Aprile 7th, 2011 Riccardo Fucile
TUTTO E’ STATO DETTO SU SILVIO CHE RACCONTA BARZELLETTE, NULLA SU QUELLI CHE RIDONO… SONO SERVI? SONO A LIBRO PAGA? E SE FOSSE PEGGIO?
In pochi giorni Berlusconi si è esibito per due volte ben oltre la decenza delle sue solite storielle.
E ogni volta, colpiti dalla scurrilità che è simpatia andata a male, dalla fuga nell’oscenità persino mimata che è la cifra degli spettacoli prolungati oltre la fine, abbiamo pensato che peggio di lui ci sono quelli che ridono.
E ci sentiamo come Petrolini che reagiva così alla maleducazione di uno spettatore: “Non ce l’ho con lei, ma con quelli che le stanno accanto e non la buttano di sotto”.
A Lampedusa, per esempio, quando ha raccontato la barzelletta sulle italiane ha riso anche il presidente Lombardo che, bene o male, guida una giunta di centrosinistra.
E, due giorni dopo, indossavano la fascia tricolore tutti quei sindaci che hanno applaudito “la mela”.
Riguardando il filmato, non ce n’è uno che si mostri infelicemente rassegnato per quella degradazione istituzionale.
E’ vero che gli applausi tradiscono qualcosa di nervoso ma tutti i sindaci ostentano un’aria compiaciuta e divertita per il premier che mortifica i luoghi e i riti dello Stato.
Ovviamente sanno che la coprolalia non è compatibile con l’aula, con i ruoli e con la bandiera. Ma è proprio per questo che ridono.
Non per le battute da postribolo, ma per i toni da villano di osteria che declassano e offendono tutti quei simboli ai quali, faticosamente e insieme, siamo riusciti a ridare valore, a sinistra come a destra.
Eppure i sindaci del centrodestra sanno che queste non sono più le solite barzellette per distrarre gli italiani, ma sono i rumori grevi e le impudicizie della stagione ultima.
Lo sanno dai sondaggi e dagli umori interni, dalla depressione di Bondi, dalla paziente disperazione di Bonaiuti, dal disprezzo sibilato di Tremonti, dalla rassegnazione al martirio di Gianni Letta che – come ha detto in privato – teme “la passerella delle quarantatrè ragazze più dei pugnali di Cesare”; e ancora lo sanno dall’irascibilità incongrua di La Russa, dalle donne in fuga dai letti del potere, dal disgusto certificato di Mantovano che è il solo ad essersi veramente dimesso (ma, si sa, è un magistrato), dalla sofferenza trattenuta della Carfagna e della Prestigiacomo, dall’impotenza comica del ministro degli Esteri, dal fastidio persino di Dell’Utri che ha confessato a un amico: “Due cose non deve fare un uomo: innamorarsi ed ubriacarsi. E Silvio si è innamorato e si è ubriacato di se stesso”.
E tuttavia quelli ridono.
Acclamano la barzelletta lunga e noiosa, approvano gioiosamente il turpiloquio.
E noi, che li vediamo nel filmato, ci sentiamo imbarazzati al posto loro, e non più perchè sappiamo che esistono un’altra comicità e un’altra educazione alla comicità : non è più questione di contrapporre risata a risata,
Marziale alla barzelletta, e perciò forse dovremmo persino astenerci dal ridere, come nel Risorgimento, quando gli italiani rinunziavano a comprare il divertente “Figaro”, vale a dire rinunziavano a ridere per non sovvenzionare gli austriaci.
Certo, ci sembrano eversivi i drammatici e goffi numeri da caserma di un premier che intanto si sta battendo contro “i magistrati golpisti” che lo processano, vuole cambiare la Costituzione, e non controlla più il Paese impoverito e assediato…
E però al cuore della nostra pena e della nostra rabbia ci sono innanzitutto quelli che ridono.
Sono loro che ci fanno gelare il sangue.
Consenso? Compiacimento servile? Identificazione?
Di sicuro sono risate di complicità .
Ma non ridono come gli uomini di Stalin che temevano per la sopravvivenza loro e delle loro famiglie.
Questi davvero pensano che la mela dal “sapore di fica” sia meglio che leggere Kant.
E dunque voluttuosamente degradano istituzioni e cultura che, tra gli sberleffi, lasciano alla sinistra.
La mela da brevettare è la loro cifra ontologica, il loro marchio.
Nel film “Nessuno mi può giudicare”, la prostituta Eva (Anna Foglietta) insegna la “vita” a Paola Cortellesi: “Se sono di destra, tu ridi, perchè a loro piace tanto sembrare simpatici; se invece sono di sinistra, tu annuisci, perchè loro hanno bisogno di sentirsi intelligenti”.
Insomma, si parte da una barzelletta e si arriva lontano.
Allo scadimento del gusto italiano e a quella commedia di Luciano Salce dove Ugo Tognazzi, imprenditore di mezza età , racconta una barzelletta ai suoi dipendenti ed è felice di vederli ridere di gusto.
Poco dopo lo stesso Tognazzi si sentirà sprofondare quando, trascinato dalla “voglia matta” per una giovanissima Catherine Spaak, racconterà la stessa barzelletta a un gruppo di ragazzi che lo guarderanno come un marziano e gli sveleranno la mestizia che si porta dentro.
Certo, quei ragazzi non erano suoi dipendenti ma persone libere.
E però questo non basta.
Non basta il libro paga per spiegare i laudatori di Berlusconi, per capire perchè ridono.
Anzi, dargli dei servi pagati finisce con l’essere un complimento perchè ammette uno scarto dentro di loro tra la coscienza e il contratto, certifica il professionismo cinico di chi, cambiando editore di riferimento, sarebbe pronto a cambiare musica.
E invece non è sempre così.
C’è infatti una identificazione con la cultura della mela al “sapore di fica”.
