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“LA CULTURA ‘MAGA’ È INCOMPATIBILE CON L’ORDINAMENTO EUROPEO E DIREI PERFINO CON LA NOSTRA COSTITUZIONE” . MARIO MONTI FA LA MESSA IN PIEGA A GIORGIA MELONI: “IL ‘BOARD OF PEACE’? TRA I PAESI PARTECIPANTI CE NE SONO ALCUNI CHE NON RISPETTANO LO STATO DI DIRITTO. GOVERNO E PARLAMENTO DEVONO VALUTARE CON CHI CI SI ACCOMPAGNA PER PERSEGUIRE LA PACE”

Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile

“L’ASSE ITALO-TEDESCO? E’ UNA SEMPLIFICAZIONE. NON MI PIACCIONO LE PROPOSTE DI MELONI E MERZ SULLA DEREGOLAMENTAZIONE E SUL MAGGIORE SPAZIO AGLI AIUTI DI STATO DEI SINGOLI PAESI ALLE PROPRIE IMPRESE. ENTRAMBE LE PROPOSTE VANNO CONTRO IL RAFFORZAMENTO DEL MERCATO UNICO, E QUELLA SUGLI AIUTI DI STATO ANCHE CONTRO L’INTERESSE ITALIANO. IL RISULTATO SARÀ CHE I TEDESCHI AVRANNO UN VANTAGGIO COMPETITIVO A DANNO DELLE IMPRESE ITALIANE”

«La quintessenza del trumpismo». Così l’ex premier e senatore a vita Mario Monti definisce il Board of peace per Gaza a cui l’Italia parteciperà come Paese osservatore: «Un progetto che ha in sé tutta la capacità di iniziativa e la voglia di fare del presidente americano, ma anche tutta la sua insofferenza per gli aspetti istituzionali del fare».
Lei come lo valuta?
«L’uso di sforzi privati per la ricostruzione si è già fatto e se ne parla anche per l’Ucraina.
Ma questa è una gigantesca privatizzazione della politica internazionale: è un organismo voluto e presieduto da Trump, che decide chi invitare e chi no e manterrà la guida anche un domani che non fosse più presidente degli Stati Uniti. […]».
Dato questo quadro, fa bene l’Italia a partecipare come osservatore, non potendo aderire per vincoli costituzionali?
«Per una volta credo che la presidente del consiglio sia grata ai vincoli costituzionali, che di solito preferirebbe modificare o superare. Le consentono di motivare a Trump il suo no a una piena partecipazione, che le avrebbe anche fatto piacere, ma l’avrebbe esposta a sicure critiche oggi e incertezze domani».
Però ha scelto la strada del Paese osservatore.
«Se anche non ci fossero limiti costituzionali, io vedrei un grosso problema politico in una partecipazione piena. E ho dubbi anche su un’adesione come osservatori».
Secondo il ministro degli Esteri Tajani non esserci sarebbe contrario allo spirito dell’articolo 11 della Costituzione.
«La definizione “Board of peace” in effetti, presa letteralmente, è contro la guerra.
Ma tra i partecipanti ce ne sono alcuni che non rispettano lo stato di diritto o i confini nazionali, vedi il caso Groenlandia. […] governo e Parlamento devono esercitare il loro discernimento nel valutare con chi ci si accompagna per perseguire la pace. E il potere non è il solo ingrediente che può rendere efficace l’iniziativa».
Tra i Paesi europei parteciperanno Ungheria e Bulgaria, e come osservatori anche Grecia, Romania e Cipro. Non i nostri alleati Francia e Germania: è un problema?
«Io capisco che la presidente Meloni voglia attuare nel contesto europeo la sua politica […] ma la preferirei sovversiva verso soluzioni più ambiziose nel contesto dell’Unione, anziché alla ricerca di altre strade. Quest’operazione […] dimostra la forte influenza, anche fuori dagli Stati Uniti, della cultura Maga (il movimento di Trump, Make America Great Again, ndr)».
Quella che il cancelliere tedesco Merz critica mentre la nostra premier dissente.
«La nostra premier ha detto di non essere d’accordo con Merz, e che si tratta di una valutazione politica e non di un tema di competenza dell’Unione europea. Non è vero: consiglio di leggere l’intervista sull’Economist del presidente finlandese Stubb, che pure è un amico di Trump. Spiega bene come l’Europa non possa allinearsi ai Maga, che non accettano lo stato di diritto e negano i cambiamenti
climatici. La radice di quella cultura è incompatibile con l’ordinamento europeo e direi perfino con la nostra Costituzione».
Addirittura? Meloni non sarà d’accordo.
«Ma le va detto, io lo faccio anche in Aula».
Come giudica il suo atteggiamento verso Trump?
«L’aspirazione a essere ponte si è tradotta nell’esercitare una spinta dentro l’Unione affinché si reagisse con meno durezza possibile al presidente americano e alle sue richieste. È successo sui dazi, quando insieme alla Germania ha sostenuto un atteggiamento morbido, così come quando si è schierata contro l’imposta digitale che dall’opposizione reclamava a gran voce».
A proposito di Germania: la settimana scorsa si è parlato di un asse italo-tedesco. Esiste secondo lei, o l’ha già sgretolato, appunto, la divergenza di opinioni sulla cultura Maga?
«Su questi assi siamo anche noi osservatori, politici e giornalisti, che amiamo semplificare la realtà. Ci possono essere delle convergenze oggettive di interessi tra due Paesi.
Posto che i tre grandi Paesi dell’eurozona e dell’Unione europea – in rigoroso ordine alfabetico: Francia, Germania e Italia – dovrebbero cercare di lavorare il più possibile insieme e poi proporre alla Commissione soluzioni, non ho niente contro l’avvicinamento italo-tedesco in sé. Altro sono i contenuti».
Non le piacciono le proposte di Meloni e Merz?
«No, su due temi: la deregolamentazione e più spazio per gli aiuti di Stato dei singoli Paesi alle proprie imprese. Entrambe le proposte vanno contro il rafforzamento del mercato unico, e quella sugli aiuti di Stato anche contro l’interesse italiano».
Perché?
«Se si aumenta lo spazio degli aiuti di Stato alle proprie imprese, chi ha la possibilità di farlo lo farà. Il risultato sarà che i tedeschi avranno un vantaggio competitivo a danno delle imprese italiane. Così l’Italia si trova a fare sì l’interesse nazionale: ma quello della Germania».
(da agenzie)

