Ottobre 17th, 2013 Riccardo Fucile
EPIFANI CRITICO… I RENZIANI: “LE NUOVE TASSE SULLA CASA SONO PEGGIO DELL’IMU”
«Bisogna cambiare un sacco di roba…». L’imbarazzo del Pd è appena camuffato.
Epifani vuole evitare un frontale con il premier Letta sulla legge di stabilità , che è il banco di prova per eccellenza della tenuta del governo.
Ma persino Stefano Fassina, il vice ministro di Saccomanni, ha confidato di trovare indigesta questa manovra.
Di certo lo è per i pensionati, per i lavoratori dipendenti, per le aspettative di imprese e sindacati con uno sgravio delle tasse sul lavoro, il famoso cuneo fiscale, irrisorio; per le necessità dei Comuni impiccati a un patto di stabilità alleggerito di un miliardo.
Il segretario democratico lo dice chiaro. È il volano per la crescita che ancora manca.
Ma più insofferenti sono i renziani.
Il ministro Graziano Delrio si limita a indicare «il cambio di tendenza». Un punto tuttavia andrebbe riconsiderato: «Non avere paura della tassazione degli immobili, il carico fiscale va tolto da lavoro e imprese e messo sulle rendite».
E il braccio destro di Renzi, Luca Lotti, responsabile degli enti locali del partito, suona l’allarme: «Dall’Imu alla Tasi si va di male in peggio, la cosa preoccupa. Non si può continuare a scaricare sui sindaci».
Analisi impietosa, quella di Lotti, su una nuova imposta che «senza le detrazioni prima previste per i contribuenti più poveri, penalizza queste fasce e abbassa la pressione fiscale sui contribuenti più ricchi che pagheranno di meno».
Sarcastico Paolo Gentiloni: «… e ora speriamo nell’effetto placebo».
L’insofferenza dei renziani si salda per una volta con quella di Bersani e della sinistra democratica che appoggia Gianni Cuperlo nella corsa per la segreteria.
L’ex segretario usa il fioretto: «Dobbiamo ricordarci, noi del Pd, che siamo non solo in un governo di coalizione ma di larghe intese e bisogna tenere conto di molte cose…».
Al netto del realismo, per Bersani sarebbe stato meglio agire sull’Irpef piuttosto che sul cuneo fiscale. «Prima ancora che sul cuneo fiscale — spiega — avrei fatto un intervento sull’Irpef e sugli scaglioni mediobassi, perchè quella che abbiamo è una crisi di domanda, e non di offerta».
Epifani tiene una conferenza stampa per dire che va bene, che è apprezzabile, però «si deve migliorare, ci vuole maggiore equità ».
Nessun cannoneggiamento al governo, è evidente; tuttavia il Pd è a disagio.
Matteo Colaninno, il responsabile dell’Economia, convoca nel pomeriggio una riunione riservata con i parlamentari democratici delle commissioni bilancio, finanze, attività produttive più i capigruppo e i vice sia della Camera che del Senato. «Sostengo a spada tratta questa legge di stabilità », premette Colaninno.
Ma il risultato è che ci sarà una task force del Pd per coordinare gli emendamenti da presentare. Quanti? «Beh, tanti immagino», è la previsione di Cesare Damiano.
L’ex ministro del Lavoro ha già un suo lungo elenco di cose che non vanno. «Personalmente non capisco perchè non sia stata aumentata la tassazione delle rendite dal 20 al 22%, così allineandoci agli standard europei ».
Sarebbero state un po’ di risorse in più per dare fiato ai pensionati. «Si sono messe le mani sul potere d’acquisto dei pensionati, ritoccando al ribasso l’indicizzazione delle pensioni che doveva scattare nel 2014», sottolinea.
Quindi per Damiano va ripristinata l’indicizzazione prevista nel 2012; ampliata la platea degli esodati salvaguardati; e ci vogliono altre risorse per la Cassa integrazione in deroga.
Tra le raccomandazioni che Epifani ha fatto a Renzi, quando si sono incontrati una settimana fa, c’è anche quella di non trasferire la sfida congressuale sulla manovra con piogge di emendamenti che servano più alla campagna per le primarie che a migliorare le cose. «Ragioniamo insieme », ha esortato.
E anche il tono di Cuperlo, lo sfidante di Renzi, è pacato però con un obiettivo preciso: «La legge di stabilità va migliorata in Parlamento a favore dei lavoratori. Per invertire la tendenza ci vuole uno sforzo ulteriore. Bisogna trovare altre risorse che permettano al mondo del lavoro di reggere l’urto della crisi».
