Luglio 31st, 2014 Riccardo Fucile
SCONFITTI AL PRIMO VOTO SEGRETO, I RENZIANI SE LA FANNO SOTTO E IL CAPOGRUPPO ARRIVA A IMPARTIRE ORDINI: ORMAI TRA PD E DEMOCRAZIA LA DISTANZA E’ ABISSALE
Seduta molto delicata al Senato nella discussione sul disegno di legge Boschi con le riforme istituzionali.
Il Governo è stato sconfitto due ore fa in Aula con 7 voti di scarto nel voto segreto sull’emendamento del leghista Stefano Candiani sulla competenza del Senato sui temi etici.
Una votazione che ha riaperto nel Pd la ferita della “Carica dei 101” che negò a Romano Prodi l’elezione al Quirinale e ha causato scontri verbali fra Ncd e Forza Italia, con i primi ad accusare i secondi di aver causato la sconfitta della maggioranza.
Particolare attesa è ora per l’emendamento, sempre a firma Candiani, che propone di ridurre il numero dei deputati della Camera, dal momento che è una proposta che incontra un favore trasversale fra maggioranza e opposizione.
Il testo è il seguente: “La legge costituzionale stabilisce all’interno dei 500 deputati eletti a suffragio universale e diretto il numero minimo dei rappresentanti delle minoranze linguistiche fermi restando i 12 deputati eletti nella circoscrizione estero”.
E’ previsto il voto segreto, ma in aula il Pd ha chiesto che sia strettamente limitato alla parte dell’emendamento relativo alle minoranze linguistiche.
Comico l’intervento del pretoriano Zanda che attacca Grasso : “basta voti segreti !”, come se non sapesse che ce n’e’ stato uno solo finora.
“Presidente lei sta aprendo un dibattito che non dovrebbe aprire” intima Zanda che non solo non conosce il regolamento, ma che è ormai in overdose di dittatorellum.
In verità i renziani se la stanno facendo sotto e vogliono a ogni costo impedire la votazione a scrutinio segreto.
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Luglio 16th, 2014 Riccardo Fucile
IL SENATORE “RIBELLE”: “VOTERO’ CONTRO IL TESTO, MA NON LASCIO IL PD”
«Noi saremmo interessati a salvare le nostre indennità ? Renzi dimezzi quelle di deputati e senatori
portandole a seimila euro, allora sì che si risparmierebbe».
Vannino Chiti è il capofila dei dissidenti del Pd, quelli che il premier chiama i frenatori.
«Un secolo fa gli Stati Uniti passarono dal voto indiretto dei senatori delle assemblee degli Stati all’elezione diretta dei cittadini, perchè rilevarono un eccesso di corruzione e di localismo. Forse si pensa che da noi non esistano questi rischi?».
Ex diessino, toscano come Renzi, Chiti rivendica il diritto al dissenso in un partito, «perfino nel Pci di Togliatti Concetto Marchesi votò contro l’articolo 7 della Costituzione», quello sui Patti Lateranensi, che il celebre intellettuale rifiutò di approvare uscendo dall’aula insieme a Teresa Noce.
E poi fu insignito del compito di operare una revisione linguistica e sintattica alla Carta prima del voto finale.
Chiti è deciso a votare contro questa riforma costituzionale se resterà così e non lascerà poi il Pd.
«E perchè dovrei?».
Dicono che ognuno dovrà assumersi le sue responsabilità , o no?
«Stamattina alla riunione del gruppo Pd hanno ribadito una cosa normale: che sulla Costituzione non ci può essere disciplina di partito o sanzioni disciplinari. Non mi pare del resto fossero state prese quando alcuni parlamentari fecero appello a votare contro Marini, designato alla Presidenza della Repubblica. Quindi nessuno dia lezioni da quel pulpito. Sulle battaglie alla luce del sole uno ci mette la faccia, i franchi tiratori no. Io ho sollevato alcuni problemi e noto che sono state aumentate le competenze del Senato su leggi elettorali e trattati europei. Erano 148 membri, ora sono 100. Ma altre questioni sono irrisolte».
E pensa possano essere modificate?
«Che sia la Camera sola a dare la fiducia e ad avere l’ultima parola sulle leggi del programma di governo lo condivido e questo è il punto fondamentale per superare il bicameralismo paritario. Ma le libertà religiose, i diritti delle minoranze e le leggi etiche possono essere temi su cui dare l’ultima parola solo alla Camera votata con l’Italicum? Immunità : io chiedo di mantenere l’insindacabilità sulle opinioni e i voti di ogni parlamentare e di toglierla sia per deputati che per senatori… che facciamo?».
Renzi ha aperto sul tema ai grillini.
«Ho visto. Vedremo come finirà . Poi c’è il grande tema di ridurre il numero di deputati. Devono scendere a 315 come in Spagna per evitare uno squilibrio sulla rappresentanza e sull’elezione del Capo dello Stato. Oppure a 470 come il numero dei collegi del mattarellum. La Costituzione è fatta di equilibri. E per una riforma così fondamentale, penso sia bene fare un referendum per dargli una legittimazione definitiva. Ultimo problema è il modo di elezione dei senatori».
Il punto più dolente. Come ha preso quello schiaffone di Renzi sull’attaccamento alle indennità ? Gli italiani la pensano così, non crede?
