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NIENTE LIBRI, SPORT, TEATRO E INTERNET: I BAMBINI ITALIANI E LE NUOVE POVERTA’

Novembre 15th, 2017 Riccardo Fucile

SEI SU DIECI SONO TAGLIATI FUORI DALLE ATTIVITA’ CULTURALI… NELLE AREE DISAGIATE UN 15ENNE SU 4 E’ RIPETENTE, IN QUELLE BENESTANTI APPENA UNO SU 23

La povertà  crescente entra nelle classi e rende visibili le distanze, le ingiustizie.
Dice l’Atlante dell’infanzia a rischio di Save the children, presentato oggi e, pubblicato da Treccani, dal 23 novembre nelle librerie del Paese: negli istituti con un indice socio-economico-culturale più basso un quindicenne su quattro (il 27,4 per cento) è ripetente. Negli istituti migliori — che ospitano i figli delle famiglie di fascia altolocata – la quota bocciati scende a uno su ventitrè (il 4,4 per cento).
Uno studente di 15 anni su due nato al Sud e proveniente da un contesto svantaggiato non raggiunge il livello minimo di competenza in lettura. Uno su due, nato povero, sì, legge male. Al Nord la cifra si dimezza. Sono numeri significativi e crescenti, otto volte più alti di quelli delle classi agiate.
In Italia i minori in povertà  assoluta sono un milione e 292 mila, uno su otto (12,5 per cento). Il 14 per cento in più del 2015. Le famiglie povere sono 669mila, cifra cinque volte maggiore rispetto a dieci anni fa.
I minorenni in povertà  relativa sono il 22,3 per cento (erano il 20,2).
A cinquant’anni dalla scomparsa di Don Lorenzo Milani, l’organizzazione umanitaria Save the chidren scrive la sua “Lettera alla scuola”, il luogo strategico dell’infanzia, e non può non osservare come le disuguaglianze sociali continuino a riflettersi sul rendimento degli alunni.
INDIGENZA E RENDIMENTO SCOLASTICO
Le famiglie povere, si diceva. Una volta sostenuti i costi per la casa e per la spesa alimentare possono spendere, ogni mese, solo 40 euro per la cultura e 7,60 euro per l’istruzione. È un fenomeno che investe tutto il Paese, senza differenze in questo caso: il 12 per cento di nuclei disagiati è al Nord, l’11,6 al Centro, il 13,7 al Sud. L’inasprimento delle condizioni di povertà  ha colpito soprattutto le famiglie numerose, con genitori giovani e di recente immigrazione.
Tra i nuclei familiari di origine straniera e con bambini, uno su tre vive in povertà  assoluta. Sono cresciuti anche i minorenni in povertà  relativa: nel 2016 hanno raggiunto il 22,3 per cento. Qui le differenze sono forti: un bambino-adolescente su dieci nel Nord-Est, uno su due in Calabria e in Sicilia.
La correlazione tra la condizione socio-economica e il successo (o l’insuccesso) scolastico in Italia è più forte che altrove: nelle scuole low l’incidenza di ripetenze è di 23 punti percentuali superiore alle scuole top. La differenza media nei Paesi Ocse è solo del 14,3 per cento. Le percentuali crescono in Italia, poi, per i maschi e i figli di migranti.
DISCONNESSI CULTURAL
La contemporaneità  ha creato nuove povertà  educative: molti bambini e adolescenti non hanno accesso a attività  culturali. Il 59,9 per cento tra i 6 e i 17 anni non arriva a svolgere, in un anno, quattro delle sette attività  culturali che seguono: lettura di almeno un libro, sport continuativo, concerti, spettacoli teatrali, visite a monumenti e siti archeologici, visite a mostre e musei, accesso a internet.
I bambini in condizioni svantaggiate non accedono mai, in un anno, al web, mentre c’è una folta schiera di ultraconnessi: in Italia quasi il 23,3 per cento risulta collegato a internet più di sei ore al giorno, al di sopra della media Ocse (16,2 per cento).   L’età  in cui un bambino riceve il primo smartphone è scesa a 11 anni e mezzo (erano 12 e mezzo nel 2015). L’87 per cento dei 12-17enni ha almeno un profilo social e uno su tre vi trascorre cinque o più ore al giorno.
Con solo il 4 per cento del Pil speso nel settore dell’istruzione, contro una media europea del 4,9, il 41 per cento delle scuole secondarie di primo grado lamenta una scarsa dotazione di laboratori e ambienti adatti a sperimentare nuove prassi didattiche. Quattro scuole su dieci non arrivano a un laboratorio ogni cento studenti. Solo il 17,4 per cento degli istituti scolastici è dotato di almeno una palestra in ogni sede. Quasi tutte hanno una biblioteca, ma meno di un terzo del patrimonio librario risulta utilizzato.
DENATALITà€ E SPOPOLAMENTO
In cinquant’anni gli under 15 sono passati da 12 a 8 milioni. L’Italia conta 165 anziani ogni 100 bambini sotto i 14 anni, in diverse province il numero degli over 65 doppia quello dei giovanissimi. Nonostante la tendenza fosse stata invertita dall’ingresso di molti bambini di origine straniera, dal 2015-2016 al 2017-2018 si è registrata un’ulteriore contrazione di 100mila alunni.
Nelle aree interne, avamposti di possibili scenari futuri, le scuole secondarie di primo grado sono presenti solo nel 60 per cento dei comuni e quelle di secondo grado nel 20 per cento. In questo contesto una scuola su cinque è composta da pluriclassi, che riuniscono bambini di diverse età , contro una media nazionale del 2,1 per cento. Il numero totale degli alunni diminuisce, aumenta quello dei bambini di origine straniera, oggi il 9,2 per cento degli studenti. Tra coloro che non hanno la cittadinanza italiana, tuttavia, il 58,7 per cento è nato in Italia.
CAMPIONI DI ANSI
La scuola italiana è vissuta con preoccupazione da molti alunni: il 56 per cento studia con grande tensione, il 70 prova ansia prima di un test anche se si è preparato, il 77 s’innervosisce se non riesce a eseguire un compito a scuola, l’85 teme di prendere brutti voti. Sentimenti, questi, che pongono il Paese al primo posto, insieme al Portogallo, nell’indice elaborato dall’Ocse sull’ansia scolastica. L’ansia degli insegnanti è piuttosto una frustrazione: il 43 per cento non riceve alcuna valutazione sul suo lavoro, nessuna risposta.
A fianco di troppe realtà  di analfabetismo didattico, precarietà  organizzativa, carenze strutturali, deserti relazionali, vere e proprie discriminazioni e ingiustizie “che fanno pagare un prezzo enorme ai bambini più svantaggiati”, l’Atlante Save-Treccani racconta anche una scuola fatta di innovazione, dedizione, emozioni positive.
Si legge: “Vi sono realtà  che hanno svolto e svolgono un ruolo anticipatore, con un artigianato intelligente, un pensiero pratico”, scrive Raffaella Milano, direttrice programmi Italia Europa di Save the Children. “Bisogna investire nella trasformazione delle zone più a rischio in comunità  educanti, andare a lavorare in frontiera”.
Per contrastare la dispersione scolastica, Save the Children ha presentato Fuoriclasse in Movimento: 150 istituti in tutta Italia, di primo e secondo grado, 20mila minori coinvolti, duemila insegnanti, mille genitori. L’obiettivo è cambiare le politiche scolastiche partendo dal dialogo tra docenti, studenti e famiglie: attraverso i “Consigli fuoriclasse” si cerca un tavolo per definire soluzioni e azioni di cambiamento nel campo della didattica, delle relazioni, della riqualificazione degli spazi scolastici.
Il programma ha raggiunto nel primo biennio questi risultati: nelle scuole secondarie aderenti, il numero di assenze medio è passato da 12 a 6, i ritardatari cronici sono stati ridotti dell’8,6 per cento, il 5 per cento degli studenti ha migliorato il rendimento in due materie fondamentali, le famiglie disinteressate all’andamento scolastico dei figli sono diminuite dell’8,1 per cento.
Valerio Neri, direttore generale di Save the Children: “Oggi continuiamo a trovarci di fronte a una scuola che, a volte, alimenta le disparità . Deve essere riconosciuto il diritto di tutti i bambini a un’eguale istruzione, a prescindere dal contesto sociale e economico in cui vivono. Ogni bambino ha il diritto di essere protagonista ed essere ascoltato”.

