Novembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
IL COMUNICATO GIUDICATO “MINATORIO” DAI VERTICI PD, ACCUSATI DAL SINDACATO DI “CANCELLARE I DIRITTI DEI LAVORATORI”
È polemica tra il Partito democratico e la Cgil Calabria. 
Il sindacato ha annunciato la propria mobilitazione contro l’Assemblea nazionale dei dem in agenda per il 13 dicembre a Reggio con un comunicato ritenuto «minatorio» dal partito del premier Matteo Renzi.
«Ci prepariamo ad accogliere – ha scritto nella nota la Cgil calabrese – l’Assemblea nazionale del Pd, e cioè di chi sta cancellando i diritti dei lavoratori. Sarà per loro una “giornata indimenticabile” che prepareremo con attenzione e cura».
Segue «l’appello alle forze dell’ordine affinchè non si ripetano episodi gravi come quelli successi a Roma contro i lavoratori di Terni».
Dura la risposta del Partito democratico, che in un comunicato firmato da Lorenzo Guerini e Matteo Orfini – rispettivamente vicesegretario e presidente dem – hanno stigmatizzato l’annuncio del sindacato: «Troviamo incomprensibili, se non preoccupanti, le parole espresse dalla Cgil calabrese che annuncia una “giornata indimenticabile” ed evocare un “appello alle forze dell’ordine” in occasione di un’Assemblea di una forza politica non è esattamente il modo opportuno di esprimere le proprie opinioni. Fermo restando il diritto di tutti di manifestare il proprio dissenso – prosegue il comunicato – chiediamo alla segretaria Camusso di valutare l’opportunità di prendere le distanze da toni che, oltre che eccessivi, possono apparire minacciosi o inviare messaggi pericolosi all’opinione pubblica».
E ancora, i due dirigenti del Pd aggiungono: «Non si capisce la volontà di entrare in questioni che riguardano la campagna elettorale del Partito democratico a sostegno del suo candidato alla presidenza della Regione. Alla disinformata segreteria regionale della Cgil calabrese ricordiamo che, come già annunciato dalla segreteria regionale, Matteo Renzi chiuderà la campagna elettorale in Calabria il 21 novembre».
Il segretario Susanna Camusso non aveva preso posizione sulla polemica.
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Novembre 6th, 2014 Riccardo Fucile
I CIRCOLI SI VEDONO AUMENTARE L’AFFITTO… INIZIANO LE CENE PROLETARIE DA 1.000 EURO A TESTA PER IL FINANZIAMENTO DEL PARTITO
“Dopo sette anni dalla nascita del Pd, dobbiamo capire come le Fondazioni possono essere utili alle finalità del Pd stesso”.
Così è intervenuto il tesoriere dem, Francesco Bonifazi a Milano, in una riunione convocata per parlare dei rapporti tra le Fondazioni (ovvero il tesoro rosso) e il Pd.
In varie parti d’Italia, i circoli democratici si sono visti aumentare l’affitto da quelle stesse Fondazioni nate nell’ultima direzione degli ex Ds.
Teoricamente, un patrimonio che sarebbe anche loro.
(Ex) contro contro: il bilancio del Pd è in rosso profondo (con 10,8 milioni di euro di perdite nel 2013), i finanziamenti pubblici ai partiti vanno a scomparire, con i dipendenti che rischiano la cassa integrazione.
Eppure c’è un tesoro disseminato in 57 Fondazioni, costituite dall’ultimo tesoriere dei Ds, Ugo Sposetti, che non solo non si può toccare, ma che sopravvive anche grazie ai contributi pagati in varie forme dai Dem.
A Milano c’è stata una riunione, convocata dal segretario cittadino Pietro Bussolati, con 150 quadri locali e tesorieri del Pd di tutta Italia per provare ad affrontare il problema. Presente, Bonifazi, tesoriere nazionale. Grande assente, Sposetti, che quel patrimonio non lo molla.
Anche se erano presenti persone vicine alla Fondazione milanese Quercioli.
“La decisione di dare vita alle Fondazioni — ha detto Bussolati — nasce dalla necessità di vigilare sul patrimonio del partito, in un momento storico che non è più l’attuale”.
Per questo, “occorre un nuovo patto fra partito e Fondazioni”.
Bussolati chiarisce: “Non vogliamo fare la guerra alle Fondazioni ma avere regole chiare”. Perchè, “servono affitti calmierati e la proprietà e la vita dei circoli devono convergere. Anche se esistono limiti giuridici”.
Insomma, la guerra dell’attuale Pd al tesoro rosso, è partita. Anche se forme e modalità sono tutte da inventare
Il tesoro degli ex Ds si compone di 2300 immobili più 410 opere d’arte (alcune nella sede dei Ds a via Sebino, come “I funerali di Togliatti” di Guttuso), stimato in oltre mezzo miliardo.
Gli ex Ds hanno 150 milioni di debiti e le Fondazioni sono state costituite anche perchè le banche non si possono rivalere.
Ma il paradosso è che Fondazioni e circoli invece di stare dalla stessa parte, si trovano su fronti contrapposti. Le stesse Fondazioni pagano l’Imu e le tasse e non navigano nell’oro (almeno è questa la difesa degli Sposetti’s boys).
