Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
“QUINDI, PENSO CHE POSSIAMO DIRE CON SICUREZZA, QUALUNQUE SIA LA VOSTRA PROSPETTIVA SU QUESTA VISIONE, CHE LA CINA È ALMENO UN CONCORRENTE ALLA PARI DEGLI STATI UNITI, E DIREI CHE HA GIÀ VINTO”
Penso che la Cina abbia già vinto la gara tecnologica contro gli USA, e abbia lasciato
l’Europa molto indietro. E penso, francamente, che in Europa siamo stati per lo più addormentati negli ultimi 20 anni a questo riguardo.
Molte persone non sono d’accordo con me, quindi permettetemi di citare un paio di prove.
Se guardate sul sito dell’ASPI, un think tank in Australia, hanno qualcosa chiamato il “China Tech Tracker Critical Technology Tracker”. E dice che al momento la Cina è avanti agli USA in 66 su 74 tecnologie avanzate, e gli USA sono avanti solo in otto. Se guardate l’ultimo indice “Nature”, di articoli scientifici “elite” che sono stati citati, la Cina è molto avanti rispetto a ogni altro paese al mondo. Se guardate il numero di domande di brevetti all’Ufficio Mondiale della Proprietà Intellettuale delle Nazioni Unite, la Cina ha 1,8 milioni di domande pendenti, e gli USA solo 500.000. Quindi, penso che possiamo dire con sicurezza, qualunque sia la vostra prospettiva su questa visione, che la Cina è almeno un concorrente alla pari degli Stati Uniti, e direi che ha già vinto.
Direi che USA e Cina sono testa a testa sull’IA al momento. Jensen Huang ha detto recentemente che pensava che la Cina fosse avanti e poi ha ritrattato il giorno dopo – ha detto che la Cina non era proprio avanti.
Quindi, voglio dire, chiaramente c’è una gara in corso e questo è molto nella mente dei cinesi e degli americani. Ma ci sono due grandi differenze nel modo in cui la gara viene condotta: la prima è che la maggior parte dei modelli IA cinesi che stanno andando così bene, quindi Kimi, K2, la suite Qwen di Alibaba, sono tutti open source, giusto? Mentre i principali modelli IA americani non lo sono.
L’altra differenza cruciale è che il prezzo per far funzionare i modelli cinesi è una frazione del prezzo per far funzionare i modelli USA… Quindi stiamo parlando di un decimo o meno in termini di milioni di token di output usati.
Quindi, questo è il motivo per cui, nel caso di Alibaba Qwen, hanno già un miliardo di clienti in tutto il mondo. E questo lascia i modelli IA americani nella polvere. Quindi, ci sono un sacco di cose interessanti che stanno succedendo lì.
È troppo tardi. Gli americani potrebbero inventare un incredibile “moonshot” (come la missione sulla Luna) e potrebbero vincere tutto. O ci potrebbe essere una svolta quantistica, sapete, che cambia tutto il modello.
Intervento di James Kynge al panel “What is China’s vision for a new world order?”, della Chatham House
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
LE OPPOSIZIONI OCCUPANO LA SALA, FONTANA ANNULLA TUTTO E I RAZZISTI “EMIGRANO” FUORI DALLE ISTITUZIONI
Un gruppo di deputati di Pd, M5s e Avs ha occupato la sala stampa della Camera, dove alle 11.30 era prevista la conferenza stampa sulla remigrazione con il portavoce di Casapound Luca Marsella, Ivan Sogari di Veneto Fronte Skinheads, l’ex Forza Nuova Jacopo Massetti e Salvatore Ferrara della Rete dei Patrioti.
La sala era stata prenotata dal deputato leghista Domenico Furgiuele, considerato vicino a Roberto Vannacci. Ma dopo il caos generato l’evento è stato annullato. Alla fine «non essendoci le condizioni» la presidenza ha deciso di annullare la conferenza. «Annullate per ordine pubblico tutte le conferenze stampa di oggi, così come deciso e confermato dalla Presidenza della Camera», si legge in una nota da Montecitorio. A un certo punto anche i giornalisti erano stati allontanati dalla sala e, come anticipato ieri, i sistemi di sicurezza sono stati rinforzati. Chiusa anche piazza Montecitorio. Schierati tutti gli assistenti parlamentari.
