Novembre 9th, 2013 Riccardo Fucile
SE I “SIGNORI DELLE TESSERE” DEL PD NON FOSSERO IPOCRITI BASTEREBBE CHE VIETASSERO L’ISCRIZIONE AL PARTITO NEGLI ULTIMI SEI MESI PRIMA DEL CONGRESSO
C’è un che di surreale nel dibattito interno al Pd sul tesseramento gonfiato. Non solo i candidati
alla segreteria, ma tutti i leader e sottoleader fino all’ultimo peone si dichiarano esterrefatti, scandalizzati, increduli.
Come se l’acquisto di centinaia di migliaia di tessere farlocche in tutt’Italia per truccare il congresso riguardasse un altro partito.
Come fossero dei passanti che assistono allibiti a una scena che non li riguarda.
Come se la colpa fosse del destino cinico e baro, dunque ineluttabile e imperscrutabile.
Escludendo che l’esercito di falsi tesserati a un mese dal congresso sia frutto del caso o delle avverse condizioni meteorologiche, è evidente che i mandanti e gli esecutori hanno nomi e cognomi precisi.
E i capicorrente e capibastone nazionali che si stracciano le vesti, non si sa bene contro chi, li conoscono bene, dopo una vita passata a far congressi e primarie.
Ciascuno ha i suoi luogotenenti nelle federazioni locali, con un controllo del territorio capillare che gli consente di sapere chi sta reclutando chi e a vantaggio di chi.
Matteo Renzi ha imbarcato parecchi dinosauri, fra cui Piero Fassino che anni fa fu eletto segretario Ds dopo che l’intera Uil torinese s’era iscritta al partito in una notte.
E la Margherita, l’altro socio fondatore del Pd che sta in gran parte col sindaco di Firenze, celebrò il suo ultimo congresso nel 2007 fra gli scandali: gente tesserata post mortem in quasi tutto il Sud; iscritti in Calabria che superavano gli elettori delle ultime regionali (168 contro 55 a Gioia Tauro, 205 contro 123 a Locri, 95 a 21 a Siderno), come se il partito fosse talmente malfamato che non lo votavano neppure gli affiliati.
Il rivale di Renzi, cioè il dalemiano Gianni Cuperlo, si avvale in Campania dell’apporto di Andrea Cozzolino. Il quale tre anni fa, candidato favoritissimo a sindaco di Napoli, si giocò la chance e la sopravvivenza del Pd con sistemi talmente spregiudicati da indurre Roma ad annullare le primarie (il partito fu poi escluso dal ballottaggio e vinse De Magistris): code di cinesi — pagati 10 euro a testa — ai seggi; sezioni Speedy Gonzales dove gli elettori di Cozzolino erano così tanti che avrebbero dovuto impiegare 31 secondi netti a testa per entrare in cabina, segnare la scheda e uscire; seggi bulgari dove alle primarie votava più gente che alle politiche; e così via.
Per questo oggi lo sdegno di tutti i leader per un sistema che tutti i big hanno sempre usato e ormai si riproduce per li rami col pilota automatico, suona fasullo e ipocrita.
Almeno finchè qualcuno non comincerà a fare i nomi. O a proporre soluzioni più praticabili del blocco del tesseramento che chiude il recinto quando i buoi sono già scappati, anzi entrati.
Per vanificare i tesseramenti truccati, basterebbe sospendere l’efficacia di tutte le iscrizioni degli ultimi due-tre mesi fino al giorno dopo il congresso.
Così gli iscritti fasulli non vi avrebbero alcun peso.
Una regola di buonsenso che potrebbe essere inserita nello statuto per il futuro: nessuno può tesserarsi nei sei mesi precedenti i congressi e le primarie (oggi invece ci si può iscrivere al Pd anche a lavori in corso).
Ma non pare che l’unica soluzione efficace sia stata proposta da alcuno.
Anche perchè, andando un po’ a fondo, i colpevoli salterebbero fuori.
E molti di quanti oggi s’indignano dovrebbero smettere per pudore.
Una tessera del Pd costa 15-20 euro a seconda delle federazioni. Chi ne compra anche solo mille deve sborsare 15-20 mila euro. O è un benefattore, e i soldi li mette di tasca sua; o è un ladro, e li prende da tangenti.
Il primo movente di Tangentopoli, per i politici, era proprio incassare fondi neri per comprare tessere, scalare il partito e arraffare una poltrona pubblica per continuare a rubare e a salire sempre più su.
Un giorno Piercamillo Davigo andò in carcere a interrogare due signori delle tessere, uno della Dc e uno del Psi, reclusi in due celle vicine.
Il primo accusò il secondo: «È un farabutto, tesserava interi caseggiati».
E l’altro: «Parla lui che tesserava i caseggiati che avevo già tesserato io».
Chissà che anche quei due non siano passati al Pd.
Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »
Novembre 9th, 2013 Riccardo Fucile
IN GIOCO L’ESSENZA DEL PARTITO: AL CENTRO NESSUNO SI E’ OCCUPATO DI SMANTELLARE MOLTE RETI DI POTERE LOCALE
Come tutte le brutte faccende, anche il triste romanzo a puntate dei brogli nel tesseramento
Pd può esser affrontato da diversi punti di vista.
C’è quello di Epifani, segretario-traghettatore, che ieri in un colloquio col candidato Civati ha confessato la sua grande amarezza.
«Dopo tanti mesi di lavoro ha lamentato l’ex leader della Cgil non voglio chiudere il mio mandato così…».
