Novembre 30th, 2014 Riccardo Fucile
VIAGGIO NEL PD VENETO: DOVE LE PRIMARIE LE AVREBBERO EVITATE
Chissà se Matteo Renzi sa dov’è Anguillara, il paese che fa lo sciopero delle primarie. 
Un argine, la strada che scende verso la chiesa, una storia scandita dalle piene dell’Adige. Quattromila abitanti, settanta iscritti al Pd che hanno detto no, stavolta il seggio non lo facciamo. Perchè di primarie che «piombano addosso» a militanti «smossi » all’improvviso, senza il tempo necessario per «valutare una leadership», fatte solo «per trovare un candidato che abbia un’immagine », primarie che magari ti si rivoltano contro, come in Emilia, ecco, di queste primarie si può fare a meno.
Chi vuole votare, domani, passi il ponte sul Gorzone e pedali sei chilometri fino ad Agna.
«Noi le elezioni regionali le vogliamo vincere, faremo campagna elettorale, non è un ammutinamento », insiste la segretaria del circolo Pd, Francesca Masiero, 30 anni, educatrice del nido.
«Qui, al partito ci teniamo. Ma primarie fatte così, in venti giorni, senza discussione, sono la goccia che fa traboccare il vaso». Hanno discusso, hanno scritto un documento. E rispedito il pacco con le schede. «Mandiamo un segnale».
Ma almeno, singolarmente, andrete a votare ad Agna? «Ci devo pensare», esita Caterina Sieve, militante ventiquattrenne, «il malumore è forte».
Gli spettri d’Emilia guadano il Po, salgono nel Veneto che sei mesi fa regalò al Pd un risultato febbricitante, 37 e mezzo, primo partito, quattro punti sopra la destra, doppiata la Lega, e fece sognare il colpo grosso, la conquista dell’unica regione mai stata rossa nè rosa.
Per questo, Renzi ha richiamato da Bruxelles la sua ladylike di successo, Alessandra Moretti, miss 230 mila preferenze, che i sondaggi riservati danno come l’unica in grado di preoccupare il doge leghista Luca Zaia.
Ma la politica è fluida e le cose cambiano. Doveva essere un’investitura, quella di Moretti, renziani e bersaniani d’accordo, ma è spuntata la guastafeste, l’onorevole Simonetta Rubinato, area cattolica ma fuori dagli schieramenti, ha alzato la manina, o meglio il suo hashtag # sepolfar (un podemos versione Serenissima), non è una sprovveduta, per dieci anni strappò ai leghisti il comune di Roncade.
E il regolamento del Pd dice: più di un candidato, primarie obbligatorie.
E primarie sono state, di corsa, firme raccolte con l’acqua alla gola, primarie lampo, tredici giorni fra candidature e urne.
Il segretario regionale Pd Roger De Menech le chiama «primarie smart ».
«Nel senso di agili, svelte. Volevamo le solite primarie di sangue che durano mesi e ti logorano il partito?». Ma ora tutti hanno paura del floppone.
Stampate 75 mila schede in previsione di 50 mila votanti: bene, serpeggia l’incubo di non riuscire neppure a portare ai seggi i 18 mila firmatari delle tre candidature (il terzo è il dipietrista Antonino Pipitone).
«Non ho questo terrore», ostenta De Menech, «comunque sia, noi il candidato lo facciamo scegliere a migliaia di cittadini, mentre Zaia si è scelto da solo».
Sarà , ma girando paesi e città l’ottimismo scema parecchio. «L’aria è quella che è, incrociamo le dita», sospira Alessandra Brunati, segretaria Pd ad Asolo.
Da Cittadella, il quartiere più leghista di Padova, il responsabile Pd di zona Adamo Zambon si lascia sfuggire: «Ce la mettiamo tutta, ma stavolta le primarie forse le avrei evitate… In certe condizioni danno poco valore aggiunto e rischiano di delegittimare il candidato».
La pensa come lui Paolo Giaretta, già sindaco Dc di Padova, poi fondatore del Pd Veneto: «Le primarie non sono un valore sacro, se ne esci più debole sei un masochista a farle lo stesso. Quando il cittadino non ha voglia di votare neppure alle elezioni vere, non puoi chiedergli di scegliersi pure i candidati».
Autolesionismo? Il rischio di un’investitura debolissima si somma agli strascichi dei veleni di ogni battaglia elettorale.
Non sono mancati, ovviamente, nella sfida fra le due avvocatesse. Slavine di sarcasmo sull’infelice videointervista di Moretti dove l’ex corazziera di Bersani, ora devotissima a Renzi, teorizzava per le donne in politica il dovere della bellezza e di estetista settimanale, «non mi riconosco in quelle parole».
Moretti che poi accusa la sua competitor di essere stata fra i 101 traditori di Prodi (subito scagionata dalla prodissima Sandra Zampa).
Sempre Moretti, infastidita perchè la rivale «si è occupata solo di suore e preti», si becca la ritorsione feroce del settimanale diocesano di Treviso: «Moretti non ha peli neppure sulla lingua, del resto lì l’estetista non arriva… Ma se vuol vincere, qualche voto cattolico le servirà ».
Pronto ripiegamento della candidata, al forum de Il Mattino: «Sono pronipote del vescovo di Treviso».