La protesta delle opposizioni
L’iniziativa ha sollevato le proteste delle opposizioni, che avevano promesso di occupare la sala qualora gli organizzatori non avessero acconsentito ad annullare la conferenza stampa. Folte le delegazioni di Pd-M5S-Avs, con il capogruppo della Camera dei Cinque Stelle, Riccardo Ricciardi, il quale questa mattina in aula aveva annunciato il presidio per impedire che si aprissero «le porte a naziskin, Casapound e fascisti». Presenti fra gli altri Laura Boldrini, Matteo Orfini, Arturo Scotto e Filiberto Zaratti. Il deputato Furgiuele è entrato ed è stato contornato dai deputati delle opposizioni, che intonavano “Bella Ciao”.
Il confronto con Furgiuele e la decisione di Fontana
«La conferenza stampa si fa. Farete le domande. Perché vi spaventate?», ha domandato Furgiuele. I deputati delle opposizioni hanno risposto a muso duro al deputato leghista: «Non ci spaventate. Sono loro che si dichiarano fascisti!». Un battibecco durato diversi minuti. Poi l’evento è stato di fatto sospeso.
L’ira di Furgiuele
Furgiuele esce iracondo dalla sala conferenze: «Hanno impedito una conferenza stampa, sono antidemocratici». Fermato poi da dei cronisti nei corridoi di Montecitorio: «Loro hanno disatteso il libretto che sventolavano». E racconta di aver sentito Vannacci che gli avrebbe detto «bravo, vai avanti». «Avrei voluto invece affrontare la questione con una conferenza stampa, così come si addice a un parlamentare che ha la prerogativa di poter utilizzare uno spazio di questo Palazzo – continua il deputato parlando ai giornalisti
Ieri le opposizioni avevano fatto capire che avrebbero ostacolato l’iniziativa per “impedire l’ingresso di nazisti nel palazzo”. E così è stato: la sala prenotata è stata occupata da diversi deputati di opposizione: ci sono per il M5S il capogruppo Riccardo Ricciardi e Francesco Silvestri. Gianni Cuperlo, Arturo Scotto, Marco Sarracino, Matteo Orfini e il senatore Filippo Sensi per il Pd e per Avs i deputati Filiberto Zaratti, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni.
Poi dopo aver fatto uscire i giornalisti mentre i parlamentari d’opposizione sono rimasti all’interno della sala, la Camera ha deciso di annullare la conferenza stampa. Il portavoce del presidente di Montecitorio Lorenzo Fontana ha dichiarato “annullate per ordine pubblico tutte le conferenze stampa di oggi, così come deciso e confermato dalla presidenza della Camera”. Così la protesta si è spostata fuori dal palazzo con esponenti delle opposizioni che hanno mostrato cartelli con l’immagine di Matteotti.
(da agenzie)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
SUL PROFILO UFFICIALE DEI GIOCHI INVERNALI COMPAIONO I RITARDI DEI TRENI
«Ormai con Matteo Salvini al Ministero dei Trasporti, in Italia i ritardi dei treni sono
talmente strutturali da finire perfino nella comunicazione ufficiale delle Olimpiadi». Basta una frase, pubblicata sui social, per riaccendere una delle polemiche più frequenti: quella sui treni che non arrivano mai in orario. A lanciare la stoccata è Italia Viva, che accompagna il post con uno screenshot di una storia del profilo ufficiale di Milano-Cortina 2026, dove si fa riferimento ai collegamenti ferroviari verso le sedi olimpiche.
«Problema così strutturale da finire nella comunicazione ufficiale»
Secondo Italia Viva, la comunicazione legata ai Giochi invernali finirebbe così per certificare un problema ormai cronico del sistema ferroviario italiano.
