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FDI CHIEDE LE DIMISSIONI DI FRANCESCA ALBANESE INVECE CHE CHIEDERE A ISRAELE DI CONSEGNARE IL CRIMINALE NETANYAU ALLA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA

Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile

LA RELATRICE ONU: “SIAMO ALL’INQUISIZIONE”… L’ONU SOLIDALE CON ALBANESE: “ACCUSATA PER UNA FRASE CHE NON HA DETTO, UN COMPORTAMENTO VERGOGNOSO DI ALCUNI STATI”

Fratelli d’Italia lancia una petizione per chiedere che l’Onu revochi a Francesca Albanese l’incarico di relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati. Lo annuncia il partito della premier Giorgia Meloni sui social, aggiungendo che «ha superato ogni limite ed è diventata motivo di imbarazzo».Le critiche di Francia e Germania
Nei giorni scorsi, Austria, Francia e Germania hanno chiesto le dimissioni della relatrice speciale dell’Onu sui territori palestinesi occupati, accusandola di aver usato parole d’odio nei confronti dello Stato di Israele. Albanese si è difesa dicendo che le sue parole sono state prese fuori contesto. «Non ho definito né Israele né alcun altro Paese nemico dell’umanità», ha precisato la relatrice Onu.
La difesa della relatrice Onu: «L’Inquisizione è tornata»
Oggi, mentre la Repubblica Ceca si aggiunge alla lista di Paesi che chiedono le sue dimissioni, Albanese va al contrattacco: «Una menzogna è stata smascherata. Invece di ritrattarla, il SISTEMA che ha permesso il genocidio attacca il messaggero. La Francia sa di aver commesso un errore, ma l’orgoglio impedisce di correggere: gli archivi vengono saccheggiati alla ricerca di qualsiasi parola fuori
luogo. Altri ripetono la falsità. L’Inquisizione è tornata», scrive la relatrice Onu in un post pubblicato su X.
Albanese rilancia quindi un messaggio di Balakrishnan Rajagopal, relatore speciale delle Nazioni Unite sul diritto a un alloggio adeguato, che prende le sue difese: «L’Onu – scrive Rajagopal – difende giustamente Francesca Albanese, la mia collega, dagli attacchi di alcuni Stati europei per una dichiarazione che non ha rilasciato. Questo comportamento vergognoso deve cessare. Sicuramente questi Stati sono migliori di così».
(da agenzie)

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DITE ALLA MELONI CHE PER “RISANARE” LE FINANZE PUBBLICHE L’HA MESSA IN QUEL POSTO A DIPENDENTI E PENSIONATI :NEL NUOVO LIBRO “IL PREZZO NASCOSTO. LAVORO, SALARI E FISCO NELL’ITALIA DELL’INFLAZIONE” DI MARCO LEONARDI E LEONZIO RIZZO SI SPIEGA COME FISCAL DRAG E INFLAZIONE HANNO EROSO GLI STIPENDI DI CHI HA UNO STIPENDIO FISSO

Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile

NONOSTANTE GLI AUMENTI CONTRATTUALI E I TAGLI ALLE TASSE, NON SI È RIUSCITI A COPRIRE TUTTO L’AUMENTO DEI PREZZI. NON SOLO: CON L’INFLAZIONE IL REDDITO NOMINALE CRESCE, MA SCAGLIONI E DETRAZIONI IRPEF NON SONO INDICIZZATI IN AUTOMATICO, COSÌ SI PAGANO PIÙ IMPOSTE ANCHE SENZA UN AUMENTO DEL POTERE D’ACQUISTO