Peccato che si rivalgono, anche con gli affitti, sugli stessi militanti che magari un tempo quegli immobili li avevano comprati a forza di salsicce alla grigia alle Feste dell’Unità . Questione complicata: dentro le Fondazioni c’è un pezzo che poi è andato in Sel e in Rifondazione.
Ma non è solo questo: il tesoro rosso garantisce tuttora quel che resta della ditta.
Se mai gli ex Ds o una parte di loro decidesse che è arrivato il momento di fare la scissione, quel patrimonio serve tutto.
Così parlava Sposetti a Repubblica, solo un mese fa: “Il Pd sta in 1.800 circoli di proprietà del famigerato Pci-Pds-Ds, e non paga nè Tarsu nè Imu nè condominio. Sono sedi che vengono dal lavoro e dalla fatica di centinaia di militanti comunisti. Non mi sembra che a dirigere il Pd oggi ci siano grandi manager che possano gestire questo patrimonio. Quindi le cose restano come sono”
Il Pd intanto, se le inventa tutte. Domani a Milano e dopodomani a Roma ci sono le due prime iniziative di fundraising: ovvero due cene con imprenditori e professionisti vari, che per mangiare con Matteo Renzi devono pagare 1000 euro a testa. “Dalle cene pensiamo di ricavare un milione di euro”, ha detto il segretario premier ieri ai gruppi.
Per il governo, alla cena di Milano ci saranno, oltre a Renzi, Maria Elena Boschi e Maurizio Martina.
A Roma, Marianna Madia. Lo scouting era affidato ai parlamentari, cosa che ha provocato non pochi malumori.
Difficile evitare ospiti sbagliati, ancor più difficile portare pesi massimi, che in una situazione troppo allargata non sono interessati a partecipare.
Alla fine, i vertici dem si aspettano centinaia di partecipanti.
Quasi tutti personaggi di media levatura. Ma anche qualche nome più “pesante”.
A Milano ci saranno Valerio Saffirio fondatore di Rokivo inc., la società di San Francisco che produce i Google Glass, i Gavio, azionisti del gruppo Gavio Autostrade.
E Alessandro Perroncabus, Ad di Sestriere Spa, la più grande società italiana di gestione impianti sciistici, 13esima al mondo.
Ancora, Pietro Colucci, Presidente della Kinexia, società che si occupa di energie alternative e Roberto De Luca, presidente Live Nation Italia, la filiale italiana del più grande gruppo di Entertainment al mondo.
E Ferrari Allegrini e Bertani, produttori di vini, Acqua Norda, Nestlè.
E poi, notai e avvocati.
Wanda Marra
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
IL SENATORE BERSANIANO: “LETTA AVEVA DIVISO LA DESTRA, RENZI E’ RIUSCITO A DIVIDERE LA SINISTRA”
“Renzi prende il potere a patto di riportare Berlusconi al centro del sistema politico. Diceva di volerlo
‘asfaltare’ e invece si stanno facendo una bella strada insieme”.
A pronunciare questa frase a ilfattoquotidiano.it è il senatore Pd Miguel Gotor.
Il secondo rinvio a giudizio per Denis Verdini, trait d’union tra Silvio Berlusconi e Matteo Renzi per la stesura del cosiddetto Patto del Nazareno, scuote gli animi dei democratici, ormai confusi sul da farsi.
Cinquanta, 60, forse addirittura 70 parlamentari sono pronti ad alzare le barricate al grido di “no Verdini”.
Ad aprire le danze è stata l’intervista dell’Huffington post a Massimo Mucchetti: “Si apre nel caso di Verdini — scandisce — non già la questione della sua permanenza a Palazzo Madama, che non è in discussione, ma l’opportunità che sia il principale negoziatore e testimone del patto del Nazareno”.
A Montecitorio Verdini è stato il caso del giorno.
Visi scuri e bocche cucite hanno accompagnato il lungo pomeriggio in cui il patto del Nazareno ha rischiato di scricchiolare.
Da un capannello a un altro rimbalzava la seguente domanda: “Perchè continuare a trattare con un rinviato a giudizio?”. “Ma non lo scegliamo noi, lo sceglie Berlusconi”, ribatteva con un filo di sarcasmo un renziano della seconda ora.
“Noi avremmo preferito dialogare con persone che non hanno problemi con la giustizia. Ma non siamo noi a deciderlo, Forza Italia non è solo Verdini. Sarà Berlusconi a decidere chi sarà il proprio ambasciatore. Ancora non c’è la sentenza definitiva. Il problema è che loro sono stati legittimati dai voti delle politiche e delle europee”.
Secondo il senatore Gotor bisogna riavvolgere il nastro per comprendere cosa sia successo negli ultimi dieci mesi: “Il problema c’è ed è un problema che proviene da lontano. Soltanto chi aveva gli occhi foderati di prosciutto o un mero opportunismo faceva finta di non vederlo”.