Troppo poche le risorse a disposizione per abbattere il cuneo fiscale: critica Matteo Orfini.
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 14th, 2013 Riccardo Fucile
LA BASE SI DIVIDE: “RENZI INSEGUE GRILLO”. “NO, LA CLEMENZA E’ UN ATTO IPOCRITA”
«Guardi, io sto sempre in mezzo ai militanti. Sono un ‘termometro’. Amnistia e indulto? Ecco, non
sottovaluterei le reazioni della nostra gente. Nel 2006 furono molto dure». Raffaele Donini è segretario provinciale del Pd bolognese. E racconta di un travaglio. Perchè un atto di clemenza — che è poi lo scenario su cui il partito combatte l’ennesima battaglia interna — suscita mille dubbi nella base dem.
Sarà forse perchè «la legalità è di sinistra», come sostiene Matteo Renzi, scontrandosi con alcuni big democratici.
O forse solo perchè l’incubo è che un’amnistia contribuisca a salvare Silvio Berlusconi. Di certo, il tormento esiste. E si manifesta nei mille cinguettii che invadono Twitter o nei dibattiti che coinvolgono i circoli dem.
L’esperienza dei quadri intermedi è preziosa. Come il resoconto di chi ascolta ogni giorno gli iscritti. Ilaria Bugetti è segretario provinciale di Prato: «La verità ? La prima cosa che mi chiede la gente è: ‘Mica salverete Berlusconi?”».
Ecco, da lì si parte. Dai guai giudiziari del Cavaliere. Dal timore di un salvacondotto mascherato.
Poi il ragionamento si allarga, mette in discussione la filosofia stessa della misura di clemenza.
«Ricordo l’indulto di Mastella. Provocò nei nostri un bel contraccolpo. Ecco — sostiene Bugetti — anche ascoltando i nostri militanti c’è la consapevolezza che il problema delle carceri esiste. Ma penso che meglio sarebbe lavorare sulla depenalizzazione di alcuni reati. E sulle misure alternative al carcere».
Scorrendo i tweet e i post su Facebook si ricava un quadro sfumato.
E la sfida congressuale non sembra favorire la serenità del dibattito. Al centro finisce il sindaco di Firenze. La sua stroncatura dell’amnistia spacca la galassia dem.
Che reagisce così: «Ha ragione Renzi — scrive Santi Di Paola — Il problema si presenta periodicamente, quindi la soluzione non è amnistia e indulto».
Oppure così: «Prima Grillo sulla clandestinità , poi Renzi sull’amnistia e indulto scrive Pietro Occhiuto — Per un po’ di consenso facile non si guardano in faccia i problemi».
È una valanga di reazioni. E non si capisce cosa andrà a colpire. Per qualcuno Renzi è subalterno al grillismo: «Dovrebbe dire solo: scusate mi sono sbagliato! Ho voluto correre dietro a Grillo e sono andato a sbattere».
«Il coraggio scrive un altro — si ha quando si fanno scelte impopolari. Dire no all’amnistia la chiamerei vigliaccheria ». E Giovanni Arena, su Facebook: «Bisogna fare l’amnistia sia per dare un senso di civiltà al Paese».
Ma quando si affronta il nodo più profondo — amnistia sì, amnistia no — i commenti virano. Bruscamente.
«Indulto e amnistia sono impopolari — rileva Andrea -perchè sono il trionfo dell’ipocrisia della politica».
Per Matteo Sansalone, quindi, la contrarietà alla clemenza è «un sentimento diffuso, non solo prerogativa di Renzi».
La sensazione che registrano i vertici locali del Pd non promette nulla di buono. Ancora Donini: «I militanti sono sensibili ai diritti umani. Non sono ‘ghigliottinari’, hanno un giudizio abbastanza laico. Ma, certo, c’è il sospetto che serva a una persona sola.
E che atti del genere deresponsabilizzino lo Stato rispetto ai problemi strutturali delle carceri».
Luigi Cimmino, invece, ha un’opinione diversa. Dirige la segreteria napoletana del Pd: «Non è ho ancora parlato con i militanti. Ma le parole di Napolitano sono state molto chiare. Il fondamento di giustizia, libertà e serietà sono patrimonio del centrosinistra. Magari alcuni provvedimenti nella pancia del corpo elettorale suscitano un commento negativo. Anche una tassa impopolare, ma necessaria e si fa».
Nel capoluogo campano, insomma, si respira un’altra aria. «Perchè? Forse perchè siamo a Napoli. E il Presidente della Repubblica è napoletano… È una battuta, naturalmente! ».
