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D’ALEMA E CUPERLO COME AI BEI TEMPI: DUETTO ANTIRENZIANO A FIRENZE

Settembre 13th, 2015 Riccardo Fucile

“IL PARTITO NON ESISTE PIU’, NON FACCIAMO FINTA”

C’è un forte odore di fegatino, alla Cascina di Firenze. Impregna la Festa dell’Unità .
Ma a ben sentire l’odore è più spigoloso, aspro. Sta arrivando Massimo D’Alema. L’attesa si consuma come si può.
Gianni Cuperlo riunisce il pezzo fiorentino della sua corrente nel ristorante Campi.
Sempre lì ma nella pizzeria accanto, la direttrice del Tg3 Bianca Berlinguer, che avrà  l’arduo compito di condurre un faccia a faccia tra D’Alema e un dalemiano che negli anni si è costruito una sua storia e una sua autonomia, invece incassa saluti, selfie, incoraggiamenti e l’augurio di una signora: «Speriamo che fai te la sfidante di Renzi al congresso».
Poi le si avvicina Mary, racconta la sua saga familiare tutta interna al Pci e le chiede: «Io non so’ mica renziana, ma in passato mi ricordo che si discuteva, si discuteva, ma poi una decisione la si prendeva a maggioranza, e la minoranza si adeguava. E ora? Lo chieda un po’ a D’Alema».
Sarà  fatto, pochi minuti dopo, quando sul palco sale l’ex premier: «Non facciamo finta di essere un partito, con la maggioranza e la minoranza. Tutto questo non c’è più». Boato dalla platea.
E’ solo un assaggio. D’Alema rispolvera il miglior D’Alema. Tagliente, sarcastico.
Si sente a casa, altro che nella tana del lupo, come gli ricorda un curioso liquidato con la fede giallorossa: «Gli unici lupi che conosco sono a Frosinone».
Il pensiero, come è ovvio, va alla riforme, alle lacerazioni del Pd. «Sta a Renzi decidere se avere una discussione che sia vera. Sento parlare tanto di disciplina di partito. Tra tutti i valori della sinistra che abbiamo perso, l’unico che abbiamo conservato è il peggiore».
D’Alema punta direttamente al cuore del renzismo e risfodera il paragone con il soviet: «Mi ricordano il compagno Pjatakov, passato alla storia per una memorabile frase: “Quando il partito dice che il bianco è nero, allora noi dobbiamo dire che il bianco è nero”. Ora al posto di Pjatakov abbiamo Lotti».
Gli applausi sigillano una corrispondenza sentimentale con gli spettatori. Soltanto uno di loro in risposta gli urla «40 per cento», come a ricordare a D’Alema il successo elettorale di Renzi che lui non ha mai visto neanche con il binocolo.
D’Alema ricorda un partito guidato da un premier che è anche segretario, «che, abbandonato a se stesso, sta deperendo»; ricorda i milioni di voti persi alle ultime elezioni regionali, «e non perchè il Pd si sta affrancando dai post-comunisti, ma perchè sono i post-comunisti a essersi affrancati dal Pd».
E’ una questione di popolo, di identità . Che è alla base della stessa straziante domanda che arriva alla fine, conseguente all’ipotesi di riforme votate senza un pezzo del Pd e con l’aiuto di Denis Verdini.
La scissione è un tabù che Cuperlo scalfisce appena. Non la cita, ma la evoca: non è il Pd che voleva, dice, e «se venisse a mancare la ragione fondativa del partito, questo potrebbe non essere più la casa di molti di noi».
Il Pd «non è un destino, ma una scelta».

Ilario Lombardo
(da “La Stampa“)

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INTERVISTA A SPOSETTI: “CASO PENATI? TANTO VA TUTTO IN PRESCRIZIONE”

Settembre 10th, 2015 Riccardo Fucile

“NON SPETTA A NOI DS STABILIRE LA VERITA'”

«Vuole l’intervista? Non gliela do».
Transatlantico di Palazzo Madama, sono ore concitate perchè si entra nel vivo del ddl Boschi, quello che divide i renziani dai 28 dissidenti firmatari di un documento sul Senato elettivo.
In un angolo Ugo Sposetti, tesoriere degli eredi di Botteghe Oscure, parla al telefono. Con una mano copre la bocca per non fare leggere il labiale. Il motivo? È indaffarato in un’altra questione.
Proprio in quei minuti i Democratici di sinistra (Ds) non si sono presentati in aula alla ripresa del processo sul “sistema Sesto”, autoescludendosi così formalmente dalle parte civile contro l’ex presidente della provincia di Milano, Filippo Penati, ex braccio destro di Pier Luigi Bersani, reo di aver incassato presunte tangenti.
La decisione, secondo la versione del legale, sarebbe stata presa di concerto con il tesoriere
Sposetti, avete salvato Penati, chissà  cosa penserà  adesso il premier Renzi.
«Per voi giornalisti non costituirsi come parte civile equivale a una condanna di primo grado. Giusto? Ho un dossier con tutte le cose che scrivete. Lo faccio per mia figlia. A ogni modo, io non voglio associare il mio nome a un processo penale. Le ripeto, preferisco non parlare».
Per quale motivo ora questa retromarcia?
(La questione si fa seria e Sposetti inforca gli occhiali). «Lo studio legale che ha seguito la vicenda ha presentato una nota. Per adesso il reato è presunto. Giusto? ».
Vi siete sfilati perchè non c’è solo Filippo Penati, ma mezza nomenclatura lombarda di ex Ds?
«Finchè non si accerta se questi fatti sono realmente avvenuti e, soprattutto, chi per conto dei Ds si è preso le tangenti, non ci presenteremo. D’altro canto, l’avvocato quale arringa avrebbe dovuto fare? Su cosa?»
Dunque, ritenete l’ex presidente della Provincia di Milano innocente?
«È un cittadino come tutti gli altri ed è un suo diritto difendersi. Non spetta a noi Ds, ma ad altri soggetti stabilire la verità . Le dico di più, vuole sapere come andrà  a finire?».
Come?
«Si concluderà  il primo grado. E poi andrà  tutto in prescrizione. Del resto, alcuni reati del processo sono già  stati prescritto. Giusto?».
I 5Stelle già  parlano di “incoerenza della sinistra”. Come replica?
«Non rispondo ai 5Stelle. Mi faccia andare, adesso presento un emendamento per eliminare il Senato».

