Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
UN ANNO DALLA MORTE DI OLIVIERO TOSCANI
Di tutte le commemorazioni di Oliviero Toscani, a un anno dalla morte, la più “toscaniana” è il
tributo che gli hanno reso, ieri, i corleonesi. Nome che i mafiosi hanno usurpato: si parla qui dei corleonesi quelli veri, i cittadini di Corleone.
Nel ’96 Toscani volle coinvolgerli in una delle sue sortite non ortodosse, e andò là per realizzare un catalogo di moda. Idea tipicamente sua, al tempo stesso semplice — quasi banale — e rivoluzionaria: sarà anche semplice, ma nessuno ci aveva pensato e nessuno lo mai ha fatto. Lui sì.
Anche un bambino può capire il senso di quel suo lavoro (come di ogni lavoro di Oliviero): vi mostro che faccia ha una comunità di persone che non c’entrano con lo stereotipo che gli è piovuto addosso, con la fama mediatica di un nome di luogo imbrattato di sangue per colpa di pochi. Vi mostro la realtà, che è al tempo stesso molto più normale e molto più straordinaria di quanto sembri. E uso la pubblicità — come ho sempre fatto — perché anche la pubblicità può essere un linguaggio civile: basta volerlo.
Toscani non era un intellettuale, era un artista istintivo, febbrile. Il suo obiettivo non coglieva i chiaroscuri, quasi ogni sua immagine è una scelta nitida, inequivoca, didascalica. Paolo Landi, che ha lavorato con lui per quasi tutto il suo percorso, ha scritto su di lui un libro che lo definisce, fin dal titolo, “comunicatore, provocatore, educatore”. La natura impulsiva e un poco spaccona di Toscani, che quando parlava era tumultuoso e incauto, rischia di far trascurare questa sua terza attitudine — educatore — che invece è stata importante. Non solo per il suo lungo lavoro a Fabrica. Per la sua voglia di coinvolgere le persone, di disturbarle, di schiodarle dalla pigrizia e dai luoghi comuni, di trascinarle nel suo viaggio emotivo. Educare: tirare fuori, portare fuori.
(da repubblica.it)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
IL COSTITUZIONALISTA AINIS: “UNA RESA DEI CONTI TRA POLITICA E MAGISTRATURA”
Se nel frattempo il mondo non sarà esploso del tutto, fra un paio di mesi ci attende un referendum. Quello sulla giustizia, che per i suoi oppositori introduce viceversa un’ingiustizia. Come voteremo? Dipende dal merito di questa riforma, però anche dal metodo con cui è stata generata. Dipende dai quesiti, ma in realtà dalla percezione dei quesiti, dalla loro «narrazione», come si dice adesso. Dipende dal testo, ma in misura anche maggiore dal contesto, dalle condizioni esterne in cui cadrà la consultazione.
Difatti ogni referendum esprime una valenza che supera lo specifico oggetto dei quesiti. Nel 1991 il referendum sulla preferenza unica promosso da Mario Segni aprì la stagione della Seconda repubblica. Incideva su un dettaglio della legge elettorale (abolendo la possibilità d’indicare tre preferenze sulla scheda), tuttavia incrociò il malcontento popolare, e accese la miccia che ha bruciato tutti i partiti della Prima repubblica. Nel 2016 il referendum sulla riforma costituzionale firmata da Renzi fu in effetti un voto pro o contro il suo governo, nonché la sua persona. L’ha riconosciuto più volte, del resto, lo stesso interessato.