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 13th, 2013 Riccardo Fucile
“ALTRO CHE TV, QUI CI DIVERTIAMO”: MUSICA DAL VIVO, TOMBOLA, PRESENTAZIONE DI LIBRI…QUI CUPERLO FA IL PIENO
E’ qui la festa? Un saltello di liscio, le foto di Berlinguer, crescentine da MasterChef, e una carezza di
politica nostalgia rispetto al passato quando il “Partito” significava crescita culturale ed emancipazione sociale.
La Notte Rossa del Pd, edizione numero uno, passa l’esame da matricola, e rilancia per l’anno secondo.
Trentasette Case del Popolo della provincia di Bologna, nella notte tra sabato 12 e domenica 13 ottobre hanno aperto i battenti e hanno messo a disposizione quasi un secolo di storia, orgoglio e autogestione.
C’erano tutti i big del Pd, o quasi, a festeggiare lo “spazio ritrovato”.
Quartier generale, la Casa del Popolo Leonildo Corazza, il fortino della tombola di via San Donato, storico quartiere operaio che alle 22 registrava almeno 150 giocatori con sacchettino di fagioli e buoni coop per la cinquina.
“Altro che quella brutta roba della televisione — spiega una pensionata che arriva in bicicletta da qualche isolato di distanza — qui ci divertiamo e stiamo tra noi come non si fa da nessuna parte”.
A pochi passi, nel capannone riscaldato, tavolate di tagliatelle al ragù e di crescentine farcite a prezzi popolari.
Il migliorista Emanuele Macaluso — classe ’24 -, grande amico del presidente Giorgio Napolitano — classe ’25 — fa capolino nel tavolo dei big, dove si siede anche l’ex ministro Livia Turco, il vicepresidente della Provincia Giacomo Venturi, il costituzionalista Alberto Barbera, i professori universitari Paolo Pombeni e Alberto Melloni.
Tutt’attorno ci sono anche tanti ragazzi e ragazze delle sezioni: “Non ci va di parlare della sfida al congresso: stasera si fa festa, riaprono le Case del Popolo, è bello così”, spiega un 25enne che brinda con gli amici tintinnando calicini di Rosso Antico a 2 euro e 50.
E se l’innesto generazionale non sembra qualcosa di così improbabile, la mescolanza di correnti pare qualcosa di marziano.
Qui Cuperlo fa il pieno di preferenze e al massimo ci trovi qualche civatiano.
Difficile rintracciare simpatizzanti di Renzi nella storica sezione Nannetti di via del Giglio nel quartiere Reno, la più antica casa del popolo della città , ad ascoltare il racconto delle gesta della brigata partigiana Bolero.
Impossibile riuscire a censire un renziano tra le oltre 100 persone che affollano la “Casetta Rossa” nel quartiere Saragozza per ascoltare brani della tradizione suonati dal vivo.
Vano il tentativo di giocarsi l’ultima carta del sondaggio alla Casa del Popolo I Centi Passi, in Bolognina, tra i 50 che mangiano injera eritrea e ascoltano la presentazione del libro Il Rivoluzionario di Valerio Varesi: “Renzi? Per carità ! Con lui si va a destra, qui ci sono le radici del più importante partito democratico della storia italiana”, risponde categorico un quarantenne di passaggio.
“Queste iniziative sono belle, ricordano un passato di onestà e di incontro tra base e vertici, ma il Pd deve provare a coinvolgere le giovani generazioni in altro modo.
La forma del web come fanno nei 5 Stelle funziona” spiega fuori dalla Casetta Rossa un gruppo di ex studenti universitari, ora rimasti a lavorare a Bologna, che rappresenta geograficamente mezza Italia. “Renzi? Una corrente del partito come tante altre, si porta dietro tante cariatidi. Civati? Troppo rivoluzionario e coerente. Il Pd ci sta deludendo da anni e le risposte di cambiamento non sono mai arrivate. Avessero votato Prodi o Rodotà come presidente della Repubblica con i grillini gli faceva solo bene”.
Il gruppo sta facendo il tour delle Case del Popolo, mezz’ora di qua, mezz’ora di là , come tanti altri gruppetti intravisti tra le sezioni rosse, poi forse all’Estragon dove si ballerà anni cinquanta fino all’alba: “Grillo è fascista e l’uscita sui clandestini è imbarazzante — spiega Martina, la più giovane del gruppo — ma i deputati 5 Stelle sono gente normale, come noi, e non figli di qualcuno di importante, paracadutati da amici e parenti in Parlamento”.
“L’importante è che si smarchino dal leader — continua il siciliano Giancarlo — se lo fanno velocemente alle prossime elezioni fanno il pieno”.