Giuseppe Alberto Falci
(da “La Repubblica”)

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ROSSI SFIDA RENZI PER LA SEGRETERIA DEL PD

Settembre 7th, 2015 Riccardo Fucile

INTERVISTA AL GOVERNATORE DELLA TOSCANA: “NEL 2017 SARO’ IO IL SEGRETARIO”

«Ci penso, sono disponibile». Finora il governatore toscano Enrico Rossi aveva annunciato con un «perchè no? » la sua candidatura alla segreteria nazionale del Pd. Adesso fa un passo avanti.
Dal palco della festa dell’Unità  di Firenze, davanti ad oltre 300 persone, si dice «disponibile» a sfidare Matteo Renzi alle primarie del 2017 che decideranno il leader del partito.
Obiettivo troppo ambizioso?
Rossi spiega di avere un progetto da inseguire: quello di una sinistra che non veda in Renzi il proprio nemico.
E invece «questa sinistra interna oggi gioca con l’idea della rivincita e non è così che si deve fare», dice fra gli applausi il governatore toscano.
Che già  da tempo ha abbandonato i toni antagonisti della sinistra interna d’opposizione per sostenere la sostanza del Jobs Act, l’Italicum o la riforma del Senato.
«Quello che dico è il frutto di una sinistra di governo, che in Toscana ha sempre governato e della quale io sono figlio», rivendica Rossi.
Sarà  un cammino lungo e pieno di ostacoli?
«Chi mi conosce sa che quando provo a fare qualcosa ci provo fino in fondo. Prendo atto che nessuno ha reagito in modo scandalizzato alla mia candidatura: ringrazio anzi renziani e sinistra che hanno riconosciuto una legittimità  nella mia idea», dice il governatore.
Convinto che l’ultima parola sarà  comunque quella del «corpo del partito ». Non quella del ceto politico. Che adesso Rossi sembra voler tenere alla larga: «Se ho qualcosa da rimproverarmi? Sì ce l’ho, è quella di non averci provato quando ci ha provato Renzi ».
Ma il governatore toscano ha informato il segretario-premier della sua idea?
«No, non l’ho fatto. Non ho avvertito Renzi. Non ho avvertito Bersani nè D’Alema». Certo, chiarisce Rossi, «non avrei pensato ad una mia candidatura se questa sinistra interna mi avesse soddisfatto».
Proprio per questo però il governatore pensa che nel Pd ci sia oggi uno spazio politico.
E che solo una sinistra non pregiudizialmente anti- renziana possa occuparlo.

Massimo Vanni
(da “il Corriere della Sera”)

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INTERVISTA A D’ALEMA: “RENZI DANNEGGIA IL PARTITO RINNEGANDO LA STORIA COMUNE”

Settembre 3rd, 2015 Riccardo Fucile

“E’ IN ATTO UNA ROTTURA TRA IL PD E PARTE DEI SUOI ELETTORI”

