che stiamo giocando. Non possiamo perderla. È importante che un uomo con la storia di Napolitano sia dalla nostra parte».
Certo, non solo sulla giustizia, ma anche sullo scontro per l’articolo 18 e la riforma del lavoro, nonchè sulle riforme costituzionali e sulla la legge elettorale, il Quirinale ha fatto asse con Renzi.
«Perchè se ne vuole andare presto» dice più di un maligno.
Nel Pd piace pensare invece che ci sia una visione sintonica della politica, delle necessità urgenti del Paese, delle riforme da fare.
Ecco cosa si può strappare al vice segretario del Pd Lorenzo Guerini: «L’invito ad accelerare sulle riforme significa che Napolitano condivide l’obiettivo di un cambiamento strutturale del Paese».
«Purtroppo saremo noi a farne le spese per primi» commentano i magistrati basiti sulle mailing list.
Intendiamoci, Napolitano era stato duro anche altre volte. Ma adesso la sua determinazione è estrema. Nel suo staff giurano che il discorso per il Csm era già pronto quando il presidente ha appreso di essere stato convocato come teste. «Nessun cambiamento » assicurano. Ma questo, anzichè attenuare l’effetto delle sue parole, lo centuplica.
Perchè Napolitano, con assoluta evidenza, sta nettamente dalla parte della riforma della giustizia.
Sanno bene, al Quirinale, come i famosi 10 punti approvati alla fine di agosto non sono giunti integralmente in Parlamento.
Un ritardo le cui colpe, almeno a sentire Orlando e i suoi, non sono da addebitare alla Giustizia. Di mezzo ci stanno le resistenze degli alfaniani di Ncd che, come per l’autoriciclaggio e il falso in bilancio, hanno fatto pressioni per cambiare i testi.
Ci sono i malumori del Mise della Guidi, le richieste del Mef di Padoan.
Un mix che sta frenando la riforma. Per questo Napolitano spinge il governo a chiudere in fretta la partita. E Renzi a sua volta spinge sui suoi ministri.
Lo sanno anche i magistrati che già cercano di correre ai ripari. «Ci batteremo punto su punto. Non possono pensare che ci faremo mettere sotto i piedi così».
Ma stavolta, come accadeva ai tempi di Berlusconi, non c’è per loro la porta sempre aperta al Quirinale. Lì c’è una porta chiusa.
E la convocazione al processo di Palermo ha sbarrato anche l’ultimo spiraglio.
Liana Milella
(da “La Repubblica”)
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Settembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
NON GLI È PIACIUTO COME I PM SICILIANI HANNO INTERROGATO I POLITICI, HA DUBBI SULLA TENUTA DEL NAZARENO E DEVE RISPONDERE ALL’EUROPA
Sono ore cupissime al Quirinale.
Nere come le nubi del cielo romano alle cinque del pomeriggio, quando Giorgio Napolitano risponde così ai magistrati di Palermo: “Prendo atto dell’odierna ordinanza della Corte d’assise di Palermo. Non ho alcuna difficoltà a rendere al più presto testimonianza, secondo modalità da definire, sulle circostanze oggetto del capitolo di prova ammesso”.
È una nota che nelle interpretazioni ufficiali dovrebbe trasmettere “la massima tranquillità ” del monarca del Quirinale. Ma non è così.
Negli ambienti vicini al capo dello Stato si captano “preoccupazione” e “timori”.
I timori per le domande e lo stress per il fisico
Il primo timore riguarderebbe addirittura la “tenuta fisica” dell’ottantanovenne presidente durante la testimonianza.
Proprio ieri mattina, a Palermo, è stato sentito Ciriaco De Mita e sul Colle è stato notato il “modo sprezzante” in cui sarebbe stato trattato l’ex leader democristiano.
Il secondo timore è quello maggiore.
La Corte di Palermo nell’ordinanza mette in evidenza questo passaggio: “La differenza la possono fare le domande non tanto quello che il teste crede di sapere”. Le domande, appunto. La sintesi ruvida ed estrema è stata questa tra chi circonda il presidente: “Vuoi vedere che Napolitano entra testimone ed esce indagato?”.
E ad alimentare il clima fosco è anche la circostanza inedita: è la prima volta che accade una cosa del genere.
Il discorso al Csm è la vendetta contro le toghe
Pochi minuti più tardi, al Quirinale si è svolta, come recita la lunga dizione pomposa, la “cerimonia di commiato dei componenti il Consiglio superiore della magistratura uscenti e di presentazione dei nuovi consiglieri”.
Napolitano è presidente del Csm e nel suo discorso si può rintracciare un’altra “risposta” allo “sfregio” palermitano, quando piazza nel cappello introduttivo “le nuove ragioni di attualità e non rinviabilità dei problemi della riforma della giustizia”. In pratica, questo “è un nodo essenziale da sciogliere per ridare dinamismo e competitività all’economia”.
Dopo l’attacco sull’articolo 18, ecco quindi la giustizia da riformare. Anche a maggioranza.
L’antico togliattiano comunista ricorda il contrastato dibattito alla Costituente sulla figura del vicepresidente del Csm per dire che “non si temeva di decidere anche con uno stretto margine di maggioranza”.
A completare il quadro dei “segnali” inviati sono le dure critiche al funzionamento del Csm, alle “logiche spartitorie”, al correntismo politico-giudiziario delle toghe.
La caccia grossa e la successione a gennaio
La chiamata di Palermo segue di un giorno il riferimento finale dell’ormai noto editoriale di Ferruccio de Bortoli sul primo numero del Corsera formato tabloid.
Di tutti i messaggi debortoliani quello che tiene più banco, sia dentro il recinto del patto del Nazareno sia fuori tra gli avversari del renzusconismo, è l’esplicito rimando alla successione di Napolitano all’inizio del prossimo anno.
Su questa “scadenza” nessuno più nutre dubbi. È questa l’incognita grande come un macigno che pesa sui futuri scenari.
Da un lato la monarchia renziana con Berlusconi nell’insolita veste di secondo. Dall’altro i vari poteri che temono una “testa di legno” al Quirinale agli ordini della dittatura renzusconiana.
La sostanza è questa. Ieri, mettendo insieme questo quadro, sono stati in molti a prendere atto che è cominciata “la caccia grossa”.
Obiettivo: la sostituzione di Napolitano.
Da lì discende la soluzione del rebus del voto anticipato. E sbaglia chi legge “l’attacco di Palermo” a Napolitano come un avviso allo stesso Renzi. È l’opposto. L’indebolimento del re al tramonto rafforza il patto del Nazareno.
Piuttosto il ritrovato interventismo di Napolitano, dall’articolo 18 alla giustizia, è da mettere in collegamento con le autorevolissime telefonate europee che chiedono “garanzie” sul premier.
L’aiuto di queste settimane deve essere letto in maniera duplice.
Oltre all’obbligo e alla responsabilità di fare da “baby sitter” a Renzi, c’è la voglia di accelerare alcuni dossier decisivi per poi dire addio tra gennaio e febbraio.
Un “uomo stremato” dal renzusconismo
Chi descrive lo stato d’animo di Napolitano, tratteggia “un uomo stremato e insofferente”. E la vicenda della mancata elezione dei due giudici costituzionali in quota Parlamento ha fatto aumentare il suo pessimismo.
Così, quella nota del 17 settembre scorso, proprio a proposito delle fumate nere su Bruno e Violante, va intesa anche come un avvertimento ai renzusconiani: “Non siete stati capaci di eleggere due giudici e pretendere di eleggere il mio successore?”.
Fabrizio d’Esposito
(da “il Fatto Quotidiano”)
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