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LA CRISI DELL’ECONOMIA RUSSA E’SEMPRE PIÙ EVIDENTE: I PREZZI SONO IN DRASTICO AUMENTO, IL DEFICIT DI BILANCIO È A LIVELLI RECORD, I SALARI E LE PENSIONI SONO IN CALO E IL PIL È STATO RIVISTO DI NUOVO AL RIBASSO

Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile

“DOMANI”: “L’ECONOMIA RUSSA PUÒ SOPPORTARE SOLAMENTE UN ALTRO ANNO DI GUERRA, A COSTO DI UN ULTERIORE DETERIORAMENTO E DI UN ABBASSAMENTO DEL TENORE DI VITA”

Sono passati quasi sei mesi dall’incontro di Donald Trump e Vladimir Putin ad Anchorage in Alaska, e, mai come in questi giorni, diversi commentatori e politici sottolineano l’esistenza di un accordo implicito tra Mosca e Washington sulla fine della guerra in Ucraina.
Mentre Volodomyr Zelensky abilmente cerca di rimanere politicamente “a galla” dopo gli scandali di corruzione e il ricatto/disimpegno di Trump, in questi giorni un evento significativo ha attirato l’attenzione di molti analisti.
Il costo dei cetrioli
La notizia proviene direttamente dalla pubblicistica russa che evidenzia i problemi dello stato dell’economia russa ed è stata diffusa nei social dal corrispondente inglese della Bbc, Steve Rosenberg.
Dal Moskovskij Komsomolets che scrive di un aumento del 42,8 per cento del prezzo dei cetrioli e del 27 per cento dei pomodori al giornale governativo Rossijskaja Gazeta che riprende le statistiche ufficiali, si evince, ad esempio, che dall’inizio del 2026 al 2 febbraio i prezzi al consumo sono aumentati del 2,1 per cento, il valore più alto degli ultimi anni.
A ciò si aggiunga la Nezavisimaja Gazeta con il trafiletto sulle pensioni che sono scese al di sotto del 24 per cento della retribuzione media. Sempre in base alle statistiche ufficiali, negli ultimi nove mesi del 2025 le perdite delle compagnie
russe sono aumentate del 25 per cento, raggiungendo i 77 miliardi di dollari e sono aumentate le retribuzioni arretrate del 14,5 per cento.
Secondo l’ultimo aggiornamento del Fondo monetario internazionale, la crescita del Pil russo nel 2026 è stata nuovamente rivista al ribasso intorno allo 0,8 per cento (0,5-0,6 per gli analisti russi), con una decelerazione netta rispetto al +4,3 per cento registrato nel 2024, mentre i tassi di interesse sono al 16 per cento per evitare un incontrollato aumento dei prezzi.
La Banca centrale russa ha applicato politiche restrittive per contrastare l’inflazione, soffocando, però, la domanda e gli investimenti e de facto deve affrontare i segnali inequivocabili di una stagnazione economica.
In sostanza, la spesa militare, che ha avuto effetti molto positivi nei primi anni della guerra in Ucraina sta esaurendo la capacità produttiva civile, spostando risorse critiche dal settore privato a quello bellico: nel 2026 quasi la metà della spesa federale sarà destinata alla guerra e alle agenzie di sicurezza (38 per cento) o al servizio del debito pubblico (8 per cento).
Il deficit di bilancio ha raggiunto livelli record (48,9 miliardi pari all’1,6 per cento del Pil) con la diminuzione delle riserve e l’aumento del debito pubblico mentre i ricavi derivanti dal petrolio e dal gas stanno diminuendo a causa del calo dei prezzi del petrolio, ma non del volume dell’esportazione nonostante le sanzioni statunitensi contro Lukoil e Rosneft, il nuovo accordo commerciale Usa-India e le restrizioni sulle importazioni nel mercato europeo.
Stagnazione strutturale
Se la rapida crescita nel settore militare nel biennio 2023-2024 aveva consentito un aumento del Pil pari al 4 per cento, i dati sull’economia civile relativi al tasso di disoccupazione (2,2 per cento), ai cali nel settore manifatturiero, nei materiali da costruzione, nel settore dei trasporti e la recessione nell’industria automobilistica dimostrano che dall’inizio della guerra in Ucraina, per la prima volta, il Cremlino si trova in una stagnazione strutturale e potenzialmente in recessione tecnica nei prossimi mesi con ricadute politiche inevitabili sull’andamento del conflitto.
Putin monitora costantemente l’opinione pubblica per evitare di rompere quel “patto sociale” basato sull’offerta statale di stabilità politica ed economica in cambio della totale sottomissione del popolo alla volontà del presidente
Se è vero che l’economia russa può sopportare solamente un altro anno di guerra, a costo di un ulteriore deterioramento e di un abbassamento del tenore di vita, ma non del collasso totale impropriamente annunciato sin dal marzo 2022 a causa delle sanzioni, è plausibile ritenere che Putin e Trump abbiano trovato l’intesa per evitare che il 2026 diventi il loro annus horribilis.
Mosca prende fiato economicamente per scongiurare il peggio mentre Washington “chiude” un’altra guerra prima delle elezioni del prossimo novembre.
(da agenzie)