«Sono appena tornato dall’Arabia Saudita, e sono rimasto colpito dalla percezione terribile dell’Europa: un continente diviso, preda di febbri populiste, incapace di governare un’emergenza in cui abbiamo anche noi le nostre responsabilità . L’Europa ha contribuito a destabilizzare la regione: per quello che ha fatto, con guerre e interventi militari; e per quello che non ha fatto, disinteressandosi delle conseguenze».
Presidente D’Alema, l’Italia tenta di internazionalizzare l’emergenza migranti. A che punto siamo?
«È un tentativo apprezzabile. Si comincia a capire che occorre uno statuto europeo del rifugiato, che le frontiere italiane, greche, ungheresi sono frontiere dell’Unione e spetta all’Europa presidiarle. Ma occorre un salto di qualità . Quando ci fu la crisi in Kosovo, non facemmo nessun vertice: ci parlammo al telefono, distribuimmo i profughi: 30 mila in Italia, 40 mila in Germania, 150 mila in Albania assistiti con i soldi nostri. Non si videro barconi. Nessuno affogò. Ma era un’altra Europa. Con valori comuni».
Tra i valori in crisi ci sono quelli del socialismo europeo. Lei ha sostenuto che i socialisti scompaiono se si allineano ai conservatori, come ad Atene, e reggono se dialogano con i radicali, come a Madrid. Ma la sinistra radicale lei l’ha sempre combattuta. E ora il Pd dovrebbe inseguirla?
«La situazione è ben diversa dal 1996. Allora si trattava di liberare la sinistra dallo statalismo e di arricchirla con aspetti positivi del liberalismo. Oggi siamo dopo la grande crisi della globalizzazione neoliberista. E il riformismo socialista non riesce a ridurre disoccupazione e disuguaglianza. Ecco perchè sorge il populismo, e sorge una sinistra di tipo populista, che non va confusa con l’estremismo. Podemos non ha nulla a che vedere con i gruppetti estremisti».
Ma secondo una lettura diffusa Renzi fronteggia gli stessi nemici che fronteggiò lei: le rigidità  sindacali, gli antiberlusconiani militanti…
«Raffigurare la storia italiana come se berlusconismo e antiberlusconismo si fossero annullati in una litigiosità  inutile, senza produrre nulla, è una raffigurazione falsa. Il centrosinistra produsse importanti cambiamenti. Abbiamo fatto la riforma delle pensioni e del mercato del lavoro, le privatizzazioni e le liberalizzazioni, la politica estera nei Balcani e in Libano. Abbiamo portato l’Italia nell’euro».
E avete avuto grandi fallimenti
«Altre cose non ci sono riuscite. Ma rappresentare questi vent’anni come una lunga rissa in cui a un certo punto appare Renzi è una sciocchezza pubblicitaria. Al contrario, Renzi dovrebbe riconoscere quel che ha avuto in eredità . Tra gli elementi che contribuiscono alla crescita del Pil c’è l’Expo, che Renzi ha ereditato dal governo Prodi, senza avere il buon gusto di dire almeno grazie. Mi ha colpito l’atteggiamento sgradevole nei confronti del suo predecessore. Enrico Letta ha messo in sicurezza il Paese. E Renzi ne parla in modo inutilmente sprezzante».
Anche lei ha avuto modi sprezzanti.
«È vero e infatti ho sbagliato. Lo riconosco. E ho pagato un prezzo per questo. Ma posso essere stato spigoloso; non sono cattivo, nè vendicativo. Io ho difeso con spigolosità  le mie idee; non ho mai massacrato le persone. Ho avuto con Veltroni e Prodi un confronto politico franco. Ma ho indicato io Veltroni come vicepresidente del Consiglio. E quando Prodi cadde in modo drammatico, e non certo per mia responsabilità , l’ho indicato io come presidente della Commissione europea. Soprattutto, non ho mai svilito la nostra storia comune, come sta facendo Renzi. È vero che in passato il centrosinistra ha conosciuto divisioni. Ma oggi si rischiano lacerazioni ben più drammatiche».
Il Pd è a rischio scissione?
«Sono stato coperto di insulti per aver fornito in un dibattito qualche dato oggettivo: nei sondaggi siamo precipitati dal 41% al 32; e le regionali hanno confermato la tendenza. Per ordine dall’alto è iniziato un linciaggio di tipo staliniano. Il Pd sta abbandonando molti valori della sinistra, ma non i metodi dello stalinismo. Oggi i trotzkisti da fucilare se il piano quinquennale falliva vengono chiamati “gufi”. E siccome Palazzo Chigi ha una certa influenza sui media, vari commentatori sono intervenuti per dirmi che non si possono paragonare le Regionali alle Europee. Sono cose che credo di sapere. Paragoniamo allora le Regionali 2015 alle precedenti. Abbiamo perso 330 mila voti in Emilia, 315 mila in Toscana, 150 mila in Veneto e in Campania. In tutto sono un milione e 300 mila».
È cresciuta l’astensione.
«È vero; ma soprattutto nelle Regioni rosse. Gran parte dell’elettorato rimasto a casa era nostro. In campagna elettorale mi sono preso gli insulti di molte persone cui dicevo di votare il Pd; adesso mi insultano dall’altra parte. Il vicesegretario del mio partito dice che faccio polemiche di basso livello. Ma qui è basso il livello dei voti. Dio acceca coloro che vuole perdere».
Ripeto: il Pd è a rischio scissione?