Lo stesso Vittorio Sgarbi – è un esempio per tutti – gode nell’umiliare la specificità della sua stessa cultura, come quelli umiliano la fascia tricolore. Non per i soldi, ma perchè c’è una voluttà nel profanare, nel farsi capre per rendere cavoli tutte le cose belle e profonde, tutte quelle meraviglie che da Caravaggio a Masaccio fanno la grandezza dell’arte.
Compiacciono Berlusconi dunque, e ridono ad ogni nuovo abbassamento di livello, a questo scadere dalle fogne ai pozzi neri.
Ridono dinanzi a quella che gli studiosi di Storia Antica chiamerebbero Oclocrazia, ridono per massacrare un patrimonio anche se – come racconta Giorgio Manganelli nell”Encomio del tirannò – presto saranno loro, quelli che ridono, a farlo fuori con uno sbadiglio.
Francesco Merlo
(da “La Repubblica“)
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Aprile 6th, 2011 Riccardo Fucile
AVEVA TRADITO FINI ALL’ULTIMO MINUTO PER ANDARE TRA I RESPONSABILI: “NON LO FACCIO PER INTERESSE A UNA POLTRONA”…ORA E’ STATA NOMINATA DAL GOVERNO NEL CDA DI POSTE ITALIANE, UNA POLTRONA CHE PESA
“E’ lei?” domanda il cronista dell’Ansa, scorrendo l’elenco delle nomine.
“Sì, sono io. Non ho omonimi” risponde l’onorevole Maria Grazia Siliquini, di Iniziativa Responsabile, il gruppo di Scilipoti.
Ieri l’hanno nominata nel cda delle Poste Italiane per il triennio 2011-2013, una poltrona che pesa. “Quando sarò il momento lascerò lo scranno di Montecitorio” ha annunciato, prevenendo eventuali polemiche su un conflitto d’interesse.
Sessantadue anni, torinese, avvocato penalista, una certa facilità ai disamori politici — nel ’94 fu eletta con la Lega, nel ’96 con il Ccd, nel 2001 con An — è l’ultima Responsabile ricompensata per il voto di fiducia che il 14 dicembre salvò Silvio Berlusconi.
“Deciderò all’ultimo. Andrò in bagno dieci minuti prima della chiamata in aula, mi guarderò allo specchio e deciderò”, raccontò in quella vigilia convulsa.
Lo specchio le disse di votare no alla sfiducia.
Il 30 luglio aveva lasciato il Pdl per passare con i futuristi di Gianfranco Fini. Non condivideva il modo in cui il premier vedeva le donne.
I giornali l’etichettarono come “fustigatrice delle veline”.
Aveva cambiato idea in soli cento giorni.
A Roberta Zunini del Fatto, che il 16 dicembre le chiedeva conto di quella giravolta, rispose senza battere ciglio: “Ma erano altri tempi! Ora sono apparsi all’orizzonte ben altri problemi”.
Davanti a Dino Martirano del Corriere giurò solenne: “Dicono che ho scambiato il voto per un posto di sottosegretario? Sbagliato. Non m’interessano i posti di potere”.
Anche il Tg3 la inseguì lungo piazza Montecitorio, chiedendole cosa avrebbe ottenuto in cambio, e lì l’onorevole Siliquini perse giustamente la pazienza: “Come ve lo devo dire?”
“Niente posti di potere”.
In Italia i politici responsabili cambiano idea all’incirca ogni cento giorni.
(da “Ritagli“)
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Aprile 5th, 2011 Riccardo Fucile
TRE TELEFONATE DEL PREMIER AGLI ATTI DELLA PROCURA: UN COLLOQUIO CON LA MINETTI E UN FESTINO IN VIVAVOCE CON IRIS BERARDI…LE CONVERSAZIONI CON BARBARA FAGGIOLI E LA POLANCO
Sono tre le telefonate in cui è rimasta registrata la voce del presidente del Consiglio e che, tra le 20mila pagine depositate agli atti da settimane sul caso Ruby, sono sopravvissute nei brogliacci agli omissis apposti dai pm a tutela dello status parlamentare del premier.
Nelle conversazioni Berlusconi, per legge non intercettabile senza previa autorizzazione delle Camere, è interlocutore di ragazze (Nicole Minetti, Marysthelle Polanco e Raissa Skorkina) che invece in quel momento avevano i telefoni posti legittimamente sotto controllo dal gip.
Agosto, «indagano su Ruby»
«Ma i nostri testi diranno…»
Berlusconi: «Come sta la mia consigliera bravissima? Mi parlano tutti così bene di te, amore. Tutti, quelli della Lega, i nostri (…) Così poi quando ci sono le elezioni vieni in Parlamento».
Nicole Minetti è il consigliere regionale pdl che Berlusconi – avvertito il 27 maggio 2010 a Parigi sul suo cellulare dalla prostituta brasiliana Michelle della presenza in Questura a Milano della 17enne marocchina Karima «Ruby» el Mahroug per una denuncia di furto di tremila euro – aveva immediatamente fatto catapultare di notte in Questura.
Il 1 agosto 2010, cioè 10 giorni dopo il terzo verbale di Ruby, due giorni prima dell’ultimo ai pm, e quasi tre mesi prima dell’emersione dell’inchiesta, è al telefono con Berlusconi.
E dai complimenti passa presto ad altro.
Minetti: «Ma lo sai che l’altro giorno è venuto da me in Consiglio regionale Giuliante a parlarmi della storia della Ruby?».
Berlusconi: «E Giuliante chi è?».
Minetti: «Giuliante è l’avvocato del Pdl nonchè di Lele (Mora, ndr), è venuto in Consiglio e praticamente m’ha raccontato tutta la storia, che c’è questo pm di nome Forno che sta seguendo il caso (…) e che secondo lui, non adesso, ma a settembre (il pm Forno, ndr) mi chiamerà perchè comunque sia la Ruby che l’altra str… della Michelle hanno fatto il mio nome. Hanno aperto un’indagine su questa Michelle, perchè in effetti è vero che la Ruby l’ha denunciata».
Berlusconi: «Cioè, la Ruby ha denunciato Michelle?».
