Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
“MESSICO E COLOMBIA CENTRALI, L’IMPORTANTE E’ COLPIRE I CARTELLI”
Il Venezuela? «Non domina né orienta il mercato mondiale degli stupefacenti». Chi
sostiene il contrario? «Spesso lo suggerisce in modo strumentale». Il procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri, da sempre in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata, non ha dubbi: il ruolo di Caracas «nel narcotraffico internazionale è marginale se confrontato con quello delle principali rotte globali».
Quali sono le grandi direttrici del traffico di stupefacente?
«L’America centrale e il Messico, che restano gli snodi decisivi per l’accesso al mercato nordamericano ed europeo».
Il presidente Trump accusa il Venezuela di inondare le strade
americane di fentanyl. Propaganda?
«Non esistono riscontri indipendenti e verificati che indichino il Venezuela come centro di produzione di droghe sintetiche. La quasi totalità della sintesi di fentanyl e di altre sostanze oppioidi sintetiche avviene in Messico».
Nulla c’entra Caracas?
«Attribuirle un ruolo centrale anche in questo segmento significa confondere i piani e sovrapporre fenomeni diversi, più per esigenze di narrativa politica che sulla base di dati oggettivi».
Insomma, è stata fatta una ricostruzione strumentale?
«L’enfasi sul Venezuela come perno del narcotraffico globale appare sproporzionati e funzionale a giustificare pressioni diplomatiche e azioni coercitive, piuttosto che a descrivere con realismo la struttura effettiva delle reti criminali transnazionali».
Il cartello venezuelano Tren de Aragua non ha rilevanza?
«Si tratta di un’organizzazione criminale che negli ultimi anni ha messo radici in diversi paesi dell’America Latina e anche negli Stati Uniti, ma il cui core business è sempre più legato alla tratta e allo sfruttamento dei migranti, piuttosto che al traffico internazionale di droga».
La politica di Trump è una reale strategia contro il narcotraffico o ha fini geopolitici?
«Se la ragione dell’arresto del presidente Maduro fosse davvero la lotta al narcotraffico, l’amministrazione americana dovrebbe concentrare la propria attenzione innanzitutto su Paesi che producono cocaina e oppioidi sintetici, non su uno Stato che svolge prevalentemente un ruolo di transito».
Colpire ad ampio raggio non può essere una strategia vincente?
«Non è così che, storicamente, si combatte il narcotraffico: non si colpiscono i nodi marginali lasciando intatti i centri di produzione. A meno che, naturalmente, la giustificazione antidroga non sia solo uno strumento retorico, funzionale a obiettivi di tutt’altra natura».
Mi sembra scettico, sbaglio?
«In questo caso, il sospetto è che entrino in gioco interessi geopolitici ed economici più ampi».
Ad esempio?
«Primo tra tutto il controllo o la gestione indiretta delle immense riserve petrolifere venezuelane, tra le più grandi al mondo».
Nel suo discorso, il presidente Trump l’ha detto nemmeno troppo tra le righe.
«La storia delle relazioni internazionali è ricca di esempi in cui “la guerra alla droga”, alla criminalità o alla sicurezza è stata utilizzata come espediente narrativo per mascherare finalità strategiche, energetiche o di influenza regionale. Ignorare questo precedente significherebbe rinunciare a una lettura realistica delle dinamiche in atto e accettare spiegazioni che reggono più sul piano politico che su quello dei fatti».
Quali sono oggi i protagonisti del narcotraffico internazionale?
«Il Messico è il principale centro di produzione di fentanyl e di altri oppioidi sintetici, grazie ai rapporti consolidati che i cartelli messicani intrattengono con fornitori di precursori chimici, in larga parte di origine cinese».
La Colombia?
«Insieme con il Perù e la Bolivia resta tra i tre maggiori produttori mondiali di cocaina. Poi l’Ecuador, con il Brasile,
svolge un ruolo sempre più centrale come piattaforma logistica per l’esportazione della cocaina verso i principali mercati di consumo: Nord America, Europa, Asia e Oceania. In particolare, i grandi porti commerciali e le infrastrutture di trasporto di questi Paesi vengono sfruttati per occultare la droga nei flussi legali di merci».