Il primo fattore, dunque, sarà questo: il sentimento prevalente nei confronti di Giorgia Meloni, e in generale della sua esperienza di governo, dopo tre anni d’avventure. E se per lei va male saranno dolori. Hai voglia, infatti, a dichiarare che il tuo esecutivo non se ne lascerà scalfire, che la giustizia è tutt’altra questione, quando si tratta dell’unica riforma che sei riuscita a licenziare, dopo lo stallo del premierato e dell’autonomia differenziata. E quando tutti i tuoi alleati di governo sono schierati per il «sì», tutta l’opposizione per il «no». È uno scontro politico, quello che si delinea all’orizzonte. C’è in ballo il primato fra i consensi popolari. Nuovi equilibri, forse. Sarà per questo che la maggioranza ha accelerato il voto, sarà perché avverte la bassa marea, ne ha avuto sentore alle regionali di novembre. E teme che s’allarghi, che cresca giorno dopo giorno.
In secondo luogo, giocherà il favore verso i magistrati. È la loro
casa che la riforma vuol mettere a soqquadro. Ed è questo scompiglio la sua specifica ragione: una resa dei conti fra politica e magistratura. L’hanno ammesso, a mezza bocca, vari esponenti di governo, e a bocca piena anche il ministro Nordio. Sicché l’altro quesito sottotraccia è questo: parteggi per i politici oppure per i giudici? Tuttavia, se la fortuna dei primi precipita a ogni elezione, se resta sommersa dall’onda del non voto, la popolarità dei secondi vola rasoterra: ha fiducia nel potere giudiziario soltanto il 39 per cento degli italiani, dichiara un sondaggio Tecnè diffuso l’anno scorso. Sarà una gara al ribasso: non vince chi è più simpatico, ma chi risulta un po’ meno antipatico.
In terzo luogo c’è di mezzo il metodo col quale è stata timbrata la riforma. Con le maniere spicce, manu militari. Il Parlamento l’ha votata quattro volte senza correggere una virgola del testo scritto dal governo — un episodio senza precedenti nella storia delle revisioni costituzionali. La riforma della giustizia intende separare le carriere fra chi giudica e chi indaga, ma intanto (l’ha osservato Ferruccio de Bortoli) ha separato di netto l’esecutivo dal legislativo. Tutti respinti i 1300 emendamenti depositati dalle opposizioni. Silenziato il parere di dissenso del Csm. Ignorato lo sciopero indetto dall’Associazione nazionale magistrati. E allora l’altra domanda che ci interroga suona così: apprezzi il decisionismo del governo? A tuo giudizio la società italiana ha bisogno d’una cura autoritaria o di maggiori garanzie?
In quarto luogo conterà il racconto, conteranno anche le favole inventate per sedurre gli elettori. Questo non è un referendum sul divorzio o sull’aborto: la materia è troppo tecnica per essere
compresa a fondo da chi non ha la doppia laurea. Sicché si tira fuori il delitto di Garlasco, anche se nessun sistema può proteggerci dagli errori giudiziari. Si chiama in causa la persecuzione verso Berlusconi, che però fu assolto varie volte da giudici non ancora separati dai pm. Mentre un po’ tutti i partiti dicono il contrario di ciò che sostenevano in passato. Fabula docet, insegnavano i latini. Ma in questa circostanza sarà meglio tapparsi le orecchie.
Michele Ainis
(da Repubblica.it)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
LA CRISI DEI QUOTIDIANI, LEGATA AL PREDOMINIO DELL’INFORMAZIONE VIA WEB E SOCIAL, HA RIDOTTO ALL’OSSO I GUADAGNI DEGLI EDICOLANTI: IN MEDIA 900 EURO AL MESE … OGGI 2.100 COMUNI DI TUTTA ITALIA NON DISPONGONO PIÙ DI UN PUNTO DI VENDITA ESCLUSIVO PER LA STAMPA CARTACEA…IL GOVERNO COSA INTENDE FARE PER SALVARE UN SETTORE AGONIZZANTE?
Lo striscione bianco, inchiodato più di un anno fa sul tetto del suo chiosco, in via della Pineta
Sacchetti a Roma, ondeggia assecondando le carezze del vento. E dentro, dipinta a mano, la domanda che sa di provocazione e di richiesta di attenzione: “Chi vuole la fine delle edicole?”.
