Febbraio 28th, 2018 Riccardo Fucile
DOVE VINCE LO SLOGAN “PRIMA GLI AFFAMATI”, NON “PRIMA GLI ITALIANI”
“Cosa preferisce? Pasta? Verdura? Latte?”.
“Io mangio tutto, Pia. Tutto quello che è commestibile io lo mangio”.
Il colloquio fra Pia, una pensionata sui 70 anni, e Luca, un giovanotto sui 40, apre una distribuzione di viveri al Corvetto, uno dei quartieri di frontiera di Milano.
In coda, per una borsa settimanale di cibo, disoccupati, madri di famiglia, invalidi, senza differenze di età , di sesso o di etnia.
Qui non vale lo slogan neonazista “prima-gli-italiani”, ma quello paleocristiano “prima-gli-affamati”.
“Vengo qui da quasi due anni — dice Luca — ho una situazione economica disastrosa. Lavoravo per una onlus, dove facevo fundrising per ragazzi disabili e, due anni fa, mi hanno lasciato a casa. L’ultima volta che ho fatto domanda di lavoro, in un ristorante di S. Donato, mi hanno risposto che cercano giovani. Che sono troppo grande”.
Dice “grande” per non dire “’vecchio”, perchè nel paese “che-guida-l’Europa-fuori-dalla crisi”, come diceva Renzi, a 40 anni sei già da ‘rottamare’.
“Viene molta gente di mezza età che non ha lavoro o che lo trova solo attraverso le cooperative, che fanno il bello e il cattivo tempo — racconta Pia — Chiudono e riaprono con un’altra ragione sociale. La malattia non ce l’hai. Se lavori bene, se no, sono affari tuoi”.
Michela, anche lei in coda, ha 35 anni e forse riesce a tirare avanti solo per i figli. Insieme al marito, marocchino, gestiva un bar, ma hanno dovuto chiudere perchè non ce la facevano con le spese e lei campa facendo pulizie.
Perso il lavoro, il marito ha iniziato a fumare e a dare in escandescenze. Un giorno le ha dato una spinta in pubblico, davanti alla scuola, e così è finito in galera. Michela l’ha perdonato, ma spera che il carcere serva a farlo riflettere e soprattutto ad allontanarlo da un giro di connazionali borderline.
“Stravede per i figli — dice — Quando uscirà , non lo riprenderò subito in casa, ma magari più avanti sì. Vengo qui perchè ho sempre pagato le bollette ma con l’ultima non ce l’ho fatta e allora ho dovuto vincere la vergogna”.
“Più che vergogna è rabbia — aggiunge una donna sui 45 anni che faceva pulizie per una cooperativa — perchè non è possibile ritrovarsi in queste condizioni. Specie per mio marito. Ha lavorato tutta la vita e per un uomo è terribile non poter provvedere alla famiglia“.
Le chiedo che cosa ha dovuto negare a suo figlio. Risponde: “Beh il gelato, quando usciamo. Prima, quando lavoravamo, due volte all’anno andavamo al cinema”.
Alle sue spalle mani febbrili riempiono borse di cibo raccolto dal Banco Alimentare e distribuito dalla San Vincenzo, un gesto ci carità che oggi offre un formidabile termometro per misurare il livello di povertà prodotto da quella crisi che è iniziata con la destra al governo e non è ancora finita adesso che sta per tornarci.
“La San Vincenzo di Milano compie 160 anni — spiega Silvana Tondi, che presiede il consiglio centrale — è un’associazione laica ed è nata nelle fabbriche, come la Falk, la Lepetit, la Pirelli, con lo scopo di aiutare gli operai. Ogni socio è tenuto a dare un contributo personale. All’inizio acquistavamo e portavamo generi alimentari alle famiglie, oppure andavamo a lavare le persone anziane o a far da mangiare. Oggi è più difficile, perchè molti assistiti sono stranieri e la maggior parte non ti fa entrare in casa. C’è una barriera. Le donne musulmane spesso non parlano e se gli dici ‘hai lo sfratto, non puoi pensare di mettere al mondo un quarto figlio’, ti rispondono: ‘Questa è la nostra religione!’. Beh, anche la mia religione dice che i bambini sono un dono ma ci vuole un po’ di responsabilità !”.
“Ricuciamo le nostre vite” è lo slogan di una sartoria, creata dal nulla in periferia, a Limito di Pioltello, che si chiama “Il filo colorato di S.Vincenzo” e ha offerto a tre persone la possibilità di ricucire gli strappi che la perdita del lavoro aveva aperto nelle loro esistenze. “Una amico ci ha dato un laboratorio in comodato d’uso — racconta Loredana Vargiu — e un’azienda di moda che si trasferiva, ci ha regalato una montagna di tessuti, così, nel 2016, abbiamo costituito la cooperativa. Distribuire pacchi è importante ma ancora più importante è ridare dignità alle persone permettendogli di lavorare”.
In un paese in cui le disuguaglianze stanno risvegliando gli anni 30 , il pensiero del fondatore della S. Vincenzo, Frèdèric Ozanam, appare più attuale che mai, come emerge da un libro di Giorgio Bernardelli intitolato Storia di Ozanam. L’uomo che non aveva paura della crisi. “Se è lo scontro fra l’opulenza e la povertà che fa tremare il suolo sotto i nostri passi — scriveva Ozanam nel 1836 — il nostro dovere di cristiani è di interporci fra questi nemici irriconciliabili e di fare in modo che gli uni si spoglino come per l’adempimento di una legge e che gli altri ricevano come un beneficio… che la carità faccia ciò che la giustizia da sola non saprebbe fare“.
A volte la “banalità del bene” messa in pratica dalle volontarie della San Vincenzo riserva sorprese amare.
“Il bisogno è estremo e a volte non è facile — racconta Pia sempre al Corvetto — un giorno ho avuto problemi con uno a cui ho negato il pacco, perchè non ne aveva diritto e mi ha insultato pesantemente. Mi ha rovesciato il tavolo addosso. Nel quartiere ci sono molte persone con problemi mentali. Se dici un ‘no’ nel momento sbagliato può succedere di tutto”.