Le mafie italiane hanno un ruolo in questo mercato?
«La ’ndrangheta è oggi l’organizzazione criminale italiana più coinvolta nel traffico internazionale di cocaina. Tuttavia anche le diverse articolazioni della camorra, le famiglie di Cosa Nostra e i clan pugliesi continuano a detenere quote rilevanti del mercato. Accanto alle famiglie storiche, poi, stanno emergendo con forza nuovi attori criminali transnazionali, in particolare i clan albanesi».
Il problema delle droghe non è solo sanitario o criminale, ma profondamente economico.
«Oggi si riesce a intercettare appena il 10-12% di sostanze che entrano nel mercato dello spaccio, mentre si confisca meno dell’1% dei profitti generati dal narcotraffico».
Le politiche attuali hanno fallito?
«Colpire la merce senza intaccare seriamente i flussi finanziari significa lasciare intatto il motore del sistema. Eppure le strategie alternative non mancherebbero».
Ad esempio?
«Tracciamento internazionale dei capitali, cooperazione fiscale e giudiziaria, contrasto ai paradisi fiscali, rafforzamento delle unità antiriciclaggio e responsabilizzazione degli intermediari economici. Eppure è proprio questo terreno, quello dei grandi
interessi economici e finanziari, che continua ad essere eluso, mentre si insiste su approcci che hanno dimostrato da tempo tutti i loro limiti».
(da La Stampa)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
LA TRAVE NEGLI OCCHI ALTRUI DIVENTA UNA PAGLIUZZA NEGLI OCCHI DEI “NOSTRI”
Chi non sa cosa diavolo dire (von der Leyen, per esempio) fa dichiarazioni edificanti quanto vaghe, tipo “siamo al fianco dei venezuelani”. Che non vuole dire niente, ma purtroppo in politica nessuno pensa mai che un decoroso silenzio, quando non si sa che pesci pigliare, vale molto di più di un balbettio pilatesco.
Certo, non è facile prendere posizione su quello che sembra più un titolo di cronaca nera che una pagina di politica internazionale: “Caudillo in declino rapito nella notte, nella sua camera da letto, da un commando di stranieri armati fino ai denti”. Ma impressiona assai constatare come anche un sacco di begli spiriti democratici non abbiano trovato nulla da ridire su un atto così platealmente illegale, arbitrario e violento. Almeno per salvare la forma.
Ma, come già detto ormai infinite volte negli ultimi tempi, la forma è data ormai per spacciata: perché mai, dunque, tentare di salvarla? E poi Maduro era un tirannello, al potere grazie a brogli e prepotenze, amico degli ayatollah, di Putin, dei poveri cubani (allo stremo perfino più dei venezuelani), ne consegue che bisogna essere felici della sua caduta e non farsi troppe domande su ragioni e metodo della detronizzazione.
Esiste un fondamentalismo occidentale che pensa in modo occidentale solo quando si tratta di fare le pulci a chi non ha
molta pratica di democrazia e di diritti. Quando poi si tratta di menare le mani, però, democrazia e diritti diventano un impiccio. La trave negli occhi altrui diventa una pagliuzza negli occhi dei “nostri”. Ma le travi sono travi, e una politica di sopraffazione coloniale rimane odiosa, e antidemocratica, anche quando un bullo grande annienta un bullo piccolo
(da Repubblica.it)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
GLI USA SMETTONO DEFINITIVAMENTE DI ESSERE TERRA’ DI OPPORTUNITA’. THE GAME IS OVER
La dottrina Monroe (1823) e il corollario di Theodore Roosevelt (1904) sono stati
giustamente identificati dagli esperti di cose statunitensi come la matrice dell’intervento militare di Donald Trump in Venezuela. Ne ha scritto Mario Del Pero che ha, appunto, parlato del “corollario” Trump al “corollario” Roosevelt. Perché?