Lui, Andrea Di Silvio, questa fine non la vuole di certo: apre ogni giorno alle sei del mattino e cala la saracinesca alle venti: “Fino a quindici anni fa davamo da mangiare a due famiglie, anzi due e mezzo. Adesso sono solo. Vendevo anche 900 quotidiani al giorno, ora fatico ad arrivare a cento, e mi salvo con bustine, collezioni e sorpresine per i bambini”
A poche centinaia di metri in linea d’aria, oltre il Policlinico Gemelli e sulla via Trionfale, proprio all’altezza della chiesa che Aldo Moro quotidianamente frequentava, Giorgio Canali, invece, sta svuotando la sua edicola: “Sì, dopo 32 anni, chiudo. E’ cambiato il modo di leggere, bisogna prenderne atto. Vado a fare il magazziniere in una farmacia. Anzi è tardi, debbo attaccare a mezzogiorno”.
A Roma Nord, come del resto nelle altre zone della città, diventa sempre più difficile comprare un giornale. Molte chiusure, a partire dalla più grande edicola dell’area, in via Cortina d’Ampezzo, e pochi eroi che fanno resistenza. Come Adolfo, che da vent’anni gestisce il chiosco di Piazza dei Giuochi Delfici. Un monumento, per chi ancora si ostina a leggere la carta stampata, anziani soprattutto.
E Roma non è, naturalmente, un’eccezione: crollo delle edicole anche a Milano, a Torino, a Napoli, nei paesi più piccoli. Con alcune eccezioni: le province di Bolzano e di Sondrio, che vedono crescere leggermente questa tipologia di imprese e, curiosamente, Oristano in Sardegna che mantiene tutte le sue 51 rivendite.
Secondo il sindacato UILtucs, che ha lavorato su proiezioni Infocamere 2025-26, all’inizio di quest’anno i punti di vendita attivi sarebbero in tutta Italia soltanto 10.220, con una flessione del 4,7 per cento rispetto allo scorso anno, e una del 23 per cento in soli sei anni, nei quali si sono perse 3.200 edicole.
Ma quindici anni fa i chioschi erano ben 38 mila in tutto il Paese e dunque in appena tre lustri, dal 2010 ad oggi, si sono ridotti di oltre il 70 per cento. La crisi colpisce duramente le imprese individuali, che sono l’82 per cento delle edicole italiane e i cui
titolari sono sempre più anziani.
Gli “under 35” alla guida di un’edicola sono ridotti al lumicino: meno del 6 per cento del totale nazionale. In un anno soltanto, secondo le stime UILtucs Unioncamere, se ne andranno altri 580 ragazzi rispetto al 2025.
Un addio a un lavoro che impone orari e condizioni sacrificate, e che, secondo il dato diffuso l’estate scorsa stavolta dal sindacato Sinagi Cgil, garantisce un reddito medio di appena 900 euro al mese. E se ne vanno le donne imprenditrici, che due anni fa, riferisce Unioncamere, avevano ancora in mano il 37 per cento delle imprese registrate, mostrando una particolare affezione a questo settore (in tutti gli altri ambiti di impresa, la titolarità femminile è invece solo del 22 per cento).
Più in generale, ben 2100 comuni di tutta Italia non dispongono più di un punto di vendita esclusivo per la stampa cartacea. La crisi dell’editoria, con il crollo delle vendite di quotidiani e periodici e la contemporanea diffusione di Internet, smartphone e social media, ha spostato il consumo di notizie.
Le edicole tentano di resistere anche con vendite di biglietti, figurine, magliette, libri, giocattoli e altri prodotti e servizi, ma non sempre ce la fanno. Il vero rischio è la desertificazione culturale.
Vedremo quale risposta vogliono dare governo, regioni, editori, distributori, sindacati di categoria, per evitare che questi importanti presidi culturali vengano cancellati del tutto, colpendo a morte i giornali di carta.