«Non è a me che deve fare questa domanda. Mi occupo di politica internazionale. Non ho problemi, non cerco cariche…».
La si sospetta invece di acrimonia personale, per non aver avuto la carica di alto rappresentante per la politica estera europea.
«È falso, e glielo dimostro. Io lavoro a Bruxelles, e collaboro lealmente con Federica Mogherini, che apprezzo molto».
Torniamo al rischio scissione.
«L’attuale Pd non ha rotto solo con la tradizione della sinistra, ma anche con una parte importante del cattolicesimo democratico. In questo modo ha lasciato molto spazio ad altre offerte politiche. Ora il Pd è a un bivio. O ricostruisce il centrosinistra. Oppure crea un listone con il ceto politico uscito dal berlusconismo. Ho visto un sondaggio che dice che con questo listone, o come è stato elegantemente definito rassemblement, avremmo meno di voti di quelli che raccoglierebbe da solo il Pd».
Sta dicendo che bisognerebbe cambiare la legge elettorale?
“Sì. La legge è stata costruita per un Pd al 40%; oggi rischia di diventare una trappola mortale. Il ballottaggio sarebbe tra Renzi e Grillo; e dubito che i leghisti voterebbero Renzi. Farsi la legge elettorale su misura porta sfortuna: chi ci ha provato, compreso Berlusconi, ha perso. Sarebbe saggio evitare questa roulette russa, che rischia di consegnare il Paese neanche a una maggioranza, ma a una minoranza populista»
Non vorrei sembrarle insistente, ma se si dà  il premio elettorale alla coalizione anzichè alla lista, allora nel Pd diventa possibile una scissione da sinistra.
«Questo deve chiederlo a Speranza o a Cuperlo. Io sto dicendo un’altra cosa. Qui è in gioco l’assetto del sistema democratico. Se si sceglie una legge elettorale che sacrifica la rappresentanza alla governabilità , allora bisogna riequilibrare il sistema con garanzie, contrappesi, tutela dei diritti fondamentali dei cittadini: a cominciare dall’elezione diretta dei senatori. Lo stesso vale per la riforma fiscale. Un conto è tagliare le tasse sul lavoro e sulle imprese; un altro è tagliare le tasse sulla casa ai benestanti. Quello fu uno dei terreni di sfida tra Prodi e Berlusconi. Renzi ha scelto la posizione di Berlusconi».
Renzi sostiene che sta facendo le cose che lei aveva intenzione di fare, dalle riforme istituzionali al superamento dell’articolo 18. Avete in comune pure il dialogo con Berlusconi, e lo scontro con gli antiberlusconiani. Come quello che lei sostenne al Palasport di Firenze con Paul Ginsborg, all’apice della stagione dei girotondi.
«Berlusconi nel 2001 venne in elicottero a Gallipoli per cacciarmi dal Parlamento. Nel 2013 mi disse che non avrebbe mai potuto votarmi per il Quirinale perchè a destra ero considerato il peggiore avversario. Ricordo bene il confronto pubblico con Ginsborg. Lui aveva scritto nei suoi libri cose diverse da quelle che avevo scritto nei miei. Ma il confronto delle idee richiede che ci siano delle idee».
Renzi le rinfaccia che non può difendere l’Ulivo l’uomo che a Gargonza lo affossò.
«Io non sono mai stato un ulivista nel senso ideologico del termine. A Gargonza contrastai l’ideologia della supremazia della società  civile sulla politica: tema di una certa attualità . Ma l’Ulivo io contribuii a costruirlo e portarlo al governo, con oltre il 40%: al di sopra del livello massimo del Pd attuale».
Che effetto le fa vedere quasi tutti i suoi collaboratori di un tempo schierati con Renzi? Rondolino, Velardi…
«Velardi si schierò già  con Lettieri e la Polverini»
…Latorre, Orfini.
«Mi fa un certo effetto di tristezza. Colpisce la solerzia con cui alcuni si impegnano nelle polemiche contro di me. Anche questo appartiene al metodo staliniano: fare attaccare i reprobi dai vecchi amici, dai familiari».
Renzi ha torto anche quando dice che l’alternativa a lui non è un Pd più a sinistra, è Salvini?
«Questo è lo scenario che lui preferisce. Ma bisognerà  vedere se nel centrosinistra emergerà  nel prossimo futuro una personalità  in grado di contendere a Renzi la leadership. Non bisogna sottovalutare un fatto. A destra la legge della convenienza funziona. A sinistra no. A sinistra è più forte la legge della convinzione».
Che cosa intende dire?
«Che è avvenuta una cosa più grave di una rottura politica; una rottura sentimentale. Un parte degli elettori di sinistra hanno rotto con il Pd, e difficilmente il Pd li potrà  recuperare. Io ho litigato con molte persone che mi hanno detto: “Non vi ho votato e non vi voterò mai più. Non siete più il mio partito”. E non lo dice un gufo; lo dice uno che resta nel Pd, seppur maltrattato. Sarebbe saggio cambiare tono. Perchè c’è qualcosa in Renzi che va al di là  delle scelte politiche; è proprio questo tono sprezzante e arrogante, verso le persone del nostro stesso mondo, verso la nostra stessa storia. Berlusconi e Bossi si insultarono, si querelarono, ma il giorno dopo per convenienza si misero d’accordo. A sinistra questo non può accadere. Siamo fatti diversamente».