L’amarezza più grande però, secondo Pia e le altre volontarie, è venuta dalla tv che del quartiere mostra sempre e solo i lati peggiori, al punto che il 13 marzo 2017 hanno scritto una lettera di protesta (che non ha mai avuto risposta) alla direttrice di SkyTG24 e al direttore di SKY Italia a seguito della trasmissione ‘Cronache di frontiera’: “Le persone che hanno realizzato il programma non hanno reso un buon servizio perchè hanno presentato il quartiere Corvetto come peggio non si poteva […] E’ scandaloso che, dopo ore di riprese, avete scelto di presentare l’intervista a due sole persone, una di queste a volto coperto, che hanno espresso opinioni non corrette sul nostro operato tanto che molti nostri assistiti si sono indignati e resi disponibili ad una raccolta firme di protesta nei vostri confronti”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 22nd, 2018 Riccardo Fucile
GLI INDICATORI AGGIORNATI CHE GUARDANO ALL’AGENDA ONU 2030
Aumenta il numero dei poveri, e aumenta la distanza tra redditi alti e redditi bassi, peggiora la
qualità del lavoro, crescono i rapporti “a bassa intensità “: gli indicatori elaborati dall’ASviS, l’Alleanza per lo sviluppo sostenibile, descrivono lo stesso Paese che ieri il ministero dell’Economia ha definito in grande miglioramento.
I parametri, certo, sono diversi: il rapporto del Mef viene elaborato sulla base di indicatori ricavati dal Bes, il rapporto per il benessere equo e sostenibile pubblicato dall’Istat, mentre l’ASviS tiene conto dell’Agenda 2030 dell’Onu.
L’obiettivo però, in entrambi i casi, rimane quello di misurare il benessere degli italiani, al di là dei parametri ufficiali di misurazione della crescita.
Al di là del Pil, dunque, ma al di là del Pil, dimostrano i rapporti pubblicati negli ultimi due giorni, non necessariamente si arriva alle medesime conclusioni.
In particolare dai dati ASviS emerge un netto peggioramento del nostro Paese nel 2016, confrontandosi con il 2010, rispetto al primo obiettivo dell’Agenda 2030, e cioè la povertà (crescono sia quella assoluta che quella relativa), con un piccolo miglioramento solo rispetto alla percentuale di persone che vivono in abitazioni che presentano problemi e alle famiglie che non possono permettersi di riscaldare adeguatamente l’abitazione.
Male anche l’indicatore che misura la disponibilità dell’acqua e delle strutture sanitarie.
Quanto al lavoro, c’è un piccolo recupero, ma la crisi ha fatto aumentare come non mai la “mancata partecipazione”, e i livelli precrisi sono lontanissimi (un dato che in effetti emerge anche dal rapporto inviato dal Mef alle Camere: è vero che in prospettiva c’è un miglioramento, ma i livelli del 2004 sono irraggiungibili al momento).
La disuguaglianza cresce, dal 2009 l’indicatore segna un forte peggioramento. E’ vero che aumenta il reddito disponibile, come attesta il rapporto del Mef, ma cresce anche la percentuale di persone che vivono in famiglie con un reddito disponibile inferiore al 60% del reddito mediano.
L’indicatore che misura la vivibilità degli insediamenti urbani risente di tutti i problemi legati allo smaltimento dei rifiuti, e anche quello che misura la qualità dell’ambiente peggiora.
Migliorano invece l’indicatore della salute e del benessere e anche quello che misura l’istruzione di qualità , crescono i laureati tra i 30 e i 34 anni e diminuiscono le uscite precoci dal sistema scolastico.
Passi in avanti anche sull’uguaglianza di genere e sull’industrializzazione equa e responsabile, migliorano gli stili dei consumi mentre le emissioni di gas serra si sono temporaneamente ridotte solo per la crisi, ma sono già tornate a crescere
Gli altri indicatori sono piuttosto statici.
In generale, sottolinea il portavoce dell’ASviS Enrico Giovannini, “Malgrado i passi in avanti compiuti in alcuni campi, l’Italia resta in una situazione di non sostenibilità economica, sociale e ambientale. Se i partiti non metteranno lo sviluppo sostenibile al centro della legislatura, le condizioni dell’Italia saranno destinate a peggiorare anche in confronto ad altri Paesi”.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 6th, 2018 Riccardo Fucile
MA NON ERANO QUELLI CHE DIFENDEVANO LA POVERA GENTE E DISTRIBUIVANO PACCHI VIVERI AGLI INDIGENTI? PER DUE VOTI VI SIETE MESSI A FARE LA GUARDIA BIANCA DEI REAZIONARI?
In fila per due come un plotone, sopra le giacche una casacca rossa con il simbolo della tartaruga frecciata: una ventina di militanti di Casapound hanno fatto irruzione nell’ospedale di Bolzano per protestare contro i senzatetto che nelle notte invernali si riparano dal freddo dormendo nelle sale del pronto soccorso.
Gli autoproclamati tutori dell’ordine hanno attaccato i loro volantini ai muri e ai lettini, testimoniando il tutto con una diretta Facebook di fronte ai pochi pazienti in attesa del loro turno.
Dopo poco più di due minuti la recita è finita e gli estremisti se ne sono andati indisturbati, senza aver trovato nessuna situazione di degrado.
“Luogo riservato a pazienti e malati e a visitatori di pazienti e malati”, si legge nei volantini attaccati ai muri con il nastro adesivo e tradotti in tedesco ma anche in altre lingue, tra cui l’arabo.
Un’irruzione studiata per ottenere nuovi consensi, dopo che erano state denunciate da alcuni cittadini situazioni di disagio vissute all’interno del pronto soccorso bolzanino: senzatetto che dormivano su lettini e sedie
Ma l’azienda sanitaria aveva già chiarito che “cacciarli non sarebbe un gesto di civiltà e non risolverebbe nulla”, come ha spiegato all’Alto Adige Waltraud Vieider, dirigente dell’ufficio comunicazioni e relazioni con il pubblico.