E c’è quello di chi osserva da tempo la faticosa evoluzione dei democratici: e non può far a meno di ricordare che, giusto un anno fa, di questi tempi, la faccenda era più o meno la stessa.
Nel novembre scorso l’incendio divampò intorno alle primarie per la scelta del candidato premier: Renzi in campo contro Bersani, e polemiche su chi poteva votare e chi invece no, veleni intorno all’apertura o meno del ballottaggio a chi non avesse partecipato al primo turno, insinuazioni sulla possibilità che elettori di centrodestra avrebbero potuto condizionare o addirittura determinare il risultato finale…
È passato un anno, e quel che si può dire oggi è che la lezione non è servita: oppure, più semplicemente, che qualcuno l’ha dimenticata.
Sia come sia, oggi la situazione è questa: a un mese esatto dalle primarie per la scelta del nuovo segretario del Pd, il partito sembra viaggiare a fari spenti nella nebbia; non si sa ancora se e quali congressi (di circolo o provinciali) verranno annullati, non si sa ancora se i voti espressi in quelle sedi saranno cancellati diciamo così o se verranno comunque computati; non si sa quali e quanti dei candidati (quattro) accetteranno la proposta di chiusura del tesseramento entro domenica; e non si sa neppure cosa chiederanno in cambio per non ricorrere alle carte bollate, mandando in malora quello che viene orgogliosamente definito (e che ancora può confermarsi tale) «un grande esercizio di democrazia».
«Se continua così, se non fermiamo questo andazzo lamentava ieri Guglielmo Epifani rischiamo che alle primarie non venga a votare nessuno…». È certamente un problema: ma lo è, allo stesso modo, interrogarsi sul perchè delle dilaganti degenerazioni: e darsi una risposta. Una delle chiavi di lettura possibili è il «doppio binario» che caratterizza i congressi da quando sono state introdotte le primarie. Un doppio binario ed un doppio livello, ad esser precisi: quello alto diciamo così dell’elezione del segretario da parte di milioni di cittadini; e quello basso dell’elezione dei gruppi dirigenti locali.
Immaginare che l’impegno e l’interesse dei militanti, degli iscritti e dei dirigenti periferici sia catalizzato esclusivamente o soprattutto dall’elezione del leader, significa non conoscere i meccanismi di funzionamento di un partito ancora ben strutturato sul territorio.
Infatti, sono i livelli di direzione locale cioè i segretari di circolo, e quelli provinciali e regionali a gestire importanti «posizioni di potere» in assoluta autonomia da Roma: dai candidati alle cariche elettive locali e perfino alle elezioni nazionali, passando per la quantità di «poltrone» da assegnare tra consigli di amministrazione ed enti vari, è sul territorio che vengono effettuate una gran quantitaÌ€ di scelte importanti.
Ed è sul territorio, dunque, che infuria la battaglia in occasione dei Congressi.
EÌ€ anche per questo che daqualche giorno in casa pd si attribuiscono a «ras locali» e non ai candidati alla segreteria nazionale le responsabilitaÌ€ di quel che va scandalosamente accadendo: non eÌ€ un alibi, un tentare di scaricare altrove le colpe del Grande Pasticcio quanto piuttosto l’accendere i riflettori su un problema che andrebbe peroÌ€ affrontato con ben altro polso.
Per quieto vivere o per incapacità (e talvolta perfino per corresponsabilità) si è finora preferito lasciar correre, stendere un velo: non è affatto una buona scelta, a giudicare dai risultati.
Un partito-strutturato tipo la «ditta» di Bersani o liquido, alla Renzi
Ma all’ombra dei brogli e dello sgomitare dei «ras locali» c’eÌ€ un’altra battaglia che si combatte all’ombra di questo travagliatissimo congresso Pd: e cioeÌ€ lo scontro tra il partito-strutturato (il partito-ditta, avrebbe detto Bersani) e il partito-liquido (il partito-comunitaÌ€, direbbe Renzi).
Ed eÌ€ uno scontro che potrebbe assumere i contorni del «giudizio finale», se a vincere alla fine dovesse essere il sindaco di Firenze.
Il bivio eÌ€ chiaro: da una parte una forma partito cosiÌ€ come oggi nota (il modello del secolo scorso, per capirsi), dall’altra una via del tutto nuova.
Difficile dire quale può esser la strada migliore: facile affermare, invece, che i due modelli non possono coesistere.
Come dimostrano i venefici intrecci di queste ore…
Federico Geremicca
(da “la Stampa”)
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »
Novembre 8th, 2013 Riccardo Fucile
“I MILITANTI SONO UN PATRIMONIO DI IMPEGNO CIVILE, ATTENTI A NON RIDURRE IL SEGRETARIO A UNA CARICATURA”
«Attenti a non ridurre il segretario del Pd a una caricatura ». Gianni Cuperlo, lo sfidante di Renzi
alla guida del partito, difende gli iscritti, «il radicamento del partito».
Non le regole che i Democratici si sono dati. Anche se il congresso, dice, non è certo una discussione sulle regole, ma sul Paese, sulla giustizia sociale e i diritti. Sui tesseramenti gonfiati, non accusa i renziani, però rilancia: «Si blocchi tutto e si annullino i casi controversi».
Cuperlo, come si è arrivati dall’orgoglio dei tesseramenti alla vergogna delle tessere gonfiate, dei brogli nei circoli?