Un’accusa che punta dritta al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, guidato da Salvini, già più volte finito nel mirino per guasti, rallentamenti e giornate nere sulla rete.
(da agenzie)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
LA LETTERA DI UNA MILITANTE: “NESSUNO HA MAI VISTO UN RENDICONTO”. E POI ACCENNA ALLE DONNE DEL MOVIMENTO, CHE PREFERISCONO “USARE O ALLUDERE A MODI BEN PIÙ ANTICHI PER ‘FARE STRADA’, CHE SGOMITANO PER SEDERSI AL TAVOLO A FIANCO DI VANNACCI…”
Proprio nel momento in cui sembra a un passo la trasformazione in partito dei Team Vannacci, ecco che arriva l’addio di quelli che sono tra i principali gruppi a sostegno dell’eurodeputato della Lega. Con accuse molto dure e pesanti verso lo stesso ex generale. Milano, Verona, Varese, Busto Arsizio: il Mondo al contrario, scrivono, «è stato un bluff politico e organizzativo».
Nella contestazione si aggiungono passaggi sulla scarsa trasparenza finanziaria dell’associazione ma non solo: in queste ore sta girando una lettera di dimissioni di una militante, risalente a qualche settimana fa, in cui si scrive di «seguaci del potere, pronti a scodinzolare quando il Signore accenna a far cadere dal suo tavolo qualche briciola di pane, e a donne che preferiscono usare o alludere a modi ben più antichi per “fare strada”, che sgomitano per sedersi al tavolo con affianco Vannacci, […] calpestando la dignità non solo delle altre signore presenti nell’associazione ma anche delle madri e mogli che, solo per il ruolo che hanno, meriterebbero il giusto rispetto».
Insomma, una piccola bomba interna.
Ma andando con ordine. I team in questione, di cui sono intitolati alla Decima, hanno redatto un documento congiunto: «Quello che negli slogan viene raccontato come un movimento organizzato, strutturato e combattivo, nella realtà dei fatti si è rivelato l’esatto opposto: un caos permanente, privo di guida, di metodo e di credibilità».
Tutto, scrivono, «è stato lasciato al caso, all’improvvisazione e all’arbitrio di pochi. Altro che disciplina, altro che modello “militare”».
La rappresentazione plastica «di questo fallimento è il ridicolo flash mob davanti al Parlamento in occasione del voto sull’invio di armi all’Ucraina: otto persone. Otto. Un’umiliazione pubblica che certifica la distanza abissale tra la retorica dei vertici e la realtà sul territorio».
L’atto di accusa continua: «L’unico vero interesse dimostrato dalla dirigenza è stato quello di organizzare incontri pubblici a pagamento, trasformando quello che avrebbe dovuto essere un movimento politico in una sorta di circuito commerciale, mentre i Team venivano lasciati soli, senza strumenti, senza indicazioni e senza risposte».
Il tema va di pari passo con «la totale opacità sulla campagna tesseramento 2026: nessun dato ufficiale, nessuna comunicazione sui numeri degli iscritti, nessuna trasparenza sul confronto con il 2025».
L’esperienza del Mondo al Contrario viene quindi definito un «fallimento conclamato, politico, organizzativo e morale». Non è un nuovo addio, com’è noto. Il fondatore Fabio Filomeni e il suo gruppo se n’era andato da tempo, anche una delle più strette collaboratrici di Vannacci, la cosiddetta “bersagliera” Stefania Bardelli, aveva mollato denunciando dinamiche simili.
Altro tema, è la lettera di addio di un’altra militante degli esordi. Anche lei citava un argomento ricorrente nei dietro le quinte che riguardano le creature del generale: «Nessuno ha mai visto un rendiconto» di tutta l’attività pubblica di Vannacci, fatta soprattutto di eventi e cene a pagamento. Parole velenose, con questa conclusione: «Vi auguro di svegliarvi e, se davvero volete cambiare questo Paese, andate a fare politica nei modi e nei luoghi consoni a tale arte».
