Settembre 9th, 2017 Riccardo Fucile
PRESTO LA NOMINA DEL NUOVO COMANDANTE, IL GOVERNO CONSULTA ANCHE LE OPPOSIZIONI
Nessuna indulgenza verso i due carabinieri, se alla fine risulteranno colpevoli: è l’atteggiamento «inflessibile» deciso ai vertici dell’Arma, in viale Romania.
Ove si coglie un mix di amarezza e di imbarazzo.
La vicenda accenderà i riflettori sulle crepe di un’istituzione fin qui tra le poche che venivano salvate in Italia e all’estero.
Il caso Firenze si aggiunge ai tanti veleni sparsi dall’inchiesta Consip, ai sospetti di depistaggio del Noe contro il padre di Renzi e alle accuse di favoreggiamento (in questo caso pro-Renzi) rivolte al Comandante generale Tullio Del Sette. Un’aria già da tempo irrespirabile.
Il mandato di Del Sette scadrà il 15 gennaio prossimo e, ai piani alti della politica, una seconda proroga viene esclusa.
Non per disistima verso Del Sette (che gode anzi di largo apprezzamento) ma perchè supererebbe i limiti della pensione.
Inoltre si vorrebbe procedere anche per mettere fine alle guerre di successione che, di rinvio in rinvio, farebbero ulteriori danni.
Al momento le cordate risultano quattro.
La prima spinge per Riccardo Amato, numero uno della Divisione Pastrengo, esperto di lotta alle mafie.
La seconda punta su Ilio Ciceri, uomo-macchina, ex Capo di Stato maggiore, però con molti nemici.
La terza cordata scommette su Vincenzo Coppola, attuale numero due dell’Arma. L’ultimo nome è quello del generale Ogaden Nistri, poco noto ai politici e forse proprio per questo in ascesa.
Qualcuno sostiene: per correttezza, sarebbe meglio delegare la scelta a chi governerà dopo le prossime elezioni.
Una sospensione tecnica di pochi mesi sarebbe sufficiente. Ma l’orientamento dei palazzi che contano è di rispettare le scadenze.
Dunque la nomina del nuovo Comandante è attesa entro Natale, con un certo anticipo sulla scadenza. Anche perchè la legislatura potrebbe chiudersi a fine anno, e il governo dovrebbe fare la sua scelta prima che Sergio Mattarella dichiari il “game over”.
Autorevoli fonti assicurano: il premier Gentiloni cercherà una larga condivisione parlamentare su questa come su tutte le prossime nomine in materia di sicurezza. Entro la primavera scadranno tra gli altri il Comandante generale della Guardia di Finanza, Giorgio Toschi, e il capo della Polizia, Franco Gabrielli.
Verrà consultata la maggioranza, iniziando dai presidenti “dem” delle Commissioni Difesa al Senato (Nicola Latorre) e alla Camera (Francesco Saverio Garofani).
Ma non solo loro. Da fonti berlusconiane risulta che la ministra Roberta Pinotti abbia preso contatti con alcune forze di opposizione per ragionare su tempi e modalità delle decisioni: metodo condiviso sul Colle più alto, dove risiede l’ultima parola.
(da “La Stampa”)
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Settembre 2nd, 2017 Riccardo Fucile
SOLUZIONE SOFT: DAL COMMISSARIATO DI TREVI CAMPO MARZIO ALLA DIREZIONE CENTRALE ANTICRIMINE
E’ stato trasferito il poliziotto che urlò: “Se tirano qualcosa, spezzategli il braccio”, durante lo
sgombero di piazza Indipendenza.
Una frase shock che, secondo quanto riportato dal quotidiano Il Tempo, gli è costata la rimozione e il trasferimento nella sede del Dac, la direzione centrale anticrimine, dal commissariato di Trevi Campo Marzio dove prestava servizio come dirigente.
La rimozione era stata annunciata subito dopo le polemiche sollevate da un video che mostrava la reazione del poliziotto durante gli scontri con rifugiati e movimenti per la casa.
Sulla vicenda, lo stesso capo della Polizia, Franco Gabrielli, il 25 agosto scorso in un’intervista a Repubblica, affermò: “La frase pronunciata in piazza è grave. Quindi avrà delle conseguenze. Abbiamo avviato le nostre procedure interne e non si faranno sconti”.
In realtà la soluzione adottata è stata solo quella di togliere il funzionario da compiti di ordine pubblico.
(da agenzie)
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Agosto 25th, 2017 Riccardo Fucile
“LA FRASE DEL FUNZIONARIO AVRA’ CONSEGUENZE, MA LA POLITICA NON USI LA POLIZIA COME FIGLIA DI FICO PER COPRIRE I PROPRI ERRORI”
Alle otto della sera, quando l’onda si è fatta già alta, il capo della Polizia, Franco Gabrielli, scandisce al telefono con Repubblica parole che, come è nell’uomo, non hanno nulla a che fare nè con la diplomazia, nè con i tartufismi con cui l’apparato si difende istintivamente nei momenti di crisi.
Per tutto il pomeriggio si sono susseguiti attacchi al ministro dell’Interno Marco Minniti. Anche se secondo la prefetta di Roma, Paola Basilone, “non ha avuto alcuna responsabilità nelle operazioni di sgombero dello stabile di via Curtatone”.