Aldo Cazzullo
(da “il Corriere della Sera”)

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CACCIARI: “IL PD NON E’ MAI NATO, RENZI FACCIA IL SUO PARTITO”

Agosto 22nd, 2015 Riccardo Fucile

“LA SCISSIONE E’ INEVITABILE, GIA’ VIVONO DA SEPARATI IN CASA”

“Il Pd non è mai nato, strozzato in culla dalle oligarchie ex Dc ed ex Pci, e da questo suicidio nasce l’affermazione politica di Matteo Renzi”.
Sulle pagine dell’Unità , Massimo Cacciari si conferma osservatore critico del Partito democratico e il suo giudizio è una sentenza: “La scissione è già  nei fatti, solo nel modo più spurio e improduttivo. Vivono da separati in casa. Ma 40 anni fa c’è stato il referendum sul divorzio: nessuno è più obbligato a convivere se non ci sono più i presupposti”.
Nell’intervista al quotidiano del Pd, l’ex sindaco di Venezia non considera l’attuale scontro interno al partito come “la solita lotta tra correnti”, ma vede una situazione diversa: “C’è una leadership molto forte che fatica a creare intorno a sè un gruppo dirigente autorevole. Renzi ha autorevolezza, gli altri che lo circondano sono gregari. Dall’altra parte ci sono esponenti di una cultura che con questo capo non ha niente a che fare. La differenza è quasi antropologica”.
Anche per questo “non si può parlare di partito. C’è una contrapposizione tra il capo e il suo seguito da una parte, e una corrente che non ha nulla a che spartire con loro dall’altra”.
Secondo Cacciari sarebbe “utile che questo equivoco si sciogliesse presto”, perchè “danneggia sia il leader che la minoranza”.
Un’analisi molto dura del filosofo, il quale non esclude che “Renzi riesca con il tempo a costruire un vero partito con dirigenti all’altezza e un radicamento territoriale che oggi manca del tutto. Ma sarà  il Partito di Renzi e non più il Pd”.
Anche perchè “il premier deve mettersi in testa che se vuole governare a lungo avrà  bisogno di un partito vero e più strutturato di questo”.