(da “La Repubblica”)

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IL VICESINDACO DIVENTATO CLOCHARD: “ORA HO CAPITO, INVESTITE NEL SOCIALE”

Novembre 6th, 2017 Riccardo Fucile

GIAN NICOLA ZANIN E’ STATO PER TRE MANDATI IN GIUNTA A COSTABISSARA (VI) E OGGI VIVE ALLA CARITAS… “IN VENETO NON C’E’ RISPETTO PER CHI E’ IN DIFFICOLTA'”

Quando Gian Nicola Zanin apre la porta della stanza, nella struttura gestita dalla Caritas di Vicenza che lo ospita da circa un anno, accenna a un sorriso. Profuma di pulito, è luminosa. Calda.
Essenziale nell’ arredo ma è una reggia ai suoi occhi, una conquista dopo anni, a cercare il coraggio di chiedere aiuto dopo essersi ridotto a vivere per strada, a rinunciare anche a bere qualcosa di caldo dopo settimane a nutrirsi di acqua e zucchero pur di non incappare in qualche parente volontario della Croce Rossa. Proprio lui che ha passato 17 anni a fare politica in un comune dell’ hinterland di Vicenza, Costabissara – tre i mandati da vice sindaco e assessore – e una vita a prodigarsi per realtà  sportive e di volontariato locale, quasi una vocazione dopo che aveva saputo accettare la sua disabilità  dovuta ad emiparesi spastica che lo aveva colpito da bimbo.
Proprio lui che, racconta, negli anni ha cercato lavoro, dato ospitalità  e pure residenza a giovani immigrati, si è ritrovato, dopo la fine di una convivenza poco felice, sfrattato da casa. E dopo un anno, senza residenza.
La vita in uno zaino
«Ero in giunta quando sono venuti a cercarmi i carabinieri – ricorda il 64enne – : pensavano avessi contatti con delinquenti, mi sono trovato 13 auto intestate e multe per 13mila euro. Io che la patente non l’ ho mai avuta».
Così la pensione da ex dipendente della Regione Veneto gli viene più che dimezzata, alla fine sono 600 euro. E pure bloccati per un mese dal giudice.
La strada diventa una scelta obbligata per Zanin. Il colore della sua pelle si fa rosso fuoco e i suoi occhi azzurri diventano un mare in tempesta mentre racconta della «terribile» esperienza.
«Sono caduto due volte, ma una terza volta no, non sarei in grado di reggerla, di sopravvivere» prosegue l’ ex politico riferendosi ai periodi del 2013 e 2016 in cui è stato costretto a chiudere la sua vita in un piccolo zaino, saccheggiato in più occasioni da altri spietati clochard, e a fare della «paura tremenda» una compagna fissa.
«Perchè vivere in strada o in stazione è duro, e la mia disabilità  non mi ha agevolato: impari a dormire seduto e con un occhio semiaperto per paura di essere rapinato anche delle scarpe da altri nelle tue condizioni; o picchiato e coperto di sputi da un passante, come mi è capitato sotto i portici del santuario di Monte Berico. Perchè in Veneto non c’ è rispetto per chi è in difficoltà ».
Ora quella porta della piccola stanza di Casa beato Claudio Granzotto, struttura finanziata dall’ 8 per mille, per l’ ex politico è la porta verso una nuova vita.
Quella in cui «ho imparato a chiedere aiuto – racconta – : finora, ammetto, ho sbagliato io, mi sono isolato, non ho spiegato cosa mi stava accadendo, ma fai fatica a dire che sei caduto in basso. Facevo fatica anche a chiedere del cibo, quello che mi allungava qualche altro clochard, spesso straniero, più coraggioso di me».
Anche il sindaco di Vicenza, Achille Variati, sapeva della sua situazione.
«Era pronto a trovare una soluzione per me, ma io non mi sono mai presentato» chiosa il pensionato. E proprio Variati nella riunione dell’ Anci ha parlato del suo caso alla platea di sindaci, «perchè noi dobbiamo riuscire ad aiutare chi è in difficoltà » il commento.
Ed è questo che Zanin recrimina ai suoi ex colleghi: «Sui servizi sociali la politica comunale è debole: si tagliano i servizi senza pensare alle persone – dichiara – : ne fanno una questione di soldi, si guarda più alla quadra del bilancio, quando con la volontà  le soluzioni si trovano, anche con costi minimi. E io lo so bene da ex amministratore ed è quello che cambierei se potessi tornare ad esserlo. Del resto chiedevo solo una stanza a pochi soldi».
Senza fissa dimora
E se per gli immigrati «la situazione è diversa è solo questione di cultura, non di discriminazione – sbotta il 64enne – : si pensa che gli italiani si possano arrangiare grazie a possibilità , parenti, agganci. Ma io sono prima di tutto una persona ed è con questo criterio che dovrebbero ragionare tutti».
Perchè diventare barbone, clochard o senza fissa dimora, comunque lo si voglia chiamare, può capitare a tutti. Basta poco, è questione di un attimo, di un imprevisto, di un inciampo, perchè tutte le certezze svaniscano.
«Quando è successo a me, quello che mi ha turbato è che le istituzioni mi hanno chiuso la porta in faccia – spiega Zanin – : Montecchio Maggiore, il comune in cui mi ero trasferito dopo la pensione, non ha previsto le vie anagrafiche, per dare residenza ai senza casa, e pure la “mia” Costabissara, che mi ha risposto picche. E del resto solo 53 Comuni vicentini su 121 le prevedono».
E senza residenza l’ ex vice sindaco ha perso il diritto all’ assistenza sanitaria, rischiando di pagarsi le spese del ricovero in ospedale.
«Solo la Caritas mi ha dato la residenza – singhiozza Zanin – : per fortuna c’ è il mondo del volontariato che tampona la grossa falla che la politica non riesce a colmare».