Con buona pace di Gramsci, Togliatti e Occhetto.
Davide Turrini
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 9th, 2013 Riccardo Fucile
BERSANI: “IL MESSAGGIO DEL COLLE NON NASCONDE SCAMBI CON BERLUSCONI”
«Escludo che il messaggio di Napolitano faccia parte di uno scambio sulla giustizia con Berlusconi. È
impossibile pensarla così».
Pier Luigi Bersani, parlando in un angolo del Transatlantico, respinge qualsiasi sovrapposizione tra la vita delle larghe intese e la vicenda giudiziaria del Cavaliere. Ma l’offensiva di Beppe Grillo può fare breccia nel popolo del Pd, se i provvedimenti indicati dal testo quirinalizio non verranno spiegati bene, se non ci sarà un’altolà netto alle forzature del Pdl.
Da una parte ci sono i grillini, ma dall’altra ci sono gli elettori democratici che, attraverso la Rete, esprimono i loro dubbi sui consigli al Parlamento del presidente della Repubblica. In qualche caso, racconta chi da sempre è allergico alle larghe intese, sulla posta elettronica dei parlamentari arrivano lettere molto allarmate.
Pippo Civati però condanna il clima di sospetti: «Non esiste nessuno scambio. Il senso del messaggio non si riduce ai destini di una persona».
La pensa allo stesso modo Matteo Orfini: «È vero il contrario, secondo me. La nostra gente capisce bene che eliminare il sovraffollamento delle carceri è una questione di civiltà . Semmai – dice il giovane turco – andrà spiegato, in ogni occasione e in tutte le sedi, che da qualsiasi testo di clemenza verranno esclusi alcuni reati, a cominciare da quelli finanziari come la frode fiscale ». Ecco, l’importante è allontanare lo spettro di un salvacondotto per Berlusconi. Affrontare a muso duro i diktat del centrodestra. Su questa linea, il Pd sembra alzare un muro comune. Senza sbavature, senza cedimenti.
I renziani non sono certo amici delle larghe intese.
E non sono alleati del mantra della “stabilità ”, che Palazzo Chigi e Quirinale considerano invece fondamentale per la tenuta dell’Italia.
Matteo Richetti però non ha dubbi: «Basta farsi un giro nelle carceri per capire la situazione drammatica che si vive in quei luoghi e quanto sia opportuno, giusto, sacrosanto il messaggio di Napolitano».
Come si può pensare allora che le parole del Colle aiutino Berlusconi? «Nessuno può pensarlo, tranne l’interessato », dice Richetti.
Il Pd tuttavia ha un problema: affrontare il proprio elettorato sul delicatissimo terreno della clemenza per i detenuti: all’epoca dell’indulto varato dal governo Prodi, quel provvedimento fece danni nelle file del centrosinistra.
«Non fu capito – ammette Orfini – e con qualche ragione. Era un’iniziativa presa in un momento di estrema debolezza dell’Ulivo e del governo. Mancavano tutta una serie di misure strutturali sulla detenzione. Pagammo un prezzo per questi motivi».
Il consiglio che arriva ora da Largo del Nazareno è mantenere le antenne dritte. Controllare le forzature del Pdl, non farsi trascinare di nuovo nel campo minato delle questioni giudiziarie di Berlusconi.
È già successo con la decadenza e il Pd ha risposto in maniera perfetta, senza arrettrare di un millimentro.
Evidentemente, l’interpretazione del messaggio di Napolitano da parte del Pdl, fa capire che la battaglia continua.
Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 8th, 2013 Riccardo Fucile
EX BERSANIANO GUIDA L’ATTACCO PER MATTEO….CUPERLO: “VINCERO’ NEI CIRCOLI”
Quattro candidati più Marco Pannella, che sostiene di volere correre alle primarie del Pd. Fu escluso nel 2007, ma lo storico leader dei Radicali insiste e, al nuovo giro di boa del congresso, provoca i Democratici «sulla possibilità e sulla doverosità di rinnovare la mia iscrizione e la mia eventuale nuova candidatura alla segreteria democratica».
Lo ha detto a luglio Pannella, e lo riconferma ieri sera.
Il Pd entra nella settimana cruciale in vista dell’elezione del nuovo segretario l’8 dicembre. Meno due giorni alla presentazione delle candidature, venerdì, e già le macchine organizzative sono pronte a partire.
Matteo Renzi ha scelto il capo del suo comitato elettorale: sarà Stefano Bonaccini, il segretario dell’Emilia Romagna, che è stato un bersaniano di ferro nelle primarie del 2012, quelle dello scontro tra il sindaco “rottamatore” e Bersani.