Ma le rimbeccate, se animano gli stanchi dibattiti (ieri sera l’unico in pubblico tra i candidati, in una sala con molte sedie vuote) non risollevano l’interesse primario. Tira un altro vento.
«A votare alle primarie non so se vado»: Maurizio Baratello è un commercialista veneziano, tessera Pci dal ’72, ex consigliere comunale Ds, «questo governo non ha una linea sulla crisi economica, e io mando un segnale. Ora anche l’astensione è un’opzione politica».
L’ha scelta con amarezza anche Mario Carraro, imprenditore illuminato, a suo tempo in corsa per un ministero di Prodi: «No, non andrò. Queste primarie servono solo a sancire una scelta di visibilità . Come quando contro Berlusconi si scelse Rutelli invece di Amato perchè veniva meglio in tivù».
Curioso, stessa amarezza anche a Marghera, cuore operaio del Veneto bianco, percentuali (ex) emiliane al Pd.
«Si vota il Jobs Act, ma pensa che siano venuti qui a discutere coi lavoratori?», si sfoga il segretario del circolo Pd Antonio Cossidente, «ci danno la linea dalla tivù. Poi però ci chiedono di dare i volantini, di fare i seggi… Siamo braccia da campagna elettorale. Ci hanno sterilizzati. Sì, sì, domenica vado a votare, stiano tranquilli, poi anche alle regionali. Ma ormai ho capito, se devo dire la mia lo faccio altrove. Sono andato alla manifestazione di Roma. Farò lo sciopero generale. Non esiste solo il voto».
Michele Smargiassi
(da “La Repubblica“)
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Novembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
SE FOSSE GUIDATO DA LANDINI POTREBBE ANCHE ANDARE OLTRE… SONDAGGIO DATAMEDIA: PD 38%, M5S 17,5%, FORZA ITALIA 13%, LEGA 11,2%, SEL 3,9%, FDI 3,3%, NCD 2,5%
I sondaggisti sono concordi, la minoranza dem vale già il 10 per cento.
È il Tempo a provare a quantificare il peso della corrente di sinistra del Partito Democratico.
“C’è una parte della popolazione di sinistra, a cui Matteo Renzi non piace, che se i dissidenti fondassero un nuovo partito li voterebbe” spiega Renato Mannheimer dell’Ispo. Questo ipotetico partito da noi viene stimato intorno al 10 per cento”.
Antonio Noto di Ipr Marketing è convinto che la minoranza dem, unita a Sel, possa “conquistare quell’elettorato storico del Pd che adesso è in grande fermento” e raggiungere il 9 per cento.
Per Luigi Crespi determinante sarebbe però la scelta del leader, con Maurizio Landini capace di dare un valore aggiunto e portare il raggruppamento di sinistra a “un risultato a due cifre, intorno alle percentuali che raggiunse Rifondazione Comunista”.
Più cauta Alessandra Ghisleri di Euromedia Research, secondo cui “è troppo presto per ragionamenti di questo tipo”, bisogna aspettare di capire come si evolverà la situazione interna al Pd.
Il Tempo pubblica poi il sondaggio settimanale di Datamedia Ricerche, che conferma il trend delle ultime settimane.
Lega in corsia di sorpasso su Forza Italia in frenata, tenuta del Pd, flessione di M5S.
Nel dettaglio, nella maggioranza il Pd resta stabile al 38%, così come Ncd che resta fermo al 2,5%.
Fra le opposizioni, la Lega continua a crescere (+1,2 punti) a quota 11,2%, appena due punti sotto il dato di Forza Italia, in discesa (-1 punto) al 13%.
Modesta flessione (-0,5 punti) per M5S, al 17,5%.
In crescita Sel al 3,9%, in calo Fdi al 3,3, mentre Udc è dato all’ 1,2%
In lieve crescita il dato sull’astensionismo, dopo le regionali, al 28%.
Stabile, anche se in sensibile calo rispetto a un mese fa (-5 punti) la fiducia in Matteo Renzi, che si attesta al 48%.
Si tratta comunque del doppio rispetto a Matteo Salvini (24%, +3 punti), il triplo rispetto a Beppe Grillo (16%, -2 punti in una settimana).
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Novembre 27th, 2014 Riccardo Fucile
“SE IL PREMIER FOSSE STATO LEADER DI UN PARTITO NEGLI ANNI ’50, IO E MIO PAPA’ L’AVREMMO VISTO COME UN RIVALE POLITICO”
Nemmeno Gianni Morandi ha votato, domenica scorsa per le elezioni in Emilia-Romagna. 
La sua confessione sorprende perchè negli ultimi anni non ha mai parlato volentieri di politica e figuriamoci di voti: anche le pietre, intanto, sanno la sua storia orgogliosa di ragazzo figlio del ciabattino di Monghidoro, e di quei pomeriggi della domenica passati insieme a distribuire l’Unità a chi entrava nel cinema Aurora del paese.
Si intuisce ora un fiotto di amarezza che gli esce dal cuore, in una serata nata invece tutta calda e affettuosa: all’improvviso le canzoni tacciono e si parla fuori dai denti della sua Regione che ha perso l’onestà ; e di una parte nella quale si è a lungo riconosciuto ma che non è più la stessa: «Se ci fosse stato Matteo Renzi leader di un partito negli Anni Cinquanta, io e mio papà forse l’avremmo visto come un rivale politico».
