Giugno 25th, 2015 Riccardo Fucile
“IL PROBLEMA NON E’ IL PD, MA IL SOCIALISMO EUROPEO, DIVENUTO FENOMENO IRRILEVANTE”
Stefano Fassina spiega che il «problema è il Pd» e la colpa di Renzi è quella di «esserne l’interprete
estremo».
È «l’impianto culturale del Partito democratico » che non funziona perchè nasce sulla base della democrazia plebiscitaria «che poi diventa l’Italicum» e intorno al «liberismo presente già al Lingotto, dove non a caso c’era Pietro Ichino, l’autore, assieme a Sacconi, del Jobs Act».
In fondo il problema non è nemmeno il Pd «ma il socialismo europeo, una forza sostanzialmente inutile, un club irrilevante dove il leader del partito socialista più antico d’Europa, Sigmar Gabriel, mette in discussione la possibilità di presentare alle prossime elezioni un candidato alternativo alla Merkel. Più irrilevanti di così». Adesso, per l’ex viceministro, i punti di riferimento mondiali sono Syriza e Podemos ma prima ancora Papa Francesco che «solleva una critica al capitalismo estranea da decenni alla sinistra. E che lascia quasi senza parole».
Nell’addio quanto c’entra il duello con Renzi? Si ricorderà la battuta “Fassina chi”.
«Zero. Non è una questione di battute, è questione di scelte fatte e che hanno pesato. La riforma del lavoro ha tolto qualche residua tutela a milioni di lavoratori senza dare nulla ai precari. L’intervento sulla scuola incide sulla libertà di insegnamento e sulle condizioni lavorative di migliaia di persone».
Dopo il 41 per cento delle Europee lei disse a Repubblica: «Renzi è un leader, mi ero sbagliato». Cosa è successo dopo?
«Ho riconosciuto quel successo, ho sperato che nascesse una leadership in grado di ascoltare diversi punti di vista. Invece è successo che Renzi ha interpretato quel voto come una forma di autosufficienza, come un’investitura totale. Con i guai che ne sono seguiti».
Lo considera un usurpatore della Ditta?
«Assolutamente no. Anzi, è l’interprete fedele ed estremo del Pd che fu costruito al Lingotto. Bersani purtroppo è stata solo una parentesi. Il Pd ha nel suo statuto una cultura plebiscitaria che poi si riflette nelle sue azioni. Persino sulla scuola abbiamo assunto l’ispirazione dell’uomo solo al comando, il preside, che disciplina gli insegnanti sfaticati».
Secondo lei Bersani resta nel Pd solo perchè ne è stato il segretario?
«Con Bersani e con altri c’è la condivisione dell’analisi sullo strappo che si è prodotto con una parte significativa del nostro mondo attraverso le scelte del governo. Ma no, non resta solo perchè è l’ex segretario. Ci ho parlato, lui crede ci sia lo spazio per una funzione nel Pd. Sa però che per me è importante fare fino in fondo quello che sento».
Lei dice che nel Pd si vede soprattutto l’establishment, la finanza internazionale. Oltre a Marchionne, a chi si riferisce: a Serra, a Costamagna?
«Nel momento in cui Cassa depositi e Prestiti deve espandere il suo intervento sull’economia reale, il governo nomina un professionista di prima qualità , ma che è espressione della finanza internazionale. C’è un’enorme contraddizione e vedo uno spostamento dell’asse verso interessi forti, quelli del big business industriale e finanziario. Costamagna non è l’unico. Si mettono grandi banchieri d’affari ovunque».
Tipo?
«Ce n’è uno stuolo a Palazzo Chigi, tutti consiglieri del premier ».
Bersani dice: «Se vado via dal Pd, mi rifugio in Vaticano». Solo uno scherzo?
«L’esortazione Evangelii Gaudium e l’enciclica Laudato Sii contengono una critica radicale al capitalismo che la sinistra non è in grado di esprimere da almeno tre decenni. Consideriamo il riformismo un adattamento passivo alla situazione data, senza nessuna ambizione di correzione di rotta che rimetta la persona al centro. È la politica della Merkel e prima di lei di Schroeder, tanto celebrato a sinistra ».
Sembra quasi dire che Renzi c’entra poco o nulla.
«Il processo non è recente. Il punto è: vogliamo invertirlo o rimaniamo subalterni al dominio tedesco sull’eurozona rappresentando interessi forti e sacrificando in cambio quelli diffusi della gente? Il Pd è quello dei cittadini o di Marchionne e delle banche d’affari internazionali? ».
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Giugno 24th, 2015 Riccardo Fucile
VERSO UN NUOVO SOGGETTO DI SINISTRA… SEL PRONTA A SCIOGLIERSI E CONFLUIRE NEL NUOVO CANTIERE
Stefano Fassina è uscito dal gruppo. Dopo una mattinata alla Nanni Moretti in cui rimbalzavano
conferme e smentite e i cellulari squillavano a vuoto, l’ex viceministro riunisce la stampa a Montecitorio e dà la conferma definitiva: “Nelle prossime ore formalizzeremo al capogruppo le dimissioni dal Pd”.