Molta acqua, e molto in fretta, passa sotto i ponti, e sembra un’era geologica fa quando Beppe Grillo, il capo del Movimento 5Stelle, si presentò nella sezione del Pd di Arzachena per chiedere la tessera e annunciare che voleva fare il leader del partito.
Era il 2009, quello della sfida tra Bersani e Franceschini.
Renzi intanto, il super favorito, ha quasi pronto il manifesto- mozione a cui ha lavorato il ministro Graziano Delrio.
Lo slogan provvisorio è “Cambiare il partito per cambiare il paese”. Sabato a Bari prende il via la sua corsa con una mega manifestazione alla Fiera del Levante. Non a caso è stato scelto il Sud, però una regione ricca di eccellenze da un lato, e piagata dalla vicenda dell’Ilva.
In preparazione la mozione congressuale di Gianni Cuperlo, lo “sfidante” di Renzi, appoggiato dalla sinistra del partito, dai “giovani turchi”, da bersaniani e dalemiani.
Il fronte cuperliano è ampio: si è aggregherà anche l’area “Costituente delle idee” di Cesare Damiano, del cristianosociale Mimmo Lucà , di Vannino Chiti.
Oggi al Nazareno, la sede del Pd, Cuperlo li incontrerà , anche con Franco Marini. Mentre ieri riunione del comitato organizzatore con Stumpo, Verducci, D’Attorre e invitati alcuni lettiani. Slogan sempre provvisorio “Per un Pd di tutti”
Cuperlo è convinto di raccogliere consensi con un lavoro capillare nel partito: «Spero di vincere nei circoli», spiega.
E conta sull’endorsement di Susanna Camusso, ma pure delle Acli, dell’Arci.
«Gianni dovrebbe crederci di più», è il rimprovero che gli muovono i bersaniani, fino all’ultimo convinti che se ci fosse stata una gara tra Renzi e Enrico Letta, la leadership del sindaco di Firenze ne sarebbe uscita sconfitta.
I sondaggi vedono un forte distacco tra Renzi e Cuperlo. Pippo Civati, l’outsider che non ha partecipato al voto di fiducia a Letta, incalza.
Nè intende rinunciare alla sfida per la leadership del Pd, Gianni Pittella, da molti dato in ritirata. «Non è così, sono in campo », fa sapere.
I lettiani vanno in ordine sparso; i bindiani sceglieranno regione per regione.
Francesco Boccia, braccio destro di Letta, sta con Renzi, ma Paola De Micheli appoggerà quasi certamente Cuperlo, così come Francesco Russo.
Fabrizio Barca, il candidato mancato, dice che sceglierà chi votare al congresso «la sera prima delle primarie».
«Renzi e Letta sono due ex dc e questo dovrebbe rappresentare un problema per il Pd? Non credo proprio, non lo è per me nè per le 12 mila persone che ho incontrato nei circoli», replica Barca.
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica“)
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Settembre 26th, 2013 Riccardo Fucile
PARE LA CHIAVE DI VOLTA PER RISOLVERE TUTTI I PROBLEMI INTERNI
Segnatevi questa parola: agenda. Già che ci siete, segnatevela su un’agenda.
Così, sempre se non perdete l’agenda, vi ricorderete della parola“agenda”, che pare essere la chiave di volta per risolvere le spinose questioni del Pd, partito in attesa di congresso.
La soluzione la presenta, forte e chiara, il ministro Graziano Delrio, intervistato da l’Unità : “Sia visibile una chiara agenda del Pd e una classe dirigente rinnovata che parli con una voce sola”.
Ecco, giusto. Un’agenda. Non male. Quanto alla voce sola, al momento è un po’ un problema, perchè le voci sono molte.
Certo, dice Delrio, “i candidati devono presentare una loro analisi, possibilmente condivisa, su quel che serve al Paese”. Per esempio un’agenda.
Sull’agenda si potrebbe segnare una data per il congresso, cosa che ci sono voluti sei mesi per fare.
Si vede che l’analisi non era condivisa.
Figurarsi l’agenda: solo per decidere se sarà in pelle,finta pelle, con la copertina rigida, settimanale o elettronica ci vorranno due anni di discussioni.
Ma sia: torniamo all’agenda. E a Delrio: “Ma infatti se il Pd non riesce a dare una sua agenda rischiamo di essere ricattati da parole d’ordine che non ci piacciono”.
Ah, giusto. Gira e rigira serve un’agenda.
Ma poi l’agenda chi la scrive: Renzi o Cuperlo? I Bersaniani? I Dalemiani Rinati del Settimo Giorno?