Minetti: «Sì, per induzione alla prostituzione».
Berlusconi: «Una si dà la patente di puttana?».
Minetti: «Te lo giuro» (ride).
Berlusconi: «Ma roba da matti».
Fin qui il premier sembra stupito o disinteressato.
Ma quando anticipa a Minetti quella che sarà poi la linea difensiva, mostra di sapere già bene di che tratti l’indagine, altrimenti non si comprenderebbe il senso del preciso richiamo all’età minorenne o meno della ragazza.
Berlusconi: «Vabbeh, quello che è importante è che ci siano diverse persone che testimonino come a noi (Ruby, ndr) aveva detto che aveva l’età diversa da quella che aveva insomma. Una volta che succede quello, non succede più niente. L’abbiamo soltanto aiutata perchè ci faceva pena».
Minetti però riferisce un dato che disorienta Berlusconi.
Minetti: «Si, perchè (Giuliante, ndr) m’ha detto che ‘sto Forno c’ha anche delle foto in mano, che gli ha dato la Michelle».
Non è vero. Si è ora capito che era la bugia che Ruby raccontava a Giuliante quasi per giustificarsi del fatto di non aver potuto negare nei verbali le proprie presenze alle notti di Arcore.
Ma già la sola prospettiva di foto, benchè non vera, incrina la sicurezza del premier.
Il brogliaccio lo segnala ammutolito: «5 secondi di silenzio».
Berlusconi: «Ho capito. Mmh, vabbeh, speriamo che non venga fuori un casino. Sai, basta poco perchè quando si tratta di me, eh, tutti i giornali son contenti…va beh, comunque noi non abbiamo fatto niente di male, eh…».
Alla luce di questa inedita telefonata dell’1 agosto acquista interesse anche quella che il 22 ottobre 2010, quattro giorni prima che Il Fatto sveli l’esistenza di Ruby, parte da Palazzo Grazioli (residenza romana del premier) per Barbara Faggioli, una delle ragazze delle feste di Arcore.
La segreteria del premier:
«C’è da costruire un verbale»
A chiamarla è la segretaria di Berlusconi per convocarla alle indagini difensive dell’avvocato Ghedini. Ma l’argomento le è posto in modo tutt’altro che neutro, più simile a una anticipazione di quanto la ragazza dovrebbe dire.
Segretaria: «Buongiorno, è la segreteria del presidente Berlusconi, noi la volevamo convocare perchè è veramente indispensabile la sua presenza per cercare di costruire e verbalizzare le normalità delle serate del presidente Berlusconi… Lunedì 25 a Milano presso lo studio Vassalli alle 17».
Faggioli: «Vengo da sola?».
Segretaria: «Si presenta da sola e deve chiedere dell’avvocato Niccolò Ghedini».
Faggioli: «Ah, Ghedini».
Segretaria: «Sì, sì, sempre lui».
Raissa: «Ho finito la benzina»
Silvio: «Ok, vai da Spinelli»
La seconda telefonata del premier sopravvissuta agli omissis è del 26 settembre 2010. Raissa Skorkina, ospite russa delle notti di Arcore, chiama Villa San Martino e in 31 secondi le viene passato il presidente, dal quale cerca l’ok a ottenere «benzina» dal tesoriere personale di Berlusconi, il ragionier Spinelli.
Raissa: «Amore ciao ciao, tutto bene, e tu?».
Berlusconi: «Abbastanza, sono pieno delle cose politiche che è una cosa pazzesca».
Raissa: «Eh, immaginato. Però ho tanta voglia di parlarti, ti prego! (…) E poi volevo chiederti… mi stanno finendo la benzina».
Berlusconi: «Come?».
Raissa: «Mi sta finendo la benzina».
Berlusconi: «Ah, ho capito. Va bene, lo dico a Spinelli. Va bene?».
Il casting tv di Marysthelle?
«Te l’ho procurato io»
La terza telefonata rimasta negli atti è con la dominicana Marysthelle Polanco ed è del 4 ottobre 2010, tre mesi dopo che il premier ha sicuramente saputo dell’arresto del suo convivente per traffico di 12 chili di cocaina.
Anche qui è una donna da Palazzo Grazioli che le passa il premier.
La conversazione ha ampi tratti privati, e inserimenti di un’altra ragazza (Aris) accanto a Marysthelle, a base di scherzosi e reciproci «cattivona tu»/«no, cattivissimo tu».
Qui si darà conto solo del segno di un intervento di Berlusconi a favore di Marysthelle nel mondo della tv.
Marysthelle: «Sono a Roma, oddio sono venuta a fare il casting con Pingitore. Ti ricordi?».
Berlusconi: «Sì, quella che ti ho procurato io, no?».
Marysthelle: «Sì, amore» (ride).
Berlusconi: «Adesso mi hanno chiesto se possono fare qualche numero per le nostre reti. Sto tentando di convincere mio figlio».
E uno dei bunga-bunga va in vivavoce per caso
Agli atti c’è anche una sorta di casuale viva voce di un bunga-bunga di Berlusconi.
Capita infatti che uno spasimante di Aris Espinoza, indispettito per le presenze ad Arcore di Aris e dell’amica Iris, la notte del 25 settembre le chiede via sms un favore particolare: «Rispondimi per ascoltare… quando sei con lui».
«Ok», gli promette la ragazza.
E mantiene, annotano i brogliacci: «Come richiesto nel sms, l’interlocutore chiama e l’utente (la ragazza, ndr) risponde senza parlare. In sottofondo si sente Iris che dice “sono già ubriaca”, Aris le chiede “hai bevuto?”, poi si sente la voce in sottofondo di un uomo, presumibilmente Silvio Berlusconi».