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TAJANI SALE A BOARD, CAZZO: IL MINISTRO DEGLI ESTERI VA IN BAMBOLA QUANDO ALLA CAMERA IL PIDDINO PROVENZANO GLI RICORDA LE PAROLE DI MARINA BERLUSCONI SU TRUMP (“IL SUO MONDO NON È QUELLO CHE VORREI PER ME O PER I MIEI FIGLI; L’UNICA REGOLA DI TRUMP È CANCELLARE TUTTE LE REGOLE”)

Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile

IL “SACRIFICIO” DEL SEGRETARIO DI FORZA ITALIA, ORMAI SEMPRE PIÙ MAGGIORDOMO DI MELONI, CHE SARÀ L’UNICO MINISTRO DI UNA GRANDE DEMOCRAZIA EUROPEA IN MEZZO A SCEICCHI CHE AFFETTANO I GIORNALISTI, DITTATORELLI E AUTOCRATI

Tajani salga a Board, cazzo. Ministro, è vero che lei si immola, vola a Washington, per partecipare al Board di Gaza? “Io sono leale”. Ministro, ma mandare qualcuno al posto suo? “Eh…”.
La verità? Non ci vuole andare nessuno. Lorenzo Guerini alla Camera dice che “i tedeschi forse inviano un diplomatico. Il Board è la privatizzazione degli istituti di multilateralismo”.
Salvate il naufrago Tajani. Il ministro è alla colonna e il Pd affonda. Provenzano gli cita Marina Berlusconi. Sembra di stare in una strofa di Paolo Conte: “Sono qui con te, sempre più solo”. Tajani lonely.
Tajani informa le Camere sulla partecipazione dell’Italia alla prima riunione del board di Gaza, come osservatori, e spiega che “non abbiamo alternative al Piano Trump” e che se c’è qualcuno, e si rivolge all’opposizione, “me lo proponga”.
Il Pd maramaldeggia su Tajani, cuore di Meloni. Arrivano accuse di “neocolonialismo”, di “scodinzolamenti”. Provenzano legge stralci di Marina Berlusconi su Trump e Tajani cambia colore. Lo cerca con gli occhi durante la risposta e se potesse gli strapperebbe tutti quei peletti fulvi, in viso, ma Tajani è “navigato”, Tajani ogni volta che lo vogliono mettere nel sacco risponde ai cronisti: “Amico, mio. Guarda che io sono vecchio”.
Alla Cavaliera non piace l’idea del viaggio da Trump, da Don Vito Trumpone, ma Tajani a quale cuore deve rispondere? Il liberale-libertario, il ministro Paolo Zangrillo gli resta vicino, in Aula, perché “Trump non è il mio modello, sia chiaro, anzi, tutt’altro, ma è giusto andare a vedere, osservare.
Siamo vicini geograficamente”, poi si butta sul referendum e le suona a Gratteri, all’Anm: “Le frasi di Gratteri? Mi sembrava che fosse l’intelligenza artificiale, ma ho scoperto che era il vero Gratteri. Nordio fa bene a chiedere la lista di chi sta donando per il comitato del ‘no’. Anche io voglio sapere. E se ci sono delinquenti?”. Si sdrammatizza.
Da Forza Italia, un consigliori propone: “Ci sarebbe la sottosegretaria Maria Tripodi e pure Edmondo Cirielli che è rimasto viceministro degli Esteri. Io l’ho detto a Tony: manda loro”.
I vannacciani si ritagliano il loro spazio con la singolare proposta del vicecapo, Edoardo Ziello: “Io sono per invitare nel board la Russia ed estromettere il Qatar che finanzia i Fratelli Musulmani”.
Non si vedono leghisti e ministri, oltre Tajani, solo due. E’ solo. Il board si mescola con il referendum, con lo sberleffo e la Rai. E’ una panna, smontata.
Si insulta che è una bellezza tanto che il capogruppo di FI, Paolo Barelli, registra “siamo ormai alla merda in faccia”. Finisce di dirlo e si sente urlare Ricciardi del M5s “perché si sta facendo un killeraggio contro Francesca Albanese”.
La più sobria è Schlein che si limita a “l’Italia non vada, non partecipi”.
Il peggio che vi possa capitare è dover masticare come Tajani, il ministro si sta come in autunno gli alberi le foglie (e Meloni). Insomma, perché ci andiamo al board?
Spiegano i diplomatici di governo che c’è molto di più di questo invito: “Abbiamo bisogno della protezione americana nel Mediterraneo. Abbiamo bisogno di contenere i flussi migratori”.
Si scrive Gaza ma si legge ricostruzione e c’è la Libia di Haftar che preoccupa il governo. In una parola: sempre sicurezza, gli sbarchi. Provenzano, è il suo giorno, sorridente, continua a pungere Tajani lonely: “Il board è una truffa. Quando ho parlato di Marina ho visto Tajani in difficoltà. Mi attendevo un Tajani che andasse contro Meloni, che facesse l’europeista, ma ho visto solo un ministro che ha deciso di tacere”.
Lo colpisce anche Enzo Amendola, ancora: “Come dice il compagno Orfini, Tajani è un osservatore ma al ministero degli Esteri”.
Nel gergo militare il gesto di Tajani si chiamerebbe lealtà alla bandiera, alla sua presidente, ma è politica e Tajani può solo rispondere: “Gli attacchi sono strumentali, noi non scodinzoliamo, non collaboriamo con Tony Blair.
Noi non siamo quelli che andavano al bar e cercavano con la Merkel”. Se proprio ci deve andare un italiano è meglio che ci vada Tajani anziché l’ambasciatore. Ormai è fatta. Se ci va qualcun altro diventa un gesto alla Schettino e Tajani non lo merita. Meglio la faccia di Tajani (o ancora meglio di Meloni) che quella di bronzo, la faccia del vacci, vacci te.
(da il Foglio)