Che cambio di atmosfera, alla Eatery, mentre Morandi canta i settant’anni che arriveranno il prossimo 11 dicembre, festeggiati anche con un album di successi dal titolo prudente, «Autoscatto 7.0».
Ma la musica, quando ha un senso, anche questo sa fare: confessa.
Gianni racconta che da ragazzo la sua preferita era «Un mondo d’amore», il grande prato verde dei ragazzi che si chiamano speranza.
Invece ora: «Per il disco, i titoli sono stati scelti dai 1 milione e centomila fans sulla mia pagina Facebook: la più votata, con un grande margine, è stata “Uno su mille”. È una canzone che è un termometro vero di disagio, con il suo testo che fa “Se sei a terra non strisciare mai, se ti diranno che è finita non ci credere…”».
Magari allora, nel 1985 quando la canzone fu scritta da Bardotti, proprio pensando ai tempi difficili che Morandi aveva appena passato con l’avvento del rock, ce la faceva uno su mille, caro Gianni Morandi: adesso quante sono le probabilità ?
La risposta arriva affilata e oscura per un attimo l’idea dell’emiliano giovialone: «Io dico che un momento così non se lo aspettava nessuno in Italia. Non c’è qualche spiraglio, qualche speranza vera a cui appendersi, qualche luce lontana alla quale ispirarsi, a parte le parole che dice ogni tanto Papa Francesco».
Il tempo di un sospiro, di rendersi conto che, con la sua storia e il suo mestiere, ha il dovere del tiramisù. E allora prosegue: «Ma io sono ottimista, credo nei giovani, credo che salveranno l’Italia e non solo».
In realtà , la delusione per la sua Emilia brucia ancora: «Un mese prima delle elezioni è successo lo scandalo in Regione. Sembrava che a casa nostra non succedessero queste cose, invece anche loro alla fine hanno messo le mani nella marmellata. Ecco, io sono uno di quel 63 per cento che non è andato a votare: ma forse anche perchè davo per scontato l’esito, pensavo che alla fine Bonaccini avrebbe vinto e forse non c’era bisogno di grande sostegno».
Rimarca che è stata la prima astensione della sua vita: «Certo che ci rimani male. Non so se è Renzi che non ha portato la gente a votare, però in Emilia c’è uno zoccolo duro che sta un po’ più a sinistra di lui».
Certo, caro Morandi, la politica di sinistra è molto cambiata…
Sorride, riprendendo le sue memorie doverose da compleanno rotondo: «Nella mia vita ho fatto un’excursus ben lungo. Da Togliatti, che mi fa sempre pensare a mio padre quand’ero bambino, a Berlinguer che è stata l’ultima grande figura del partito, uno veramente meraviglioso, serio, sobrio, da classe dirigente… E poi, c’era sempre Andreotti: ci ho convissuto per 45 anni. Lui era ministro e io cantavo a Canzonissima, lui era primo ministro e io continuavo a cantare…».
Marinella Venegoni
(da “La Stampa”)
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Novembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
L’EX CONSIGLIERE AIELLO HA PAGATO TRAMITE LA SUA AZIENDA 1665 EURO, MA IL REGOLAMENTO DEL PARTITO PREVEDE CHE LE ISCRIZIONI DEVONO AVVENIRE IN SEDE
Più di un centinaio di tessere del Pd pagate dal conto corrente di una farmacia in una città dove il partito di
Matteo Renzi ha raccolto alle ultime amministrative meno di 400 voti.
A Belpasso, in provincia di Catania, numeri e logica dalle parti dei democratici non sembrano andare d’accordo.
All’ultima campagna di tesseramento, alla fine del 2013, a pagare 111 tessere del Pd è il farmacista Giuseppe Aiello, ex consigliere comunale, dirigente della corrente che fa capo a Renzi.
Aiello fa due versamenti, ognuno da 832 euro e 50, per un totale di 1665 euro: ovvero il costo di 111 tessere pagate 15 euro l’una.
Il primo versamento lo fa tramite assegno il 9 novembre del 2013, intestato a Morabito Agatino, all’epoca segretario del Pd di Belpasso, attingendo dal conto corrente della sua farmacia.
Il secondo, tre giorni dopo, è un bonifico bancario, partito sempre dal conto della sua azienda, che questa volta è intestato alla sezione provinciale del Pd di Catania.
Il regolamento interno al Pd prevede, infatti, che la quota delle tessere deve essere divisa tra i circoli locali e le sezioni provinciali del partito.
Sempre il regolamento del Pd, però, non lascia dubbi sulle modalità del tesseramento: “l’iscrizione è individuale” è scritto al punto due delle regole che disciplinano le modalità di tesseramento del Pd nazionale, mentre il punto otto prevede come “l’iscrizione avviene presso la sede del circolo mediante la sottoscrizione e il ritiro della tessera”.
A Belpasso, come in ogni altro comune di’Italia, chi voleva iscriversi al Pd doveva recarsi personalmente al circolo per pagare la sua tessera.
In un secondo momento, poi, il tesoriere del circolo cittadino avrebbe trasferito quanto dovuto al Pd provinciale.
Aiello però ha reso la vita più semplice a tutti: con un bonifico e un assegno ha evitato ai 110 iscritti di recarsi al circolo del Pd per pagare la loro tessera.