Luigi Ferrarella
Giuseppe Guastella
(da “Il Corriere della Sera“)
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Aprile 5th, 2011 Riccardo Fucile
D’ORA INNANZI QUALSIASI MINISTRO POTRA’ INSULTARE LE ISTITUZIONI E CAVARSELA CON UNA LETTERINA DI CENSURA… IL PARTITO DEGLI ACCATTONI FA PASSARE LA DECISIONE A MAGGIORANZA, INVECE CHE SOSPENDERE 15 GIORNI LA RUSSA DAL VOTO COME PARLAMENTARE: IN PASSATO QUESTA ERA STATA LA PENA SOLO PER UN SEMPLICE GESTO
L’Ufficio di presidenza della Camera ha approvato, a maggioranza, la proposta del
collegio dei questori di sanzionare il comportamento del ministro Ignazio La Russa, nel corso della bagarre in Aula la scorsa settimana, con una lettera di censura.
La lettera sarà inviata, per conoscenza, anche al presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
Un provvedimento che viene giudicato insufficiente da parte di molti esponenti dell’opposizione.
Mentre la maggioranza ha sostenuto la proposta dei deputati questori, il centrosinistra al voto si è spaccato: Silvana Mura di Idv ha votato contro, Rocco Buttiglione e Renzo Lusetti dell’Udc e Donato Lamorte di Fli si sono astenuti e Rosy Bindi e Giampaolo Bocci del Pd sono usciti dalla sala per non partecipare alla votazione: una scelta dettata dalla loro non condivisione della proposta dei questori e per venire incontro al presidente Fini che aveva chiesto massima coesione.
Per il capogruppo dell’Idv, Massimo Donadi, «la sanzione irrisoria comminata a La Russa è un vero e proprio atto di codardia da parte dell`ufficio di presidenza» che in qualche modo sancisce che «i ministri sono liberi di offendere le istituzioni».
«Il ministro La Russa avrebbe dovuto avere, come membro della Camera, oltre che del governo, l’interdizione almeno dalla partecipazione al voto sul provvedimento. Siamo peraltro in assenza di scuse…» ha invece commentato Rosy Bindi, esponente del Pd e vicepresidente della Camera.
Per la Bindi la censura è «troppo poco», «è una sanzione che è stata applicata per fatti molto meno gravi: ricordo – ha insistito – che il deputato Evangelisti (Idv) è stato sospeso per quindici giorni solo perchè aveva fatto dei gesti. Qui siamo in presenza di un ministro che ha offeso e provocato l’aula, ha offeso il capogruppo del principale partito di opposizione, ha offeso la presidenza…».
La Russa si era reso protagonista di un battibecco in aula con gli esponenti dell’opposizione e con il presidente della Camera, Gianfranco Fini, che lo aveva richiamato ad un comportamento più consono all’Aula, al quale aveva rivolto un gesto di stizza da più parti interpretato come un «vaffa» all’indirizzo del numero uno di Montecitorio.
La sfuriata del ministro era stata però criticata duramente dall’opposizione e molte perplessità erano state sollevate anche all’interno della maggioranza e del Pdl, partito di cui La Russa è uno dei coordinatori, in particolare dalla componente ex dc che fa capo a Claudio Scajola.
Oggi è stato deciso che insultare le istituzioni è permesso, al massimo si rischia una censura.
Un altro passo avanti verso le liberalizzazioni (dell’insulto), dopo quelle della macchina del fango.
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Aprile 4th, 2011 Riccardo Fucile
“NON MANCANO I SEGNALI POSITIVI: DALLA PIAZZA DELLE DONNE ALLE PROTESTE DELLA CULTURA”… MONTEZEMOLO E’ ORMAI DENTRO LA POLITICA: “ASSISTIAMO AL DISFACIMENTO DELLE ISTITUZIONI NEL SILENZIO DELLA SOCIETA’ CIVILE CHE TEME LA MACCHINA DEL FANGO USATA CONTRO FINI”….L’ASSURDO DI UN GOVERNO SEDICENTE LIBERALE CHE CANCELLA LE LIBERALIZZAZIONI FATTE
Ricominciare dalla società civile. Perchè questo è il “serbatoio” per ricostruire una classe dirigente e anche una nuova classe politica.
Luca Cordero di Montezemolo è ormai dentro la politica.
Venerdì a Napoli al congresso del sindacato di Polizia ha fatto un altro passo in avanti.
Per il prossimo – probabilmente – bisognerà aspettare le elezioni politiche, quando ci saranno.
“Ci vuole un ricambio”, ripete guardando al bilancio “disastroso” della seconda Repubblica, quella nata proprio sotto la spinta di un nuovo protagonismo della società civile, contro Tangentopoli, contro la corruzione, le clientele. Contro la partitocrazia.
E’ da lì che si deve ripartire perchè con questo governo Berlusconi “la società civile è sparita”, diventata “suddita”.
Sostiene Montezemolo: “Assistiamo a un indecoroso e inaccettabile disfacimento del senso delle istituzioni e della responsabilità pubblica. Il tutto accompagnato dal silenzio assordante della società civile, delle associazioni di rappresentanza e della classe dirigente del paese, che rischia di diventare complice del degrado”.
E’ il sostanziale silenzio della Confindustria, delle grandi banche, degli intellettuali, degli imprenditori di peso, delle stesse fondazioni bancarie, ricche e potenti.
Dalla retorica della società civile al disimpegno.
E’ la grande ritirata della società civile, appunto, dalla scena della politica. Con praterie sconfinate a vantaggio dei politici di professione.
Quelli che ormai – secondo Montezemolo – non rendono più conto delle proprie scelte: non nell’economia, non nei temi istituzionali, non nella politica estera. Irresponsabili.
“Non ci sono più argini se non quello del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano”, dice Montezemolo.
Anche se qualche segnale positivo qua e là è affiorato.
Il presidente della Ferrari pensa alla manifestazione delle donne del 13 febbraio scorso, alle proteste del mondo della cultura contro i tagli lineari decisi dal ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, alla “rivolta” di Diego Della Valle contro le vecchie pratiche che governano pezzi del nostro asfittico capitalismo finanziario, infine al marchionnismo.