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“SÌ”, “NO”, “FORSE”: IL GRANDE ENIGMA DEL REFERENDUM – I SONDAGGISTI SI DIVIDONO SUL VOTO SULLA GIUSTIZIA. PER ANTONIO NOTO LA POLITICIZZAZIONE E I TONI ASPRI VANNO A VANTAGGIO DEL FRONTE CONTRARIO: “STIAMO REGISTRANDO UN CALO DELL’AFFLUENZA RISPETTO ALL’INIZIO DELLA CAMPAGNA. I PIÙ DEMOTIVATI SONO PROPRIO GLI ELETTORI MODERATI DI CENTRODESTRA”

Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile

NON LA PENSA COSI’ LORENZO PREGLIASCO, FONDATORE DI YOUTREND: “LA POLITICIZZAZIONE, NEL COMPLESSO, AIUTA LA PARTECIPAZIONE AL VOTO” … DI CERTO LA RIMONTA DEL “NO”, CHE SECONDO SWG HA RAGGIUNTO IL “SÌ”, HA GETTATO NEL PANICO GIORGIA MELONI: PALAZZO CHIGI HA AFFIDATO TRE NUOVE RILEVAZIONI A TECNÈ, CON UN CONTRATTO DA 146 MILA EURO

Il più convinto è il sondaggista Antonio Noto: la politicizzazione, i toni aspri, financo i colpi sotto la cintura vanno a vantaggio del fronte del no al referendum del 22 e 23 marzo. La ragione sta nell’identikit dell’astensionista potenziale: «Nelle ultime settimane – spiega – stiamo registrando addirittura un calo dell’affluenza rispetto all’inizio della campagna: i più demotivati sono proprio gli elettori moderati di centrodestra».
È questo, secondo Noto, a spingere verso l’alto le stime dei voti contrari al ddl Nordio, in confronto alle prime rilevazioni. Guardando alle cifre più recenti dell’istituto: il no si attesta al 47%, il sì sfiora il 53%, ma è in calo di 6 punti rispetto a gennaio.
SWG per il Tg La7 dà persino una perfetta parità tra gli schieramenti: 38% a testa, 24% gli indecisi. Numeri che hanno messo in allarme la presidente del Consiglio: Palazzo Chigi ha affidato tre nuove rilevazioni a Tecnè, anticipa Open. Valore del
contratto: 146mila euro. Un secondo, da 48mila euro, è stato stipulato con Ipsos di Nando Pagnoncelli.
Come leggere la crescita del no? «Non si tratta di elettori che passano dall’una all’altra parte», argomenta Noto. Sono invece cittadini che «si allontanano dalle urne, lasciando spazio a chi è più convinto».
Concorda Roberto Weber, presidente dell’Istituto Ixè: «Questa volta credo che la spinta verso messaggi più viscerali pagherà di più per il centrosinistra». Con una precisazione: «Al momento il rumore di fondo rende incerte le stime sull’affluenza, i dati sono oscillanti».
E tuttavia, l’ipotesi che uno scontro infiammato possa allontanare gli elettori meno partigiani trova invece scettici Lorenzo Pregliasco e Alessandra Ghisleri.
Per il fondatore di YouTrend, «la realtà è che i confronti pacati sui temi, tanto invocati, interessano solo a piccole minoranze di appassionati del genere», mentre «il grosso dell’opinione pubblica si muove se percepisce che c’è una posta in gioco più grande rispetto alla separazione delle carriere». E dunque, non è detto che il clima surriscaldato scoraggi gli indecisi: «La politicizzazione, nel complesso, aiuta la partecipazione al voto perché lo rende più sentito politicamente».
La presidente di Euromedia Research gira la domanda: «Cosa si intende per moderati? Chi lo è – dice Ghisleri – in teoria non si fa prendere dalle parti politiche e rimane ancorato ai contenuti della riforma». È lì soprattutto che si gioca la partita dei favorevoli: «Il sì ha più difficoltà perché deve entrare nel merito del provvedimento, proporre una prospettiva concreta: più complicato perché si tratta di offrire una visione, non un vantaggio immediato».
Su un punto, però, i sondaggisti sono in sintonia: un maggiore coinvolgimento della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sarebbe un game changer: «Berlusconi – ricorda Noto – riusciva a rimontare anche di 5 punti negli ultimi giorni di campagna, l’elettorato di centrodestra ha bisogno di vedere che il leader ci mette la faccia». I rischi sono alti quanto i potenziali benefici: per la premier vorrebbe dire giocarsi, politicamente, l’osso del collo.
(da La Repubblica)

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ALTISSIMA TENSIONE SULLA ‘’TRATTATIVA ESCLUSIVA” TRA JOHN ELKANN E THEO KYRIAKOU PER LA VENDITA DEL GRUPPO GEDI: LE PROBABILITÀ CHE L’OPERAZIONE VADA A PUTTANE AUMENTANO AL PARI DELLE PERDITE DI ‘’REPUBBLICA’’ E ‘’STAMPA’’

Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile

SE SALTA, PRENDE IL FARDELLO GEDI E LO METTE ALL’ASTA? RICICCIA LEONARDINO DEL VECCHIO?