Anche le direzioni dell’Azienda sanitaria e del Comprensorio sanitario di Bolzano condannano “la strumentalizzazione di immagini di alcuni senzatetto”, mentre per l’Anpi, che ha inviato una lettera aperta a prefetto, questore, governatore e al sindaco, si tratta “di fatti gravissimi” e richiama “tutti alla necessaria vigilanza e opera di prevenzione per garantire la civile convivenza e il regolare svolgimento della campagna elettorale”.
A Bolzano dormire all’aperto significa fare i conti con una temperatura intorno allo zero e probabilità di neve.
E proprio in città , lo scorso ottobre, un bambino rifugiato di 8 anni era morto per arresto cardiaco dopo due ricoveri in ospedale: aveva trascorso diverse notti in strada, perchè gli era stata rifiutata accoglienza nonostante soffrisse di distrofia e la famiglia avesse fatto domanda di protezione internazionale.
“Certo, non è un bello spettacolo, ma non è nemmeno un problema gravissimo anche perchè — ha aggiunto Vieider — non è mai accaduto nulla di grave”.
“Quanto alla pulizia e all’igiene — ha poi sottolineato — il personale addetto è sempre al lavoro e interviene subito per ripristinare eventuali situazioni problematiche”.
Una situazione documentata del resto anche dallo stesso video degli estremisti di destra: nella diretta Facebook si vedono sale d’aspetto in condizioni perfette.
Sulla pagina di Casapound Bolzano appaiono commenti di plauso all’azione: “Bravissimi”, “Stupendo”, “Stima” o “Onore a voi”.
Tra questi anche quello di Marco Galateo, consigliere comunale e candidato alla Camera per Fratelli d’Italia nel listino proporzionale: “Bravi ragazzi. Queste sì che sono le azioni per cui meritate sostegno e il massimo rispetto”.
Alla fine del video parte il comizio di Andrea Bonazza, consigliere di Casapound e anche lui candidato alla Camera nel collegio di Bolzano. Denuncia che medici e infermieri devono lavorare “in mezzo a questo schifo”, commisera i pazienti che devono subire “situazioni orribili”.
Bonazza è l’esponente di spicco di Casapound in Alto Adige, con un presente da consigliere comunale e un passato spesso al centro della cronaca nera.
A 23 anni venne coinvolto in un’indagine per la morte di Fabio Tomaselli, 26enne vittima di un pestaggio in un pub frequentato da naziskin a Bolzano. Bonazza fu scagionato dalle deposizioni di due testimoni, ma poi non ha smesso di partecipare a risse e aggressioni caratterizzate da “sieg heil”, coltelli e nasi spaccati.
Da consigliere comunale si è presentato in aula indossando una felpa con i simboli della Charlemagne, semplificazione della 33. Waffen-Grenadier-Divison der SS Charlemagne, detto anche Reggimento Charlemagne.
Si tratta del nome usato dai volontari francesi delle Waffen-SS, che durante la Seconda guerra mondiale si arruolarono al fianco dei tedeschi durante gli anni di occupazione militare, prima sul fronte occidentale e poi nell’aprile del 1945 a difesa di Berlino.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 2nd, 2018 Riccardo Fucile
SENZATETTO A ROMA, GIA’ CINQUE LE VITTIME DEL FREDDO….PER LA CARITAS A ROMA SONO 16.000 … MA DOVE SONO QUELLI DEL “PRIMA GLI ITALIANI”?
Ogni notte il grande portone della chiesa di San Callisto viene scosso dai colpi. «Bussano», dice una voce dalla sagrestia. Fuori, avvolti in giacche troppo leggere e con lo sguardo stanco, i senzatetto chiedono un riparo dall’inverno della Capitale.
Non una questione di comodità , ma di sopravvivenza. Perchè si può ancora morire di freddo, a Roma, nel 2018. Cinque clochard non sono sopravvissuti alle rare ondate di gelo di queste settimane. Sei, lo scorso anno.
Ai piedi dell’altare della piccola chiesa di Trastevere, tra gli angeli dipinti da Bernini e le luci fioche delle stufe elettriche, i volontari della comunità di Sant’Egidio hanno preparato con cura le brandine e steso le coperte di lana. «Qui possiamo ospitare circa quaranta persone», dice Augusto, che è professore di storia all’università La Sapienza «ma soprattutto – sottolinea – volontario dal 1974».
Non sempre, però, c’è spazio a sufficienza. «Ma come possiamo dire a qualcuno di andare via? Ci arrangiamo, con qualche sacco a pelo per la notte steso a terra. L’importante è offrire un riparo».
I posti letto non bastano, tanto nella piccola chiesa trasteverina come nel resto di Roma. L’Istat ci dice che in tutto, tra le baracche di fortuna e la strada, sono almeno ottomila i clochard della Capitale. La Caritas raddoppia e arriva a sedicimila.
Fantasmi, dunque, che sfuggono alle volontà della matematica contabile. Eppure, sono numeri che diventano pesanti quando raffrontati ai dati del “Piano Freddo” del Campidoglio. Approvato dalla giunta Raggi e partito a dicembre, ha aumentato le disponibilità rispetto all’anno scorso, arrivando a offrire circa tremila posti letto divisi tra le associazioni di volontariato, la sala operativa sociale del Comune e i centri Sprar dove vengono accolti i migranti.
Secondo i dati dell’Istat, quindi, restano almeno cinquemila senzatetto esclusi dal “Piano Freddo”. Nella peggiore delle ipotesi, prendendo per buoni i dati della Caritas, si arriverebbe a tredicimila.
Il primo problema è nato con il bando di gara dello scorso settembre, con cui il Comune ha chiesto al mondo del volontariato quali ricoveri notturni potessero offrire.
I criteri del bando, però, erano troppo stringenti e non tutte le associazioni hanno potuto partecipare.