O sarà un’agenda con tanti interventi, tipo la Smemoranda, dove ogni dirigente può scrivere la sua pagina spiritosa?
Delrio ha una risposta anche su questo: “Se si affrontano i temi in maniera condivisa e si presenta una nostra agenda, si spersonalizza la questione”.
Traduco: ci vuole un’agenda con le priorità ,che sia scritta da tutti i candidati insieme che vanno d’amore e d’accordo.
Scrivendola tutti insieme senza litigare, poi, dopo, nessuno litigherà più.
Una specie di Comma 22, insomma.
Perchè intanto è un litigare continuo tra chi vuole rottamare, poi viene appoggiato dai rottamandi, che poi si spostano mentre li stai contando e devi cominciare da capo, e tutto senza contare Fioroni che oggi appoggia Renzi, domani no, i giorni dispari lo attacca, i giorni pari dice che è l’unico candidato,e la domenica si riposò.
E poi, mentre si cerca l’agenda del Pd, non è lecito chiedersi dov’è finita la famosa“agenda Monti” che il Pd condivise e votò per più di un anno?
L’agenda andò persa, forse durante il trasloco da Palazzo Chigi alle stanze di Scelta Civica.
Con tutto questo perdere agende,è chiaro che il Pd ne vuole una sua,da non perdere. Ma su cosa dovrebbe essere scritto nell’agenda — mi raccomando, scritto da tutti in accordo e condivisione, cioè dagli stessi che oggi si mandano fraternamente a quel paese — c’è qualche vaghezza.
Sì, stato sociale, certo. Un po’ di soldi alle fasce più deboli, va bene.
Tutte cose su cui i candidati al congresso potrebbero essere d’accordo.
Ma non è un po’ troppo un’agenda per questi due appuntini che suggerisce Delrio? Potrebbe bastare un post-it, quei bigliettini gialli un po’ adesivi.
Se invece serve qualcosa di più denso, che somigli a una linea politica per il partito e per il Paese, beh, allora serve un’agenda.
Condivisa, eh!
Ok, da capo. Segnatevi questa parola: agenda…
Alessandro Robecchi).
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 25th, 2013 Riccardo Fucile
IL TESORIERE MISANI SBOTTA: “IL PD RIMARRA’ LA CASA DI TUTTI, A PARTIRE DA COLORO CHE L’HANNO GUIDATO E CHE MERITANO RISPETTO E GRATITUDINE”
Una stanza un metro per due, uno stanzino in realtà .
Ma nel Pd alle prese con la ricerca delle regole (venerdì è prevista la direzione, ndr) anche un ufficio da destinare all’ex leader diventa un caso, anzi un casus belli.
Pier Luigi Bersani ex segretario del Pd non avrà il suo ufficio al Nazareno, sede del partito.
Ci ha rinunciato dopo un polverone, tanto da dover far intervenire un alto dirigente del partito. “Tra le tante (troppe) polemiche inutili nel Pd, quella sulla stanza di Bersani è la più stupida e assurda. Lo voglio dire con la massima chiarezza: il Partito democratico è e rimarrà la casa di tutti, a partire da coloro che si sono assunti la responsabilità di guidarlo dalla sua nascita in avanti e che meritano rispetto e gratitudine. Vale per Pier Luigi Bersani, così come per Walter Veltroni, Dario Franceschini e oggi Guglielmo Epifani” ha dichiarato il tesoriere del Pd, Antonio Misiani, smentendo che all’ex segretario sia stato chiesto di liberare la stanza che ancora occupa nella sede nazionale al Nazareno.
Tutto sarebbe nato, si mormora nei corridoi del partito, dalle critiche sottotraccia di alcuni suoi colleghi.
Tanto da far rinunciare il candidato premier, per la prima volta ad una prassi consolidata, visto che da anni gli ex leader avrebbero diritto ad un proprio ufficio.
La vicenda è stata portata oggi alla luce dalla Velina Rossa di Pasquale Laurito .
“Si è perso — scrive il giornalista — ogni ritegno e si ha la sensazione che non esista più rispetto per chi ha lavorato per il partito. Gli uomini possono essere criticati per le loro scelte, ma quando si arriva ad essere maleducati e a polemizzare perfino sulla stanza che spetta ad un ex segretario di partito, c’è davvero da allarmarsi. Evidentemente ci sono già i gerarchetti pronti a compiacere il nuovo ducetto”.
Ma che un problema ci sia stato sulla stanza dell’ex segretario è indubitabile, visto l’intervento ufficiale del tesoriere.