(da “Il Corriere della Sera”)

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SUGLI ALBERI DI BOLOGNA ARRIVA LA SCIARPA SOSPESA: “COSI’ I SENZATETTO POTRANNO SCALDARSI IN INVERNO”

Novembre 2nd, 2017 Riccardo Fucile

L’INIZIATIVA DEI GUARDIAN ANGELS PARTE DA DUE QUARTIERI: “INVITIAMO I CITTADINI A DONARE UN CAPO CHE NON USANO PIU'”

Ne abbiamo probabilmente tutti più di una, e alcune restano sul fondo dell’armadio, perchè vecchie, un po’ fuori moda, forse un pizzico infeltrite, il classico regalo non gradito che è maleducazione non accettare.
Ma perchè non regalare quella sciarpa sola e sconsolata a uno sconosciuto, una persona che vive in strada e che patirà  il freddo quando le temperature si abbasseranno davvero?
A Bologna sta per arrivare la sciarpa sospesa, o meglio, appesa e legata ad alberi o pali della luce, messa in bella evidenza perchè chi ne abbia bisogno la possa prendere e coprirsi.
E’ l’iniziativa “Dona una sciarpa” di Guardian angels Bologna, che probabilmente debutta proprio qui (“non ci risultano cose simili in Italia”), e che potrebbe essere estesa anche nelle altre dieci città  in cui operano questi volontari che si dedicano ai senzatetto.
“Un’idea copiata dagli Stati Uniti”, racconta il presidente della sezione cittadina Giuseppe Balduini, “e che vogliamo portare a Bologna dopo il caffè sospeso, la colazione pagata, la pizza sospesa e iniziative simili. E’ un’idea simpatica che speriamo conquisti i bolognesi. Noi attaccheremo nei prossimi giorni delle sciarpe ad alberi e pali dei quartieri San Donato e Navile”, continua Balduini, “quelli in cui sappiamo esserci maggiore rpesenza di persone bisognose, italiane o straniere che siano, ma speriamo di diffonderla in altre zone della città . In un bigliettino spiegheremo il senso di quel gesto: che non si tratta, cioè, di una sciarpa persa, ma una sciarpa donata, e invitando tutti a fare lo stesso, con un capo che non usano più. Vogliamo avere fiducia nelle persone e sperare che quelle sciarpe vadano davvero a chi ne ha necessità  per riscaldarsi in inverno”.

(da “La Repubblica”)

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TRA GLI INVISIBILI DI TOR CERVARA CHE HANNO RIOCCUPATO LO STABILE DICHIARATO INAGIBILE: “NON ESISTE UN PRIMA NOI ITALIANI, QUA SIAMO TUTTI UGUALI”

Settembre 6th, 2017 Riccardo Fucile

UN CENTINAIO DI FAMIGLIE SIA ITALIANE CHE STRANIERE. 15 BAMBINI E MALATI DI CANCRO: “SAPPIAMO CHE DOBBIAMO ANDARCENE, MA DOVE?”

