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ZAIA PUBBLICA SUL “FOGLIO” IL SUO MANIFESTO POLITICO PER “UNA DESTRA CHE VINCE”. INSISTE SULL’AUTONOMIA, SU SICUREZZA MA ANCHE SUI DIRITTI CIVILI: “I TEMI ETICI, CIVILI, DEL FINE VITA, NON POSSONO ESSERE TABÙ IDEOLOGICI. LA DESTRA DI OGGI NON È QUELLA DI 50 ANNI FA. UN DESTRA MATURA NON IMPONE VISIONI”

Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile

E SUBITO IL VICE DI SALVINI, ROBERTO VANNACCI, PRENDE LE DISTANZE DALL’EX GOVERNATORE: “NON È IL MIO RIFERIMENTO”

«Luca Zaia non è il mio riferimento». Parola del vicesegretario della Lega, Roberto Vannacci. L’eurodeputato leghista ha commentato con l’Ansa il manifesto politico dell’ex presidente del Veneto, anch’egli leghista, pubblicato oggi – lunedì, 5 gennaio – su il Foglio
«L’ho letto in maniera molto ma molto superficiale», ma «Zaia – conclude – non è il mio benchmark». Per l’ex governatore sono cinque i punti cardine per il centrodestra: autonomia, politica estera, sicurezza, diritti e approccio liberale. «La destra vincente è liberale, quella liberticida perde».
Secondo Zaia, che definisce l’Italia «Il Paese più bello del mondo», siamo davanti a «una stagione unica»
«Come centrodestra sentiamo oggi una responsabilità storica: dimostrare di essere una forza di governo capace di leggere il presente per cantierare il futuro. Per i ragazzi di oggi, adulti di domani».
Il primo punto che prende in considerazione Zaia è «l’autonomia» che «non è una concessione né un capriccio identitario. È prevista dalla Costituzione repubblicana dal 1948. Il problema non è mai stato il testo costituzionale ma il modello centralista che si è affermato dall’inizio. Oggi ne vediamo i limiti. Il centralismo ha prodotto due Italie. Credo che l’autonomia sia, prima di tutto, assunzione di responsabilità. Non posso non sottolineare come esista una questione meridionale inaccettabile moralmente e intollerabile. Ma esiste anche una questione settentrionale: poche regioni in larga parte del Nord producono il residuo fiscale che tiene in piedi servizi essenziali in tutta l’Italia»
Il secondo punto ha a che fare con la politica estera: l’Italia come potenza di equilibrio. «Quello degli italiani all’estero, figli dei grandi flussi migratori, è un network che è punto di forza unico in un contesto globale. Sono convinto che oggi l’Italia possa giocare un ruolo internazionale ben superiore al suo peso demografico. La stabilità politica restituisce credibilità. l’Italia può essere ponte tra Ue ed Usa».
Il terzo punto riguarda invece la sicurezza e l’ordine pubblico: «Il rispetto delle regole – scrive Zaia – non è né di destra né di sinistra, il popolo ce lo ricorda tutti i giorni, sono il fondamento della convivenza civile. I dati sulla popolazione carceraria raccontano un fallimento che non può essere ignorato. Sicurezza non significa militarizzazione, ma presenza».
L’ex governatore del Veneto parla poi dei giovani «la vera infrastruttura nazionale. La mobilità giovanile non va demonizzata, va capita. Io credo che l’Italia debba diventare davvero un Paese youth friendly, a misura di giovani. Servono politiche per la casa, il lavoro, la formazione. Come centrodestra dobbiamo lanciare iniziative nazionali capaci di attrarre i giovani da tutto il mondo anche intercettando fenomeni come il nomadismo digitale».
Infine, l’ultimo punto si intitola “Destra e Liberta”. Per Zaia, «la destra vincente – dice – è quella liberale. Lo dico con chiarezza: i temi etici, civili, del fine vita, non possono essere tabù ideologici. La destra di oggi non è quella di 50anni fa. Le questioni legate ai diritti civili e la fine vita non possono essere liquidate con un sì o un no pregiudiziale. Un destra matura non impone visioni. Con un centrodestra fatto di coerenza e principi sempre protagonista delle scelte e ai rinunciatario», conclude.
(da agenzie)