«Nel merito hanno scelto un modello barocco, mettendo due principi opposti in Costituzione: che i senatori siano nominati con un mix di sistema proporzionale e maggioritario dai consigli regionali. Comunque, detto tutto questo, se il testo manterrà questi limiti non lo voterò per rispondere alla mia coscienza. Sull’indennità Renzi ha detto una falsità , cristianamente porgo l’altra guancia, ma non mi farà arretrare di un millimetro. E gli chiedo: perchè non fa la battaglia per equiparare l’indennità di deputati e senatori a quella del sindaco di Roma? Vorrebbe dire dimezzare sul serio le spese. Io sono per farlo subito, facciamo venire allo scoperto quelli che sono contrari?».
Carlo Bertini
(da “La Stampa”)
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Luglio 14th, 2014 Riccardo Fucile
ASSOCIAZIONE “PER BATTAGLIE COMUNI” E UNA “SINISTRA RINNOVATA”
«Non ho fatto tutta questa strada per diventare un piccolo Fioroni» afferma dal palco Pippo Civati. 
Come dire, che l’associazione “Possibile” lanciata ieri a Livorno dal parlamentare democratico non ha nessuna intenzione di diventare una corrente del Pd. L’aspirazione è molto più grande e mira ad unire tutto quel mondo della sinistra per tornare a parlare di lavoro, diritti civili, economia e riforme costituzionali.
Tornare a farsi sentire è, appunto, possibile.
Se ne discute con il pensiero su quanto sta succedendo a Gaza. E che ci sia bisogno di spingere di più sull’acceleratore ne sono convinti lo stesso Pippo Civati, Nichi Vendola e Gianni Cuperlo.
“Possibile” è stato il filo conduttore del Politicamp di Villa Corridi. «Questa associazione non è una corrente del Pd per avere assessorati, ma è nata per fare battaglia politica » spiega Civati, che pensa ad un grande contenitore di «battaglie politiche comuni ».
Nessuna fuoriuscita dal Pd, nessuna fuga dentro Sel, ma solo la voglia di pungolare e condizionare le scelte della maggioranza del Pd e del governo Renzi sui temi più caldi.
Si partirà a settembre con le prime proposte di legge di iniziativa popolare sulla legalizzazione delle droghe leggere, le unioni civili e il reddito minimo garantito.
Fuori e dentro il teatro The Cage, nello spazio all’aperto davanti al palco degli interventi, ieri erano in quasi duemila le persone giunte a Livorno da tutta Italia per seguire la giornata conclusiva della tre giorni civatiana.
Di un’ ipotetica linea di collegamento fra Vendola e la sinistra del Pd ha parlato il leader di Sel annunciando una «possibile nascita di esperienze comuni a sinistra partendo dal semestre europeo, qui ci sono tanti insoddisfatti per l’andamento delle cose e per la leva del renzismo».
Tracciato l’asse, Vendola, ipotizza una sorta di Leopolda rossa con l’anima della sinistra del Pd.
«La sfida è non chiudersi in un unico orto» dice Gianni Cuperlo, promotore di Sinistradem, sottolineando la necessità di superare una volta per sempre la logica della contrapposizione interna al Pd.
«Renzi oggi è pienamente legittimato, qui non si tratta di cercare rivincite madi consolidare quel 40%. Le anime della sinistra sono da sempre bravissime a dividersi, la sfida oggi è provare a unirle» spiega Cuperlo.
Quindi «non è in agenda nessuna fuoriuscita dal Pd: semmai c’è da cercare di dare al Pd un ancoraggio a sinistra » ribadisce l’esponente di punta della minoranza democratica.
Lo sfidante di Renzi alle primarie per la segreteria del Pd riafferma «sarebbe sbagliato andarcene ». Anzi.
«Dobbiamo sentirci parte dell’equipaggio in nome della voglia di cercare l’unità per una sinistra rinnovata» precisa Cuperlo. Con un’idea chiara: «-alziamo lo sguardo, il tempo della divisioni è alle spalle, lavoriamo per l’unità » dice lanciando la proposta di un evento in autunno «partendo da obiettivi comuni».
Seduto sul palco c’è Vendola che lo ascolta, subito dopo tocca a lui parlare e la prima cosa che fa è raccogliere l’assist di Cuperlo.
«Non vi dico: rompete o uscite. Non faccio shopping» precisa il leader di Sel, «dico che c’è una sinistra che non fa battere il cuore perchè non offre speranza. Quella speranza che viene offerta a buon mercato da Renzi, che ha due ingredienti: Renzi non è stato associato all’austerity; si è costruita l’idea che l’aggressione grillina potesse conquistare il primato nel Paese».
Apre a «Pippo e Gianni», dice di voler fare «cose insieme a voi» e che servono «reti di sinistra».
Per Vendola «c’è uno spazio per fare cose insieme partendo da un’agenda di lotte. Con il diritto di disturbare il manovratore italiano e anche europeo in questo semestre di presidenza italiana». Insomma il dado è tratto.
E tutto potrebbe diventare più facile se, come consiglia Civati a Renzi, scorrendo la rubrica del cellulare «prima di Verdini c’è Vendola. Può parlare anche con lui, secondo me vengono fuori cose buone per il Paese».