(da professionereporter.eu)
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Gennaio 14th, 2026 Riccardo Fucile
“A ME NON È MAI SUCCESSO DI SENTIRMI UN CERVELLO IN FUGA: NELLA FORMAZIONE SCIENTIFICA È NORMALISSIMO ANDARE ALL’ESTERO PER UN PERIODO. IN ITALIA I RICERCATORI SONO PAGATI POCO. GRAZIE AL CALCIO HO IMPARATO IL SACRIFICIO”
All’espressione “cervello in fuga” sorride. «In Italia siete un po’ fissati», dice. Ma su un punto non arretra: «La ricerca italiana è meno competitiva, perché c’è meno sostegno economico e i dottorati vengono pagati poco e male rispetto ad altri Paesi come la Germania e l’Austria».
Francesca Ferlaino, 48 anni e da 20 anni residente in Austria dove dirige l’Istituto di ottica quantistica e informazione quantistica, è stata proclamata “Scienziata austriaca dell’anno” per le sue ricerche sulla fisica dei quanti, titolo conferito dal Club austriaco dei giornalisti dell’istruzione e della scienza.
È un riconoscimento (non l’unico) che arriva al termine di un cammino lungo, fatto di “cuore”, passione pura, studio rigoroso e tenacia. Una tenacia che affonda le radici molto prima dell’università e dei laboratori: nell’infanzia trascorsa dietro le quinte del mondo del calcio, il mondo del Napoli calcio, cui ha avuto accesso sin da bambina in quanto figlia di Corrado Ferlaino, il presidente “azzurro” che insieme a Diego Armando Maradona ha regalato alla città una indimenticabile favola sportiva e due scudetti
Dottoressa, lei ha costruito in Austria la sua carriera. Ora arriva un importante premio. Verrebbe da dire che lei è “un cervello in fuga”. Lei si riconosce in questa categoria?
«No, onestamente no. Gli italiani hanno una vera fissazione per i “cervelli in fuga”, questa è una immagine un po’ stereotipata. A me non è mai successo di sentirmi un cervello in fuga: nella formazione scientifica è normalissimo andare all’estero per un periodo. È successo a me, è successo a tantissimi miei colleghi.
Né ho mai avuto la sensazione che in Italia non ci fosse niente. Un mio collega di Firenze oggi è ricercatore lì, ha il suo laboratorio di Ricerca e fa ottime cose».
Quindi partire non era una scelta definitiva?
«No. Quando sono arrivata in Austria, pensavo di restare tre mesi, acquisire una tecnica e tornare. Poi, tra premi, sovvenzioni e opportunità, ho potuto costruire qui qualcosa di mio e sono rimasta. Ma sarei potuta tornare anche in Italia: avrei semplicemente seguito un percorso diverso».
Eppure i numeri raccontano una difficoltà strutturale della ricerca italiana. Dove sta il problema?
«La ricerca italiana è meno competitiva perché c’è meno sostegno economico da parte dello Stato. Il costo della vita a Firenze o in Austria è simile, ma uno studente di dottorato in Italia guadagna anche il 30-40% in meno rispetto a Germania o Austria».
Quando ha capito che la Fisica era la sua strada?
«Fino alla terza media ho frequentato una scuola francese in Italia, poi il liceo classico Umberto I a Napoli. Uscivo dal liceo piuttosto confusa: mi piacevano tante cose, dalla biochimica alla fisica. Ero molto aperta. Per meriti scolastici feci l’esame da privatista a 17 anni, un anno prima. Avevo un appuntamento all’Università con un amico e finii ad assistere, per curiosità, a una lezione di fisica. Non capii praticamente niente, ma fu amore a prima vista. Dissi: questo è il mio futuro. Mi sono lasciata guidare dal cuore».
E il cuore l’ha portata lontano da un’eredità di famiglia che qui a Napoli fa ancora battere migliaia di cuori. Lei è figlia di Corrado Ferlaino e ha vissuto da vicino il Napoli di Maradona. Che ricordi le ha lasciato quel periodo?