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L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE RENDERÀ OBSOLETO IMPARARE LE LINGUE STRANIERE: L’UNIVERSITÀ DI NOTTINGHAM, IN INGHILTERRA, HA GIÀ SOSPESO LE ISCRIZIONI AI CORSI DI LAUREA IN LINGUE MODERNE PER I NUOVI STUDENTI

Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile

IL MOTIVO? NON SONO PIÙ SOSTENIBILI E NON ASSICUREREBBERO UN FUTURO PROFESSIONALE AGLI ISCRITTI

L’università di Nottingham ha sospeso le iscrizioni ai corsi di laurea in lingue moderne per i nuovi studenti, […] che non risultano più sostenibili. Nel piano “Future Nottingham” è quindi prevista la soppressione dei corsi di laurea che non assicurerebbero un futuro professionale agli iscritti, tra cui quelli in francese, spagnolo, tedesco, cinese.
Forse dovremmo considerare questo caso come campanello di allarme di una percezione che, probabilmente, inizia a serpeggiare tra quelle matricole, che in altri tempi avrebbero scelto lo studio delle lingue straniere moderne, come un
possibile indirizzo che comunque avrebbe loro aperto delle opportunità.
È semplicemente accaduto che i sistemi di traduzione immediata che ognuno di noi ha incorporati nel proprio browser ci fanno dimenticare di essere linguisticamente carenti. Leggiamo tutto capiamo tutto nemmeno vediamo la versione originale perché ogni post, ogni articolo, ogni testo ci appare già tradotto dal titolo alle note.
Questo è proprio il punto, eravamo geneticamente abituati a considerare il non sapere decifrare persone che sono nate e cresciute lontano dal luogo in cui ci siamo prodotti dalla nascita, come una lacuna insanabile, quasi una maledizione dovuta a una nostra colpa, alla quale è ovviabile solo attraverso il riscatto di uno studio lungo e faticoso.
Oggi la percezione collettiva è esattamente quella di una Babele invertita: tutti facilmente parliamo le lingue degli altri e gli altri possono capire la nostra. Perché questo potesse avvenire non abbiamo peccato d’orgoglio costruendo torri che sfidassero i cieli, ci siamo semplicemente lasciati nutrire dagli algoritmi che ci voglio felici e privi di ostacoli per poter accedere, sempre più velocemente, alla dipendenza dall’avere sempre nuovi bisogni.
Non sapere le lingue sarebbe un ostacolo in questo mercato e quindi ci viene amabilmente fornito un succedaneo all’ignoranza, che però funziona, anzi più ci applichiamo nell’usarlo più si perfeziona.
Qualcuno potrebbe giustamente obiettare che lo studio di una lingua straniera non è solo un utensile, serve a carpire l’anima di un popolo attraverso le sue espressioni più altre, come la
letteratura, la poesia.
Il linguaggio è il più sublime interprete di un agire, di un pensare collettivo. Sapere le lingue ci apre lo sguardo sulla storia, ci cala in quella diversa disposizione d’animo (Stimmung) che a volte apre sentieri inaspettati rispetto a nostre valutazioni, impressioni, pregiudizi in cui ci eravamo radicati rispetto a particolari eventi storici, fossero anche atroci e scellerati.
Si ma a che serve ripeterselo? Sarebbe nostalgia passatista. Fino a che i server che ospitano i sistemi di traduzione automatica avranno energia sufficiente per essere raffreddati e non fondere per la mole immensa di dati che è necessario movimentare per renderci tutti poliglotti, le lingue si studieranno sempre meno.
(da La Stampa)

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PER LA PRIMA VOLTA, DA 30 ANNI, NELLA MANOVRA DI BILANCIO DI FINE ANNO NON SONO STATI INSERITI I FONDI PER IL FINANZIAMENTO DI “RADIO RADICALE”

Gennaio 6th, 2026 Riccardo Fucile

I FONDI, 10 MILIONI DI EURO L’ANNO, VENIVANO EROGATI PER LE TRASMISSIONI, DA PARTE DELLA RADIO, DELLE SEDUTE PARLAMENTARI E DI ALTRI EVENTI ISTITUZIONALI … IL FUTURO DELLA STORICA EMITTENTE, CHE HA 18 REDATTORI, E’ IN BILICO