Osvaldo Sabato
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Luglio 13th, 2014 Riccardo Fucile
COME NELLE AREE MILITARI, NEL PD C’E’ “IL LIMITE INVALICABILE”
Nel mezzo della discussione, quando qualcuno che dovrebbe ubbidire tenta di ribellarsi e alza il tono e c’è il rischio di secessione, entra in sala Guerini, vicesegretario del Pd, dunque di Renzi e dice: “Il patto del Nazareno tiene”.
Noi (la maggior parte di noi, gli astanti) non sappiamo chi sia Guerini e perchè, sconosciuto com’era, sia così in alto (il vice di Renzi, il vice di tutto).
Ma non sappiamo neanche che cosa sia “il Patto del Nazareno” e perchè tenga, e perchè, il fatto che “il patto tiene”, rassicuri che tutto andrà come deve andare.
Come deve andare? Quando lo abbiamo letto, discusso, votato?
Se azzardi una domanda del genere, ti portano in scena l’intero tabulato delle elezioni europee, ti ricordano che la ragazza Bonafè ha avuto più voti di chiunque al mondo, inclusi John, Bob e Ted Kennedy.
Aggiungono, con l’esasperata pazienza dei veri democratici, che l’insieme delle tante eroiche Bonafè (tra cui una certa Moretti, appena un po’ meno votata, che compare di solito in silenzio accanto a Renzi se la Bonafè in quel momento non è disponibile) fa, in totale, il 40.8 per cento dei voti.
Dunque eccoti servito.
C’è il patto del Nazareno. C’è il voto plebiscitario. Ci sono milioni di italiani con il loro leader.
Inutile tentare di dire che quel voto era pro o contro l’Europa, non per il patto del Nazareno. Non ci provare. Sollevi una nuvola d’ira.
Quel voto era per Renzi e tutta la scolaresca, punto e basta.
Non vorrai offendere gli elettori, come quelli che mettevano in dubbio la legittimità di Berlusconi?
A volte Guerini precisa: “Noi siamo disponibili a confrontarci su tutto. Nell’ambito del Patto del Nazareno” (citazione testuale, Tg3, ore 19, 6 luglio).
Guerini è attendibile. Sono buoni e cari, questi ragazzi di Renzi, ma c’è una linea che non si può attraversare.
Puoi avere estro, istinto politico, rapporto stretto con gli elettori, puoi essere persino più inventivo di Calderoli. Ma i patti sono chiari.
“Qualunque intervento o dibattito o sfida o confronto finisce qui”. E ti indicano il punto in cui comincia lo spazio già definitivamente assegnato al “Patto del Nazareno”. Come nelle aree militari, ti dicono che “il limite è invalicabile”.
Vorresti sapere chi ha stabilito quel limite, raro in politica, perchè è senza ritorno? Vuoi sapere chi vigila e chi lo presidia?
La seconda domanda è facile.
Ammesso che in questo patto ci siano due contraenti, su uno vigila Guerini e, a turno, tutti i ragazzi della ormai celebre Scuola Leopolda di Matteo Renzi (al confronto, il collegio di magia del maghetto Harry Potter è poca cosa).
Sull’altro si alternano volontari, una volta Romani, della premiata ditta Mediaset, una volta Brunetta, che farà anche spettacolo ma ci puoi contare, perchè tiene i suoi in riga.
E alla fine persino Calderoli (pensate, Lega Nord, area Borghezio), ma, nella nuova versione, uno che compra bene i saldi, e di professione fa il mediatore parlamentare.
È capace di trovare una soluzione anche al Senato eletto — non eletto — però eletto, tanto che sarà protetto da immunità (e chi dice che quella salvifica immunità non possa estendersi, con un paio di colpi di mano detti emendamenti, al mestiere pericoloso di assessore regionale e comunale, certo, in osservanza del Patto del Nazareno?)
Quanto alla domanda che ho fatto prima (che cos’è il Patto del Nazareno e perchè è la porta magica da cui passa la nuova Italia?) credo che la risposta sia: quando dicono “riforme” pensate “Patto del Nazareno”.
Quando dicono “Patto del Nazareno” pensate “riforme”.
Mi direte che è un nodo scorsoio. Un Paese incaprettato. Certo che lo è.
Il Paese è tenuto fermo in un altro tempo, che credevamo finito e che non può sboccare in un dopo. Perchè nulla (nulla) può essere fatto o cambiato o innovato senza l’approvazione e collaborazione e partecipazione di Silvio Berlusconi e della sua gente (quelli che ancora si riconoscono in questa definizione).
È vero che il pover’uomo ha perduto alcuni dei suoi sodali migliori nella guerra con la Giustizia (che presto, con la riforma che riguarda i giudici e il Csm — nell’ambito del Patto del Nazareno — pagherà per i colpi che è riuscita a infliggere alla malavita politica).
È vero che il blocco politico, da lui fondato e pagato, gli si sfarina intorno.
Ma avrete constatato che è stato deciso di non notarlo. Ovvero di stringerlo in un abbraccio così stretto da non far capire che non sta più in piedi da solo.
Lasciate perdere la questione esteticamente sgradevole del condannato.