«Ho un rispetto profondo per gli iscritti al mio partito. Sono un tesoro di impegno civile e umanità . In questi anni si sono fatti carico di tutto, dal montaggio dei gazebo alle campagne elettorali. E’ un patrimonio di persone perbene con una forza di volontà e una passione che tolgono il respiro. Noi dobbiamo convincerli che il loro è un partito sano e trasparente e che i tesseramenti gonfiati, per quanto circoscritti, sono un oltraggio prima di tutto verso chi ha resistito all’invito martellante che vedeva il nostro partito e in generale i corpi sociali come un residuo da cancellare. È per questo che hosollevato il problema, perchè ne va della nostra identità ».
Sia Renzi che lei non potevate non sapere.
«Ho chiesto che si andasse fino in fondo, senza guardare a chi ne ha beneficiato. Perchè nessuno può beneficiare di metodi che sono un danno per tutti. Da mesi io parlo del paese, di come rinnovare l’ambizione e la speranza di una sinistra vincente. Ma ritengo del tutto sbagliata l’idea che gli iscritti siano un ingombro, un sovrappiù rispetto all’appello diretto al popolo».
Renzi è un populista?
«Ho letto che il sindaco di Bari avrebbe detto “adesso aboliamo gli iscritti”. Mentre altri sostengono che vada abolita la convenzione con il voto degli iscritti per andare subito alle primarie perchè solo il voto dell’8 dicembre conta».
Quanto appunto hanno sostenuto i renziani.
«Se si ragiona così muore il Pd. E non solo perchè un partito senza iscritti è come una democrazia senza elezioni, non esiste in natura, ma perchè i diritti di chi si iscrive sono una parte fondamentale della rivoluzione che dobbiamo fare».
Cos’è diventato il Pd, un votificio e un partito di oligarchie?
«No. Quando sento liquidare il voto di 330 mila iscritti come l’espressione degli apparati, penso he chi lo dice non sappia di cosa sta parlando. 330 mila persone non sono una oligarchia, sono una comunità ».
Lei vuole un “partito pesante”, fatto di iscritti, di sezioni?
«Voglio una forza popolare e radicata nel paese. Penso a un partito- società , a un partito-movimento che si organizza sulla base di principi e traguardi che scuotano le coscienze. Voglio un partito che si opponga all’idea che ciascuno debba rimanere isolato nel suo rapporto con il potere perchè in quel modo il potere, anche quando viziato, avrà sempre la meglio».
Diffidando delle primarie non si condivide il timore di Sposetti, per il quale ai gazebo potranno votare anche delinquenti e pedofili?
«La battuta di Sposetti è sbagliata. Non solo non diffido ma ho una grande fiducia nelle primarie e nella saggezza del popolo democratico. Però quelle primarie hanno bisogno di una forza alle spalle:il Pd non può ridursi a un comitato elettorale permanente».
Pensa di vincere le primarie?
«Penso che il nostro sia un congresso aperto e questi primi risultati hanno sorpreso anche me. È stato raccontato come un congresso scontato. Invece quella che emerge è una grande voglia di ricostruire una sinistra moderna, di reagire al pensiero unico e anche di ribellarsi alle scelte del circuito politico-mediatico».
Se vincesse Renzi sarebbe disposto a un ticket?
«Mi sono candidato a fare il segretario sulla base di un impianto culturale che non è quello di Renzi».
A norma di Statuto (che non siete riusciti a cambiare) il segretario diventa anche il candidato premier. Lei non pensa a palazzo Chigi?
«No, sono primarie per scegliere il segretario del Pd. Chiunque avrà questo compito vi si deve dedicare anima e corpo. È caricaturale l’idea che descrive il segretario del principale partito del centrosinistra rinchiuso nelle stanze del Nazareno a fare riunioni inutili. Il segretario del Pd dovrà percorrere questo Paese in lungo e in largo, tornare nei luoghi della sofferenza e anche dove si misura la risposta alla crisi. Se si vuole cambiare tutto nella sinistra e nel paese, ci si candida a guidare una alternativa vera. Ma questo non lo si fa come secondo lavoro».
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica“)
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »
Novembre 7th, 2013 Riccardo Fucile
BILANCIO DOPO 4 GIUNTE DI CENTROSINISTRA: INCHIESTE IN SERIE SU CHIAMPARINO & C., SPRECHI E BUCO DA 3,5 MILIARDI PER FASSINO… FINE DI UN SISTEMA
Le tessere del Pd raddoppiano come per incanto, sotto la Mole: da 12 a 26 mila in un anno. Ma
non è l’unico cruccio del partito e del sistema di potere che da vent’anni governa Torino.
Ci sono preoccupazioni peggiori, ombre più inquietanti, se è vero che Sergio Chiamparino, che è stato il sindaco più amato d’Italia, oggi è torchiato dai magistrati per uno scandaletto e assediato da altri cento affari del passato.
Anche qui è finito il ventennio: non berlusconiano, perchè tra il Po e la Dora i semi di Silvio Berlusconi non hanno mai attecchito; ma il ventennio del “sistema Torino”, che ha avuto in Chiamparino il suo campione.
Ha ricevuto un avviso di garanzia per abuso d’ufficio ed è stato interrogato a lungo a palazzo di giustizia.
L’indagine riguarda le concessioni ai locali dei Murazzi, le arcate sulla riva del Po trasformate in templi della movida.
C’è la firma di Chiamparino, sulle delibere che, secondo l’ipotesi d’accusa, avrebbero favorito gli esercenti con sanatorie e sconti sugli affitti.