Un insegnante perde 2.308 euro l’anno. Un collaboratore scolastico 1.756 euro. Nonostante gli aumenti contrattuali e i tagli alle tasse.
È il doppio effetto di inflazione e fiscal drag raccontato nel nuovo libro: Il prezzo nascosto. Lavoro, salari e fisco nell’Italia dell’inflazione di Marco Leonardi e Leonzio Rizzo (Egea, in uscita oggi). La stabilità dei conti pubblici è stata pagata da dipendenti e pensionati.
Il caso dell’insegnante, 18-24 anni di anzianità, è emblematico. Nel 2019 guadagnava 37.504 euro lordi, nel 2025 è a 40.872. Con un’inflazione cumulata del 20,6%, per mantenere il potere d’acquisto dovrebbe essere a 45.230 euro. Il netto 2025 è 28.786 euro: con pieno recupero dell’inflazione sarebbe 31.094. Differenza: 2.308 euro l’anno. Dentro quella perdita ci sono due componenti. La prima è salariale: il rinnovo contrattuale non ha coperto tutto l’aumento dei prezzi.
La seconda è fiscale: il fiscal drag. Con l’inflazione il reddito nominale cresce, ma scaglioni e detrazioni Irpef non sono indicizzati in automatico, così si pagano più imposte anche senza un aumento del potere d’acquisto.
Il collaboratore scolastico, oltre 35 anni di servizio, conferma la diagnosi con numeri diversi. Il lordo passa da 24.931 a 27.217 euro, ma per recuperare l’inflazione dovrebbe arrivare a 30.067.
Il netto effettivo è 22.241 euro: con pieno recupero sarebbe a 23.998. Perdita: 1.756 euro.
Qui le riduzioni fiscali dei governi compensano e superano il fiscal drag, ma la perdita resta perché il salario non ha recuperato i prezzi.
Il libro inserisce questi casi in un quadro più ampio. Nel biennio di alta inflazione 2022-2023 quasi nessun contratto collettivo è stato rinnovato in Italia: su venti principali solo due nel 2022, nessuno nel 2023.
Gli altri dopo, con molto ritardo e quando l’inflazione era più bassa.
Nel frattempo il drenaggio ha prodotto un aumento strutturale del gettito Irpef di oltre 25 miliardi annui tra lavoro dipendente e pensioni.
«Il fiscal drag ha di fatto permesso di esibire a livello europeo dei conti in ordine che derivano però quasi interamente dall’aumento delle entrate», scrivono gli autori. «Il governo Meloni ha risanato le finanze pubbliche e addirittura anticipato l’obiettivo deficit/Pil sotto il 3%».
Senza quel drenaggio – è la tesi – il rientro sarebbe slittato di tre anni. Conclusione: «Il prezzo l’hanno pagato i redditi fissi».
Se quindi questa è stata la prima grande inflazione domata senza recessione e senza disoccupazione di massa, il costo è stato scaricato soprattutto su dipendenti e pensionati.
Ma il problema, sostengono Leonardi e Rizzo, è più profondo. Tra il 1991 e il 2024 i salari reali sono cresciuti del 32% in Francia, del 33 in Germania, del 48 nel Regno Unito e del 50 negli Usa. In Italia sono diminuiti del 2,4%. L’inflazione ha solo reso visibile una stagnazione trentennale. Per questo, concludono: «I soldi per il recupero del potere d’acquisto devono essere messi sul piatto dalle imprese, non dal governo». Il fisco può correggere il drenaggio. Ma deve scegliere: o più tasse per salvare i conti o più soldi nelle tasche dei lavoratori.
(da Repubblica)

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ARGENTINA, SCOPPIA LA PROTESTA CONTRO LA RIFORMA DEL LAVORO DI MILEI: SCONTRI DAVANTI AL PARLAMENTO

Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile

LA LEGGE E’ UNA INFAMIA: GIORNATA LAVORATIVA FINO A 12 ORE, PIU’ FACILE LICENZIARE, LIMITAZIONE AL DIRITTO DI SCIOPERO E FAVORI AGLI IMPRENDITORI

La protesta, voluta da sindacati e organizzazioni sociali, ha portato in piazza migliaia di persone. Una parte del corteo ha cercato di forzare il cordone di sicurezza che bloccava l’accesso al Congresso: sono volate pietre, bengala e bottiglie incendiarie. La polizia ha risposto con idranti e gas lacrimogeni. Un giornalista dell’Agence France-Presse ha riferito di almeno due feriti, un poliziotto
e un manifestante. .
Al centro dello scontro c’è la cosiddetta legge di “modernizzazione del lavoro”, un disegno di legge di 213 articoli approvato dal Senato con 42 voti favorevoli e 30 contrari e ora atteso alla Camera. Il testo prevede un profondo riassetto delle norme sul lavoro: estensione della giornata lavorativa fino a 12 ore tramite maggiore flessibilità degli orari, ampliamento dei periodi di prova, riduzione degli oneri per le imprese e nuove regole sui licenziamenti che restringono i casi di reintegro e ridimensionano le indennità.
“Non possiamo credere che in Argentina si discuta una legge che ci farebbe tornare indietro di 100 anni”, ha detto all’agenzia Afp, nel mezzo degli scontri, l’avvocato Fabio Nunez.
Il provvedimento interviene anche sul diritto di sciopero, introducendo limitazioni nei servizi considerati essenziali, e apre alla contrattazione collettiva a livello aziendale, indebolendo il ruolo dei sindacati nazionali. Tra i punti più contestati c’è la revisione delle ferie e dei riposi: le opposizioni sostengono che la riforma metta in discussione l’impianto delle tutele storiche, comprese le ferie annuali e il pagamento degli straordinari, favorendo una maggiore discrezionalità delle aziende.