Giuseppe Civati ne ha chiesto addirittura le dimissioni. “L’operazione poliziesca, non solo di polizia, di piazza Indipendenza a Roma, con gli idranti, i manganelli e il razzismo istituzionale, è l’ultimo capitolo di un libro che non avremmo mai pensato di leggere nel 2017 – infierisce il deputato di Possibile – Ed è anche l’ultimo fattaccio che colma la misura: chiediamo per questo che il ministro dell’Interno Minniti si dimetta”.
Rincara la dose il deputato di Si Stefano Fassina: “È indegno di un Paese civile quanto è avvenuto a Roma. Il governo si è preoccupato solo del decoro della piazza da ripulire prima del rientro dei romani dalle vacanze. Presenteremo immediatamente un’interrogazione parlamentare per chiarire le ragioni di comportamenti così irresponsabili”.
Gabrielli ha letto quelle dichiarazioni e ci ha riflettuto su. Sa che un suo silenzio sarebbe interpretato come imbarazzo. In qualche modo il capo della Polizia sembra quasi voler dare un seguito concreto a quello che, il 21 luglio scorso, proprio a Repubblica aveva detto spiegando che la “sua” Polizia non deve avere paura. Che deve “parlare il linguaggio della verità “.
“La frase pronunciata in piazza è grave”, dice. “Sì. Grave”.
Quindi?
“Quindi avrà delle conseguenze. Abbiamo avviato le nostre procedure interne e non si faranno sconti. Questo deve essere chiaro. Ma…”.
Ma?
“Ma ritengo altrettanto grave che l’idrante e le frasi improvvide pronunciate durate la carica diventino una foglia di fico”.
Vorrà forse parlare dell’esimente dello “stress” in momenti di tensione?
“No. Voglio dire un’altra cosa. Che la gravità di quello che è successo in piazza non può diventare un alibi per coprire altre responsabilità , altrettanto gravi. E non della Polizia”.
E di chi
“Di chi ha consentito a un’umanità varia di vivere in condizioni sub-umane nel centro della capitale. E dunque che si arrivasse a quello che abbiamo visto oggi”.
Così non capisce nessuno, prefetto. Fa riferimento alle responsabilità dell’amministrazione comunale e regionale?
“Mettiamola così. Due anni fa, da prefetto di Roma, insieme all’allora commissario straordinario Tronca, avevamo stabilito una road map per trovare soluzioni alle occupazioni abusive. E questo perchè il tema delle occupazioni non si risolve con gli sgomberi ma trovando soluzioni alternative”.
Quindi?
“Quindi è accaduto che non ho più avuto contezza di cosa sia accaduto di quel lavoro fatto insieme a Tronca. Era previsto da un delibera un impegno di spesa di oltre 130 milioni per implementare quelle soluzioni alle occupazioni abusive. Qualcuno sa dirmi che fine ha fatto quel lavoro, e se e come sono stati impegnati quei fondi?”.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 23rd, 2017 Riccardo Fucile
LA BASE DELL’ARMA NON E’ INTACCATA DALLE POLEMICHE, RESTA SEMPRE LA LORO DEDIZIONE E IL LORO IMPEGNO APPREZZATO DAI CITTADINI
È, ormai, da mesi che si inseguono notizie che vogliono coinvolti i vertici dell’Arma in vicende politico-giudiziarie che potremmo definire tendenzialmente ben note a tutti. E laddove qualcuno avesse maturato delle lacune conoscitive, l’articolo comparso qualche giorno fa sull’Espresso ha inteso colmarle, offrendone un certo tipo di riepilogo.
Per mia impostazione piuttosto tradizionalista, affiderei la risoluzione di tutte le problematiche citate alle figure preposte, che avranno modo di pronunciarsi nelle sedi opportune, anche se purtroppo mi rendo conto che ormai viviamo in totale controtendenza e anche il meno avvincente dei processi finisce per svolgersi in uno studio televisivo, sotto luminosi riflettori e nel pieno fervore mediatico, piuttosto che nel grigiore severo di un’aula di tribunale.
Il rischio, però, è che si diano in pasto all’opinione pubblica segmenti parziali di un castello che neppure la più informata delle fonti potrebbe conoscere integralmente, orientando su certe convinzioni piuttosto che sulla realtà consacrata dai dati di fatto di cui gli inquirenti possano disporre.
Ma tanto è evidente che ogni possibile invito alla prudenza vada inevitabilmente a impattare contro certi bisogni, quando addirittura non sono necessità diversamente motivate, di produrre lo scoop.
Comunque, in tutto questo credo che i vertici — a qualunque Amministrazione questi appartengano – siano nelle condizioni di difendersi adeguatamente nelle sedi e nelle modalità che riterranno opportune.
Ciò che, invece, mi preoccupa e mi fa male, mi mortifica e mi avvilisce, è il modo in cui potrebbe risentirne la base se il cittadino, approcciandosi a certe notizie senza una lettura analitica adeguata, proiettasse le criticità sull’intero Corpo.
Anche sui carabinieri che, in ogni periferia d’Italia, fanno del loro lavoro sacrifico e privazione, impegno e dedizione totali.
Quindi, ciò che mi piacerebbe sottolineare è che, al di là di tutto e da oltre due secoli a questa parte, i carabinieri sono ancora, e restano, quelli che abbiamo visto impolverati e sfiniti sulle macerie di Ischia, nel tentativo di salvare piccole vite rimaste intrappolate.
Sono e restano quelli che, prima di allora, hanno raggiunto per primi ogni sito colpito duramente da altre catastrofi, dai terremoti a quella di Rigopiano: loro c’erano sempre, dall’inizio finanche dopo che tutti gli altri erano andati via.