“È possibile che in questo caso Aiello abbia raccolto il denaro di tutti i tesserati e abbia poi fatto un versamento unico per evitare di pagare 111 volte la stessa commissione” spiega Enzo Napoli, segretario del Pd di Catania.
“È tutto regolare: l’ho fatto in decine di altri casi. Io comunque ho i documenti firmati di ognuno dei 110 iscritti che mi autorizzano ad occuparmi del loro tesseramento” si difende il diretto interessato.
Non è chiaro però perchè il farmacista di Belpasso si sia preso la briga di girare assegni a segretari cittadini e bonifici al Pd provinciale facendoli partire dal conto corrente della sua farmacia.
Professionista apprezzato in provincia di Catania, responsabile sanità del Pd etneo, Aiello è un renziano di ferro e grazie alle ultime primarie, nel 2013, può vantare l’elezione di Margherita Francalanza, ovvero sua madre, all’assemblea nazionale del Pd, unica donna eletta in provincia nell’assise nazionale del partito.
Le primarie del 2013 sono un periodo delicato per il Pd: Renzi è dato in forte ascesa e ovunque sul territorio si moltiplicano i renziani dell’ultima ora.
In vista dell’assemblea nazionale e dei congressi locali fiumi di tessere spuntate da chissà dove inondano sezioni e circoli.
Se ne sono accorti a Trapani, dove a pochi giorni dal congresso, tesoriere e segretario si accorgono che oltre alle 300 tessere inviate dal partito (in relazione ai 5mila voti presi dai democrat alle ultime elezioni cittadine) ne esistono altre 450, arrivate non si sa da dove, e assegnate non si sa da chi.
A quel punto nella città delle saline i democratici si sdoppiano: da una parte il cosiddetto congresso dei fantasmi, dall’altra quello degli iscritti ufficiali.
Solo che alla fine, ad essere considerato valido dalla commissione regionale sarà soltanto il primo, quello dei 450 iscritti last minute.
“Un po’ in tutta la Sicilia hanno fatto così — spiega Sabrina Rocca, già candidata a sindaco di Trapani — pacchi di tessere acquistati da deputati, senatori e notabili locali. Gente che comprava tessere in blocco per prendersi il partito. E alla fine ci sono riusciti”.
Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
“SE IL PD NON CAMBIA CI SARA’ BISOGNO DI UNA NUOVA FORZA”
«Non ci siamo divisi…»
La minoranza si è spaccata in tre, presidente Rosy Bindi.
«Gli obiettivi di chi ha votato no e di chi ha lasciato l’Aula, come me, erano gli stessi. Marcare la distanza netta da un provvedimento che, eliminando il diritto al reintegro, considera il lavoro come una merce».
L’indennizzo non basta?
«È un passo indietro profondo, secolare, rispetto alla dignità del lavoratore richiamata dal Papa. Oltre a non condividere il merito io ho voluto prendere le distanze dal messaggio che il premier ha costruito in questi mesi. Le sue parole hanno scavato un solco tra il governo, il segretario del Pd e il mondo del lavoro, la parte più sofferente dell’Italia. Abbiamo visto la delegittimazione del sindacato e una provocazione davvero lontana dalla situazione reale degli italiani»
Pensa che l’astensionismo nasca da qui?
«Tra Emilia e Calabria il Pd ha perso 750 mila voti. Se alle Regionali avessero votato gli stessi elettori delle Europee dovremmo dire che oggi il Pd è tornato al 30%, un numero più vicino al 25 di Bersani che non al 41 di Renzi».
L’astensionismo è ininfluente, secondo lui.
«Affermazione molto grave. L’astensionismo è un problema per la democrazia di un Paese, per il Pd e anche per il governo. Il premier ha fatto campagna in prima persona e ha lanciato dal podio dell’Emilia uno dei messaggi piu gravi quando ha detto che lui crea lavoro, mentre il sindacato organizza gli scioperi. Con le Regionali Renzi si è unito ai tanti salvatori della patria a cui gli italiani amano affidarsi, per poi sperimentare la cocente delusione».
Rimpiange Enrico Letta?
«Il paragone non è con Letta. È con Grillo, con Salvini, con il Berlusconi dei primi anni. La rottura della politica col Paese reale è profonda e sembra rimarginarsi quando gli italiani si affidano al salvatore di turno, per poi delusi andare a ingrossare l’unico partito che vince, quello dell’astensione. Il voto di domenica dimostra che è iniziata la parabola discendente, anche di Renzi».
Gufa perchè rottamata?
«Sono stati rottamati 750 mila elettori in un colpo solo, non la Bindi. Questa categoria è servita a Renzi per vincere, ma ora, per continuare a governare, deve prendere per mano la povertà , le periferie, il dissesto del territorio, la crisi industriale. Chi guida i processi politici deve indicare il cammino, la speranza, e responsabilizzare tutti nella fatica della paziente ricostruzione».
La minoranza chiederà il congresso anticipato?
«Il gioco interno al Pd non interessa agli italiani, figuriamoci a me. Quel che mi interessa è che ci sia una forza politica che abbia il coraggio di ricostruire il tessuto democratico e affrontare una crisi economica sempre piu grave».
Progetta la scissione?