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“L’ACCOSTAMENTO TRA ANDREA PUCCI E ROBERTO BENIGNI, PROPOSTO ANCHE DA LA RUSSA, È FUORI LUOGO”

Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile

ALDO CAZZULLO: “ROBERTACCIO HA SEMPRE PRESO IN GIRO LA SINISTRA. NON VEDO ANDREA PUCCI FARE LO STESSO CON GIORGIA MELONI, MA TROVO IL SUO LINGUAGGIO E I SUOI ARGOMENTI BECERI, VOLGARI, PIÙ SPAVENTOSI CHE RIDICOLI. SOSTENERE CHE GLI OMOSESSUALI ABBIANO IL LORO MODO DI FARE I TAMPONI ANTICOVID, DEFINIRE ZECCHE COLORO CHE NON LA PENSANO COME LUI, IRRIDERE L’ASPETTO FISICO DI SCHLEIN NON MI SEMBRANO UNA DIMOSTRAZIONE DI LIBERTÀ, E NEPPURE DI SATIRA, BENSÌ DI CONFORMISMO”

L’accostamento tra Andrea Pucci e Roberto Benigni, proposto anche dal presidente del Senato Ignazio La Russa in una conversazione con il nostro giornale, mi sembra un po’ fuori luogo. Non è questione di giudizio di valore, che è sempre libero e opinabile.
Uno può sempre pensare che Teomondo Scrofalo, l’autore di croste inventato da Antonio Ricci, sia un pittore più bravo di Raffaello. Ma Benigni è sempre stato critico verso la sua parte politica. Ha sempre preso in giro la sinistra. Ieri sul Giornale Luigi Mascheroni, nella sua rubrica che si legge sempre volentieri, ricordava una filastrocca contro Almirante scritta da Benigni 51 anni fa, con termini che probabilmente oggi l’artista non riscriverebbe.
Tuttavia Benigni non è diventato famoso per quella filastrocca, ma per il ruolo di Cioni Mario che si faceva apertamente beffe delle velleità rivoluzionarie del Partito Comunista e financo del suo mitico segretario Enrico Berlinguer: «L’unica cosa che dovrebbe fare Berlinguer è quella di darci il via». «Ma perché non ci dà il via?».
«Perché c’ha da fare, c’ha famiglia…». Ora, non soltanto non mi vedo Andrea Pucci prendere in giro Giorgia Meloni, ma trovo il suo linguaggio e i suoi argomenti beceri, volgari, più spaventosi che ridicoli.
Non vedo ironia e neanche sarcasmo, vedo un compiacimento truce che sui social si ritrova fin troppo facilmente. Sostenere che gli omosessuali abbiano il loro modo di fare i tamponi antiCovid, definire zecche cioè insetti coloro che non la pensano come lui, irridere l’aspetto fisico della segretaria del principale partito di opposizione non mi sembrano una dimostrazione di libertà, e neppure di satira, bensì di conformismo. Di quel conformismo che si respira oggi in Italia come a mia memoria non era mai accaduto.
(da Corriere della Sera)

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L’OLIMPIADE INVERNALE HA MESSO A DURA PROVA I NERVI DEI MILANESI CHE SI SONO TROVATI A VESTIRE I PANNI DEL PARENTE POVERO CHE ASSISTE DALLA FINESTRA AI (FINTI) GIOCHI GEO POLITICI (NON QUELLI SPORTIVI) DEI POTENTI DELLA TERRA

Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile

I NUOVI BARBARI CHE SFILANO A SIRENE SPIEGATE BEN PROTETTI DA OLTRE SEIMILA ADDETTI ALLA SICUREZZA. IN CITTÀ CI SONO ANCORA CANTIERI APERTI, I RISTORANTI SONO VUOTI E I TURISTI LATITANO: 7 MILIARDI BUTTATI