(da “Huffingtonpost”)

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INTERVISTA A PROSPERO: “A RENZI INTERESSA SOLO LA GESTIONE DEL POTERE”

Agosto 16th, 2015 Riccardo Fucile

IL DOCENTE DI FILOSOFIA: “IL RENZISMO E’ UNA DEGENERAZIONE DEL SISTEMA DEMOCRATICO”… “IL PD E’ ORMAI SOLO UNA SIGLA ELETTORALE”

Michele Prospero – un tempo editorialista del giornale del Pd – non legge più l’Unità : «È ormai un quotidiano apocrifo», dice.
Il professore, filosofo, è un tipico gufo, non lo nega («Per Hegel è una figura positiva», rivendica), e di Renzi pensa malissimo: «Il renzismo è un fenomeno politico della degenerazione del sistema democratico».
All’Espresso, Prospero spiega il filo che lega la Bolognina di Occhetto, all’antipolitica e a Renzi, il tema del suo saggio, “Il nuovismo realizzato”.
E se il premier oggi dice che quella della società  civile «è una retorica insopportabile»: «Lo fa solo strumentalmente», per Prospero, «per giustificare le nomine nel Cda della Rai».
È convinto che non si andrà  ad elezioni anticipate, Prospero, e che la storiella del Renzi 1 e Renzi 2 non funziona: «I due sono in realtà  la stessa cosa. Anche il Renzi rottamatore era interno al conservatorismo».
Le riforme portate a compimento? «Sono solo quelle fatte in accordo con la destra, come l’abolizione dell’articolo 18. Quelle che non piacciono ad Alfano arrancano».
Ha molto in comune Matteo Renzi, per Prospero, con Tony Blair che si scaglia contro il candidato di sinistra alle primarie dei Labour, il sessantenne Corbyn: «La prima cosa che fece Blair arrivato al governo», racconta Prospero, «fu prevedere una sala specifica al partito per gli incontri con i grandi contributori».
I toni che usa Blair contro Corbyn poi ricordano la violenza dello scontro interno ai democratici nostrani, fatto di sfottò e veri e propri insulti.
Per Prospero è la conferma che «l’operazione politica del Pd è fallita» e che la minoranza bersaniana farebbe meglio a andarsene e a partecipare alla costruzione di un soggetto a sinistra: «Sarebbe un elemento di chiarificazione».
Lei è tipico “gufo”. Nel 2012 disse che la rottamazione era un’idea fascistoide, oggi è impietoso con il “Nuovismo realizzato” edito da Bordeaux edizioni.
«Io noto che il renzismo è un fenomeno politico della degenerazione del sistema democratico. Ne è anzi il suo compimento, l’epilogo di una vicenda che ha destrutturato il sistema e i meccanismi parlamentari e decostruito il sistema dei partiti».
Nostalgia? Perchè quel modello dovrebbe esser più funzionale dei partiti leggeri, delle primarie del Pd, delle parlamentarie dei 5 stelle?
«Molte delle cose che sono oggi auspicate dai 5 stelle appartengono anche alla cultura politica dei comunisti negli anni 70, che fondava sulla partecipazione l’idea stessa della transizione al socialismo. Nella promozione della democrazia diretta, c’è il richiamo di una cultura democratico-radicale di sinistra».
Ma?
«Ma non è vero che i soggetti organizzati impedivano alla democrazia di funzionare: rappresentanza, mediazione e partecipazione diretta non sono uno in alternativa all’altro, ma sono momenti che devi combinare. Le primarie, invece, ripercorrono un’idea opposta: i partiti non hanno più una specificità . E se alle primarie di un partito di sinistra possono partecipare anche elettori di destra, ecco che è inevitabile l’arrivo al partito della Nazione».
Il titolo completo del suo ultimo saggio è “Il nuovismo realizzato. L’antipolitica dalla Bolognina alla Leopolda”. Cosa unisce la svolta di Occhetto – che credo comunque non gradisca la lettura – a Matteo Renzi?
«L’ostilità  alla forma partito, la pretesa di costruire delle carovane indefinite».
Con le dovute proporzioni, immagino.
«Con l’idea di un percorso. La seconda Repubblica è nata con la polemica contro – si diceva – “la nomenclatura partitocratica”, e muore nel 2013 con “l’anticasta”. Non è un caso. Tanto nella Bolognina quanto nella rottamazione di Renzi c’è l’istanza di ripudiare la mediazione politica, in nome di entità  metafisiche, dei “cittadini”, della “società  civile”».
Della società  civile oggi Renzi dice: «È una retorica insopportabile». Nel maggio 2012 però diceva: «Un partito che funziona dà  spazio al protagonismo sia degli amministratori periferici sia della società  civile». A lei che ha scritto “Il libro nero della società  civile” (Editori Internazionali Riuniti) l’evoluzione dovrebbe piacere.
«Il problema è che Renzi quello che dice oggi lo dice strumentalmente, per difendere le scelte fatte nell’eleggere il Cda della Rai. Ma tutta la sua ideologia è fondata sull’ostilità  alla funzione politica in quanto tale. Come giustifica Renzi le stesse riforme costituzionali? Dice “è la più grande riforma che manda a casa i professionisti della politica”».
Si è detto che quello era il Renzi 1 e che oggi c’è un Renzi 2, capace di rivendicare le nomine Rai.
«I due sono la stessa cosa. Anche il Renzi rottamatore era interno al conservatorismo. Renzi, prima e dopo palazzo Chigi, è interessato alla sola gestione del potere».
Però vanta un buon numero di riforme portate a compimento: la riforma del mercato del lavoro, la legge elettorale, la scuola…
«Leggi che ha fatto con l’avallo della destra, come sul mercato del lavoro, dove ha ricalcato la posizione che era di Maurizio Sacconi. Sulle riforme dell’era Renzi c’è sempre la stessa matrice. Su quelle più progressiste, sui diritti civili, ad esempio, che incontrano la contrarietà  di Alfano, si arranca. Quello di Renzi è un governo moderato e conservatore che spaccia le sue politiche per buonsenso. È un governo nato nel mito della freschezza e del giovanilismo, nel mito – alimentato e condiviso dal presidente Napolitano – del «governo senza retroterra», di ministri cioè che non godono di un’azione di supporto di partiti. Questo mito nasconde la reale geografia del potere. Chi pesa di più rispetto ai ministri senza retroterra? Da una parte le grandi burocrazie, che hanno più potere del ministro incompetente, e dall’altra l’imprenditoria, che è entrata direttamente al governo, con le cooperative di Poletti, e le industrie di Guidi».
Non è così diverso, in questo, dal governo Letta che aveva invece una coalizione più larga, con Berlusconi organico.
«L’unica differenza tra il governo Renzi e il governo Letta è che entrambi hanno un rapporto con i poteri forti, ma con Letta prevaleva la Banca d’Italia e la finanza mitteleuropea mentre con Renzi a prevalere è la componente Squinzi. La coalizione di Letta era più vicina alla Bce, ma meno ostile al sindacato. Renzi, mantenendo il rapporto con Angela Merkel, è più orientato verso l’impresa medio-piccola nostrana, interessata soprattutto a colpire quanto rimane del potere sindacale».
Senta, Tony Blair ha scritto ai compagni del Labour: «Se Jeremy Corbyn diventa segretario sarà  la fine. La posta in gioco è se il Labour resterà  un partito di governo oppure no». Corbyn, 66 anni, è il candidato di sinistra alle primarie socialiste. Blair nella sua lettera elogia i sindacati che collaborano con il governo. Il Pd sta completando l’evoluzione già  impressa ai Labour da Blair?
«Il Pd la sta completando in maniera anche più radicale. E se Blair non era certo un rottamatore, ma un politico esperto con 15 anni di parlamento alle spalle, ci sono molte similitudini tra i due. La prima cosa che fece Blair arrivato al governo fu prevedere una sala specifica al partito per gli incontri con i grandi contributori. Renzi organizza le cene. E se i Labour sono in crisi è proprio per l’impostazione data da Blair. La sconfitta in Scozia, l’espansione del partito ecologista e persino l’avanzata della destra populista dimostrano che i Labour non sono più in grado di intercettare l’elettorato tradizionalmente di sinistra. Se pensiamo al voto in Emilia Romagna, in Italia si sta verificando la stessa cosa».
Blair usa per Corbyn parole durissime che ricordano lo scontro interno al Pd. Che senso hanno partiti dove convivono anime così distanti, con insulti quotidiani?
«Non hanno alcun senso. L’operazione politica del Pd è fallita. Il Pd non esiste, è una sigla elettorale a cui nel territorio corrisponde una molteplicità  infinita di varianti, tra micronotabili e amministratori».
La minoranza dem dovrebbe andare alla scissione?
«Sarebbe un elemento di chiarificazione. E sarebbe anche un elemento di efficenza della proposta politica. La strada è quella abbozzata in Liguria, alle ultime regionali. Senza più una sinistra credibile, di governo, è evidente che la disillusione indurrà  a vedere l’unica alternativa nei 5 stelle. Non a caso Grillo cerca di mettere insieme sensibilità  di sinistra – con le proposte sull’ambiente – a sensibilità  di destra – con i post e le posizioni sui migranti. La funzione storica della sinistra rimane anche se non la si vuole più nominare. La prima Repubblica aveva a sinistra Berlinguer e De Martino, e al centro Zaccagnini e Moro. Che ora il massimo esponente della sinistra sia Renzi e che il centro sia Alfano la dice lunga su quanto la Seconda Repubblica sia stata caratterizzata da un costante scivolamento verso destra del quadro politico».