Usa il plurale perchè accanto a lui c’è Monica Gregori, un recente passato nei Giovani Democratici romani, alla sua prima legislatura alla Camera.
Fassina ha scelto di dare l’addio a Capannelle.
Durante un dibattito con i militanti che lo hanno sostenuto alle primarie. Senza riflettori puntati, senza una telefonata di preavviso ai giornalisti. Una comunicazione alla sua base che se non fosse stato per l’onnipresenza degli smartphone non sarebbe uscita dalle periferie romane.
Nella soffocante sala delle conferenze a Montecitorio, annuncia per il quattro luglio una grande convention al teatro Palladium, alla Garbatella.
Una sorta di giorno dell’indipendenza di tutti quelli che hanno detto addio al Partito democratico negli ultimi mesi.
“Ci saranno Pippo Civati e Luca Pastorino – spiega – ci sarà Sergio Cofferati. Ci saranno tanti amministratori e segretari di circoli che si sono sentiti abbandonati dal Pd, e che si vogliono coinvolgere con noi in un progetto alternativo”.
Proprio Civati è appoggiato allo stipite della porta. Arriva con qualche minuto di ritardo, e ascolta fino alla fine le parole del collega. Sapeva che la sua direzione sarebbe stata quella, non sapeva i tempi e i modi: “Ha fatto da solo, non ci siamo sentiti prima”.
C’è anche Pastorino, ci sono Nicola Fratoianni, Serena Pellegrino, Adriano Zaccagnini, il primo coordinatore gli altri due deputati di Sel.
Fassina non si sbilancia: “Se ci seguiranno altri? Non lo so, è un passo difficile e doloroso, rispetto i tempi e le decisioni di tutti”.
In bilico c’è Michela Marzano. La filosofa eletta con Bersani qualche ora prima della conferenza stampa sembrava in crisi: “Non so cosa farò. Ho grandissimo rispetto per Stefano, ma non ci siamo sentiti, voglio parlarci”.
Alla domanda se alla fine lo seguirà ha un attimo di esitazione, poi risponde: “Mi scusi, ma prima gli devo parlare”.
Arriva in conferenza, si mette da un lato. Quando arriva la domanda su chi altro alla Camera potrebbe lasciare il Pd infila immediatamente la porta e se ne va.
Al Senato sono Walter Tocci e Corradino Mineo i principali indiziati a confluire nel percorso programmatico che Fassina si augura serva a costruire “una sinistra di governo, non identitaria”.
Raggiunto dall’Huffpost, l’ex direttore di Rainews sembra avere più di un piede fuori dal partito: “Io la fiducia alla scuola non la voto. Se questo significa che mi cacciano dal partito va benissimo, nessun problema”.
Perchè è stata proprio la buona scuola la goccia che ha fatto traboccare il vaso di Fassina: “L’ultimo episodio dopo il jobs act, l’Italicum e la riforma costituzionale”.
Così, mentre sulla delega lavoro “sono state messe in atto le idee di Maurizio Sacconi, sull’istruzione seguiamo il modello Aprea (Valentina, sottosegretario con Berlusconi, n.d.r.)”.
E ancora, : “La fiducia è un abuso intollerabile. E i giornali che ci raccontano come gente asfaltata che se ne va alla spicciolata sono imboccati dalle veline che passa Palazzo Chigi, che raccontano una storia che è lontana dalla verità . Se me ne dovessi andare perchè asfaltato avrei fatto le valige un anno fa, quando Renzi usò contro di me parole volgarissime. Noi siamo più vivi che mai, pronti a costruire alternative a questa roba che stanno facendo. Sfido uno qualunque di loro a venire a fare un’assemblea in una scuola con me. Perchè la verità è che loro nelle scuole non ci possono mettere piede”.
Siamo al “noi” e “loro”, alla “costruzione di percorsi nuovi”.
Mineo sembra non sia giunto ancora allo strappo solo perchè impegnato a battagliare in vista del voto di fiducia di domani.
“Guardi, il tema non è se ce ne andiamo o no, ma la costruzione di un’alternativa vera”. Che poi è la parafrasi dei concetti fassiniani: “L’assemblea del 4 vuole essere l’inizio di un percorso per costruire un’alternativa di sinistra”.
L’obiettivo? “Un soggetto unico a sinistra”.
Il flirt di domenica tra Civati e Sel all’assemblea di “Possibile” è stato solo l’inizio (“Pronti a sciogliere il partito”, aveva annunciato Fratoianni. “Ora un nuovo soggetto”, ha rilanciato oggi).
Il 4 luglio si porrà un altro tassello di una strada che appare ancora molto lunga. Ai cui bordi è seduto Maurizio Landini.
Dice Fassina che “noi vogliamo interloquire dal lato della politica con quelle forze sociali che lui rappresenta”.