“Hai casa per noi? Se non hai casa, puoi pure andare, il resto non ci interessa”. “Non è che vi ritrovate un paio di ciavatte? Guarda qua, queste so’ sfonnate”. “Hai per caso un vestito da maschio? È un bambino, vedi? Ma ho dovuto vestirlo da femmina”.
Non c’è tempo per i convenevoli in questa sorta di terra di nessuno a via Raffaele Costi, incastrata tra la Rustica e via di Tor Cervara, alla periferia est di Roma.
Varcato l’ingresso, appena oltre i pilastri che un tempo dovevano reggere un cancello e ora arginano, chissà  ancora per quanto, la marea montante dei rifiuti che fa da orizzonte – cumuli di spazzatura di ogni specie ovunque giri lo sguardo – le richieste di aiuto ti raggiungono prima delle persone.
Li vedi avvicinarsi, alcuni in fretta, altri più lentamente, guardinghi come i gatti che sfrecciano da tutte le parti inseguiti dai cani che gli abbaiano dietro.
Donne e uomini, adulti e bambini attaccati alle gonne delle mamme o trasportati nei carrelli per la spesa, anziani e giovanissimi.
Circa cento persone, pelle bianca e nera, parlano lingue diverse, hanno storie diverse, ma vivono tutti insieme.
Occupano il palazzo che svetta alle loro spalle, mattoni di un rosso ormai sbiadito, porte e finestre sventrate ma acconciate alla bell’e meglio con cartoni, tende, teli di plastica. Niente corrente elettrica, niente acqua corrente – “andiamo avanti coi gruppi elettrogeni e l’acqua la pigliamo alle fontanelle”, spiegano – per cucinare usano le bombole del gas.
Alla fine di agosto la discarica abusiva che lo circonda è andata a fuoco e, spento l’incendio, lo stabile, già  evacuato, è stato dichiarato inagibile e posto sotto sequestro. Due giorni dopo, gli occupanti erano di nuovo lì.
“Per forza – sorride amara una giovane donna – Non abbiamo altro posto dove andare”. Le fiamme hanno colpito soprattutto la parte retrostante del palazzo e qualcuno che non può più utilizzare le stanze che aveva prima ha pensato bene di tirare su una baracca nell’androne.
“Cosa può fare, ha due bambini piccoli”, sospira un anziano. “Il fuoco ci ha mangiato ogni cosa – annuisce Nicoleta – le mie lenzuola sono tutte bruciate”.
Viene dalla Romania, dove ha lasciato i suoi figli, e vive a via Costi da quattro anni con il fratello e il suocero”.
Continua a chiedere una casa “vabbè, noi siamo rumeni, capisco che non ce la vogliono dare, ma almeno a loro che sono italiani – e indica un uomo e una donna poco distanti – potrebbero darla”.
Gli italiani, già : a via Costi insieme a famiglie di etnia rom, serbi e africani, vivono anche alcuni italiani.
Un dato che fa a pezzi il clichè delle occupazioni realizzate esclusivamente dai migranti, riproposto di recente da qualche osservatore nel caso dello sgombero di piazza Indipendenza, e apre ad altre, nuove – eppure antiche – considerazioni sulla categoria degli ultimi, o, a selezionare ancora di più, dei fragili secondo il lessico in voga dalle parti del Campidoglio.
Enrico Ricciutelli è uno degli italiani che occupano lo stabile di via Costi. Ha 47 anni e vive lì da tre anni e mezzo con la moglie, Emanuela, e il loro bambino, che tra qualche mese compirà  sei anni. Enrico un lavoro ce l’aveva.
“Siamo qui da tre anni e mezzo, ci siamo arrivati tramite la onlus “Altermeridia”. Mi sono ritrovato in questa situazione perchè non sono riuscito a pagare un debito pregresso di mio padre defunto. Ho perso tutto – allarga le braccia – ora lavoricchio, faccio tante cosette, ovviamente in nero. Prima facevo la guardia giurata, ma poi l’azienda per la quale lavoravo, che era già  in crisi, ha chiuso per Mafia Capitale. E mi sono ritrovato completamente in mezzo alla strada. Dopo ho avuto anche un arresto per complicità  in furto di rame”.
I furti di rame: qualcuno, qui a via Costi, mormora che in zona la notte si esce “a fare il rame” e, se vai avanti con le domande, ti spiegano pure come si fa a liberare il rame dai cavi. Si spellano a mano o si bruciano.
Che l’ultimo incendio sia scaturito da uno dei focolai accesi per fondere le guaine in plastica e portare alla luce il rame? “Assolutamente no, non è stata colpa nostra – risponde Enrico – l’incendio è partito dalla tangenziale qui vicina. I focolai erano rimasti accesi, il vento ha spinto le fiamme fino a qui e con tutti questi rifiuti non era difficile divampasse l’incendio che ne è scaturito”.
L’odore acre è ancora nell’aria, frigge nel naso, mentre la polvere nera che si alza da terra impasta la bocca.
Una ragazza spinge un carrello con un bambino vestito di stracci proprio nel mezzo della montagna dei rifiuti e scava con i piedi dove il fuoco ha aperto un sentiero scuro che, a guardarlo con la luce del sole che si affievolisce, al calar della sera, sembra il varco per l’inferno.
Il bambino sorride e fa ciao con la manina a un ragazzetto che gli si fa incontro puntando verso il cielo un pezzo di plastica nero che un tempo doveva essere un fucilino giocattolo.
Poco più in là  una bambina, i piedi chiusi in un paio di rollerblade rosa fucsia, si ostina a scivolare sul selciato sconnesso.
I bambini sono una quindicina qui a via Costi, fiori nel cemento, e la povertà  in cui si sono trovati a crescere non li ha resi refrattari alla fantasia. La più piccola non ha ancora due settimane di vita. La mamma si chiama Lidia, ha 24 anni e una prima figlia di nove. È nata in Italia, ma non è italiana e a via Costi vive col marito.
È il padre delle sue bambine e non vuole separarsene, per questo ha rifiutato di andare in una casa famiglia, come aveva proposto la sala sala operativa sociale. “Non è giusto, non è giusto – ripete – io non voglio che la mia famiglia si separi”.
“La Protezione civile è venuta, ci ha dato solo due bottigliette d’acqua ciascuno e non il cibo come è stato dichiarato – precisa Enrico – mentre l’assessore del Municipio ha proposto di prendere in carico solo alcuni casi, ma a noi non sta bene che si separino le famiglie”.
Dal Comune sono arrivati segnali? A marzo scorso Enrico e la moglie erano stati ricevuti in Campidoglio dall’ormai ex assessore Mazzillo. “Ci avevano promesso una casa, un alloggio temporaneo di housing sociale, ma poi Mazzillo si è dimesso, non abbiamo saputo più nulla – sospira Emanuela – noi abbiamo presentato domanda per un alloggio popolare, ma la domanda non risulta eseguita. Fortuna che abbiamo le copie dei documenti”.
“La mia domanda invece è stata rifiutata” esclama Vincenzo Lanotte.
Pugliese, 58 anni, prima di arrivare a via Costi ha dormito per anni in macchina a Casaletto, un’altra zona di Roma. Ha cinque figli, la moglie malata di cancro e ha perso il lavoro. “Facevo il carpentiere, il muratore, e ancora adesso faccio qualcosa all’occorrenza. Sono andato pure al collocamento a cercare lavoro, ma mi hanno detto che ci sono i giovani prima di me. La domanda per l’alloggio mi è stata rifiutata e, per un ricorso che ho fatto all’Inps, mi hanno bloccato pure la pensione, prendevo 260 euro”.
Anche lui, come Enrico, racconta “di essere arrivato qui tramite la onlus “Altermeridia”” e continua a chiedere “se per caso avete un paio di ciavatte”, mostrando i buchi aperti sotto quelle che indossa.
Gli altri occupanti scuotono la testa: no, non le ha nessuno. Una volontaria delle organizzazioni che si stanno attivando per supportare gli occupanti di via Costi ha portato kit igienici e vestiti, soprattutto per i bambini.
Le si fa incontro un gruppo di ragazzi di colore, dal quale si stacca Peter. Quasi trent’anni, arriva dalla Nigeria e tiene a mostrare il suo permesso di soggiorno, rilasciato “per motivi umanitari”.
È un rifugiato, dice, e non arriva, come altri suoi connazionali attualmente coinquilini a via Costi, dal capannone, sgomberato a metà  giugno, di via di Vannina.
Qualche chilometro più in là , stesso quadrante, stesso Municipio, il quinto, medesime emergenze da affrontare.
Lo dice chiaramente Federica Borlizzi, attivista dell’organizzazione no profit Alterego-Fabbrica dei diritti.
“La grande lezione che ci arriva da via Costi è la solidarietà  che si è instaurata tra gli occupanti. Persone con storie, età  e problemi diversi, si sono trovate unite nella necessità  di occupare uno stabile fatiscente, pur di avere un tetto sulla testa – fa notare Borlizzi – Noi intendiamo creare una rete di solidarietà  per supportare queste persone, ma anche per far sì che le istituzioni si assumano le loro responsabilità  per le condizioni in cui gli occupanti sono costretti a vivere. La discarica che circonda il palazzo, perchè non viene rimossa. Perchè il V Municipio non interviene? A via Costi come a via di Vannina, dove il cumulo dei rifiuti davanti al capannone occupato continua a crescere. Le soluzioni proposte finora dalla municipalità  sono inadeguate. Al pari di quelle avanzate dal Comune ai rifugiati ex occupanti del palazzo di via Curtatone. Non si può pensare di separare i figli dai padri, le mogli dai mariti. Servono soluzioni reali e a lungo termine”.
Gli echi della battaglia intrapresa dai rifugiati ex occupanti di via Curtatone per ottenere un tetto sulla testa sono arrivati fino a via Costi, molto più lontana dal centro, e dai riflettori, rispetto a piazza Indipendenza, eppure – sottolineano le associazioni – caso ugualmente urgente.
Oggi pomeriggio gli occupanti del palazzo di Tor Cervara discuteranno sulle iniziative da intraprendere per denunciare la loro situazione e chiedere alle istituzioni sistemazioni adeguate.
Il fronte è unito. “Bisogna trovare una soluzione per ciascuna di queste persone. Non esiste un prima gli italiani, qui siamo tutti uguali”, dice Enrico.
Ognuno è una storia, alle spalle un passato molto diverso dal presente.
Per alcuni di loro significa anche malattia e cure insufficienti. Zvonko, slavo, ha il cancro alla gola, che gli sta accorciando respiro e giorni, Rudmila, rumena, una cardiopatia e sempre troppi pochi soldi per comprare le medicine.
Oggi a far visita, e a prestare le cure necessarie, arriverà  anche l’unità  mobile di InterSos, che ha visitato e soccorso anche i rifugiati di piazza Indipendenza.
A via Costi aspettano volontari e medici, nel frattempo ci si aiuta come meglio si può, secondo le regole non scritte di quella solidarietà  speciale che si instaura tra chi ha poco o niente, ma una dignità  e un obiettivo comune da raggiungere.
Un obiettivo che, da queste parti, si chiama casa.