Non è la sua forza (ormai finita) che conta, ma la messa in scena che consente, anzi obbliga, a lavorare insieme. Il fatto è che la corsa velocissima di Matteo Renzi, e dei ragazzi della sua classe, gira vorticosamente intorno a Berlusconi, che è fermo e stremato, però consultato e riverito per poter dire: attenzione ragazzi, dobbiamo rispettare il patto
E quando Guerini entra in aula e ammonisce i possibili dissidenti confermando che “Il patto del Nazareno tiene” e dunque non si facciano illusioni, non fa che parodiare l’altra frase di scuola Leopolda: “Discutete finchè volete, ma la decisione finale è già presa e non cambia perchè è nel Patto del Nazareno”.
Che vuol dire: arrendetevi, non c’è via d’uscita. Siete in un percorso bloccato. È vero. Ma non rinunciate a chiedere (perchè dovrete spiegarlo alle generazioni in arrivo) come è successo, per mano di chi, che abbiamo perso il diritto di fare politica e di discutere non dico sulla Giustizia, che sarà un massacro (la decapitazione improvvisa della Cassazione è già avvenuta) ma anche solo sulla trasformazione del Senato in Camera di Commercio degli assessori e dei sindaci?
Furio Colombo
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Luglio 12th, 2014 Riccardo Fucile
A LIVORNO ORGANIZZA GLI STATI GENERALI DELLA DISSIDENZA: “MATTEO SOMIGLIA A CRAXI E I SUOI SEGUACI SONO FASCISTOIDI”
“Se il Pd diventa il PdR, il partito di Renzi, del capo, del leader, sarà difficile restarci dentro. Ma fino a quel momento continueremo a combattere all’interno».
Nessuna scissione è in vista, almeno per ora, a Livorno, dove nel 1921 nel teatro Goldoni si consumò la separazione tra socialisti e comunisti e nacque il Pci e dove quasi un secolo dopo, un mese fa, la sinistra ha perso la guida della città contro il Movimento 5 Stelle.
Non si fonda un partito il 13 luglio a Livorno, al più un’associazione.
“Possibile”, la chiama Pippo Civati, il deputato lombardo che fu il primo compagno di strada del coetaneo Matteo Renzi nella prima edizione della Leopolda, nel 2010, il primo a finire scaricato, l’unico oppositore interno.
Cos’è “Possibile”? Una nuova corrente del Pd? L’embrione di un nuovo partito?
«Io dico che è un’intelaiatura…»
Eh no, in era renziana non si può più parlare così!
«Allora diciamo che è una sigla trasversale, per organizzare una riflessione del Pd verso sinistra. Con alcuni punti di partenza. Primo: nessuno vuole mettere in discussione la leadership di Renzi, nè nel Pd nè nel governo del Paese. La rottura con Renzi è avvenuta quando ha eliminato Enrico Letta da Palazzo Chigi e ha confermato al tempo stesso il patto con Berlusconi come fondamento della sua strategia politica. Secondo: la mia, la nostra non è una critica distruttiva».
Se non mettete in discussione Renzi, cosa vi distanzia dalle altre correnti del Pd?
«A differenza delle altre minoranze, io non ho un sottosegretario, a Roma te lo danno come al ristorante la “cacio e pepe”, non ho neppure una pattuglia di parlamentari da buttare nella mischia per poi trattare, neanche i dissidenti del Senato lo sono».
Corradino Mineo non è un civatiano?
«Al congresso ha votato per me. Ma Vannino Chiti, di certo, non è un civatiano, è una persona libera, come lo sono io. Vorrei dirlo a certi seguaci di Renzi che sulla Rete creano un clima fascisteggiante nei nostri confronti. Dire che il Senato e la Camera non possono essere composti solo da nominati non significa essere contro Renzi e il governo».
Gufi, rosiconi e benaltristi, direbbe il premier. Gente che non avrebbe mai preso il 40,8 per cento alle europee…
«Ecco, è proprio il 40,8 per cento che deve consigliare a Renzi più responsabilità quando parla. Mi aspettavo dopo quel risultato un Renzi più uomo di Stato e meno rabbioso nei confronti di chi dissente. Quel successo dovrebbe spingere a rappresentare tutti. Le parole sono importanti, diceva un noto leader della sinistra, Nanni Moretti. Il 40,8 per cento di un monolite è pericoloso. Soprattutto se si chiede a tutto il Pd e poi a tutta la politica italiana di aderire a una sola dottrina: il Renzismo».
Che cos’è il Renzismo? Lei lo ha capito?
«Il Renzismo è prima di tutto una prospettiva dall’alto verso il basso, un tratto leaderistico. È la ricerca di una sfida contro il nemico, andava bene quando Renzi era l’outsider contro la maggioranza, ora che è al vertice rischia di trasformarsi in una inutile criminalizzazione delle minoranze. La creazione di un perenne stato di attesa, un’atmosfera da sabato del villaggio. Una tentazione plotiniana, lo faccia dire a me che mi preparavo a una vita da filosofo, da Plotino, intendo. La reductio ad unum: da lui tutto viene e tutto deve tornare».
Ma lei parla così perchè ha sperimentato l’incompatibilità di Renzi: la vostra coppia durò pochi mesi. Avrà pure qualche qualità se ha conquistato in pochi mesi il Paese.