Lavoro a un chilometro dall’arena delle gare olimpiche a milano. Ieri il ristorante era vuoto almeno al 60 per cento. Le persone sono in smartworking, mi ha detto il cameriere. In città sono Giochi surreali per chiunque non vada da spettatore alle gare o non si incolli alla tv. Quello che vedi sono cantieri aperti.
Pare anche a Cortina. Il vero metaverso è quello formato dai discorsi, dalle parole, che sono più reali di quel che vediamo, le parole sono più forti degli occhi. Lo dicevo già dieci anni fa quando si parlava di “innovation “ digitale ma il paesaggio di milano era punteggiati di gru di cantieri edili. Quella era la vera new economy della città. Guarda!, poi pensa. Qui, foto di Cortina, Villaggio Olimpico, Arena Santa Giulia, San Siro.
Si spengono le luci su San Siro per l’ultimo evento-baraccone di una Olimpiade invernale che ha messo a dura prova i nervi di una città il cui cuore, già sofferente, ha rischiato l’infarto. Si chiude così una settimana da incubo per i milanesi, ostaggio delle “zone rosse”.
All’improvviso, i milanesi si sono trovati a vestire i panni del parente povero che assiste dalla finestra ai (finti) giochi geo politici (non quelli sportivi) dei potenti della Terra. I nuovi barbari che a sirene spiegate scorrazzano nelle vie con le loro auto blindate. Ai più (s)fortunati è stato offerto l’infinito caravanserraglio dei tedofori con la torcia accesa (dagli sponsor) riservata a Vip e morti di fama.
“Guardel ben, guardel tutt, L’omm senza danée come l’è brütt”, torna alla mente il detto che fa da epigrafe al libro di Alberto Savinio sul fascino e le illusioni sulla Milano del dopoguerra: “Ascolto il tuo cuore, città”. Ma il battito cardiaco del “Sindaco del rione Vanità”, Beppe Sala, dopo dieci anni incollato alla sedia di Palazzo Marino non è più in concordanza neppure con chi l’ha votato.
Anche per la restituzione dei cassonetti dei rifiuti, l’Amsa fa sapere ai contribuenti che saranno riportati sulle strade interessate solo dopo il 20 febbraio. Quanto alle centinaia di vigili spuntati nella sei giorni olimpica, come le lucciole pasoliniane sono scomparsi all’alba di una metropoli tornata a vivere senza “zone rosse”.
E quanta nostalgia si può leggere ancora nelle cronache-ritratto genuine negli anni Sessanta dello scrittore bellunese, Dino Buzzati raccolte in “Scusi da che parte, per piazza Duomo?”.
Una tavolozza variopinta sulla sua Milano anni Sessanta – con pregi e difetti, compresa l’assenza dei parcheggi in città -, senza le sfumature bavose dei vari (e avariati) mini-fondisti dell’ex Corrierone. I Postiglione e i Severgnini, che pastrocchiano nell’affrescare di rosa un evento (para) sportivo. Lì dove il nero non difetta e ne oscura le magagne. Mentre, come nel passato, si annuncia un’altra olimpiade degli sprechi e degli inganni.
Già, ma cosa hanno da lamentarsi, soprattutto i milanesi, se “la festa” è stata goduta in mondovisione da 2 miliardi persone? Si chiede il saccente anglista “alle vongole”, Beppe Severgnini, che forse non segue i social o le lettere nella rubrica del suo giornale di tono assai diverso dal suo suonar la gran cassa dei leccaculo.
Ed è un peccato, aggiungiamo noi, che i “fortunati” non abbiamo potuto godere della telecronaca in italiano del gaffeur, Patacca-Petracca, che avrebbe fatto capire
meglio al mondo la miseria del servizio pubblico offerto dalla Rai e sullo stesso stato di salute dell’Italia Trump-meloniana. Della serie: Pucci pucci sento odor di fascistucci… E che “festa”, o sagra paesana che sia, anche se non invitati agli eventi sportivi e mondani, non brontolino i meneghini accigliati, a “ripagarli” è stata “la fiamma accesa sotto l’Arco della Pace” (sic), ci tranquillizza ancora il tele-imbonitore alla Crema (montata).
Il tutto in nome di quello spirito dilettantistico: “L’importante non è vincere, ma partecipare”, attribuito al fondatore del Cio, Pierre de Coubertin (1863-1937).
Una massima ormai screditata da un professionismo rapace e corruttore. Peccato che a Milano, a parte il pattinaggio e le competizioni di hockey nel nuovo Palaghiaccio (costo superiore ai 180 milioni di euro), sono state le uniche gare agonistiche usufruibili (pagando caro il biglietto) dalla gente comune.
Ecco, i primi effetti delle olimpiadi “diffuse” (e senza ritorni economici) decantate da Giovanni Malagò. Il presidente, della Fondazione che nelle cronache milanesi “fru fru” del quotidiano – in versione Oh Bej! Oh Bej! nei giorni olimpici -, è stato ammirato pure per la sua giacca doppiopetto “magistrale”. Non a caso al Circolo romano dei Canottieri Aniene il nostro è stato ribattezzato Giovanni Megalò.
Allora, il “monster show” (Aldo Grasso), non è stata la rappresentazione al “Meazza”, 68 milioni di costi su un budget di 1,6 miliardi. Una esibizione pacchiana costruita su misura, come il cardigan blu di Malagò, per la tv e i suoi sponsor. Forse immaginando una futura Dubai sui Navigli che già sta crescendo tra scandali e inchieste giudiziarie.
Macché “monster show”! In realtà, abbiamo assistito a un “road movie” mozzafiato della serie “Milano calibro 9” tratto dai racconti di Giorgio Scerbanenco.
Con il carosello delle auto blindate dei nuovi conquistatori della città del Manzoni e di Leonardo, che sfilano a sirene spiegate nella bolla surreale di una metropoli sospesa. Ben protetti da oltre seimila addetti alla sicurezza, armati fino ai denti anche per attovagliarsi alla serata mondana all’ombra dei cipressi del Monumentale cimitero
A salvare la dignità di Milano, e il Paese delle occasioni perse, è stato soltanto il docu-film del viaggio del Capo dello Stato, Sergio Mattarella, che su un vecchio tram ha attraversato la città guidato “a manetta” dall’ex asso del motociclismo, il giovane Valentino Rossi. Ah, nostalgia canaglia.
(da Dagoreport)