«Basta pensare che in questa chiesa non ci sono nemmeno i servizi igienici – sospira Augusto – Abbiamo dovuto chiedere dei bagni chimici da montare all’esterno».
E infatti la chiesa di San Callisto è rimasta esclusa dalla graduatoria e, di conseguenza, anche dai fondi (1 milione di euro) messi a disposizione dal Comune.
Un problema riconosciuto dalla stessa amministrazione, che nei successivi bandi ha «allargato le maglie», cercando di evitare l’estremo opposto: un’accoglienza senza regole, da cui potessero nascere soluzioni poco dignitose.
«Anche quando c’è posto, però, non sempre i senzatetto desiderano venire con noi. A volte preferiscono la strada», spiega Stefania, operatrice della Caritas che lavora in una delle realtà più grandi di Roma, il ricovero notturno di Don Luigi Di Liegro, al piano terra dell’immenso edificio della stazione Termini.
Lì sono 15 gli operatori e centinaia i volontari, divisi tra mensa e accoglienza notturna, al servizio degli ospiti che possono oscillare tra le 300 e le 400 persone. Ogni sera, poi, gli operatori escono in “ricognizione” per le strade di Roma in cerca di chi ha bisogno di aiuto.
Il primo contatto «avviene offrendo una doccia, una visita dal medico o un pasto caldo», spiega Stefania. «L’obiettivo è far rivivere una condizione di normalità , perchè il pericolo più grande, per i senzatetto, è abituarsi a vivere in strada».
Antonio e Nereo, con il loro cane Lilla, dormono da tempo sotto la pensilina di un palazzo di uffici e sono due vecchie conoscenze degli operatori Caritas.
«Io lavoro al mercato di piazza Alessandria, qui vicino», racconta Antonio, accento romano, mentre aggiusta il berretto di lana calcato sugli occhi. «Mi sveglio ogni mattina alla cinque e vado a dare una mano a scaricare la merce. Così mi guadagno la giornata, ma un affitto non me lo posso permettere».
Al suo fianco da tempo c’è Nereo, veneto, che mostra con orgoglio il suo colbacco. «Sembro russo? Ci ho lavorato a Mosca, in una grande azienda, prima che fallisse».
Da lì, l’inizio della sua vita in strada. «Ora però sono famoso: sono finito sui quotidiani, su Rai1 e anche in un servizio de Le Iene. Spesso mi dicono “Nereo, sei sul giornale” e io allora leggo, tanto di tempo ne ho».
(da “La Stampa”)
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Gennaio 26th, 2018 Riccardo Fucile
PER FARE CHIAREZZA SULLE VARIE PROPOSTE MEGLIO CONOSCERNE IL SIGNIFICATO
Secondo gli ultimi dati del 2017 sulla povertà in Italia, oggi sono 1 milione e 619mila le
famiglie residenti, per un totale di 4 milioni e 742mila individui, che vivono in condizione di povertà assoluta, cioè legata a necessità fisiologiche di base (il fabbisogno nutrizionale minimo, la disponibilità di beni e servizi essenziali per la sopravvivenza).
Nel 2016 è aumentata l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie con tre o più figli minori, così come è aumentata fra i minori, arrivando a coinvolgere 1 milione e 292mila nel 2016.
La povertà relativa, legata alle difficoltà economiche in rapporto al livello medio di vita, risulta stabile e riguarda il 10,6% delle famiglie; è più diffusa nei casi di 4 componenti o 5 componenti e colpisce maggiormente le famiglie giovani, dove la persona di riferimento è under 35, rispetto al caso di un ultra sessantaquattrenne, restando elevata nei casi di disoccupati e di operai e assimilati.
La problematica della povertà è molto sentita già a livello internazionale, tanto che il patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali del 1966 stabilisce il diritto alla “libertà dalla fame che includa una alimentazione, alloggio e vestiario adeguati” (art. 11), e la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, prevede espressamente il diritto a una esistenza dignitosa per le persone che non dispongono di risorse sufficienti. Considerata la dimensione della povertà e i suoi riflessi sociali ed economici, vale la pena di riassumere le proposte che animano in campagna elettorale il dibattito sui mezzi di contrasto alla condizione di indigenza: si sente parlare, spesso confondendo i termini, di reddito di cittadinanza, di reddito minimo garantito, di reddito d’inclusione.
Il reddito di cittadinanza consiste in una erogazione monetaria, periodica, durante tutta la vita del beneficiario, attribuita indistintamente a tutti i cittadini e residenti, cumulabile con altri redditi, erogata sia ai lavoratori sia ai disoccupati: gli unici Paesi ad averlo adottato sono l’Alaska, che lo finanzia con un dividendo dei profitti prodotti dall’estrazione petrolifera ed energetica, e la Finlandia che lo ha introdotto nel gennaio 2017 a livello sperimentale per un periodo di due anni.
Cosa diversa è il reddito minimo garantito, erogato solo chi è in età lavorativa e con una retribuzione inferiore a una determinata soglia ritenuta di povertà , ed eventualmente prende a riferimento il reddito del nucleo familiare.
I modelli di reddito minimo garantito in Europa (Germania, Francia, Gran Bretagna, Olanda) richiedono però l’attiva ricerca di un lavoro da parte del beneficiario.
Il reddito di inclusione è stato introdotto nel nostro Paese dal D.Lgs. 147/2017 ed è entrato in vigore il 1 gennaio 2018; i beneficiari sono circa 1,8 milioni di persone in condizioni di povertà assoluta.
L’importo d’aiuto va da un minimo di 190 euro per i singoli fino a un massimo di 485 euro al mese per le famiglie di 5 o più persone.
Ad averne diritto sono le famiglie con un Isee non superiore a 6000 euro all’anno, un valore del patrimonio immobiliare non superiore a 20.000 euro e un valore del patrimonio mobiliare (depositi, conti correnti) non superiore a 10mila euro (ridotto a 8 mila euro per la coppia e a 6 mila euro per la persona sola).