Ma certo c’è da domandarsi il perchè del silenzio dei ceti dirigenti. Italia Futura, la fondazione di Montezemolo, è nata anche per ridare ruolo alla società civile, per ritrovare spazi di discussione, per avanzare proposte come fanno da sempre i think tank nelle democrazie anglosassoni senza contrapposizioni con i partiti perchè le reciproche funzioni sono distinte.
E i collaboratori di Montezemolo che lavorano nella Fondazione dicono che è la “paura” il motivo del grande silenzio.
Paura di finire nella “macchina del fango”.
“Il caso Fini – spiegano – è emblematico. Un modo in cui il potere ha voluto manifestare la sua faccia feroce”.
Paura, probabilmente, che paralizza le associazioni di rappresentanza (Confindustria in testa) di fronte al dilagare dell’interventismo del governo nell’economia.
“Assistiamo al ritorno di un’influenza fortissima del governo nell’economia, mentre è calato il livello dell’indipendenza. Vale per le banche, come per le fondazioni stesse. Eppure avrebbero dovuto svolgere un’azione di compensazione rispetto allo strapotere di un presidente del Consiglio che controlla quote significative dei mezzi di comunicazione di massa”.
Di anomalia in anomalia.
Come quella di un governo “sedicente liberale” che ha cancellato molte delle liberalizzazioni fatte, che ripropone le tariffe minime e fa scrivere le riforme alle corporazioni delle professioni.
Montezemolo riflette sul caso Parmalat, sul ritorno dell’Iri attraverso lo snaturamento della Cassa depositi e prestiti che vuole e che celebra Tremonti da Cernobbio.
Eppure di fronte allo “yogurt diventato uno strategico interesse nazionale” dal mondo dell’economia non si è praticamente alzata una voce critica.
E’ anche questa quella sorta “complicità con un blocco di potere conservatore, nel senso etimologico del termine, che rende silenti le elite italiane”.
Ma nello stesso tempo è “la sottomissione della società civile”.
A Italia Futura la chiamano la “nuova monocrazia”: non si decide in base alle esigenze delle imprese bensì in base alle esigenze del governo, o addirittura del ministro Tremonti.
Colpa anche dell’Europa che sembra aver esaurito la sua spinta modernizzatrice.
“Così – afferma l’ex presidente della Confindustria – mai come ora gli imprenditori che esportano si sono sentiti soli”.
Anche per questo gli argini non possono essere solo quelli di Napolitano e del cardinal Bagnasco.
Serve la società civile.
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Aprile 1st, 2011 Riccardo Fucile
IL PARTITO SFUGGE DI MANO AL PREMIER: SCAJOLA INVOCA IL CONGRESSO, LA CORRENTE DI GELMINI, FRATTINI E CARFAGNA VUOLE UN RIDIMENSIONAMENTO DEL RUOLO DI LA RUSSA, GLI EX AN IN TRINCEA PER DIFENDERE I POSTI
Un partito sull’orlo della crisi di nervi. 
A un passo dal bum, raccontano i pidiellini più pessimisti, in Transatlantico. Comunque una creatura che – raccontano le ultime 48 ore – sembra sfuggita di mano a Silvio Berlusconi.
Furente, il premier, per la debacle in aula, proprio sul provvedimento che gli sta più a cuore. A
ncora una volta è lui a tenere unite le tessere del puzzle.
Chiama Scajola e lo rassicura. Bacchetta ma calma La Russa.
Comunque intenzionato a rimettere mano al partito.
L’incidente provocato dal ministro della Difesa ha fatto da detonatore.
Adesso, Scajola e gli scajoliani pronti a chiedere i congressi.
I lealisti vicini ai ministri Frattini, Carfagna e Gelmini (l’area di “Liberamente”) che invocano maggiore «equilibrio» nel partito per «evitare un’immagine troppo aggressiva: meglio tornare allo spirito del ’94».
Insomma, ridimensionare il ruolo del coordinatore La Russa, è il messaggio implicito.
Gli ex An – «siamo 54», avvertono – in trincea e pronti a dare battaglia con il loro ministro, se sarà necessario.
Sul vulcano in ebollizione, il coordinamento a tre composto da un Sandro Bondi, da giorni eclissatosi anche dal partito, dal La Russa sotto tiro, e infine da Denis Verdini.
È lui ad occuparsi a tempo pieno del partito, delle candidature e dell’imminente campagna elettorale.
Chi ha incontrato Berlusconi, a margine del Consiglio dei ministri e poi in serata a Palazzo Grazioli, lo definisce irritato per lo stop in aula.
Ma anche «stanco» per le continue fibrillazioni interne.
A La Russa, dopo il cdm, lo ha detto a brutto muso: «Fini è un provocatore e tu ci sei cascato». Poco dopo, intervenendo (ma solo telefonicamente) al congresso dei Cristiano popolari di Mario Baccini, ha fatto la consueta professione di ottimismo: «Abbiamo una nuova maggioranza. Con Casini e Fini non c’era possibilità di fare riforme istituzionali e della giustizia.
Oggi abbiamo una maggioranza più esile, ma la prossima settimana contiamo di avere 330 deputati».
È la tarda mattinata. E proprio durante la telefonata alla convention, in un hotel romano, dalla platea si alza e si allontana Claudio Scajola.
Perchè richiamato dai colleghi in aula, metterà le mani avanti lui, più tardi. Certo è che nell’intervento fatto in quella stessa assemblea, l’ex ministro torna sul caso La Russa per stigmatizzarlo.
Quell’incidente è stato «uno spettacolo indegno», spiega, lamentando la «frammentazione politica», le «divisioni continue»: uno «spettacolo istituzionale che non ci appartiene».
Poi, sul sito della sua fondazione “Cristoforo Colombo” aggiungerà : «Occorre senso e responsabilità istituzionale». Quasi una dichiarazione di guerra ai vertici di questo Pdl. I suoi minacciavano fuoco e fiamme già mercoledì sera dopo il “vaffa” di La Russa.