(da agenzie)

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I SERVER ITALIANI SONO UN COLABRODO. SEI HACKER VENTENNI SONO INDAGATI DALLA PROCURA DI MILANO PER ACCESSO ABUSIVO A SISTEMA INFORMATICO E SOSTITUZIONE DI PERSONA: HANNO “BUCATO” IL SITO DEL VIMINALE, SI SONO APPROPRIATI DELLE CASELLE DI POSTA DI DUE POLIZIOTTI E UN CARABINIERE E HANNO RICHIESTO INFORMAZIONI FINANZIARIE A COLOSSI BIG TECH COME GOOGLE, MICROSOFT, AMAZON

Febbraio 13th, 2026 Riccardo Fucile

GLI SMANETTONI SONO STATI ASSOLDATI DA UN MISTERIOSO COMMITTENTE SUL DARK WEB PER FARE SOLDI CON LE INFORMAZIONI OTTENUTE

Due autentiche caselle email istituzionali del Ministero dell’Interno corrispondenti a due veri agenti di polizia, e una reale casella mail istituzionale dei Carabinieri corrispondente a un vero militare, quantomeno nel 2021-2022 sono state utilizzate da sei «smanettoni» poco più che ventenni, assoldati da un misterioso committente sul dark we, per sostituirsi a quegli agenti.
Per scrivere a Wind, Telecom, Vodafone, Iliad, Microsoft, TikTok, Amazon, Facebook, e Snapchat per cercare a volte l’accreditamento al portale dedicato da ciascuna di queste compagnie alle richieste delle forze dell’ordine, e altre volte dati riservati sulla clientela; a Google per farsi dare gli account di due persone con la
giustificazione di un apparente ma falso decreto antiterrorismo della Procura di Potenza; alla società israeliana Nso Group Technologies e alla società Chainalysis.com per chiedere di sperimentare la versione «demo», rispettivamente, di un software per infettare e intercettare cellulari, e di un programma invece per rintracciare portafogli di criptovalute; a Microsoft per chiedere con urgenza notizie sulla società israeliana Finovation per asseriti (pure falsificati) motivi di sicurezza nazionale; a TikTok per sollecitare i dati di quattro youtuber con milioni di follower dopo essere stati protagonisti del reality-show Il Collegio su Rai2; e persino per telefonare al Dipartimento di Stato americano, facendo figurare la chiamata come proveniente dallo Stato Maggiore del Ministero della Difesa.
Il Viminale, tutte le società elencate e il Dipartimento di Stato americano sono infatti indicate dalla Procura di Milano come «persone offese» nella richiesta di rinvio a giudizio formulata ora dalle pm Francesca Crupi e Bianca Maria Eugenia Baj Macario per accesso abusivo a sistema informatico e sostituzione di persona, in una indagine scaturita dalla denuncia dell’avvocato Alberto Sirani per conto di Microsoft.
I sei giovanissimi indagati sostengono di non essere stati loro a «bucare» la rete informatica del Ministero o a «comprare» in qualche modo le credenziali dei veri poliziotti, ma di averle ricevute sul web dai (sinora non identificati) «nickname» che li avrebbero reclutati come manodopera
Uno dei sei, oggi detenuto a Milano in esecuzione di una condanna definitiva per rapina aggravata, afferma nell’interrogatorio di «sapere che (alcuni indicati complici, ndr ) avevano in condivisione gli accessi ai vari portali riservati delle forze dell’ordine».
E sullo scopo di questi hackeraggi accenna non tanto (come in altri recenti casi) a possibili dossieraggi, ma a un movente più pratico: «L’obiettivo era trarre denaro dalle informazioni e accedere ai conti delle persone per ricattarle o rapinarle. Gli accordi (con l’organizzatore misterioso su Internet, ndr ) erano che a me avrebbe dato il 20% in criptovalute».
(da agenzie)

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CHE FINE FARA’ MATTEO SALVINI? TUTTI ASPETTANO L’OFFENSIVA DI ATTILIO FONTANA, MASSIMILIANO FEDRIGA E LUCA ZAIA (MA IL REGISTA È MASSIMILIANO ROMEO, POTENTE SEGRETARIO DELLA LEGA LOMBARDA)

Febbraio 13th, 2026 Riccardo Fucile

LA DECISIONE SULLO SFANCULAMENTO DEL CAPITONE RUOTA, COME IN FORZA ITALIA PER IL CASO TAJANI-BARELLI-GASPARRI, SULL’ESITO DEL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA DEL 23 MARZO… SE DALLE URNE USCISSE LA VITTORIA DEL “SÌ”, SALVINI RESTERÀ AL SUO POSTO E AL TRIO FEDRIGA-FONTANA-ZAIA NON RESTERÀ ALTRO CHE PROVARE A FAR RIPOSIZIONARE IL PARTITO SUI BINARI DEL PRAGMATISMO NORDISTA,,, SE VINCESSE IL NO PER MATTEO SALVINI SCOCCHEREBBE L’ORA FATALE DEL DE PROFUNDIS