L’ex sindaco, che è stato primo nelle classifiche dei primi cittadini italiani, con un gradimento del 75 per cento, ha intanto lasciato il posto di primo cittadino a Piero Fassino, compagno di partito con cui non ha un gran feeling, e si è sistemato ai vertici della Compagnia Sanpaolo, la fondazione che è primo azionista di banca Intesa Sanpaolo. È andato davanti al Consiglio generale della Compagnia a presentare le sue dimissioni da presidente: rifiutate al-l’unanimità .
Tutto finito, dunque? No.
Intanto perchè l’inchiesta sui Murazzi continua. E poi perchè ci sono tante altre brutte storie del periodo in cui è stato sindaco (2001-2011) che tornano d’attualità .
La più pesante riguarda lo Csea, il consorzio di formazione professionale che era arrivato ad avere 300 dipendenti, molti provenienti dal mondo sindacale, e che è fallito dopo aver bruciato 40 milioni di euro.
Anche sullo scomodo crac di quello che era conosciuto come il centro di formazione professionale della sinistra torinese, l’inchiesta è in corso.
Un dirigente è stato arrestato, non è invece neppure indagato il deus ex machina del consorzio, quel Tom Dealessandri che dal 2006 è stato il vicesindaco di Chiamparino, poi di Fassino e ora è approdato nel consiglio d’amministrazione di Iren, la multiutility dei Comuni di Torino, Genova e Reggio Emilia.
Fallito anche il progetto Lumiq, una società promossa dal Comune che voleva creare una piccola Cinecittà in riva al Po, per far diventare Torino una capitale dell’industria del cinema.
Sogno tramontato, non senza spreco di soldi pubblici e gran montare di polemiche. Sotto indagine anche il city manager di Chiamparino, Cesare Vaciago (ora direttore a Milano del Padiglione Italia di Expo), rinviato a giudizio per un concorso per dirigenti comunali che la procura di Torino ritiene sia stato truccato.
Tra i miracolati di quella magica gara c’è anche Angela Larotella, che era diventa dirigente nel settore cultura del Comune, guidato da Anna Martina, figura centrale negli anni d’oro di Chiamparino, quanto Torino, persa la centralità della Fiat, cerca di riciclarsi come città della cultura e dell’entertainment.
Tutto in famiglia: il marito di Martina, Walter Barberis, ha curato la mostra torinese sui 150 anni dell’Unità d’Italia; e il figlio, Marco Barberis, ha ricevuto incarichi ben remunerati per la sua società Punto Rec; in un caso, la delibera che gli affidava i lavori era firmata direttamente dalla madre.
Troppo o troppo poco, per la morale rigorosa e la cultura un po’ giansenista di Torino?
C’è un accumulo di fatti e intrecci, inchieste e scandali che rischiano di far saltare il “sistema”.
Che dire, per esempio, dei 16,5 milioni di euro buttati al vento dal Comune per realizzare il progetto (firmato dall’ottimo architetto Mario Bellini) di una Biblioteca civica che non si costruirà mai?
E che cosa pensare dei 6 milioni di metri quadrati di aree ex industriali riempiti di cemento, un diluvio di edilizia residenziale in una città che ha 50mila appartamenti sfitti? “Se quartieri come la Spina 3 l’avesse fatto la Dc”, commenta un vecchio comunista dei tempi del sindaco Diego Novelli, “il Pci avrebbe fatto la rivoluzione. Invece l’abbiamo costruito noi, e va bene così”.
Va bene anche l’edificazione del grattacielo di Intesa Sanpaolo, tirato su per dare l’illusione alla città di aver conservato la sua banca, il cui comando si è invece trasferito a Milano.
E tirato su in un giardino trasformato in un attimo in area edificabile: “Se l’avesse fatto la destra, ci saremmo incatenati agli alberi”.
Ci sono anche episodi più brucianti.
Quando fu ipotizzato un finanziamento illecito durante la prima campagna elettorale di Chiamparino, nel 2001, saltò subito su Gioacchino Sa-da, vecchio partigiano comunista, che si prese la colpa di aver raccolto da alcuni imprenditori una colletta di 25 milioni di lire per il partito, e tutto finì lì. Storie vecchie.
Più nuova la vicenda di Giorgio Ardito, ultimo segretario torinese del Pci e primo del Pds, che ha appena incassato in primo grado una pena di 1 anno e 5 mesi per aver ricevuto 115mila euro da BrunoBinasco, braccio destro del-l’imprenditore di strade e autostrade Marcellino Gavio. Ardito ha sostenuto che era la buonuscita (in nero) per il suo lavoro in una società del gruppo Gavio, la Sitav.
I giudici non gli hanno creduto e gli hanno inflitto una condanna, per quei soldi ballerini intascati nel 2010, proprio nei mesi in cui si stava preparando la campagna elettorale per Fassino sindaco.
Con Fassino, il cerchio si chiude. E tramonta il ventennio iniziato nel 1993 con l’elezione a sindaco di Valentino Castellani: un professore del Politecnico individuato dalla Santa Alleanza tra la Torino borghese e intellettuale che ha il suo rappresentante più attivo nel banchiere del Sanpaolo Enrico Salza, e la Torino comunista e operaia del Pci, non senza il beneplacito della Fiat della famiglia Agnelli, il cui declino non era ancora evidente. Due mandati Castellani e poi due mandati Chiamparino, e il ventennio è fatto.
È in questi due decenni che nella città senza berlusconismo e senza vera opposizione si blinda il “sistema Torino”, una macchina di potere che prova a governare l’uscita dal fordismo, la transizione dalla città operaia a una nuova metropoli dalla vocazione più variegata, città della cultura, del cinema, dell’intrattenimento.