Luca Sappino
(da “L’Espresso”)

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ALLA FESTA DELL’UNITÀ HANNO INVITATO IL NAZARENO: SOLO ESPONENTI DI FORZA ITALIA COME INTERLOCUTORI

Agosto 7th, 2015 Riccardo Fucile

ESCLUSI CINQUESTELLE NEL PROGRAMMA DELLA FESTA

“C’è chi dice sì”, recita lo slogan della festa nazionale dell’Unità  2015, che si terrà  a Milano dal 25 agosto al 6 settembre.
Una festa, la seconda dell’era renziana, tutta centrata sul racconto delle riforme: quelle fatte e quelle da fare, a partire dalla riforma istituzionale.
Una festa che punta “al confronto e al dialogo, dentro il partito e con gli altri partiti”, scandisce il vicesegretario Lorenzo Guerini.
E la lista degli invita indica chiaramente quali sono gli interlocutori che il Pd ha scelto: gli alleati di governo, naturalmente, con la sfilata di tutti i ministri di Pd e Area popolare a partire da Alfano, Galletti e Lorenzin.
Ma anche Forza Italia e Sel, che governa Milano insieme al Pd con il sindaco Pisapia (atteso in due serate).
Nessun invito è partito, a differenza del 2014, in direzione di esponenti del M5s, mentre per la Lega è atteso, in veste istituzionale, solo il governatore lombardo Bobo Maroni.
Forza Italia è dunque l’opposizione prescelta per il confronto.
Tanto da far pensare a una riedizione del patto del Nazareno. “Non è un Nazareno 2.0”,spiega Debora Serracchiani, “siamo impegnati su un cammino di riforme talmente importante che se le altre forze politiche vorranno discutere, saremo sempre disponibili. Siamo impegnati a coinvolgere tutte le forze in Parlamento”.
Per ora il dialogo con M5s e Lega è chiuso. E del resto, proprio sulla riforma del Senato, il leghista Calderoli sta preparando un milione di emendamenti, e i grillini sono già  stati protagonisti di barricate e caos nelle aule parlamentari.
Con Forza Italia invece i, filo del dialogo può essere ripreso.
Sulle riforme, poi, c’è anche un nodo dentro il partito. A differenza di quanto accadde a primavera con la festa alla Montagnola di Bologna, stavolta gli organizzatori hanno mandato inviti a tutte le anime dem.
“Il Pd è uno solo, è una cosa sola”, scandisce Serracchiani, che conferma anche la presenza di Massimo D’Alema e degli ex segretari come Veltroni e Bersani.
Alla minoranza arriva però un messaggio molto chiaro della colomba Guerini: “Non intendiamo accettare modifiche che facciano ripartire da zero la riforma del Senato”, e dunque sull’elettività  dei senatori gli spazi di dialogo non ci sono.
“Abbiamo rimesso sul binario una legislatura che appariva incapace sul fronte delle riforme istituzionali, e questo è l’orizzonte strategico che abbiamo dato alla legislatura. Il ddl Boschi è già  cambiato in modo sostanziale in molti punti. Ci potranno essere ulteriori modifiche ma non si riparte da zero”.
Non ci saranno invece i potenziali nuovi alleati di Verdini e del suo gruppo Ala.
“Non potevamo invitare tutti i gruppi presenti in Parlamento”, spiega Serracchiani. Mentre Guerini si sofferma sul clamore suscitato dalla scelta del Pd bolognese che ha affidato a Pierluigi Bersani la chiusura della festa nel capoluogo emiliano.
“Non c’è da stupirsi, io e Debora chiudiamo molte feste, quella di Bologna la aprirà  lei…tutti i dirigenti del Pd sono e saranno impegnati nelle tante feste che abbiamo…”.
A Milano toccherà  naturalmente a Renzi, il 6 settembre, chiudere l’appuntamento nazionale che si terrà  nei giardini intitolati a Indro Montanelli a porta Venezia, nel centro della città .
Un appuntamento importante, visto che si tratta del 70esimo anniversario dalla nascita delle feste dell’allora Pci nel 1945 (le prime furono proprio in Lombardia a Mariano Comense.
E tuttavia il formato di quest’anno sarà  ridotto, in ossequio alla spending review. Spazi molto più piccoli rispetto a quelli dell’anno scorso a Bologna, un numero decisamente inferiore di punti di ristorazione.
Compensato dalla presenza di 25 punti ristoro dedicati allo street food, dalla focaccia di Recco alla piadina romagnola.
Milano, dunque, come scelta naturale. Per la concomitanza con Expo e anche per l’appuntamento con le amministrative del 2016 alla scadenza del mandato di Giuliano Pisapia.
“Parleremo poco di candidature e molto di programmi”, spiega Fabrizio Santantonio, responsabile organizzativo del Pd lombardo, che sottolinea la scelta di un parco centrale “che i milanesi frequentano abitualmente”.
La festa, ha spiegato il tesoriere Francesco Bonifazi, “costerà  circa 500mila euro”, quasi tutti a carico del Pd nazionale.
Tra gli stand, ce ne sarà  uno dedicato al giornale l’Unità  da poco tornato in edicola. “Il nostro giornale”, ha sottolineato Guerini, che pure viene dalla Dc.
“Il giornale- dice Bonifazi- verrà  costruito dentro la festa dell’Unità . È un momento importante perchè questo glorioso marchio si riunisce col luogo che gli è proprio, la festa”.

(da “Huffingtonpost”)

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CENA DEGLI ANTI-RENZI: LA MINORANZA MINACCIA LA CRISI DI GOVERNO

Agosto 6th, 2015 Riccardo Fucile

RIFORME COSTITUZIONALI: “SE NON MEDIA LO MANDIAMO SOTTO”