La scissione di Roberto Vannacci, per molti leghisti della vecchia guardia, è vista come un’opportunità per il malconcio partito fondato da Umberto Bossi e sfondato da Salvini.
La fine dell”’anomalia” (così fu definito poeticamente il Vannacci-gate da Attilio Fontana) ora potrebbe rivelarsi una boccata d’aria fresca per far tornare alle urne i tanti consensi perduti nelle regioni del Nord, già ben scombussolate dalle mattane sovraniste del “patriota” filo-putiniano Salvini.
Infatti, l’uscita del generalissimo folgorato dalla X Mas e da Putin, come emerge da un sondaggio realizzato da “Izi”, azienda di analisi e valutazioni economiche e politiche, presentato questa mattina nel corso della trasmissione “l’Aria che Tira”, condotta da David Parenzo su La7, la base elettorale di Vannacci si conferma essere di destra e la maggioranza dei voti proviene da Fdi.
Il 39% di chi sarebbe disposto a votare Futuro Nazionale alle ultime elezioni politiche ha votato il partito di Giorgia Meloni, quasi il 26% aveva invece votato la Lega ma c’è anche un 20% di base elettorale che proviene da altri partiti ed un 15% che nel 2022 non aveva votato.
Ma il primo effetto della Vannacc-exit sarà la resa dei conti con Matteo Salvini.
Tutti aspettano una mossa dei tre caballeros del Carroccio: Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga e Luca Zaia (ma chi comanda veramente l’offensiva contro il salvinismo è Massimiliano Romeo, potente segretario della Lega lombarda).
Da anni i tre governatori (i primi due in carica, il terzo, neopensionato) si affannano per frignare la loro insofferenza: “Col cazzo che vannaccizziamo la Lega” (copy Fontana), salvo poi tirarsi sempre indietro quando arriva il momento tipico per sfidare fino alla sfiducia Salvini. Sarà finalmente il loro momento?
Dei tre, Luca Zaia sarebbe quello più libero: non è più governatore, potrebbe prendersi sulle spalle ciò che resta il partito e ri-aggregare tutti i vecchi leghisti nordisti della primissima ora, compresi i bossiani fuoriusciti del patto per il Nord. Ma l’ex Doge non ha il carisma sufficiente, né la voglia per sporcarsi le mani e scendere in campo: troppo istituzionale, poco divisivo, con una personalità che evita la conflittualità…
La sorpresa potrebbe essere il 45enne Massimiliano Fedriga, presidente del Friuli Venezia-Giulia con ottimi risultati dal 2018, che gode del supporto di Zaia, benché il suo mandato scada nel 2028.
La decisione sullo sfanculamento del “Capitone” ruota, come in Forza Italia per il caso Tajani-Barelli-Gasparri, sull’esito della referendum sulla riforma della giustizia del 23 marzo, che si è trasformato, com’era inevitabile, in un voto politico sull’armata Branca-Meloni.
Se dalle urne uscisse la vittoria del “Sì”, Salvini resterà al suo posto e al trio dissidente Fedriga-Fontana-Zaia non resterà altro che provare a far rinsavire l’ex “Truce del Papeete” e riposizionare il partito sui binari del pragmatismo nordista. Basta con la Lega nazionale: chissene frega del Ponte sullo Stretto, più federalismo e Padania…
Nel benedetto caso che vincesse il “No”, se per il governo Meloni sarebbe l’inizio di una Via Crucis di logoramento fino alle politiche del 2027, per Matteo Salvini scoccherebbe l’ora fatale del De Profundis..
(da Dagoreport)

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ARIANNA MELONI E I CAPOCCIONI DI FRATELLI D’ITALIA POSSONO RIPETERE A PAPPAGALLO CHE IL REFERENDUM SULLA RIFORMA DELLA GIUSTIZIA “NON È UN VOTO SU GIORGIA”, MA MENTONO SAPENDO DI MENTIRE

Febbraio 13th, 2026 Riccardo Fucile

CON LA CRESCENTE RIMONTA DEL “NO”, NON BASTA PIU’ ATTACCARE I MAGISTRATI, ORA LA MELONI SA CHE NON POTRA’ FARE A MENO DI METTERCI LA FACCIA, UNA PERSONALIZZAZIONE CHE FINO A IERI HA TENTATO IN OGNI MODO DI EVITARE … MA ORA LA RIMONTA DEL”NO” METTE PAURA E NON PUO’ PIU’ NASCONDERSI ALZANDO I SOLITI POLVERONI DI PROPAGANDA