Bersani, che giovedì farà una manifestazione a sostegno di Gianni Cuperlo, in ogni caso dovrà probabilmente trovare un’alternativa, visto che neppure al gruppo di Montecitorio ha una stanza privata.
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Settembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile
LA DIREZIONE SLITTA A LUNEDI 10
«Non sono amareggiato. Risolveremo tutto, vedrete… ». Epifani mostra ottimismo. Ma è costretto ad ammettere che quanto è accaduto nell’Assemblea democratica di sabato è «umiliante».
«Il Pd non è nel caos ma dobbiamo finirla di dare al paese uno spettacolo che non ci onora: questo tormentone ci umilia».
Garantisce inoltre, il segretario democratico, in un comizio alla festa del partito a Modena, che la data delle primarie sarà quella indicata, e cioè l’8 di dicembre.
E di slittamenti, nonostante le lungaggini delle regole che per l’appunto non si è riusciti a cambiare, non ce ne saranno.
Quindi, stop ai sospetti dei renziani – ma anche dei “giovani turchi”, supporter dello sfidante Gianni Cuperlo – su Bersani
Tuttavia il percorso sarà deciso dalla direzione.
Era convocata per venerdì prossimo, ma slitterà . Marina Sereni, alla quale spetta il compito della convocazione, dice che probabilmente la direzione si terrà lunedì 30. E non sarà una passeggiata.
«Siamo al cortocircuito e dobbiamo venirne a capo», ragiona Roberto Morassut che nel “comitatone” per le regole del congresso aveva proposto diverse mediazioni sulla questione che ha provocato il flop dell’Assemblea, la separazione cioè tra segretario e candidato premier. Voluta dai bersaniani e dalla sinistra del Pd, dopo che l’accordo sembrava essere stato trovato, è stata bocciata.
Ha rappresentato il casus belli. Renzi si è sempre detto contrario. Bindi è scesa in trincea.
Ora i renziani chiariscono il punto: «In direzione ciascuno si prenderà le sue responsabilità », fissa i paletti il renziano Guerini.
Del resto lo Statuto e quindi le regole del partito si possono cambiare solo in Assemblea. Se leadership (del partito) e premiership coincidono, come è sempre stato, così sarà . Spetta sempre a Epifani cercare di evitare lo scontro e la rigidità delle posizioni.
Il segretario pertanto lancia un appello: i candidati segretari – ad oggi Renzi, Cuperlo, Civati e Pittella – non si arrocchino ma aprano.
Quando sarà il momento delle primarie per Palazzo Chigi, abbiano la generosità di cancellare di fatto l’automatismo secondo il quale, e a norma di Statuto, solo il futuro segretario del Pd può candidarsi.
Se Enrico Letta, l’attuale premier, vorrà correre, non sia certo escluso.
Insomma, le modifiche bloccate dal caos dell’Assemblea possono rientrare in gioco «se i candidati alla segretaria – spiega Epifani – sottoscrivessero e si impegnassero a non essere candidati automaticamente alla premiership» una volta eletti alla guida del partito.
L’incertezza è però tanta, e le tensioni crescono.
Letta, chiamato in causa e anche lui accusato di volere intralciare Renzi e perciò di puntare sullo slittamento del congresso, prima di partire per il Canada telefona a Epifani: «Resto fuori dal congresso», fa poi sapere. Lo scontro tra le correnti democratiche e la sorte del governo non siano intrecciati. Però è molto difficile a questo punto che i lettiani nella sfida per la segreteria appoggino il sindaco “rottamatore”.
Paola De Micheli lo dice chiaramente: dopo tutte le bordate di Matteo a Enrico, sarà difficile. Stasera si riunisce di nuovo il “comitatone” per le regole per cercare di salvare il salvabile di un lavoro iniziato a giugno e naufragato.
Giovedì inoltre i bersaniani lanciano la loro iniziativa pubblica a sostegno di Cuperlo.
Giovanna Casadio
(da “La Repubblica“)
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Settembre 22nd, 2013 Riccardo Fucile
L’ASSENZA DI 500 DELEGATI E LA LITE SULLE REGOLE TRA LE CORRENTI PARALIZZANO L’ASSEMBLEA NAZIONALE DEL PD
“Altro che primarie dell’Immacolata. Qua serve il miracolo dell’Immacolata per riuscire a farle”. La sintesi migliore dell’ennesima giornata di follia collettiva del Pd la fa Beppe Fioroni.
Assemblea finita, certezze nessuna, battaglia rimandata a venerdì, in direzione.
“Sono state ritirate le modifiche statutarie. Il congresso sarà l’8 dicembre e la direzione deciderà come procedere”.