«Lo scontro tra me e lui non è mai stato di carattere personale. Riconosco a Renzi il merito di essersi trovato nella posizione giusta. La politica italiana ha creato negli ultimi tre anni l’habitat naturale per il fiorentino. C’era un Paese che aveva bisogno di un nuovo leader dopo Berlusconi e una sinistra che voleva vincere, a tutti i costi, dopo aver “non-vinto” nel 2013. Renzi ha preso un grande voto popolare, è arrivato quando non c’erano più destra e sinistra e lui di gran lunga è il più mobile, incarna l’innovazione e il cambiamento necessario, sia pure in versione muscolare, un po’ manesca verso chi non la pensa come lui. Simile in questo al Berlusconi del 1994, al Grillo del 2013, soprattutto a Craxi. È lui il modello di riferimento».
Matteo come Bettino?
«Sia chiaro: non mi riferisco al Craxi dei primi anni Novanta, travolto dalle inchieste di Mani Pulite. Penso al Craxi giovane, dinamico, spregiudicato, alla sua idea di politica: la ricerca di un potere che si deve conquistare e poi si deve saper mantenere. Decisive sono state le larghe intese: hanno fatto svanire contemporaneamente Berlusconi e il vecchio gruppo dirigente del Pd che si erano combattuti per venti anni. Ora lo scontro è tutto interno al Pd, tutto pro o contro Renzi. Le riunioni delle direzioni del Pd sono esemplari: in apparenza si vota su un punto all’ordine del giorno, in realtà ci esprimiamo sempre sulla stessa cosa, anzi, la stessa persona: Renzi».
Che fa, rimpiange il vecchio Pd di Pier Luigi Bersani, con la sua babele correntizia, immobile, sconfitto?
«In quel Pd c’era un eccesso di burocrazia, ma anche una cultura politica più rispettosa delle differenze, un necessario pluralismo…».
Dimentica che l’apparato bersaniano vi piazzava una contro-manifestazione ogni volta che Renzi, voi o altri vi riunivate. A proposito: perchè a Livorno non avete invitato i renziani?
«C’è Filippo Taddei, fa parte della segreteria, sarebbe un errore non definirlo renziano… e poi il riconoscimento deve essere reciproco».
Sarà . Ma questa incomunicabilità sa tanto di partito nel partito, anticamera di una scissione.
«Nessuna scissione. Sono rimasto nel Pd anche se ho visto tante cose che voglio rifiutare. Il patto del Nazareno con Berlusconi, per esempio. C’è o non c’è? È scritto o orale? Sembra la lettera rubata di Edgar Allan Poe. Non si può valutare tutto quello che si muove alla luce di cosa conviene o non conviene a Matteo Renzi».
Che margini di sopravvivenza ci sono per chi è minoranza nel PdR, il Partito di Renzi?
«Bisogna conquistarsi uno spazio. In politica devi intestarti le battaglie per cui tiene davvero, devi caratterizzarti. Quello che non capiscono i turchi, i bersaniani, pensano che prima o poi nel partito toccherà a loro, non vedono che Renzi farà da sè il prima e il poi. Il mio obiettivo è costruire un centrosinistra nettamente delimitato, alternativo ad Alfano, per esempio, con un gruppo dirigente che abbia una visione. E una vita democratica dentro il Pd. Trasparenza sui finanziamenti, consultazioni on line, recupero di temi come l’ambiente e la legalità , oggi dimenticati».
È l’embrione di un nuovo partito di sinistra con Civati leader?
«Non ci sono persone che cercano un nuovo capo. E io in questo progetto mi sento più un federatore che un attore, uno che cerca di mettere in dialogo tutto quello che si muove a sinistra».
A sinistra, in Sel, per la verità qualcosa si muove, ma per saltare sul carro renziano…
«Gennaro Migliore vuole entrare nel Pd per dire le stesse cose che diciamo ora noi. Non ho capito la sua mossa, mentre guardo con grande interesse al travaglio di Sel».
E il Movimento 5 Stelle? Lei è stato accusato da Beppe Grillo di qualunque nefandezza perchè corteggiava i deputati di M5S, un deputato si spolverò in tv la giacca perchè lei lo aveva sfiorato, che effetto le fa vedere ora Luigi Di Maio che insegue Renzi?
«Mi fa piacere che ora il Movimento si interroghi, di me Grillo disse che ero la mafia perchè cercavo il dialogo con loro, ora spero che Di Maio non si riveli un renziano in erba… In un anno M5S ha perso due treni, l’uscita di scena di Berlusconi e prima ancora l’elezione del presidente della Repubblica. Sono al bivio, possono diventare un terzo polo oppure un movimento di popolo contrapposto a un blocco di governo che va da Renzi a Migliore. La vera domanda è cosa succede nell’area berlusconiana: perchè non fanno una Leopolda della destra? Se non si muove nulla, resterà il partito della Nazione renziano, che non è esattamente il bipolarismo competitivo tra due schieramenti che Matteo aveva promesso».
È possibile un Pd senza la R, senza Renzi?
«Il Pd era un partito orgoglioso di non essere un partito personale. Siamo ancora in tempo per evitare che lo diventi. Le prossime evoluzioni non possiamo stabilirle noi, non le conosce neppure Renzi. O si sviluppa un’alternativa dentro il Pd, o il Pd diventerà sempre più il partito del Capo, del Leader, dove c’è solo la R di Renzi senza il partito. E allora per tanti di noi sarà sempre più difficile restarci dentro».