Altissima tensione sulla “trattativa esclusiva” tra la Holding Exor, cassaforte della famiglia Agnelli-Elkann, e Antenna Group del magnate greco Theo Kyriakou per la vendita del gruppo Gedi.
Il negoziato doveva concludersi il 31 gennaio ma i due contraenti non riescono a trovare un accordo sul valore dell’operazione. Per disfarsi di “Repubblica”, “Stampa”, HuffPost, le radio Deejay, Capital e m2o, più la concessionaria di pubblicità Manzoni, la sommetta (non ufficiale) che John Elkann vorrebbe incassare gira intorno a 120/140 milioni di euro.
Dopo oltre sei mesi di “due diligence” di un plotone di avvocati e contabili, portati a termine i “conti della serva”, pare che Kyriakou sarebbe disposto a fare un bonifico che non raggiungerebbe nemmeno 90 milioni di euro.
I “numeri” non quadrano e le probabilità che l’operazione con il greco antennato vada a puttane aumentano giorno dopo giorno, al pari delle perdite accumulate dal
Gruppo Gedi, in un lustro 360 milioni, quasi tutte imputabili a “Repubblica” e “Stampa”.
“Oggi ‘Repubblica’ è iscritta a bilancio per 65 milioni di euro, nel 2019 valeva 150 milioni”, scrive Stefano Vergine sul “Domani”. “Sono dati che aiutano a capire perché Elkann ha deciso di vendere, da tempo, e uscire definitivamente dall’editoria italiana (non da quella internazionale, visto che è azionista di maggioranza di ‘The Economist’)”. E conclude: “Con questi numeri, però, piazzare bene Gedi non è facile”.
Non è facile nemmeno per John Elkann, già di suo incazzatissimo per il rischio di andare a processo con l’accusa di truffa allo stato e frode fiscale per la causa intentate dalla madre Margherita sull’eredità “occulta” di Marella Agnelli, ritrovarsi la palla al piede di Gedi.
Se salta la trattativa con Kyriakou, che fa il presidente di Exor? Prende il fardello Gedi e lo mette all’asta al miglior offerente? Riciccia Leonardino Del Vecchio, che ha scoperto di avere smanie da editore, avendo già egli rilevato il 30% de “il Giornale” e la maggioranza delle quote di QN?
Finora, tutto era andato in discesa per Elkann: l’acquisizione nel 2020 de “La Repubblica” e “La Stampa”, da sempre quotidiani di riferimento del Partito Democratico, è stata un’abile mossa non solo per squagliare via via la ex Fiat in Stellantis, senza rotture di cojoni mediatiche e sindacali, ma anche per portare a termine tranquillamente la cessione delle grandi aziende italiane della Holding Exor: dalla Magneti Marelli, al gruppo statunitense CK Holdings, alla Iveco agli indiani di Tata Motors, mentre Iveco Defence Vehicles è stata acquistata il 30 luglio 2025 da Leonardo, azienda partecipata dallo Stato (di seguito, l’elenco di tutte le cessioni da quando c’è il nipotino dell’Avvocato a capo di Exor).
Mentre per Stellantis e imprese dell’indotto lo stillicidio dei licenziamenti e cassa integrazione e incentivi all’esodo continua inesorabile: la delocalizzazione e il disinvestimento che, tra il 2023 e il 2025, hanno coinvolto non solo grandi multinazionali come Stellantis e Whirlpool, ma anche numerose Pmi, hanno causato la perdita di oltre 35.000 posti di lavoro.
L’unico “rosso” che fa felice il malmostoso Elkann è quello del Cavallino Rampante: la Ferrari ha chiuso il 2025 con 7,146 miliardi di euro di ricavi netti, con un aumento del 7% rispetto all’anno precedente.
Mentre la vendita della Juventus, un’altra palla al piede che al 30 giugno 2025 ha registrato una perdita netta di 58,1 milioni di euro, è stata opportunamente messa in standby: la sollevazione popolare per l’errore arbitrale che è costata la sconfitta dei bianconeri con l’Inter domenica scorsa, fa ben capire che solo il calcio, e non la politica, potrebbe oggi far esplodere una rivoluzione nel Belpaese.
Dunque, portato trionfalmente a termine gran parte del lavoro di liquidazione, la “copertura” dei giornali del gruppo Gedi non serviva più a John Elkann, ed era giunto il momento di togliersi il fardello prima di trasferirsi stabilmente sotto il ciuffo del prediletto Trumpone. Ma, si sa, non tutte le ciambelle riescono col buco…
(da Dagospia)

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PER DONALD IL PUGNO DURO CONTRO I MIGRANTI NON PAGA: SOLO IL 38% DEGLI AMERICANI È CONVINTO CHE TRUMP STIA FACENDO UN BUON LAVORO SULL’IMMIGRAZIONE. È IL DATO PIÙ BASSO DA QUANDO IL TYCOON È TORNATO ALLA CASA BIANCA

Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile

UN ANNO FA IL GRADIMENTO DELLA POLITICA MIGRATORIA DI “THE DONALD” ERA INTORNO AL 50%

Secondo un nuovo sondaggio Reuters/Ipsos, l’approvazione pubblica americana per le politiche di Donald Trump in materia di immigrazione è scesa al livello più basso dal suo ritorno alla Casa Bianca, tra i segnali di una sua perdita di sostegno tra gli uomini americani sulla questione.
Solo il 38% degli intervistati ha affermato che Trump sta facendo un buon lavoro sull’immigrazione, una questione prioritaria per l’amministrazione. Il consenso è sceso dal 39% di un sondaggio Reuters/Ipsos di gennaio, mentre aveva raggiunto il 50% nei mesi successivi al ritorno di Trump al potere.
Trump ha condotto la campagna elettorale in vista della sua rielezione nel 2024 con la promessa di lanciare la più grande campagna di deportazioni degli ultimi decenni e ha ordinato vasti raid sull’immigrazione subito dopo il suo ritorno in carica nel gennaio 2025.
Agenti mascherati in equipaggiamento tattico sono ormai comuni in America e gli agenti dell’immigrazione si sono scontrati violentemente con manifestanti e attivisti statunitensi.
(da agenzie)

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EFFETTO NORDIO: PIÙ IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA PARLA, PIÙ AUMENTANO LE POSSIBILITÀ DI UNA VITTORIA DEL “NO” AL REFERENDUM

Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile

CRESCONO LE ISCRIZIONI E LE DONAZIONI AL COMITATO DEL “NO” DOPO LE PAROLE VERGOGNOSE DEL GUARDASIGILLI, CHE HA ACCUSATO IL CSM (PRESIEDUTO DA SERGIO MATTARELLA), DI AGIRE CON SISTEMI “PARA-MAFIOSI”: IN DUE GIORNI SONO PIÙ DI 800 LE PERSONE CHE HANNO ADERITO, E 160 QUELLE CHE HANNO VERSATO CONTRIBUTI AL COMITATO, FINITO SOTTO ATTACCO DEL GOVERNO, CHE VUOLE “SCHEDARE” I PARTECIPANTI ALLA RACCOLTA FONDI

Avvocati, docenti, pensionati: ecco il popolo delle donazioni al comitato del No alla riforma della Giustizia. Quello promosso dall’Associazione nazionale magistrati (Anm) finito sotto accusa dal governo che vuole nomi e cognomi di chi ha partecipato alla raccolta fondi.
«È questione di trasparenza» scrive la capo di gabinetto del ministero della Giustizia Giusi Bartolozzi prendendo spunto da chi ha paventato un possibile conflitto d’interessi tra il sindacato delle toghe e il comitato “È giusto dire No”. Una richiesta che molti hanno considerato «un’intimidazione», un tentativo di fare «liste di proscrizione».
Addirittura una sfida.
Querelle politica sullo sfondo, l’intervento di via Arenula, preceduto dal Guardasigilli che ha accusato le correnti del Consiglio superiore della magistratura di agire con «sistemi para-mafiosi», pare abbia fatto impennare le iscrizioni (più di 800 tra l’altro ieri e ieri) e le donazioni (oltre 160 nelle ultime quarantotto ore).
Un avvocato di Fabriano, nelle Marche, ha scritto pure un’email per spiegare la sua scelta. Si è iscritto e ha donato quando ha saputo che si cercavano «i nomi di chi sostiene finanziariamente un Comitato di cui non sapevo l’esistenza». Il legale aggiunge: «Mi auguro che l’iniziativa vi faccia buona propaganda. Potrebbe essere una fortuna per il Comitato e un boomerang per il Sì».
Anche lo scrittore e giornalista Luigi Irdi, che sapeva bene dell’esistenza del Comitato e nelle scorse settimane aveva donato venti euro come «piccolo gesto di resistenza civile», l’altro giorno ha scritto a Bartolozzi. «La richiesta mi ha infastidito – dice -. Così ho mandato un’email spiegando chi sono e quanto ho donato. Ho chiesto anche se volessero la ricevuta, ma non ho avuto risposta».
Per comprendere lo scontro tra governo e Anm è necessario andare indietro di qualche mese. L’Associazione nazionale magistrati, il sindacato che rappresenta le toghe italiane, nato per tutelarne l’indipendenza e gli interessi professionali, ha sempre dichiarato la sua contrarietà alla riforma costituzionale della Giustizia. Dopo una lunga discussione interna ha deciso di promuovere il comitato “È giusto dire No”, presieduto dal costituzionalista Enrico Grosso.
La sede, a Roma, nel palazzo della Cassazione, è la stessa (e la questione ha sollevato non poche polemiche), ma le realtà sono giuridicamente distinte compreso il nome, lo statuto e il codice fiscale. Anche per quanto riguarda i finanziamenti.
Il patrimonio dell’Anm vive del contributo mensile di quindici euro degli oltre 9mila iscritti e viene utilizzato per pagare gli stipendi ai segretari e ai collaboratori, gli abbonamenti a riviste giuridiche, i rimborsi spese legati all’attività. Ci sarebbero poi eventuali donazioni che però, sottolineano, non arrivano da almeno sei anni.
Le cosiddette spese di rappresentanza, durante il periodo Covid, sono state quasi nulle, si è risparmiato e l’Anm, la scorsa estate e a inizio anno, ha deliberato di donare sino a 800mila euro al Comitato (soldi che non sono ancora stati versati del tutto).
Dall’altro lato c’è il Comitato che raccontano al momento abbia circa tremila iscritti. È possibile aderire tramite sito web, lasciando nome, cognome, email, telefono, codice fiscale, data e luogo di nascita. Si può scegliere di donare o meno, tramite paypal, da un minimo di dieci a un massimo di cento euro.
«È tutto perfettamente trasparente», dice il presidente onorario Grosso. Che aggiunge: «Siamo sicuri che anche i comitati per il Sì manifesteranno la stessa sensibilità alla trasparenza che manifestiamo noi ogni giorno».
(da agenzie)