(da agenzie)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
A MINNEAPOLIS È ARRIVATO LO ZAR DEI CONFINI DI TRUMP, TOM HOMAN, COME SEGNALE DI “DE-ESCALATION”. PROMETTE DI RIPORTARE “LEGGE E ORDINE” E APRE AL RITIRO DEGLI AGENTI DELL’ICE “SE LE AUTORITÀ LOCALI COOPERANO
Un giudice federale del Minnesota ha ordinato all’Ice di fermare l’arresto e la
deportazione dei rifugiati ammessi legalmente negli Stati Uniti e di rilasciare immediatamente quelli detenuti per la revisione dei loro casi.
“I rifugiati hanno il diritto legale di stare negli Stati Uniti, di lavorare e vivere pacificamente e, cosa più importante, il diritto di non essere sottoposti al terrore di un arresto e detenzione senza mandato o motivo nelle proprie case e mentre si recano in chiesa o al supermercato”, ha dichiarato il giudice John Tunheim, che ha emesso un’ordinanza ristrettiva per il rilascio degli almeno 100 rifugiati arrestati durante le retate indiscriminate della polizia anti-immigrati di Donald Trump.
Si prevede un appello contro questa sentenza da parte dell’amministrazione Trump che nelle scorse settimane ha affermato che rivedrà migliaia di concessioni di asilo a rifugiati arrivati durante la presidenza di Joe Biden che non hanno ottenuto ancora la green card, per assicurare, è stato affermato, che non vi siano state frodi.
Lo zar dei confini Tom Homan, inviato da Donald Trump in Minnesota dopo la rimozione del comandante at large della Border Patrol Greg Bovino, ha promesso in una conferenza stampa di “ristabilire la legge e l’ordine” a Minneapolis. “La sicurezza della comunità è fondamentale”, ha detto, sostenendo che i milioni di illegali entrati sotto l’amministrazione Biden rappresentando una minaccia alla sicurezza nazionale. La cooperazione tra autorità federali e locali consentirebbe la riduzione degli agenti dell’Ice: lo ha detto in una conferenza stampa lo zar dei confini Tom Homan, assicurando che gli agenti federali condurranno “operazioni mirate” contro persone che hanno storie criminali o di immigrazione illegale.
(da agenzie)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
COSÌ È STATO FATTO SCENDERE E SI È DOVUTO FARE 6 CHILOMETRI DI STRADA STATALE A PIEDI, SOTTO LA NEVE, CON UNA TEMPERATURA DI -3 GRADI
Un bambino di 11 anni è stato costretto a farsi a piedi, mentre nevicava e con temperature sottozero, gli oltre 6 chilometri di statale 51 Alemagna che separano San Vito di Cadore da Vodo di Cadore (Belluno), perché non aveva il corretto biglietto dell’autobus e l’autista l’ha costretto a scendere dal mezzo.
Lo riporta il Gazzettino di Belluno che ha raccolto la testimonianza della madre e della nonna del bimbo, un avvocato di Padova, che ha sporto querela per abbandono di minore.
Il bambino, verso le 16 di martedì 27 gennaio, era uscito dal rientro pomeridiano scolastico e una volta salito sul bus ha esibito il biglietto che aveva in tasca che però non corrispondeva a quello entrato in vigore da pochi giorni sulla linea 30
Calalzo-Cortina di Dolomiti Bus, che per il periodo olimpico da chilometrico è passato a una tariffa fissa di 10 euro indipendentemente dalla distanza e che va comprato solo tramite app oppure con il bancomat.
L’11enne non aveva possibilità di pagare il nuovo biglietto e l’autista gli ha rifiutato la corsa, costringendolo a farsela a piedi sul far della sera, lungo una strada pericolosa, mentre nevicava e si era già -3 gradi.