Le immagini di repertorio di tragedie del passato ce li riproducono identici a quelli odierni, con pari determinazione negli sguardi e la tenerezza e commozione quando veniva tratto in salvo qualcuno. O se ne dovevano chiudere gli occhi per sempre.
I carabinieri sono e restano anche quelli che — piaccia o no – multano o ritirano patenti quando sussistono possibili compromissioni all’incolumità altrui; che corrono a sirene spiegate quando c’è un’attivazione; che scambiano informazioni in cambio di rassicurazioni al cittadino durante il loro giro di quartiere.
E oltre ancora, i carabinieri sono e restano quelli proiettati nelle missioni all’estero, quelli che si addestrano duramente per compiti particolarissimi, quelli lanciati alla ricerca di latitanti o che affrontano la durezza di posti in cui l’antistato tenta di imporre le proprie leggi.
Sono e restano quelli che svolgono indagini complesse, e nel farlo sono spesso costretti a trascurare figli, famiglia e ogni sorta di personale necessità ; quelli dei reparti speciali o anche tutti coloro che assicurano il regolare svolgimento degli incontri sportivi. E molto, moltissimo altro ancora.
Questo solo per dire che la base, nel suo piglio genuino e nella sua vicinanza congenita al cittadino, non è affatto mutata, non è in alcun modo intaccata, e continua ogni giorno a fare quello che fa da sempre e che per sempre continuerà a fare.
Del resto, tutto ciò di cui parlano i media in questi mesi avviene a una distanza talmente considerevole da non poter avere nessun riflesso sull’impegno e sulla dedizione che contraddistingue i carabinieri comuni e che li rende particolarmente amati e apprezzati dalla gente per bene.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 22nd, 2017 Riccardo Fucile
VERTICI SOTTO INCHIESTA, LITIGI TRA UFFICIALI, RAPPORTI OPACHI CON LA POLITICA
Chiunque arriverà , «dovrà rimboccarsi le maniche. Perchè troverà macerie: erano decenni che
l’Arma dei Carabinieri non soffriva di una crisi così grave».
Il militare che lavora al Comando Generale di Roma forse esagera, ma non è l’unico a pensare che la Benemerita stia vivendo uno dei momenti più difficili della sua storia recente.
Una crisi latente da tempo, esplosa con l’indagine Consip.
Uno scandalo che ha tramortito, in un domino di cui ancora non si vede la fine, tutti. Dal comandante generale Tullio Del Sette (indagato per favoreggiamento) ai capi di stato maggiore, ascoltati come testimoni; passando ai comandanti di reparti specializzati, accusati di depistaggio; e ai carabinieri iscritti nel registro per falso ideologico e materiale; per finire con la caduta di eroi simbolo dell’Arma come il colonnello Sergio De Caprio, meglio conosciuto come “Capitano Ultimo” per aver arrestato Totò Riina, allontanato su due piedi lo scorso mese da una delle nostre agenzie di intelligence perchè considerato improvvisamente «non più affidabile».
Leggendo le carte e le accuse dei magistrati – tutte ancora da provare – sembra che sul caso Consip l’Arma si sia spaccata a metà .
Con il vertice della piramide impegnato a rovinare attraverso fughe di notizie insistite un’indagine giudiziaria che rischiava di compromettere l’immagine del Giglio magico di Matteo Renzi, e la base – rappresentata dagli investigatori del Noe – concentrata al contrario a costruire prove false pur di inchiodare Tiziano Renzi, il padre del segretario del Pd.
Un cortocircuito mai visto nel Corpo, un disastro giudiziario e mediatico che ha indebolito ancor di più la posizione del numero uno Tullio De Sette, indagato dallo scorso dicembre a Roma per favoreggiamento e divulgazione di segreto istruttorio, con l’accusa di aver fatto trapelare a soggetti terzi (come l’ex presidente della Consip Luigi Ferrara) l’indagine sulla stazione appaltante dello Stato su cui stavano lavorando i pm di Napoli.
Per lo stesso reato sono iscritti anche il ministro Luca Lotti e il generale Emanuele Saltalamacchia: il comandante della Legione Toscana, è stato accusato di aver spifferato informazioni segrete sia da Luigi Marroni (l’ex ad di Consip ha detto che era stato anche Saltalamacchia, suo amico, a dirgli «che il mio cellulare era sotto controllo») sia dall’ex sindaco Pd di Rignano sull’Arno Daniele Lorenzini.
«Durante una cena a casa di Tiziano», ha specificato in una deposizione, «sentii Saltalamacchia» suggerire al papà dell’ex premier «di non frequentare un soggetto, di cui tuttavia non ho sentito il nome, perchè era oggetto di indagine».
Se gli ultimi mesi sono stati difficilissimi, va evidenziato che Del Sette, nato 66 anni fa in Umbria, a Bevagna, era inviso a pezzi dell’Arma anche prima dell’iscrizione nei registri della procura, e che fonti del Comando generale non negano come molti generali, davanti ai guai giudiziari del loro capo, non si siano certo stracciati le vesti.
Già : il comandante generale, arrivato al posto di Leonardo Gallitelli all’inizio del 2015, è infatti stato giudicato fin da subito “troppo” vicino alla politica: anche se la lunga carriera dell’Arma ne faceva un candidato autorevole, in molti non gli perdonavano (e non gli perdonano) i sette anni in cui è stato capo ufficio legislativo del ministero della Difesa, sotto governi sia di destra sia di sinistra; nè la scelta, nel 2014, di accettare la chiamata del ministro Roberta Pinotti, per diventarne capo di gabinetto. Non era mai accaduto prima che un carabiniere assumesse quell’incarico fiduciario.