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L’INDEGNA SQUALIFICA DI GERASKEVYCH ALLE OLIMPIADI E’ LA MOSSA PIU’ IPOCRITA CHE IL CIO POTESSE FARE

Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile

I VOLTI DEI MARTIRI UCRAINI SUL CASCO NON ERANO POLITICA, MA UMANITA’

Il rapporto tra politica e sport è claustrofobico da sempre, gestito con sotterfugi, ammiccamenti e compromessi a volte squallidi, ma in questi anni è diventato particolarmente tossico. Da una parte c’è chi tutto vede attraverso l’ottica della dicotomia politica dei nostri anni, progressisti contro nazionalisti, unico modo di chiamare i trumpisti vari di tutto il mondo che ormai non sono più nemmeno conservatori. Loro vogliono dichiaratamente un altro mondo, diverso da tutto quello che abbiamo visto fino a oggi. Dall’altra parte poi c’è chi mette la testa sono un paio di metri di sabbia e continua a ripetere a pappagallo: “La politica non deve entrare nello sport”.
Entrambe le posizioni sono assurde e appunto tossiche, perché nel primo caso ogni presa di posizione sembra un atto di sfida nazionale a qualcun altro, come se uno che vince la medaglia d’oro olimpico nello short track e si gira per esultare voglia fare la guerra al Canada e al Belgio. La seconda posizione poi è quella che ha scelto il CIO nei confronti di Vladyslav Heraskevych, skeletonista ucraino, che aveva deciso di onorare 21 atlete e atleti ucraini uccisi dalla Russia durante la guerra. Lo voleva fare mostrando i loro volti sul suo casco, quel casco ben in vista nello
skeleton perché si scende a 100 all’ora e più proprio con la faccia in avanti. Imprimersi quelle facce nella memoria era un monito che tutti gli schermi del pianeta avrebbero riverberato.
Con la sua idea Vladyslav Heraskevych voleva in qualche modo dire: noi siamo rimasti ma loro ci guidano e guidano la mia folle discesa, in uno sport considerato da tutti come folle. Ma tutte queste follie al CIO non sono piaciute. E quando qualcuno va oltre il consueto, si mette mano alle carte e in base alla regola 50 della Carta Olimpica, che proibisce “ogni tipo di manifestazione o propaganda politica, religiosa o razziale”, l’atleta è stato squalificato e non ha potuto partecipare oggi alle prime due discese.
Ricordare un popolo attaccato con le armi è propaganda? Ricordare le proprie sorelle e i propri fratelli “in sport” ammazzati è propaganda? Ricordare che c’è una nazione sotto bombardamenti da quattro anni è propaganda? Ricordare il proprio Paese distrutto è propaganda?
Se è propaganda, come il CIO ha confermato oggi squalificando Heraskevych, allora anche il dolore è propaganda e tutti gli atleti da oggi in poi devono zittire ogni emozione legata alla realtà e ufficialmente prendere la carta d’identità di un mondo parallelo, dove non esiste il male inflitto agli innocenti.
Il CIO crede che esista questo mondo e le atlete e gli atleti devono pensarlo obbligatoriamente anche loro, se poi a casa qualcuno muore per una bomba arrivata chissà dove e da chissà quale altra realtà bisogna tacere e sciare, scendere, correre, pattinare, saltare, tirare, calciare. L’ipocrisia profonda di tutte le istituzioni sportive negli ultimi anni (anche prima non brillavano di sicuro per coraggio) si è ulteriormente accentuata perché molto spesso da stati dittatoriali (lo diciamo per brevità ma anche per verità) può venire quella che è considerata la salvezza dello sport, ovvero una vagonata di soldi senza senso che muove economie pulite e sommerse e che fa bene a pochi, ma che, guarda caso, sono spesso quei pochi che devono decidere dove si devono tenere i tornei e le manifestazioni internazionali.
Scegliere uno stato rispetto a un altro, fare delle dichiarazioni a favore di questo o quel rappresentante, incontrare o non incontrare una delegazione è già pienamente politica e il CIO che ferma un dolore da voler mostrare al mondo è l’operazione più ipocrita che si possa immaginare. Lo sport è tutto politica, ora bisogna scegliere se
farlo diventare uno strumento fondamentale di buona politica oppure no, non ci si può nascondere nell’idea dei due mondi diversi e lontani.
Heraskevych non voleva urlare contro qualcuno, non cercava vendetta, non si lanciava contro i nemici, si sarebbe lanciato invece con la testa in avanti verso il desiderio di ricordare, strisciando onde di dolore del suo popolo per quattro lunghi anni assediato e continuare a dire al mondo che gli ucraini esistono e sono dentro una guerra terribile. Quelle facce non erano politica, erano umanità: il CIO ha voluto cancellarle, cancellando quella scintilla di umanità che lo sport dovrebbe sempre esprimere. Gli atleti-macchine andranno bene per chi non vuole pensieri, gli atleti-uomini sono quelli che fanno la storia.
(da Fanpage)