Per la prima volta, da 30 anni, nella manovra di Bilancio di fine anno non sono stati inseriti i fondi per il finanziamento di Radio Radicale. I fondi, 10 milioni di euro circa l’anno, venivano erogati per le trasmissioni, da parte della radio, delle sedute parlamentari e di altri eventi istituzionali.
Nei giorni precedenti al Natale 2025 il Comitato di redazione della radio ha incontrato il Segretario del partito ed Editore della
radio Maurizio Turco, che ha assicurato: nessun problema per la convenzione. Anche il sottosegretario all’Editoria Barachini si è impegnato, in via informale, per il finanziamento in Legge di Bilancio o nel Decreto “Milleproroghe”.
I fondi sarebbero dovuti ammontare a 8 milioni per la convenzione sulle sedute parlamentari e gli eventi, 2 milioni per la digitalizzazione dell’immenso archivio della radio (sedute, processi, congressi politici), più i 3,7 milioni relativi alla legge dell’editoria, già decisi.
Il clima nella radio dunque era buono, anche perché a fine dicembre sono stati pagati puntualmente stipendi e tredicesime, negli ultimi dieci anni sempre in ritardo, a causa di “problemi con le banche”. Poi, però, Radio Radicale non è stata menzionata né in Legge di Bilancio, nè in “Milleprorghe” e ora la preoccupazione per il futuro della storica emittente -dove si incontravano/scontravano in conversazione Marco Pannella e il Direttore Massimo Bordin – sale.
La convenzione tra Radio Radicale e lo Stato italiano è attiva dal 1994. Ha avuto fasi altalenanti, con modifiche della cifra e suspense fino all’ultimo minuto utile. La crisi più grave si registrò nel 2019 -governo Conte I formato da Lega e Cinque Stelle- per la decisione del sottosegretario all’editoria Vito Crimi di non rinnovare il finanziamento. Con tempestosi rush finali poi la convenzione è sempre scattata.
Tra il 1990 e il 2019, la radio ha ricevuto circa 300 milioni di euro in finanziamenti pubblici, inclusi quelli per l’editoria di partito.
I redattori, Direzione inclusa, sono attualmente 18. Dalla morte di Bordin, sei anni fa, sono andati via in dieci, non sostituiti.
Il bilancio del 2024 si è chiuso con un attivo di quasi 600mila euro, grazie soprattutto al conferimento degli immobili a una nuova società (valore 1 milione 345mila euro). Le entrate della radio provengono quasi interamente dallo Stato. Alla guida della radio c’è Maurizio Turco, Segretario del Partito Radicale, erede di quello di Pannella, dopo la scissione dei Radicali Italiani, poi +Europa, oggi rappresentata in Parlamento da Riccardo Magi.
Nella scorsa estate c’era stato un contrasto fra Turco e la redazione, dopo la cancellazione della programmazione serale in diretta per il mese di agosto, provvedimento che ha fatto temere il ridimensionamento delle attività. C’erano state anche voci di vendita della radio, con interessamenti del deputato leghista Angelucci, proprietario di Giornale, Libero, Tempo e poi da parte della famiglia Berlusconi. Voci definite da Turco “fantascienza”.
Nel 1997 il governo Prodi (centrosinistra) rifiutò di rinnovare la convenzione con Radio Radicale, ma Norberto Bobbio, Carlo Bo, tutti i senatori a vita e otto presidenti emeriti della Corte costituzionale chiesero al governo di considerare decaduta la disposizione della legge Mammì che imponeva la realizzazione della rete radiofonica Rai per il Parlamento, di prorogare per altri 3 anni la convenzione con Radio Radicale, e di affidare la convenzione in occasione del rinnovo successivo con una gara.
Secondo un dossier dei radicali, i costi necessari per la realizzazione di Gr Parlamento erano notevolmente maggiori di quelli per la convenzione con Radio Radicale. Nel luglio 1998 venne approvata la legge “Trasmissione radiofonica dei lavori
parlamentari e agevolazioni per l’editoria”: confermava “lo strumento della convenzione da stipulare a seguito di gara”, nelle more rinnovava la convenzione con Radio Radicale per un ulteriore triennio, manteneva l’obbligo per la Rai di trasmettere le sedute parlamentari tramite Gr Parlamento, impedendole però di ampliare la rete radiofonica fino all’entrata in vigore della legge di riforma generale del sistema delle comunicazioni. Il Parlamento risulta inadempiente rispetto a tale legge e non è più stato rispettato il principio dell’assegnazione del servizio pubblico in ambito radiotelevisivo attraverso una gara.
(da agenzie)