«Oggi, con l’età, mi rendo conto di aver vissuto un privilegio: viaggiavo tantissimo con mio padre, seguivo la squadra in trasferta. Ero curiosissima.
Vivevo lo spogliatoio, i ritiri, le partite. Era tutto magico.
Però quello che ho visto mi ha insegnato soprattutto quanto lavoro c’è dietro il talento: molti calciatori lasciano la famiglia da giovanissimi, affrontano allenamenti durissimi, seguono regole ferree, uno stile di vita fatto di disciplina e rinunce. C’è da parte loro una sforzo, una dedizione incredibile, a cui spesso non si presta attenzione. Invece ogni giocatore porta con sé il peso del duro lavoro, il desiderio di non mollare. E se io non ho mollato nei momenti più difficili del mio percorso, è anche perché, guardando questi calciatori, ho capito che il talento non emerge fino in fondo se non lavori».
Anche Maradona, quindi, non era solo genio.
«Maradona era un fuoriclasse. Era sempre lì ad allenarsi.Con mio padre aveva un rapporto speciale. Ricorderò sempre l’enorme legame tra loro».
(da agenzie)
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Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile
FDI HA PUNTATO I PIEDI (“LA CENTRALIZZAZIONE DI SALVINI NON HA SENSO”) ANCHE COME RIPICCA, PERCHE’ IL CARROCCIO È CONTRARIO AL DOPPIO INCARICO PER MASSIMO SESSA, PRESIDENTE DEL CONSIGLIO SUPERIORE DEI LAVORI PUBBLICI CHE IL MINISTRO DELLO SPORT, ANDREA ABODI, HA INDICATO COME COMMISSARIO STRAORDINARIO PER GLI STADI PER GLI EUROPEI DI CALCIO 2032
Doveva essere il grande giorno di Claudio Andrea Gemme, l’amministratore delegato di Anas
cheMatteo Salvini, suo “sponsor” politico, voleva nominare super commissario per le strade. A lui «compiti, funzioni e poteri» dei 13 manager straordinari che attualmente gestiscono 93 maxi-cantieri sparsi per l’Italia. Così c’è scritto nel decreto, anticipato da Repubblica, che ieri pomeriggio era atteso sul tavolo del Consiglio dei ministri.
Al mattino è tutto pronto: il provvedimento figura nell’ordine del giorno della sessione preparatoria. Ma quando Palazzo Chigi mette giù il “menù” del Cdm, in programma tre ore dopo, il decreto scompare. Nel mezzo esplode una lite tra Fratelli d’Italia e Lega. Ecco perché le norme vengono rinviate.
I meloniani puntano i piedi: «La centralizzazione di Salvini – annotano fonti di partito – non ha senso». È una contrarietà al disegno del Carroccio, ma anche una ripicca. Nelle stesse ore, infatti, i leghisti protestano sotto traccia contro un’altra norma del decreto, gradita invece ai Fratelli.
È quella che autorizza il doppio incarico per Massimo Sessa, il presidente del Consiglio superiore dei lavori pubblici che il ministro dello Sport, Andrea Abodi, ha indicato come commissario straordinario per gli stadi in vista degli Europei di calcio del 2032.
Il decreto che ha avviato l’iter della nomina prevede che il commissario straordinario, se dipendente pubblico, sia collocato fuori ruolo o in aspettativa per tutta la durata del nuovo incarico.
Sessa è un dipendente pubblico e non può quindi ricoprire i due ruoli. La questione intercetta anche l’impossibilità di cumulare gli stipendi.
Tra l’altro, quello da commissario per gli stadi è pari a 132mila euro, più basso di circa 50mila euro rispetto a quello che il manager percepisce al Mit. Nell’area governativa di FdI si pensa a una soluzione, appunto a una norma per rendere possibile la doppia mansione.