A Del Sette viene poi contestato un carattere non facile.
Se Gallitelli, mente fredda e raffinata, ha puntato su una guida inclusiva e meritocratica, seppur giudicata da alcuni troppo “curiale”, Del Sette ha preferito un comando verticistico, che per i critici ha finito con l’essere divisivo.
«Del Sette è persona di grande valore, molto leale con le istituzioni. Ha lavorato bene con i ministri di ogni partito, come Martino, Parisi, anche con Ignazio La Russa. Molte delle leggi vigenti portano la sua “firma”, compreso l’accorpamento del Corpo forestale ai carabinieri», spiega chi lo stima e ha lavorato con lui al dicastero della Difesa.
«Cosa lo ha penalizzato negli ultimi tempi? Su Consip credo si sia trattato di un’ingenuità , e la sua posizione sarà archiviata. Al comando generale invece, non l’ha mai aiutato il suo carattere fumantino. È un uomo capace, che però si arrabbia facilmente. Soprattutto quando si convince che il suo interlocutore non rispetta le gerarchie e i ruoli che lui ha definito».
Del Sette viene definito sia dai suoi estimatori (che sono molti) sia dai suoi nemici (che sono ancor di più) un uomo schivo, persino timido, ma poco propenso alla mediazione.
Appena nominato dai renziani a numero uno dei carabinieri, ha deciso in effetti di spazzare via la vecchia nomenclatura costruita in sei anni dal suo predecessore, scegliendo di andare allo scontro frontale con alcuni generali fedelissimi di Gallitelli. Molto stimati, però, dalla base dell’Arma.
Così, se il Capo di Stato maggiore Ilio Ciceri è stato sostituto da Vincenzo Maruccia (anche lui sentito come testimone dai pm di Roma per la vicenda Consip), e il generale Marco Minicucci è stato sottoutilizzato, un altro pezzo da novanta come Alberto Mosca ha dovuto cedere la poltrona di comandante della Legione Toscana a uno dei pupilli di Del Sette, proprio Saltalamacchia, dovendosi accontentare del comando della Legione Allievi Carabinieri.
Clamorosa poi la scelta del colonnello Roberto Massi: l’ex comandante dei Ros considerato uno degli ufficiali più brillanti dell’Arma, e promosso da Gallitelli capo dell’ufficio legislativo nel 2014, dopo una breve convivenza con Del Sette ha preferito fare armi e bagagli e trasferirsi all’Anas nel 2016. All’ente nazionale per le strade Massi ricopre l’incarico di “responsabile della tutela aziendale”.
L’unico gallitelliano che è riuscito a stringere un patto di ferro con il comandante umbro è stato Claudio Domizi, ancora influente capo del personale del primo reparto.
«Le tensioni interne sono iniziate fin dal suo arrivo, ma sono peggiorate nel tempo. La crisi Consip le ha fatte solo esplodere», ragiona preoccupato un militare con le stellette, che considera i colleghi gallitelliani veri responsabili della spaccatura, perchè nostalgici e incapaci di accettare il nuovo corso.
Tutti, però, mettono sul banco degli imputati anche il sistema della rotazione obbligatoria degli ufficiali (che costringe pure i carabinieri più esperti e capaci a cambiare reparto dopo due anni) e l’assenza di una vera meritocrazia interna. «Qualche tempo fa a Reggio Calabria durante un giuramento a passare in rassegna i reparti, oltre agli ufficiali, è stato anche un appuntato del Cocer, il sindacato interno dei carabinieri a cui Del Sette si è molto appoggiato dall’inizio del suo mandato», racconta uno degli scontenti «Forse a voi civili sembra una sciocchezza, ma nell’Arma è una cosa inverosimile, che ha fatto accapponare moltissime divise».
Ottimi rapporti con Maria Elena Boschi e lo stesso Lotti, qualche incontro con l’imprenditore renziano Marco Carrai (tra cui una cena a casa del compagno di Mara Carfagna, Alessandro Ruben, che ama invitare mimetiche e stellette nel suo salotto), Del Sette ha dovuto gestire anche la patata bollente del colonnello Sergio De Caprio, “Ultimo”.
L’attivismo “anarchico” dell’ex vice comandante del Noe (che ha collaborato con il pm John Woodcock a quasi tutte le inchieste più delicate degli ultimi anni su politica e potere, da quelle sulle tangenti di Finmeccanica alla P4 di Luigi Bisignani, passando dalle tangenti della Lega Nord a quelle sulla Cpl Concordia) non è mai stato amato dai piani alti della Benemerita.
Ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è caduta proprio nel luglio del 2015, quando una delle intercettazioni del fascicolo sulla Cpl (una telefonata privata tra il generale della Finanza Michele Adinolfi e Matteo Renzi in cui il segretario del Pd definiva il suo predecessore Enrico Letta «un incapace») è finita in prima pagina sul “Fatto Quotidiano”.
Del Sette, dopo un mese di buriane politiche e polemiche infuocate, deciderà di firmare una circolare che toglie ai vicecomandanti dei reparti le funzioni di polizia giudiziaria. Una norma considerata da molti “contra personam”.