Le “idi di marzo” della politica italiana, quest’anno, sono rimandate di una settimana. Non il 15 ma nel fine settimana del 22 e 23: è l’appuntamento cruciale per i destini del governo e dell’opposizione di questo disgraziatissimo Paese.
Il referendum sulla riforma della Giustizia è lo snodo attorno a cui ruotano tutti gli equilibri e le questioni più delicate: la resa dei conti interna alla Lega? Rimandata al 24 marzo, così come le beghe in Forza Italia.
Ad avere tutto da perdere, però, non sono né Matteo Salvini, né Antonio Tajani, bensì Giorgia Meloni. La Ducetta, per mesi, ci ha rimbambito con una litania a lei comoda: quello del 22-23 marzo “non è un voto politico” e “non è un referendum su di me”. Oggi, però, nell’intervista rilasciata alla penna amica di Paola Di Caro, sul “Corriere della Sera”, è la sorella della premier, Arianna Meloni, a confermare il contrario.
La consultazione popolare è molto, moltissimo, politica. Ed è legata a doppio filo al governo Meloni, per quanto la Ducetta provi a smarcarsi.
Arianna dice: “Saremo tra la gente a spiegare la riforma”, lasciando immaginare che le truppe di Fratelli d’Italia girino per mercati rionali e piazze affollate a caccia di indecisi.
E Giorgia Meloni, che farà? Sua sorella nicchia: “Non so come vorrà comunicare”. Ma se non scende in campo, in prima persona, la Ducetta chi altri potrebbe mobilitare gli elettori con la sua abile retorica da “So’ una de voi”, se non la statista della Sgarbatella?
Dovrebbe pensarci Lollobrigida con il suo ciuffo fresco di tagliando? Oppure Fabio Rampelli con il suo carisma da stracchino scaduto?
Nella penuria di leadership nel centrodestra, l’unica a smuovere le masse è Giorgia Meloni. Salvini scaccia gli elettori, Tajani è un merluzzo in bianco. Chi dovrebbe dare un’eventuale spinta decisiva al “Si” trascinando i cittadini a votare? Che sia la Ducetta il pezzo da novanta della maggioranza, lo confermerebbe una rilevazione riservata tra gli elettori di Fratelli d’Italia. Secondo l’indagine, la Sora Giorgia vale, da sola, più dei due terzi dei consensi del suo partito (senza la premier, Fdi sarebbe sotto il 10%). Una rilevazione non sorprendente.
Dunque, prima o poi (più prima che poi), la sora Giorgia dovrà sciogliere le riserve: che vuole fare co’ ‘sto referendum? Lo vuole vincere? Allora, molto probabilmente, dovrà metterci la faccia.
Come scriveva ieri Lorenzo De Cicco su “Repubblica”, “martedì notte FdI ha spedito ai suoi iscritti e militanti un sondaggio riservato, per capire quanti siano effettivamente interessati a recarsi ai seggi. A Palazzo Chigi sono pronti a un cambio di strategia, con comizi di Giorgia Meloni in prima persona”
Il coinvolgimento diretto della premier, come tutte le armi da fine del mondo, è a doppio taglio.
Riuscirebbe senza dubbio a mobilitare i suoi Fratelli d’Italia ma avrebbe anche qualche “esternalità” per lei negative. In un interessante articolo su “Domani”, Giulia Merlo due giorni fa notava: “Il sentiment intorno alla riforma della magistratura è di favore, per quasi due terzi dei cittadini, la propensione ad andare a votare invece è opposta: dei favorevoli, meno del 20 andrebbe alle urne; tra i contrari invece è deciso a votare oltre 80 per cento.
Ecco quindi spiegato il testa a testa registrato dai recenti sondaggi. Il dato che più sta facendo riflettere palazzo Chigi, però, è quello secondo cui una discesa in campo di Meloni per il Sì provocherebbe esattamente l’effetto contrario, motivando gli indecisi del No a votare. Un perfetto ‘effetto Renzi’ come nel 2016, è la sintesi”.
Insomma, Arianna può ripetere a pappagallo la litania del “referendum non è un voto su Giorgia Meloni”, ma, in un modo o nell’altro, lo sarà comunque.