Marco Damilano
(da “L’Espresso“)
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Luglio 11th, 2014 Riccardo Fucile
PRIMA VOTAVANO PIU’ BERSANI CHE PD SOLO IL 20% DEGLI ELETTORI DEMOCRAT
Che quel 40,8% ottenuto dal Pd, alle recenti Europee, sia da ricondurre alla rivoluzione renziana è un
fatto persino scontato.
Ma è possibile quantificare la frazione di voti portata in dote dal premier-segretario al proprio partito?
L’interrogativo era circolato al momento della presentazione dei simboli, quando era stata ventilata la possibilità di sfruttare il brand personale sulla scheda elettorale.
Il nome del leader, alla fine, non è stato inserito nel simbolo Pd.
Se ne riparlerà quasi sicuramente alle prossime Politiche, ma è indubbio che il traino dell’uomo arrivato da Firenze abbia contato – e non poco – nel voto europeo.
Consentendo al Pd di rompere gli argini del passato: conquistando segmenti di elettorato in precedenza ostili (su tutti, degli imprenditori), uscendo dal recinto della zona rossa (le regioni dell’Italia centrale dove i partiti di sinistra hanno sempre fatto il pieno).
Da qualche anno, i sondaggi Demos rilevano alcuni indicatori di personalizzazione della scelta elettorale.
La loro evoluzione nel tempo segnala un evidente cambio di stagione.
Un anno e mezzo fa, alla vigilia delle Politiche, solo un terzo degli elettori democratici indicava Renzi come proprio leader preferito.
I mesi successivi sono caratterizzati da una crescita continua del consenso.
Il dato sale al 49% già all’indomani della non-vittoria del 24-25 febbraio 2013.
E arriva presto a superare la maggioranza assoluta: 56%, al momento dell’ingresso a Palazzo Chigi; 62%, prima delle Europee; 70% in seguito all’exploit del 25 maggio.
Si tratta di un evidente segnale di personalizzazione delle preferenze interne, ma che dice poco circa l’effettiva capacità di attrarre un voto personale.
Lo stesso Bersani, da candiato-premier, concentrava su di sè i due terzi delle preferenze democratiche.
Più interessante, in questo senso, è un altro indicatore che cerca di isolare la frazione di voto leader-oriented, chiedendo direttamente agli intervistati di auto-definirsi come elettori “del partito” oppure “del leader”.
A definirsi “bersaniani” prima ancora che “elettori del Pd” erano circa il 20% degli elettori democratici, tra il 2012 e il 2013: un dato inferiore alla media dei principali partiti, poco sotto il 30%.
Con l’avvento di Renzi alla segreteria, la componente orientata al leader raddoppia: sono il 41% coloro che “votano Renzi” piuttosto che sulla base dell’appartenenza al partito.
Con l’effetto di trascinare verso l’alto la media generale (33%).
È l’ennesimo muro a cadere: l’ennesimo tabù – forse il principale – mandato in soffitta dalla cavalcata del leader-rottamatore.
Anche a sinistra, no leader no party.
Fabio Bordignon
(da “La Repubblica“)
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Luglio 10th, 2014 Riccardo Fucile
ORA LA PRASSI DA SEGUIRE DIVENTA QUELLA DI “VALUTARE CASO PER CASO”
In fondo , per Matteo Renzi, la questione è molto semplice: bisogna spezzare gli “automatismi” degli ultimi vent’anni, chiudere la stagione in cui si collegavano direttamente atti della magistratura, can can mediatico, richiesta di dimissioni dell’indagato.
E la difesa delle garanzie, storico caposaldo culturale della sinistra, finiva nel cassetto.
«Se la politica ha le carte in regola, deve rispettare la Costituzione anche lì dove parla delle garanzie degli imputati, della presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva », dice il premier.
Significa che un partito può e deve fare le sue scelte in piena autonomia, rivendicare la sua indipendenza al pari dei giudici.
In una parola, essere garantista e «valutare caso per caso. Abbiamo fatto così con Francantonio Genovese e Orsoni, lo facciamo anche con Vasco Errani».
In realtà , la questione tanto semplice non è.
Perchè proprio a sinistra il “pilota automatico” ha prosperato, ha deciso linee politiche ed alleanze, ha stabilito destini di governi e carriere politiche.
Colpa del berlusconismo?
«Un po’ — spiega il presidente del Pd Matteo Orfini -. Eravamo purtroppo dentro quel meccanismo perchè se una parte politica si accanisce contro la magistratura, la reazione è un fatto naturale».
Ma qualche cedimento rispetto al garantismo, «uno dei valori storici della sinistra» lo definisce Orfini, ha avuto anche altre ragioni.
È stata una resa per cavalcare l’onda popolare. «In questi vent’anni — ricorda la responsabile giustizia del Pd Alessia Morani, avvocato — alcune battaglie le abbiamo dimenticate non solo in nome dell’opposizione a Berlusconi. Siamo andati oltre e abbiamo lasciato terreno al dipietrismo. Oggi è difficile rammentare le concessioni che abbiamo fatto a Di Pietro perchè l’ex pm è fuori dalla politica, ma hanno molto condizionato la nostra parte politica».
Dicono che Renzi (che ieri ha incontrato proprio Vasco Errani) sia oggi più garantista grazie al 40,8 per cento delle Europee.