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IL VIMINALE NON GARANTISCE SICUREZZA NEANCHE AI SUOI: I DATI RISERVATI DI CINQUEMILA AGENTI DELLA DIGOS SONO FINITI NELLE MANI DI HACKER CINESI: NOMI, INCARICHI, SEDI OPERATIVE

Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile

L’OBIETTIVO DEI PIRATI INFORMATICI, CHE HANNO VIOLATO IL SITO DEL MINISTERO DELL’INTERNO, NON ERA SABOTARE, MA CONOSCERE I PROFILI DEGLI INVESTIGATORI IMPEGNATI NELLE INDAGINI PIÙ SENSIBILI, SOPRATTUTTO NEL TRACCIAMENTO DEI DISSIDENTI DI PECHINO RIFUGIATI IN ITALIA – L’INTRUSIONE INFORMATICA È AVVENUTA TRA IL 2024 E IL 2025

Grosso guaio al Viminale. Una lista di cinquemila agenti delle Digos è finita nelle mani di hacker cinesi. Nomi, incarichi, sedi operative. I profili degli investigatori impegnati nelle indagini più sensibili, dall’antiterrorismo al monitoraggio delle comunità straniere, fino al tracciamento dei dissidenti di Pechino rifugiati nel nostro Paese.È questo il cuore di un dossier gestito segretamente dal Viminale e che, secondo fonti, nasce da una intrusione informatica avvenuta tra il 2024 e il 2025. Un attacco chirurgico che avrebbe consentito di penetrare la rete del ministero dell’Interno e scaricare dati riservati sul personale in servizio nelle varie questure italiane. Operazioni che vengono condotte da pirati informatici spesso legati alla galassia dell’intelligence della Repubblica Popolare.
L’obiettivo non era sabotare, ma conoscere. Capire chi indaga, dove, con quali priorità. E soprattutto chi si occupa di monitorare la diaspora cinese, le reti criminali e i dissidenti politici che in Italia cercano protezione.
La scoperta arriva in un momento delicatissimo. Perché negli stessi mesi Pechino ha avviato un’azione diplomatica senza precedenti sul terreno della cooperazione giudiziaria con l’Italia.
Nel 2024 il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi incontra a Pechino il suo omologo Wang Xiaohong. Si lavora a un piano triennale di collaborazione su droga, cybercrime, tratta di esseri umani e criminalità organizzata.
La Cina risponde, per la prima volta, a una rogatoria dei magistrati italiani. È la Procura di Prato, guidata da Luca Tescaroli, a ottenere quel risultato. Un cambio di passo dopo anni di silenzi. Dopo aver ricevuto l’autorizzazione dal ministero della Giustizia, il 25 novembre 2025 una delegazione guidata dall’assistente del ministro della Pubblica sicurezza Zhongyi Liu si presenta negli uffici della procura toscana che ha avviato decine di inchieste su omicidi, traffici illegali e riciclaggio.
L’obiettivo è dichiarato: colpire la criminalità organizzata di matrice cinese. In Toscana è in corso una guerra per il controllo dei settori più redditizi del distretto parallelo: produzione di grucce, imballaggi, logistica, trasporti. Una escalation iniziata nell’estate del 2024 e segnata da tentati omicidi, incendi dolosi, estorsioni. Secondo la procura, un conflitto con proiezioni europee, con episodi registrati anche in Francia e Spagna.
All’incontro, che fino adesso non è mai stato reso noto, partecipano oltre al procuratore Tescaroli, gli investigatori della polizia di Stato, e poi l’assistente del ministro della pubblica sicurezza cinese Zhongyi Liu, il console generale Qi Yin, l’ufficiale di collegamento della polizia cinese a Milano, Jie Liao, il vice direttore della polizia criminale del ministero di Pubblica Sicurezza Xiang Zheng, il vice direttore centrale dell’ufficio affari internazionali del ministero di Pubblica
sicurezza, Zhaohui Zhou e il capo divisione della direzione centrale polizia criminale Xingjun Mio.
I cinesi promettono aiuto. Offrono intelligence, specialisti, interpreti. Chiedono accesso ai fascicoli. Propongono squadre comuni di detective. La procura accoglie con prudenza. Ogni attività, ribadisce Tescaroli, deve rispettare i canali formali: rogatorie, procedure Interpol e accordi definiti dai trattati bilaterali. Ma la prospettiva appare nuova. Poi, a Roma, il quadro cambia.
Mentre a Prato si discute di indagini e scambio di prove, nella capitale emerge il sospetto che la controparte conosca già troppo. I cinesi hanno chiesto per le vie diplomatiche di parlare anche con il capo della polizia Vittorio Pisani. Ma a sorpresa durante questo incontro al massimo livello la tensione diventa evidente.
Il dialogo si interrompe. Il vertice del Dipartimento della pubblica sicurezza chiede spiegazioni sull’intrusione informatica. Sui sistemi violati. Sui dati sottratti. Su come sia stato possibile penetrare la rete del Viminale e acquisire informazioni sensibili. La risposta non arriva. Diplomatici e funzionari cinesi non chiariscono.
La conseguenza è immediata. L’Italia congela la cooperazione operativa. Si fermano i pattugliamenti congiunti nelle città con forte presenza cinese. Viene sospesa la formazione di agenti cinesi in Italia. Si interrompono canali costruiti negli anni. La fiducia si incrina.
Il paradosso resta sul tavolo. Da una parte, la Repubblica Popolare offre aiuto per contrastare i clan. Dall’altra, soggetti riconducibili alla sua sfera tentano di conoscere in anticipo uomini e strutture impegnati in quella stessa lotta. È una dinamica che gli analisti leggono come parte di una strategia multilivello: cooperazione e raccolta informativa.
Nel frattempo, le indagini a Prato proseguono. Il tentato omicidio del luglio 2024 segna una svolta. L’imprenditore Changmeng Zhang sopravvive e decide di collaborare. Le sue dichiarazioni permettono di ricostruire il commando di killer arrivato dalla Cina. Arresti, condanne, nuovi filoni. Un precedente che rompe l’omertà.
Dopo l’appello pubblico della Procura, centinaia di lavoratori sfruttati trovano il coraggio di denunciare. Anche imprenditori cinesi vittime di violenze scelgono di rivolgersi allo Stato. Un segnale che la pressione criminale è reale e che la fiducia può crescere.
Ma la questione non riguarda più solo una città. Il dossier è diventato nazionale. Coinvolge sicurezza, relazioni diplomatiche, intelligence. Il nodo è politico: fino a che punto la cooperazione può convivere con la competizione strategica?
(da Repubblica)