Adesso si preparano alla resa dei conti. «Il disastro di queste ore – spiega uno dei deputati più vicini a Scajola in Transatlantico – è la dimostrazione della paralisi in cui si ritrova il partito. Voteremo la legge e subito dopo chiederemo a Berlusconi regole chiare e la convocazione dei congressi, questa è la linea». Congressi, dunque, nei quali Scajola è sicuro di poter tornare a dire la sua con la forza dei numeri.
Il premier, nelle ultime ore, ha spiegato ai suoi di avere sondaggi che sconsiglierebbero il rientro al governo di Scajola, ancora «segnato» dall’affaire della casa vista Colosseo.
Ieri tuttavia ha chiamato l’ex ministro, rassicurandolo e promettendo un pieno coinvolgimento ai vertici del partito. Per lui, ex uomo macchina forzista, Berlusconi starebbe pensando a istituire una nuova figura di vertice, sorta di riferimento per tutti i dirigenti regionali e locali.
Ben più del «responsabile enti locali» già rifiutato da Scajola. Il vicecapogruppo Pdl Massimo Corsaro, assai vicino al premier, getta acqua sul fuoco. Riconduce le fibrillazioni alle «tensioni del momento provocate dall’esterno». Quanto a Scajola, «è una risorsa per il Pdl, darà il suo contributo ai vertici del partito, pur senza sostituzioni». I tre coordinatori, è il messaggio, non si toccano: «Hanno vinto tutte le competizioni elettorali degli ultimi anni».
Altri la pensano diversamente. È il caso dell’irrequieto Mario Pepe, pidiellino in prestito ai “Responsabili”. Si dice convinto che La Russa ormai sia «stanco, anche per via del doppio incarico: questo problema delle incompatibilità andrà risolto».
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)
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Aprile 1st, 2011 Riccardo Fucile
LE CONSEGUENZE DELL’ABBINAMENTO TRA PROCESSO E PRESCRIZIONE BREVE PORTERA’ BENEFICI SOLO A UN POPOLO DI FACCENDIERI E TRUFFATORI, STUPRATORI E BANCAROTTIERI… ALTRO CHE DESTRA DELLA SICUREZZA, QUESTA E’ LA BECERODESTRA DEL MALAFFARE
Una miscela esplosiva in grado di distruggere la macchina della giustizia.
Il combinato tra prescrizione breve e processo breve, gli ultimi due conigli estratti dal cilindro magico del legislatore italiano, sono un capolavoro a favore di chi è incensurato e dei colletti bianchi che in genere si macchiano di quei reati i cui tempi di prescrizione sono in media al di sotto dei dieci anni, ma i cui effetti sono tra i più odiosi per la comunità .
Un popolo vasto che vede tra i suoi componenti soprattutto politici, faccendieri, truffatori, in genere chi dilapida il denaro pubblico, svena le aziende e lascia in braghe di tela i consumatori.
La prescrizione, che colpisce secondo l’Anm 150 mila processi l’anno (e con la riforma questa cifra rischia di raddoppiare), oggi si calcola aggiungendo alla pena massima un ulteriore quarto, per cui se la pena è di otto anni, più un quarto diventa 10 anni.
Con il nuovo testo, invece di un quarto si deve aggiungere un sesto.
Il che significa che per quei reati la cui prescrizione è già breve, lo sconto sarà minimo, mentre aumenterà per quei reati la cui pena è maggiore.
Sconto che ovviamente verrà concesso a tutti gli incensurati dall’entrata in vigore del testo.
Ne beneficeranno quindi dallo stupratore, preso per la prima volta, che con gli aggravanti può arrivare fino a 10 anni al rapinatore che usa le armi (fino a 20 anni), ma anche il bancarottiere (fino a 15 anni) o chi turba i mercati finanziari (12 anni).
Il processo breve, invece, rischia di passare, sotto le mentite spoglie di una necessità europea, come la più grande depenalizzazione della storia italiana. Per molti esperti non sarebbe nient’altro che un nuovo colpo di spugna su quelli che si classificano come i reati dei colletti bianchi, in genere puniti con pene inferiori ai dieci anni.
Si tratta di truffe, corruzioni, reati ambientali, tutti i reati societari, come il falso in bilancio e il falso in prospetto, quelli tributari, diventati tanto di moda con lo scudo fiscale, la bancarotta preferenziale, la corruzione, l’appropriazione indebita.
Si salvano l’aggiotaggio e l’insider trading perchè le pene previste superano i dieci anni.
Il processo breve, infatti, si applica quando in dibattimento vengono trattati reati con pene inferiori ai dieci anni.
In questi casi il giudizio di primo grado deve arrivare entro tre anni, l’appello entro due e l’eventuale ricorso in Cassazione entro 18 mesi.
“Impossibile” dicono in coro magistrati e avvocati, che ogni giorno bazzicano le aule dei Tribunali.
Il principale ostacolo alla realizzazione di questi processi sono i tempi ristretti: è difficilissimo, partendo dalla richiesta di rinvio a giudizio, fissare l’udienza preliminare, svolgerla e concludere il dibattimento entro tre anni.
A volte passano diversi mesi dal solo rinvio a giudizio alla prima udienza.
A Milano, per condannare Calisto Tanzi in primo grado per aggiotaggio, ci sono voluti più di tre anni, da settembre 2005 a dicembre 2008, mentre il parallelo processo alle banche partito nel 2006 arriverà a giudizio non prima di aprile di quest’anno.
Salvo sorprese dell’ultimo minuto, tuttavia il processo breve non verrà applicato ai processi in corso, altrimenti si vedrebbero cancellati dalla storia della giustizia capitoli come quelli della Cirio, Antonveneta, Enelpower, Thyssen, Eternit e lo scandalo rifiuti della Regione Campania. Ma non solo.
Si sarebbero trasformati in una bolla di sapone anche tutti i principali processi per i crimini ambientali da quello dell’Ilva di Taranto a quello per la più grande discarica abusiva di rifiuti tossici a Bussi sul Tirino (Pescara).