«Dico che questa è la funzione del Pd, se ha memoria delle origini, se non vagheggia l’idea del partito unico della nazione e se è un partito riformista, ma di sinistra. Quello sul Jobs act è stato un primo passaggio di merito, ma ora ce ne sono altri non meno importanti».
La riforma costituzionale?
«Appunto. Così è irricevibile, umilia il Parlamento e lo rende subalterno al governo».
La legge di Stabilità ?
«Non può essere una mera, finta restituzione delle tasse, c’è bisogno di sostegno vero al lavoro e agli investimenti».
E l’Italicum, lei lo vota?
«Se il patto del Nazareno non ha più futuro, nessuno pensi di portare avanti quella legge elettorale con sostegni diversi in Parlamento. C’è da dare al Paese una legge che assicuri il bipolarismo, non attraverso i nominati e il premio di maggioranza al partito unico».
E se Renzi va a votare?
«Questo risultato dovrebbe farlo riflettere, non è tempo di facili ricorsi alle urne. Voglio sperare che al di là del messaggio grave, sbagliato e pericoloso che ha mandato all’Italia, Renzi abbia un momento di ripensamento serio. Spero cambi stile e accetti il confronto. E si ricordi che il segno di chi ha la responsabilità più alta è unire, non dividere».
Perchè non uscite per fondare una forza alternativa, guidata da Landini?
«Se il Pd torna a essere il partito dell’Ulivo, che unisce e accompagna il Paese, non ci sarà bisogno di alternative. Ma se il Pd è quello di questi ultimi mesi, è chiaro che ci sarà bisogno di una forza politica nuova».
Una forza minoritaria?
«Tutt’altro che minoritaria, una forza di sinistra, competitiva con il partito della nazione. E allora servirà , oltre alle idee, la classe dirigente».
La sinistra fuori dal Pd non è un ferro vecchio?
«Renzi sbaglia quando si paragona al partito a vocazione maggioritaria di Veltroni, che prese il 33% e ridusse la sinistra radicale a prefisso telefonico. Quello era collocato nel centrosinistra e non ambiva a fare il partito pigliatutto. Se il Pd è quello di questi mesi una nuova forza a sinistra non sarà residuale, ma competitiva. E sarà un bene per il Paese, se non vogliamo che il confronto si riduca ai due Matteo. Sarà una sinistra riformista e plurale, ma sarà una sinistra. Sarà il Pd».
Il voto sul Quirinale sarà una resa dei conti?
«Quando dovremo confrontarci su quella scelta, spero più tardi possibile, io auspico che venga fatta ricercando l’unità del Paese. Fu un bene bocciare la riforma del centrodestra, che riduceva il capo dello Stato a portiere del Quirinale».
Perchè Renzi dovrebbe cercare un nome non condiviso?
«Ci sono molti modi per ridurre il ruolo del Colle, come rinunciare alla ricerca della personalità più autorevole per considerarla strumentale alla politica del governo. Sarà fondamentale trovare la persona che più unisce e la cui autorevolezza sia considerata indiscussa, da tutti».
Monica Guerzoni
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 26th, 2014 Riccardo Fucile
IL 16 OTTOBRE BOLOGNA SI ERA FERMATA PER LA PROTESTA GENERALE: QUEL GIORNO SI E’ ROTTO IL RAPPORTO TRA ELETTORE E PD
La storia del progressivo distacco tra il Pd di Matteo Renzi e il suo elettorato inizia il 16 ottobre. 
Quel giorno Bologna si ferma e più di 20 mila persone scendono in piazza per partecipare allo sciopero generale della Cgil.
Vincenzo Colla, segretario regionale Cgil, dice dal palco che “una cosa così non si vedeva da anni”. Accanto a lui, da Roma, è arrivata Carla Cantone, emiliana, segretario generale dello Spi-Cgil, i pensionati.
Quel giorno si è rotto qualcosa e oggi, con l’indebolimento in Parlamento, la fuga di 750 mila elettori, lo “shock” del gruppo dirigente emiliano, se ne vedono gli effetti.
Qualcosa aveva capito Stefano Bonaccini.
Raccontano che quando giovedì scorso, al Paladozza, Renzi ha chiamato l’applauso dei circa tremila contro il sindacato, il neo-presidente abbia reagito con una brutta smorfia del viso.
Consapevole del disastro che si stava preparando. Un bolognese attento e curioso come Wu Ming 1 non ha dubbi: “Il Pd, e lo stesso Renzi, sono andati in tilt quando si è espresso il conflitto sociale. E l’idea di contrapporre la Leopolda alla piazza di San Giovanni gli si è rovesciata contro”.
L’allergia al conflitto è visibile nel nervosismo con cui il premier affronta le piazze che lo contestano. I Wu Ming hanno allestito una mappa interattiva, Renzi scappa per documentare i casi di fuga dalle piazze avverse.
La Cgil, in Emilia Romagna, ha 821 mila iscritti, seconda solo alla Lombardia, più grande e più industrializzata. Lo Spi ne conta 640 mila.
Logico, quindi, puntare lo sguardo in quella direzione.
I pensionati della Cgil smussano i toni, ricordano di aver fatto un appello unitario, insieme a Cisl e Uil, per andare a votare.