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ADDIO A MARIA FRANCA FERRERO, VEDOVA DEL FONDATORE DELL’AZIENDA DOLCIARIA DI ALBA, UN ESEMPIO UNICO DI GRANDE IMPRENDITORE ATTENTO AL SOCIALE

Febbraio 12th, 2026 Riccardo Fucile

ERA PRESIDENTE DELLA FONDAZIONE FERRERO, IL SUO MOTTO: “LAVORARE, CREARE, DONARE”

Addio a Maria Franca Fissolo Ferrero. La presidente onoraria della holding Ferrero International S.A. e presidente della Fondazione Ferrero si è spenta alle 5,30 nella sua casa di località Altavilla, la prima collina di Alba. Aveva da poco compiuto 87 anni: era nata a Savigliano il 21 gennaio 1939, sette anni prima della fabbrica albese con cui ha intrecciato tutta la sua vita, ricoprendo un ruolo tanto discreto quanto fondamentale nelle scelte a fianco del marito Michele Ferrero, il patriarca del gruppo dolciario ora guidato dal figlio Giovanni.
L’amore a prima vista con Michele Ferrero
Dopo il ginnasio e il liceo, aveva frequentato la Scuola per Interpreti a Milano e nel 1961 era stata assunta come traduttrice e interprete nella fabbrica del cioccolato di Alba che stava già per diventare una multinazionale. «Anche se è stato scritto decine di volte, non sono mai stata la segretaria di Michele Ferrero – aveva precisato in un’occasione la signora Maria Franca -. Quel che è vero è che con lui fu il classico colpo di fulmine, un amore a prima vista».
Maria Franca Fissolo e Michele Ferrero si sposarono nel 1962. Nel 1963 ebbero il loro primogenito Pietro, scomparso per un malore in Sudafrica il 18 aprile 2011. Nel 1964 nacque Giovanni, attuale presidente del gruppo dolciario che può contare su 36 stabilimenti produttivi e una presenza in più di 170 Paesi. Pur senza mai abbandonare Alba e quella villa nascosta dalle siepi sulla prima collina della città, la famiglia Ferrero ha vissuto a lungo a Bruxelles e poi a Monaco.
La scelta di tornare a vivere ad Alba
Negli ultimi anni la signora Maria Franca aveva deciso di ritornare a risiedere ad Alba, rafforzando così la sua presenza e il suo impegno nella capitale delle Langhe, quasi a voler confermare anche fisicamente l’importanza e il ruolo delle radici albesi in una multinazionale sempre più proiettata nel mondo. Con il figlio Giovanni, lascia le nuore Paola e Luisa e cinque nipoti.
L’impegno sociale e il motto “Lavorare, creare, donare”
Sebbene ogni anno le riviste si ostinassero a collocare la signora Ferrero in cima alla classifica delle persone più ricche d’Italia, di quella ricchezza non c’è quasi traccia.
Le sue poche apparizioni pubbliche erano riservate a partecipare ai principali eventi istituzionali cittadini, a quelli della Fondazione Ospedale di Verduno, intitolato alla memoria di Michele e Pietro Ferrero, e soprattutto alle innumerevoli iniziative sociali e culturali della Fondazione Ferrero che la signora Maria Franca ha presieduto con generosa lungimiranza seguendo il motto «Lavorare, creare, donare»
(da La Stampa)

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LA POLIZIA A PROTEZIONE DI CASAPOUND, SIAMO ALLE COMICHE: LA POLIZIA IDENTIFICA UN CRONISTA DI “È SEMPRE CARTA BIANCA” COLPEVOLE DI TROVARSI DAVANTI AL PALAZZO OCCUPATO DA CASA POUND A ROMA . IL GIORNALISTA AGLI AGENTI: “È UN PARADOSSO, LORO SONO QUI DA 23 ANNI IN MANIERA ABUSIVA E VOI CONTROLLATE NOI. MA SIETE STATI CHIAMATI DA CASAPOUND?”

Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile

LE FORZE DELL’ORDINE CHIEDONO ALLA TROUPE DI SPEGNERE LA TELECAMERA. SPIATI, QUERELATI DAI POTENTI, FERMATI DALLA POLIZIA: IN QUESTO PAESE FARE I GIORNALISTI STA DIVENTANDO IMPOSSIBILE… UNA DOMANDA SORGE SPONTANEA: LA POLIZIA PROTEGGE CASAPOUND DA CHI TURBA UNA OCCUPAZIONE ABUSIVA? MA VALEVA ANCHE PER ASKATASUNA E PER IL LEONCAVALLO?

“La polizia è arrivata per rimproverarci e identificarci”: è la denuncia del programma di Rete 4 ‘E’ sempre Carta Bianca’, tornato davanti al palazzo occupato da Casa Pound, che pubblica un video sul suo profilo Facebook.
“E’ un paradosso, loro sono qui da 23 anni in maniera abusiva e voi controllate noi”, dice il giornalista alle forze dell’ordine che gli chiedono di concordare un’intervista con Casa Pound. “Siete stati chiamati da loro?”, chiede il giornalista, “noi abbiamo chiesto l’intervista, ma loro non ce l’hanno concessa”. Le forze dell’ordine chiedono poi al cronista un documento e di spegnere la telecamera perchè “non capiscono l’utilità”.
(da agenzie)

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“LA DERIVA ILLIBERALE DELLA SINISTRA CONTRO PUCCI? A SANREMO MELONI VOLEVA IMPEDIRMI DI PARLARE, LA SUA E’ UNA MACROSPICA INCOERENZA”: RULA JEBREAL RICORDA CHE NEL 2020 SUBÌ ATTACCHI DA PARTE DELLA DUCETTA PER LA SUA PARTECIPAZIONE AL FESTIVAL

Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile

“SOSTENEVA CHE IL MIO MONOLOGO NON AVESSE CONTRADDITTORIO. ERA UN MONOLOGO CONTRO IL FEMMINICIDIO E GLI STUPRI, NON SO CHE TIPO DI CONTRADDITTORIO LEI EVOCASSE. VOLEVA FORSE UN ASSASSINO O UNO STUPRATORE? LA VERITÀ È CHE MELONI STA CERCANDO DI CRIMINALIZZARE IL DISSENSO E LA PROTESTA IN ITALIA”