I motivi? Sono numerosi: perché è l’unica riforma portata a termine dal governo, dopo il ko di Autonomia e Premierato; perché è fin troppo complessa la riforma da immaginare che i cittadini la capiscano: voteranno, più che nel merito, per simpatia e fiducia politica; perché Giorgia Meloni ha ingaggiato uno scontro verbale con le toghe, sin dall’inizio del suo mandato, che la riforma della Giustizia non puo’ che assumere i contorni di una sfida finale con la magistratura.
L’opposizione è rimasta spiazzata, come sempre. Come ha ben notato il procuratore di Napoli Nicola Gratteri, il centrosinistra, per ignavia e opportunismo, è partito tardi con la campagna elettorale per il “No”: “Quando eravamo a -25% dal sì non c’erano. Hanno incominciato a muoversi quando eravamo a -10. Non è giusto…”.
Eppure, per Schlein, Conte, e compagnia litigando, il referendum sulla giustizia è un’occasione ghiotta. Giorgia Meloni, si diceva, è l’unica che ha qualcosa da perdere. Se vince il “Sì”, per la Ducetta cambierà poco o niente, dal punto di vista politico. Ma se vince il “No”, allora tutti i nodi mai sciolti potrebbero arrivare al pettine, improvvisamente e tutti insieme.
Certo, è difficile scalfire da un giorno all’altro un consenso insolitamente stabile e duraturo (il 40% degli italiani ha un gradimento positivo della premier), ma la storia politica italiana insegna che ci vuole poco a passare dall’altare alla polvere. E viceversa.
Ne abbiamo visti passare tanti, di presunti salvatori della patria: prima c’è stato Renzi, che passò in un anno e mezzo dal 40% delle europee al clamoroso flop referendario, poi il Movimento 5 Stelle con il suo 32% nel 2018, eroso da Salvini in un anno e mezzo di governo giallo-verde a suon di “Immigrati a casa loro”.
Fu poi la volta del “Capitone” leghista, che dai pieni poteri invocati dal Papeete (e un consenso del 34% alle europee del 2019) passò nel giro di qualche giorno a tracannare Maalox per il “tradimento” di Giuseppe Conte e per la nascita del nuovo Governo Pd-M5s.
Lo stesso “Avvocato del popolo”, che durante il Covid aveva percentuali di gradimento bulgare, a suon di dirette televisive pressoché quotidiane, ormai veleggia intorno all’11%. Sic transit gloria politicae.
Il “No” è uno spettro che si aggira tra le stanze di via della Scrofa. Non a caso, nell’intervista di oggi al “Corriere della Sera”, Arianna Meloni esclude nettamente un possibile voto prima del 2027: “Non esiste possibilità di elezioni anticipate. Finché ci sarà il sostegno della maggioranza andremo avanti. Poi ci presenteremo agli elettori e chiederemo loro se vogliono proseguire sulla strada che abbiamo intrapreso”.
Dentro la “Fiamma magica”, c’è chi sostiene il contrario: in caso di sconfitta a marzo, infatti, si aprirebbe un lungo periodo di logoramento, che potrebbe portare a una drammatica erosione di consensi. Meglio votare subito, dicono alcuni meloniani di peso.
D’altro canto, correre alle urne dopo il referendum sarebbe un “all in” con molti interrogativi. Innanzitutto, ci sarebbe il rischio di un tracollo elettorale della Lega di Salvini, ancora in fase di assestamento e riorganizzazione dopo la scissione di Vannacci. Senza considerare che la riforma elettorale è saltata, e non si vede al momento una possibilità di riprovarci.
“Una crisi di governo è esclusa: se esce il Carroccio, chi entra? Calenda? Ma se nei sondaggi sui suoi elettori nessuno, tranne lui, vuole votare il centrodestra…”, è il ragionamento che rimbalza tra i rari neuroni di via della Scrofa. D’altronde lo stesso
Calenda s’è affrettato a precisare: “Non esiste che io sia la ruota di scorta del centrodestra. Va costruito un forte perno centrale europeista e liberale, disponibile ad allearsi su una serie di valori non negoziabili”.
E di Giorgia Meloni ha detto: “Al momento non ho capito se lei è europeista o meno”
In questo guazzabuglio, allora, per Giorgio Meloni qual è la strada più conveniente? Meglio scendere in campo ora, e giocarsi il tutto per tutto al referendum mettendoci la faccia, per mobilitare il 50% di astenuti o il rischioso contraccolpo politico dovuto a una sconfitta nella consultazione referendaria?
(da Dagoreport)