E ancora: “Il punto politico — spiega il senatore bersaniano — è che Letta cade dopo aver diviso la destra. A quel punto l’ex premier ottiene un risultato politico molto importante, la nascita di un partito che si chiama Ncd. Ma Renzi riporta al centro Berlusconi, Letta cade, e di fatto l’attuale premier frena la diaspora all’interno del centrodestra. Perchè se Ncd invece di fermarsi a 33 senatori avesse superato i 40, Berlusconi sarebbe stato politicamente finito”.
Ma tornare indietro appare impossibile.
L’unica carta a disposizione della minoranza Pd, è quella di portare il caso alla prossima direzione, che — stando agli ultimi report del Nazareno — dovrebbe tenersi a metà mese.
In quella sede la fronda degli oppositori al premier non dovrebbe limitarsi all’area Civati, e ai soliti senatori, come Corradino Mineo.
La vera novità è che “anche all’interno del gruppo renziano comincia a destare un po’ di perplessità l’accordo con Berlusconi e Verdini. Del resto alla fine da questo rapporto non è uscito nulla di definitivo. Le riforme sono al palo. E la legge elettorale è lontana dall’essere ratificata. E noi, parlamentari, cosa raccontiamo ai cittadini che rappresentiamo?”.
Ma non c’è solo la legge elettorale. Perchè. come afferma la senatrice Lucrezia Ricchiuti, non sono stati affrontati “il falso in bilancio, la revisione della prescrizione, l’autoriciclaggio e una lotta seria all’evasione fiscale”.
Ma la Ricchiuti si spinge addirittura oltre: “C’è malumore fra tanti colleghi. Tanti colleghi non condividono la linea del premier, ma non lo diranno mai. Perchè dire questo, ovvero dire no al patto del Nazareno, significa non essere candidati al prossimo giro”.
Giuseppe Alberto Falci
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 5th, 2014 Riccardo Fucile
LA TESSERA FANTASMA DEL FINANZIERE… IL SEGRETARIO DELLA SEZIONE: “ABBIAMO RICEVUTO SOLO UN BONIFICO DI 15 STERLINE”
Davide Serra, professione finanziere, tessera del Pd numero… boh? 
A oggi il CEO del fondo Algebris, che all’ultima Leopolda ha espresso il desiderio di limitare il diritto di sciopero, non risulta ancora iscritto al Partito Democratico di Londra.
Per ora c’è solo un bonifico, di 15 sterline, ma nel circolo della City lui non c’è mai entrato.
Nè lui, nè – per ora – il suo modulo di iscrizione.
«La sua iscrizione a mezzo stampa ci ha un po’ sorpresi – scherza Roberto Stasi, 32 anni, segretario del circolo al 124 di Canonbury Road, ricordando l’annuncio fatto a Firenze da Serra -, per questo abbiamo subito chiesto chiarimenti a una esponente dei circoli Renzi londinesi che in quei giorni era alla Leopolda».
Poi però è arrivato il bonifico, ma non basta.
«Abbiamo fatto avere a questa persona il modulo di iscrizione per Serra – continua Stasi -, ora attendiamo che ce lo restituisca firmato. Così poi potrò consegnargli la tessera. Voglio farlo di persona, come succede con tutti gli iscritti».
La notizia dell’iscrizione di Serra – seppur per ora solo annunciata – non ha lasciato indifferenti i tesserati del Pd londinese.
Per dare un’idea dell’aria che tira basta guardare i risultati delle primarie 2013: Civati 27 voti, Renzi 11, Cuperlo 3.
Una sezione giovane, aperta, desiderosa di rinnovare il partito, ma non troppo marcatamente «renziana».
Il lunedì successivo alla Leopolda, si sono riuniti e hanno iniziato a discutere.
Anche dell’iscrizione di Serra: «L’argomento ha creato molto dibattito – racconta Stasi – ma ovviamente il suo tesseramento non deve avere un “via libera”. A molti non è piaciuta la sua uscita sul diritto di sciopero, io personalmente l’ho considerata un brutto scivolone. E poi lo sciopero mica è una cosa solo italiana: qui la metropolitana a volte si blocca per tre giorni….».
Al circolo di Londra gli iscritti quest’anno gli iscritti sono una sessantina, quasi tutti ragazzi che sono partiti per l’Inghilterra alla ricerca di un futuro.
O quantomeno di un presente più roseo di quello che offre loro l’Italia.
«C’è di tutto – spiega Stasi, che di professione fa l’analista finanziario -, dal lavapiatti a chi lavora nella finanza. Mi piacerebbe che Serra venisse qui a confrontarsi con noi, a conoscere tutte queste esperienze, a capire le difficoltà di chi a 30 anni prova a inserirsi nel mondo del lavoro. Probabilmente lui è stato più fortunato di noi e capisco anche il suo punto di vista da investitore. Però colgo subito l’occasione per invitarlo alla prossima riunione, il 24 novembre. Il mio obiettivo è fargli cambiare idea. E magari portarlo in piazza con noi…».
Marco Bresolin
(da “La Stampa”)
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Ottobre 29th, 2014 Riccardo Fucile
I RENZIANI COSTRETTI A RIPETERE: “SIAMO DI SINISTRA”, FORSE PER AUTOCONVINCERSI
Con le tifoserie schierate intente a sbertucciarsi come in seconda media, i dispetti tra piazze (e piazzette) contrapposte, le arrampicate sui vetri da dibattito televisivo, non è facile tentare un ragionamento complessivo.