(da agenzie)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
BRUTTO COLPO SCOPRIRE CHE IL PRIMO DEMENTE AMERICANO SE NE FOTTE DELLA “PONTIERA” TRA USA E UE E CHE ORA NON RACCATTA NEMMENO UN FACCIA A FACCIA DI CINQUE MINUTI, COME È SUCCESSO AL FORUM DI DAVOS… PER TOGLIERE LA MASCHERA AL GRANDE BLUFF DELLA “GIORGIA DEI DUE MONDI”, C’È VOLUTO UN ANNO DI ”CRIMINALITÀ” DI TRUMP MA, SI SA, IL TEMPO È GALANTUOMO, I NODI ALLA FINE ARRIVANO AL PETTINE
Che cosa si prova a diventare “Giorgia chi?”, dopo essere stata caramellata di
salamelecchi e aggettivi lecca-lecca da Donald Trump che la incoronò leader “eccezionale”, “fantastica”, “piena di energia” e, in un incontro a ottobre 2025, anche “bellissima”?
Brutto colpo, vero, scoprire che l’Amico Americano se ne fotte alla grande della “pontiera” tra Usa e Ue, che si è sbattuta come moulinex intralciando qualsiasi iniziativa anti-trumpiana dei “Volenterosi” leader europei, e non le concede la grazia di un faccia a faccia di cinque minuti, come è successo al recente Forum di Davos?
In quale cesso è finita la sua sbandieratissima “special relationship” con il Trumpone? Avete per caso letto due righe di scuse all’indignazione del governo Meloni sulla vergognosa frase pronunciata dal Demente di Washington sui militari non americani della NATO (l’Italia conta 53 caduti e oltre 700 feriti), che stavano “un pochino a distanza dal fronte” in Afghanistan, come si è affrettato a fare con la Gran Bretagna di Starmer?
Il fallimento di un anno di infuocati entusiasmi meloniani in difesa di qualsiasi nefandezza sparata dal trumpismo contro l’Europa “parassita e scroccona” (dai dazi alla disgregazione della Nato, dal filo-putinismo sull’Ucraina alla nazi-minaccia di prendersi la Groenlandia), daje e ridaje, non poteva non presentare il conto alla Ducetta-Camaleonte, che riusciva con le sue faccette, accompagnate da supercazzole, a interpretare due parti in commedia, una volta come cavallo di troia del disgregatore Trump in Europa e quella dopo come europeista sottobraccio a Ursula von der Leyen.
Una para-gura che scalpita di entrare nella stanza dei bottoni dei democristiani del Ppe ma da ligia sovranista rifiuta la rimozione del voto all’unanimità in Consiglio europeo (per non parlare della mancata ratifica del MES salva-banche: l’Italia è l’unico paese dell’Eurozona a non aver firmato).
Una furbetta che bacia e abbraccia Zelensky ma non disdegna di partecipare agli spot elettorali del filo-putiniano Viktor Orban.
Questo continuo colpo al cerchio e uno alla botte dell’ex attivista del Fronte della Gioventù quanto poteva ancora durare infinocchiando destra e manca?
Chissà che effetto ha fatto ieri a Palazzo Chigi leggere sul primo quotidiano italiano, quel “Corriere della Sera” che ha sempre pettinato le bambole dell’Armata Branca-Meloni, il durissimo editoriale di un conservatore doc come Mario Monti che toglie la maschera all’insostenibile grande bluff della “Giorgia dei Due Mondi”.
Certo, per rendersene finalmente conto, a Urbano Cairo e al suo direttore (si fa per
dire) Luciano Fontana c’è voluto un anno di criminalità di Trump ma il tempo è galantuomo e i nodi alla fine arrivano al pettine.
“Certe scene viste nei filmati che arrivano dal Minnesota sono troppo vicine alle incursioni naziste a Varsavia per non suggerire paragoni allarmanti”, scrive l’ex premier e senatore a vita.
“Si prenda la riforma della giustizia. Sul referendum io ad esempio sono indeciso, vedo luci e ombre.
Ma se la nostra premier continuerà a mostrarsi la leader europea più devota a Trump, malgrado i suoi continui attacchi all’Europa e la sua opera di distruzione dello stato di diritto in patria e nel mondo, mi verrebbe di pensare che abbia anche lei, nell’intimo, una vocazione autoritaria. Meglio allora, concluderei, non metterle in mano strumenti che potrebbero agevolare la messa in pratica dell’autoritarismo”.