Il professor Silvano Belligni, scienziato politico dell’Università di Torino, ha creato un modello per rappresentare quel sistema e ha scoperto che 120 persone in questi due decenni si sono incrociate nei posti di comando nella politica, nell’amministrazione, nelle università , nelle banche.
Provengono tutte dalle quattro famiglie che hanno stretto la Santa Alleanza per eleggere Castellani e poi Chiamparino: gli ex comunisti del Pci-Pds-Ds-Pd; le fondazioni bancarie e le banche (Sanpaolo, Cassa di risparmio); il mondo Fiat (da Evelina Christillin a Piero Gastaldo); il Politecnico e l’università (da cui vengono Castellani, Mercedes Bresso, Elsa Fornero…).
I 120 uomini d’oro del “sistema Torino” si sono incrociati nei posti di comando senza che fossero un ostacolo le differenti provenienze culturali: ex comunisti, cattolici cislini, liberali, massoni.
Dal profilo “tecnico” della prima giunta Castellani sono passati al ritorno della politica con il secondo mandato, per poi arrivare al culmine dell’era d’oro di Torino con la prima giunta Chiamparino, che ha raccolto i risultati del predecessore e ha incassato il successo delle Olimpiadi 2006, con tanti soldi arrivati e la città rinata e tirata a lucido.
Poi il declino. Fino all’oggi, con Chiamparino sotto accusa per i cento piccoli pasticci del suo regno e Fassino a gestire di mala voglia un’eredità pesante, con il buco più clamoroso d’Italia, 3,5 miliardi di debito su un bilancio di 1 miliardo e mezzo.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »
Novembre 7th, 2013 Riccardo Fucile
CONGRESSI SEMPRE PIU’ NEL CAOS: UN TERZO PRESENTEREBBERO IRREGOLARITA’
Il Pd prende atto del caos e blocca il tesseramento. 
Boom di iscritti albanesi a Asti; tessere gonfiate e neo iscritti fantasma a Rovigo, Frosinone, Caserta, Avellino, Piacenza, Trapani, Siracusa; autosospensione dei candidati a Cosenza. Epifani spiega che sono questi i casi “attenzionati”, i più gravi, e assicura che si farà chiarezza: «Ci sarà rigore assoluto. Laddove si rilevano violazioni, si annulleranno i congressi locali, si rifaranno, e ci saranno sanzioni». Ma non basta.
Così in una riunione della segreteria carica di tensione, che inizia al mattino e viene aggiornata nel pomeriggio, il segretario taglia la testa al toro: stop al tesseramento da lunedì.
Le Convenzioni provinciali (dal 10 al 17) in vista di quella nazionale (a Roma il 24 novembre) non saranno ulteriormente inquinate.
L’aveva chiesto Gianni Cuperlo, lo sfidante del superfavorito Matteo Renzi, che si era invece opposto a cambiare le regole in corsa.
Però alla fine è lo stesso sindaco “rottamatore” a mettere fine a una polemica che sembra attorcigliarsi su se stessa e non avere fine, come se ai cittadini importasse della macchina burocratica del Pd: «Vogliono bloccare il tesseramento come propone Cuperlo? Lo blocchino, nessun problema. Accetto le proposte altrui, le decisioni altrui, le regole altrui. L’importante è che il Pd torni finalmente a discutere di cose concrete».
Il via libera di Renzi non è tuttavia sufficiente. Anche gli altri due candidati alla segreteria nazionale, Pippo Civati e Gianni Pittella devono dare l’ok, perchè solo l’unanimità può cambiare una decisione già presa.
E i due per ora dicono che no, non ci stanno affatto.
«Fermare il tesseramento è una proposta tardiva e insufficiente, la toppa è peggiore del buco: le irregolarità si sono già consumate in 34 federazioni su 118 — replica Civati — c’è da annullare un congresso su tre. Ci sono infatti altri casi eclatanti come Reggio Calabria dove gli iscritti non certificati sono il 315%, Matera il 304%…».
E ironizza: «Cuperlo vince in Asia, Renzi tra altre etnie».
Battute che non alleggeriscono un clima pesante, perchè lo stesso Epifani ammette di essere «molto preoccupato, dal momento che così si alimenta la sfiducia dei nostri elettori».
Il rischio è che le primarie dell’8 dicembre vedano una caduta della partecipazione.
Anche Pittella critica: «Epifani doveva svegliarsi prima».
Entrambi, Civati e Pittella, puntano a ottenere che alle primarie vadano tutti e quattro i candidati, mentre per Statuto sono solo tre gli ammessi. Epifani insiste: «Conviene a tutti lo stop».
Del resto il “lodo” del segretario prevede che si fermino le nuove iscrizioni non i rinnovi delle vecchie tessere.
Comunque il leader dovrà convincere Civati e Pittella entro stasera, quando si riunisce la commissione per il congresso. Scontri e lacerazioni.
Ugo Sposetti, ex tesoriere dei Ds, attacca primarie e relative regole: «Anche un delinquente. Anche un evasore, un truffatore, un pedofilo, il primo che passa con due euro potrà votare…». I renziani chiedono al segretario che prenda provvedimenti: «Il congresso non sia una rissa da saloon. Sposetti è uscito di senno». Poi lui rettifica.