Si aggiunga che la legge di Stabilità ha ormai più versioni di una canzone dei Beatles (acustica, elettrica, in slide, versione Quirinale, merengue, heavy metal, versione europea, e altre ne verranno), e la confusione aumenta.
Si aggiunga ancora che non si parla d’altro che delle differenze interne al corpo mutante della sinistra o di quel che fu (politiche… no, economiche… no, culturali… no, antropologiche, eccetera), il che mette in gioco passioni personali che certo non aiutano la serenità dell’analisi.
Ma insomma, ora, alla fine ci siamo. E siccome non sono più i tempi della nostalgia, dei gettoni, dei rullini e di Lenin, non faremo la solita domanda: Che fare?, ma ci chiederemo più smart e friendly: and now?
Certo, c’è il caso che per qualche tempo il lavoratore in mobilità e l’imprenditore che lo licenzia possano votare per lo stesso partito.
Ma è possibile ciò in un momento in cui si prendono decisioni storiche per le vite dell’uno e dell’altro? Un italiano alle prese con l’angoscia del futuro e con la difesa del posto del lavoro, può sostenere in modo convinto un premier che lo chiama dinosauro, accusandolo di non vedere il luminoso futuro che è solo l’inizio?
Ovvio, la società è una faccenda parecchio complessa, tra il ragazzotto azzimato della Leopolda e il metalmeccanico col fischietto di piazza San Giovanni ci sono milioni di sfumature . Però è fatale che qualcosa si romperà .
Io sento la frase “a sinistra del Pci/Pds/Ds/Pd” da quando giocavano Mazzola e Rivera e mio padre aveva la Millecento, dunque aspetto con la trepidazione mista a scetticismo dell’abbonato di lungo corso.
Ma è la prima volta che vedo distintamente in atto la creazione di una cosa “a destra del Pd”.
Segnali piccoli e grandi: i dirigenti locali di Forza Italia che votano alle primarie del Pd, fascinazione per Marchionne, applausi dalla destra giornalistica (Foglio, Giornale e Libero battono le mani spesso), imprenditori del cachemire presentati come geni del Rinascimento, articolo 18, Fanfani meglio di Berlinguer, il finanziere londinese che discetta del diritto di sciopero, sberleffi al mondo del lavoro, lotta ai corpi intermedi e rapporto diretto tra leader e popolo, tipo balcone.
Ecco. Con l’aggiunta che la piazza di San Giovanni interessa meno, ed è elettoralmente molto meno pesante, della piazza televisiva della D’Urso, gentilmente concessa dal capo dell’opposizione.
I sostenitori entusiasti, costretti a ripetersi come un mantra che loro “sono di sinistra”, forse per convincersi , fanno il resto sul piano teorico.
Il Partito della Nazione, di cui si legge da qualche tempo, è un’idea forte e pare in corso di attuazione, anche se strisciante.
Un partito del Premier che si mangerà molto a destra, mentre la grande incognita rimane a sinistra.
Dove andranno gli elettori accusati di essere trogloditi coi gettoni del telefono? Rimasugli ingombranti del secolo passato? Per ora hanno solo i vecchi, cari corpi intermedi, come va di moda chiamare il sindacato dei lavoratori.
Per i resto sono soli. Politicamente abbandonati all’autogrill, legati al guardrail perchè non provochino incidenti, con una ciotola d’acqua da ottanta euro e nient’altro. Nessuno che compaia per adottarli e ridare loro una famiglia.
Alessandro Robecchi
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Ottobre 28th, 2014 Riccardo Fucile
“UN PARTITO DELLA NAZIONE E’ UNA CONTRADDIZIONE LOGICA, DA ANALFABETI DELLA POLITICA, UNA BOUTADE POPULISTA PER ARRAFFARE VOTI E CONQUISTARE L’EGEMONIA INTORNO A UNA FIGURA DI LEADER”
«Non c’è nulla di casuale, nulla di improvvisato, nell’attacco di Matteo Renzi al posto fisso e
all’articolo 18. Lui sta abbattendo i simboli della sinistra socialdemocratica per penetrare nel centrodestra con il progetto del Partito della Nazione. E’ un piano lucidissimo ».
Non è per niente stupito, Massimo Cacciari, della durezza dello scontro che si è acceso nel Pd.
Professor Cacciari, non è la prima volta che un presidente del Consiglio di sinistra dice che è finita l’epoca del posto fisso (lo disse D’Alema 15 anni fa). Eppure stavolta sembra diventato lo spartiacque tra le due anime del Pd, quella che si è radunata alla Leopolda e quella che è scesa in piazza con la Cgil. Perchè?
«A volte il tono è tutto. Mentre gli altri dicevano queste cose con un tono di analisi, anche spietata, Renzi mi presenta un destino come se fosse un suo successo personale: ah che bello, finalmente è finita l’epoca del posto a tempo indeterminato! Ma come si fa a non comprendere il carico di ansia, di frustrazioni che una situazione di questo genere può determinare? Un politico non può fermarsi all’analisi: deve dirmi quali sono i rimedi. Deve dirmi quali ammortizzatori sociali ha previsto, e quali garanzie avranno i lavoratori senza più posto fisso per la loro pensione».