Partiamo dal corollario del presidente Roosevelt. Questo contemplava il diritto e l’obbligo degli Usa di intervenire militarmente negli affari dei paesi latino-americani per ragioni di «polizia internazionale», quando si riscontravano «violazioni croniche della legge, o un’impotenza che porta a un generale allentamento dei legami della società civilizzata».
Il corollario Roosevelt riposava su una premessa razzista nei confronti delle società cattoliche latinoamericane, una credenza che riempiva volumi di antropologi e scienziati sociali, preoccupati anche per l’immigrazione in massa dall’Italia cattolica e arretrata. Civilizzazione come giustificazione al dominio. All’interno di questa cornice di antico lignaggio coloniale e ottocentesco, si inseriva il corollario di Roosevelt.
Il corollario di Trump ha qualcosa di simile e di diverso. Nella conferenza stampa, Trump ha detto che il Venezuela non si sapeva governare democraticamente. E qui dobbiamo fermarci. Perché il corollario di Trump mostra una torsione razziale esplicita ma non perché intende “civilizzare” né, come altri presidenti in passato, per esportare la democrazia. Ciò a Trump non interessa. E in questo senso, la sua posizione è nuova. Il
fatto nuovo è questo: il Venezuela esporta braccia da lavoro.
A causa dell’instabilità del loro paese, molti venezuelani hanno preso la via dell’emigrazione verso la terra del sogno americano. Qui sta il fulcro della dottrina Trump, perfino più importante dell’ovvio progetto di controllo dei giacimenti petroliferi nelle acque territoriali venezuelane. Ma fermare l’invasione è il tema che interessa.
Il bombardamento di Caracas è stato un’azione militare di difesa – non dai narcos, che non provengono dal Venezuela – ma dagli immigrati. La politica di Trump più che un corollario al corollario di Roosevelt è una integrazione, che rivela qualcosa di nuovo e di diverso. È la prima volta nella storia di quel paese che l’immigrazione è considerata alla stregua della guerra, e non per ragioni culturali come altre volte in passato. Gli immigrati sono ora come soldati di un esercito di cercatori di opportunità.
Il fatto è che se Trump si sente in diritto di bombardare la capitale di un paese da dove vengono gli immigrati (la presidente del Messico si è ragionevolmente allertata) ciò significa che il sogno americano non è più un obiettivo raggiungibile. Non lo è per gli americani. E quindi non può esserlo per nessun altro.
Questa lettura ci è suggerita da Trump stesso che, a partire dalla sua prima presidenza, ha insistito sulla chiusura delle frontiere a chi cerca lavoro. Si tratta di una lettura che rivela una debolezza profonda. Lavoro, dice spesso Trump, ce ne deve essere solo per i cittadini americani. Ciò significa che, in effetti, lavoro non c’è neppure per i cittadini americani.
Le grande praterie che il tecnocapitalismo degli oligarchi promette non esistono. Ha ragione Bernie Sanders a dire che l’Ia
deve essere governata democraticamente per non diventare un boomerang, poiché il lavoro che elimina non può essere ricreato.
In questo quadro sta la politica di aggressione: l’interesse nazionale, come nella dottrina Monroe. Ma in un contesto nuovo, non di espansione interna, come un tempo, ma di contrazione. Ora, l’interesse nazionale si fa aggressivo e imperialistico perché non riesce a far fronte alla domanda di benessere dei suoi cittadini. Questo spiega la politica trumpiana, nazionalista e imperiale, militarista e indifferente al diritto.
Si intravede qui il timore di una società che non può più promettere il benessere per chi lavora e si impegna. Le strade del benessere sono sempre più strette. Gli esclusi – tra i cittadini americani – sono sempre più numerosi. Non tra i lavorati manuali o stagionali o di chi non ha un mestiere: per questi c’è sempre lavoro, lavoro servo e mal pagato. È soprattutto il lavoro che dovrebbe rigenerare la classe media che diminuisce senza sosta, come contraccolpo del capitalismo tecnofinanziario.