Duro botta e risposta in segreteria tra il renziano Antonio Funiciello e il cuperliano Alfredo D’Attorre. Oggetto della contesa la campagna di manifesti per le primarie che per D’Attorre si deve modificare: sembra invitare a votare il premier, non il segretario del Pd. Funiciello è irremovibile: così è, e così resta.
Beppe Fioroni, leader dei Popolari, lancia il sito “infiltratiprimarie.it” che raccoglierà le foto sulle irregolarità nei circoli: «Noi democratici stiamo rovinando tutto».
Da Epifani l’appello è a rasserenare il clima. E Renzi scrive un editoriale dedicato a Firenze su Italianieuropei, la rivista della Fondazione di Massimo D’Alema, che è il principale sponsor di Cuperlo. «Un paese si guida se si ama», è il manifesto del sindaco fiorentino.
Nei circoli per ora è un sostanziale testa a testa tra cuperliani e renziani.
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica“)
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »
Novembre 7th, 2013 Riccardo Fucile
L’EX TESORIERE HA LE IDEE CHIARE: “CON QUESTE REGOLE PUO’ VOTARE IL PRIMO CHE PASSA. HA VOTATO GENTE CHE NON C’ENTRA NULLA CON IL NOSTRO PARTITO”
“Anche un delinquente. Anche un evasore fiscale, un truffatore, un violentatore di minorenni. Con queste regole può votare il primo che passa. Tutti possono votare: con due euro e con queste regole anche persone di questo tipo se lo possono permettere. Sono le regole che sono sbagliate”.
Non usa mezzi termini il senatore del Pd Ugo Sposetti, intervistato da Klaus Davi per il programma KlausCondicio: “Un congresso – dice l’ex tesoriere dei Ds – un confronto si deve avere con una base certa, definita tre mesi prima che inizi il congresso. Non puoi essere lì la mattina. E’ la degenerazione della politica italiana, la degenerazione degli apparati. Se ci fossero stati gli apparati, queste cose non sarebbero successe”.
Ma chi si avvantaggia di più di questo caos?
“Renzi – risponde Sposetti – molti di quelli che con le scialuppe hanno attraversato lo Stretto di Messina e sono passati alla corte del sindaco di Firenze, per essere accolti si sono presentati subito dopo con pacchetti di tessere. Sono disgustato per le manifestazioni davanti alle sezioni del nostro partito. Non volevo finire la mia esperienza politica così. Mi riferisco alle scene di extracomunitari o gente che non sanno nulla del nostro Partito Democratico. Gli iscritti vanno rispettati. Provo un profondo disgusto per il caos. Ma il Pd è un partito giovane e deve superare il morbillo”.
(da “Huffington Post“)
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »
Novembre 6th, 2013 Riccardo Fucile
DOVE UNA VOLTA C’ERA LA PASSIONE POLITICA, OGGI CI SONO I VOTIFICI
Il sorriso dolce di Enrico Berlinguer, il volto duro e bello di Gigi Petroselli, il sindaco delle
periferie di Roma.
E poi lui, Palmiro Togliatti, il Migliore, accanto al Che, poco più in basso una foto triste di Aldo Moro.
Per la serie c’era una volta la politica, quella fatta di campi, divisioni, idee e passioni.
Ora ci sono i congressi e le sezioni del fu Pci, trasformato in Partito democratico, sono ridotte a “votifici”.
Sezione, pardon, circolo che fa più moderno, del Pd di Roma Cinecittà , qui si vota per il segretario di Roma e per quello locale.
Tutto doveva concludersi già una settimana fa, ma tra ricorsi e accuse reciproche di tessere gonfiate, è finito in caciara: voti annullati e congresso da ripetere.
Dalla federazione del partito è arrivato un garante, perchè in questa Beirut della politica che è diventato il Pd nessuno si fida più degli altri.
Ivana della Portella, giornalista, membro della segreteria regionale del partito, è iscritta qui e non nasconde la meraviglia: “Quante facce nuove, quanta gente mai vista”.
C’è la fila per tesserarsi, ci si iscrive last-minute con venti euro, così si ha diritto ad una copia di Europa, una de l’Unità , e soprattutto si può votare.
“Democratici e democratiche”, Fabiano Proietti, uno dei candidati alla segreteria del circolo (rito cuperliano), tenta di parlare.
“Chiamace compagni”, gli fanno dalla sala.
Intanto continua il via vai di gente che vuole la tessera. Il garante suda freddo.
Prima di Fabiano interviene Salvatore Canalis. L’antropologia cambia di colpo. Salvatore si avvicina ai cinquanta, si vede che ha militato nel partito quando il circolo si chiamava sezione e fuori sventolava la bandiera rossa dei comunisti.
“È un rito, qui non si parla di politica, il voto è la parte predominante di questo congresso”. Lo ascoltano in pochi. “Hanno fatto le larghe intese, il governo, stanno facendo leggi di stabilità e altro e noi non abbiamo avuto la possibilità di parlare con un deputato. Una volta chiamavi in federazione e ti mandavano un compagno onorevole. Oggi ti devi rivolgere a un capo corrente”.
Qualcuno, dei pochi ancora vogliosi di ascoltare le parole della politica, fa cenno di sì con la testa.
Ma intorno è tutto un via vai di tessere rinnovate, schede per votare, file che si ingrossano.
Fuori un signore anziano traffica con una cartella gialla e si dà da fare col cellulare. “Aò, devi venì a votà , c’è tempo fino alle nove de sera”.
Il cronista chiede spiegazioni al giovane segretario, contestato e attaccato da un gruppo di iscritti per come ha condotto la prima fase di questo strano congresso.