Se son rose…
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 24th, 2015 Riccardo Fucile
AL SENATO SONO 4 I PD CHE NON VOTERANNO LA FIDUCIA SULLA SCUOLA, RESTA UN MARGINE DI 9 VOTI, MEGLIO NON ESACERBARE GLI ANIMI
L’ordine di scuderia è di non infierire su Stefano Fassina e comunque di tenerla bassa. L’addio di un altro deputato Dem al partito, dopo Sergio Cofferati e Pippo Civati, non sconvolge Matteo Renzi, anche perchè la notizia era largamente attesa.
Ma cade in un momento politico più complicato, con un Pd più debole.
Ecco perchè da Palazzo Chigi, subito dopo la conferenza stampa di Fassina, parte l’indicazione: evitiamo gli attacchi frontali e anche le ‘renzate’, i toni arroganti e gli sfottò.
Insomma, nulla di simile alla battuta usata dallo stesso Renzi il 12 maggio scorso, quando il tono era ancora baldanzoso, due settimane prima delle regionali. “Fassina se ne va? Problema suo”, disse allora il premier.
Nulla di tutto questo. Anzi al Senato i suoi avviano subito la ricognizione in vista del voto di fiducia sulla ‘Buona scuola’ previsto per domani pomeriggio.
Il risultato è positivo per il governo, ma non è tutto rose e fiori.
In sostanza, al Senato non c’è un ‘effetto Fassina’, non c ‘è una catena di partenze dal Pd, però saranno ben 4 i Dem che certamente non voteranno la fiducia sul ddl scuola domani.
Sui taccuini dei renziani sono cerchiati in rosso i nomi di Corradino Mineo, Walter Tocci, Loredana Ricchiuti e Roberto Ruta.
In realtà , sono stati annotati da tempo, ma negli ultimi giorni se n’è avuta la certezza: loro quattro non voteranno la fiducia sul ddl scuola.
La maggioranza dovrebbe esserci comunque, secondo i calcoli del governo, ma sempre più risicata, “9 voti di scarto”, ha quantificato soltanto ieri il presidente del Senato Pietro Grasso ospite di ‘Otto e mezzo’ su La7.
Tra l’altro, va detto, che la via della fiducia è stata imboccata per evitare la sostituzione di Mineo e Tocci dalla commissione Cultura.
E pensare che solo un anno fa, Mineo (insieme a Vannino Chiti) fu sostituito dalla commissione Affari Costituzionali per i dissensi sul ddl Boschi di riforma del Senato. E solo qualche mese fa la stessa cosa è avvenuta per alcuni componenti di minoranza Pd in commissione Affari costituzionali alla Camera per i dissensi sull’Italicum.
Ecco, oggi Renzi non privilegia più questa strada. La cornice è diventata più complicata, la linea dura non regge a tutti i costi.
Eppure, in vista del nuovo esame sulle riforme costituzionali in Senato, il premier e i suoi in Parlamento stanno pensando di rendere effettive, una volta per tutte, le regole stabilite nello ‘statuto’ dei gruppi parlamentari.
Quelle che imporrebbero a chi non è d’accordo con la linea del partito, di chiedere al capogruppo di essere sostituito in commissione, per non creare problemi alla maggioranza.
Tutto questo finora non è avvenuto.
Ieri sera una lunga riunione di maggioranza Dem al Senato ha tentato di mettere a fuoco la questione. L’obiettivo è cercare di costruire argini intorno alla maggioranza di governo in vista del voto sulle riforme in Senato a luglio.
Ci si riuscirà ? Nessuno è pronto a scommetterci: il renzismo è entrato in una terra di mezzo anche nebbiosa.
Per tutti questi motivi, il premier sceglie di non attaccare frontalmente la decisione di Fassina.
Il vicesegretario del Pd Lorenzo Guerini si dice “dispiaciuto personalmente”. E si limita ad aggiungere: “Credo sia una scelta sbagliata anche se la giudico con rispetto, perchè il nostro è un grande partito in cui tutte le voci possono farsi sentire: tutti possono contribuire a definire la linea politica di un grande partito riformista come il Partito democratico. Altre avventure mi sembrano avventure velleitarie cui guardiamo con rispetto ma che non condividiamo”.
David Ermini, responsabile Giustizia del Pd, ultrà renziano, si limita ad un sarcastico “Auguri!” a Fassina.
“La sua scelta dispiace — dice il presidente del Pd, Matteo Orfini — perchè dovrebbe continuare a fare le battaglie nel Pd dove il pluralismo non manca. Anche perchè non mi pare che fuori ci siano prospettive di cambiamento”.
Ma sotto sotto, nella cerchia stretta del premier si cominciano a fare due calcoli sul futuro e non solo sul voto di domani al Senato.
La premessa è che l’Italicum “non verrà modificato”.
“E’ una partita chiusa”, ci dice il renziano Dario Parrini, deputato e segretario regionale Pd in Toscana. Fuori discussione la possibilità di acconsentire al pressing di Silvio Berlusconi che da giorni manda i suoi emissari in casa Pd — per esempio il capogruppo di Forza Italia al Senato Paolo Romani — a dire che bisogna trasformare il premio di lista dell’Italicum in un premio alla coalizione.