La diminuzione degli iscritti al college, la chiusura di diversi college, il declino dell’educazione professionale, insomma la fine del sogno americano: questo è il paese che Trump vuole proteggere dall’immigrazione. Ha provato con la guerra dei dazi. Ma non funziona: l’industria non si ravviva (solo il 7 per cento della mano d’opera è impiegata nell’industria). E allora, un’altra guerra è necessaria, per fermare l’ ”invasione di migranti”. Gli States non sono più terra di opportunità. The game is over.
(da editorialedomani.it)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
HA UN REALE FONDAMENTO ECONOMICO PER GLI STATI UNITI?
La nuova mossa sul risiko globale di Donald Trump sarà la Groenlandia? Il presidente americano ne parla apertamente con un’insistenza che delinea una vera e propria ‘fissazione’, tanto
pericolosa quanto è radicata nei pensieri del tycoon. “Abbiamo bisogno della Groenlandia dal punto di vista della sicurezza nazionale, e la Danimarca non sarà in grado di occuparsene”, è l’ultima dichiarazione in ordine temporale. Cosa vuol dire, in concreto? Trump si riferisce a una necessità territoriale, geopolitica, o si riferisce alle risorse naturali, soprattutto le terre rare, e quindi a un’implicazione più strettamente economica?
Altre parole, sempre di poche ore fa, suggeriscono che il primo aspetto, quello geopolitico, sia prevalente. ”In questo momento la Groenlandia è accerchiata da navi russe e cinesi ovunque’. E la Danimarca, ha scherzato Trump, ha aumentato la sicurezza della Groenlandia ”aggiungendo un’altra slitta trainata da cani”. Andando oltre la provocazione verbale, e soprattutto svilendo l’autonomia e la sovranità di un Paese della Ue, Trump vuole sostenere che il possesso della Groenlandia sposterebbe strategicamente a suo favore il confronto con Russia e Cina e che questo argomento sia prioritario, in nome della sicurezza nazionale.
Un argomento che Trump ha già utilizzato durante il suo primo mandato e che nella storia degli Stati Uniti ricorre: dalla dottrina Monroe della prima metà dell’Ottocento ai diversi tentativi non andati a buon fine di ‘acquistare’ la Groenlandia. In estrema sintesi, controllare l’Artico per Trump vuol dire proteggere il territorio americano.
C’è però sul tavolo, facendo riferimento a precedenti dichiarazioni e ricordando la propensione agli affari e l’approccio commerciale aggressivo della presidenza americana, anche l’aspetto economico legato alle risorse che la Groenlandia
detiene, nel sottosuolo e in mare. Petrolio, gas e terre rare che non sono sfruttare oggi e che, evidentemente, possono essere funzionali ai piani di Trump.
Sfruttare le risorse della Groenlandia è stato però finora difficile innanzitutto per ragioni geografiche. La collocazione nell’Artico e un territorio ricoperto per l’80% da ghiaccio e con un clima estremo, insieme alle pochissime infrastrutture e alle rigorose restrizioni ambientali, hanno reso i costi di estrazione troppo elevati. Soprattutto se comparati ad altri contesti, come la Cina, una potenza mineraria che non deve fronteggiare le stesse difficoltà. In estrema sintesi, la Groenlandia ha un grande potenziale se si pensa soprattutto all’estrazione del litio o della grafite, fondamentali per l’elettrificazione, ma i tanti progetti minerari che sono stati proposti non sono mai stati realizzati, perché i costi ne rendono insostenibile il business.
Per queste ragioni, la Groenlandia per Trump può essere uno Stato su cui spostare i carrarmati nel tavolo da gioco del Risiko, in una logica di conquista che, almeno allo stato attuale, ha molto più a che vedere con una ‘aspirazione’ legata alla strategia geopolitica che alla logica economica.