Gianni Di Biase si era praticamente dichiarato vincitore accampando il controllo di 155 voti su 270.
“La verità è che qui il Pd non è mai nato, c’è tanta rivalità tra ex comunisti ed ex della Margherita”.
Gli chiediamo dei voti, delle tessere all’ultimo minuto. Minimizza.
Ivana della Portella imbraccia il microfono e lancia un’accusa durissima: “Il garante ha detto che ci sono intere famiglie che stanno venendo a votare. Una di loro è venuta tutta intera, cinque persone, compreso il nonno di 91 anni”.
Giudizio lapidario di un anziano iscritto: “È uno schifo”. Difficile dargli torto.
Anche qui sono all’opera i signori delle tessere? Certamente.
Ma il problema non è questo, è più grave. Basta saper leggere la delusione stampata sui volti degli anziani militanti, uomini e donne che negli anni passati hanno speso il loro tempo per la buona politica, si sono entusiasmati per le parole di Berlinguer, commossi per la fine di Aldo Moro, mobilitati per difendere la democrazia, il lavoro, i diritti.
Questa gente oggi è offesa dal partito ridotto in un labirinto di correnti.
I loro compagni dei circoli del Prenestino hanno gettato la spugna e revocato il congresso. “Aspettavamo con ansia questo momento sperando in una vera fase costituente. E invece non abbiamo mai visto una così totale assenza di dibattito e una così prevaricante invasione di tutto il resto. Siamo di fronte a un fenomeno di ‘ipertesseramento’ mosso da personali interessi di potere”.
Iscritti dell’ultimo minuto e capi-corrente.
La morte delle idee, degli entusiasmi e della buona politica.
Enrico Fierro
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »
Novembre 6th, 2013 Riccardo Fucile
LA FAIDA AL CIRCOLO PD DI CASALBERTONE: NON E’ UN BEL VEDERE
«Froci», «fascisti», «zozzi». Insulti, accuse, polemiche, contestazioni.
Benvenuti a Casalbertone, periferia est della Capitale, zona popolare e universitaria, tra la Prenestina e la stazione Tiburtina.
Qui, dove la sinistra vince da sempre, si consuma una delle lacerazioni più profonde del Pd nella corsa alle primarie.
Renziani e cuperliani? No, non qui.
La «faida» è ancora più interna, tutta interna ai «seguaci» del deputato triestino Gianni Cuperlo.
Generazioni in lotta, giovani iscritti contro militanti di lungo corso, il tutto mixato e shakerato nel grande tritacarne di Facebook , strumento – quello sì – trasversale e per tutte le età .
Finisce a male parole, a denunce di frasi «omofobe» e «sessiste».
Da una parte i sostenitori di Lionello Cosentino, 60 anni, ex assessore regionale, ex senatore, «portato» dal guru romano Goffredo Bettini.
Dall’altra Tommaso Michea Giuntella, 30 anni, «bersaniano» doc (era uno dei quattro della famosa foto col pugno chiuso), papà giornalista (Paolo, quirinalista del Tg1 scomparso qualche anno fa), nonno (Vittorio Emanuele) reduce dai lager nazisti.
Tutti e due, ironia della sorte, voteranno alla fine per Gianni Cuperlo, contro Matteo Renzi.
Perchè Casalbertone, che ha ospitato la prima sede romana dell’Ulivo prodiano, è così: qui la sinistra è ancora sinistra, qui il Pci-Pds-Ds-Pd ha maggioranze granitiche, che hanno prodotto oltre 15 anni di governo territoriale.
Poi arrivano i congressi dei circoli, e c’è un mondo che va in frantumi.
Il circolo Pd è dietro una porticina nera, in ferro, su una via in salita intestata a Giuseppe Pianell, generale dell’esercito, già ministro della Guerra del Regno delle Due Sicilie durante lo sbarco dei Mille, poi comandante dell’unica divisione italiana che, a Custoza, non arretrò di fronte agli austriaci.
Passato glorioso, targa sbagliata: Pianell morì nel 1892, e non nel 1902 come c’è scritto per strada.
La zona è di quelle «ad alta tensione»: a cento metri c’è il circolo «Futurista» di CasaPound, il secondo polo dei «fascisti del terzo millennio» (definizione loro), poco più in là un paio di centri sociali, più la sezione del Pdl.
Qualche volta, finisce in rissa: l’ultima, con bastoni, pietre e fumogeni, è di un anno e mezzo fa.
Anche stavolta vengono evocati «i fascisti», ma il contesto è un altro.
Domenica pomeriggio. Il circolo Pd elegge il suo segretario e ad appoggiare i due principali candidati – Carlotta Paoluzzi con Giuntella, Domenico Perna con Cosentino – arrivano i big: Micaela Campana di qua, Michele Meta di là .
Clima teso, elezione all’ultimo voto.
La spunta la Paoluzzi: 67 voti contro 63.
Vittoria non «piena», però: nei delegati, infatti, finisce 6 a 6.
A sera, ci sono ancora urla, concitazione.
Ad una giornalista di youdem, renziana, viene tolto il cellulare e impedito di fare riprese. I militanti tornano a casa, sia i giovani che gli «storici», con l’adrenalina in corpo.
Così accendono il computer e si mettono sul grande «sfogatoio» di Fb.
Tonino Cuozzo, uno degli iscritti della prima ora, attacca: «I fascisti del Pd hanno portato le truppe cammellate a votare Carlotta e Giuntella».