(da “Huffingtonpost”)

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REDDITO DI INCLUSIONE: “TAGLIATI FUORI TRE INDIGENTI SU QUATTRO”

Settembre 6th, 2017 Riccardo Fucile

ALLEANZA CONTRO LA POVERTA’: “OCCORRONO 5, 1 MILIARDI IN PIU’ RISPETTO AI DUE SCARSI STANZIATI”… “LA MEDIA DEL BENEFICIO E’ DI APPENA 289 EURO AL MESE”

“Il Reddito di inclusione andrà  ad appena un povero su quattro“.
A una settimana dall’approvazione in via definitiva da parte del Consiglio dei ministri, l’Alleanza contro la povertà  in Italia, ricorda che per rendere davvero “universale” il nuovo strumento per la lotta all’indigenza servono molti più fondi.
Per ora si tratta di “un’innovazione importante, ma non sufficiente”, ha sottolineato in conferenza stampa alla Camera il coordinamento di oltre trenta tra associazioni, sindacati e rappresentanze di comuni e regioni, che è stato tra i promotori del Rei.
La platea sarà  di 400mila famiglie, pari a circa 1,8 milioni di persone, ma a trovarsi in povertà  assoluta sono ben 4,75 milioni di italiani, pari al 7,9% della popolazione complessiva.
“Va dato atto a governo e Parlamento di avere conseguito un risultato importante”, ha riconosciuto l’Alleanza. Ma “riceveranno il Rei 1,8 milioni di individui, cioè il 38% del totale. Pertanto, il 62% dei poveri ne rimarrà  escluso“.
Per essere beneficiari del Reddito di inclusione è infatti necessario avere un Isee, in corso di validità , non superiore a 6mila euro e un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20mila euro.
Hanno accesso prioritario alla misura i nuclei familiari con figli minorenni o disabili, le donne in stato di gravidanza e i disoccupati ultra cinquantacinquenni.
Il Rei è compatibile con lo svolgimento di un’attività  lavorativa, ma non con la contemporanea fruizione, da parte di qualsiasi componente del nucleo, della NASpI o di qualunque altro ammortizzatore sociale per la disoccupazione involontaria.
L’Alleanza contro la povertà  parla di “discriminazione”, soprattutto ai danni dei più piccoli.
“Il 41% dei minori in povertà  assoluta non sarà  raggiunto dalla misura. Il profilo attuale della misura dividerà  i poveri in due gruppi: quelli che riceveranno il Rei e quelli che non lo riceveranno, poveri di serie A e poveri di serie B. Tale discriminazione può essere compresa solo se temporanea e, quindi, da considerare come un primo passo nella prospettiva di un progressivo ampliamento dell’utenza”.
La proposta del coordinamento di associazioni — di cui fanno parte, tra le altre, Caritas, Comunità  di Sant’Egidio, Confcooperative, Save The Children e Cgil-Cisl-Uil — è di adottare un Piano nazionale contro la povertà  per il prossimo biennio 2018-2020, che prosegua il percorso iniziato con l’introduzione del Rei.
L’obiettivo è quello di estendere gradualmente la misura a tutti gli indigenti, sostenendone l’attuazione “soprattutto a livello locale, dove c’è un impegno congiunto di Stato, Regioni e altri soggetti”.
Secondo il coordinatore dell’Alleanza e presidente Acli Roberto Rossini, alla conclusione del piano, nel 2020, serviranno a regime circa 5,1 miliardi in più rispetto al miliardo e 845 milioni di euro attuali.
“Solo con queste risorse e con servizi adeguati l’Italia sarà  dotata di una misura nazionale contro la povertà  assoluta che possa dirsi universale, ovvero rivolta a chiunque viva in tale condizione, continuamente monitorata e adeguata nei contributi economici e nei percorsi di inclusione. Altrimenti — concludono le associazioni — il Rei costituirà  l’ennesima riforma incompiuta nella storia italiana”.
Il Reddito di inclusione, che diventerà  esecutivo dal primo gennaio 2018, è articolato in due componenti: un beneficio economico erogato su dodici mensilità , con un importo che andrà  da circa 190 euro mensili per una persona sola fino a 490 euro per un nucleo con 5 o più componenti, e una componente di servizi alla persona che daranno vita a un progetto personalizzato volto al superamento della condizione di povertà , cioè all’inserimento o reinserimento lavorativo.
L’assegno, in parte, sarà  condizionato allo svolgimento di specifiche attività . “Attualmente l’ammontare medio del beneficio economico previsto dal Rei è di 289 euro al mese, mentre secondo noi dovrebbe essere di 396 euro“, continua l’Alleanza contro la povertà . “La cifra attuale non è bassa, ma non permette di rispondere alle necessità  delle famiglie in condizione di povertà  assoluta”, ha spiegato il professor Cristiano Gori.
“L’obiettivo è rafforzare questo strumento già  con la prossima legge di bilancio, come anche detto dal premier Gentiloni”, ha replicato il deputato del Pd Edoardo Patriarca, ringraziando Alleanza contro la povertà  per aver “sostenuto questa battaglia contro l’esclusione sociale”.