(da agenzie)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
E SUBITO IL VICE DI SALVINI, ROBERTO VANNACCI, PRENDE LE DISTANZE DALL’EX GOVERNATORE: “NON È IL MIO RIFERIMENTO”
«Luca Zaia non è il mio riferimento». Parola del vicesegretario della Lega, Roberto
Vannacci. L’eurodeputato leghista ha commentato con l’Ansa il manifesto politico dell’ex presidente del Veneto, anch’egli leghista, pubblicato oggi – lunedì, 5 gennaio – su il Foglio
«L’ho letto in maniera molto ma molto superficiale», ma «Zaia – conclude – non è il mio benchmark». Per l’ex governatore sono cinque i punti cardine per il centrodestra: autonomia, politica estera, sicurezza, diritti e approccio liberale. «La destra vincente è liberale, quella liberticida perde».
Secondo Zaia, che definisce l’Italia «Il Paese più bello del mondo», siamo davanti a «una stagione unica»
«Come centrodestra sentiamo oggi una responsabilità storica: dimostrare di essere una forza di governo capace di leggere il presente per cantierare il futuro. Per i ragazzi di oggi, adulti di domani».
Il primo punto che prende in considerazione Zaia è «l’autonomia» che «non è una concessione né un capriccio identitario. È prevista dalla Costituzione repubblicana dal 1948. Il problema non è mai stato il testo costituzionale ma il modello centralista che si è affermato dall’inizio. Oggi ne vediamo i limiti. Il centralismo ha prodotto due Italie. Credo che l’autonomia sia, prima di tutto, assunzione di responsabilità. Non posso non sottolineare come esista una questione meridionale inaccettabile moralmente e intollerabile. Ma esiste anche una questione settentrionale: poche regioni in larga parte del Nord producono il residuo fiscale che tiene in piedi servizi essenziali in tutta l’Italia»
Il secondo punto ha a che fare con la politica estera: l’Italia come potenza di equilibrio. «Quello degli italiani all’estero, figli dei grandi flussi migratori, è un network che è punto di forza unico in un contesto globale. Sono convinto che oggi l’Italia possa giocare un ruolo internazionale ben superiore al suo peso demografico. La stabilità politica restituisce credibilità. l’Italia può essere ponte tra Ue ed Usa».
Il terzo punto riguarda invece la sicurezza e l’ordine pubblico: «Il rispetto delle regole – scrive Zaia – non è né di destra né di sinistra, il popolo ce lo ricorda tutti i giorni, sono il fondamento della convivenza civile. I dati sulla popolazione carceraria raccontano un fallimento che non può essere ignorato. Sicurezza non significa militarizzazione, ma presenza».
L’ex governatore del Veneto parla poi dei giovani «la vera infrastruttura nazionale. La mobilità giovanile non va demonizzata, va capita. Io credo che l’Italia debba diventare davvero un Paese youth friendly, a misura di giovani. Servono politiche per la casa, il lavoro, la formazione. Come centrodestra dobbiamo lanciare iniziative nazionali capaci di attrarre i giovani da tutto il mondo anche intercettando fenomeni come il nomadismo digitale».
Infine, l’ultimo punto si intitola “Destra e Liberta”. Per Zaia, «la destra vincente – dice – è quella liberale. Lo dico con chiarezza: i temi etici, civili, del fine vita, non possono essere tabù ideologici. La destra di oggi non è quella di 50anni fa. Le questioni legate ai diritti civili e la fine vita non possono essere liquidate con un sì o un no pregiudiziale. Un destra matura non impone visioni. Con un centrodestra fatto di coerenza e principi sempre protagonista delle scelte e ai rinunciatario», conclude.
(da agenzie)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
IL MOTIVO? NON SONO PIÙ SOSTENIBILI E NON ASSICUREREBBERO UN FUTURO PROFESSIONALE AGLI ISCRITTI
L’università di Nottingham ha sospeso le iscrizioni ai corsi di laurea in lingue moderne per i nuovi studenti, […] che non risultano più sostenibili. Nel piano “Future Nottingham” è quindi prevista la soppressione dei corsi di laurea che non assicurerebbero un futuro professionale agli iscritti, tra cui quelli in francese, spagnolo, tedesco, cinese.