Renzi non ne vuole sapere. Anche se sa che la legge elettorale che fortemente ha voluto, approvata con voto di fiducia e grandi tensioni nel Pd, probabilmente non lo garantisce dalla concorrenza del M5s e magari anche del centrodestra.
Ed è qui che ritorna il ragionamento su Fassina.
“Ragionando in prospettiva — confida una fonte renziana — è solo positivo che nasca una forza a sinistra del Pd. Un domani, alle elezioni, sarebbero tutti nella lista unica del Pd candidata con l’Italicum”.
Ammesso che ci si riesca a convincere chi è appena uscito dal Pd – come Fassina, Civati e Cofferati – a rientrarci.
“In fondo, è lo stesso problema che Berlusconi ha con Alfano…”, ragionano i parlamentari più vicini al premier.
“Con Fassina oggi è il giorno della rottura, poi ci sarà la ricostruzione… Fino al 2018 c’è tempo”.
Sempre ammesso che si voti nel 2018 e non prima.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 24th, 2015 Riccardo Fucile
“L’HO LASCIATO IN PERIFERIA DOVE HO LE MIE RADICI”… IL 4 LUGLIO ASSEMBLEA CON CIVATI E COFFERATI PER COSTRUIRE UN PERCORSO COMUNE
Stefano Fassina lascia il Pd. Martedì l’annuncio al circolo Pd Capannelle – dopo l’amarezza espressa
sulla fiducia al ddl Scuola che sarà votata giovedì prossimo in Senato.
“Ieri in una sede del partito di Capannelle ho, con sofferenza, annunciato che ho lasciato il Pd”, ha detto Fassina, in conferenza stampa alla Camera, confermando di essere uscito dal partito.
“L’ho fatto in un circolo della periferia romana perchè lì sono le mie radici, le persone che dobbiamo rappresentare e le persone a cui devo dare risposte”.
“La scelta di mettere la fiducia sul ddl Scuola è una scelta grave e insostenibile per il Pd”, ha aggiunto.
“Servivano 4 correzioni profonde per migliorare il ddl sulla scuola – ha detto Fassina – e invece questo non è avvenuto. Si è messa la fiducia, si è chiusa ogni possibilità di dialogo e si è voluta fare l’ennesima forzatura. La scuola è solo l’ultimo passaggio di una vicenda che ha compreso la delega lavoro e il cosidetto Jobs act, non abbiamo condiviso le riforme costituzionali e legge elettorale e infine, l’ultimo passaggio di una progressiva regressione, quello della scuola”.
Dopo aver spiegato che nelle prossime ore insieme alla Gregori presenterà la lettera di dimissioni dal gruppo alla Camera, Fassina ha detto di non riconoscersi più nel Pd che è diventato un partito “sempre più attento all’establishment e a Marchionne, alla finanza internazionale, ai rappresentanti di un management che sempre più invade le strutture dello Stato”.
L’addio durante l’intervento a un circolo.
“Io credo che sia il momento, per quanto mi riguarda, di prendere atto che non vi sono più le condizioni per andare avanti nel Pd e insieme ad altri proveremo a costruire altri percorsi. Altri percorsi che portano non a una testimonianza minoritaria ma a fare una sinistra di governo su una agenda alternativa”.
Questa la frase di Fassina, rimbalzata su Twitter insieme al video su YouTube in cui pronunciava queste parole.
A postare per prima il video, Maddalena Messeri, presidente della direzione dei Giovani Democratici di Roma.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 22nd, 2015 Riccardo Fucile
“BARCA CI DOVEVA AIUTA’ NON AMMAZZARE”
«E sono qui al Circolo. Lo so che è domenica, ma che ci vuoi fare, stiamo scrivendo la risposta a
Barca. C’è chi la chiama pazzia e chi passione».
Claudia Santoloce è la segretaria dello storico circolo Testaccio.
Uno dei 27 definiti dannosi dal rapporto di Fabrizio Barca.
Se lo aspettava?
«Macchè. Una mazzata. E dire che siamo stati gentilissimi quando sono venuti».
Voi rientrate nei circoli in cui prevale la logica «potere per il potere».
«Non è vero, quale circolo feudale. Io sono segretaria da fine 2013. E lavoro gratis».
Vi contestano un aumento «spropositato» di tessere.
«Loro dicono spropositato, io dico rinnovato rinvigorimento. Qui dal 2009 governano insieme Pd e Udc. Poi le due realtà sono confluite e i due consiglieri Udc sono passati al Pd. Così sono arrivati i nuovi. Nessuna guerra di potere».
Il rapporto vi riconosce anche meriti .
«Infatti, poi però ci boccia. Si fa di tutta l’erba un fascio e si usa una terminologia dannosa e pericolosa. Barca è stato anche gentile e ci ha ascoltato. E il suo rapporto può essere utile per fare pulizia. Ma bisogna stare attenti. C’è gente iscritta da 40 anni qui. Ci si confonde con Mafia Capitale, con le ruberie. Così è un tritacarne».
Enrico Letta abita a pochi passi.
«Sì, ha presentato il suo libro da noi il 16 giugno. Viene spesso, è una persona squisita, gli vogliamo bene».