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SEMBRA UN SEQUEL DI “INDIANA JONES”: GIULI E I TEMPLARI DI SOLIERA! IL “DANDY CARIATO”, CHE PER UN INCIDENTE DELLA STORIA FA IL MINISTRO DELLA CULTURA, INCONTRA IN LUNIGIANA I DISCENDENTI (SCOMUNICATI) DEI CAVALIERI DI TERRASANTA

Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile

E’ L’ULTIMO GESTO DI UNA BIOGRAFIA FANTASMAGORICA CHE ANNOVERA UN’AQUILA TATUATA SUL PETTO, RITI CELTICI E UN DEBOLE PER I SERPENTI

Il ministro della Cultura Alessandro Giuli possiede una forza prodigiosa che gli consente di finire sui giornali con titoli fantasmagorici. Intendiamoci: per noi che ci lavoriamo nei giornali, è una benedizione. Bisogna riconoscere che tra lui e Genny Sangiuliano, la premier Giorgia Meloni non ne ha sbagliato uno. Poi ricorderemo anche di quella volta che Giuli dava bacini a un serpente. Intanto direi però di soffermarci sulla notizia dell’altro giorno: con lui, il ministro, che è andato in missione dai templari. Esatto: dai templari.
Ci sono le foto, c’è un video. Si vede Giuli — sempre molto dandy, doppiopetto e magnifico papillon — che posa accanto a certi tipi vestiti come se stessero partendo per una crociata. In realtà, per adesso, si limitano a presidiare il santuario della Madonna dei Colli nell’ex convento di Soliera: siamo in Lunigiana, tra boschi di struggente bellezza, crocefissi e spade (più una bella brace allestita in cortile, perché è sacro anche il culto della bruschetta).
Se ne è accorto Il Fatto . Che però ha pubblicato la notizia a pagina 13 — hanno preferito giocarsi meglio un’intervista ad Alfonso Bonafede, critico sulla riforma della Giustizia ed ex leggendario dj alla discoteca Extasy di Mazara del Vallo, poi due volte Guardasigilli, nel Conte I e nel Conte II, noto soprattutto per aver confuso il 41-bis (carcere duro) con il 416-bis (associazione a delinquere di stampo mafioso), e la «colpa» con il «dolo». Errori che Giuli non avrebbe mai commesso. È colto. Elitario. È stato condirettore del Foglio (coccolato a lungo — raccontano — da un fuoriclasse assoluto come Giuliano Ferrara). Però anche ex ultrà della Roma, tra gente che menava. Ed ex camerata di Meridiano zero, sempre tra gentiluomini che menavano.
Sicuri, insinuano, non sia ancora fascista? Ha un’aquila, a dimensione naturale, tatuata sul petto (lui, buono, sorride: «Smettetela: è solo la riproduzione di un’insegna del primo secolo dopo Cristo»). E, comunque, ha pure scritto un libro per spiegare che “Gramsci è ancora vivo”. Un irregolare. Inaugurando la Buchmesse di Francoforte, disse: «Spazio alla libertà del dissenso, anche contro il governo» (quel giorno, il potente sottosegretario Giovanbattista Fazzolari vuotò un bottiglione di Maalox).
Così, forse, si spiega anche l’incontro con l’Associazione Templari Oggi. Un gruppo assai controverso. Si definiscono «laici» e giurano di non essere massoni. Però vanno in giro per chiese, camminano nella penombra di una religiosità cupa e sospetta, in maschera, seducente.
Nella scorsa primavera, con una lettera riservata inviata a tutti vescovi italiani, monsignor Giuseppe Baturi, segretario generale della Cei, fu costretto a mettere in guardia sull’attività «della realtà nota come “Templari Oggi”», precedentemente denominata “Templari Cattolici d’Italia”, soppressa ufficialmente nel 2022.
La loro militanza genera — avvertì monsignor Baturi — «confusione e scandalo tra i fedeli», inducendoli erroneamente a pensare che il presunto lavoro pastorale sia in qualche modo autorizzato dalla Chiesa. Monsignor Baturi invitò perciò i vescovi a esercitare la massima vigilanza e l’opportuna prudenza. Nei fatti, una scomunica.
Giuli, ovvio, se ne frega ( cit ). Del resto, le sue passioni culturali sono un cubo magico. È cresciuto tra l’osservanza del magistero di Julius Evola e i giorni in cui, a destra, si celebravano i solstizi. La religione e l’antropologia dei popoli antichi trattate come una verità atemporale e immutabile. Un debole per i riti celtici. «Il processo di mostrificazione nei miei confronti è stato facile, perché ti antipatizza in un attimo — ha spiegato, più volte, Giuli — Una volta mi è stato addirittura chiesto: “È vero che mangi fegato crudo?”. Ma Santo Cielo… è una cosa che fanno i salafiti dopo avere squartato gli infedeli. Io sono solo uno studioso, un appassionato di riti religiosi».
Infatti: per Rai2, con Vitalia-Alle origini della festa , Giuli si mise — a spese nostre, di noi che paghiamo il canone — sulle tracce degli Etruschi, dei Sanniti e, appunto, dei Celti. Nella prima puntata del programma (abbastanza dimenticabile) seguì il viaggio di un serpente giunto a Roma sull’isola Tiberina nel III sec. a.C. per salvare i Romani da una terribile pestilenza: il serpente di Asclepio, dio greco della medicina, che si stabilì sull’isola, tutt’oggi luogo di cura.
Da lì, Giuli arrivò poi fino a Cocullo, in provincia dell’Aquila, dove ogni anno, il primo di maggio, si festeggia San Domenico Abate: il santo portato in processione per le vie della città e ricoperto da serpenti. Giuli non resistette. E un piccolo esemplare se lo fece scivolare sul braccio mettendosi, addirittura, muso a muso (allora però quasi meglio Genny che almeno scapocciava per certe pericolose bionde di Pompei).
Comunque: all’incontro con i discendenti dei cavalieri di Terrasanta era presente anche il deputato di Fratelli d’Italia Alessandro Amorese, che è della zona, e che — in lampi da campagna elettorale — ha promesso restauri vari, rilancio economico, più soldi e benessere per tutti.
(da “Corriere della Sera”)