Un bel problema vista l’urgenza di avviare i lavori per la costruzione degli impianti sportivi. Da qui, la necessità di «consentire una maggiore flessibilità nella procedura di nomina del commissario di cui trattasi». Ma la misura non è gradita al partito di via Bellerio. Salvini vuole che Sessa scelga tra i due incarichi.
Nasce così il dissidio con i meloniani che risponderanno appunto contestando la nomina di Gemme. Le opposizioni vanno all’attacco. «Il governo – incalzano i deputati del Pd Marco Simiani e Andrea Casu – sceglie di concentrare tutto su un’unica figura, ammettendo di fatto il proprio fallimento».
Il Mit riferisce all’Ansa che lo slittamento del decreto è dovuto a un affinamento delle norme per il Ponte sullo Stretto. Ma nel testo – validato dal ministero il 9 gennaio attraverso uno scambio di mail – non si fa alcun riferimento al Ponte. Anche il cosiddetto concerto trasmesso in serata da Salvini e dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ad Abodi per la nomina di Sessa non risolve la questione del doppio incarico.
Ma nel frattempo emerge un altro elemento che conferma la contrarietà di Salvini alla soluzione desiderata dai Fratelli per Sessa. Al suo posto, alla guida del Consiglio superiore dei lavori pubblici, il leader della Lega vuole piazzare Elisabetta Pellegrini, coordinatrice della struttura tecnica di missione al Mit e sua fedelissima.
(da agenzie)
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Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile
“QUESTO VUOTO FINISCE PER ESSERE UN REGALO AGLI AYATOLLAH”
Colpisce la mancanza di solidarietà dei giovani dell’Occidente di fronte al martirio dei loro coetanei iraniani, che protestano e muoiono per rivendicare il diritto di fare le stesse cose che in Occidente appaiono naturali: ascoltare musica, ballare, girare vestiti come si vuole, amare chi si vuole; e scegliere democraticamente da chi si intende essere governati.
Intendiamoci: è normale che i giovani dell’Occidente siano più severi, più critici, più esigenti con chi appartiene alla nostra parte di mondo. Ma questo silenzio, questo vuoto finisce per essere un regalo agli ayatollah. Se le strade di Roma, di Milano, di Parigi, di Berlino, di Madrid, di Barcellona, di Londra si riempissero di giovani in sostegno della rivolta iraniana, i giovani iraniani sarebbero più forti. Poi certo se la soluzione fosse facile la si sarebbe già trovata.
Non è la prima volta, dal 1979, che il regime vacilla. L’idea che torni il figlio dello Scià mi pare un po’ vaga, un po’ costruita a tavolino, tipo Karzai in Afghanistan. Ma di fronte a una teocrazia barbuta, vecchia, violenta, non schierarsi equivale a stare con Khamenei.
Gli ayatollah definiscono i giovani ribelli «nemici di Dio». Ma chi lo stabilisce? Quando un uomo decide da quale parte sta Dio, sta bestemmiando. Non c’è fede, non c’è religione, non c’è pietà nelle sue parole; c’è solo attaccamento al potere, difeso dalle squadracce mascherate che sparano sui ribelli all’altezza del cuore.
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile
GLI AZZURRI SOFFIANO ANCHE ALLA LEGA DUE PARLAMENTARI, ATTILIO PIERRO E DAVIDE BERGAMINI. PERCORSO INVERSO PER LA DEPUTATA ANNARITA PATRIARCA… IL POSSIBILE RITORNO A “CASA” DI MICHELA VITTORIA BRAMBILLA E L’AVVICINAMENTO PERICOLOSO DEL “PISTOLERO” EMANUELE POZZOLO, ESPULSO DA FRATELLI D’ITALIA, AL GENERALE VANNACCI
Al via il calciomercato di “riparazione” nel centrodestra. L’anno inizia tra campagna acquisti e
sgambetti tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia. Il primo schiaffone lo rifila Forza Italia alla Lega.