«Continuerete la lotta contro quella stessa criminalità , le lobby e i poteri forti che le sostengono e contro quei servi sciocchi che, abusando delle attribuzioni che gli sono state conferite, prevaricano e calpestano le persone che avrebbero il dovere di aiutare e sostenere», polemizzò senza mezzi termini “Ultimo” in una lettera di saluto ai suoi uomini. Poi grazie alla mediazione dell’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Marco Minniti e del capo dell’Aise Alberto Manenti, De Caprio a fine 2016 viene distaccato ai servizi segreti. Per la precisione all’ufficio Affari interni, quello che controlla gli 007 italiani che righino dritto.
Se malumori e dissapori sono una costante di ogni struttura gerarchica, la crisi dell’Arma supera i livelli di guardia a inizio del 2017.
Alle indagini sulla fuga di notizie si aggiungono prima quelle sul capitano Gianpaolo Scafarto del Noe, accusato dai pm di Roma di aver falsificato le prove nell’informativa. Poi quelle al suo capo Alessandro Sessa, numero due del reparto, incolpato nientemeno per “depistaggio” per non aver detto la verità (questa l’ipotesi della procura) durante un’audizione con i magistrati. Infine il tentativo di ritrattazione dello scorso giugno di Luigi Ferrara, il manager Consip che aveva tirato in ballo Del Sette come colui che lo aveva messo sull’avviso in merito a un’indagine giudiziaria sull’imprenditore Alfredo Romeo e la stessa Consip: dopo un confuso interrogatorio, in cui probabilmente il manager ha cercato di proteggere proprio Del Sette, i pm hanno iscritto anche Ferrara nel registro degli indagati. Per falsa testimonianza.
La crisi strutturale del corpo “Nei Secoli Fedele” ha toccato nuove vette qualche giorno fa, quando i pm romani hanno scoperto che Scafarto mandava documenti riservati sull’inchiesta Consip a ufficiali ex Noe traslocati con “Ultimo” ai servizi segreti. L’ipotesi investigativa è che questi stessero ancora collaborando alle indagini su Consip portate avanti dagli ex colleghi. “Ultimo” e tutti i suoi uomini (De Caprio aveva portato con se due dozzine di fedelissimi, di cui la gran parte provenienti dal Noe) sono stati così allontanati dal nuovo incarico, e sono rientrati nell’Arma.
Un allontanamento avvenuto senza accuse formali da parte della magistratura, e senza una richiesta esplicita di Manenti.
È stato Marco Mancini, un alto funzionario del Dis (il dipartimento che coordina le agenzie d’intelligence) coinvolto in passato nel sequestro dell’imam Abu Omar a chiederne la testa. Dopo aver scoperto che Scafarto e gli investigatori del Noe, sempre nell’ambito dell’inchiesta Consip, lo avevano seguito e fotografato, mandando ai collaboratori di “Ultimo” all’Aise le risultanze dei loro appostamenti.
L’incarico di Del Sette terminerà il prossimo gennaio. Ed è probabile che il suo successore verrà nominato non dal governo Gentiloni, ma da quello che entrerà in carica dopo le elezioni politiche, previste per la prossima primavera. In pole position ci sono il numero uno del comando interregionale Ogaden Giovanni Nistri (romano, tre lauree, giornalista pubblicista, ex comandante del comando per la Tutela del patrimonio e direttore del Grande Progetto Pompei, che ha ottimi rapporti con il Pd) e il generale Riccardo Amato, numero uno della divisione Pastrengo ed esperto di antimafia, che gode dell’appoggio del Quirinale.
Subito dietro c’è Vincenzo Coppola (chiamato “il paracadutista”, una vita in prima linea nelle missioni di peacekeeping e da marzo promosso numero due dell’Arma), mentre il generale Ilio Ciceri e Riccardo Galletta, capo della Legione Sicilia, sembrano avere tutti i titoli necessari, ma meno chance.
Il primo, considerato il miglior uomo macchina possibile, sconta il peccato di essere considerato un gallitelliano, mentre il secondo – all’inverso – un uomo di Del Sette. A chiunque toccherà , risollevare l’Arma non sarà impresa facile.
Emiliano Fittipaldi
(da “L’Espresso”)
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Giugno 18th, 2017 Riccardo Fucile
PREMIATO DAL COMANDANTE GENERALE DELL’ARMA A REGGIO CALABRIA… CONTA IL MERITO NON IL COLORE DELLA PELLE, MA FORSE E’ PER QUELLO CHE AI RAZZISTI LO IUS SOLI NON PIACE
È Manraj Singh, di origini indiane, il migliore del corso allievi carabinieri che stamattina
ha prestato giuramento a Reggio Calabria.
Ad appuntargli le mostrine al collo, secondo l’usanza, sono stati il ministro dell’Interno, Marco Minniti, e il comandante generale dell’Arma, generale Tullio Del Sette.
Minniti ha poi citato Manraj a Bologna, durante l’intervento al festival della Repubblica delle Idee.
Dopo aver assistito alla proiezione del video di Repubblica sullo ius soli, il ministro ha raccontato la storia del giovane: “La sua è una vicenda emblematica: è diventato cittadino a 18 anni, perchè non prima? Al giuramento i genitori erano lì vicino, orgogliosissimi. Fare buona integrazione è fare un buon servizio al Paese”.