Il riconoscimento del reddito di inclusione è condizionato alla sottoscrizione del progetto finalizzato all’inclusione sociale e lavorativa a cui il componente della famiglia deve attenersi: le famiglie che non rispettano il progetto subiranno la decurtazione o decadenza dal reddito di inclusione 2018.
Inoltre, trattandosi di una misura a sostegno del reddito, il reddito di inclusione è incompatibile con la contemporanea fruizione da parte di qualsiasi componente il nucleo familiare della NASpI (indennità di disoccupazione).
Diverso da tutti i precedenti e oggetto di grande dibattito è il salario minimo: mentre il reddito di cittadinanza, il reddito minimo garantito e il reddito d’inclusione sono forme di assistenza (indipendente dall’esistenza di un rapporto di lavoro subordinato), il salario minimo è costituito dal limite minimo della paga oraria, giornaliera o mensile fissata per legge, che i datori di lavoro devono corrispondere ai propri lavoratori dipendenti. Nell’Unione europea, 22 stati su 28 hanno adottato normative sul salario minimo, mentre i restanti sei paesi (Austria, Cipro, Danimarca, Finlandia, Italia e Svezia) demandano l’individuazione della paga-base alla contrattazione collettiva dei vari settori.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 24th, 2018 Riccardo Fucile
IN TRENTA FAMIGLIE DA 60 GIORNI DORMONO IN CATTEDRALE… IL GRANDE LAVORO DELLA COMUNITA’ DI SANT’EGIDIO
Dormono ormai da 60 giorni su giacigli di fortuna accanto al sepolcro di Vincenzo Bellini.
Nella Cattedrale dedicata a Sant’Agata e che della Santa custodisce le spoglie, oggetto di una devozione che esplode da secoli, ogni anno nei primi giorni di febbraio. Con una furia che ha pochi riscontri tra le feste religiose del nostro paese. Sant’Agata a Catania resta un fenomeno che salda religione, politica e sociale in maniera indissolubile.
Sulla scalinata che fronteggia il Liotro, l’elefantino di lava posto al centro della piazza principale della città , senza interruzione durante il giorno, almeno 30 tra uomini e donne con i loro bambini si danno il turno e chiedono di avere una casa.
Alle loro spalle sulla cancellata in ferro battuto erano appesi, sino allo scorso giovedì, lenzuoli bianchi con scritte in spray blu o rosse. Gli occupanti sostengono che le assegnazioni mai ottenute erano state promesse durante la precedente campagna elettorale. In cambio di cosa non è chiaro.
Il 19 gennaio in ogni caso la Questura, su sollecitazione della Giunta comunale, per la secondo volta ha fatto rimuovere le lenzuola, ma non ha dato il via a sgomberi.
Lenzuoli o meno, gli occupanti restano ben visibili dalla stanza del sindaco che ha sede a Palazzo degli Elefanti posto a poche decine di metri sul lato destro della Cattedrale.
La Giunta che guida la città come è giusto che sia, ha avviato colloqui e fornito diverse possibilità per risolvere la situazione, ma il sindaco come insistentemente richiesto dai dimostranti non li ha mai ricevuti.
Il sindaco è Enzo Bianco, già tre volte a capo della città nel 1988, nel 1993 e nel 1997, poi ministro degli Interni con i governi D’Alema e Amato, di nuovo sindaco a partire dal 2013 a capo di una giunta che ha perso da allora 1 assessore al bilancio, 1 alla solidarietà sociale, 1 ai lavori pubblici e 1 allo sport. E di nuovo negli ultimi sei mesi 1 ai lavori pubblici, 1 allo sport e 1 al bilancio.
Enzo Bianco è un politico navigato e senza paura, pronto a ricandidarsi sempre e comunque: “Quindi se decido di ricandidarmi, con tutto il rispetto per le forze politiche, io non chiedo il permesso a nessuno” (La Sicilia 02.01.2018). Un messaggio indirizzato alla sede romana del Partito democratico che lo ha sostenuto nelle precedenti elezioni.
Catania oggi è una città allo stremo. L’ente comunale è da tempo sottoposto a una disciplina finanziaria che ne limita l’azione sul territorio. È tecnicamente in “pre-dissesto”.
Questa amministrazione ha ereditato il piano di riequilibrio dalla precedente, ma non si è distinta per rigore di applicazione. Più volte l’organo di controllo regionale ha dato voce a dubbi e riserve sul suo operato.
Recentemente l’amministrazione comunale ha colto al volo la possibilità di spalmare i sacrifici su un orizzonte più lungo, approvando l’estensione del piano di riequilibrio a venti anni. Un trucco lecito, ma che vale solo a spostare in avanti il problema.
È difficile che questo allentamento della pressione possa dare slancio alla città e al suo territorio.
Il tasso di disoccupazione nel territorio provinciale di Catania, dal 2008 al 2016, è aumentato dal 12 al 18,5 per cento. Ciò ha determinato un’estensione delle famiglie a rischio povertà , che nell’intero territorio siciliano sono quasi la metà del totale delle famiglie.
In un’indagine sulle smart city svolta ogni anno dal Forum delle Pubbliche Amministrazioni, sulla base di 113 indicatori, la città di Catania passa dal 2016 al 2017 dalla 95esima alla 99esima posizione su 106 città . In questa città il piano regolatore promesso da tutti i sindaci negli ultimi trenta anni continua a non esistere.
Catania oggi è l’ombra di se stessa.
Di quello che è stata negli anni Novanta e di quello che avrebbe potuto essere se governata come necessario. Lo si avverte anche semplicemente passeggiando per le vie centrali.
Fuori dalla dorsale costituita dalla via Etnea, che dal porto risale verso l’Etna, il traffico è quasi sempre fuori controllo, il manto stradale va a pezzi, la spazzatura è ovunque, raccolta — quando è raccolta — in maniera indifferenziata.
A ogni semaforo — migranti a supplicare qualche spicciolo e siciliani poveri accampati di notte alla Stazione ferroviaria come sotto il centralissimo Palazzo delle Poste o i portici di Corso Sicilia.