(da agenzie)

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REDDITO DI INCLUSIONE: IMPORTI VERGOGNOSI E DESTINATARI INSUFFICIENTI

Settembre 2nd, 2017 Riccardo Fucile

PRENDE AI POVERI PER DARE AI POVERI: HANNO CANCELLATO LA CARTA SIA E LA CARTA ASDI, I SOLDI TOLTI RICOMPAIONO PARI PARI, COME NEL GIOCO DELLE TRE TAVOLETTE

La mancanza di misure antipovertà  in un paese europeo come l’Italia che rappresenta la settima potenza industriale al mondo, è una vergogna talmente grande che la politica, i sindacati, tutta la società  civile non dovrebbero parlare d’altro.
Esistono nel nostro paese milioni di cittadini (tra cui moltissimi nuclei famigliari) che non hanno alcun reddito e che, lavoro nero a parte, ma si tratta solo di alcuni — vivono di espedienti, nella precarietà  e miseria più assolute.
Tra di loro ci sono cittadini che poveri sono diventati per un accidente della vita — perdita del lavoro, una malattia invalidante come un tumore — e che quando si trovano improvvisamente senza reddito, magari dopo una vita normale e dignitosa, non trovano uno Stato che li aiuta, ma il nulla assoluto.
Per tutto questo la decisione del governo di introdurre un reddito di inclusione per ridurre la scandalosa quantità  di poveri nel nostro Paese — e quindi di minori poveri, scandalo nello scandalo — è certamente benvenuta, anche perchè prevede un percorso di inserimento del mondo lavorativo, dunque non solo una semplice “mancia”. Purtroppo, però, come spesso accade, l’annuncio roboante “di una nuova stagione del nostro welfare” (Patriarca del Pd) è   falso.
Perchè, per dirla in sintesi con le parole dell’Unione dei consumatori, “gli importi sono vergognosi e la platea è insufficiente”.
Anzitutto una premessa. Chi plaude alla nuova misura con articoli o comunicati di elogio dimentica, come ha scritto in maniera eloquente Luciano Cerasa su Il Fatto quotidiano del 30 agosto, che per una misura introdotta ce ne sono due cancellate: la carta Sia (Sostegno all’inclusione attiva) e la carta Asdi (Assegno sociale di disoccupazione).
La prima è entrata in vigore nell’aprile 2017 e morta praticamente subito. La seconda era una misura specifica per i lavoratori disoccupati beneficiari in passato dell’indennità  mensile di disoccupazione (NASpl), anch’essa eliminata.
Non c’è dubbio allora che il titolo dell’articolo di Cerasa, “Il reddito di inclusione prende ai poveri per dare ai poveri”, già  ben spiega quanto la misura abbia un carattere farsesco, visto che il governo usa sostanzialmente soldi già  messi nel piatto da prima.
Ma soprattutto ciò che non funziona è il contenuto della misura, con la solita ragnatela di vincoli così stretti che si finisce per lasciare fuori gran parte dei bisognosi.
Per accedere al Rei, infatti, bisogna avere un reddito Isee non superiore ai 6000 euro — un tetto bassissimo, persino inferiore a quello che individua la povertà  assoluta — un patrimonio immobiliare mai sopra i 20.000 euro (esclusa la prima casa), non più di 10.000 euro in banca;   non bisogna possedere un’auto sopra i 1300 cc immatricolata nei 12 mesi antecedenti la domanda o una moto sopra i 250 cc, immatricolata nei 3 anni precedenti la richiesta.
Occorre la presenza di adulti disoccupati nel nucleo familiare.
Quanto agli importi che gli esuberanti articoli non specificano, i tanto sbandierati 584 euro mensili sono riservati a famiglie dai 5 componenti in su — pochissime! — mentre l’assegno parte da 149 euro mensili, soldi che certo non consentono a un singolo o a una coppia di uscire dalla povertà .
Dunque, come spiega con pazienza la sociologa Chiara Saraceno — cui viene assegnato sempre l’ingrato compito di dire la verità  qualche pagina dopo rispetto alla notizia della prima pagina — se anche i soldi stanziati raggiungessero i due miliardi mai coprirebbero i 4,5 milioni di poveri assoluti, nè tantomeno i 130mila minori al loro interno.
La combinazione di soglie Isee e di importi molto bassi, scrive sempre la sociologa, favorisce   minori, donne incinte, over 50, disoccupati di lungo periodo, disabili, ma chi è giovane o ha comunque meno di cinquantacinque anni, non è disabile e non vive con nessuna di queste categorie di persone, oppure fruisce del Naspi o ha un’occupazione, difficilmente avrà  accesso al sostegno a parità  di condizioni economiche, anche se sta messo peggio.
Tutto questo rende il Rei scarsamente universalistico, tutt’altra cosa dal reddito di cittadinanza o misure simili, e molto “categoriale”.
A maggior ragione appare assurda la norma che stabilisce che il sostegno non possa andare oltre i 18 mesi, col rischio di tagliare le gambe a chi sta cercando faticosamente di uscire dalla povertà .
In conclusione, dunque, certamente questa misura è meglio di niente. Ma quando la vai a vedere da vicino, scopri che sfiorerà  una piccola parte di poveri, che comunque non darà  loro un reddito sufficiente a sopravvivere dignitosamente e che si tratta assurdamente di una misura che finisce dopo un tot di tempo, anche quando il bisogno, drammaticamente, permane.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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I MIGRANTI SCAPPANO DA MORTE CERTA E NON SI FERMERANNO