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IL GOVERNO DI GIORGIA MELONI INANELLA RECORD UNO DOPO L’ALTRO: È L’ESECUTIVO CON PIÙ VOTI DI FIDUCIA CHIESTI ALLA CAMERA E AL SENATO: 104 APPROVATE IN POCO PIÙ DI TRE ANNI DI LEGISLATURA (LA MEDIA PIÙ ALTA DEI GOVERNI POLITICI DELLA STORIA REPUBBLICANA, 2,7 FIDUCIE AL MESE)

Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile

L’ALTRO FRONTE È LA MANCANZA DI TRASPARENZA SUI COLLABORATORI DELLA PREMIER E DEI MINISTERI CHE FANNO CAPO A PALAZZO CHIGI: LE ULTIME INFORMAZIONI RISALGONO ALL’ESTATE 2024, NONOSTANTE SIA CAMBIATO UN MINISTRO E SI SIA INSEDIATO IL SOTTOSEGRETARIO LUIGI SBARRA

Giorgia Meloni ambisce al raggiungimento del record di longevità del suo governo. Un obiettivo legittimo e che potrebbe essere alla portata. Ma in termini di primati, la leader di Fratelli d’Italia ha già ottenuto quello, poco lusinghiero, dei voti di fiducia chiesti alla Camera e al Senato: il 2025 inizia con 104 fiducie approvate in poco più di tre anni di legislatura.
La media si conferma la più alta rispetto a tutti gli altri esecutivi repubblicani di matrice politica (esclusi quelli tecnici): 2,7 al mese, compresi i periodi di ferie.
Ma c’è un altro fronte su cui palazzo Chigi nell’epoca meloniana ottiene un record: la mancanza di trasparenza sui collaboratori della premier e dei ministeri che fanno capo alla presidenza del Consiglio. Le ultime informazioni risalgono all’estate 2024. E pensare che, nel frattempo, è cambiato un ministro, con l’arrivo di Tommaso Foti al posto di Raffaele Fitto, e si è insediato il sottosegretario al Sud, Luigi Sbarra.
(da Domani)

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IL PAPA AMMONISCE TRUMP PER L’ATTACCO ILLEGALE DEGLI STATI UNITI CONTRO IL VENEZUELA: “UNA AGGRESSIONE CHE ATTACCA NON SOLO UN TERRITORIO, MA LA DIGNITÀ DI UNA REGIONE”

Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile

PAPA LEONE XIV: “OCCORRE SUPERARE LA VIOLENZA E INTRAPRENDERE CAMMINI DI GIUSTIZIA E DI PACE GARANTENDO LA SOVRANITÀ DEL PAESE”