Catania è una città che vanta migliaia di appartamenti sfitti, ma per chi la casa non ce l’ha non esistono soluzioni adeguate. E torniamo alla vicenda degli occupanti della cattedrale. Una vicenda intricatissima dove il bisogno e la povertà di alcuni si mescolano alla probabile sopraffazione di altri?
Un’ipotesi che la questura sembra stia vagliando con grande attenzione… ma sempre di miseria e caso mai di utilizzo miserabile della stessa si tratta. Criminalizzare in toto i nuclei familiari che dormono nella cattedrale sarebbe follia.
A farsi carico dei problemi che arrivano dalla Cattedrale sono intervenuti l’Arcivescovo Gristina e Monsignor Scionti che della basilica è il custode, qualche associazione che lavora sul territorio e come sempre accade quando c’è un problema che riguarda gli ultimi si è fatta avanti la Comunità di Sant’Egidio.
In particolare il Presidente regionale di quest’ultima, Emiliano Abramo, un catanese di 37 anni che da almeno 20 si batte in ogni modo per dare risposte ai più sfortunati.
Emiliano Abramo è un personaggio fuori dagli schemi della politica tradizionale, ma non esattamente uno sconosciuto. Amico personale di Monsignor Viganò, a capo della comunicazione vaticana, Abramo è conosciuto e apprezzato anche da diversi leader europei che si affacciamo a Santa Chiara, la sede di Sant’Egidio, quando la situazione degli sbarchi dal Nord Africa si fa calda.
Santa Chiara sta a San Cristoforo uno dei quartieri che Abramo frequenta e dove il disagio della città è più evidente.
Anche per questo Abramo è stato molto corteggiato da tutte le forze politiche siciliane (sia a sinistra che a destra) per incarichi a livello locale e regionale. Ma è stato avvicinato da più di un partito anche con promesse di scranni romani: sino a ora però ha sempre risposto con un deciso”no, grazie. Preferisco fare bene il mio lavoro come volontario di Sant’Egidio”.
Laureato in Scienze Politiche, fa il ricercatore presso l’Università Tor Vergata di Roma, oltre a essere docente presso la Link Campus University di Catania.
Abramo intrattiene ottimi rapporti con molte componenti sociali della città , non ultima con la Comunità islamica di Sicilia di cui conosce personalmente l’imam Abdelhafid Kheit (Ucoi), con cui ha lavorato di concerto in manifestazioni contro il terrorismo, con preghiere congiunte a favore della pace o affiancandosi alla distribuzione di pacchi alimentari o coperte per i più bisognosi che qui come altrove, di notte bivaccano lungo le strade.
Significativa è la sua capacità organizzativa. Un esempio tra i molti è l’evento anche ogni 25 dicembre la Comunità di Sant’Egidio offre alla città nella Cattedrale di San Nicolò l’Arena.
A oltre 800 ospiti, poveri, anziani, bianchi o neri, siciliani o migranti, 400 volontari assicurano non una mensa, ma un vero e proprio pranzo con tanto di tavole imbandite, addobbi, posti assegnati e regalo personalizzato a ognuno dei partecipanti.
Il pranzo di Sant’Egidio è l’evento più significativo del Natale catanese. E anche quest’anno non son mancate le passerelle dei politici di professione che si infilano – con fotografo personale al seguito – per poter poi “testimoniare” con qualche scatto postato su Facebook la loro “importante” presenza. Incursioni di gusto discutibile, che ormai lasciano il tempo che trovano.
I catanesi, poveri, vecchi, uomini, donne, bambini, bianchi, neri o volontari non ci fanno più caso. Tutti sanno che questi signori che si affannano a sorridere negli ampi spazi di San Nicolò hanno l’autista in attesa in un angolo della piazza antistante: pronto a riportarseli a casa il prima possibile.
I problemi della città però — proprio come l’autista – sono sempre là fuori ad attenderli. Proprio come quelli degli occupanti che dormono nella Cattedrale di Sant’Agata.
(da “La Stampa”)
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Gennaio 1st, 2018 Riccardo Fucile
NON SI POSSONO USARE REGOLE SOLO PER COLPIRE SPECIFICI GRUPPI DI “INDESIDERATI”
Nelle ultime settimane, la cosiddetta “ordinanza anti-mendicanti” del sindaco di Como (ossia il provvedimento che ha vietato di chiedere l’elemosina in alcune aree del centro storico) ha suscitato molto dibattito e attirato numerose critiche.
La decisione del sindaco di Como è stata particolarmente infelice, soprattutto per il fatto che è stata presa a ridosso delle festività natalizie (più precisamente, è stata giustificata esattamente in virtù dell’arrivo delle festività natalizia e del conseguente aumento del turismo e dello shopping in città ).
Per correttezza, bisogna tuttavia dire che il caso di Como non è certamente il primo: simili ordinanze hanno letteralmente proliferato negli ultimi anni, utilizzate tanto da sindaci di destra e centro-destra, quanto da sindaci di centro-sinistra.
Ciò è avvenuto anche grazie alle possibilità offerte da provvedimenti di carattere nazionale (per esempio, il cosiddetto “Pacchetto Sicurezza” proposto dall’allora ministro dell’interno Roberto Maroni, o il più recente “Decreto Sicurezza” del ministro Marco Minniti), che hanno ampliato le possibilità di utilizzo di uno strumento, l’ordinanza del sindaco, precedentemente limitato a un uso molto specifico (ossia per prendere decisioni rapide in situazioni di particolare gravità e urgenza, come nel caso di calamità naturali).
Negli ultimi anni centinaia di sindaci in Italia hanno usato lo strumento dell’ordinanza, per regolare questioni di tutti i tipi.
Alcune di queste ordinanze hanno attirato l’attenzione pubblica per il proprio bizzarro contenuto: è questo, per esempio, il caso di Capri, dove nel 2011 il sindaco ha emanato un’ordinanza per istituire il test del DNA sulle deiezioni canine abbandonate per strada, in modo da cercare di individuare i colpevoli.