Voi che fate per il quartiere?
«Siamo aperti tutti i pomeriggi, gli eletti parlano tutte le settimane con i cittadini. Abbiamo riqualificato Campo Testaccio».
Che direte a Barca?
«Spero che faccia una nota aggiuntiva. E poi voglio dirgli che ci doveva aiuta’, non ammazza’».
Alessandro Trocino
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 20th, 2015 Riccardo Fucile
NEL RAPPORTO DI BARCA LE ISCRIZIONI SOSPETTE: IL 40% DEI MILITANTI NON SI FA VEDERE MAI
Più che una «mappatura» dei circoli sembra la diagnosi di un male terribile, chissà se curabile: il Pd
di Roma, per Fabrizio Barca, che con il suo staff l’ha esaminato nella quasi totalità dei 110 circoli, «finisce per essere un partito mai nato».
Con ventisette «sezioni dannose» da classificare in modo inequivocabile: «Il potere per il potere».
Ce ne sono altre tredici segnate con segno «meno», accusate nella migliore delle ipotesi di inerzia.
Quindi «quaranta circoli – spiega Barca – con una situazione o una tendenza all’infeudamento».
Gestiti da capibastone (come Mirko Coratti e Daniele Ozzimo, finiti agli arresti nella seconda ondata di Mafia Capitale, o Marco Di Stefano, anche lui nelle carte di varie inchieste) che li utilizzavano per fare tessere, per «contare».
Senza traccia, o quasi, di attività politica. Anche perchè il 40 per cento degli iscritti «non frequenta mai la sede».
E la media complessiva degli «incontri pubblici» è di 10 all’anno, neanche uno al mese.
Un partito guidato quasi esclusivamente da uomini: ogni quattro «coordinatori» c’è una «coordinatrice». Venticinque circoli, poi, sono «privi di sede»; il 36 per cento «ha in corso un contenzioso con la proprietà ».
I dati di Barca in qualche modo coincidono con quelli di Matteo Orfini: tra il venti e il trenta per cento di iscritti «fantasma».
«Da lunedì via alle chiusure e ai commissariamenti», promette lo stesso Orfini. Di certo, però, il lavoro di Barca fotografa un passato recente e cupo: nella stagione 2012-2013, che porta al congresso, c’è l’ exploit di iscrizioni, con una crescita del 39,6 per cento; l’anno seguente ecco quello che Barca chiama «un disamore improvviso»: le iscrizioni calano del 40 per cento.
Per Barca «nel 2013 sono stati 32 i circoli che hanno avuto un aumento di iscrizioni superiore alla media». Inspiegabile, forse, anche alla luce dell’attività svolta: le sedi sono aperte, in media, 11,5 ore a settimana, appena sei in quelle «dannose».
Nel suo lavoro, Barca analizza anche la storia del Pd: «Nel 2006 un nuovo snodo. Le elezioni comunali diventano un test per l’investitura di Walter Veltroni a leader politico nazionale, in vista della messa in opera del progetto del Pd. Raccoglie il 61 per cento dei consensi, quasi un milione di voti, ma nella forza di questo risultato di valenza nazionale è insita una debolezza grave per il sistema politico locale: la ricerca di consenso avvalora una logica di trasformismo e trasversalità che sbiadiscono definitivamente il riformismo romano e l’autonomia della politica dall’economia cittadina».
È così che «invece di un modello virtuoso», il Pd di Roma finisce per essere «un partito mai nato».
Perchè, già nel 2007, è «espressione di divisione correntizia: due correnti Ds, due della Margherita, una per le liste civiche (dentro un pulviscolo di grumi di consenso personale)».
E ancora: «Mostra di non sapersi rigenerare, come prova la scelta di candidato sindaco nel 2008», cioè Francesco Rutelli. È lo stesso Rutelli, oggi, a dire: «Se solo trovassi un circolo del partito dove iscrivermi potrei pensare di tornare. Ma li hanno tutti chiusi».
Barca non si nasconde neanche dalle responsabilità del Pd in Mafia Capitale: certo il sodalizio criminale trova terreno fertile con l’amministrazione di Gianni Alemanno ma «il Pd deve farsi carico di una degenerazione nel rapporto con cooperative, consorzi di auto-recupero e aziende cresciute negli ultimi anni al fianco delle amministrazioni di centrosinistra.
Ciò è collegato al decadimento della vita interna al partito, i cui equilibri non si formano più sulla dialettica politica ma su rapporti di potere che abusano degli strumenti essenziali della partecipazione democratica, come il tesseramento e le primarie».
Certo, ci sono anche elementi di speranza nella mappatura: «Potenzialità positive in 44 circoli». Poi c’è una fascia intermedia, con «17 circoli inattivi e 25 identitari che producono iniziativa politica ma non rappresentano gli interessi dei cittadini».