Il segretario del Partito democratico, dice lei, non dovrebbe parlare così.
«Neanche il più feroce dei conservatori ha mai presentato queste trasformazioni sociali che possono generare ansie ed angosce come se fossero delle pensate geniali».
Il vero centro della polemica sembra però l’abolizione dell’articolo 18. Difenderlo oggi, ha detto Renzi, è come cercare di mettere il gettone nell’Iphone. E’ così?
«Ma è evidente che l’abolizione dell’articolo 18 è una bandiera ideologica, una banderuola rossa che Renzi sventola sotto il naso dei suoi oppositori e dei suoi sostenitori. L’ha detto lui stesso».
E perchè, secondo lei, ha scelto questo tema, in questo momento e in questo modo?
«Perchè è il tema che gli dà più spazio nel costruire il Partito della Nazione. E’ un tema ideologico molto forte, che gli permette di penetrare nell’ambito dell’elettorato di centrodestra. E l’articolo 18 è una formidabile arma ideologica per costruire questo consenso trasversale, infinitamente al di là dei confini tradizionali del centrosinistra. Siamo di fronte a un politico puro. Il suo è un calcolo tutto politico, non c’entra nulla il ragionamento economico».
Ma il partito della Leopolda e quello di piazza San Giovanni possono convivere?
«Queste due anime sono sempre meno avvicinabili, ma Renzi il problema di tenerle insieme non se lo pone neanche. Lui pensa: se io do l’impressione di entrare in un gioco di compromessi e di mediazioni tra personaggi che la pubblica opinione ritiene assolutamente sorpassati, io divento uno di loro, e perdo».
Ormai il tema della scissione è sul tavolo. Non la temo, dice Renzi. Sarà inevitabile, secondo lei?
«Io credo che lui non solo non la tema ma sia sul punto di desiderarla. Fino a qualche tempo fa no, ma ora forse comincia a pensare che la scissione gli convenga ».
Cioè crede che tagliare le radici, e perdere un pezzo del partito, gli porti più voti?
«Se c’è una scissione, è chiaro che senza i Bersani e i D’Alema eccetera non potrà mai rifare il 41 per cento. Ma il taglio delle radici potrebbe convenirgli, per realizzare il suo progetto. E forse avrà fatto questo ragionamento: se escono da qui, cosa fanno? Si rimettono con Vendola? Fanno un’altra Rifondazione? Se ci fosse qualcuno che ha un’idea oltre Renzi, beh allora francamente sarei il primo io a iscrivermi al partito di questo qualcuno. Ma qui hanno tutti facce, e idee, pre Renzi. Eccetto Civati. Se togli lui, gli altri sono i reduci, come li chiama Renzi. Hanno fatto il Partito democratico senza uno straccio di idea nuova: l’unico che ce l’aveva era Veltroni, che infatti oggi appoggia Renzi. A parte Veltroni, conservatorismo puro, su tutto: dalle riforme istituzionali al lavoro. Cosa vuole che possano combinare, se escono dal Pd? Niente. Il vero problema è: ma a noi piace, il Partito della Nazione?».
Già . A lei, per esempio, piace?
«Mi piace? Ma io lo detesto! E’ una boutade populistica per arraffare voti e conquistare un’egemonia attorno alla figura di un leader. Ogni decisione favorisce una parte e sfavorisce un’altra. Perciò sono nati i partiti politici, nella democrazia. Partiti: da “parte”. Un Partito della Nazione è una contraddizione logica. Da analfabeti della politica. Ma questo non inficia minimamente la strategia di Renzi e la sua coerenza. Lui oggi si fa un partito suo e se lo fa grosso, rappresentativo, tendenzialmente egemone, chiamandolo Partito della Nazione. Approfittando dello sfascio della tradizione socialdemocratica e cattolico-democratica e anche dello sfascio del berlusconismo. E’ un’occasione unica, irripetibile. E lui la sta cogliendo».
Sebastiano Messina
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Ottobre 27th, 2014 Riccardo Fucile
L’INFORMATA DEL NUOVO POTERE PD: MA QUESTE DONNE FANNO DAVVERO BENE ALLE DONNE?
Ma queste donne fanno bene alle donne? Finalmente la politica non è più solo cosa da uomini. Nelle
aule del potere dovrebbero trovare voce la sensibilità , la ricchezza emotiva e una visione della vita equilibrata, che gli uomini talvolta non hanno
Eppure viene il timore che le quote rosa si traducano spesso in poltrone rosa. Lasciamo perdere il centrodestra dove la selezione è stata talvolta guidata da manie e patologie dei capi.
Leggi le ultime notizie — l’infornata di governatrici o aspiranti tali del Pd — e il dubbio si alimenta.
Capocordata è stata Debora Serracchiani; abbandonato il piglio da pasionaria, Serracchiani ha occupato ogni poltrona libera sul suo cammino. A volte due per volta. Era parlamentare europea e ha mollato la carica per diventare governatrice del Friuli. Ora, come se non le bastasse, è anche nella segreteria Pd.