Tela vaticana per scongiurare la guerra civile. Il segretario di Stato Pietro Parolin è stato nunzio a Caracas, il Sostituto Edgar Peña Parra proviene dalla diocesi di Maracaibo: diplomazia in campo. «Con animo colmo di preoccupazione seguo gli sviluppi della situazione in Venezuela – dice il Papa all’Angelus -. Il bene del popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione».
Occorre «superare la violenza e intraprendere cammini di giustizia e di pace garantendo la sovranità del Paese, assicurando lo stato di diritto iscritto nella Costituzione, rispettando i diritti umani e civili, lavorando per costruire insieme un futuro sereno di collaborazione di stabilità e di concordia». Attenzione «ai più poveri che soffrono per la difficile situazione economica».
Estefano Jesús Soler Tamburrini, intellettuale venezuelano ed ex operatore Caritas, spiega a La Stampa: «L’episcopato venezuelano teme che esploda l’odio degli estremi: da parte un chavismo senza Maduro, dall’altra un’opposizione esclusa da tutto per anni che cerca giustizia spinta degli esuli. I vescovi non si schierano perché la situazione non è chiara, l’intera cupola politico-militare è rimasta intatta a parte il leader, Corina Machado, scaricata da Trump, e il governo di transizione poggia sulle basi del vecchio regime».
Intanto, reti e gruppi cattolici, rilanciati dall’agenzia missionaria vaticana Fides, deplorano l’operazione militare Usa. «No alla guerra. Vediamo con profondo dolore come la pace invocata dal Papa venga violata dagli Stati Uniti». Si moltiplicano dichiarazioni e interventi di sigle e gruppi legati alla Chiesa cattolica venezuelana che manifestano critiche e ripudio del blitz di Trump.
Si tratta, per la galassia ecclesiale, di una «aggressione che attacca non solo un territorio, ma la dignità di una regione». La Commissione Justitia et Pax definisce «inammissibile» il golpe in Venezuela e richiama l’autodeterminazione dei popoli come «principio fondamentale del diritto internazionale». I venezuelani, secondo i movimenti popolari cattolici, hanno il «diritto di scegliere la propria strada senza interferenze esterne».
Dietro le quinte la Santa Sede lavora a una transizione incruenta, come accaduto dopo il crollo del Muro nell’Europa dell’Est. «Ma a differenza della Polonia, stavolta non c’è una Solidarnosc di cui fidarsi», dicono in Curia e il blitz svela «zone opache» e «geopolitica della prepotenza» .
(da agenzie)

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FRATELLI DI ROMA: IL PARTITO DELLA MELONI AFFILA LE ARMI IN VISTA DELLE ELEZIONI DELLA CAPITALE, NEL 2027: IL SOGNO È CANDIDARE ARIANNA, MA LA SORELLA DELLA PREMIER NON VUOLE CORRERE IL RISCHIO DI PERDERE (PER LEI È GIÀ PRONTO, COMUNQUE, UN SEGGIO IN PARLAMENTO)

Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile

LE ALTERNATIVE, PER ORA, SONO TUTTE AMMOSCIA-ELETTORI: IL MINISTRO DELLO SPORT ANDREA ABODI, IL SEMPITERNO “GABBIANO” FABIO RAMPELLI, IL DEPUTATO PREZZEMOLONE FEDERICO MOLLICONE. URGE TROVARE UN NOME PIÙ SEXY, ALTRIMENTI SI RISCHIA UN NUOVO MICHETTI

Il sogno è Arianna Meloni. La sorella della presidente del Consiglio che corre al Campidoglio, nel 2027, per riportare Roma, città simbolo di Fratelli d’Italia, a destra. Ma la responsabile della segreteria del partito non è disposta a correre il rischio di andare incontro a una sconfitta. Per lei è pronto un seggio in parlamento.
In alternativa, per sfidare Roberto Gualtieri, si valuta il ministro dello Sport, Andrea Abodi, che unisce l’appartenenza politica all’immagine di politico mite. Anche qui sono in corso “studi di fattibilità”.
Altri non vedrebbero l’ora di candidarsi. Uno su tutti: il deputato, Federico Mollicone, “uomo-ovunque” degli eventi romani, presidente della commissione Cultura alla Camera. Le chance sono poche.
La scelta identitaria potrebbe dividersi tra il vecchio e il nuovo, ossia tra Fabio Rampelli e Marco Perissa. Il primo, vicepresidente della Camera, padre dei “Gabbiani”, la generazione missina che ha formato – tra le altre – Meloni
Il secondo è il coordinatore romano del partito, trampolino di lancio per posizioni di prestigio. A meno che i meloniani non vogliano deresponsabilizzarsi, puntando su Luciano Ciocchetti, ora deputato di FdI, ma con un cursus honorum di post democristiano.
(da Domani)

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PER LA PRIMA VOLTA IN TRE ANNI, IL GASOLIO È PIÙ CARO DELLA BENZINA. PER EFFETTO DELLE NUOVE ACCISE IN VIGORE DAL PRIMO GENNAIO PER DECISIONE DEL GOVERNO

Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile

IL PREZZO MEDIO NAZIONALE DEL DIESEL QUESTA MATTINA È DI 1,666 EURO AL LITRO DEL DIESEL CONTRO 1,650 DELLA VERDE… GIORGIA MELONI NEL 2019, SI ERA FATTA RIPRENDERE ALLA POMPA DI BENZINA MENTRE STREPITAVA: “LE ACCISE VANNO ABOLITE”