Forse dovremmo considerare questo caso come campanello di allarme di una percezione che, probabilmente, inizia a serpeggiare tra quelle matricole, che in altri tempi avrebbero scelto lo studio delle lingue straniere moderne, come un
possibile indirizzo che comunque avrebbe loro aperto delle opportunità.
È semplicemente accaduto che i sistemi di traduzione immediata che ognuno di noi ha incorporati nel proprio browser ci fanno dimenticare di essere linguisticamente carenti. Leggiamo tutto capiamo tutto nemmeno vediamo la versione originale perché ogni post, ogni articolo, ogni testo ci appare già tradotto dal titolo alle note.
Questo è proprio il punto, eravamo geneticamente abituati a considerare il non sapere decifrare persone che sono nate e cresciute lontano dal luogo in cui ci siamo prodotti dalla nascita, come una lacuna insanabile, quasi una maledizione dovuta a una nostra colpa, alla quale è ovviabile solo attraverso il riscatto di uno studio lungo e faticoso.
Oggi la percezione collettiva è esattamente quella di una Babele invertita: tutti facilmente parliamo le lingue degli altri e gli altri possono capire la nostra. Perché questo potesse avvenire non abbiamo peccato d’orgoglio costruendo torri che sfidassero i cieli, ci siamo semplicemente lasciati nutrire dagli algoritmi che ci voglio felici e privi di ostacoli per poter accedere, sempre più velocemente, alla dipendenza dall’avere sempre nuovi bisogni.
Non sapere le lingue sarebbe un ostacolo in questo mercato e quindi ci viene amabilmente fornito un succedaneo all’ignoranza, che però funziona, anzi più ci applichiamo nell’usarlo più si perfeziona.
Qualcuno potrebbe giustamente obiettare che lo studio di una lingua straniera non è solo un utensile, serve a carpire l’anima di un popolo attraverso le sue espressioni più altre, come la
letteratura, la poesia.
Il linguaggio è il più sublime interprete di un agire, di un pensare collettivo. Sapere le lingue ci apre lo sguardo sulla storia, ci cala in quella diversa disposizione d’animo (Stimmung) che a volte apre sentieri inaspettati rispetto a nostre valutazioni, impressioni, pregiudizi in cui ci eravamo radicati rispetto a particolari eventi storici, fossero anche atroci e scellerati.
Si ma a che serve ripeterselo? Sarebbe nostalgia passatista. Fino a che i server che ospitano i sistemi di traduzione automatica avranno energia sufficiente per essere raffreddati e non fondere per la mole immensa di dati che è necessario movimentare per renderci tutti poliglotti, le lingue si studieranno sempre meno.
(da La Stampa)
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Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile
I FONDI, 10 MILIONI DI EURO L’ANNO, VENIVANO EROGATI PER LE TRASMISSIONI, DA PARTE DELLA RADIO, DELLE SEDUTE PARLAMENTARI E DI ALTRI EVENTI ISTITUZIONALI … IL FUTURO DELLA STORICA EMITTENTE, CHE HA 18 REDATTORI, E’ IN BILICO
Per la prima volta, da 30 anni, nella manovra di Bilancio di fine anno non sono stati
inseriti i fondi per il finanziamento di Radio Radicale. I fondi, 10 milioni di euro circa l’anno, venivano erogati per le trasmissioni, da parte della radio, delle sedute parlamentari e di altri eventi istituzionali.
Nei giorni precedenti al Natale 2025 il Comitato di redazione della radio ha incontrato il Segretario del partito ed Editore della
radio Maurizio Turco, che ha assicurato: nessun problema per la convenzione. Anche il sottosegretario all’Editoria Barachini si è impegnato, in via informale, per il finanziamento in Legge di Bilancio o nel Decreto “Milleproroghe”.