In fondo, c’è di peggio. Che dire di Alessandra Moretti, altra regina dei talk show? Nel 2013 approda alla Camera. Passa un anno e molla tutto per presentarsi alle europee. Ora si vuole candidare a Governatore del Veneto, quasi che i 230.188 voti per Bruxelles fossero carta straccia. Nel frattempo da bersaniana è diventata bandiera di Renzi. W la coerenza.
E Pina Picierno che alcuni nel Pd – forse lei stessa – vorrebbero alle regionali della Campania? Non importa che milioni di italiane abbiano un curriculum più ricco del suo. Che — altro fulgido esempio di coerenza — sia stata definita demitiana, franceschiniana, bersaniana, lettiana prima di ritrovarsi sul carro dei vincitori.
Non importa nemmeno che, pure lei, dovrebbe mollare l’impegno assunto a Bruxelles (224.003 voti). Una nuova Casta sostituisce la precedente.
Completa la carrellata Raffaella Paita, candidata unica del Pd alle regionali in Liguria. Paita è una politica di professione che non ha praticamente altro curriculum. In compenso vanta titoli che dovrebbero indurre molte cautele: assessore alla Protezione Civile nei giorni dell’alluvione, è scomparsa mentre Genova affondava nel fango.
Non solo: è moglie del presidente del Porto di Genova, due poltrone chiave sotto lo stesso tetto. E ancora: a sostenerla si è mosso quel che resta del potere scajoliano, soprattutto legato alla Curia genovese.
Il peggio che ha condotto la Liguria allo sfacelo. Ma non importa: Paita va candidata, per volere del Sultano (Burlando).
Sono le donne per prime che si devono indignare perchè queste signore non le rappresentano.
Non rappresentano le tante manager delle imprese; le madri che, senza poltrone garantite, si dividono tra famiglia e lavoro; le ricercatrici costrette a emigrare; le volontarie che in Africa combattono l’Ebola.
È una grave mancanza non avere donne in politica.
Ma non è molto meglio avere donne scelte dagli uomini.
E con i loro stessi difetti.
Ferruccio Sansa
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 26th, 2014 Riccardo Fucile
SULL’ART. 18 REPLICA: “ANCHE KIM-JONG-UN HA L’ULTIMO MODELLO DI IPHONE”… “LEZIONI DI DISCIPLINA DI PARTITO DA CHI HA FATTO SALTARE L’ELEZIONE DEL CAPO DELLO STATO NON NE PRENDO”
A un certo punto della conversazione Stefano Fassina nomina la parola scissione: “Una scissione molecolare è in atto. Ieri abbiamo incontrato molte persone che ci hanno detto che hanno lasciato il Pd. Oggi dico che la dovremmo evitare. Ma è il presidente del Consiglio che alimenta la contrapposizione, ricercando un nemico”.
Il discorso di Renzi alla Leopolda è appena finito.
Fassina, di ritorno con i figli dallo zoo, pare stupito dai toni aspri: “Mi colpisce la straordinaria capacità che ha Renzi di evitare sistematicamente il merito. Mi sarei aspettato dal presidente del Consiglio alla sua prima uscita dopo l’approvazione della legge di stabilità che spiegasse i punti importanti del disegno di legge. E invece purtroppo ho sentito il solito comizio teso alla ricerca sistematica di un nemico da dare in pasto all’opinione pubblica”.
Andiamo con ordine. Renzi dice che il precariato non si sblocca con cortei. E che dovete farvene una ragione: il posto fisso non c’è più.
Guardi, che il posto fisso non c’è più lo abbiamo capito da 30 anni a questa parte. Il punto è se vogliamo archiviare insieme al posto fisso il tema della dignità della persona che lavora come un vecchio arnese del novecento.
Appunto, siamo sempre alla difesa dell’articolo 18. Lei, per dirla con Renzi, insiste a voler mettere il gettone nell’I Phone.
Se poi vogliamo fare le battute gli dico che anche il leader coreano Kim Jong-un, trentenne di successo, ha l’ultima versione dell’ i-Phone… Ma converremo tutti che non è un modello di progresso. Con rispetto farei notare a Renzi che innovazione non è scopiazzare i conservatori con 30 anni di ritardo. Però al fondo vedo una mistificazione.
Quale?
La piazza non era solo sull’articolo 18. La piazza ha chiesto e ha proposto una politica economica alternativa all’agenda liberista portata avanti da un presidente che non indossa più il loden ma uno smagliante giubbotto di pelle. Ed è su quella agenda che Renzi non vuole rispondere. Che sinistra è quella che dà 80 euro al mese a chi ha 90 mila euro di reddito annuo e non dà nulla a chi è in povertà assoluta o a una partita iva senza lavoro?
Non giriamoci attorno: voterà il jobs act?
Non ci giro attorno. Senza correzioni significative, no. Così com’è la delega lavoro aggrava la precarietà e la conferma arriva dalla legge di stabilità che nonostante le promesse non ha risorse aggiuntive per ammortizzatori e precari. Questo è il merito su cui il presidente del Consiglio evita il confronto. La legge di stabilità individua per il 2015 meno risorse per gli ammortizzatori di quante ce n’erano nel 2014 per la sola cassa in deroga. La legge dunque smentisce le promesse del premier. E i meriti che si attribuisce non sono novità . Vorrei ricordare che l’indennità di maternità universale fu introdotta da Livia Turco nel corso del primo governo Prodi nel ’97.