(da “La Repubblica“)
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Maggio 31st, 2017 Riccardo Fucile
POLIZIA IN TESTA CON IL 64,7%, CHIUDE IL PARLAMENTO CON IL 7,4%
Dubbio e pregiudizio sono due tratti che spesso qualificano i nostri atteggiamenti di fronte agli eventi,
come se avessimo sviluppato degli anticorpi che ci fanno diffidare, a prescindere, di ciò che ci circonda.
La nostra vita quotidiana è costellata di news. E, talvolta, di fake news. Sommersi da una simile valanga di informazioni, siamo spinti a erigere una sorta di barriera difensiva, a dubitare della veridicità dei fatti o della spiegazione che viene fornita. Non è un atteggiamento esclusivo della nostra epoca, ma certamente aumenta e si propaga in modo più rapido con le nuove tecnologie. Web e social network rimpallano di continuo notizie cui possiamo accedere individualmente, in un’operazione di aggiramento (oggi si usa dire «disintermediazione») dei canali tradizionali che in qualche modo selezionavano precedentemente i contenuti: famiglia, associazioni, quotidiani, figure autorevoli.
Se alle nuove tecnologie aggiungiamo la grande quantità di trasmissioni denuncia, talk show urlanti e l’uso dei social come sfogatoio, possiamo intuire come l’immaginario collettivo sia abitato da orientamenti disfattisti oltre misura.
Così, fatalmente, vengono poste le premesse per intaccare uno degli aspetti fondamentali della coesione sociale: la fiducia generalizzata, nei confronti della comunità in cui siamo inseriti, delle istituzioni. Al punto che oggi sembra prevalere la sfiducia, e non solo verso la politica.
Chi sale e chi scende
Quale sia il sentimento della popolazione verso alcune istituzioni, e come sia mutato nel tempo, è l’oggetto dell’ultima rilevazione di Community Media Research in collaborazione con Intesa Sanpaolo per La Stampa .
Se non c’è dubbio che in generale gli italiani guardino alle istituzioni con distacco e prevalga un orientamento di sfiducia, l’esito presenta però alcune significative articolazioni e qualche mutamento.
In primo luogo, solo due entità fra quelle proposte ottengono un apprezzamento positivo dalla maggioranza degli interpellati.
Le forze dell’ordine (64,7%) e il presidente Mattarella (51,2%) sono le uniche istituzioni a superare la soglia del 50%.
Se quest’ultimo, rispetto allo scorso anno, ottiene un consenso analogo (-0,7%), le prime accrescono ulteriormente il loro primato (+5%).
Seppure in modo diverso, ambedue le entità rispondono a una domanda di sicurezza e stabilità .
Il Presidente della Repubblica rappresenta un elemento di garanzia, custode dei valori costituzionali. Le forze dell’ordine, a fronte dell’insicurezza dettata da attentati terroristici e rapine, costituiscono un elemento di tutela fondamentale. Soprattutto, è mutata la loro immagine nel tempo.
Non solo accrescono di consenso, ma si svelano quale elemento di tenuta del tessuto sociale: basti pensare al loro utilizzo protettivo nelle città , a sostegno delle popolazioni colpite da eventi naturali o alle missioni di pace.
È interessante osservare, però, come non tutte le istituzioni che afferiscono alla dimensione di garanzia e difesa dell’ordine ottengano apprezzamento.
La magistratura, ad esempio, si colloca al 4° posto della classifica (39,8%), in significativo calo (-9,4%) rispetto al 2016, seguita dallo Stato (27,9%, sebbene in crescita dell’8,5%) e dalla Chiesa (26,0%, +4,4%).
Dunque, la fiducia in chi ci tutela è affidata alle forze dell’ordine, assai meno a chi amministra la giustizia e allo Stato.
Un’analoga differenziazione la possiamo scorgere nell’ambito della politica. Oltre la Presidenza della Repubblica, non vi sono istituzioni politiche che ottengano un apprezzamento elevato.
Seppur con un apprezzabile 40,9% di consensi, l’Ue si colloca al 3° posto. Stabilmente in fondo alla graduatoria, e ben distanziati, troviamo il governo (22,1%, +0,3% rispetto al 2016) e il Parlamento (7,4%, +1,8%).
I tre profili
È possibile calcolare un indice di fiducia che individua tre profili.
Il gruppo prevalente è rappresentato dagli «esitanti» (48,5%): sono quanti esprimono una fiducia convinta verso alcune entità , ma sono molto scettici verso altre, realizzando così un gioco a somma zero.
È interessante osservare come questo assieme sia in crescita rispetto allo scorso anno (+11,2%), denunciando così un miglioramento del clima generale. Il secondo gruppo è costituito dai «diffidenti» (44,1%) ed è composto da chi nutre una profonda sfiducia verso quasi tutte le istituzioni. Un novero di assoluto rilievo, ma in calo rispetto al 2016 (-8,2%).
Largamente minoritario, invece, è l’insieme dei «fiduciosi» (7,4%) che attribuiscono a quasi tutte le entità una sicura fiducia, quota analoga al 2016 (-3,0%).
Dunque, la popolazione guarda alle istituzioni in modo selettivo e polarizzato attorno a due entità principali: le forze dell’ordine e il presidente Mattarella.