Ma a vedere la cronologia di questa svolta, non è così. Al momento di formare il suo governo, cinque mesi fa, il premier affrontò il caso di quattro sottosegretari indagati e li lasciò al loro posto.
«Un avviso di garanzia non è una condanna », disse alla Camera il ministro delle Riforme Maria Elena Boschi, con il pieno sostegno di Renzi.
Anche un ministro, Maria Carmela Lanzetta (Affari regionali) aveva un procedimento in corso quando giurò solennemente al Quirinale.
A dimostrazione che i casi vanno pesati singolarmente, oggi quel procedimento è stato archiviato.
«Non mi spaventano le accuse dei 5stelle e non penso che possano fare breccia nell’opinione pubblica — dice Renzi -. Noi le carte in regola le abbiamo. C’è anche la legge Severino che sancisce nel dettaglio i casi in cui un amministratore pubblico è costretto o meno lasciare il suo posto. Il Pd ha persino uno statuto più rigido del codice penale. Se la politica non ha la coda di paglia ha il dovere di rimanere nel solco delle garanzie costituzionali ».
Una posizione lineare la definisce il vicesegretario Lorenzo Guerini. «Orsoni aveva patteggiato in pratica ammettendo le sue responsabilità , su Genovese il Parlamento doveva valutare il fumus persecutionis e quello hanno fatto i deputati. Nel caso di Errani nessuno di noi ha commentato la sentenza. Il Pd ha ribadito la sua stima per un amministratore di grande capacità che non aveva nessun obbligo a dimettersi perchè il reato per cui è stato condannato non rientra nelle fattispecie della Severino. Questo è il punto. Se hai la coscienza a posto, puoi dire quello pensi».
Niente sarà come prima sembra il messaggio del Partito democratico in queste ore. Del resto, che il “prima” non fosse l’Eden lo spiega anche Felice Casson, oggi senatore Pd ma famoso soprattutto per la sua attività di pubblico ministero a Venezia. Uno dei tanti magistrati reclutati in questi anni dal centrosinistra.
«Era una deformazione il legame tra avviso di garanzia e le dimissioni e lo penso da sempre dice -. Bisogna essere garantisti sempre e con tutti. Ma i piani sono diversi: c’è la vicenda giudiziaria, poi ci sono gli aspetti politici e sociali e infine c’è l’etica». Casson spiega che la vera svolta non è il garantismo bensì le «valutazioni diversificate, caso per caso. È giusto che la politica segua sempre questa regola»
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica”)
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Luglio 8th, 2014 Riccardo Fucile
“NOI VOGLIAMO ABOLIRE L’IMMUNITA’, LORO ESTENDERLA AI SENATORI: I CONSERVATORI NON SIAMO NOI, SONO I RENZIANI”
«Non c’è nessuna cospirazione, è tutto alla luce del sole ma non arretriamo sul Senato elettivo. Queste
riforme unite a una legge elettorale iper maggioritaria, si ispirano al modello Putin-Medvedev».
Paolo Corsini, senatore dem dissidente, ex sindaco di Brescia, storico, chiede più tempo per l’approdo in aula del Ddl Boschi e soprattutto cambiamenti radicali.
Corsini, vi mettete di traverso?
«Nessuna volontà di filibustering o boicottaggio. Ma ci dev’essere il tempo di vedere il testo conclusivo che esce dalla commissione Affari costituzionali. E l’elezione diretta del Senato è ben vista dalla maggioranza degli italiani come mostrano i sondaggi. Non costerebbe nulla scegliere questa soluzione: quando si votano i consiglieri regionali i cittadini elencano chi vogliono designare come senatori».
Voi dissidenti del Pd non arretrate?
«Assolutamente no. Non sarà sufficiente l’editto dell’Inquisitore Giorgio Tonini…».
Siete dei conservatori? È l’accusa che vi è stata mossa dal segretario-premier.
«Ma chi è davvero conservatore, chi vuole abolire l’immunità come noi o chi invece la vuole estendere anche ai nuovi senatori? Camera delle autonomie significa che il Senato si occupa di garanzie, di diritti civili: questo noi chiediamo. E chi è più conservatore di chi vuole conservare la pletora dei 630 deputati?».
Davvero lei pensa possa esserci una maggioranza anti Renzi e per il Senato elettivo?
«Non lo so, ma rivendico il diritto di ciascuno di esprimere la propria posizione in presenza di una legge costituzionale».
Alla fine lei voterebbe contro la riforma del Senato?
«Vediamo l’esito del dibattito in aula. Non si è mai visto in un paese liberal democratico un governo entrare così pesantemente nel merito di una legge costituzionale».
(da “La Repubblica“)
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Luglio 6th, 2014 Riccardo Fucile
DOPO GLI SCANDALI DI ‘NDRANGHETA ALCUNI ISCRITTI SI NON FATTI UN CIRCOLO A PARTE, MA IL PARTITO HA COMMISSARIATO TUTTI: ONESTI E COLLUSI
Viadana. Il ponte sul Po divide Brescello — che ha dato i natali ai celebri personaggi di Guareschi, Don Camillo e Peppone — da Viadana, a sud della provincia di Mantova nella Bassa Padana.
Un ponte che marca anche la linea di confine tra due ‘ndrine rivali.