Scusi Fassina, torniamo al jobs act. Alla Leopolda sia Renzi sia Poletti hanno dichiarato che si introduce il contratto unico a tempo indeterminato.
Il contratto unico non c’è nella delega lavoro. Basta leggerla. Nella delega si va sulla piattaforma Sacconi-Ichino: si elimina l’articolo 18 ma senza disboscamento della giungla contrattuale. E, insisto, nella legge di stabilità non vi sono risorse aggiuntive sugli ammortizzatori sociali. Le due cose configurano un clamoroso raggiro di tanti giovani che vivono condizioni di precarietà . Sono utilizzati come scudi umani per continuare a colpire le condizioni del lavoro.
Bene, se Renzi pone il voto di fiducia come al Senato?
Per quanto mi riguarda vale il merito. Se non cambia il merito significativamente non voto la delega lavoro.
Capisce però che in un partito ci deve essere un minimo di disciplina.
Non accetto lezioni di disciplina di partito da chi ad aprile 2013 di fronte a un passaggio decisivo per la legislatura come l’elezione del capo dello Stato non solo votò in maniera difforme dall’indicazione del suo gruppo ma si attivò per far saltare il tavolo.
Ricapitoliamo. Lei ha partecipato a un corteo contro il governo. Renzi alla Leopolda si è scagliato contro il corteo. Siamo alle prove di scissione?
Una scissione molecolare è in atto. Ieri abbiamo incontrato molte persone che ci hanno detto che hanno lasciato il Pd. Oggi dico che la dovremmo evitare. Ma il presidente del Consiglio alimenta la contrapposizione.
Sta dicendo che Renzi cerca di farvi uscire dal Pd?
Il discorso di oggi non è quello di chi vuole ascoltare ragioni diverse dalle sue. Il segretario del partito dovrebbe essere di tutto il partito, il primo interessato a costruire una mediazione.
Renzi ha rivendicato con orgoglio di interpretare una linea di sinistra?
Quando c’è qualcuno che propone di intervenite sul diritto di sciopero, che chiede provvedimenti per sostenere le banche e vuole l’iscrizione al Pd forse la nostra collocazione a sinistra va verificata.
Il caso Serra.
È l’indicazione che la collocazione del Pd va quantomeno verificata.
Se questa è la situazione che state a fare insieme? Scusi, ma perchè non ve ne andate?
Certamente ci sono visioni diverse. Ma resto convinto che dovremmo trovare una sintesi perchè quella che viene considerata una minoranza fuori dal Palazzo ha riferimenti sociali ed economici significativi, come si è visto dalla manifestazione.
Fassina, concludiamo così. Lei dice: “Io resto nel Pd fino a…”.
Resto nel Pd e chiedo al segretario di costruire le condizioni per una convivenza. Se non creare le condizioni per una convivenza finisce il Pd e diventa il partito dell’establishment.
Una “Forza Renzi”?
Buona questa.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 26th, 2014 Riccardo Fucile
“RENZI RENZI VAFFANCULO”…UN ANZIANO ABBRACCIA FASSINA E SCOPPIA IN LACRIME: “RENZI E’ UN UOMO DI MERDA”… I DIRIGENTI DEMOCRATICI SI GIUSTIFICANO : “UN PEZZO DI PAESE È ARRABBIATO”
Stefano Fassina arriva al millesimo selfie, seguito da stretta di mano e pacca sulla spalla, “Stefano non
mollare”, quando i compagni della Fiom di Varese intonano il coro della nuova resistenza: “Abbiamo un sogno nel cuore/ Renzi a San Vittore”.
Dove per San Vittore è da intendersi il carcere storico di Milano.
Fassina prosegue con lo sguardo dritto. Un paio di metri più dietro c’è Gianni Cuperlo. Due giovani del servizio d’ordine, con tanto di fascia al braccio, sorvegliano a vista lui e Fassina. Cuperlo viene attorniato da un gruppetto di esodati. “Noi siamo veri, non finti”. A Cuperlo viene rinfacciato il voto a Palazzo Madama contro l’articolo 18. Lui ribatte, in quanto deputato, non senatore: “Io non l’ho votato”. Finisce con una foto, tutt’insieme, sotto lo striscione degli esodati.
La goccia democrat nel mar rosso di Roma Alle 8 e 45, tre quarti d’ora prima della partenza, piazza della Repubblica, più nota col nome di piazza Esedra, è una distesa immensa di un solo colore. Cgil, Pci, Cobas, Rifondazione. I deputati del Pd sono una decina. Una goccia nel mar rosso che bagna Roma, in una meravigliosa giornata di sole.
I già citati Fassina e Cuperlo, poi Alfredo D’Attorre, nuovo volto bersaniano, Barbara Pollastrini, Roberta Agostini e una stoica Monica Gregori, che farà tutto il percorso, fino a piazza San Giovanni, con una stampella .