Esprimono un’elevata fiducia verso chi tutela l’ordine e chi è garante della tenuta del sistema politico. È una stima elevata e, come dimostra l’indice sulla fiducia, in leggera crescita rispetto allo scorso anno, frutto plausibilmente di un clima meno rovente sotto il profilo economico e dei consumi. Tuttavia, non è una fiducia generalizzata ma che sottolinea come il sistema politico venga ancora percepito come «in-credibile».
a cura dell’Università di Padova
(da “La Stampa“)
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Gennaio 29th, 2017 Riccardo Fucile
NEI FEUDI DI ALFANO E MARONI QUESTURE PIENE
In un momento di grande allerta per la sicurezza nazionale l’organico della polizia è sotto del 15%,
manca poco meno di un poliziotto su cinque.
Ma non è sempre così.
Ad Agrigento, Bologna, Lecce, Modena e Varese, per esempio, le Questure hanno più agenti di quelli previsti.
Maggiori pericoli? Obiettivi sensibili? Macchè, solo una legge non scritta.
A illustrarla è il capo della polizia, Franco Gabrielli: “Il nostro Paese ha situazioni particolari. Per esempio, Varese è sopra organico. Come mai? Forse perchè c’è stato un ministro dell’Interno”.
Il riferimento è a Roberto Maroni, Lega Nord, oggi governatore lombardo, al Viminale con Berlusconi nel ’94-’95 e tra il 2008 e il 2011.
“A Lecce — prosegue Gabrielli in audizione — sono sopra forse perchè c’è stato un sottosegretario all’interno”. Alfredo Mantovano, ex An, tra il 2001 e il 2006 e tra il 2008 e il 2009.
“Modena — dice ancora il capo della polizia — è sopra organico perchè c’è il segretario generale del Siulp (Felice Romano, ndr). Sono cose che in questo Paese sono facilmente intellegibili”.
Di Agrigento il capo della polizia non parla ma nella città di Angelino Alfano, leader Udc e ministro dell’Interno dal 2013 al dicembre 2016, ci sono 290 agenti contro i 260 previsti: più 12 %, esattamente come a Varese (229 contro 205), un po’ più di Lecce (351 contro 319, più 10%) e di Modena (254 contro 251, più 5%).
Non sono frasi carpite al bar o confidate da Gabrielli a un cronista.
Il capo della polizia le ha pronunciate alla Camera dei Deputati, il 10 gennaio scorso, davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sulla sicurezza e il degrado delle città .
Gabrielli è lì per fare il punto e spiega che nel 1989 la polizia aveva un organico di 117.200 unità , mentre oggi “siamo 99.630 con un decremento medio del 15%”. Aggiunge che la legge Madia ci ha messo del suo, abbassando l’organico a 106 mila. Tanto che “quando ci sono realtà con una scopertura del 5, del 4 o del 3 per cento è grasso che cola”.
Essenziale capire dove sia finito, tanto più che oltre alle carenze d’organico incombe il problema dell’età degli agenti in servizio che mediamente hanno 48-51 anni: con il blocco del turnover — secondo stime che circolano al Viminale — nel 2030 si avrà il 40% di forze in meno. E allora addio, cara sicurezza.
Ad ascoltarlo ci sono venti deputati, di ogni colore politico, che non si scompongono. Neppure nel sentire perchè alcune città fanno eccezione alla regola generale dei vuoti di organico e che, di fatto, politici e sindacalisti in Italia riescono a convogliare gli agenti nei propri feudi elettorali o sindacali.
A scapito del diritto alla sicurezza di tutti i cittadini, specie di chi vive in realtà dove la cronica insufficienza di uomini e mezzi fa dilagare reati e criminalità .
Come succede a Reggio Calabria (2.017 unità effettive a fronte delle 2.137 previste: meno 5,6%), Bari (1.117 unità effettive contro 1.298 previste: meno 13%), Catania (1.979 unità effettive contro 2.028 previste: meno 2%), Messina (921 unità a fronte delle 1.129 previste: meno 18%), Cagliari (904 unità effettive contro 1.245 previste: meno 27%).
Ma le situazioni ritenute più gravi sono Caserta e Foggia, dove gli stessi organici del 1989 affrontano una criminalità che da allora è fortemente cambiata.
L’unica reazione, alla Camera, è del deputato Andrea De Maria (Pd) che chiede perchè Bologna, la sua città , possa contare su un organico di 2.350 unità sulle 2.320 previste.
Quando capisce si risponde da solo: “Noi abbiamo il ministro dell’Ambiente!”. È il bolognese Gian Luca Galletti (Udc), che poi tutto questo potere sul Viminale non l’ha mai avuto. Ma a intanto a Bologna, con tutti gli agenti al loro posto (e anche di più), i reati sono calati del 10%.
Facile individuare altri potenti in grado di spostare gli agenti.
Maroni da ministro degli Interni nel 2008 elesse la sua Varese a laboratorio dei “patti per la sicurezza” del governo Berlusconi. I titoli della Prealpina e della Padania celebravano un calo del 9% dei reati.
Per Lecce il nome è quello dell’ex sottosegretario del Viminale, Mantovano. Non è più in servizio dal 2013 e il trend dei reati ha ripreso a salire quell’anno (+5,9%).
Infine Modena. Ricorda Gabrielli che lì presta servizio dall’82 il segretario generale del Siulp, il potente sindacato di polizia che conta 26mila iscritti, circa il 30%.
Cade dalla sedia Felice Romano: “Il capo della polizia ha detto davvero una cosa del genere? Non ci credo neanche se lo vedo”.
Lo può leggere a pagina 56 dello stenografico di seduta. “Ma non siamo in soprannumero, siamo sotto di 300 unità ”.