E come in una roulette, sarebbero stati depotenziati, per la prescrizione dei reati con pene inferiori ai dieci anni, i processi della “Clinica degli orrori”, la Santa Rita di Milano, o il processo sui dossieraggi illeciti di Giuliano Tavaroli.
Salvati quelli in corso, però, i guai restano per i processi futuri.
Walter Galbiati
(da “La Repubblica“)
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Marzo 31st, 2011 Riccardo Fucile
IL PARTITO DEGLI ACCATTONI NON RIESCE A FAR PASSARE IL VERBALE EDULCORATO DI IERI E SE LA PRENDE CON FINI CHE APPLICA IL REGOLAMENTO…I SERVI NON ESCONO IN TEMPO DALLA CUCINA E SI ATTARDANO A LECCARE LA CIOTOLA: IL VOTO ERA GIA’ CHIUSO
Il giorno dopo la bagarre fuori e dentro Montecitorio, per la decisione della maggioranza di imporre un’inversione dell’ordine dei lavori anticipando la discussione sulla cosiddetta prescrizione breve, il testo che prevede la riduzione dei tempi di giudizio e di cui potrebbe beneficiare anche Silvio Berlusconi per il caso Mills – di qui le accuse di ennesima legge ad persona – approda in Aula per il dibattito.
L’inizio dei lavori era stato fissato per le dieci, per dare modo all’ufficio di presidenza della Camera di valutare l’episodio del battibecco tra Ignazio La Russa e il presidente Gianfranco Fini, preceduto dalle polemiche tra lo stesso La Russa e i rappresentanti dell’opposizione, che ha di fatto determinato l’interruzione della seduta e l’aggiornamento a oggi.
E’ stato proprio Fini a chiedere ai questori di esaminare «la genesi di quanto accaduto», in particolare per determinare se c’è stata oppure no una mancanza di rispetto da parte del ministro nei confronti della presidenza rappresentata da un «vaffa» espresso a gesti (e forse non solo a giudicare dal labiale) da La Russa.
Una sanzione nei confronti del ministro viene data per scontata da molti, anche se non esistono precedenti del genere.
Per questo motivo l’ufficio di presidenza ha rimandato ogni decisione nell’attesa che esprima un parere anche la Giunta per il regolamento, appositamente convocata per le 16.
La Russa, in ogni caso, ieri in serata, aveva telefonato a Fini per un chiarimento a voce e per esprimere le sue scuse, pur ritenendo di non avere commesso alcuno sgarbo verso la presidenza.
Al di là di un intervento sanzionatorio formale nei suoi confronti, nei corridoi di Montecitorio la querelle con Fini e l’intervento «muscolare» con cui prendendo la parola dai banchi del governo aveva rivendicato il suo faccia a faccia con i manifestanti in piazza Colonna («Figuriamoci se mi sono lasciato intimidire, sono andato loro incontro a testa alta mentre voi – rivolto all’opposizione, ndr – sareste scappati come conigli!») sono stati oggetto di critiche da una parte dei deputati del Pdl, in particolare da quelli che fanno capo all’ex ministro Claudio Scajola che hanno stigmatizzato pubblicamente il suo comportamento.
In ogni caso la discussione oggi entra nel vivo e si attendono nuove scintille. Le prime sono arrivate già a inizio di seduta con la mancata approvazione del processo verbale della seduta di ieri.
Il no è arrivato mediante voto elettronico.
La cosa non è così usuale, perchè solitamente si approva senza troppi dibattiti e per alzata di mano.
Ma le opposizioni, Pd, Udc e Idv, hanno contestato che nel processo verbale non ci fosse esplicito riferimento all’episodio che ha visto protagonista il ministro La Russa.
La votazione ha visto un pareggio e dunque il processo è stato respinto. Diversi esponenti del governo erano arrivati di corsa per votare – e per questo era stato sospeso il Consiglio dei ministri in corso a Palazzo Chigi – ma i loro voti non sono comunque bastati.
La seduta è poi stata sospesa.
Va tra l’altro registrato il gesto di stizza del ministro della Giustizia, Angelino Alfano.
Alla chiusura del voto sul processo verbale Alfano, secondo quanto riferito dal leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, ha infatti gettato la sua tessera della Camera contro i banchi dell’Italia dei Valori.
«È stato un gesto irresponsabile, immorale, illegittimo da parte del portantino di Berlusconi», ha detto Di Pietro davanti alle telecamere e mostrando tra le mani la tessera di Alfano.
«Lo denuncerò al presidente della Camera» aggiunge l’ex pm stigmatizzando «lo spregio e il disprezzo del ministro nei confronti del Parlamento». Disprezzo tale che, conclude Di Pietro, «mi fa chiedere le immediate dimissioni del ministro».
Esponenti della maggioranza hanno invece criticato Fini sia per avere concesso il voto sui verbali (ma il presidente ha fatto notare che era impossibile non farlo essendo stato chiesto da tutte le opposizioni) sia per non avere voluto attendere l’arrivo di altri ministri a dar manforte alla maggioranza.
Quattro di loro, secondo la maggioranza, erano già in aula e quindi sarebbe bastata un’attesa di pochi altri minuti e per questo Pdl e Lega sono tornati a chiedere le dimissioni del presidente, considerato non più «super partes».
Il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, ha fatto invece notare che «è stata una votazione lunghissima» e che «il Parlamento non può aspettare i comodi dei ministri» e Dario Franceschini ha parlato di «spettacolo indecoroso» da parte del governo che interrompe un consiglio dei ministri per consentire ai suoi esponenti di votare un verbale.
E non solo: a segnare il nervosismo della giornata c’è il fatto che il presidente della Camera è stato colpito alla testa da un giornale che gli è stato lanciato da un deputato del Pdl mentre usciva dal’Aula della Camera dopo la bocciatura del processo verbale.
Il giornale, riferiscono i presenti, ha colpito in pieno il presidente della Camera, che ha individuato l’autore del lancio, con il quale ha avuto uno scambio di battute.
Anche oggi ci saranno mobilitazioni del «popolo viola» all’esterno di Montecitorio, in concomitanza con la discussione del testo sul processo e della prescrizione breve.