Per la prima volta da tre anni il gasolio è più caro della benzina. Per via delle nuove accise in vigore dal primo gennaio, il prezzo medio nazionale del gasolio risulta questa mattina più alto di quello della benzina: 1,666 euro/litro del diesel contro 1,650 della verde.
Un’inversione che non si verificava dal 9 febbraio 2023, all’uscita dalla fase più acuta della crisi dei prezzi iniziata con l’invasione russa dell’Ucraina. Con il taglio dell’accisa, il prezzo della benzina scende al livello più basso dal 19 dicembre 2022.
Sui prezzi dei carburanti alla pompa si è inoltre riversato dal primo gennaio anche un nuovo aumento del costo di miscelazione dei biocarburanti, per via dell’aumento della quota d’obbligo: sulla base delle rilevazioni di Staffetta Quotidiana, il costo di miscelazione è aumentato tra 1,5 e 2 centesimi al litro.
Un aumento che è stato compensato dal calo delle quotazioni internazionali dei prodotti raffinati, scese tra la fine del 2025 e l’inizio del nuovo anno proprio di 1,5-2 centesimi al litro, senza che questo si traducesse in un calo dei prezzi alla pompa.
L’allineamento delle accise tra benzina e gasolio, ricordiamo, è stato adottato in quanto l’aliquota più bassa di cui godeva il gasolio era considerata un “sussidio dannoso dell’ambiente”, essendo il gasolio più inquinante della benzina.
L’eliminazione del “sussidio dannoso per l’ambiente” (Sad) attraverso l’allineamento delle due aliquote è stata inserita dal governo Meloni nella revisione del Pnrr a fine 2023 (v. Staffetta
27/11/23), poi recepito nel Piano strutturale di bilancio a settembre 2024 (v. Staffetta 30/09/24), quindi annunciato dal ministro Giorgetti alla presentazione della manovra di bilancio a ottobre 2024 (v. Staffetta 13/03) e inserito nel decreto legislativo di riordino delle accise adottato un anno fa nell’ambito della riforma fiscale (v. Staffetta 05/04/25). Un primo passo di avvicinamento delle due aliquote era stato fatto lo scorso maggio (v. Staffetta 15/05/25).
Sul gasolio l’Italia ha ora l’accisa più alta d’Europa; sulla benzina scivoliamo invece dal terzo all’ottavo posto, dietro Francia e Irlanda e sopra la Germania. La manovra non è a saldo zero ma frutterà alle casse dello Stato quasi 600 milioni di euro nel 2026 e circa tre miliardi nei prossimi quattro anni.
(da agenzie)

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“WASHINGTON POST”: “TRUMP NON HA SOSTENUTO CORINA MACHADO ALLA GUIDA DEL VENEZUELA PER VENDETTA”

Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile

AGLI OCCHI DEL MISERABILE CALIGOLA DI MAR-A-LAGO, LA MACHADO HA LA “COLPA” DI AVER ACCETTATO IL PREMIO NOBEL A CUI LUI IL TENEVA TANTO

Due persone vicine alla Casa Bianca hanno affermato che la mancanza di interesse di Donald Trump nel sostenere Maria Corina Machado deriva dalla decisione della leader dell’opposizione venezuelana di accettare il premio Nobel per la pace, un premio che il presidente Usa ambiva. Lo scrive il Washington Post.
Sebbene Machado abbia dichiarato di dedicare il premio a Trump, accettarlo è stato un “peccato grave”, ha affermato una delle persone presenti. “Se avesse rifiutato e avesse detto: ‘Non posso accettarlo perché è di Donald Trump’, oggi sarebbe la presidente del Venezuela”, ha detto questa persona.
(da agenzie)

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UN ALTRO SUCCESSO PER IL GOVERNO DEL MADE IN ITALY: AL MINISTERO GUIDATO DA URSO CI SONO 48 TAVOLI DI CRISI AZIENDALI APERTI, ALTRI TRENTA SONO QUELLI IN “MONITORAGGIO”, CON QUASI 60 MILA LAVORATORI CHE RISCHIANO IL POSTO