Al Viminale hanno altri numeri.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Dicembre 31st, 2016 Riccardo Fucile
ASSIEME AI POLIZIOTTI DI ROMA DOPO L’ALLERTA TERRORISMO: “MA ORA I CITTADINI CI AIUTANO”
Lampeggianti nella notte, accelerazioni e frenate, adrenalina. La notte delle Volanti è tutta qui.
Attaccati ad una radio che recita una litania continua di furti in casa, liti, schiamazzi, gente che sente rumori nelle scale, quello che è stato minacciato con un coltello dopo un tamponamento al semaforo…
E allora su e giù dall’auto, una mano sul calcio della pistola, un torcione nell’altra, a guardare in faccia gente sospetta, verificare documenti, controllare targhe.
E’ la notte di Roma. Il IV Nucleo Volanti fa base in via Guido Reni, al Flaminio.
Da qui attorno alle 23 escono una trentina di volanti demandate al controllo del territorio, che si affiancano alla quarantina di auto dei commissariati e a tutte quelle dei carabinieri.
Saranno più di un centinaio le pattuglie notturne di Roma. Sotto le Festività , poi, i controlli s’intensificano. Mancava il terrorismo a complicare i sonni di chi deve garantire la sicurezza nella Capitale.
Eppure, a sentirli, a vederli, a stare con loro, dagli equipaggi delle Volanti viene un segnale di speranza: mai come in questi ultimi tempi i cittadini chiamano, avvertono, confidano in loro.
L’episodio di Sesto San Giovanni, con quella pattuglia così ordinaria che fa il colpaccio, un controllo banale di documenti che diventa conflitto a fuoco, e il terrorista Anis Amri freddato a terra, sembra il frutto di un calcolo probabilistico esatto: se controlli sul serio il territorio, qualcosa ti resterà .
Sono le 2.30 di notte, vigilia di Capodanno.
La radio di Zara 58 gracchia una segnalazione importante: «Un tassista ha fermato un’auto di passaggio dei carabinieri. Un tizio in un bar di piazza Venezia, grassoccio e capelli brizzolati, s’è aperto troppo il giaccone giallo e sotto aveva una pistola».
Dice molte cose, questo messaggio. Che la gente, come il tassista del turno di notte, di questi tempi ha paura e si guarda attorno. Che non gira più la testa da un’altra parte. Quel cittadino sa che può essere importante anche la sua piccola segnalazione. E s’affretta a condividerla.
Scatta così la catena di comando. I carabinieri avvertono i loro equipaggi, la polizia i propri. Zara 58 accende il lampeggiante e corre nella notte.
Nel giro di 2-3 minuti piazza Venezia pullula di autopattuglie. Tra loro non hanno bisogno di parlarsi. Basta un cenno del capo. Così Zara 58 se ne va lenta per via del Plebiscito, e poi per via del Corso, su fino a piazza Barberini, e poi verso la Stazione Termini. Altri girano in via dei Fori, o verso l’Anagrafe, o su per Monti. E’ un pattugliamento attento e nervoso. Lungo la strada s’avvertono anche i militari nelle piazze del centro storico. Gente in strada ce n’è davvero poca, fa un freddo cane, sono ormai le 3.
Di «giaccone giallo» non c’è traccia. Forse è salito su un autobus, forse è andato a casa sulla sua auto. Chissà chi era. Questa volta la segnalazione del tassista è arrivata tardi. Ma una settimana fa, con un brandello di descrizione, hanno beccato due rapinatori che avevano appena aggredito un passeggero alla stazione e cercavano di nascondersi quattro strade più in là .
Il meccanismo delle Volanti è questo, immutabile negli anni: uno più giovane al volante, uno più esperto di capopattuglia. Girano e girano e girano dalle 23 alle 5 del mattino. Centocinquanta, duecento chilometri a notte.
Uno zigzag forsennato dal centro alla periferia più estrema e ritorno. Continuamente.
«Uno stress non da poco», dice Claudio, poliziotto di lungo corso, otto anni di servizio notturno e prima vent’anni alla Stradale.
«Non ti capisce nessuno, ma vuoi mettere la soddisfazione di arrivare nel mezzo di una lite di famiglia e impedire che si alzino le mani? Oppure beccare dei rapinatori che hanno appena terrorizzato una persona perbene?».
Certo, c’è il ginocchio scassato dallo speronamento di un ladro d’auto che non voleva proprio fermarsi, ma che importa. Lo ascolta avido Francesco, il giovane, solo 3 anni in polizia, ma già sulla buona strada del suo capopattuglia. E’ il momento di qualche «amarcord», ma appena un’ora prima s’era lanciato a tutta birra sul Raccordo anulare per correre verso un grande centro commerciale dove un vigilante era alle prese con una banda di 5 ladri e chiedeva aiuto.
Volanti. Da sempre alle prese con il mondo noir della Capitale. Per fortuna è arrivata in aiuto la tecnologia.
Il computer di bordo riceve una mail: la foto di un ricercato, un evaso, che forse stanotte s’aggira per la città . La telecamera frontale intanto inquadra la targa di un’auto: immediata arriva la risposta della banca dati, se il veicolo è rubato, se l’assicurazione è in regola. E si va avanti.
Ma cambia qualcosa, ora che c’è la paura di una ritorsione degli jihadisti contro chi veste una divisa?
Claudio ci pensa un attimo: «Romani, musulmani, romeni… Chi sta sulla Volante non si deve fidare mai di nessuno».
Francesco Grignetti
(da “La Stampa“)
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