E, guarda il destino quanto è cinico e baro: sempre ieri l’istituto di sondaggi Ixè rileva che il fronte del no e quello del sì al referendum sulla riforma Nordio in agenda a fine marzo sarebbero ora testa a testa: 49,9% contro 50,1%.
Appena uno 0,2% di scarto. La rilevazione, realizzata tra il 20 e il 27 gennaio, emerge da un campione di mille elettori. E stima l’affluenza a un buon 61,5%.
“Il referendum avrà inevitabilmente un risvolto politico”, è l’analisi di Stefano Folli su ‘’Repubblica’’ di oggi. “Se lo perdesse, il governo Meloni registrerebbe la prima, autentica sconfitta dall’inizio del suo governo. Con astuzia, la premier ha evitato fin qui di legare il suo nome all’esito della consultazione
Ma tutti sanno che la legge costituzionale Nordio riguarda la sola, vera riforma che il centrodestra ha varato nel corso della legislatura.
Una riforma che modifica gli equilibri del potere giudiziario ed è volta nelle intenzioni a influire in modo diretto nella vita quotidiana delle persone’’.
Folli prosegue: “Di conseguenza, la sconfitta sarebbe dolorosa anche se non implicherebbe la caduta dell’esecutivo. Va da sé, al contrario, che per un’opposizione in permanente difficoltà una vittoria la sera del 23 marzo equivarrebbe quasi a un’ubriacatura collettiva.
Quindi il centrosinistra ha tutto l’interesse a rendere sempre più politico lo scontro: dirà No alla separazione delle carriere e a ridurre il potere delle correnti all’interno della magistratura; ma soprattutto dirà No al governo Meloni, al suo legame con Trump, alle supposte tendenze autoritarie in sintonia con l’amico americano”.
Da parte sua, anche “Il Foglio” di Claudio Cerasa, non precisamente un bollettino dei “comunisti”, non poteva fare a meno di sottolineare le possibili conseguenze velenose del lungo abbraccio Trump-Meloni: “Più passa il tempo e più diventa evidente per la presidente del Consiglio che la vicinanza con Trump, dacché poteva essere un valore aggiunto, è diventata un valore tossico.
Meloni non potrà mai confessarlo fino in fondo, ma Trump per l’Italia è diventato un ostacolo quotidiano alla tutela dell’interesse nazionale e la vicinanza con il trumpismo avrà un peso politico nel dibattito elettorale, per Meloni, superiore a molti altri fattori”.
(da Dagoreport)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
LA STRATEGIA FUNZIONA SOLO FINCHE’ LA POLITICA RESTA NELLA ZONA GRIGIA DELLE PAROLE, DOPO E’ COMPLICITA’
Non è stato per niente facile, per Giorgia Meloni, interpretare il ruolo di Grande Mediatrice tra l’Unione europea e l’America di Donald Trump, incassando puntualmente gli sperticati elogi del presidente americano e gli amichevoli sorrisi di Ursula von der Leyen. Non è stato per niente facile, ma lei c’è riuscita, almeno per un tratto di strada, costruendo l’immagine di una leader capace di parlare con tutti, di stare dentro le contraddizioni del tempo, di trasformare l’ambiguità in una risorsa politica. Il metodo è stato semplice e insieme raffinato: fare uso, con sapiente astuzia, di un celebre consiglio del cardinal Mazzarino al Re Sole: «È spesso più utile far finta di non intendere che rispondere apertamente». Una tecnica antica, che consiste nel sospendere il giudizio, rinviare il conflitto, lasciare che le parole più dure cadano nel vuoto, come se il silenzio potesse scioglierle.