Gennaio 5th, 2026 Riccardo Fucile

LA CGIL: “PIÙ DI CENTO AZIENDE DI RESPIRO NAZIONALE SONO IN DIFFICOLTÀ”… LE ORE DI CASSA INTEGRAZIONE AUTORIZZATE NEL 2025 DOVREBBERO SUPERARE QUELLE DEL 2024

Quarantuno tavoli di crisi aziendali attivi al ministero delle Imprese e del Made in Italy, 30 quelli di monitoraggio, poco più di 58 mila lavoratori diretti coinvolti. Senza dimenticare venti aree di crisi industriale complessa, distribuite in 13 Regioni.
È questa la panoramica delle vertenze italiane che si sono affacciate alla porta del governo. Mentre sullo sfondo la cassa integrazione resta una costante, visti gli immensi affanni della manifattura nazionale. Eppure, secondo la Cgil i conti sono ben diversi.
Nell’anno appena trascorso il Mimit ha raggiunto oltre venti intese, poi diventate accordi di reindustrializzazione e percorsi di rilancio produttivo. Un traguardo che ha tutelato più di 10 mila lavoratori e lavoratrici. Come le 210 addette de La Perla di Bologna, rimaste nell’incertezza per quasi due anni.
Oppure i 347 lavoratori della Diageo del marchio Cinzano a Santa Vittoria d’Alba, in Piemonte, rilevati da Newlat Food a maggio. O ancora gli oltre mille operai della Jsw di Piombino, dopo l’accordo con Metinvest. Nella lista delle vertenze chiuse in positivo del ministero figurano Beko, Coin, Gruppo Dema, Riello. Quest’ultima tornata in mano italiana a metà dicembre con l’acquisizione da parte del gruppo Ariston.
Ma l’allarme del settore manifatturiero è vivo. Il 2025 ha chiuso in contrazione. A dicembre l’indice Hcob Pmi è sceso a 47,9 punti, a fronte dei 50,6 di novembre. La frenata più brusca da marzo. I motivi: ennesimo calo di ordini e dei volumi della produzione.
Tra i tavoli attivi ci sono ancora partite di peso per il futuro dell’industria italiana: dall’ex Ilva a Conbipel, passando da Eurallumina. E sui tavoli di monitoraggio ci sono dossier bollenti. Tipo l’agonia di duemila lavoratori dell’ex Alitalia, il Chapter 11 attivato su Magneti Marelli – ora in mano ai creditori -, gli esuberi della turca Piaggio Aero Industries o i 288 addetti dell’azienda di logistica Trasnova in apnea, visto che il contratto di fornitura per Stellantis, appena rinnovato, scade ad aprile.
E, intanto, altre vertenze continuano ad aprirsi. E forse alcune neanche arriveranno ai tavoli di Palazzo Piacentini, che di solito segue realtà imprenditoriali con oltre 250 addetti o con rilevanza strategica per il Paese. Per questo motivo, la Cgil storce il naso.
Il sindacato indica circa 100 aziende di respiro nazionale in crisi (di cui la metà del settore metalmeccanico e il 30% degli ambiti energetico, chimico e tessile) che coinvolgono almeno 121 mila lavoratori e lavoratrici. Una stima che ancora tiene a mente
aziende magari uscite dalle tabelle del Mimit dopo gli accordi o le acquisizioni, tipo la Lear di Grugliasco o la Beko.
Ma comunque non tiene conto dell’indotto, quasi mai all’attenzione dell’esecutivo. E quindi la cifra può lievitare. «La situazione è complessa – commenta il segretario confederale della Cgil, Gino Giove -. Ormai da tre anni, la produzione industriale è in costante calo, trascinata da quella della Germania, di cui siamo subfornitori.
Senza una politica industriale e un piano di investimenti pubblici, rischiamo di perdere gran parte della nostra capacità produttiva. Per tutelare quel Made in Italy che il governo vuole proteggere abbiamo bisogno di idee».
Anche perché c’è un altro nodo: le ore di cassa integrazione autorizzate. Una voce ormai esplosa fra ordinaria, straordinaria e in deroga. Soltanto nei primi nove mesi del 2025, l’Inps calcola 418.930.098 ore. A ridosso di un 2024 nero (con le sue oltre 495 milioni di ore), che rischia di essere superato. Già oltrepassato il 2023 (409.084.364).
(da La Stampa)

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