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MANCANO AMBULANZE IN CALABRIA, MEZZI BLOCCATI DA MESI E ATTESE FINO A 30 MINUTI: COME GOVERNANO BENE I SOVRANISTI

Febbraio 13th, 2026 Riccardo Fucile

AMBULANZE POSTE SOTTO SEQUESTRO AMMINISTRATIVO ILLEGITTIMO SENZA CHE OCCHIUTO ABBIA MOSSO UN DITO

In Calabria un’ambulanza ci mette in media mezz’ora ad arrivare sul posto. Secondo gli ultimi dati Agenas, riferiti al 2024, la Regione è maglia nera per i tempi di attesa dei mezzi di soccorso, che in alcuni casi, come a Vibo Valencia, possono raggiungere addirittura i 35 minuti.
Un problema che il governatore e commissario della sanità, Roberto Occhiuto, conosce bene e a cui si è cercato di sopperire con l’acquisto di nuove ambulanze che potessero rimediare agli enormi ritardi. Peccato che quelle ambulanze siano bloccate ormai da mesi.
Perché le ambulanze calabresi sono sotto fermo amministrativo
La segnalazione arriva dal consigliere regionale di opposizione Ernesto Alecci, venuto a conoscenza dell’esistenza di diversi mezzi di soccorso sottoposti a fermo amministrativo dall’estate scorsa. Si tratta di ambulanze nuove, in alcuni casi comprate e mai usate e in altri utilizzate, sebbene prive di qualsiasi copertura amministrativa.
Alecci, che ha presentato un’interrogazione al presidente Occhiuto, ci spiega che a disporre il fermo è stata l’Agenzia dell’Entrate a causa dei debiti che gravano sulle Asp calabresi. Una circostanza che certifica come i conti della sanità nella Regione non siano affatto in ordine e che stride con la narrazione portata avanti negli ultimi mesi dal governatore forzista, impegnato nel suo progetto di riforma del sistema sanitario.
Tuttavia, osserva Alecci, il fermo sui mezzi di soccorso, come sulle macchine deputate al trasporto di persone invalide, è illegittimo. Sarebbe bastato dunque, un semplice intervento da parte degli uffici amministrativi per impugnare l’atto e rendere così nuovamente disponibili le ambulanze per il trasporto dei malati.
Eppure, questa situazione si trascina da mesi – il provvedimento risale ad agosto – senza che nessuno, in primis il commissario Occhiuto, abbia mosso un dito.
Un disastro che grava sulla sanità calabrese, già piegata dai lunghissimi tempi di attesa dei mezzi di soccorso. Si va dai 28 minuti di Crotone ai 30 di Catanzaro e Reggio Calabria, fino ai 31 minuti di Cosenza e al record negativo di Vibo Valencia, dove in media un cittadino aspetta 35 minuti prima di vedere un’ambulanza. Secondo gli standard nazionali fissati dai Lea (Livelli essenziali di assistenza) le tempistiche non dovrebbero superare i 18 minuti.
Cosa rischia chi usa le ambulanze sottoposte a fermo
Di fronte all’emergenza che vive la Regione, alcune delle ambulanze sottoposte a fermo vengono comunque utilizzate per i soccorso, ma il rischio che corrono gli autisti è altissimo. “Nel malaugurato caso di un sinistro, la compagna assicurativa risarcirà il danno per poi rivalersi sull’azienda sanitaria, con un’ulteriore beffa per i cittadini calabresi”, spiega Alecci, che ha chiesto a Occhiuto di chiarire quanti siano i mezzi di soccorso colpiti dal fermo nelle varie Asp, se e quando gli uffici preposti abbiano in qualche modo provveduto agli adempimenti necessari alla rimozione del provvedimento. “Un caos che ingessa le procedure, procura ritardi, sta condannando la nostra regione ad una sanità pubblica sempre più precaria e incapace di dare risposte ai cittadini”, conclude.
(da Fanpage)

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PER LA PRIMA VOLTA UN TRIBUNALE ITALIANO, A BARI, HA CONDANNA UN GRUPPO DI MILITANTI DI CASAPOUND APPLICANDO LA LEGGE SCELBA, CHE VIETA LA RIORGANIZZAZIONE E LA MANIFESTAZIONE DEL DISCIOLTO PARTITO FASCISTA

Febbraio 13th, 2026 Riccardo Fucile

IL 21 SETTEMBRE 2018, AL TERMINE DEL CORTEO CONTRO MATTEO SALVINI, I “FASCISTI DEL TERZO MILLENNIO” AGGREDIRONO CON CALCI, PUGNI E CINGHIATE ALCUNE PERSONE SCESE IN PIAZZA A BARI – PER I PM CI FU “L’UTILIZZO DEL METODO SQUADRISTA COME STRUMENTO DI PARTECIPAZIONE POLITICA” – LE OPPOSIZIONI INCALZANO PIANTEDOSI: “SCIOLGA CASAPOUND E SGOMBERI LA SEDE OCCUPATA A ROMA”. IL MINISTRO DELL’INTERNO BALBETTA: “LO FAREMO”. MA QUANDO?

Era un’aggressione fascista. Fatta da una squadraccia fascista di militanti di CasaPound. Tutto questo ora è scritto in una sentenza. Per la prima volta un tribunale italiano condanna un gruppo di militanti di CasaPound applicando gli articoli 1 e 5 della legge Scelba, la norma che vieta la riorganizzazione e la manifestazione del disciolto partito fascista.
Lo ha fatto ieri il tribunale di Bari, condannando dodici imputati su diciassette nel processo per il raid del 21 settembre 2018, al termine del corteo contro l’allora ministro dell’Interno Matteo Salvini.
Militanti di CasaPound aggredirono alcuni manifestanti a pochi passi dalla loro sede di via Eritrea. La manifestazione si era appena sciolta in piazza del Redentore, al quartiere Libertà. I partecipanti stavano tornando verso casa.
Nei pressi del circolo Kraken, sede di CasaPound, un gruppo di ragazzi che utilizzava, è scritto negli atti, «il metodo squadrista come strumento di partecipazione politica», li raggiunse. Secondo quanto ricostruito anche attraverso le telecamere di videosorveglianza, ci furono spintoni, schiaffi, colpi alle spalle, cinghiate.
La Procura ha sostenuto che non si trattò di uno scontro casuale ma di un’azione organizzata contro chi aveva partecipato al corteo antifascista.
Il collegio presieduto dal giudice Ambrogio Marrone ha inflitto un anno e mezzo a cinque imputati per la sola riorganizzazione del partito fascista nelle forme della manifestazione e dei metodi; due anni e mezzo ai sette ritenuti responsabili anche delle lesioni, con la privazione dei diritti politici per cinque anni.
Questa sentenza è speciale perché è la prima in Italia che riconosce a carico di militanti di CasaPound la violazione della legge Scelba inserendo quindi il movimento, ora vicino al generale Roberto Vannacci, come qualcosa che richiama direttamente al partito fascista. Per questo dal centrosinistra è partita subito la richiesta di scioglimento.
In Aula Pd, s e Avs hanno chiesto un’informativa urgente al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, e lo sgombero della sede romana occupata da CasaPound. Su questo Piantedosi ha risposto: «Io sono per sgomberare tutti gli immobili previsti. CasaPound l’ho inserita io nella lista, da prefetto di Roma». Ma per le opposizioni non basta. La segretaria del Pd Elly Schlein definisce la decisione «una sentenza molto importante» che non può non provare conseguenze.
Dopo il sequestro della sede nel 2018, CasaPound è formalmente scomparsa da Bari ma alcuni attivisti hanno continuato a fare politica o a mantenere una presenza pubblica. Alberga ha sostenuto il centrodestra alle comunali del 2019 ed è stato visto nel 2024 a un incontro organizzato da Roberto Vannacci.
Rocco Finamore è oggi coordinatore del comitato foggiano «Remigrazione» e promuove iniziative in questo senso; Martino Cascella negli anni ha attaccato lo ius soli e rivendicato il fascismo. Ora, quindi, c’è una sentenza. Ma tutto era già stato scritto.
(da agenzie)