Passa mezz’ora, e i «Giovani democratici» del Tiburtino III (dove Veltroni, con Benigni, lanciò la sua campagna nel 2008) replicano: «Diccelo tu Tony per chi dovevamo vota’! Quanti soldi j’avete dato a quelli di casapound per venire a votare in sezione? La foto con Berlinguer c’hai! ma vergognati zozzo! Fascista tua madre!».
Cuozzo, a quel punto, non ci vede più: «Voi pure i froci che per un c… votano Carlotta miss de sto… ma non passerete a Casalbertone mantenuti da mister frega la neo eletta in parlamento ed assessore per spirito santo…».
Una sequela d’insulti di rara eleganza, con «bersagli» precisi: Simone Barbieri, omosessuale, di Pd Rainbow; la Paoluzzi, la Campana ed un ex assessore (Maria Muto) del Municipio.
I sostenitori di Giuntella salvano lo screenshot con gli insulti, la polemica «monta» sulle agenzie: «Accuse omofobe e sessiste», dice Giulia Tempesta, consigliere comunale.
«Se fosse vero, esprimerei la mia solidarietà », replica Cosentino.
Ma i supporter dell’ex senatore ribaltano le accuse: «Hanno cominciato gli altri, mettendo su internet la foto di Meta e il commento: “I c… stanno coi c…”».
E ancora: «Il tesseramento è stato gonfiato”
Ernesto Menicucci
(da “il Corriere della Sera”)
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »
Novembre 6th, 2013 Riccardo Fucile
EPIFANI RINVIA LA SEGRETERIA A OGGI… DEVE METTERE D’ACCORDO CUPERLO CHE VUOLE BLOCCARE LE ISCRIZIONI E I RENZIANI CHE SI OPPONGONO
“Siamo in un vicolo cieco. Come fai, fai male. E se alla fine salta tutto?”.
Il panico avanza, mentre i I candidati si scontrano a colpi di dati. “Abbiamo vinto i congressi locali 49 a 35”, va dicendo Cuperlo.
E Luca Lotti, renziano, responsabile Enti locali: “Dati falsi, con noi abbiamo contati una cinquantina di segretari”.
Ma in realtà , lo scontro si consuma sui pacchetti di tessere, lievitati in modo tutt’altro che trasparente, sui ricorsi.
Sui congressi da sospendere e le iscrizioni da bloccare.
Il candidato dalemian-bersaniano fa addirittura un appello: “Il tesseramento si blocchi il 7 novembre”. Ma i renziani si oppongono: “Non si cambiano le regole in corsa”.
Ognuno pensa di difendere la propria convenienza: i cuperliani hanno cercato di fermare l’avanzata di Renzi, consegnandogli un partito ostile e bisogna vedere se ci sono riusciti.
Infatti, molti segretari locali sono stati votati da entrambe le fazioni. Renzi da parte sua pensa che molti dei tesserati “onesti” dell’ultima ora sono i suoi, e non vuole recedere. Il 7 non è data casuale. Da quel giorno gli iscritti cominceranno a votare il segretario nazionale: le percentuali finali non sono secondarie, seppure l’ultima parola è alle primarie.
“C’è molto interesse a sporcare tutto, per complicare i processi decisionali. Ma io sono convinto che al di là di alcuni casi, il grosso è pulito”, dice il renziano in commissione congresso, Lorenzo Guerini.
Ieri era prevista la segreteria. Ma alle 17:36 le agenzie battono la notizia: riunione rinviataa stamattina, causa “informativa” della Cancellieri (un renziano la definisce “cerimonia funebre”. Strani lapsus). Spiegano dallo staff del segretario che si parlerà “anche” del congresso, ma soprattutto della legge di stabilità .
Nella perfetta tradizione, nel non saper che fare, si rimanda.
Epifani è contrario a bloccare il tesseramento, ma propenso a sospendere qualche congresso. Ma ha il peso ,alla scadenza del suo mandato, e con una segreteria spaccata, di imporre una linea?
E allora, dallo staff si dice che “tocca alla commissione congresso decidere”. Commissione che s’è riunita ieri sera. E che ha deciso? “Niente, solo adempimenti burocratici”, è la sintesi di chi c’era.
La motivazione ufficiale è che le commissioni locali (spesso più che parti in causa, visto che tra i membri ci sono anche i candidati) — convocate tra ieri e oggi — finiscano il loro lavoro. Se non riescono a risolvere le controversie, si passa al nazionale.
L’ultima parola spetterebbe ai Garanti, che si incontrano venerdì: ma non è ancora chiaro il loro vero perimetro di competenze. Il solito sistema di scatole cinesi, per cui alla fine ognuno butta su gli altri la responsabilità e nessuno decide. “Anche nella Dc di una volta il tesseramento si chiudeva molto prima: perchè i casi di inquinamento, brogli e quant’altro ci sono sempre stati, e così si aveva il tempo di risolverli. Noi prenderemo i provvedimenti necessari, ma non è con la Commissione di garanzia che si risolve il problema politico”, spiega uno dei componenti, Giovanni Bruno.
Si racconta di decine e decine di ricorsi. Molti mettono nel mirino proprio la regola di consentire il tesseramento fino all’ultimo momento.
“L’ha voluta l’ex responsabile Organizzazione Nico Stumpo — raccontano in molti — un po’ perchè gli iscritti erano davvero pochi, un po’ per fare cassa”.
E lui si difende: “Io avevo detto che le regole non si dovevano cambiare. L’hanno voluto i renziani. E allora, eccoci qui”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Partito Democratico, PD | Commenta »