A differenza del segretario Fiom, Bruno Papignani, che aveva invitato a stare a casa. Però, tra i 750 mila rimasti a guardare, gli anziani sono molti come confermano anche nel sindacato. Lo ribadisce, ad esempio, Stefano Brugnara, presidente dell’Arci bolognese. “Certamente, sono andati a votare di più rispetto ai giovani, ma di anziani nei circoli Arci che dicevano di non voler votare ne ho sentiti molti. Ed è un dato che deve preoccuparci, tutti. Nessuno può chiamarsi fuori”.
Una buona sintesi di questo fenomeno la fornisce un protagonista insospettabile: il candidato “renziano” alle primarie regionali sconfitto da Bonaccini. Roberto Balzani è un autorevole professore, amico del rimpianto Edmondo Berselli — “all’Emilia manca la sua capacità di raccontare e capire” — fuori dalle logiche degli ex Dc o ex Pci del passato. A differenza del premier, però, non solo non sottovaluta l’astensione ma la fissa con precisione con l’espressione “sciopero generale del voto”.
La stessa analisi di Wu Ming 1 che individua nella “pratica degli scioperi generali” l’elemento che ha costituito “uno choc anafilattico” per il gruppo dirigente del Pd. Giudizio rinforzato dal sondaggista Roberto Weber, di Ixè: “L’Emilia è tale grazie ai corpi intermedi. Non puoi attaccarli tutti i giorni e pensare di cavartela”.
Balzani invita anche a non sottovalutare il ruolo dei “ceti medi riflessivi” quella fascia di tecnici, professionisti, imprenditori, che cavalcano il rinnovamento, “ma conservano l’attenzione ai ‘beni comuni’” e che non sopportano più un gruppo dirigente locale inadeguato.
Il “modello Errani” che Renzi ha tutelato in tutti i modi facendo coincidere i suoi commenti al voto con quelli dell’ex governatore.
La vicenda locale ha giocato un ruolo non secondario, spiega Weber: “Qui c’è una cultura contadina robusta che non sopporta la corruzione e vuole correttezza nei comportamenti. Logico che gli scandali abbiano creato insofferenza”.
Gli astenuti del Pd, quindi, hanno storie e fisionomie diverse. Ma sono figlie di una storia che Renzi vuole sradicare anche se oggi sembrano solo seduti sugli spalti a guardare la partita, dopo aver gridato con forza che l’allenatore a loro non piace.
“La tipologia di coloro che hanno votato non è molto diversa da chi si è astenuto” spiega Weber: “Hanno solo una sofferenza sociale e un’insofferenza in più”.
“Ma non so se torneranno indietro, aggiunge, certi comportamenti sono irreversibli”.
Altri immaginano un rinsavimento del gruppo dirigente Pd in grado di ricucire con il sindacato e di dare una svolta al partito.
“Serve un’intelligenza collettiva” chiede Brugnara. Ma serve anche, aggiunge Balzani, “uscire una volta per tutte dalla storia del vecchio Pci che qui non è mai morto”.
Ma forse, vale l’immancabile puntura di spillo che proviene dal sempreverde Romano Prodi: “Come ti fai il letto, così dormi”.
Salvatore Cannavo’
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Novembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
IL PARTITO SCOSSO DAL CROLLO DEI VOTANTI: VIAGGIO TRA GLI ISCRITTI
La tempesta perfetta continua sul ballatoio del circolo Arci Benassi. «Certo che non ho votato, dopo quegli
scandali la Regione possono anche chiuderla».
«Anche io mi sono rifiutato, quel Renzi e il suo Jobs act o come si chiama sono roba di destra».
I due pensionati si chiamano Luciano e Dino, ma i nomi sono interscambiabili con quelli degli altri cento che stanno giocando a carte nella sala all’interno della sezione Pd più grande di Bologna, una palazzina enorme con vista sulle luci che illuminano la strada per San Lazzaro di Savena.
Alle pareti di un posto che rappresenta soprattutto un’idea di partito e di sinistra che ti accompagna per tutta la vita non c’è il consueto album di famiglia, ma solo poche e ben selezionate foto.
C’è un Romano Prodi ancora baldo e sorridente, c’è il sorriso sotto i baffoni di Renzo Imbeni, il sindaco galantuomo diventato simbolo della via emiliana al comunismo nei tempi moderni.
E soprattutto c’è un incontro con annessa stretta di mano tra don Giuseppe Dossetti e il partigiano Giuseppe Dozza, gli uomini che ispirarono la politica emiliana delle due Chiese.
Tu chiamalo se vuoi, consociativismo, declinato attraverso la delega ai famosi corpi intermedi, della quale questa Regione è indiscusso regno.
Nella piazza Zanti di Cavriago oltre a quella del Pd ci sono altre 16 sedi di associazioni, sindacati, cooperative, comitati.
Il paese più rosso dell’Emilia, famoso per il busto di Lenin donato nel 1920 dal partito comunista sovietico, è rimasto a casa.
Su 8.000 abitanti sono andati a votare solo in 2.600, quattro punti sotto la già disastrosa media regionale.
Stefano Corradi, segretario del Pd locale, non si stupisce. «Se predichi l’abolizione dei corpi intermedi, perchè questi dovrebbero votarti?».
Nel 1970 alle prime Regionali nella storia dell’Emilia Romagna votò il 96,6 per cento degli aventi diritto.