«Staremo lì fino a che il dibattito si svolgerà alla Camera – ha annunciato Gianfranco Mascia, uno dei coordinatori -. Poi ci sposteremo al Senato. In questo momento, decisivo per le regole democratiche del nostro Paese, è fondamentale che ciascuno faccia la sua parte».
Non solo: è allo studio una mobilitazione nazionale che unisca partiti, movimenti e società civile che potrebbe essere convocata per il 16 aprile.
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Marzo 31st, 2011 Riccardo Fucile
PIONATI IL PIÙ NERVOSO DEL GRUPPO: VOLEVA FARE IL VICEMINISTRO, MA GLI È ANDATA MALE…ORA SONO IN SILENZIO STAMPA, OGNI TANTO DISERTANO LE VOTAZIONI E LANCIANO AVVERTIMENTI AL PREMIER
Come gli azzurri della Nazionale di Bearzot nell’Ottantadue, i Responsabili
vanno incontro alla storia anche con un propedeutico silenzio stampa.
È il caso del campano Bruno Cesario: “Oggi non parlo, mi dispiace. Queste sono le ore più importanti della mia carriera politica”.
La sua coppa del mondo è un posto da sottosegretario. L’ora è solenne, l’attesa snervante.
In aula il governo va giù su un emendamento del Pd e sui Responsabili viene caricata la croce delle assenze decisive.
Un segnale al Caimano, per spingerlo già stamattina, nel consiglio dei ministri dedicato all’emergenza di Lampedusa, a dare “il giusto riconoscimento alla terza forza della coalizione”, come ammette uno degli assenti a microfoni spenti.
Terza forza. Terza gamba.
I responsabili, in una parola. Ventinove deputati e sei sigle.
Il premier deve riempire undici caselle rimaste vuote.
Altre dodici verranno con il disegno di legge per aumentare le poltrone di governo e spiantare la Bassanini.
In queste ore alcuni ministri stanno compilando schede tecniche con le esigenze dei loro dicasteri.
In pratica, mettono nero su bianco le richieste di uno, due o tre sotto-segretari a testa. Il rimpasto sulle ventitrè. A dire il vero, ventiquattro.
Perchè il siciliano Romano è già passato all’incasso con il ministero dell’Agricoltura. Il giorno che ha giurato, giovedì scorso, ha festeggiato con un grande pranzo in un ristorante del centro di Roma.
Cinquanta invitati, tutti dalla Sicilia, tra familiari, affini e amici.
Gli altri quattro Responsabili che aspirano sono: Calearo, da viceministro per il Commercio con l’Estero, poi l’ex finiana Polidori, il già citato Cesario, Belcastro di Noi Sud, l’ex pastonista del Tg1 Pionati, tutti e quattro da sotto-segretari.
Due variabili, da aggiungere alla lista della spesa di Iniziativa Responsabili, sono la Siliquini, altra ex di Fli, e Antonio Milo, che insidia Belcastro in quota Noi Sud.
Un vortice di ambizioni che s’impenna nel primo pomeriggio.
In Transatlantico Veltroni e D’Alema passeggiano insieme e ridono e una voce si schianta sui Responsabili: “Domani in cdm il premier nominerà solo tre vice-ministri”. Calearo, Anna Maria Bernini del Pdl con la delega che fu di Romani (oggi allo Sviluppo economico che fu di Scajola, che a sua volta potrebbe rientrare alle Politiche comunitarie che furono di Ronchi); l’ex autonomista Misiti alle Infrastrutture.
Qualche sottosegretario in pectore ha un mancamento: “Non è vero, domani tocca anche a noi”.
Un collega papabile lo rassicura: “Non preoccuparti, a cena Berlusconi ci ha detto che risolverà la questione entro martedì prossimo”.
Ma il più frenetico di tutti è Francesco Pionati, in abito chiaro.
L’ex notista del Tg1 è l’anti-Romano dei Responsabili.
I due non si sopportano.
Sul web è diventato un cult il fuorionda di Pionati a Exit, alla vigilia della nomina di Romano a ministro: “Io non mi faccio rappresentare da Romano. Se vado al nord con Romano sul palco non faccio altro che raccogliere ortaggi, è una situazione pericolosa. Noi abbiamo l’immagine di persone perbene, i siciliano so’ siciliani”.
In realtà il Pid di Romano, Popolari per l’Italia di domani, rischia di stroncare la vera ambizione di Pionati: diventare il nuovo Casini del centrodestra con la Alleanza di centro.
Un partitino che ha reclutato l’attrice Debora Caprioglio e vanta un inno-karaoke che recita: “Noi vogliamo difendere l’onore di chi non ha più santi da pregare/ di chi non ha uno straccio di lavoro/ raccoglieremo voci in un sol coro”.
Alla corte del Caimano, le dichiarazioni di Pionati su Romano non sono piaciute per niente e questo avrebbe fatto perdere già la prima battaglia al capo dell’Adc: quella con la Bernini, figlia d’arte di un ministro berlusconiano del ’94 poi in An infine nel Pdl, per la poltrona di vice-ministro alle Comunicazioni.
Pionati ci teneva tantissimo.
Ma le sue frasi in libertà gli hanno appiccicato l’etichetta di “inaffidabile” nell’inner circle di Palazzo Grazioli.
E poi spiega un deputato del Pdl, “Francesco rappresenta solo se stesso, se diventa sottosegretario è grasso che cola”.
Sottosegretario come, per esempio, lo storaciano Musumeci.
Oppure il calabrese Galati, già coinvolto in un’inchiesta su festini a luci rosse e coca, che poi ha sposato la leghista Lussana dopo un adeguato trapianto di capelli.
Oggi Galati è con i Cristiano Popolari del Pdl (da non confondere con quelli Riformisti). Il premier andrà alla loro convention giovedì mattina.
Il rimpasto è in atto. E se il ddl va avanti c’è posto per tutti.
Ventitrè, almeno.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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