Alessandro Capponi
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 19th, 2015 Riccardo Fucile
“SE CEDE IL PD, ITALIA PREDA DEI POPULISMI”… “NECESSARIO IL DIALOGO INTERNO”
Il sorriso sotto i baffi c’è, ma è amaro: «Oramai lo dico senza alcuna vis polemica… Non partecipo più alle riunioni del Pd. Non mi arrabbio neanche più, sono preoccupato. Se si spezza il legame tra il Pd e la sua gente viene meno un punto di tenuta che ha retto finora. E rischiamo di cedere nel pieno della crisi europea, stretti tra Grecia e immigrazione».
Massimo D’Alema è appena tornato da un convegno a Tunisi.
«Ovunque vado, fuori dall’Unione, mi colpisce l’impressionante caduta di immagine dell’Europa. C’è una crescente disillusione. Sull’altra sponda del Mediterraneo vengono apprezzati gli sforzi fatti dall’Italia con “Mare Nostrum” e altre iniziative, ma quando descrivono ciò che i loro cari trovano nel nostro Paese, allora il racconto cambia: sfruttamento, ingiustizia, prevaricazione. C’è molto turbamento per l’incapacità dell’Europa a fronteggiare un’emergenza che riguarda alcune decine di migliaia di persone».
Potrebbero arrivare centinaia di migliaia di immigrati.
«Se non si riescono a gestire poche decine di migliaia di persone e si diffondono immagini di abbandono, degrado, mancanza di controllo, è naturale che aumenti la paura, ma ciò dimostra un impressionante vuoto di classe dirigente. Durante la drammatica crisi del Kosovo ci furono 300 mila profughi, ma non vi fu questo stato di tensione. È vero che era un’Europa forte, dove c’era una comunità di valori solidali e condivisi. Governava la sinistra».
Anche oggi in Francia e in Italia è la sinistra che governa.
«In Francia è una sinistra tallonata da Marine Le Pen, mentre l’Italia fa quel che può, stretta tra una legge folle, la Bossi-Fini, che produce clandestinità e respinge l’immigrazione di qualità , e la mancata gestione del fenomeno. In questo quadro, la sinistra rischia la sconfitta: non può affrontare il problema accodandosi ai populismi. Rischia di perdere senza combattere. In gioco ci sono i valori di accoglienza e solidarietà della democrazia europea».
Sulla quale pesa anche il caso Grecia.
«Sì, infatti, è l’altra grande emergenza che, se non risolta, non solo avrà risvolti economici devastanti, ma causerà anche una nuova ondata antieuropea. Se la Grecia non sarà salvata, il cittadino medio penserà che l’Europa feroce dei banchieri ha voluto schiacciare chi si è ribellato all’austerità in nome della sopravvivenza».
Arriviamo alla politica italiana.
«Quello che è avvenuto è più che un campanello d’allarme. Ho letto dichiarazioni che attribuiscono responsabilità alle primarie, ai candidati. Ma come? Una volta le primarie facevano vincere e ora fanno perdere? Tutto questo non c’entra nulla. Quando c’è una tendenza che si manifesta in tutto il Paese e con tutti i candidati, salvo eccezioni, si è di fronte ad un fatto politico. Non ci vuole un grande analista per capirlo: una parte grande del nostro elettorato ci ha abbandonato e il crollo della partecipazione al voto è stato particolarmente forte nelle Regioni rosse».
Facciamo un breve elenco dei mali che affliggono il Pd.
«Il fatto più grave? Tanti militanti e dirigenti hanno abbandonato il partito negli ultimi mesi e anzichè capire che questo era il segno di un distacco progressivo di una parte importante dell’insediamento storico della sinistra, si è reagito con un atteggiamento sprezzante che ha finito per radicalizzare un sentimento negativo verso il Pd».
Renzi fa un’analisi diversa e pensa di tornare al Renzi 1…
«Il Renzi 1 è quello che ha portato il Pd unito alle Europee».
Cosa è successo dopo il 41 per cento alle Europee?
«Si è illuso di avere oramai vinto e di poter fare da solo ma ha finito per deludere molte delle speranze che aveva suscitato. La disillusione è stata ancora più cocente. Di fronte a misure che hanno colpito il nostro popolo, la gente si è sentita tradita. È di oggi il provvedimento che permette alle aziende di spiare mail e telefonate dei dipendenti. Speriamo che venga modificato, ma il fatto stesso che il governo del Pd possa prendere un provvedimento del genere è inquietante. Ho paura che possa alimentare nel popolo della sinistra un sentimento di estraneità e di disamore. Pensiamo a ciò che è accaduto nella scuola, dove si sono create le condizioni perchè la rivolta degli insegnanti fosse uno dei fenomeni che ha caratterizzato la campagna elettorale».
Bisogna cambiare rotta, riaprire il dialogo interno?
«Sì, certo. Basta con questa finzione sui riformisti e i conservatori: tutti vogliamo le riforme. Si tratta di capire se sono le nostre riforme oppure quelle ispirate dal centrodestra. Mentre la riforma uninominale Mattarella fu una grande riforma perchè creava le condizioni per una democrazia più avanzata e dava maggior potere dei cittadini, l’Italicum è una legge dirigista e plebiscitaria, pericolosamente ispirata al Porcellum. E se la sinistra fa le riforme della destra, il nostro popolo ci lascia. Colpiscono l’entusiasmo di Sacconi, che parla di vittoria culturale della destra, il sostegno di Bondi, la simpatia di Verdini. Non solo non colmano il vuoto che si crea dall’altra parte, ma rischiano persino di incoraggiare tanti a sinistra che pensano che questo non sia più il loro partito».