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BANDECCHI ALLA SBARRA:IL SINDACO DI TERNI ANDRA’ A PROCESSO A CAUSA DEGLI ACQUISTI FATTI PER CONTO DELL’UNIVERSITÀ ‘’UNICUSANO’’, CHE HA AMMINISTRATO TRA IL 2016 E IL 2021. GRAZIE ALLE AGEVOLAZIONI FISCALI, AVREBBE EVASO 20 MILIONI DI EURO

Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile

PER CONTO DELL’ATENEO, BANDECCHI HA ACQUISTATO UNA FERRARI, UNA ROLLS ROYCE E IL LEASING DI UN ELICOTTERO. INOLTRE, HA USATO L’UNIVERSITA’ PER COMPRARE BIGLIETTI AEREI, SOGGIORNI IN HOTEL E VIAGGI (SPESE CHE, SECONDO I PM, CON LA DIDATTICA AVEVANO POCO A CHE FARE) … IL SINDACO DI TERNI È GIA’ A PROCESSO PER MINACCE E RESISTENZA A PUBBLICO UFFICIALE

Venti milioni di euro. È la cifra che torna negli atti, nei sequestri, nelle contestazioni. Ed è la cifra che porta il sindaco di Terni, Stefano Bandecchi, davanti a un giudice. Ieri il vulcanico coordinatore di Alternativa Popolare è stato rinviato a giudizio, a Roma. L’accusa è di evasione fiscale.
Secondo la procura, tra il 2018 e il 2022 sarebbe stato amministratore di fatto della Università Niccolò Cusano. E in quel periodo non sarebbero state versate allo Stato imposte per circa 20 milioni di euro. Con lui andranno a processo altre tre persone che avevano ruoli di responsabilità nella gestione della società. All’uscita del tribunale, una tranquillità ostentata: «Nessuna sorpresa, me lo aspettavo, tutto come previsto», il commento di Bandecchi.
L’imprenditore prestato alla politica ha infatti sempre respinto le accuse. Ma l’indagine della Guardia di finanza racconta un’altra storia: quella di un sistema che avrebbe utilizzato agevolazioni fiscali previste per gli enti didattici per coprire spese che, secondo gli investigatori, con la didattica avevano poco a che fare.
È da lì che partono i sospetti. Dalle spese. Dai conti. Dagli acquisti che non sembrano compatibili con un campus universitario: una Ferrari, una Rolls-Royce Phantom, il leasing di un elicottero. E poi i costi legati alla Ternana Calcio, biglietti aerei, hotel, viaggi. Un flusso di denaro che — per l’accusa — avrebbe beneficiato di un regime fiscale agevolato non dovuto.
I finanzieri avevano già sequestrato 20 milioni di euro, ritenuti profitto dell’evasione. Nel fascicolo compaiono anche le dichiarazioni fiscali. La formula è la stessa per ogni anno: «Al fine di evadere l’imposta sul reddito delle società, omettevano di indicare nella dichiarazione Ires…elementi imponibili…di fatto evadendo» il pagamento. Contestazioni che si ripetono, secondo la procura, per diverse annualità.
La parola passa al processo. Dove si dovrà stabilire se dietro quei conti, quelle auto di lusso, quei voli e quei leasing sia stato commesso un reato. Solo l’ultimo contestato, in ordine di tempo, al pirotecnico primo cittadino.
A dicembre Bandecchi è stato rinviato a giudizio per minacce, resistenza a pubblico ufficiale e interruzione di pubblico servizio per i fatti del 2023. Il primo assaggio della sua sindacatura turbolenta a Terni: nel corso di una seduta surriscaldata a Palazzo Bezzani si avvicinò a un consigliere di FdI con passo di carica e l’intenzione di aggredirlo
L’antipasto dei colpi di teatro che sarebbero seguiti. Carrellata: nel 2024 ha annunciato e poi ritirato le proprie dimissioni in sette giorni; a gennaio 2025 ha rotto con il centrodestra: «Sono dei traditori e degli idioti».
Poi l’ultima trovata, freschissima: il 12 febbraio ha azzerato la giunta ternana, via tutte le deleghe agli assessori, licenziati. La ragione? «Servono nuove energie», avanti il prossimo. Bandecchi contro tutti. Ci ha provato con scarso successo alle
regionali campane, dove correva da solo. Risultato: un timido 0,49% e 160 voti per la candidata di punta, Maria Rosaria Boccia.
(da La Repubblica)

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