Due parlamentari, eletti nel Carroccio, Attilio Pierro e Davide Bergamini, salutano Matteo Salvini, passando al Gruppo Misto.
Ma si tratta solo di un parcheggio momentaneo. I due ex leghisti dovrebbero annunciare a breve l’adesione a Forza Italia. Chi di spada ferisce…Potrebbe, infatti, seguire la strada opposta la deputata Annarita Patriarca, messa ai margini nella gestione Tajani. La fine della legislatura non è lontana. Occorre capire cosa fare. Oltre alla Lega c’è l’opzione Fratelli d’Italia. A spingere per l’ingresso di Patriarca in FdI è il viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli.
In Forza Italia si muove anche la corrente “in Libertà” di Roberto Occhiuto. Il primo arrivo sarà Manlio Messina, ex vicecapogruppo meloniano a Montecitorio. Potrebbe ritornare in FI, via Occhiuto, anche Michela Vittoria Brambilla.
In casa Lega, con il proprio movimento “Il Mondo al contrario”, è in piena attività il generale Roberto Vannacci che pare abbia strappato convinto Emanuele Pozzolo, il “pistolero” di Capodanno, espulso dal partito di Meloni
(da Domani)
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Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile
ANCHE IL SEGRETARIO AL TESORO, SCOTT BESSENT, FA SAPERE DI NON APPROVARE: “CREERÀ IL CAOS SUI MERCATI” … GLI EX PRESIDENTI DELLA FED ANCORA IN VITA RILASCIANO UNA DICHIARAZIONE CONGIUNTA DURISSIMA CONTRO TRUMP. E JANET YELLEN AGGIUNGE: “E’ LA STRADA VERSO LA REPUBBLICA DELLE BANANE”
Scott Bessent non approva l’indagine del dipartimento di Giustizia sul capo della Federal Reserve, Jerome Powell, e lo hafatto sapere a Donald Trump. Secondo Axios, il segretario al Tesoro ha detto al presidente che l’inchiesta rischia di “creare il caos” e danneggiare i mercati.
Ma le preoccupazioni di Bessent non sono solo di tipo finanziario. Il mandato di Powell scade a maggio ma il segretario sperava che se Trump avesse nominato un sostituto prima lui se ne sarebbe andato. Con l’indagine, ritiene Bessent, “Powell è irremovibile. Questo ha davvero complicato le cose”.
Tutti gli ex presidenti della Fed ancora in vita hanno rilasciato una dichiarazione congiunta in cui criticano l’indagine penale a carico del presidente della banca centrale Usa, Jerome Powell, affermando che l’iniziativa del Dipartimento di Giustizia è “inappropriata” per il Paese.
“L’indagine penale sul presidente della Federal Reserve, Jay Powell, rappresenta un tentativo senza precedenti di utilizzare azioni giudiziarie per minare tale indipendenza”, si legge nella dichiarazione, firmata anche da altri ex leader economici statunitensi.
Inizio di fronda repubblicana al Senato contro l’inchiesta del dipartimento di giustizia nei confronti del presidente della Fed Jerome Powell. Il senatore repubblicano statunitense Thom Tillis, membro della Commissione bancaria del Senato che valuta i candidati presidenziali per la Fed, ha affermato che la minaccia di incriminazione mette in discussione “l’indipendenza e la credibilità” del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti.
Tillis, che non si ricandida quest’anno, ha dichiarato che si opporrà a qualsiasi candidato di Trump alla Fed, incluso chiunque venga nominato per succedere a Powell alla guida della banca centrale, “fino a quando questa vicenda legale non sarà completamente risolta”.
La senatrice Lisa Murkowski ha annunciato il suo sostegno al piano del collega repubblicano: “I rischi sono troppo elevati per voltarsi dall’altra parte: se la Federal Reserve perde la sua indipendenza, la stabilità dei nostri mercati e dell’economia nel suo complesso ne risentiranno”, ha scritto su X.