I fondi sarebbero dovuti ammontare a 8 milioni per la convenzione sulle sedute parlamentari e gli eventi, 2 milioni per la digitalizzazione dell’immenso archivio della radio (sedute, processi, congressi politici), più i 3,7 milioni relativi alla legge dell’editoria, già decisi.
Il clima nella radio dunque era buono, anche perché a fine dicembre sono stati pagati puntualmente stipendi e tredicesime, negli ultimi dieci anni sempre in ritardo, a causa di “problemi con le banche”. Poi, però, Radio Radicale non è stata menzionata né in Legge di Bilancio, nè in “Milleprorghe” e ora la preoccupazione per il futuro della storica emittente -dove si incontravano/scontravano in conversazione Marco Pannella e il Direttore Massimo Bordin – sale.
La convenzione tra Radio Radicale e lo Stato italiano è attiva dal 1994. Ha avuto fasi altalenanti, con modifiche della cifra e suspense fino all’ultimo minuto utile. La crisi più grave si registrò nel 2019 -governo Conte I formato da Lega e Cinque Stelle- per la decisione del sottosegretario all’editoria Vito Crimi di non rinnovare il finanziamento. Con tempestosi rush finali poi la convenzione è sempre scattata.
Tra il 1990 e il 2019, la radio ha ricevuto circa 300 milioni di euro in finanziamenti pubblici, inclusi quelli per l’editoria di partito.
I redattori, Direzione inclusa, sono attualmente 18. Dalla morte di Bordin, sei anni fa, sono andati via in dieci, non sostituiti.
Il bilancio del 2024 si è chiuso con un attivo di quasi 600mila euro, grazie soprattutto al conferimento degli immobili a una nuova società (valore 1 milione 345mila euro). Le entrate della radio provengono quasi interamente dallo Stato. Alla guida della radio c’è Maurizio Turco, Segretario del Partito Radicale, erede di quello di Pannella, dopo la scissione dei Radicali Italiani, poi +Europa, oggi rappresentata in Parlamento da Riccardo Magi.
Nella scorsa estate c’era stato un contrasto fra Turco e la redazione, dopo la cancellazione della programmazione serale in diretta per il mese di agosto, provvedimento che ha fatto temere il ridimensionamento delle attività. C’erano state anche voci di vendita della radio, con interessamenti del deputato leghista Angelucci, proprietario di Giornale, Libero, Tempo e poi da parte della famiglia Berlusconi. Voci definite da Turco “fantascienza”.
Nel 1997 il governo Prodi (centrosinistra) rifiutò di rinnovare la convenzione con Radio Radicale, ma Norberto Bobbio, Carlo Bo, tutti i senatori a vita e otto presidenti emeriti della Corte costituzionale chiesero al governo di considerare decaduta la disposizione della legge Mammì che imponeva la realizzazione della rete radiofonica Rai per il Parlamento, di prorogare per altri 3 anni la convenzione con Radio Radicale, e di affidare la convenzione in occasione del rinnovo successivo con una gara.
Secondo un dossier dei radicali, i costi necessari per la realizzazione di Gr Parlamento erano notevolmente maggiori di quelli per la convenzione con Radio Radicale. Nel luglio 1998 venne approvata la legge “Trasmissione radiofonica dei lavori
parlamentari e agevolazioni per l’editoria”: confermava “lo strumento della convenzione da stipulare a seguito di gara”, nelle more rinnovava la convenzione con Radio Radicale per un ulteriore triennio, manteneva l’obbligo per la Rai di trasmettere le sedute parlamentari tramite Gr Parlamento, impedendole però di ampliare la rete radiofonica fino all’entrata in vigore della legge di riforma generale del sistema delle comunicazioni. Il Parlamento risulta inadempiente rispetto a tale legge e non è più stato rispettato il principio dell’assegnazione del servizio pubblico in ambito radiotelevisivo attraverso una gara.