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LUCA ZAIA VICESEGRETARIO DELLA LEGA? E’ UN’IPOTESI CHE CIRCOLA NEL CARROCCIO MA L’EX GOVERNATORE DEL VENETO NON VUOLE UN RUOLO DI RAPPRESENTANZA MA OPERATIVO, CON DELEGHE DI PESO

Febbraio 13th, 2026 Riccardo Fucile

“L’ESPRESSO”: “UN INCARICO SIMILE COMPORTEREBBE UNA REDISTRIBUZIONE INTERNA DELLE RESPONSABILITÀ E DEI PESI POLITICI. NON TUTTI, NEL PARTITO, GUARDANO CON FAVORE A UN RAFFORZAMENTO DELLA COMPONENTE VENETA, A COMINCIARE DA SALVINI CHE NON VORREBBE RAFFORZARE TROPPO UN POSSIBILE FUTURO RIVALE PER LA SEGRETERIA DEL PARTITO”

L’ipotesi prende corpo nelle ultime ore, ma resta avvolta nella cautela. Luca Zaia potrebbe accettare la vicesegreteria della Lega, lasciata vacante da Roberto Vannacci, a una condizione precisa: poter svolgere un ruolo effettivo, con margini di iniziativa politica chiari e non meramente formali.
Zaia, forte di un consenso consolidato e di un profilo amministrativo riconosciuto anche oltre i confini del centrodestra, rappresenterebbe una figura capace di rassicurare l’ala più istituzionale e territoriale del partito. Il diretto interessato, per ora, non commenta.
Il governatore non sarebbe disposto ad assumere un incarico simbolico. L’eventuale via libera passerebbe dalla definizione di competenze puntuali: coordinamento politico sui territori, interlocuzione con gli amministratori locali, contributo alla definizione della linea su temi economici e autonomisti. In altre parole, un ruolo operativo e non di rappresentanza.
La questione si intreccia con la più ampia riflessione in corso nella Lega sulla propria identità. Un segnale significativo, in questo senso, è la scomparsa del termine “remigrazione” dai documenti preparatori della riunione. Una scelta lessicale che molti leggono come la volontà di evitare sovrapposizioni con le posizioni più identitarie sostenute da Vannacci
Salvini è chiamato a gestire una fase complessa. Da un lato, la necessità di mantenere coesa la base più sensibile ai temi della sicurezza e dell’immigrazione; dall’altro, l’esigenza di consolidare il radicamento amministrativo e il dialogo con il mondo produttivo del Nord. In questo quadro, la figura di Zaia potrebbe rappresentare un punto di equilibrio.
Resta però il nodo degli spazi di autonomia. Un incarico con deleghe reali comporterebbe una redistribuzione interna delle responsabilità e, inevitabilmente, dei pesi politici. Non tutti, nel partito, guardano con favore a un rafforzamento della componente veneta, già influente sul piano territoriale. A cominciare da Salvini che tutto vorrebbe tranne che rafforzare troppo un possibile futuro rivale per la segreteria del partito.
La tempistica è un altro elemento da considerare. Non c’è, al momento, una scadenza formale per la nomina del nuovo vicesegretario. Questo consente al vertice leghista di calibrare la decisione in funzione degli sviluppi politici nazionali e degli equilibri nella maggioranza di governo.
Per Zaia, la scelta avrebbe anche una valenza personale e strategica. Accettare significherebbe entrare in modo diretto nella gestione del partito a livello nazionale, con un ruolo che potrebbe incidere sulle prospettive future della Lega. Restare fuori, invece, gli permetterebbe di preservare un profilo autonomo
(da lespresso.it)

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