La caduta del muro e il cambiamento di nome del Pci non ebbero influenza sul rito della democrazia partecipata: nel 1990 votò un bulgaro 92,9%.
In questa Regione la Cgil conta 800.000 iscritti, la differenza tra il successo di massa e la vittoria in solitudine.
Vincenzo Colla, il segretario regionale, ha votato con poca convinzione. «Non si può negare che il governo ha un problema con il mondo del lavoro. E liquidare tutto con un due a zero e palla al centro è un modo debole di commentare l’accaduto»
Ieri mattina Bruno Papignani, il leader regionale Fiom teorico della diserzione elettorale, aveva la voce impastata di soddisfazione mista alla paura di chi ha fatto bingo e al tempo stesso l’ha combinata grossa.
«Renzi è venuto qui a mostrare i muscoli contro i deboli, a recitare la sua litania liberista-gaullista, e adesso dovrebbe meditare: ha perso».
In una terra che ha ancora una concezione sentimentale ed etica della politica, i falsi rimborsi dei consiglieri regionali e altre vicende non proprio edificanti di amministrazione locale hanno fatto danni peggio della grandine.
Nella Brescello che fu di Guareschi e oggi è in odore di ‘ndrangheta, con un sindaco che finge di non vedere un problema sotto gli occhi di tutti, è andato alle urne appena il 20,80 per cento.
Sarà anche vero, come disse Silvio Berlusconi, che «questi comunisti» voterebbero anche un gatto se glielo chiedesse il partito, ma a queste elezioni si è arrivati con un presidente condannato e dimissionario, Vasco Errani, l’inchiesta sulle spese pazze, dodici consiglieri regionali indagati ma ricandidati, e come ciliegina sulla torta le primarie più assurde dell’epoca moderna, frutto del compromesso tra le imposizioni giunte da Roma e i tentennamenti del nuovo presidente. «Ho sbagliato anch’io» ammette Bonaccini, che ieri non aveva esattamente la faccia del vincitore «Commisi un errore a sottovalutare la rapidità delle decisioni che dovevamo prendere data l’emergenza che si era creata».
L’Emilia Romagna è sempre stata invisa a Roma ma non è un posto da prendere sottogamba.
Le fibrillazioni del mondo prodiano, con Sandra Zampa a sostenere che Bonaccini «è stato lasciato solo» e che qualcuno avrebbe potuto fare un pensiero sull’utilizzo dell’ex presidente del Consiglio, e il professore che usa una frase sibillina, «come ti fai il letto, così dormi», lascia intendere un cambiamento di verso che potrebbe non piacere a Renzi.
L’Ulivo comunque sta crescendo bene. L’alberello piantato nel cortile del bar Ciccio, all’indomani del patto che siglava la nascita dell’alleanza poi vittoriosa alle Politiche del ’96, è sempre al suo posto nonostante le intemperie.
Fausto, fratello del celebre Ciccio, esce dal locale della sinistra pura e dura a due passi dalla casa di Dozza.
«Ho votato solo per rispetto dei nostri padri morti per darci il diritto di farlo. Mio figlio che è giovane invece non c’è andato. E io sono due giorni che non gli parlo».
Francesco Alberti e Marco Imarisio
(da “il Corriere della Sera”)
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Novembre 25th, 2014 Riccardo Fucile
NO DI CUPERLO E CIVATI… BERSANI: “VOTO SI’ PER DISCIPLINA”
L’Aula della Camera riprende l’esame del Jobs act, con i 109 ordini del giorno. 
Il via libera dell’Assemblea di Montecitorio dovrebbe giungere oggi, con un giorno di anticipo rispetto alla tabella di marcia a suo tempo stabilita dalla conferenza dei capigruppo.
Il provvedimento per avere l’ok definitivo, deve tornare in Senato, poichè il testo è stato modificato dalla commissione Lavoro dove sono stati approvati gli emendamenti frutto dell’accordo tra il governo e la minoranza Pd che puntava a ridimensionare la possibilità di modificare lo Statuto dei lavoratori.
Le novità .
Tra le novità più significative introdotte durante l’esame in Commissione c’è la norma che da una parte esclude per le nuove assunzioni la possibilità di reintegro per i licenziamenti economici (prevedendo solo un indennizzo “certo e crescente con l’anzianità di servizio”) e dall’altra parte conserva il diritto al reintegro nel posto di lavoro solo per i licenziamenti “nulli e discriminatori” e per “specifiche fattispecie di licenziamento disciplinare ingiustificato” che poi verranno definite nei decreti delegati dall’esecutivo.
L’appello all’unità di Orfini.
All’interno del Pd non si placano i malumori della minoranza. Ma il presidente del partito, Matteo Orfini, fa un appello in extremis ai dissidenti: “Abbiamo raggiunto una larghissima unità sul testo, spero che per rispetto della discussione fatta, dei cambiamenti apportati, del lavoro di ascolto reciproco e della nostra comunità , si voglia fare tutti un ultimo sforzo in Aula”, aggiunge.
Cuperlo: “Non ci sono condizioni per il sì”.
Diversamente per Gianni Cuperlo non ci sono le condizioni per il sì: “Noi non ci sentiamo di esprimere un voto favorevole su Jobs act”, annuncia il deputato dem, che caldeggia l’ipotesi di non esprimere il voto sul testo.