Così, quando il suo amico Donald disse che «l’Unione europea è nata per fregare gli Stati Uniti», lei finse di non capire che quelle parole segnavano una rottura epocale e non disse neanche una parola. Non una replica, non una presa di distanza, non una difesa dell’Europa di cui l’Italia è parte costitutiva. Quando il presidente americano impose dazi a tutti i Paesi del Vecchio Continente – Italia compresa – lei finse di non capire che era solo l’inizio di una guerra commerciale e si oppose a ogni contromisura dell’Ue, come se la prudenza potesse sostituire una strategia, come se l’attesa potesse fermare una dinamica di potenza. Quando lui firmò il rapporto della National security strategy in cui c’era scritto nero su bianco che «le attività dell’Unione europea minano le libertà politiche e la sovranità», lei finse di non capire e non fece alcun commento. In quel silenzio non c’era solo diplomazia: c’era una scelta politica, l’idea che il rapporto privilegiato con Washington valesse più della solidarietà europea. Anche adesso, quando Trump è venuto allo scoperto, annunciando una punizione a suon di dazi contro gli europei che osano opporsi alla sua conquista della Groenlandia e del suo ricco sottosuolo, lei ha finto di non capire, derubricando questo scontro frontale a una semplice «incomprensione» e riducendo lo schiaffo doganale dell’amico americano a un semplice «errore».
Per un anno, dunque, Giorgia Meloni ha fatto credere al mondo di essere il ponte tra l’America trumpiana e la scricchiolante Europa. Un ponte costruito sull’idea che le fratture della storia potessero essere neutralizzate con l’equilibrismo, che la radicalità della nuova destra americana potesse essere addomesticata con la familiarità personale, che il conflitto tra potenze potesse essere sospeso con il galateo istituzionale.
Ma ora che il nodo più grosso è arrivato al pettine, non può più far uso del consiglio del cardinale Mazzarino. Perché fingere di non capire è una strategia che funziona solo finché la politica resta nella zona grigia delle parole. Quando entra nel territorio delle decisioni, quando tocca i confini, i commerci, la sovranità, allora il silenzio smette di essere prudenza e diventa complicità. Il punto, ormai, non è più la mediazione. È la scelta. E in un mondo che si sta dividendo in blocchi, in cui l’America di Trump non nasconde più la sua volontà di potenza e l’Europa rischia di scoprire la propria irrilevanza, il vero problema per la presidente del Consiglio non è che cosa fingere di non capire. È che cosa, finalmente, è disposta a capire davvero
(da lespresso.it)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
“MERZ E MACRON SI SONO INCONTRATI, E NOI ECONOMISTI LI ABBIAMO AIUTATI A PREPARARE UNA ROAD MAP PER ATTUARE IL RAPPORTO DRAGHI. QUANTO A MELONI, TUTTI STANNO CERCANDO DI CAPIRE QUANTO A SUA VOLTA SIA AFFIDABILE: LA QUESTIONE È IL RAPPORTO CON L’AMERICA DI TRUMP. L’ITALIA STA CON NOI O CON GLI AMERICANI? IN QUESTO MOMENTO NON È POSSIBILE TENERE IL PIEDE IN DUE STAFFE”
«Abbiamo fantastici ricercatori in Europa, grandi matematici e ingegneri, siamo
all’avanguardia nelle ricerche sull’intelligenza artificiale. Noi europei siamo forti e possiamo, dobbiamo, tracciare linee rosse da non oltrepassare, quando trattiamo con le altre potenze». Di ritorno da Davos, Philippe Aghion è ottimista, ancora più del solito. Il premio Nobel per l’Economia vede segnali incoraggianti di quella «distruzione creatrice» che ha tanto studiato
Se dovesse riassumere la sua esperienza a Davos con una sola parola?
«Carney. Mark Carney, il premier canadese».
Perché?
«Perché ha pronunciato un bellissimo discorso incoraggiando noi europei ad andare avanti sulla stessa strada. Cioè, non dobbiamo avere paura di opporci a Trump, certi “no” vanno detti. E infatti sulla Groenlandia ha funzionato. E Carney ha anche parlato di nuove collaborazioni, basate sul rispetto delle regole e non sull’intimidazione».