Pippo Civati, a conferma delle divisioni della minoranza del Pd, perde subito il contatto con il resto dei colleghi. “Cuperlo e Fassina dove sono finiti? Non li vedo più, li ho persi”.
Su un camion, una gigantesca “cassa” diffonde un’imperiosa voce di donna: “In questa piazza ci vuole coerenza, qui i senatori del Pd che hanno votato contro l’articolo 18 non sono graditi”. Sono le 9 e 55. L’avanguardia del corteo sta svoltando in piazza Santa Maria Maggiore, per imboccare il tratto verso San Giovanni.
‘O rottamatore bamboccione e i cori contro il premier
Ma il Jobs Act non è l’unico macigno che appesantisce il cammino dei deputati del Pd, nuovi cirenei di sinistra nell’anno primo della luminosa era renziana. La croce che inchioda il passo e lo rende faticoso e lento è lo stesso Renzi. L’avversario, anzi il nemico è lui. Ieri il Pregiudicato. Oggi lo Spregiudicato.
“Renzi, Renzi, vaffanculo”. “Renzi, Renzi, vaffanculo”. È un popolo che vota in maggioranza per il Pd e che nell’ultimo sabato d’ottobre scandisce slogan contro il proprio segretario, peraltro inquilino di Palazzo Chigi. “Renzi, la senti questa voce: vaffanculo, vaffanculo”.
I cori variano i motivetti musicali, non la sostanza. “Fassina non le fa effetto camminare sentendo questi cori?”. “Certo che mi fa effetto, ma questa è una piazza arrabbiata che va ascoltata e compresa”.
Più tardi, quando il corteo è finito e sul palco si alternano interventi e video, Fassina in una delle decine di interviste rilasciate dice: “Manifestazione contro Renzi? È una lettura sbagliata”. La decina del Pd, che comprende anche Guglielmo Epifani, Rosy Bindi e Cesare Damiano, è testimone oculare di uno strappo enorme tra questa piazza e la Leopolda.
Altra scena. Alcuni operai napoletani raggiungono Cuperlo. “Gianni non votare contro l’articolo 18, te lo chiedo in ginocchio”. Cuperlo: “Non c’è bisogno di inginocchiarsi”. Un secondo dopo si alza un urlo primordiale. “’O rottamatore bamboccione addo stà ?”. “Il rottamatore bamboccione dov’è?”. La risposta arriva da un altro urlo: “Viciè miettec ‘o pesce in mano”. “Vincenzo mettigli il pesce in mano”. Dove il “pesce” in questione non è in senso ittico.
Il pianto del compagno sul petto di “Stefano”
L’ineluttabilità del dramma in corso tra la piazza rossa e la Leopolda senza colori avviene lontano dagli occhi del corteo. In via Tasso, laddove i nazisti torturavano i partigiani durante l’occupazione della Capitale, il servizio d’ordine invita i parlamentari del Pd a “tagliare” e abbreviare la parte finale del percorso.
Fassina è raggiunto dalla moglie Rosaria, che ha in mano la bandiera della Cgil di Vicenza. Ci sono i due figli piccoli, Cecilia e Livio. Domani, per loro, dovrebbe essere il giorno dello zoo, in riferimento all’ormai nota risposta di Fassina all’invito della Boschi alla Leopolda.
Oggi Cuperlo fa una foto all’intera famigliola ritrovatasi. A quel punto passa un anziano signore. Grida: “Gianni siamo gli ultimi mohicani”. Poi: “Oh, qua c’è pure Fassina”. L’anziano abbraccia Fassina, poggia il capo sul suo petto e scoppia in lacrime. È un pianto che dura più di un minuto. Anche Cuperlo partecipa all’abbraccio.
L’anziano si asciuga gli occhi. “Sono Iannacchero Antonio, vengo da Avellino, sono un pensionato della Cgil e ho votato Pd fino al 2013. Adesso sono di Sel”.
Rivolto a Fassina: “Tu sei una persona perbene. Mi devi promettere che a quello gli dai una pugnalata in fronte. Quello è un uomo di merda”.
Ecco il punto: come far rimanere questo popolo nel recinto del Pd renziano?
L’assenza di Bersani e il tormento della scissione
Il fondamentale quesito tormenta la minoranza del Pd più del sole di questa mattinata. Tutti ripetono lo stesso ritornello: “Questo popolo è del Pd”. Ma gli assenti pesano. Bersani non c’è. Orfini, giovane turco, è in Cina. Mancano il capogruppo della Camera, Speranza, e i bersaniani della segreteria.
Dice D’Attorre: “No, non ho sentito ancora Bersani. Non venendo, lui si è incaricato dell’unità del partito, a differenza del segretario”. L’obiettivo della “Ditta” rosso antico, Civati a parte, è quello di riprendersi il partito, non di andarsene. Per il momento la prossima trincea è il Jobs Act a Montecitorio. Il sussulto finale è di Cuperlo: “Oggi andrò a vedere Leop…”. Silenzio. “Oggi andrò a vedere Leopardi al cinema”.
La Leopolda è a una distanza siderale, non a un’ora e quarantacinque di treno.
Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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