Dopo la rinuncia di Andrea Pucci alla co-conduzione del Festival di Sanremo 2026, arrivata a seguito di forti polemiche per la sua partecipazione, ad esprimere solidarietà per il comico è intervenuta anche la premier Giorgia Meloni, parlando di “clima di odio e intimidazione” oltre che di una “deriva illiberale della sinistra”.
Del commento del Presidente del Consiglio ne abbiamo parlato con la giornalista Rula Jebreal, che proprio per la sua presenza sul palco dell’Ariston nel 2020 fu fortemente attaccata dalla leader di Fratelli d’Italia. Partendo dalla kermesse canora, delinea un quadro del governo italiano quanto mai critico, soprattutto dal punto di vista del dissenso e dell’opposizione.
La premier Meloni ha espresso la sua solidarietà per la rinuncia di Pucci a Sanremo. Quando nel 2020 eri stata invitata sul palco dell’Ariston lei espresse il suo dissenso. Cosa ne pensi?
Sì. Meloni esprime la sua solidarietà accusando la sinistra di deriva illiberale, che non solo è una sciocchezza ma anche una macroscopica incoerenza: fu proprio lei, infatti, a intervenire personalmente per impedirmi di parlare a Sanremo 5 anni fa. Ma si sa, Giorgia Meloni predilige i “doppi standard”, e non solo in casi come questo.
Cosa contestava della tua partecipazione al Festival?
Sosteneva che il mio monologo non avesse contraddittorio, eppure il mio era un monologo contro il femminicidio e gli stupri, non so che tipo di contraddittorio lei evocasse. Voleva forse un assassino o uno stupratore?
Il punto, all’epoca, era quello di non politicizzare il palco di un evento popolare come Sanremo.
Perché parlare della violenza contro le donne è di parte? È, secondo me, parlare di temi fondamentali che devono interessare i cittadini e le cittadine di questo Paese. E direi che nello specifico questo era ed è un tema di interesse nazionale, una
“urgenza civile” e “universale” di cui nessuno può e deve appropriarsi e interdire a qualcun altro, a seconda delle convenienze. La verità è che la destra vuole che si balli, si canti, si faccia distrazione di massa e che si lasci al governo, a questo governo, la libertà di imporre la propria opinione e le proprie scelte.
Nel post a sostegno di Andrea Pucci, la premier pare rivendicare un liberalismo che non riscontra nell’opposizione.
È assurdo parlare di liberalismo in un momento in cui l’Italia sta cercando di far passare leggi contro il cosiddetto antisemitismo, da cui peraltro prende le distanze l’uomo che l’ha scritta perché sostiene che venga strumentalizzata per criminalizzare coloro che sono critici contro Israele.
Tra l’altro, tanti ebrei italiani hanno preso le distanze da quei disegni di legge che vengono approvati in Parlamento. Molti hanno compreso che è una legge anticostituzionale, che mira a incolpare chi critica il governo criminale israeliano. E contemporaneamente si parla delle leggi sulla sicurezza, Meloni sfrutta gli episodi che stanno accadendo di violenza, condannata senza se, senza ma, da tutti. Ed è la stessa Meloni che sta cercando di criminalizzare il dissenso e la protesta in Italia.
Nel post in cui parli di come Meloni abbia esposto il suo dissenso per la tua partecipazione a Sanremo, parlavi di una “campagna mediatica”. Non trovi sia la stessa messa in atto oggi, ma al contrario?
Lei criminalizza la critica, l’opposizione. Quando parla di sinistra illiberale non si rende conto che lei sta guidando il governo che domina la Rai, quel governo che si lamenta di qualsiasi critica, quel governo che ha fatto causa a tutti i giornalisti che hanno criticato lei, come Salvini e tanti altri. Quando ha lanciato una feroce campagna mediatica contro di me era all’opposizione, è andata ovunque per dire che io non sarei dovuta andare a Sanremo, trovando tutte le giustificazioni possibili e immaginabili.
Perché voleva impedirti di parlare secondo te? In un’intervista con Giletti di quel periodo, lei adduceva come motivazione anche il fatto che non fossi un’artista.
Non c’entra nulla il fatto che io non sia un’artista. Abbiamo visto tutti quello che è successo a Ghali l’altro giorno: c’era, ma era come se non ci fosse, come se non fosse stato su quel palco, inquadrato da lontanissimo, come se fosse un’ombra.
(da Fanpage)

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RIDICOLO: ESCE DALLA LEGA PER DIVERGENZE SULLA LINEA FILO-UCRAINA, MINACCIA DI FARE SCINTILLE CON L’EMENDAMENTO ANTI-KIEV E POI AL PRIMO VOTO IN AULA CHE FA? FA VOTARE LA FIDUCIA AL SUO MANIPOLO DI PARLAMENTARI

Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile

IL CAPOGRUPPO LEGHISTA ALLA CAMERA, RICCARDO MOLINARI: “PIÙ CHE DAVANTI AL FUTURISMO MARINETTIANO ANNUNCIATO, CON VANNACCI SIAMO DAVANTI AL TRASFORMISMO GIOLITTIANO CERTIFICATO”… +EUROPA: “CON IL GIOCHETTO DELLA FIDUCIA IL GOVERNO HA LASCIATO UNA PORTA APERTA ALL’INGRESSO DEI PUTINIANI IN MAGGIORANZA, ALTRO CHE DIMOSTRAZIONE DI MAGGIORE RESPONSABILITÀ”