A palazzo Madama già  si sente l’odore del Napalm. È più di una suggestione.
Per la prima volta tra la minoranza del Pd all’ordine del giorno c’è la “crisi” di governo.
L’Apocalypse now sulle riforme. Pier Luigi Bersani lo chiama il “far saltare il tavolo, mandandolo (Renzi ndr) sotto”.
E da giorni ne parla con i suoi. C’è chi è già  pronto. Altri, come Cuperlo, un po’ perplessi.
Perchè è chiaro che ormai gli spazi di mediazione sono aridi come un prato vietnamita: “Neanche nel Pci – dice l’ex segretario a In Onda – si chiedeva la disciplina sui temi costituzionali. E’ offensivo dire che minoranza vuole fermare le riforme. Se Renzi vuole discutere, l’accordo si trova subito. Sennò…”.
Quando Matteo Renzi, nel corso della conferenza stampa, scandisce il suo “no a veti”, lasciando intendere una drammatica conta sulla riforma del Senato, gli eserciti sono già  in campo.
Posizionati nelle ultime, tese, 48 ore. Da un lato il governo, con la tutela di Giorgio Napolitano. Il quale, in un intervento sul Corriere, ci va giù durissimo sulle riforme: “Non si può tornare indietro sulla riforma del Senato”.
L’ex capo dello Stato spiega che “la modifica sul punto nodale del testo” (ovvero quella chiesta dalla minoranza Pd sul Senato elettivo) “farebbe cadere l’impianto”. Parole identiche a quelle pronunciate in commissione da Anna Finocchiaro che — per blindare le riforme — si è mossa sul campo d’intesa proprio con Napolitano: nessuna mediazione sul Senato elettivo, il testo resta così come è.
Dall’altro i vietcong, che prima di lanciare la sfida presentando comunque gli emendamenti sul Senato elettivo, già  discutono del punto di caduta del “far saltare il tavolo”.
Ovvero: come affrontare la crisi il minuto dopo.
Perchè è chiaro che non è un voto come gli altri: se saltano le riforme, salta il governo.
E a qual punto Renzi ha già  fatto capire che punterebbe sul voto anticipato.
La discussione è iniziata martedì sera, quando venti dei 28 senatori contrari alla riforma si sono incontrati nel ristorante Renato e Luisa, a Largo Argentina, con un unico argomento di discussione: “Stavolta andremo fino in fondo. Se Renzi non media, noi teniamo la nostra posizione”.
C’erano pressochè tutti, da Gotor a Migliavacca, da Chiti a Mucchetti: “Se questa è l’apertura a l’ascolto si poteva andare direttamente in Aula” è il refrain.
E stavolta non sarà  come le altre. Ne parlano da giorni, i big della Ditta.
Fosse stato per Massimo D’Alema si doveva rompere sul jobs act perchè “la nostra gente l’avrebbe capito”. Bersani è pentito di aver ceduto sulla scuola.
Sulle riforme, assicurano, “sotto i 25 non si scende, il gruppo tiene, e faremo di tutto per mandarlo sotto”.
La sinistra voterà  i venti emendamenti “pensanti”, su cui coagulare il fronte contrario alla riforma.
L’insofferenza verso Napolitano, dopo il suo intervento sul Corriere, indica che davvero c’è un’aria di Vietnam.
Si misura nelle dichiarazioni, per la prima volta apertamente critiche verso l’ex capo dello Stato.
Ma a microfoni spenti raccontano dell’odio puro di quel gruppo dirigente bersaniano che, negli ultimi anni, ha vissuto Napolitano come una specie di persecutore: dal governo Monti al sostegno che l’allora capo dello Stato ha dato a Renzi.
C’è però un elemento nuovo nel ragionamento di chi pensa di far saltare il tavolo.
Ed è che al Colle, ora, c’è un nuovo capo dello Stato.
Il quale, una settimana fa, ha fatto un discorso molto diverso da quello del suo successore: “Mattarella — spiega un parlamentare in contatto col Colle — ha parlato delle riforme come di una priorità  della legislatura, non del governo, e ha messo in guardia dall’uomo solo al comando. Napolitano invece ha legato riforme e governo”. Significa che, nell’orizzonte di Mattarella, non c’è lo scioglimento anticipato ma il rispetto della sovranità  del Parlamento e del dettato costituzionale secondo cui, finchè c’è maggioranza, non si scioglie.
Un big della minoranza sussurra: “Se salta il tavolo Renzi apre la crisi e punta al voto? Bene. E da segretario del Pd va al Colle dicendosi indisponibile a un nuovo governo? Benissimo. Scherza col fuoco. Al netto delle questioni di legge elettorale, noi diciamo che ci stiamo sia sul governo che sulle riforme, a patto che ci sia un accordo politico. Che fa Matteo? Dice a Mattarella: andiamo a votare perchè pure se loro sostengono il governo, il non voglio mediare su nulla?”.
E Massimo D’Alema, mentre veleggia con la sua barca tra le isole della Grecia, assapora gusto del “colpo che lascia il segno”.

(da “Huffingtonpost”)

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“NON E’ PIU’ IL MIO PARTITO, HA CAMBIATO PELLE”: SI DIMETTE PRESIDENTE PD PUGLIA

Agosto 3rd, 2015 Riccardo Fucile

“TROPPE SCELTE DI GOVERNO MAI DISCUSSE: SCUOLA, JOBS ACT, RIFORMA DEL SENATO”…. “MODIFICAZIONE GENETICA DEL PARTITO, LONTANO DALLE SUE RAGIONI FONDATIVE”

“Non sento più mio il Partito Democrtico”. Per questo motivo Annarita Lemma si è dimessa dalla presidenza Pd della regione Puglia.
Lemma ha spiegato così le ragioni: “E’ un partito che ha mutato la propria pelle“. L’ex coordinatrice sottolinea di “dissentire su troppe scelte di governo mai discusse con i dirigenti territoriali: scuola, jobs act, riforma del Senato, legge elettorale”.
Ma la goccia a far traboccare il vaso è stata il caso Azzollini, senatore di Ncd accusato di bancarotta fraudolenta e associazione a delinquere nell’inchiesta sul crac della casa di cura Divina Provvidenza.
Palazzo Madama, coi voti anche dei dem ha infatti respinto la richiesta d’arresto avanzata dalla procura di Trani: un fatto che secondo l’insegnante dimostra come “la modificazione genetica del Pd è ormai conclamata: io penso che non ci siano più anticorpi sufficienti per riportare il partito alle sue ragioni fondative”.
E l’ex presidente Pd non ha risparmiato critiche anche sull’ipotesi di nuovi accordi di Governo con l’ex Coordinatore nazionale del Pdl, Denis Verdini: “Si tratta di una maggioranza parlamentare che vede il Pd sempre più garantito da componenti di centrodestra organiche o in puntuale sostegno all’azione legislativa di un governo nato in barba a qualsiasi minima regola di rappresentanza democratica”.
Mentre sulle “scelte locali”, Lemma ha stigmatizzato “il caso Ilva“, definendolo “una vicenda gestita in modo incoerente, conflittuale e verticistico“.
Per lo stabilimento da consigliera regionale era stata prima firmataria di una proposta di legge sull’endometriosi dopo la proposta giunta proprio dalle donne tarantine di Taranto Lider.
La proposta, la seconda in Italia dopo il Friuli, venne approvata dal consiglio pugliese nel 2014 con il voto bipartisan.
La scelta dell’insegnante è giunta anche dopo le ultime elezioni regionali in Puglia, in cui non è stata rieletta consigliere regionale.
Secondo Lemma, “vissute in un contesto Pd ostile: i circoli territoriali mi hanno ostacolata impedendomi di incontrare tesserati ed attivisti, forse perchè in molti casi inesistenti. Ho sempre pensato che le battaglie andassero condotte dall’interno”, ha aggiunto la presidente, ma “forse in questo Pd illudersi è stato un errore“.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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