Da sempre lei non partecipa al coro dell’autoflagellazione. Perché l’Europa può ancora farcela?
«Perché abbiamo democrazia e libertà, che altri hanno perso, guardate che cosa è successo a Minneapolis. Abbiamo un modello sociale migliore, e la nostra ricerca è di alto livello».
Però il cliché dice che gli Usa e la Cina innovano, l’Europa regolamenta. Che cosa bisogna fare per uscirne?
«In Europa l’ottima ricerca non si traduce in grande innovazione Ma esistono esempi positivi ai quali ispirarsi, la Svezia per esempio ha un ottimo ecosistema finanziario. Dovremmo dotarci dell’equivalente della Darpa americana, che è un modo per fare politica industriale a favore della competizione. Se vogliamo
incoraggiare l’innovazione di rottura, dobbiamo creare un sistema che consenta il fallimento e la gestione del rischio».
Ma la tradizione europea che lei vanta ha sempre puntato più sulla protezione sociale che sul rischio.
«È vero, ma anche qui ci sono già esempi ai quali ispirarci, come la flexicurity della Danimarca, che combina flessibilità e sicurezza, slancio verso il rischio e l’innovazione e rete di salvataggio. È un modo per introdurre distruzione creatrice proteggendo comunque gli individui, quando il progetto imprenditoriale va male. La Danimarca è il modello, e ce l’abbiamo in casa, noi europei, un altro vantaggio rispetto alla società americana».
Il prossimo 12 febbraio gli ex premier italiani Mario Draghi e Enrico Letta parteciperanno a un vertice europeo straordinario per rilanciare la competitività europea. È venuto finalmente il momento di applicare i loro rapporti?
«Credo che un nucleo forte di Paesi siano pronti per andare avanti sul mercato unico dei capitali. Una coalizione dei volenterosi aperta a chi ci sta: i grandi Paesi fondatori Francia, Italia, Germania, più il Regno Unito. Su questo e altri progetti, l’Europa e le altre democrazie sono pronte per collaborare».
Il Canada di Mark Carney che lei citava, per esempio?
«Certamente, credo che Carney voglia lavorare con noi e che dovrebbe essere incluso nelle nostre iniziative, nelle catene di valore. Il Canada è e rimarrà una democrazia, e la cosa interessante è che vuole fare affari con la Cina. Non ci vedo niente di male, finché la Cina gioca secondo le regole».
Intanto, però, all’interno dell’Unione europea gli equilibri stanno cambiando. ll motore franco-tedesco sembra fermo, e Berlino sembra avvicinarsi semmai a Roma. Che ruolo può avere la premier italiana Giorgia Meloni nei nuovi assetti?
«Nel settembre scorso il cancelliere Merz e il presidente Macron si sono incontrati, e noi economisti li abbiamo aiutati a preparare una road map per attuare il rapporto Draghi. Per la Germania il punto è capire quanto la Francia sia un partner affidabile, nel momento in cui il governo francese non riesce ad approvare il budget dello Stato.
Quanto a Meloni, l’Italia è un Paese fondamentale per l’Europa, e tutti stanno cercando di capire quanto a sua volta sia affidabile: qui la questione è il rapporto con l’America di Trump. L’Italia sta con noi o con gli americani? In questo momento non è possibile tenere il piede in due staffe».
Emmanuel Macron è a sua volta un grande sostenitore dell’Europa, ma arriva alla fine del secondo mandato in condizioni di debolezza. Lei è stato consigliere del presidente Macron, poi vi siete allontanati. Che cosa non ha funzionato?
«Macron è davvero in gamba. E certe volte, quando sei davvero o troppo in gamba, finisci per pensare di non avere bisogno di alcun consiglio. Non vuoi perdere tempo con i sindacalisti, non chiedi consiglio sulla politica estera o sociale, e magari pensi di indire elezioni anticipate all’improvviso convinto pure di vincerle. Macron è andato molto bene nel primo mandato, dal 2017 al 2022. Ha fallito il secondo per eccesso di fiducia in se stesso.
(da Corriere della Sera)
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