Agosto 30th, 2017 Riccardo Fucile

IL DOLORE DEI POVERI CI SOMMERGERA’ SE NON SAREMO IN GRADO DI RICONOSCERE GLI ERRORI E GLI ORRORI DELL’OCCIDENTE

Prima la vergognosa diffamazione mediatica dell’operato delle Ong in mare, poi le difficoltà  a concedere la cittadinanza ai figli di stranieri nati in Italia, poi gli sgomberi forzati di rifugiati a Roma, infine la minacciosa presenza xenofoa alla messa di Don Massimo Biancalani a Pistoia, prete accusato di accogliere senza distinzione di religione, mentre dovrebbe curarsi solo del bene delle anime (italiane, cattoliche e bianchissime).
Quanti passi mancano a tornare al passato? I politici populisti (Matteo Salvini, Luigi Di Maio e non solo), soffiano sul fuoco, aizzando le più torbide paure.
Il fenomeno migratorio non si governa col manganello, con gli sgomberi, con le barche affondate, con i muri alzati, con i lager libici.
In questo modo si può solo vagheggiare una “soluzione finale” come 70 anni fa.
Tanto più che non sarà  la paura della morte a fermarli, le minacce e gli ostacoli. Loro scappano da morte certa, non sarà  la morte probabile a fermarli. E negli anni l’esodo aumenterà  progressivamente, a causa anche dei cambiamenti climatici.
Il fenomeno ha radici lontanissime: dal periodo coloniale noi stiamo saccheggiando le loro risorse, affamando la loro popolazione, arricchendo i loro dittatori, inaridendo terreni.
Le nostre multinazionali costringono i contadini del Sud del mondo a vendere le terre dedicate al mercato locale, per produrre per l’esportazione.
Da secoli sfruttiamo manodopera malpagata a zero vincoli ambientali. Tutto, per proteggere il nostro intoccabile stile di vita, per riempire gli scaffali dei nostri supermercati.
Da decenni traffichiamo armi alle petroldittature che sostengono il terrorismo (come l’Arabia Saudita), perchè sia salvo il nostro diritto a usare petrolio (e derivati) a piacimento.
Ma non staremo tranquilli costruendo muri, lasciandoli affogare in mare, lasciandoli torturare a casa loro, chiudendo porti e porte, alzando barriere e fili spinati.
La protesta, l’ondata, la rabbia, il dolore dei poveri sarà  immane e ci sommergerà .
In fondo, sono loro la maggioranza della popolazione mondiale. Dovremo prima o poi farci i conti.
L’unico modo per governare questo fenomeno è smetterla di vendere armi ai paesi in guerra, smetterla di fare accordi con paesi dittatoriali per rispedirgli indietro i migranti.
Impegnarsi a creare corridoi umanitari per chi scappa da fame, guerra, disastri ambientali, integrarli nella nostra società , con pieni diritti, scuola e lavoro regolare, servizi minimi gratuiti e garantiti.
Come dice l’Inps,   abbiamo bisogno del lavoro regolare e dei contributi dei migranti.
Dobbiamo aiutarli a casa nostra e a casa loro.
Rinnegare un’economia di morte e schiavitù, sostenere con i nostri acquisti il commercio equo, i microprogetti di cooperative nei paesi poveri, boicottando tutte quelle imprese che sfruttano la manodopera e devastano l’ambiente.
Solo quando noi, il 20% della popolazione mondiale, consumatori e saccheggiatori incalliti, sapremo farci carico delle nostre responsabilità  (attuali e passate), potremo aiutarli davvero, a casa nostra e a casa loro, con rispetto reciproco.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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PERCHE’ IL REDDITO DI INCLUSIONE NON BASTA

Agosto 30th, 2017 Riccardo Fucile

ARRIVERA’ A 500.000 NUCLEI FAMILIARI PER UN MASSIMO DI 490 EURO, MA I POVERI IN ITALIA SONO MOLTO DI PIU’

Ieri il governo Gentiloni ha definitivamente approvato il reddito di inclusione: dal primo dicembre prossimo 500 mila famiglie in difficoltà  potranno fare domanda all’Inps per ottenere, dal primo gennaio 2018, un assegno mensile – caricato sulla carta acquisti – che va da 188 a quasi 490 euro , a seconda dei requisiti, per un periodo massimo di 18 mesi, rinnovabile dopo uno stop di 6 mesi.
Il reddito di inclusione, una goccia nel mare della povertà  italiana, è nato grazie al riordino, da parte del governo, delle prestazioni di natura assistenziale con il rimpiazzo di due strumenti esistenti: Sia e Asdi.
Le risorse stanziate sono circa 2 miliardi all’anno dal 2018.
Come fa notare Luciano Cerasa sul Fatto, il governo ha rimesso sul piatto della lotta alla povertà  gli stessi 1,7 miliardi stanziati dalla legge di Bilancio 2017 per il 2018 per strumenti finanziati dal 2016.
I beneficiari vanno individuati tra le famiglie con figli minorenni, figli con disabilità  (anche maggiorenni), donne in gravidanza, disoccupati con almeno 55 anni, che hanno un Isee non superiore a 6 mila euro, un valore del reddito entro i 3 mila euro, un patrimonio immobiliare mai sopra i 20 mila euro (esclusa la prima casa) e in banca non più di 10 mila euro in depositi e conti correnti (ridotti a 8 mila euro per la coppia e a 6 mila euro per la persona sola).
Questi quattro requisiti economici devono essere presenti tutti congiuntamente.
Come funziona il reddito di inclusione e a chi spetta
Per ottenere l’aiuto economico bisogna aderire ad un progetto personalizzato per uscire dalla povertà , che preveda partecipazione sociale (ad esempio, per la frequenza scolastica) e reinserimento lavorativo.
La domanda per ottenere il REI deve essere presentata, a partire dal primo dicembre prossimo, presso i punti di accesso che verranno organizzati dai singoli Comuni.
Il Comune raccoglie la domanda, verifica i requisiti di cittadinanza e residenza e la invia all’Inps entro 10 giorni lavorativi.
L’Inps risponde poi entro 5 giorni. E, in caso di esito positivo sui requisiti, riconosce il beneficio.
Basta confrontare i dati dell’Istat per capire che il REI non è in grado di coprire nemmeno la metà  delle persone in condizione di povertà  assoluta.
Per tacere dei   2 milioni 734 mila le famiglie in condizione di povertà  relativa (con un’incidenza pari a 10,6% tra tutte le famiglie residenti), per un totale di 8 milioni 465 mila individui (pari al 14,0% dell’intera popolazione).
Il problema di fondo già  sottolineato in altre occasioni però rimane: lo stanziamento del governo va a toccare soltanto una piccola parte di chi ne avrebbe la necessità .
In poche parole il REI non basta per la povertà  in Italia.
Questo a dire il vero lo si sapeva già  lo scorso anno (visto che i numeri sono stabili). Quello che invece si può dedurre dal rapporto 2017 dell’Istat   è che se non si mette mano alla situazione di   quel milione e 292mila minori che vivono in condizioni di povertà  assoluta il rischio è quello di condannare a crescere in povertà  una parte importante della società  italiana del futuro.