Guglielmo Epifani sale sul palco che sono le due passate per dire che di 4 mesi di discussione non se n’è fatto ancora (quasi) niente.
Si conclude così una mattinata surreale.
I fatti: l’Assemblea vota un documento che stabilisce la data delle primarie all’8 dicembre; ma non vota le modifiche statutarie che dovevano velocizzare e snellire il percorso, per rendere possibile quella data, nonchè sancire la separazione tra segretario e candidato premier.
Lo Statuto adesso è immodificabile: se Renzi viene eletto segretario, sarà l’unico candidato premier del Pd. E Letta è fuorigioco.
Così un minuto dopo la chiusura iniziano le interpretazioni.
Tra chi, come Francesco Sanna (consigliere del premier) commenta: “Ma vale di più lo Statuto o un voto dell’Assemblea? ”.
Gli fa eco Marco Meloni, altro lettiano: “Abbiamo votato l’8 dicembre, mica abbiamo detto di quale anno”.
Una battuta, che scopre la volontà di far slittare il congresso.
D’altra parte, i bersaniani andavano dicendo da giorni, Nico Stumpo in testa: “Se non ci sono i numeri, allora si va con lo Statuto attuale e il congresso slitta a primavera”. Sull’altro fronte, il renziano Gentiloni – mentre avverte che l’8 dicembre non si tocca – commenta: “È un grande pasticcio: a furia di cercare cavilli per frenare qualcuno e per la paura che qualcuno diventi segretario, hanno reso la situazione ingovernabile”.
Per capire cosa è successo, proviamo a riavvolgere il nastro di una mattinata che sembrava andare in una direzione e poi finisce contro il muro.
L’Assemblea si riunisce di prima mattina.
La Commissione regole, dopo gli ultimi 2 giorni di conclave permanente, è arrivata a un accordo, che prevede data, congressi regionali dopo quello nazionale e separazione tra segretario e premier.
Lo illustra Gualtieri. Interviene la Bindi in persona: “I risultati della Commissione non sono consensuali e unitari: voterò contro la modifica del-l’articolo 3” (ovvero quello che stabilisce la distinzione tra segretario premier e candidato, in maniera permanente).
Spiega che non si cambia la natura di un partito in un’Assemblea. Con lei i veltroniani.
Se si fossero limitati a confermare la norma transitoria (quella che permise in via eccezionale a Renzi di correre contro Bersani) l’avrebbero votata tutti, spiegano.
In sala si comincia a vociferare che il numero legale (476 delegati) non c’è.
Intanto, parlano i candidati. Si approva il documento, con 378 sì, 74 no e 24 astenuti. Numero legale sul filo. E niente maggioranza qualificata, quella che serve per lo Statuto.
I bindiani chiedono che si voti separatamente la modifica permanente e quella temporanea. La Sereni vuol mettere al voto anche questo, la Bindi si oppone, minaccia di chiedere la verifica dei numeri.
Dal palco il responsabile Organizzazione, Zoggia annuncia che la Commissione si riunisce e l’assemblea si riaggiorna alle 13 e 30.
Passanno i minuti. Chiacchiera Matteo Orfini: “C’è mezzo Pd che ha lavorato per far mancare il numero legale in assemblea, far slittare il congresso ed evitare pericoli per il governo. Sono quelli che hanno lavorato con Letta, Franceschini, Bersani. E anche Epifani: se convochi un’assemblea e poi non riesce, ci sono delle responsabilità … ”. Zoggia un paio di settimane fa aveva ammesso che bisognava considerare decaduti 200 o 300 membri dell’Assemblea. E poi non l’ha fatto.
I minuti passano lenti.
L’atmosfera è un po’ quella del Capranica: dall’ovazione per Prodi al tradimento.
Il capo ufficio stampa del Pd, Seghetti, spiega che sì, la data c’è, ma a norma di statuto in questa situazione le primarie nazionali vanno a marzo. La riunione si scioglie. Riparte il tutti contro tutti.
Bindi: “Senza congresso salta il governo e il partito”.
I bersaniani danno la colpa a renziani, civatiani e bindiani.
Renzi commenta che si è fatta una pessima figura, ma che la data c’è e le regole pure. Cuperlo anche spinge per l’8, senza se e senza ma.
Veltroni, Bindi, i Giovani Turchi, i dalemiani e i renziani in direzione riusciranno a contrastare lettiani, bersaniani e franceschiniani, se si arriva a uno scontro?
Stando ai numeri no.
Wanda Marra
(da “il Fatto Quotidiano“)
argomento: PD | Commenta »