(da agenzie)
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Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
L’ALTRO FRONTE È LA MANCANZA DI TRASPARENZA SUI COLLABORATORI DELLA PREMIER E DEI MINISTERI CHE FANNO CAPO A PALAZZO CHIGI: LE ULTIME INFORMAZIONI RISALGONO ALL’ESTATE 2024, NONOSTANTE SIA CAMBIATO UN MINISTRO E SI SIA INSEDIATO IL SOTTOSEGRETARIO LUIGI SBARRA
Giorgia Meloni ambisce al raggiungimento del record di longevità del suo governo. Un obiettivo legittimo e che potrebbe essere alla portata. Ma in termini di primati, la leader di Fratelli d’Italia ha già ottenuto quello, poco lusinghiero, dei voti di fiducia chiesti alla Camera e al Senato: il 2025 inizia con 104 fiducie approvate in poco più di tre anni di legislatura.
La media si conferma la più alta rispetto a tutti gli altri esecutivi repubblicani di matrice politica (esclusi quelli tecnici): 2,7 al mese, compresi i periodi di ferie.
Ma c’è un altro fronte su cui palazzo Chigi nell’epoca meloniana ottiene un record: la mancanza di trasparenza sui collaboratori della premier e dei ministeri che fanno capo alla presidenza del Consiglio. Le ultime informazioni risalgono all’estate 2024. E pensare che, nel frattempo, è cambiato un ministro, con l’arrivo di Tommaso Foti al posto di Raffaele Fitto, e si è insediato il sottosegretario al Sud, Luigi Sbarra.
(da Domani)
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Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile
PAPA LEONE XIV: “OCCORRE SUPERARE LA VIOLENZA E INTRAPRENDERE CAMMINI DI GIUSTIZIA E DI PACE GARANTENDO LA SOVRANITÀ DEL PAESE”
Tela vaticana per scongiurare la guerra civile. Il segretario di Stato Pietro Parolin è stato
nunzio a Caracas, il Sostituto Edgar Peña Parra proviene dalla diocesi di Maracaibo: diplomazia in campo. «Con animo colmo di preoccupazione seguo gli sviluppi della situazione in Venezuela – dice il Papa all’Angelus -. Il bene del popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione».
Occorre «superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto iscritto nella Costituzione, rispettando i diritti umani e civili, lavorando per costruire insieme un futuro sereno di collaborazione di stabilità e di concordia». Attenzione «ai più poveri che soffrono per la difficile situazione economica».
Estefano Jesús Soler Tamburrini, intellettuale venezuelano ed ex operatore Caritas, spiega a La Stampa: «L’episcopato venezuelano teme che esploda l’odio degli estremi: da parte un chavismo senza Maduro, dall’altra un’opposizione esclusa da tutto per anni che cerca giustizia spinta degli esuli. I vescovi non si schierano perché la situazione non è chiara, l’intera cupola politico-militare è rimasta intatta a parte il leader, Corina Machado, scaricata da Trump, e il governo di transizione poggia sulle basi del vecchio regime».
Intanto, reti e gruppi cattolici, rilanciati dall’agenzia missionaria vaticana Fides, deplorano l’operazione militare Usa. «No alla guerra. Vediamo con profondo dolore come la pace invocata dal Papa venga violata dagli Stati Uniti». Si moltiplicano dichiarazioni e interventi di sigle e gruppi legati alla Chiesa cattolica venezuelana che manifestano critiche e ripudio del blitz di Trump.
Si tratta, per la galassia ecclesiale, di una «aggressione che attacca non solo un territorio, ma la dignità di una regione». La Commissione Justitia et Pax definisce «inammissibile» il golpe in Venezuela e richiama l’autodeterminazione dei popoli come «principio fondamentale del diritto internazionale». I venezuelani, secondo i movimenti popolari cattolici, hanno il «diritto di scegliere la propria strada senza interferenze esterne».
Dietro le quinte la Santa Sede lavora a una transizione incruenta, come accaduto dopo il crollo del Muro nell’Europa dell’Est. «Ma a differenza della Polonia, stavolta non c’è una Solidarnosc di cui fidarsi», dicono in Curia e il blitz svela «zone opache» e «geopolitica della prepotenza» .
(da agenzie)
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