Su una sponda spadroneggia quella di Nicolino Grande Aracri di Cutro, capo dell’omonima cosca, arrestato per aver ucciso, bruciato e gettato in un tombino la collaboratrice di giustizia Lea Garofalo.
Sull’altra quella degli Arena di Isola Capo Rizzuto che si è infiltrata nel tessuto economico, sociale e anche politico.
“Fin dentro il circolo del Pd di Viadana nell’indifferenza dei dirigenti provinciali, regionali e nazionali”, spiega Paolo Zanazzi, capogruppo dei democratici in consiglio comunale, fuoriuscito dal circolo assieme ad altri militanti per fondare quello di Cogozzo – Cicognara
Il PD, dopo aver fatto per molto tempo il pesce in barile, li ha commissariati entrambi, generando l’indignazione dei militanti del nuovo circolo fuoriusciti proprio a causa di iscritti non proprio immacolati a Viadana
Andiamo con ordine.
Il 17 marzo del 2013 Claudio Meneghetti , dirigente del partito regionale e autore di La ‘ndragheta all’assalto delle terre dei Gonzaga, invia una lettera all’allora segretario regionale del Pd, oggi ministro renziano all’agricoltura, Maurizio Martina per metterlo in guardia sulle possibili infiltrazioni mafiose nel circolo di Viadana e segnalando circa una quarantina di tessere sospette.
Tra queste c’è anche quella dell’assessore alle Nuove povertà , Carmine Tipaldi, che, secondo la Dda, sarebbe una delle persone citate nella telefonata intercettata tra Nicola Lentini, “rappresentante del clan Arena per la zona emiliana”, con un mafioso di Cutro: “Ci possono dare 30, 40, 50 anni, che importa? Ormai Viadana è nostra”. Assessore che si è dimesso quando l’intercettazione è divenuta pubblica incassando la solidarietà di Giorgio Penazzi, sindaco Pd per quattro anni.
Alle elezioni amministrative Carmine Tipaldi, con 316 preferenze, era risultato il più votato
Un caso emblematico è quello che riguarda la presentazione del libro di Nando dalla Chiesa, Manifesto dell’antimafia.
“Faccio fatica a raccontare fatti incredibili che però fotografano lo stato in cui versa il Pd — premette Paolo Zanazzi, ex capogruppo dei democratici in Comune e cofondatore del nuovo circolo Cogozzo-Cicognara —. Il commissario Fabrizio Santantonio, telefona al nostro segretario, Daniele Mozzi definendo l’iniziativa illegittima in quanto solo lui può usare il simbolo del partito. Il compagno risponde che già siamo stati commissariati come se fossimo noi responsabili degli iscritti in odore di mafia dell’altro circolo e ora ci impedisce anche di organizzare un’iniziativa sulla legalità come la presentazione del libro di dalla Chiesa? E non è finita. Chiedo all’ufficio tecnico del Comune l’autorizzazione per la piazza, dapprima si rifugiano dietro a mille scuse fino a quando non scopriamo, è tutto documentato, che il commissario del Pd aveva inviato una nota al dirigente in cui gli chiedeva di sospendere l’autorizzazione. Il commissario del partito dice all’ufficio tecnico del Comune di negarci l’autorizzazione per la presentazione del libro di Dalla Chiesa. Alzo la voce e alla fine l’ingegnere ci rilascia l’autorizzazione anche senza l’ok del commissario. E non è ancora finita. Diana De Marchi, responsabile legalità della segreteria nazionale candidata di Civati, mi chiede di inserire il suo nome nel comunicato stampa che presentava l’evento. Il giorno dopo mi invia una serie di sms per dirmi di toglierlo perchè crea problemi al Pd milanese. Non ho cancellato il suo nome e le ho risposto di essermi pentito di averla votata. Quando ha appreso che l’iniziativa aveva avuto molto successo mi ha chiamato per dirmi: ‘se lo avessi saputo sarei venuta lo stesso’. Da rabbrividire: così si è ridotto questo partito”.
Un partito che nel circolo di Viadana conta anche tessere fatte nel bar Mymont, quello gestito e frequentato da calabresi trapiantati lì
“Ho vissuto una cosa stranissima — racconta Antonella Forattini, segretaria provinciale —. Nel febbraio 2013 durante una cena elettorale sono stata avvicinata da alcune persone che mi hanno offerto 350 preferenze e io ho rifiutato”.
E di fronte a uno scenario così allarmante “l’attuale ministro Martina e tanti altri come lui si sono girati dall’altra parte — rincara la dose Meneghetti —. Nonostante Roberto Vitali, presidente della commissione regionale abbia cercato in tutti i modi di sollecitare il loro intervento. La mia lettera riservata è anche finita nelle mani del presidente della commissione di garanzia Candido Roveda che l’ha consegnata al circolo di Viadana. Dopo poco Roveda si dimette, si candida a segretario per i renziani e vince a Viadana per 140 a zero”.
Questa storia che sembra inventata finisce, per ora, con il Pd che, non potendo più chiudere gli occhi, commissaria entrambi i circoli.
“Come se anche noi avessimo tesserati pregiudicati”, ribatte Zanazzi che non vuole arrendersi di fronte al fatto che, forse, anche per il suo partito le tessere e i voti non hanno nè sapore nè odore.
Sandra Amurri
(da “il Fatto Quotidiano”)
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