Altre ordinanze, invece, sono state giustificate alla luce di problemi ben più rilevanti (per esempio, questioni di sicurezza), ma, in molti casi, sono state usate, direttamente o indirettamente, per colpire specifiche “minoranze indesiderate” da parte del sindaco di turno: in particolare, gruppi nomadi, musulmani o senzatetto.
Dell’ordinanza del sindaco di Como si è discusso molto in questi giorni, sottolineando spesso come essa sarebbe ingiusta perchè si accanisce su individui particolarmente vulnerabili.
Vorrei sottolineare qui un altro punto dal quale può essere utile approcciate una simile decisione: quello della natura dello spazio pubblico.
Simili ordinanze, infatti, sollevano una domanda tanto semplice quando cruciale: di chi è lo spazio pubblico (ossia lo spazio di proprietà pubblica)?
Quali sono i limiti che possiamo considerare accettabili in merito alla regolazione delle attività che si svolgono nello spazio pubblico e delle persone che lo utilizzano?
Il tema è meno triviale di quanto sembri; gli studiosi che si occupano di questioni urbane vi ci si arrovellano da decenni.
La risposta che viene talvolta data alla domanda “di chi è lo spazio pubblico?” è: “di tutti!”. Ne discenderebbe, di conseguenza, l’inaccettabilità di qualsiasi regolazione restrittiva rispetto al suo utilizzo.
Tale risposta, tuttavia, è insoddisfacente. In Italia, così come in altri paesi liberal-democratici, sono normalmente accettate restrizioni, anche piuttosto severe, rispetto all’utilizzo dello spazio di proprietà pubblica.
Per esempio, accettiamo che ci siano limiti rispetto ai comportamenti che si possono tenere in un parco pubblico o in un cimitero pubblico, o rispetto a chi può accedere a una scuola elementare.
Tutti questi limiti riguardano spazi di proprietà pubblica, ma sono diversi a seconda del tipo di spazio pubblico in questione.
Ciò ci suggerisce un primo punto fondamentale: non si può parlare in maniera generica di spazio pubblico; esistono diversi tipi di spazi pubblici e a ciascuno di essi sono associate specifiche limitazioni di accesso e di comportamento. Lo spazio pubblico, quindi, non sempre è indistintamente “di tutti”. Anzi, in molti casi è strettamente regolamentato e solo alcune categorie di persone possono accedervi.
Alcuni spazi pubblici sono però “più pubblici” di altri, ossia sono caratterizzati da minori limitazioni di accesso e comportamento. È questo il caso, per esempio, di strade, piazze e marciapiedi.
Qui vigono molte meno limitazioni rispetto a quelle che vigono in uno spazio pubblico come una scuola elementare. Tuttavia, anche in questo caso esistono alcune limitazioni.
Queste riguardano per lo più comportamenti che hanno rilevanti esternalità negative sullo spazio in questione, con la conseguenza di diminuire in maniera diretta e tangibile la possibilità di fruire di tale spazio.
Si pensi, per esempio, al divieto di organizzare una barbecue in una piazza pubblica.
Da questo punto di vista la presenza di mendicanti e senzatetto potrebbe essere problematica: in alcuni casi, infatti (per esempio quando si è di fronte a un fenomeno che riguarda centinaia di persone – si pensi al caso di San Francisco), ciò potrebbe avere effetti negativi rilevanti, diretti e tangibili sulla fruizione dello spazio pubblico in questione, limitandone significativamente la possibilità di utilizzo da parte di altri soggetti.
Rispetto al caso di Como, una prima domanda da porsi è dunque se si è di fronte a una situazione di questo tipo. Se invece si tratta di un fenomeno quantitativamente limitato e con un impatto poco rilevante, la giustificazione per limitare tale pratica viene meno.
La valutazione dell’impatto di una certa pratica sullo spazio pubblico non è però sufficiente a giustificare la sua limitazione, soprattutto quando questa pratica riguarda i senzatetto.
Come osserva Jeremy Waldron, un noto giurista della New York University:
“Un modo per descrivere la piaga dell’essere senzatetto è quello di dire che non esistono luoghi governati da regole private nei quali è permesso stare. [Il punto è che] tutte le azioni implicano una componente spaziale […]. Ne consegue necessariamente che una persona che non è libera di stare in alcun posto non è libera di fare alcunchè; tale persona è completamente priva di libertà “.
In sostanza, per un senzatetto la proibizione di certi comportamenti nello spazio pubblico può rappresentare la proibizione di svolgere tout court certe funzioni vitali, nel caso in cui le autorità pubbliche non forniscano un’alternativa valida per lo svolgimento di tali funzioni.
Si pensi al dormire per strada: se dormire negli spazi pubblici è vietato e non esistono alternative offerte dall’amministrazione comunale, tale divieto rende legalmente impossibile dormire per un senzatetto.
Ciò che ne discende è una sorta di “criminalizzazione di status”: i senzatetto sono criminalizzati in sè, nel senso che la loro stessa esistenza in quando individui (che hanno necessità fisiologiche quali il dormire) è criminalizzata.
Da questo punto di vista, pur avendo posizioni diverse sul tema (per esempio in termini politici o etici), credo che tutti dovrebbero concordare su un punto: le autorità pubbliche dovrebbero avere la facoltà di regolare solo comportamenti che sono portatori di evidenti e tangibili esternalità negative nello spazio pubblico, che ne limitano in modo rilevante la fruizione (che poi queste regole sia politicamente o moralmente giuste o sbagliate è altra questione).
Al contrario, non dovrebbero poter usare tali regole solo per colpire specifici gruppi “indesiderati”.
Insomma, specifiche concezioni ideologiche e valoriali di cosa sia “bene” e “giusto” non dovrebbero divenire in sè il presupposto dell’esclusione di individui e comportamenti dallo spazio pubblico.