Un’iniziativa accolta negativamente dai mercati e che rischia di minare l’indipendenza della Fed, allargando ulteriormente quel potere esecutivo che The Donald sta usando in modo sempre più abnorme, secondo i suoi detrattori.
In un videomessaggio Powell ha reagito subito con toni durissimi: “Nutro un profondo rispetto per lo Stato di diritto e per la responsabilità nella nostra democrazia. Nessuno — certamente non il presidente della Federal Reserve — è al di sopra della legge. Ma questa azione senza precedenti dovrebbe essere vista nel contesto più ampio delle minacce e delle pressioni continue dell’amministrazione” per tassi di interesse più bassi e, più in generale, per una maggiore influenza sulla Fed, ha spiegato.
“Questa nuova minaccia non riguarda la mia testimonianza dello scorso giugno né la ristrutturazione degli edifici della Federal Reserve. Non riguarda il ruolo di supervisione del Congresso … Quelli sono pretesti. La minaccia di accuse penali è una conseguenza del fatto che la Federal Reserve stabilisce i tassi di interesse sulla base della nostra migliore valutazione di ciò che serve all’interesse pubblico, anziché seguire le preferenze del presidente”
“E’ la strada verso la Repubblica delle banane”, ha sentenziato Janet Yellen, ex presidente della banca centrale americana e poi segretario al Tesoro con Biden. Condanna anche dai dem e inizio di fronda repubblicana al Senato, dove Thom Tillis, membro della Commissione bancaria che valuta i candidati presidenziali per la Fed, ha annunciato che si opporrà a qualsiasi nomina di Trump, incluso chiunque venga nominato per succedere a Powell alla guida della banca centrale, “fino a quando questa vicenda legale non sarà completamente risolta”.
La senatrice Lisa Murkowski ha promesso sostegno al piano del collega repubblicano. Secondo Jan Hatzius, capo economista di Goldman Sachs, “è evidente che ora ci sono maggiori preoccupazioni sul fatto che l’indipendenza della Fed sia sotto attacco”.
Wall Street per ora ha reagito con prudenza e, dopo un’apertura in calo, ha recuperato e proseguito contrastata, con il Dow Jones in lieve rosso e gli altri due indici in positivo. Ma altri indicatori sono negativi: l’oro e l’argento hanno raggiunto un massimo storico, il dollaro è sceso e i rendimenti dei titoli di Stato americani a dieci anni sono saliti.
(da agenzie)
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Gennaio 13th, 2026 Riccardo Fucile
È UN CAMBIAMENTO EPOCALE RISPETTO A 20 ANNI FA, QUANDO SOLO UN TERZO DEI CITTADINI DICEVA DI NON VOLERSI SCHIERARE NÉ CON I DEMOCRATICI NÉ CON I REPUBBLICANI… CON TRUMP CHE STA RIVOLTANDO LA DEMOCRAZIA COME UN CALZINO E L’OPPOSIZIONE DEM CHE SI STA RADICALIZZANDO VERSO SINISTRA, SEMPRE PIÙ PERSONE NON SI SENTONO RAPPRESENTATE DAGLI SCHIERAMENTI TRADIZIONALI
Aumentano gli indipendenti negli Stati Uniti. Secondo l’ultimo sondaggio Gallup, infatti, poco
meno della metà, il 45%, si definisce tale. Un cambiamento notevole rispetto a 20 anni fa, quando solo un terzo dei cittadini Usa diceva di non volersi schierare ne’ con i democratici ne’ con i repubblicani. Stando alla rilevazione, gli indipendenti crescono negli Stati Uniti per via dell’insoddisfazione nei confronti del partito al potere. I giovani, in particolare, sono i più ostili ai partiti tradizionali. Più della metà della generazione Z e dei millennial si identifica come indipendente.
(da agenzie)
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