“Il generale Roberto Vannacci, l’uomo senza macchia e senza paura, lascia la Lega perche’ non vuole inviare armi all’Ucraina. Accusa Matteo Salvini di non avere il coraggio di tenere la posizione. Con fanfare, trombe e petto in fuori fonda un partito di uomini veri, tutti d’un pezzo, che non arretrano, non tentennano, non si piegano. Uomini duri.
Granito politico. Poi arriva il primo atto parlamentare. Primo voto. Pronti, via”. Lo scrive sui social Davide Faraone, vicepresidente di Italia Viva. “Il governo mette la fiducia. E gli uomini di granito si ritirano in buon ordine. Voto a favore dell’invio delle armi. Dopo aver detto di tutto contro. Non e’ politica. E’ cabaret. Sembra Sturmtruppen”, conclude.
“Siamo alle comiche. E’ tutta una finzione, un pessimo spettacolo. Se si dice, giustamente, di essere contro l’invio delle armi in Ucraina, quando il governo mette su questo tema la fiducia, si vota contro (la fiducia). Cosa che non fanno i suoi tre deputati, che votano addirittura a favore. Spiace davvero. Non si possono prendere in giro gli Italiani”. Così Marco Rizzo, coordinatore nazionale di Democrazia Sovrana e Popolare in merito alle dichiarazioni di voto sul dl Ucraina.
“La Lega ovviamente ha diritto all’ultima parola”. Lo ha detto il leader di Fi e vicepremier Antonio Tajani, interpellato dai cronisti in Transatlantico sul possibile collocamento di Futuro nazionale di VANNACCI con il centrodestra alle prossime elezioni politiche. “Ne parleremo al momento opportuno”, ha concluso.
”Come avevo previsto ieri, il giochetto parlamentare di porre la fiducia sul decreto Ucraina ha consentito ai vannacciani di votare no al provvedimento ma di votare a favore della fiducia al governo Meloni. In pratica, hanno lasciato una porta aperta all’ingresso dei putiniani in maggioranza, altro che dimostrazione di maggiore responsabilità come ha detto ieri Crosetto. Un fatto inedito, visto che da oggi in maggioranza c’è chi si distingue e vota contro al sostegno all’Ucraina, che è un tema cruciale per la politica estera di un Paese. Un colpo alla credibilità internazionale dell’Italia e una crepa nella tenuta del governo Meloni, visto che ora Salvini farà la gara a essere più vannacciano di Vannacci stesso, con tutto ciò che comporta”. Lo afferma il segretario di Più Europa Riccardo Magi.
“Apprendiamo che si intende fondare un partito contro il governo di centrodestra perche’ accusato di sostenere l’Ucraina, salvo, alla prima prova parlamentare, votare la fiducia allo stesso governo per cui si e’ detto fosse necessario un nuovo partito, proprio sull’invio di aiuti all’Ucraina. Piu’ che davanti al futurismo marinettiano annunciato, siamo davanti al trasformismo giolittiano certificato”. Cosi’, interpellato dall’Agi, il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari commenta il voto di Futuro nazionale al decreto Ucraina (si’ alla fiducia, no al provvedimento).
(da agenzie)

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SICUREZZA, UN PAESE SPACCATO

Febbraio 11th, 2026 Riccardo Fucile

SONDAGGIO YOUTREND: IL 48% CONSIDERA INEFFICACE L’AZIONE DI GOVERNO SUL TEMA, SOLO IL 34% LO APPROVA… GIUDIZIO PESSIMO SUL GOVERNO: IL 59% NEGATIVO, SOLO IL 32% POSITIVO

Il sondaggio misura il clima sull’azione del governo in materia di sicurezza: secondo il sondaggio solo il 34% degli intervistati giudica efficace l’approccio dell’esecutivo, che ha puntato su nuovi reati, pene più severe e misure restrittive sull’immigrazione, mentre il 48% lo considera poco o per nulla efficace. Una quota non trascurabile resta ancora una volta indecisa.
Tra le singole misure, il fermo preventivo di 12 ore per i manifestanti ritenuti a rischio ottiene un consenso ampio (63%), con un sostegno quasi plebiscitario tra gli elettori di centrodestra. Più divisivo invece è il tema dei ricongiungimenti familiari per cittadini stranieri: un 42% di favorevoli e un 40% contrari, con una netta
contrapposizione tra i due blocchi politici. Molto condivisi invece il divieto di vendita di coltelli ai minorenni (approvato dall’87%) e l’esclusione dalle manifestazioni di chi è già stato condannato per lesioni a pubblico ufficiale (78% di favorevoli).
Sul corteo per Askatasuna, l’opinione pubblica si divide in quattro blocchi quasi equivalenti: c’è chi sostiene le ragioni della protesta anche in presenza di violenze, chi le condivide ma prende le distanze dagli scontri, chi non è d’accordo ma difende il diritto a manifestare pacificamente e chi invece avrebbe vietato la mobilitazione. Una quota significativa resta indecisa.
Anche sul tema della gestione dell’ordine pubblico le opinioni si distribuiscono tra chi chiede un approccio più morbido, chi vuole mantenere l’assetto attuale e chi invece invoca una linea ben più dura, con maggiori poteri e uno “scudo penale” per le forze dell’ordine.
Intenzioni di voto: FdI primo partito, ma crescono Pd e M5S
In questo contesto si inserisce il quadro sui partiti. Sul piano elettorale, infatti Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni resta il primo partito al 28,9%, pur in lieve flessione. Ma la novità è che il Partito democratico di Elly Schlein sale al 21,2% e il Movimento 5 Stelle all’11,8%. La Lega scende invece al 6,2%, mentre la nuova formazione di Roberto Vannacci, Futuro Nazionale, si attesta ora al 3,9%, erodendo consensi soprattutto al Carroccio.
Quello che però colpisce, ancora una volta, è il dato su astenuti e indecisi, che raggiungono il 35,3%: una platea davvero molto ampia che potrebbe incidere, anche qui, proprio sull’esito del referendum.
Per quanto riguarda il giudizio complessivo sull’esecutivo, poi, questo resta prevalentemente negativo, parliamo di un 59%, a fronte di un 32% di valutazioni positive.
(da Fanpage)

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