“Il punto a cui si è arrivati – sottolinea – non è soddisfacente. Il problema non è come licenziare, ma come assumere”.
Il ‘no’ di Civati.
Per Pippo Civati, invece, bisogna dire no alla riforma. La maggior parte dei deputati della componente di minoranza Area riformista, invece, dovrebbe votare sì.
Non teme i numeri troppo bassi Stefano Fassina: “Per noi – afferma – è uno strappo rilevante, perchè noi siamo parte della maggioranza, ma non voteremo per questa delega. Non saremo un gruppo sparuto, ma un numero politicamente impegnativo. E non temiamo conseguenze disciplinari”.
A quanto pare sono circa 30 i deputati del Pd pronti a non votare a favore.
Il nodo sul comportamento da assumere sarà sciolto nel corso di una riunione che si terrà all’ora di pranzo. Le ipotesi, dunque, sono il voto contrario in Aula o l’uscita dall’emiciclo di Montecitorio.
Bersani: “Nessuna fronda”
Sul rischio di una fronda nel Pd, l’ex segretario Pier Luigi Bersani, invece non ha grandi timori e invita a non drammatizzare il dissenso: voterà il jobs act “per disciplina” anche se non condivide alcune norme.
“Non è giusto parlare di fronde e la connessione con i risultati di ieri non c’entra niente”, ha detto. “Siamo davanti a dei miglioramenti indiscutibili, di cui bisogna ringraziare i membri della commissione. C’è però un imprinting iniziale di queste norme – ha spiegato – che non convince. Il mio caso è il caso di uno che per la parte che condivide, voterà con convinzione. Per quella che non condivide, e continua a non condividere, voterà per disciplina, come si conviene a uno che ha fatto il segretario per quattro anni e che vuole ribadire che i legni storti si raddrizzeranno solo nel Pd, da nessuna altra parte”.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 22nd, 2014 Riccardo Fucile
“IL PD E’ VICINO AI POTERI FORTI, NON AI COMUNI CITTADINI”… E CUPERLO INSISTE: “NON POSSO VOTARLO”
L’obiettivo vero del Jobs act è la “libertà di licenziamento“.
Non lo dice il solito Landini, ma un ex viceministro e esponente del principale partito di governo: “Nelle favole — scrive Stefano Fassina su facebook — il contratto unico e 1,5 miliardi di euro per avviare dal 2015 l’estensione degli ammortizzatori sociali agli esclusi. Nella realtà , le decine di tipologie di contratti precari rimangono sostanzialmente intatte e un piatto di lenticchie per la “svolta storica contro la precarietà ”.
L’obiettivo vero raggiunto: la “libertà di licenziamento” così cara al premier.
Della serie: “la sinistra dalla parte dei più deboli” e delle “parole che producono fatti”. Il punto di partenza per la polemica, dice il deputato della minoranza Pd è stato “un emendamento al disegno di legge di stabilità , il governo ha messo 200 milioni di euro per l’attuazione della legge delega sul lavoro.
Una dote che svela la differenza tra le favole e gli obiettivi veri”.
Poche ore prima Fassina aveva dichiarato al Gr1 che “questo Pd mi preoccupa perchè è sempre più in linea con gli interessi più forti e meno vicino agli interessi e alle domande delle persone che cercano lavoro e che sono precarie”.
Alcuni giorni fa la sinistra del Pd e i renziani erano arrivati allo scontro per la presentazione di alcuni emendamenti “anti povertà ” presentati da Fassina, Cuperlo, Civati e altri.
Sul jobs act il Pd non presenta alcun emendamento anche per effetto dell’accordo interno che ha “placato” una parte delle minoranze del partito.
Ma per Fassina non vuol dire che la mediazione abbia convinto tutti: “La soluzione trovata non è soddisfacente. Rimane un intervento che fa arretrare le condizioni del lavoro, e la parte che dovrebbe contrastare la precarietà è puramente virtuale e senza risorse — aggiunge — Presentare emendamenti, dati i numeri in aula alla Camera, non avrebbe avuto senso. Sarebbe stato solo un modo per ritardare. Esprimeremo la nostra valutazione negativa nel voto che si farà sul provvedimento”.
“Il tentativo di Renzi è un’innovazione regressiva. E’ evidente che il cambiamento è necessario, ma dev’essere un cambiamento progressivo. Invece l’innovazione proposta da Renzi è solo un’illusione: l’illusione che svalutando il lavoro si possa generare crescita e ripresa”, replica Fassina al cronista che gli chiede se pensa che il premier stia cambiando il dna della sinistra italiana.
E che Fassina non è solo lo dimostra la presa di posizione di Gianni Cuperlo: “Nella legge delega sul lavoro ci sono rischi gravi e seri di incostituzionalità . Così com’è il provvedimento non è sostenibile, non posso votarlo”.
L’incostituzionalità è legata “agli aspetti di disuguaglianza che si creano tra lavoratori” con il contratto a tutele crescenti.
“Noi — ha precisato — non vogliamo che il governo cada, ma nemmeno il riflesso che si accetta tutto: non è questo il modo di ragionare”.
Secondo Cuperlo, “il partito non è una ditta e nemmeno una caserma, è una comunità ”.
Rivolgendosi al ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, “da qui a lui dico: non è che obiettare su alcuni contenuti della sua riforma è disconoscere il valore sociale dell’impresa”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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