(da agenzie)

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LA POVERTA’ E DIVENTATA UNA COLPA

Agosto 27th, 2017 Riccardo Fucile

L’INCONTRO TRA LA DOMANDA POLITICA PIU’ SPAVENTATA DEGLI ULTIMI ANNI E UN’OFFERTA DI POLITICA GREGARIA DEL SENSO COMUNE DOMINANTE E OPPORTUNISTICO

Dai casi di cronaca, anche minimi, si ricava il segno dei tempi più che dai manifesti politici, proprio per la spontaneità  degli eventi e la meccanica delle risposte da parte del potere pubblico e dell’opinione generale.
In questo senso è difficile non trovare un collegamento emotivo, culturale e infine politico tra l’ultimo atteggiamento italiano nei confronti dei migranti sui barconi e le Ong di soccorso (criminalizzate in una vera e propria inversione morale) e lo sgombero degli abusivi dal palazzo nel centro di Roma, a colpi di idrante.
La questione di fondo è che la povertà  sta diventando una colpa, introiettata nella coscienza collettiva e nel codice politico dominante, così come il migrante si porta addosso il marchio dell’ultima mutazione del peccato originale: il peccato d’origine. Unite insieme dalla realtà  dei fatti e dal gigantismo della sua proiezione fantasmatica, povertà  e immigrazione, colpa e peccato recintano gli esclusi, nuovi “banditi” della modernità , perchè noi – i garantiti, gli inclusi – non vogliamo vederli mentre agitano nelle nostre città  la primordialità  radicale della loro pretesa di vivere.
Il fatto è che questi esseri umani ridotti a massa contabile, senza mai riuscire ad essere persone degne di una risposta umanitaria, e ancor meno cittadini portatori di diritti, sono improvvisamente diventati merce politica oltremodo appetibile, in un mercato dei partiti e dei leader stremato, asfittico, afasico.
Impossibilitati a essere soggetto politico in proprio, si trovano di colpo trasformati in oggetto della politica altrui, che vede qui, sui loro corpi reali e simbolici, le sue scorciatoie alla ricerca del consenso perduto.
Contro di loro si può agire con qualsiasi mezzo, meglio se esemplare. Senza terra e senza diritti, sono ormai senza diritto, i nuovi fuorilegge.
Ci sono due elementi che hanno determinato questo cortocircuito: il primo è il sentimento di incertezza e di smarrimento identitario che è cresciuto nella fascia più fragile, più periferica, più isolata e più anziana della nostra popolazione di fronte all’aumento dell’immigrazione nel Paese.
Un sentimento di solitudine a casa propria, di perdita del legame collettivo di un’esperienza condivisa, e quindi di indebolimento comunitario: che è ormai mutato in risentimento, annaffiato e concimato per anni da una predicazione politica selvaggia e irresponsabile, che trae le sue fortune dalla paura dei cittadini più deboli, puntando a infragilirli ancora invece che a emanciparli.
Poi si è aggiunto il secondo elemento, psicopolitico.
La sensazione che il mondo sia fuori controllo, che i fenomeni che ci sovrastano – crisi del lavoro, crisi economica, crisi internazionale con gli attacchi dell’Isis – non siano governabili, e che dunque il cittadino sia per la prima volta nella storia della modernità  “scoperto” politicamente, non tutelato, nell’impossibilità  di dare una forma collettiva alle sue angosce individuali, e nell’incapacità  dei partiti, dei governi e degli Stati di trovare politiche che arrivino a toccare concretamente il modo di vivere degli individui che chiedono rappresentanza e non la trovano.
Stiamo assistendo semplicemente – e tragicamente – al contatto e all’incontro tra la domanda politica più spaventata e meno autonoma degli ultimi anni e un’offerta politica gregaria del senso comune dominante, opportunistica, indifferenziata.
La prima chiede tutela quasi soltanto attraverso l’esclusione, il respingimento, il “bando”, accontentandosi di non vedere il fenomeno purchè le città  che abita siano ripulite e i banditi finiscano altrove, non importa dove.
L’altra asseconda gli istinti e rinuncia ai ragionamenti, sceneggiando prove di forza con i più deboli, alla ricerca di un lucro politico a breve, che mette fuori gioco ideali, storie, tradizioni, identità  politiche, e cioè quella civiltà  italiana dei nostri padri e delle nostre madri che si vorrebbe difendere.
È chiaro che una risposta al sentimento-risentimento dei cittadini spaventati va data, ma la si può e la si deve cercare dentro un governo complessivo della globalizzazione, non privatizzando i diritti a nostro esclusivo vantaggio e usando la nostra libertà  a danno degli altri, spinti sulle nostre sponde da un’angoscia di libertà  estrema la cui posta è addirittura la sopravvivenza.
Siamo ancora in tempo per cercare insieme un pensiero di governo che tuteli la libertà  di tutti, unica vera garanzia politica: liberando la povertà  dalla moderna colpa per restituirla alla dinamica sociale e sgravando il migrante di quel peccato collettivo che gli abbiamo caricato addosso, facendolo bersaglio di azioni “esemplari” che riempiono cinicamente il malgoverno delle città , il nullismo della politica.

(da “La Repubblica”)

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