E dunque
«Ci vogliono coraggio e onestà intellettuale, non si può sempre dare la colpa agli altri. Gli altri vanno rispettati. Si parla di Blair, dimenticando che fu capace di andare verso il centro, ma mantenendo il radicamento tradizionale del partito laburista. Vinse perchè fu un rinnovatore e non un rottamatore».
Vede segnali di cambiamento nella gestione Renzi?
«Alcune delle dichiarazioni attribuite a Renzi in questi giorni mi hanno preoccupato perchè sembrano voler dividere anzichè unire. Che senso ha dire: Marino deve avere paura? Renzi è il capo del governo e il segretario del partito. Non può liquidare una situazione così complessa con una battuta. Il sindaco di Roma è in una tempesta: o lo si sostiene o si va alle elezioni. Indebolirlo e lasciarlo a se stesso non mi sembra una buona soluzione».
Renzi l’ha più visto o sentito?
«No. Ma d’altro canto capisco il rilievo dei suoi impegni e non si tratta di rapporti personali. Si tratta della necessità di un confronto serio e di un cambiamento politico, che sono indispensabili e urgenti».
Non è che fa il gufo?
«La prego… Sono preoccupato, ho paura che il Paese non ce la faccia e che, se cede il Pd, finisca preda dei populismi. Occorre ricostruire il campo del centrosinistra. In fondo Berlusconi sta cercando di fare la stessa cosa dall’altra parte. Noi non possiamo pensare che si possa andare avanti come se nulla fosse, magari con i voti di Verdini. Non credo che quei voti ci riporteranno i milioni di voti persi tra la nostra gente. Vorrei garbatamente farlo presente a Palazzo Chigi».
Antonio Macaluso
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 8th, 2015 Riccardo Fucile
CORI CONTRO SPERANZA, SCALFAROTTO….RENZI ENTRA DA UNA PORTA SECONDARIA
Qualche decina di insegnanti si è radunata in segno di protesta di fronte alla sede del Pd in largo
del Nazareno dove è prevista la direzione del partito.
Scandiscono contro la sede del Pd cori con slogan “A casa”, “Dimissioni”, “Democrazia” ed “Elezioni”.
“Noi chiediamo il ritiro immediato del ddl Scuola in quanto è un disegno di legge che distrugge la scuola pubblica italiana e chiediamo a Renzi lo stralcio delle assunzioni”. Così Anna Dello Buono, docente e amministratrice del gruppo Facebook ‘Pronti via per il referendum abrogativo’ che registra 57mila iscritti.
Da quanto si apprende, Renzi dovrebbe entrare al Nazareno da un’entrata secondaria.
“Il problema non è quello che faccio io, il problema sono le risposte a loro”.
Così Stefano Fassina arrivando alla Direzione del Pd dove viene contestato, come tutti gli altri componenti della Direzione al loro arrivo al Nazareno.
“Fassina lascia il partito, Fassina aiutaci” le parole che i manifestanti hanno diretto verso l’esponente della minoranza del Pd.
Contestazioni sotto la sede del Pd al largo del Nazareno prima dell’inizio della direzione.
Al loro arrivo sono stati investiti dai fischi di manifestanti il sottosegretario Ivan Scalfarotto al grido di “scuola pubblica!” e Stefano Fassina al quale è stato urlato “Esci dal partito!”.
“Vergogna, Vergogna”, così è stato accolto l’ex capogruppo del Pd alla Camera Roberto Speranza dagli insegnanti che protestano fuori dalla sede del Nazareno, in attesa dell’inizio della Direzione Pd. “Vergognati, vi state facendo umiliare da Renzi”
“Siamo qui per dire a Renzi che deve ritirare il ddl” dicono i docenti nei cui confronti tuttavia c’è stato un tentativo di allontanamento da parte della pubblica sicurezza. “Siamo qui spontaneamente, non abbiamo sigle sindacali, siamo venuti di nostra libera iniziativa” contestano gli insegnanti ai quali la polizia sta chiedendo i documenti per procedere alla loro identificazione.
“Siamo liberi o in uno stato di polizia?” protesta qualcuno di loro.
Gli insegnanti prendono in giro il premier in coro: “È umanista! Renzi è umanista!”
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 2nd, 2015 Riccardo Fucile
SPUNTA L’IDEA DEL RIBALTONE: C’E’ CHI PENSA A DELRIO O A ORLANDO… “LA RIFORMA CI HA TOLTO MOLTISSIMI VOTI”
Un ultimatum sulla scuola. «Quella riforma ci ha fatto un male terribile. Ha massacrato il nostro mondo, quello cattolico e di sinistra, ci ha tolto un sacco di voti», dice Roberto Speranza.
Dunque, Renzi deve «cambiare linea. Non solo nel Pd. Anche al governo».