Altrimenti, così facendo, si stravolge la natura stessa dello spazio pubblico.
Francesco Chiodelli
Professore associato in urbanistica presso Gran Sasso Science Institute
(da “Huffingtonpost“)
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Dicembre 30th, 2017 Riccardo Fucile
A MILANO SONO QUASI TREMILA, LA MAGGIOR PARTE UOMINI
È sempre lì, giorno e notte, da anni. Un’”istituzione” ai piedi della stazione centrale, che tutti conoscono e salutano. Dorino, romeno di 56 anni, in strada da 12, è uno degli invisibili che popolano Milano.
«Sono tra i 2500 e i 2800, secondo i censimenti più recenti. Per il 68 per cento stranieri e per il 32 italiani, soprattutto uomini», dice l’assessore comunale alle politiche sociali, Pierfrancesco Majorino.
«Un numero cresciuto negli anni, come quello dei posti letto messi a disposizione nei 13 dormitori sparsi in città : da 1248 nel 2011, si è passati a 2780».
Ma, come Dorino, in almeno 400 preferiscono dormire sotto le stelle. «Ho provato ad andare in un dormitorio, ma non tornerò: sono stato derubato non posso più perdere i documenti. A gennaio torno in Romania per qualche giorno, da mia sorella e mia nipote».
Un grande cappello di lana copre il volto di Dorino, segnato dagli anni e dal freddo. Parla l’italiano perfettamente. Dice di conoscere anche l’inglese, il francese e il serbo. Faceva il cameriere prima di diventare un passeur e girare l’Europa.
Una scelta che gli è costata 8 mesi di galera e la famiglia: da allora la ex, che abita a Verona, lo ha allontanato dalla figlia, oggi 21enne. Rimasto senza futuro, vive qui, si scalda con un bicchiere di vino e una coperta, tra una chiacchiera e l’altra con passanti e tassisti. Alle 13.30, due signore gli portano un panino: «Non sono le sole: in tanti mi danno una mano».
Gli «irriducibili» in strada di notte sono 125 solo tra il duomo e San Babila, sotto le vetrine dei negozi addobbati a festa, tra la gente che corre a cercare gli ultimi acquisti per Capodanno.
Altre zone “calde” sono Lampugnano, Garibaldi e la stazione centrale.
Bobby ha 50 anni e viene dalla Bulgaria. In Italia faceva il manovale fino al 2008, «poi la ditta è fallita e sono finito qui. Chi mi fa lavorare alla mia età ?».
È avvolto in un piumino celeste a pochi passi dalla Rinascente. «Ogni tanto un volontario mi porta un the caldo e una brioche, ma nei dormitori non metto piede. Passo la notte a San Babila con 5 amici: nessuno mi ruba i documenti e ci guardiamo le spalle a vicenda».
Ad assegnare i posti nei dormitori è il Centro aiuto stazione centrale (Casc), che interviene su segnalazione dei cittadini (al numero di telefono 0288447645/6/7/8/9) e delle unità di strada delle associazioni, o su richiesta degli interessati.
C’è poi qualche centro diurno che accompagna gruppi ristretti di persone nel reinserimento sociale, come quello gestito da Ronda carità e solidarietà in via Picozzi, zona Casoretto, con 25 posti assegnati soprattutto a giovani e minori non accompagnati, selezionati dai servizi sociali.
«Nel 2017, a esclusione di chi ha abbandonato il percorso, 16 dei nostri ospiti hanno provato a rimettersi in gioco, con tirocini e borse-lavoro», dichiara la presidente Magda Baietta.
Ci sono anche centri aperti h24, come il «Progetto futuro» di via San Marco, in Brera, gestito dalla Fondazione Arca che accoglie 24 clochard: «Uno spazio autogestito dagli utenti, che si occupano di tutto, dalla cucina alle pulizie, per costruire il proprio futuro».
E anche qui i risultati ci sono, spiega il responsabile Stefano Galliani: «Più di un terzo di queste persone ha trovato una collocazione: 2 nella casa di famiglia, da cui erano state allontanate, qualcuna in altre strutture o nei nostri alloggi di housing sociale, dove provare a completare il percorso di reinserimento».
Certo, centri di questo tipo sono ancora pochi rispetto al numero dei possibili utenti che, senza un sostegno concreto, difficilmente avranno un’altra possibilità .
(da “La Stampa”)
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Dicembre 28th, 2017 Riccardo Fucile
SI MANGIA INSIEME AI POVERI E SI PAGA UN EURO A TESTA
Le mense dei poveri sono mense da poveri. Sono necessarie. Sono gestite con vero spirito di carità e dedizione. Ma sono posti dove i poveri si sentono poveri. Trattati con gentilezza, ma poveri.
Per questo l’ idea di Ernesto Pellegrini, che è stato celebrato patron dell’ Inter , e di sua figlia Valentina, è la differenza.
à‰ un ristorante. Come gli altri. Ha un indirizzo, ottimo indirizzo: via Gonin a Milano. Ha un arredo curato. E soprattutto ha il menu.
Tre. Ci si va con la famiglia. Con un amico. Con la fidanzata. Il 60% dei 350 clienti sono famiglie.
E quando ci si siede, in questo magnifico ristorante, non ci si sente più poveri
Ci si sente clienti. E infatti, c è il conto. Alla fine. 1 euro, ma i bambini gratis.
I clienti del ristorante di Ernesto e Valentina sono persone che stanno combattendo la vita. Disoccupati che cercano lavoro. Padri separati. Madri single.
E da poco i Pellegrini, che sono imprenditori veri, hanno trovato il modo di mettere insieme una rete tra Comune e Associazioni e Privati, perchè in questo ristorante si possa anche trovarsi di nuovo un lavoro. Offerte di lavoro insieme al menu.
E questo ristorante così bello ha un nome. Come tutti i ristoranti. Si chiama con il nome di un amico d’infanzia di Pellegrini, morto povero.
Si chiama «Ruben».
Sembra poco. Ma è tanto.
(da “La Stampa”)
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