Lo dicono i numeri delle elezioni, i dati in termini assoluti.
«Prima usava il 40 per cento delle Europee come una clava contro di noi. E adesso? Se continua a farlo scherza col fuoco», avverte il bersaniano Miguel Gotor.
Come dire: quell’arma è spuntata, la minoranza, al momento dello scontro, non perderà pezzi com’è successo sul Jobs Act e sulla legge elettorale.
Il Partito della Nazione, agli occhi della minoranza, è morto e sepolto, ucciso dagli elettori, dalla ripresa della destra e dall’astensione.
«Non voteremo più alcune cose», annuncia Alfredo D’Attorre.
Ma quale sarà la «botta» evocata da Massimo D’Alema qualche mese fa?
I dissidenti escludono una caduta del governo per andare a votare. Sarebbe effettivamente il modo per cancellare l’Italicum e fermare definitivamente la riforma del Senato.
«Escluderei che Renzi faccia delle correzioni, non è nella sua natura – spiega Maurizio Migliavacca, storico braccio destro di Pier Luigi Bersani –. Ma un ragionamento sul voto va fatto, a partire dalla scuola. E se Matteo non ci ascolta prepareremo la sfida dentro al Pd».
Una sfida che ha tempi variabili, comunque non brevissimi.
Diventerebbe invece più rapido uno show down che passando dai numeri delle regionali, arrivasse al ribaltone a Palazzo Chigi. Senza il transito dalle urne.
Da qualche giorno, negli ambienti della minoranza, si parla di possibili sostituti in corsa per la poltrona di presidente del Consiglio.
E i nomi messi in campo fanno pensare a un piano progettato con qualche cognizione di causa.
È stato evocato, in quegli ambienti, Graziano Delrio. Cattolico, renziano della prima ora ma renziano dal volto umano.
Per questo fuori dal giglio magico e dopo un anno alla presidenza del Consiglio come sottosegretario chiamato a fare il ministro delle Infrastrutture. Lontano da Palazzo Chigi.
L’altro candidato è stato individuato nell’area ex Ds ma con un ruolo di primissimo piano nell’attuale governo: è Andrea Orlando, ministro della Giustizia.
Una figura istituzionale, l’unico ad avere un incarico riconosciuto nella Costituzione. E nel Dna Orlando ha la tendenza ad ascoltare tutti, a cercare la soluzione più praticabile coinvolgendo il maggior numero di persone.
Proprio ciò che Renzi vede alla stregua di una debolezza profonda. E che invece i dissidenti giudicano una grande virtù.
Quella del ribaltone è un’impresa davvero acrobatica, ma non può essere esclusa dal momento che le barricate della sinistra possono contare sul mattone del brutto risultato elettorale e sulla fine della suggestione di invincibilità del premier.
La pesante emorragia di voti delle regionali, la sconfitta simbolica in Liguria, secondo la sinistra Pd, cambia il quadro.
Fingendo di non vedere il pessimo esito degli esperimenti al di fuori dei dem, con l’eccezione di Pastorino in Liguria, la minoranza giudica fallito il sogno renziano.
«Il Pd perde una valanga di voti a sinistra che vanno all’astensione e in parte a Grillo. E non prende più voti a destra. Non è un affare di Stato ma bisogna fare le cose normali: capire, discuterne e agire», suggerisce Migliavacca.
Se è vero che Renzi è a un bivio nel rapporto con i ribelli, lo stesso vale per la minoranza che sopravvaluta l’indebolimento renziano.
Nelle aule parlamentari, però, i numeri sono in bilico e la sinistra riprende fiato.
Si può rompere il solito schema per cui 30 senatori firmano un documento contro una legge del governo e poi, nel voto, al momento della verità , si riducono a 8-10.
La forza attrattiva del premier esce incrinata dalle regionali. Ma far precipitare il Paese al voto è un rischio per tutti, anche se il Consultellum ovvero il sistema proporzionale, fa gola a tanti.
«Perchè succeda bisognerebbe accoltellare Renzi e io non voglio farlo», dice Gianni Cuperlo.
Dopo di che, continua l’ex presidente, «se fossimo in un film americano la battuta sarebbe “Houston abbiamo un problema”. Un pezzo dell’elettorato della sinistra ha voluto esprimere una forma di dissenso verso scelte compiute nei mesi recenti». Quindi, «lo schema tanto ci votano a prescindere come direbbe Totò, esce pesantemente ridimensionato».
Pippo Civati invece vede aprirsi una porta per il suo esperimento a sinistra del Pd. «Siamo arrivati quasi al 10% – prendendo in termini assoluti metà dei voti che prende il Pd – senza un simbolo nazionale, senza felpe. Podemos la prima volta prese l’8».
Lancerà subito il suo movimento “Possibile”.
«Renzi svende la ditta ma fa peggio di Bersani consegnando la ditta agli alieni».
La partita è appena cominciata. Rosy Bindi pone anche un problema di convivenza: «Mi aspetto che il Pd mi chieda scusa per la vicenda degli imprensentabili», dice la presidente della commissione Antimafia.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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